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Tutte le domande del quiz : Ragionamento critico verbale

tratto da:
Comune di Napoli / RIPAM
Quiz - Concorso pubblico per il reclutamento di 11 maestre (categoria C, posizione economica C1, codice concorso DSI/NAE)



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA   Domanda difficile Osservando il cosmo si può avere l'impressione che le galassie siano in posizioni più o meno casuali, che non vi sia alcuno schema. In realtà, l'universo presenta strutture su grande scala, giganteschi ammassi di galassie, formatesi in uno dei primi momenti di esistenza dell'universo, quando cioè, si devono essere prodotte delle onde di densità. Le zone più dense collassarono poi sotto il loro stesso peso e la loro forza gravitazionale attirò altro materiale dai dintorni. È in questi giganteschi oggetti che ebbe luogo la formazione delle galassie e delle stelle che le popolano. Spiegare, però, l'origine delle onde di densità iniziali, e quindi della distribuzione anisotropa della materia dell'universo, è uno dei grandi problemi della cosmologia moderna. Molti astronomi, poi, pensano che gli ammassi di galassie siano strutture altamente instabili, capaci di variare repentinamente, almeno su scale di tempo astronomiche. Un articolo pubblicato da ricercatori dell'università di Oxford presenta, però, un quadro della situazione molto differente. Misurando la posizione degli ammassi di galassie ai giorni nostri e via via nel passato, quando l'universo era circa 5 miliardi di anni più giovane di adesso, gli studiosi hanno scoperto che gli ammassi di galassie non sono cambiati poi molto. In pratica, passato il primo periodo in cui le galassie sono state sede di una intensissima fase di formazione stellare, perché era disponibile abbondante materiale, esse si sono adagiate in una vita tranquilla. La cosmologia moderna:
RISPOSTA   Domanda difficile Osservando il cosmo si può avere l'impressione che le galassie siano in posizioni più o meno casuali, che non vi sia alcuno schema. In realtà, l'universo presenta strutture su grande scala, giganteschi ammassi di galassie, formatesi in uno dei primi momenti di esistenza dell'universo, quando cioè, si devono essere prodotte delle onde di densità. Le zone più dense collassarono poi sotto il loro stesso peso e la loro forza gravitazionale attirò altro materiale dai dintorni. È in questi giganteschi oggetti che ebbe luogo la formazione delle galassie e delle stelle che le popolano. Spiegare, però, l'origine delle onde di densità iniziali, e quindi della distribuzione anisotropa della materia dell'universo, è uno dei grandi problemi della cosmologia moderna. Molti astronomi, poi, pensano che gli ammassi di galassie siano strutture altamente instabili, capaci di variare repentinamente, almeno su scale di tempo astronomiche. Un articolo pubblicato da ricercatori dell'università di Oxford presenta, però, un quadro della situazione molto differente. Misurando la posizione degli ammassi di galassie ai giorni nostri e via via nel passato, quando l'universo era circa 5 miliardi di anni più giovane di adesso, gli studiosi hanno scoperto che gli ammassi di galassie non sono cambiati poi molto. In pratica, passato il primo periodo in cui le galassie sono state sede di una intensissima fase di formazione stellare, perché era disponibile abbondante materiale, esse si sono adagiate in una vita tranquilla. Secondo alcuni ricercatori di Oxford:
RISPOSTA   Domanda difficile Osservando il cosmo si può avere l'impressione che le galassie siano in posizioni più o meno casuali, che non vi sia alcuno schema. In realtà, l'universo presenta strutture su grande scala, giganteschi ammassi di galassie, formatesi in uno dei primi momenti di esistenza dell'universo, quando cioè, si devono essere prodotte delle onde di densità. Le zone più dense collassarono poi sotto il loro stesso peso e la loro forza gravitazionale attirò altro materiale dai dintorni. È in questi giganteschi oggetti che ebbe luogo la formazione delle galassie e delle stelle che le popolano. Spiegare, però, l'origine delle onde di densità iniziali, e quindi della distribuzione anisotropa della materia dell'universo, è uno dei grandi problemi della cosmologia moderna. Molti astronomi, poi, pensano che gli ammassi di galassie siano strutture altamente