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Tutte le domande del quiz : Ragionamento critico verbale

tratto da:
Comune di Napoli / RIPAM
Quiz - Concorso pubblico per il reclutamento di 11 maestre (categoria C, posizione economica C1, codice concorso DSI/NAE)



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA   Domanda di media difficoltà In molti sport gli atleti devono calcolare in pochi decimi di secondo la traiettoria della palla lanciata dal loro avversario e l'istante preciso in cui colpirla. Nonostante il consiglio degli allenatori sia, in genere, di guardare sempre la palla, alcuni ricercatori dell'università di Oxford hanno scoperto che non è necessario seguirla durante tutta la sua traiettoria. Una precisa strategia di movimenti degli occhi e della testa permette di prevedere dove e quando colpire la palla. Lo studio è stato eseguito su tre giocatori di cricket di diversa esperienza. Una videocamera, montata all'altezza dell'occhio sinistro, registrava la direzione dello sguardo e la posizione della testa, mentre una macchina eseguiva lanci di lunghezze diverse. Ed è risultato che la palla inizialmente viene fissata per i primi due decimi di secondo, poi lo sguardo si abbassa bruscamente di circa 7,5 gradi, come se l'occhio si preparasse in anticipo all'arrivo della palla a terra. Subito dopo la testa ruota verso il basso, mentre la direzione dello sguardo rimane la stessa. Appena la palla rimbalza gli occhi sono di nuovo puntati su di essa, ma ne seguono precisamente la traiettoria per non più di due decimi di secondo. I primi istanti, secondo i ricercatori, servono per stimare il punto in cui avverrà il rimbalzo, da cui si ricavano informazioni precise sulla traiettoria successiva della palla. Infatti i parametri che i giocatori possono «misurare», come l'angolo tra la direzione dello sguardo al momento del rimbalzo e il piano orizzontale, e l'istante in cui la palla tocca terra, sono legati all'altezza che raggiungerà la palla nell'istante in cui verrà colpita. Dal confronto tra i tre battitori è risultato che i più esperti fissano la palla, nella fase iniziale, per un tempo più breve, riuscendo a prevedere più velocemente il punto del rimbalzo, e adottano movimenti diversi degli occhi secondo la lunghezza del lancio. La strategia dell'occhio contribuisce quindi a stabilire l'abilità di un giocatore. Lo studio è stato effettuato:
RISPOSTA   Domanda difficile In molti sport gli atleti devono calcolare in pochi decimi di secondo la traiettoria della palla lanciata dal loro avversario e l'istante preciso in cui colpirla. Nonostante il consiglio degli allenatori sia, in genere, di guardare sempre la palla, alcuni ricercatori dell'università di Oxford hanno scoperto che non è necessario seguirla durante tutta la sua traiettoria. Una precisa strategia di movimenti degli occhi e della testa permette di prevedere dove e quando colpire la palla. Lo studio è stato eseguito su tre giocatori di cricket di diversa esperienza. Una videocamera, montata all'altezza dell'occhio sinistro, registrava la direzione dello sguardo e la posizione della testa, mentre una macchina eseguiva lanci di lunghezze diverse. Ed è risultato che la palla inizialmente viene fissata per i primi due decimi di secondo, poi lo sguardo si abbassa bruscamente di circa 7,5 gradi, come se l'occhio si preparasse in anticipo all'arrivo della palla a terra. Subito dopo la testa ruota verso il basso, mentre la direzione dello sguardo rimane la stessa. Appena la palla rimbalza gli occhi sono di nuovo puntati su di essa, ma ne seguono precisamente la traiettoria per non più di due decimi di secondo. I primi istanti, secondo i ricercatori, servono per stimare il punto in cui avverrà il rimbalzo, da cui si ricavano informazioni precise sulla traiettoria successiva della palla. Infatti i parametri che i giocatori possono «misurare», come l'angolo tra la direzione dello sguardo al momento del rimbalzo e il piano orizzontale, e l'istante in cui la palla tocca terra, sono legati all'altezza che raggiungerà la palla nell'istante in cui verrà colpita. Dal confronto tra i tre battitori è risultato che i più esperti fissano la palla, nella fase iniziale, per un tempo più breve, riuscendo a prevedere più velocemente il punto del rimbalzo, e adottano movimenti diversi degli occhi secondo la lunghezza del lancio. La strategia dell'occhio contribuisce quindi a stabilire l'abilità di un giocatore. Alcuni ricercatori di Oxford, attraverso uno studio eseguito su tre giocatori di cricket:
RISPOSTA   Domanda difficile In molti sport gli atleti devono calcolare in pochi decimi di secondo la traiettoria della palla lanciata dal loro avversario e l'istante preciso in cui colpirla. Nonostante il consiglio degli allenatori sia, in genere, di guardare sempre la palla, alcuni ricercatori dell'università di Oxford hanno scoperto che non è necessario seguirla durante tutta la sua traiettoria. Una precisa strategia di movimenti degli occhi e della testa permette di prevedere dove e quando colpire la palla. Lo studio è stato eseguito su tre giocatori di cricket di diversa esperienza. Una videocamera, montata all'altezza dell'occhio sinistro, registrava la direzione dello sguardo e la posizione della testa, mentre una macchina eseguiva lanci di lunghezze diverse. Ed è risultato che la palla inizialmente viene fissata per i primi due decimi di secondo, poi lo sguardo si abbassa bruscamente di circa 7,5 gradi, come se l'occhio si preparasse in