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Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.
 
Per alcuni sono lo strascico della generazione X, quella scettica, disincantata, post-ideologica. Sono gli ultimi arrivati di una prole nichilista, neanche troppo sfortunata, rammollita dagli agi, incapace di rivoluzioni, forse appena di evoluzioni. Per altri sono la prova del proprio fallimento. Quelli da compatire, i nipoti a cui chiedere scusa. Con tutti quei debiti da pagare e poi le pensioni e quel lavoro fisso che non vedranno mai.
E se i giovani fossero altro? Mentre la flessibilità è costretta da riforme mancate alla sua versione più feroce, il precariato, una nuova generazione di italiani si sta trasformando silenziosamente.
Si potrebbe prendere in prestito un nome dalle scienze dei materiali. Si potrebbe definirli i "resilienti". Come certe sostanze che si adattano agli urti, sono reattivi e plastici. Flessibili davanti a ogni rigida resistenza. Nel momento in cui la crisi porta al pettine i nodi del sistema, i resilienti si districano tra i rimbalzi dello stage, i labirinti interinali e l'ossigeno a progetto, imparando a riconoscere i peggiori difetti di chi li aveva preceduti e diventando altro.
Sul loro biglietto da visita non c'è un dott. o un rag., ma nome e cognome accompagnati dalle figlie delle ambizioni mortificate e dei cambi di rotta: le loro esperienze frammentate, solo talvolta legate ai titoli di studio. Sono i laureati in fisica, diventati panettieri, poi insegnanti e infine web designer. Questi nuovi italiani sanno che non avranno carriere lineari predefinite, ma percorsi professionali variegati e ciclici.
Nel frenetico tentativo di trovare una collocazione, hanno imparato a credere nei principi neo-borghesi della meritocrazia e dello sforzo, ma anche nel dono e nello scambio. I resilienti si sono formati imparando le lingue degli altri, viaggiando e vivendo in mezzo ai "diversi da noi", tra i quali sono finiti per studiare o lavorare. Hanno conosciuto giovani donne con ruoli che in Italia sono ricoperti da maschi anziani. Hanno scritto curricula dove è illegale mettere la data di nascita. Hanno visto coetanei cambiare continuamente lavoro e avere figli. Hanno frequentato scuole con allievi di ogni età. Hanno incontrato persone che davanti a nuove idee non hanno risposto «... perché no», ma «Perché no?».
Questi italiani hanno i tratti dell'uomo postmoderno a suo agio nelle contrazioni telematiche dello spazio e del tempo. Il confronto con la tecnologia gli viene delegato con sufficienza da chi, sopra di loro, la teme o rifiuta. Grazie a lei hanno imparato a muoversi fra le pieghe della storia, dell'arte e della cultura, a non aver paura del passato, ad accorciare le distanze nel presente. Vivono dolorosamente l'accerchiamento di strutture statiche in una periferia dell'Occidente dove le voci forti sono quelle degli ipergarantiti, dei fedelissimi del posto fisso, del sissignore e unamanolavalaltra. Intanto si chiedono se Darwin avesse ragione, se vinca davvero la specie che si adatta meglio ai cambiamenti, se il futuro sarà loro, di questi nuovi italiani, dei resilienti.
 
(da: Valentina Parasecolo, “Se ha ragione Darwin, i giovani giusti ci sono già", Il Sole 24 Ore)
 
Secondo l'autrice, qual è il problema principale della struttura socio-lavorativa con cui devono combattere i giovani?


L'immobilità e la difficoltà nel far ascoltare la loro voce, se privi di conoscenze importanti

Domanda difficile Solo 20% degli utenti ha risposto correttamente

Risposta tratta da :
Brani lunghi
Esercito Italiano Quiz - Concorso per l'ammissione al 198° corso dell'Accademia Militare dell'Esercito - Anno accademico 2016/2017



di seguito le risposte errate:

 L'ubbidienza cieca e incondizionata che si richiede agli ultimi arrivati
 La scarsa rotazione di personale poco qualificato
 La corruzione e l'incompetenza di chi comanda

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