instabili, capaci di variare repentinamente, almeno su scale di tempo astronomiche. Un articolo pubblicato da ricercatori dell'università di Oxford presenta, però, un quadro della situazione molto differente. Misurando la posizione degli ammassi di galassie ai giorni nostri e via via nel passato, quando l'universo era circa 5 miliardi di anni più giovane di adesso, gli studiosi hanno scoperto che gli ammassi di galassie non sono cambiati poi molto. In pratica, passato il primo periodo in cui le galassie sono state sede di una intensissima fase di formazione stellare, perché era disponibile abbondante materiale, esse si sono adagiate in una vita tranquilla. E' abbastanza diffusa tra gli astronomi:
RISPOSTA    Osservando il cosmo si può avere l'impressione che le galassie siano in posizioni più o meno casuali, che non vi sia alcuno schema. In realtà, l'universo presenta strutture su grande scala, giganteschi ammassi di galassie, formatesi in uno dei primi momenti di esistenza dell'universo, quando cioè, si devono essere prodotte delle onde di densità. Le zone più dense collassarono poi sotto il loro stesso peso e la loro forza gravitazionale attirò altro materiale dai dintorni. È in questi giganteschi oggetti che ebbe luogo la formazione delle galassie e delle stelle che le popolano. Spiegare, però, l'origine delle onde di densità iniziali, e quindi della distribuzione anisotropa della materia dell'universo, è uno dei grandi problemi della cosmologia moderna. Molti astronomi, poi, pensano che gli ammassi di galassie siano strutture altamente instabili, capaci di variare repentinamente, almeno su scale di tempo astronomiche. Un articolo pubblicato da ricercatori dell'università di Oxford presenta, però, un quadro della situazione molto differente. Misurando la posizione degli ammassi di galassie ai giorni nostri e via via nel passato, quando l'universo era circa 5 miliardi di anni più giovane di adesso, gli studiosi hanno scoperto che gli ammassi di galassie non sono cambiati poi molto. In pratica, passato il primo periodo in cui le galassie sono state sede di una intensissima fase di formazione stellare, perché era disponibile abbondante materiale, esse si sono adagiate in una vita tranquilla. La formazione delle galassie:
RISPOSTA   Domanda difficile Osservando il cosmo si può avere l'impressione che le galassie siano in posizioni più o meno casuali, che non vi sia alcuno schema. In realtà, l'universo presenta strutture su grande scala, giganteschi ammassi di galassie, formatesi in uno dei primi momenti di esistenza dell'universo, quando cioè, si devono essere prodotte delle onde di densità. Le zone più dense collassarono poi sotto il loro stesso peso e la loro forza gravitazionale attirò altro materiale dai dintorni. È in questi giganteschi oggetti che ebbe luogo la formazione delle galassie e delle stelle che le popolano. Spiegare, però, l'origine delle onde di densità iniziali, e quindi della distribuzione anisotropa della materia dell'universo, è uno dei grandi problemi della cosmologia moderna. Molti astronomi, poi, pensano che gli ammassi di galassie siano strutture altamente instabili, capaci di variare repentinamente, almeno su scale di tempo astronomiche. Un articolo pubblicato da ricercatori dell'università di Oxford presenta, però, un quadro della situazione molto differente. Misurando la posizione degli ammassi di galassie ai giorni nostri e via via nel passato, quando l'universo era circa 5 miliardi di anni più giovane di adesso, gli studiosi hanno scoperto che gli ammassi di galassie non sono cambiati poi molto. In pratica, passato il primo periodo in cui le galassie sono state sede di una intensissima fase di formazione stellare, perché era disponibile abbondante materiale, esse si sono adagiate in una vita tranquilla. Recentemente è stato pubblicato un articolo da alcuni ricercatori di Oxford:
RISPOSTA   Domanda difficile Parlare di volontariato oggi significa parlare di un fenomeno sempre più diffuso e sempre più di tipo associativo. La metà delle associazioni è piuttosto giovane, svolge il proprio intervento a livello di quartiere, ha tra i propri iscritti in prevalenza donne e in generale il grado di istruzione medio del volontariato è elevato rispetto alla media della popolazione. Il maggiore settore d'intervento dell'azione volontaria è quello socio-assistenziale, seguito da quello delle attività educative, sanitario, di tutela e promozione dei diritti. I destinatari maggiori del volontariato sono gli anziani, le famiglie in difficoltà, gli immigrati e i senza fissa dimora. L'impegno delle organizzazioni metropolitane si concentra con particolare attenzione sui problemi dell'emarginazione, assai diffusi e drammatici in queste aree. Sul piano nazionale emerge che il volontariato si sviluppa soprattutto nelle province caratterizzate da una generica condizione di benessere o in quelle che già dispongono di una rete efficiente di servizi. Per quanto riguarda le nuove forme di volontariato, merita di essere segnalata l'esperienza delle banche del tempo. Queste banche non sono un posto dove si deposita o si prende denaro bensì un luogo dove si offre e si riceve tempo (ad esempio un'ora di baby sitter viene scambiata con una lezione di informatica ecc.). I correntisti della banca del tempo non cercano solo la soddisfazione di alcuni bisogni concreti, ma più spesso occasioni di relazioni e socialità. Le associazioni di volontariato rivolgono i loro servizi in particolare:
RISPOSTA   Domanda difficile Parlare di volontariato oggi significa parlare di un fenomeno sempre più diffuso e sempre più di tipo associativo. La metà delle associazioni è piuttosto giovane, svolge il proprio intervento a livello di quartiere, ha tra i propri iscritti in prevalenza donne e in generale il grado di istruzione medio del volontariato è elevato rispetto alla media della popolazione. Il maggiore settore d'intervento dell'azione volontaria è quello socio-assistenziale, seguito da quello delle attività educative, sanitario, di tutela e promozione dei diritti. I destinatari maggiori del volontariato sono gli anziani, le famiglie in difficoltà, gli immigrati e i senza fissa dimora. L'impegno delle organizzazioni metropolitane si concentra con particolare attenzione sui problemi dell'emarginazione, assai diffusi e drammatici in queste aree. Sul piano nazionale emerge che il volontariato si sviluppa soprattutto nelle province caratterizzate da una generica condizione di benessere o in quelle che già dispongono di una rete efficiente di servizi. Per quanto riguarda le nuove forme di volontariato, merita di essere segnalata l'esperienza delle banche del tempo. Queste banche non sono un posto dove si deposita o si prende denaro bensì un luogo dove si offre e si riceve tempo (ad esempio un'ora di baby sitter viene scambiata con una lezione di informatica ecc.). I correntisti della banca del tempo non cercano solo la soddisfazione di alcuni bisogni concreti, ma più spesso occasioni di relazioni e socialità. L'attività di volontariato, a livello nazionale, si è sviluppata principalmente:
RISPOSTA   Domanda difficile Parlare di volontariato oggi significa parlare di un fenomeno sempre più diffuso e sempre più di tipo associativo. La metà delle associazioni è piuttosto giovane, svolge il proprio intervento a livello di quartiere, ha tra i propri iscritti in prevalenza donne e in generale il grado di istruzione medio del volontariato è elevato rispetto alla media della popolazione. Il maggiore settore d'intervento dell'azione volontaria è quello socio-assistenziale, seguito da quello delle attività educative, sanitario, di tutela e promozione dei diritti. I destinatari maggiori del volontariato sono gli anziani, le famiglie in difficoltà, gli immigrati e i senza fissa dimora. L'impegno delle organizzazioni metropolitane si concentra con particolare attenzione sui problemi dell'emarginazione, assai diffusi e drammatici in queste aree. Sul piano nazionale emerge che il volontariato si sviluppa soprattutto nelle province caratterizzate da una generica condizione di benessere o in quelle che già dispongono di una rete efficiente di servizi. Per quanto riguarda le nuove forme di volontariato, merita di essere segnalata l'esperienza delle banche del tempo. Queste banche non sono un posto dove si deposita o si prende denaro bensì un luogo dove si offre e si riceve tempo (ad esempio un'ora di baby sitter viene scambiata con una lezione di informatica ecc.). I correntisti della banca del tempo non cercano solo la soddisfazione di alcuni bisogni concreti, ma più spesso occasioni di relazioni e socialità. Qual è il settore principale d'intervento dei volontari?