anticipo all'arrivo della palla a terra. Subito dopo la testa ruota verso il basso, mentre la direzione dello sguardo rimane la stessa. Appena la palla rimbalza gli occhi sono di nuovo puntati su di essa, ma ne seguono precisamente la traiettoria per non più di due decimi di secondo. I primi istanti, secondo i ricercatori, servono per stimare il punto in cui avverrà il rimbalzo, da cui si ricavano informazioni precise sulla traiettoria successiva della palla. Infatti i parametri che i giocatori possono «misurare», come l'angolo tra la direzione dello sguardo al momento del rimbalzo e il piano orizzontale, e l'istante in cui la palla tocca terra, sono legati all'altezza che raggiungerà la palla nell'istante in cui verrà colpita. Dal confronto tra i tre battitori è risultato che i più esperti fissano la palla, nella fase iniziale, per un tempo più breve, riuscendo a prevedere più velocemente il punto del rimbalzo, e adottano movimenti diversi degli occhi secondo la lunghezza del lancio. La strategia dell'occhio contribuisce quindi a stabilire l'abilità di un giocatore. In questo studio è stato dimostrato che, dopo aver fissato la palla per pochi decimi di secondo, lo sguardo:
RISPOSTA   Domanda difficile In molti sport gli atleti devono calcolare in pochi decimi di secondo la traiettoria della palla lanciata dal loro avversario e l'istante preciso in cui colpirla. Nonostante il consiglio degli allenatori sia, in genere, di guardare sempre la palla, alcuni ricercatori dell'università di Oxford hanno scoperto che non è necessario seguirla durante tutta la sua traiettoria. Una precisa strategia di movimenti degli occhi e della testa permette di prevedere dove e quando colpire la palla. Lo studio è stato eseguito su tre giocatori di cricket di diversa esperienza. Una videocamera, montata all'altezza dell'occhio sinistro, registrava la direzione dello sguardo e la posizione della testa, mentre una macchina eseguiva lanci di lunghezze diverse. Ed è risultato che la palla inizialmente viene fissata per i primi due decimi di secondo, poi lo sguardo si abbassa bruscamente di circa 7,5 gradi, come se l'occhio si preparasse in anticipo all'arrivo della palla a terra. Subito dopo la testa ruota verso il basso, mentre la direzione dello sguardo rimane la stessa. Appena la palla rimbalza gli occhi sono di nuovo puntati su di essa, ma ne seguono precisamente la traiettoria per non più di due decimi di secondo. I primi istanti, secondo i ricercatori, servono per stimare il punto in cui avverrà il rimbalzo, da cui si ricavano informazioni precise sulla traiettoria successiva della palla. Infatti i parametri che i giocatori possono «misurare», come l'angolo tra la direzione dello sguardo al momento del rimbalzo e il piano orizzontale, e l'istante in cui la palla tocca terra, sono legati all'altezza che raggiungerà la palla nell'istante in cui verrà colpita. Dal confronto tra i tre battitori è risultato che i più esperti fissano la palla, nella fase iniziale, per un tempo più breve, riuscendo a prevedere più velocemente il punto del rimbalzo, e adottano movimenti diversi degli occhi secondo la lunghezza del lancio. La strategia dell'occhio contribuisce quindi a stabilire l'abilità di un giocatore. Cosa succede nel momento successivo al lancio e dopo che il giocatore ha abbassato lo sguardo?
RISPOSTA   Domanda difficile In molti sport gli atleti devono calcolare in pochi decimi di secondo la traiettoria della palla lanciata dal loro avversario e l'istante preciso in cui colpirla. Nonostante il consiglio degli allenatori sia, in genere, di guardare sempre la palla, alcuni ricercatori dell'università di Oxford hanno scoperto che non è necessario seguirla durante tutta la sua traiettoria. Una precisa strategia di movimenti degli occhi e della testa permette di prevedere dove e quando colpire la palla. Lo studio è stato eseguito su tre giocatori di cricket di diversa esperienza. Una videocamera, montata all'altezza dell'occhio sinistro, registrava la direzione dello sguardo e la posizione della testa, mentre una macchina eseguiva lanci di lunghezze diverse. Ed è risultato che la palla inizialmente viene fissata per i primi due decimi di secondo, poi lo sguardo si abbassa bruscamente di circa 7,5 gradi, come se l'occhio si preparasse in anticipo all'arrivo della palla a terra. Subito dopo la testa ruota verso il basso, mentre la direzione dello sguardo rimane la stessa. Appena la palla rimbalza gli occhi sono di nuovo puntati su di essa, ma ne seguono precisamente la traiettoria per non più di due decimi di secondo. I primi istanti, secondo i ricercatori, servono per stimare il punto in cui avverrà il rimbalzo, da cui si ricavano informazioni precise sulla traiettoria successiva della palla. Infatti i parametri che i giocatori possono «misurare», come l'angolo tra la direzione dello sguardo al momento del rimbalzo e il piano orizzontale, e l'istante in cui la palla tocca terra, sono legati all'altezza che raggiungerà la palla nell'istante in cui verrà colpita. Dal confronto tra i tre battitori è risultato che i più esperti fissano la palla, nella fase iniziale, per un tempo più breve, riuscendo a prevedere più velocemente il punto del rimbalzo, e adottano movimenti diversi degli occhi secondo la lunghezza del lancio. La strategia dell'occhio contribuisce quindi a stabilire l'abilità di un giocatore. Gli allenatori di molti sport, in genere, consigliano di:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà In termini banali è la scoperta di un raggio di luce capace di paralizzare un essere vivente. In termini scientifici è un passo ulteriore verso l'attivazione e lo spegnimento di agenti biochimici, con la possibilità di grandi risultati nel campo delle terapie fotodinamiche e del rilascio controllato di farmaci. In termini pratici, infine, è anche uno studio che per ora ha implicato la sperimentazione su un povero vermetto, destinato, visto come procedono questi test, a essere il primo di una serie di animali soggiogati alla crudeltà della ricerca medica. Il vermetto in questione è il Caenorhabditis elegans, un nematode fasmidario, che vive nel suolo delle regioni temperate ed è lungo circa un millimetro. Il Caenorhabditis ha la sfortuna di essere un organismo relativamente semplice, ma di possedere molti dei sistemi e degli apparati presenti negli altri animali, cosa che lo rende un organismo modello molto usato per studiare la biologia dello sviluppo e dell'apoptosi, cioè la morte cellulare programmata. Un esempio su tutti: il Caenorhabditis è uno degli organismi più semplici con un sistema nervoso composto da 302 neuroni. Ora il vermetto potrà fregiarsi del record di essere il primo animale che ha fatto avverare il sogno di ogni scrittore di fantascienza, quelle pistole il cui raggio di luce è capace di bloccare il nemico in una paralisi subitanea.Per paralizzare i vermi gli scienziati hanno usato la molecola del dithienylethene che, se colpita dalla luce ultravioletta, cambia forma. Ai Caenorhabditis è stata somministrata una soluzione con la molecola (di solito si nutrono di batteri) e una volta che sono stati "bombardati" con i raggi Uv non sono stati in grado di muoversi né di reagire a stimoli indotti. Soltanto una volta esposti di nuovo alla luce visibile i vermi sono stati in grado di riacquistare il movimento, come documentano le sequenze fotografiche e il video girato dagli studiosi dell'Università del Canada, pubblicati sul Journal of the American Chemical Society.Il comportamento della molecola di dithienylethene era già noto, ma è la prima volta che "l'effetto interruttore" è stato dimostrato in un organismo animale vivente. I ricercatori canadesi si rendono conto delle implicazioni etiche di un tale esperimento e il coordinatore dell'esperimento, Neil Branda, ha dichiarato alla Bbc: "Non sono convinto dell'uso legittimo di uno strumento per paralizzare un organismo, ma finché qualcuno non affermerà il contrario non possiamo neanche escludere l'utilità dell'applicazione pratica di un tale strumento". I ricercatori che hanno effettuato l'esperimento:
RISPOSTA   Domanda difficile In termini banali è la scoperta di un raggio di luce capace di paralizzare un essere vivente. In termini scientifici è un passo ulteriore verso l'attivazione e lo spegnimento di agenti biochimici, con la possibilità di grandi risultati nel campo delle terapie fotodinamiche e del rilascio controllato di farmaci. In termini pratici, infine, è anche uno studio che per ora ha implicato la sperimentazione su un povero vermetto, destinato, visto come procedono questi test, a essere il primo di una serie di animali soggiogati alla crudeltà della ricerca medica. Il vermetto in questione è il Caenorhabditis elegans, un nematode fasmidario, che vive nel suolo delle regioni temperate ed è lungo circa un millimetro. Il Caenorhabditis ha la sfortuna di essere un organismo relativamente semplice, ma di possedere molti dei sistemi e degli apparati presenti negli altri animali, cosa che lo rende un organismo modello molto usato per studiare la biologia dello sviluppo e dell'apoptosi, cioè la morte cellulare programmata. Un esempio su tutti: il Caenorhabditis è uno degli organismi più semplici con un sistema nervoso composto da 302 neuroni. Ora il vermetto potrà fregiarsi del record di essere il primo animale che ha fatto avverare il sogno di ogni scrittore di fantascienza, quelle pistole il cui raggio di luce è capace di bloccare il nemico in una paralisi subitanea.Per paralizzare i vermi gli scienziati hanno usato la molecola del dithienylethene che, se colpita dalla luce ultravioletta, cambia forma. Ai Caenorhabditis è stata somministrata una soluzione con la molecola (di solito si nutrono di batteri) e una volta che sono stati "bombardati" con i raggi Uv non sono stati in grado di muoversi né di reagire a stimoli indotti. Soltanto una volta esposti di nuovo alla luce visibile i vermi sono stati in grado di riacquistare il movimento, come documentano le sequenze fotografiche e il video girato dagli studiosi dell'Università del Canada, pubblicati sul Journal of the American Chemical Society.Il comportamento della molecola di dithienylethene era già noto, ma è la prima volta che "l'effetto interruttore" è stato dimostrato in un organismo animale vivente. I ricercatori canadesi si rendono conto delle implicazioni etiche di un tale esperimento e il coordinatore dell'esperimento, Neil Branda, ha dichiarato alla Bbc: "Non sono convinto dell'uso legittimo di uno strumento per paralizzare un organismo, ma finché qualcuno non affermerà il contrario non possiamo neanche escludere l'utilità dell'applicazione pratica di un tale strumento". L'apoptosi:
RISPOSTA    In termini banali è la scoperta di un raggio di luce capace di paralizzare un essere vivente. In termini scientifici è un passo ulteriore verso l'attivazione e lo spegnimento di agenti biochimici, con la possibilità di grandi risultati nel campo delle terapie fotodinamiche e del rilascio controllato di farmaci. In termini pratici, infine, è anche uno studio che per ora ha implicato la sperimentazione su un povero vermetto, destinato, visto come procedono questi test, a essere il primo di una serie di animali soggiogati alla crudeltà della ricerca medica. Il vermetto in questione è il Caenorhabditis elegans, un nematode fasmidario, che vive nel suolo delle regioni temperate ed è lungo circa un millimetro. Il Caenorhabditis ha la sfortuna di essere un organismo relativamente semplice, ma di possedere molti dei sistemi e degli apparati presenti negli altri animali, cosa che lo rende un organismo modello molto usato per studiare la biologia dello sviluppo e dell'apoptosi, cioè la morte cellulare programmata. Un esempio su tutti: il Caenorhabditis è uno degli organismi più semplici con un sistema nervoso composto da 302 neuroni. Ora il vermetto potrà fregiarsi del record di essere il primo animale che ha fatto avverare il sogno di ogni scrittore di fantascienza, quelle pistole il cui raggio di luce è capace di bloccare il nemico in una paralisi subitanea.Per paralizzare i vermi gli scienziati hanno usato la molecola del dithienylethene che, se colpita dalla luce ultravioletta, cambia forma. Ai Caenorhabditis è stata somministrata una soluzione con la molecola (di solito si nutrono di batteri) e una volta che sono stati "bombardati" con i raggi Uv non sono stati in grado di muoversi né di reagire a stimoli indotti. Soltanto una volta esposti di nuovo alla luce visibile i vermi sono stati in grado di riacquistare il movimento, come documentano le sequenze fotografiche e il video girato dagli studiosi dell'Università del Canada, pubblicati sul Journal of the American Chemical Society.Il comportamento della molecola di dithienylethene era già noto, ma è la prima volta che "l'effetto interruttore" è stato dimostrato in un organismo animale vivente. I ricercatori canadesi si rendono conto delle implicazioni etiche di un tale esperimento e il coordinatore dell'esperimento, Neil Branda, ha dichiarato alla Bbc: "Non sono convinto dell'uso legittimo di uno strumento per paralizzare un organismo, ma finché qualcuno non affermerà il contrario non possiamo neanche escludere l'utilità dell'applicazione pratica di un tale strumento". I vermi sottoposti all'esperimento:
RISPOSTA   Domanda difficile In termini banali è la scoperta di un raggio di luce capace di paralizzare un essere vivente. In termini scientifici è un passo ulteriore verso l'attivazione e lo spegnimento di agenti biochimici, con la possibilità di grandi risultati nel campo delle terapie fotodinamiche e del rilascio controllato di farmaci. In termini pratici, infine, è anche uno studio che per ora ha implicato la sperimentazione su un povero vermetto, destinato, visto come procedono questi test, a essere il primo di una serie di animali soggiogati alla crudeltà della ricerca medica. Il vermetto in questione è il Caenorhabditis elegans, un nematode fasmidario, che vive nel suolo delle regioni temperate ed è lungo circa un millimetro. Il Caenorhabditis ha la sfortuna di essere un organismo relativamente semplice, ma di possedere molti dei sistemi e degli apparati presenti negli altri animali, cosa che lo rende un organismo modello molto usato per studiare la biologia dello sviluppo e dell'apoptosi, cioè la morte cellulare programmata. Un esempio su tutti: il Caenorhabditis è uno degli organismi più semplici con un sistema nervoso composto da 302 neuroni. Ora il vermetto potrà fregiarsi del record di essere il primo animale che ha fatto avverare il sogno di ogni scrittore di fantascienza, quelle pistole il cui raggio di luce è capace di bloccare il nemico in una paralisi subitanea.Per paralizzare i vermi gli scienziati hanno usato la molecola del dithienylethene che, se colpita dalla luce ultravioletta, cambia forma. Ai Caenorhabditis è stata somministrata una soluzione con la molecola (di solito si nutrono di batteri) e una volta che sono stati "bombardati" con i raggi Uv non sono stati in grado di muoversi né di reagire a stimoli indotti. Soltanto una volta esposti di nuovo alla luce visibile i vermi sono stati in grado di riacquistare il movimento, come documentano le sequenze fotografiche e il video girato dagli studiosi dell'Università del Canada, pubblicati sul Journal of the American Chemical Society.Il comportamento della molecola di dithienylethene era già noto, ma è la prima volta che "l'effetto interruttore" è stato dimostrato in un organismo animale vivente. I ricercatori canadesi si rendono conto delle implicazioni etiche di un tale esperimento e il coordinatore dell'esperimento, Neil Branda, ha dichiarato alla Bbc: "Non sono convinto dell'uso legittimo di uno strumento per paralizzare un organismo, ma finché qualcuno non affermerà il contrario non possiamo neanche escludere l'utilità dell'applicazione pratica di un tale strumento". Il Caenorhabditis elegans:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà In termini banali è la scoperta di un raggio di luce capace di paralizzare un essere vivente. In termini scientifici è un passo ulteriore verso l'attivazione e lo spegnimento di agenti biochimici, con la possibilità di grandi risultati nel campo delle terapie fotodinamiche e del rilascio controllato di farmaci. In termini pratici, infine, è anche uno studio che per ora ha implicato la sperimentazione su un povero vermetto, destinato, visto come procedono questi test, a essere il primo di una serie di animali soggiogati alla crudeltà della ricerca medica. Il vermetto in questione è il Caenorhabditis elegans, un nematode fasmidario, che vive nel suolo delle regioni temperate ed è lungo circa un millimetro. Il Caenorhabditis ha la sfortuna di essere un organismo relativamente semplice, ma di possedere molti dei sistemi e degli apparati presenti negli altri animali, cosa che lo rende un organismo modello molto usato per studiare la biologia dello sviluppo e dell'apoptosi, cioè la morte cellulare programmata. Un esempio su tutti: il Caenorhabditis è uno degli organismi più semplici con un sistema nervoso composto da 302 neuroni. Ora il vermetto potrà fregiarsi del record di essere il primo animale che ha fatto avverare il sogno di ogni scrittore di fantascienza, quelle pistole il cui raggio di luce è capace di bloccare il nemico in una paralisi subitanea.Per paralizzare i vermi gli scienziati hanno usato la molecola del dithienylethene che, se colpita dalla luce ultravioletta, cambia forma. Ai Caenorhabditis è stata somministrata una soluzione con la molecola (di solito si nutrono di batteri) e una volta che sono stati "bombardati" con i raggi Uv non sono stati in grado di muoversi né di reagire a stimoli indotti. Soltanto una volta esposti di nuovo alla luce visibile i vermi sono stati in grado di riacquistare il movimento, come documentano le sequenze fotografiche e il video girato dagli studiosi dell'Università del Canada, pubblicati sul Journal of the American Chemical Society.Il comportamento della molecola di dithienylethene era già noto, ma è la prima volta che "l'effetto interruttore" è stato dimostrato in un organismo animale vivente. I ricercatori canadesi si rendono conto delle implicazioni etiche di un tale esperimento e il coordinatore dell'esperimento, Neil Branda, ha dichiarato alla Bbc: "Non sono convinto dell'uso legittimo di uno strumento per paralizzare un organismo, ma finché qualcuno non affermerà il contrario non possiamo neanche escludere l'utilità dell'applicazione pratica di un tale strumento". Il sistema nervoso del Caenorhabditis:
RISPOSTA   Domanda difficile L'acqua dissolve una grande quantità di sostanze. Ciò è da una parte un fatto positivo, perché permette di smacchiare i vestiti e di preparare bevande come tè e caffè. In altri casi è un serio problema poiché rende l'acqua facilmente inquinabile, per esempio col dissolvimento dei metalli tossici prodotti dagli impianti industriali. In tal caso, non è facile recuperare le sostanze pericolose. Ricercatori dell'università dell'Alabama hanno progettato un liquido che può rompere il legame tra l'acqua e le molecole di alcuni inquinanti. Si tratta di un solvente altamente discriminante, che può agire in modo molto specifico nei confronti di particolari metalli. La tecnica potrebbe risultare molto utile per depurare l'acqua contaminata e potrebbe trovare un uso in alcuni processi chimici industriali. Il solvente «pignolo» appartiene a uno strano gruppo di sali, i liquidi ionici. Normalmente questo tipo di composizione si trova in solidi con un punto di fusione molto alto, come rocce e minerali, poiché l'attrazione elettrica tra cariche di segno opposto li lega fortemente. I ricercatori hanno investigato sulla possibilità di sostituire con ioni liquidi alcuni solventi infiammabili o tossici usati comunemente nei processi industriali. In questi ultimi sono frequentemente utilizzati solventi organici, che non si sciolgono in acqua. Al contrario, i liquidi ionici sono in grado di mischiarsi con l'acqua e tenere separati specifici materiali. Ciò non avviene automaticamente e per tutte le sostanze: molte di queste molecole resistono all'attrazione dei liquidi ionici preferendo stare nell'acqua. Gli scienziati hanno superato questo ostacolo progettando liquidi ionici che contengono particolari gruppi chimici che si legano ai metalli come minuscole pinze. In particolare, hanno prodotto solventi in cui sono presenti atomi di zolfo e gruppi di urea che si legano facilmente ai metalli pesanti, e molto tossici, come mercurio e cadmio. Il solvente detto "pignolo":
RISPOSTA   Domanda difficile L'acqua dissolve una grande quantità di sostanze. Ciò è da una parte un fatto positivo, perché permette di smacchiare i vestiti e di preparare bevande come tè e caffè. In altri casi è un serio problema poiché rende l'acqua facilmente inquinabile, per esempio col dissolvimento dei metalli tossici prodotti dagli impianti industriali. In tal caso, non è facile recuperare le sostanze pericolose. Ricercatori dell'università dell'Alabama hanno progettato un liquido che può rompere il legame tra l'acqua e le molecole di alcuni inquinanti. Si tratta di un solvente altamente discriminante, che può agire in modo molto specifico nei confronti di particolari metalli. La tecnica potrebbe risultare molto utile per depurare l'acqua contaminata e potrebbe trovare un uso in alcuni processi chimici industriali. Il solvente «pignolo» appartiene a uno strano gruppo di sali, i liquidi ionici. Normalmente questo tipo di composizione si trova in solidi con un punto di fusione molto alto, come rocce e minerali, poiché l'attrazione elettrica tra cariche di segno opposto li lega fortemente. I ricercatori hanno investigato sulla possibilità di sostituire con ioni liquidi alcuni solventi infiammabili o tossici usati comunemente nei processi industriali. In questi ultimi sono frequentemente utilizzati solventi organici, che non si sciolgono in acqua. Al contrario, i liquidi ionici sono in grado di mischiarsi con l'acqua e tenere separati specifici materiali. Ciò non avviene automaticamente e per tutte le sostanze: molte di queste molecole resistono all'attrazione dei liquidi ionici preferendo stare nell'acqua. Gli scienziati hanno superato questo ostacolo progettando liquidi ionici che contengono particolari gruppi chimici che si legano ai metalli come minuscole pinze. In particolare, hanno prodotto solventi in cui sono presenti atomi di zolfo e gruppi di urea che si legano facilmente ai metalli pesanti, e molto tossici, come mercurio e cadmio. Alcune ipotesi fatte dai ricercatori dell'Alabama:
RISPOSTA   Domanda difficile L'acqua dissolve una grande quantità di sostanze. Ciò è da una parte un fatto positivo, perché permette di smacchiare i vestiti e di preparare bevande come tè e caffè. In altri casi è un serio problema poiché rende l'acqua facilmente inquinabile, per esempio col dissolvimento dei metalli tossici prodotti dagli impianti industriali. In tal caso, non è facile recuperare le sostanze pericolose. Ricercatori dell'università dell'Alabama hanno progettato un liquido che può rompere il legame tra l'acqua e le molecole di alcuni inquinanti. Si tratta di un solvente altamente discriminante, che può agire in modo molto specifico nei confronti di particolari metalli. La tecnica potrebbe risultare molto utile per depurare l'acqua contaminata e potrebbe trovare un uso in alcuni processi chimici industriali. Il solvente «pignolo» appartiene a uno strano gruppo di sali, i liquidi ionici. Normalmente questo tipo di composizione si trova in solidi con un punto di fusione molto alto, come rocce e minerali, poiché l'attrazione elettrica tra cariche di segno opposto li lega fortemente. I ricercatori hanno investigato sulla possibilità di sostituire con ioni liquidi alcuni solventi infiammabili o tossici usati comunemente nei processi industriali. In questi ultimi sono frequentemente utilizzati solventi organici, che non si sciolgono in acqua. Al contrario, i liquidi ionici sono in grado di mischiarsi con l'acqua e tenere separati specifici materiali. Ciò non avviene automaticamente e per tutte le sostanze: molte di queste molecole resistono all'attrazione dei liquidi ionici preferendo stare nell'acqua. Gli scienziati hanno superato questo ostacolo progettando liquidi ionici che contengono particolari gruppi chimici che si legano ai metalli come minuscole pinze. In particolare, hanno prodotto solventi in cui sono presenti atomi di zolfo e gruppi di urea che si legano facilmente ai metalli pesanti, e molto tossici, come mercurio e cadmio. Il liquido progettato da alcuni ricercatori dell'Alabama:
RISPOSTA   Domanda difficile L'acqua dissolve una grande quantità di sostanze. Ciò è da una parte un fatto positivo, perché permette di smacchiare i vestiti e di preparare bevande come tè e caffè. In altri casi è un serio problema poiché rende l'acqua facilmente inquinabile, per esempio col dissolvimento dei metalli tossici prodotti dagli impianti industriali. In tal caso, non è facile recuperare le sostanze pericolose. Ricercatori dell'università dell'Alabama hanno progettato un liquido che può rompere il legame tra l'acqua e le molecole di alcuni inquinanti. Si tratta di un solvente altamente discriminante, che può agire in modo molto specifico nei confronti di particolari metalli. La tecnica potrebbe risultare molto utile per depurare l'acqua contaminata e potrebbe trovare un uso in alcuni processi chimici industriali. Il solvente «pignolo» appartiene a uno strano gruppo di sali, i liquidi ionici. Normalmente questo tipo di composizione si trova in solidi con un punto di fusione molto alto, come rocce e minerali, poiché l'attrazione elettrica tra cariche di segno opposto li lega fortemente. I ricercatori hanno investigato sulla possibilità di sostituire con ioni liquidi alcuni solventi infiammabili o tossici usati comunemente nei processi industriali. In questi ultimi sono frequentemente utilizzati solventi organici, che non si sciolgono in acqua. Al contrario, i liquidi ionici sono in grado di mischiarsi con l'acqua e tenere separati specifici materiali. Ciò non avviene automaticamente e per tutte le sostanze: molte di queste molecole resistono all'attrazione dei liquidi ionici preferendo stare nell'acqua. Gli scienziati hanno superato questo ostacolo progettando liquidi ionici che contengono particolari gruppi chimici che si legano ai metalli come minuscole pinze. In particolare, hanno prodotto solventi in cui sono presenti atomi di zolfo e gruppi di urea che si legano facilmente ai metalli pesanti, e molto tossici, come mercurio e cadmio. Gli atomi di zolfo:
RISPOSTA   Domanda difficile L'acqua dissolve una grande quantità di sostanze. Ciò è da una parte un fatto positivo, perché permette di smacchiare i vestiti e di preparare bevande come tè e caffè. In altri casi è un serio problema poiché rende l'acqua facilmente inquinabile, per esempio col dissolvimento dei metalli tossici prodotti dagli impianti industriali. In tal caso, non è facile recuperare le sostanze pericolose. Ricercatori dell'università dell'Alabama hanno progettato un liquido che può rompere il legame tra l'acqua e le molecole di alcuni inquinanti. Si tratta di un solvente altamente discriminante, che può agire in modo molto specifico nei confronti di particolari metalli. La tecnica potrebbe risultare molto utile per depurare l'acqua contaminata e potrebbe trovare un uso in alcuni processi chimici industriali. Il solvente «pignolo» appartiene a uno strano gruppo di sali, i liquidi ionici. Normalmente questo tipo di composizione si trova in solidi con un punto di fusione molto alto, come rocce e minerali, poiché l'attrazione elettrica tra cariche di segno opposto li lega fortemente. I ricercatori hanno investigato sulla possibilità di sostituire con ioni liquidi alcuni solventi infiammabili o tossici usati comunemente nei processi industriali. In questi ultimi sono frequentemente utilizzati solventi organici, che non si sciolgono in acqua. Al contrario, i liquidi ionici sono in grado di mischiarsi con l'acqua e tenere separati specifici materiali. Ciò non avviene automaticamente e per tutte le sostanze: molte di queste molecole resistono all'attrazione dei liquidi ionici preferendo stare nell'acqua. Gli scienziati hanno superato questo ostacolo progettando liquidi ionici che contengono particolari gruppi chimici che si legano ai metalli come minuscole pinze. In particolare, hanno prodotto solventi in cui sono presenti atomi di zolfo e gruppi di urea che si legano facilmente ai metalli pesanti, e molto tossici, come mercurio e cadmio. Nei processi industriali:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà L'analisi di due meteoriti ritrovati in Antartide ha rivitalizzato un vecchio dibattito sull'origine delle condrule, le piccole sferette da cui si pensa ebbero origine tutti i corpi del sistema solare. L'analisi chimica delle condrule rivela normalmente una miscela di silicati e metalli che può essere prodotta solo ad alte temperature. Una teoria spiegava che le condrule si erano formate in una regione dove ora si trova la fascia degli asteroidi, quando la temperatura era ancora di circa 400 gradi e il materiale era riscaldato, ogni tanto, fino a circa 1500 gradi dalle onde d'urto associate alla formazione del sole. Queste condrule si aggregarono poi in oggetti più grandi, dando infine origine ai pianeti che osserviamo oggi. Nel 1996, però, è stata proposta una nuova teoria. Le immagini dello Hubble Space Telescope hanno mostrato che la maggior parte delle stelle hanno origine in enormi dischi di polvere e gas. Quando il disco si contrae, attira una enorme quantità di polveri verso il centro, dove le temperature sono molto alte. Il disco in rotazione dà, però, anche origine a potenti getti di materia, che scagliano il materiale nello spazio, lontano dalla stella. Secondo gli astronomi dell'Università della California, le condrule hanno quindi avuto origine molto vicino al sole, e sono poi state scagliate lontano, dove hanno dato origine ai pianeti. Uno studio pubblicato su «Science», ha trovato un sostegno a questa teoria nel dettagliato studio di due meteoriti. L'analisi chimica ha rivelato delle condrule particolarmente ricche di metalli, che si devono essere formate a temperature molto più alte del normale. Inoltre, le caratteristiche dei minerali trovati mostrano che essi si devono essere formati in pochi giorni per condensazione da un materiale molto caldo, prima di essere trasportati in una zona più fredda molto rapidamente. Secondo un astronomo dell'università della California:
RISPOSTA   Domanda difficile L'analisi di due meteoriti ritrovati in Antartide ha rivitalizzato un vecchio dibattito sull'origine delle condrule, le piccole sferette da cui si pensa ebbero origine tutti i corpi del sistema solare. L'analisi chimica delle condrule rivela normalmente una miscela di silicati e metalli che può essere prodotta solo ad alte temperature. Una teoria spiegava che le condrule si erano formate in una regione dove ora si trova la fascia degli asteroidi, quando la temperatura era ancora di circa 400 gradi e il materiale era riscaldato, ogni tanto, fino a circa 1500 gradi dalle onde d'urto associate alla formazione del sole. Queste condrule si aggregarono poi in oggetti più grandi, dando infine origine ai pianeti che osserviamo oggi. Nel 1996, però, è stata proposta una nuova teoria. Le immagini dello Hubble Space Telescope hanno mostrato che la maggior parte delle stelle hanno origine in enormi dischi di polvere e gas. Quando il disco si contrae, attira una enorme quantità di polveri verso il centro, dove le temperature sono molto alte. Il disco in rotazione dà, però, anche origine a potenti getti di materia, che scagliano il materiale nello spazio, lontano dalla stella. Secondo gli astronomi dell'Università della California, le condrule hanno quindi avuto origine molto vicino al sole, e sono poi state scagliate lontano, dove hanno dato origine ai pianeti. Uno studio pubblicato su «Science», ha trovato un sostegno a questa teoria nel dettagliato studio di due meteoriti. L'analisi chimica ha rivelato delle condrule particolarmente ricche di metalli, che si devono essere formate a temperature molto più alte del normale. Inoltre, le caratteristiche dei minerali trovati mostrano che essi si devono essere formati in pochi giorni per condensazione da un materiale molto caldo, prima di essere trasportati in una zona più fredda molto rapidamente. Una teoria del passato affermava:
RISPOSTA   Domanda difficile L'analisi di due meteoriti ritrovati in Antartide ha rivitalizzato un vecchio dibattito sull'origine delle condrule, le piccole sferette da cui si pensa ebbero origine tutti i corpi del sistema solare. L'analisi chimica delle condrule rivela normalmente una miscela di silicati e metalli che può essere prodotta solo ad alte temperature. Una teoria spiegava che le condrule si erano formate in una regione dove ora si trova la fascia degli asteroidi, quando la temperatura era ancora di circa 400 gradi e il materiale era riscaldato, ogni tanto, fino a circa 1500 gradi dalle onde d'urto associate alla formazione del sole. Queste condrule si aggregarono poi in oggetti più grandi, dando infine origine ai pianeti che osserviamo oggi. Nel 1996, però, è stata proposta una nuova teoria. Le immagini dello Hubble Space Telescope hanno mostrato che la maggior parte delle stelle hanno origine in enormi dischi di polvere e gas. Quando il disco si contrae, attira una enorme quantità di polveri verso il centro, dove le temperature sono molto alte. Il disco in rotazione dà, però, anche origine a potenti getti di materia, che scagliano il materiale nello spazio, lontano dalla stella. Secondo gli astronomi dell'Università della California, le condrule hanno quindi avuto origine molto vicino al sole, e sono poi state scagliate lontano, dove hanno dato origine ai pianeti. Uno studio pubblicato su «Science», ha trovato un sostegno a questa teoria nel dettagliato studio di due meteoriti. L'analisi chimica ha rivelato delle condrule particolarmente ricche di metalli, che si devono essere formate a temperature molto più alte del normale. Inoltre, le caratteristiche dei minerali trovati mostrano che essi si devono essere formati in pochi giorni per condensazione da un materiale molto caldo, prima di essere trasportati in una zona più fredda molto rapidamente. La funzione che viene attribuita alle condrule è la strutturazione dei pianeti grazie:
RISPOSTA   Domanda difficile L'analisi di due meteoriti ritrovati in Antartide ha rivitalizzato un vecchio dibattito sull'origine delle condrule, le piccole sferette da cui si pensa ebbero origine tutti i corpi del sistema solare. L'analisi chimica delle condrule rivela normalmente una miscela di silicati e metalli che può essere prodotta solo ad alte temperature. Una teoria spiegava che le condrule si erano formate in una regione dove ora si trova la fascia degli asteroidi, quando la temperatura era ancora di circa 400 gradi e il materiale era riscaldato, ogni tanto, fino a circa 1500 gradi dalle onde d'urto associate alla formazione del sole. Queste condrule si aggregarono poi in oggetti più grandi, dando infine origine ai pianeti che osserviamo oggi. Nel 1996, però, è stata proposta una nuova teoria. Le immagini dello Hubble Space Telescope hanno mostrato che la maggior parte delle stelle hanno origine in enormi dischi di polvere e gas. Quando il disco si contrae, attira una enorme quantità di polveri verso il centro, dove le temperature sono molto alte. Il disco in rotazione dà, però, anche origine a potenti getti di materia, che scagliano il materiale nello spazio, lontano dalla stella. Secondo gli astronomi dell'Università della California, le condrule hanno quindi avuto origine molto vicino al sole, e sono poi state scagliate lontano, dove hanno dato origine ai pianeti. Uno studio pubblicato su «Science», ha trovato un sostegno a questa teoria nel dettagliato studio di due meteoriti. L'analisi chimica ha rivelato delle condrule particolarmente ricche di metalli, che si devono essere formate a temperature molto più alte del normale. Inoltre, le caratteristiche dei minerali trovati mostrano che essi si devono essere formati in pochi giorni per condensazione da un materiale molto caldo, prima di essere trasportati in una zona più fredda molto rapidamente. Le ultime ipotesi circa la formazione delle condrule:
RISPOSTA    L'analisi di due meteoriti ritrovati in Antartide ha rivitalizzato un vecchio dibattito sull'origine delle condrule, le piccole sferette da cui si pensa ebbero origine tutti i corpi del sistema solare. L'analisi chimica delle condrule rivela normalmente una miscela di silicati e metalli che può essere prodotta solo ad alte temperature. Una teoria spiegava che le condrule si erano formate in una regione dove ora si trova la fascia degli asteroidi, quando la temperatura era ancora di circa 400 gradi e il materiale era riscaldato, ogni tanto, fino a circa 1500 gradi dalle onde d'urto associate alla formazione del sole. Queste condrule si aggregarono poi in oggetti più grandi, dando infine origine ai pianeti che osserviamo oggi. Nel 1996, però, è stata proposta una nuova teoria. Le immagini dello Hubble Space Telescope hanno mostrato che la maggior parte delle stelle hanno origine in enormi dischi di polvere e gas. Quando il disco si contrae, attira una enorme quantità di polveri verso il centro, dove le temperature sono molto alte. Il disco in rotazione dà, però, anche origine a potenti getti di materia, che scagliano il materiale nello spazio, lontano dalla stella. Secondo gli astronomi dell'Università della California, le condrule hanno quindi avuto origine molto vicino al sole, e sono poi state scagliate lontano, dove hanno dato origine ai pianeti. Uno studio pubblicato su «Science», ha trovato un sostegno a questa teoria nel dettagliato studio di due meteoriti. L'analisi chimica ha rivelato delle condrule particolarmente ricche di metalli, che si devono essere formate a temperature molto più alte del normale. Inoltre, le caratteristiche dei minerali trovati mostrano che essi si devono essere formati in pochi giorni per condensazione da un materiale molto caldo, prima di essere trasportati in una zona più fredda molto rapidamente. In un articolo pubblicato di recente:

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