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Parlare di volontariato oggi significa parlare di un fenomeno sempre più diffuso e sempre più di tipo associativo. La metà delle associazioni è piuttosto giovane, svolge il proprio intervento a livello di quartiere, ha tra i propri iscritti in prevalenza donne e in generale il grado di istruzione medio del volontariato è elevato rispetto alla media della popolazione. Il maggiore settore d'intervento dell'azione volontaria è quello socio-assistenziale, seguito da quello delle attività educative, sanitario, di tutela e promozione dei diritti. I destinatari maggiori del volontariato sono gli anziani, le famiglie in difficoltà, gli immigrati e i senza fissa dimora. L'impegno delle organizzazioni metropolitane si concentra con particolare attenzione sui problemi dell'emarginazione, assai diffusi e drammatici in queste aree. Sul piano nazionale emerge che il volontariato si sviluppa soprattutto nelle province caratterizzate da una generica condizione di benessere o in quelle che già dispongono di una rete efficiente di servizi. Per quanto riguarda le nuove forme di volontariato, merita di essere segnalata l'esperienza delle banche del tempo. Queste banche non sono un posto dove si deposita o si prende denaro bensì un luogo dove si offre e si riceve tempo (ad esempio un'ora di baby sitter viene scambiata con una lezione di informatica ecc.). I correntisti della banca del tempo non cercano solo la soddisfazione di alcuni bisogni concreti, ma più spesso occasioni di relazioni e socialità. Il volontariato è una realtà:
RISPOSTA   Domanda difficile Parlare di volontariato oggi significa parlare di un fenomeno sempre più diffuso e sempre più di tipo associativo. La metà delle associazioni è piuttosto giovane, svolge il proprio intervento a livello di quartiere, ha tra i propri iscritti in prevalenza donne e in generale il grado di istruzione medio del volontariato è elevato rispetto alla media della popolazione. Il maggiore settore d'intervento dell'azione volontaria è quello socio-assistenziale, seguito da quello delle attività educative, sanitario, di tutela e promozione dei diritti. I destinatari maggiori del volontariato sono gli anziani, le famiglie in difficoltà, gli immigrati e i senza fissa dimora. L'impegno delle organizzazioni metropolitane si concentra con particolare attenzione sui problemi dell'emarginazione, assai diffusi e drammatici in queste aree. Sul piano nazionale emerge che il volontariato si sviluppa soprattutto nelle province caratterizzate da una generica condizione di benessere o in quelle che già dispongono di una rete efficiente di servizi. Per quanto riguarda le nuove forme di volontariato, merita di essere segnalata l'esperienza delle banche del tempo. Queste banche non sono un posto dove si deposita o si prende denaro bensì un luogo dove si offre e si riceve tempo (ad esempio un'ora di baby sitter viene scambiata con una lezione di informatica ecc.). I correntisti della banca del tempo non cercano solo la soddisfazione di alcuni bisogni concreti, ma più spesso occasioni di relazioni e socialità. La metà delle associazioni che si occupano di volontariato opera:
RISPOSTA   Domanda difficile Per anni i malcapitati che hanno avuto la sfortuna di trovarsi nei pressi di una tromba d'aria hanno raccontato di aver sentito tremare il suolo. Ora, sulla rivista «Seismological Research Letters», un gruppo di ricercatori dichiara di essere in grado di seguire il percorso delle trombe d'aria, escluse quelle molto deboli, utilizzando normali sismografi per i terremoti. Finora le trombe d'aria venivano seguite con i radar, che sono in grado di individuare le nuvole a forma di imbuto. Di queste, però, in media solo una su cinque si abbassa fino al suolo per diventare una vera e propria tromba d'aria. Quando questo avviene, l'energia trasmessa al suolo è sufficiente a produrre vibrazioni che possono essere misurate facilmente. I ricercatori hanno utilizzato un modello fisico per prevedere il trasferimento di energia al suolo da parte delle trombe d'aria. Il risultato è che queste possono produrre vibrazioni con frequenze comprese fra 2 e 269 Hertz, con quelle più basse associate alle trombe d'aria più potenti. Forti di questo risultato, gli scienziati hanno poi analizzato i dati raccolti in cinque stati americani fra il 1971 e il 1999 da sismografi che si trovavano in prossimità di trombe d'aria, e le vibrazioni registrate si sono trovate in ottimo accordo con il modello. Questo, ovviamente, significa che i sismologi hanno osservato per anni questi segnali, semplicemente senza capire quale ne fosse la fonte. I ricercatori stanno ora sviluppando programmi in grado di distinguere automaticamente le vibrazioni prodotte dalle trombe d'aria, in modo da poter lanciare l'allarme alle zone interessate il più tempestivamente possibile. Il problema è che, anche se i risultati sono promettenti, i sismografi ora disponibili non riescono a individuare trombe d'aria più lontane di una ventina di chilometri. Non sembra però impossibile costruire una rete di sismografi sufficientemente fitta da coprire almeno le zone più a rischio. Una delle nuove tecniche per lo studio delle trombe d'aria:
RISPOSTA   Domanda difficile Per anni i malcapitati che hanno avuto la sfortuna di trovarsi nei pressi di una tromba d'aria hanno raccontato di aver sentito tremare il suolo. Ora, sulla rivista «Seismological Research Letters», un gruppo di ricercatori dichiara di essere in grado di seguire il percorso delle trombe d'aria, escluse quelle molto deboli, utilizzando normali sismografi per i terremoti. Finora le trombe d'aria venivano seguite con i radar, che sono in grado di individuare le nuvole a forma di imbuto. Di queste, però, in media solo una su cinque si abbassa fino al suolo per diventare una vera e propria tromba d'aria. Quando questo avviene, l'energia trasmessa al suolo è sufficiente a produrre vibrazioni che possono essere misurate facilmente. I ricercatori hanno utilizzato un modello fisico per prevedere il trasferimento di energia al suolo da parte delle trombe d'aria. Il risultato è che queste possono produrre vibrazioni con frequenze comprese fra 2 e 269 Hertz, con quelle più basse associate alle trombe d'aria più potenti. Forti di questo risultato, gli scienziati hanno poi analizzato i dati raccolti in cinque stati americani fra il 1971 e il 1999 da sismografi che si trovavano in prossimità di trombe d'aria, e le vibrazioni registrate si sono trovate in ottimo accordo con il modello. Questo, ovviamente, significa che i sismologi hanno osservato per anni questi segnali, semplicemente senza capire quale ne fosse la fonte. I ricercatori stanno ora sviluppando programmi in grado di distinguere automaticamente le vibrazioni prodotte dalle trombe d'aria, in modo da poter lanciare l'allarme alle zone interessate il più tempestivamente possibile. Il problema è che, anche se i risultati sono promettenti, i sismografi ora disponibili non riescono a individuare trombe d'aria più lontane di una ventina di chilometri. Non sembra però impossibile costruire una rete di sismografi sufficientemente fitta da coprire almeno le zone più a rischio. Le trombe d'aria che arrivano al suolo:
RISPOSTA   Domanda difficile Per anni i malcapitati che hanno avuto la sfortuna di trovarsi nei pressi di una tromba d'aria hanno raccontato di aver sentito tremare il suolo. Ora, sulla rivista «Seismological Research Letters», un gruppo di ricercatori dichiara di essere in grado di seguire il percorso delle trombe d'aria, escluse quelle molto deboli, utilizzando normali sismografi per i terremoti. Finora le trombe d'aria venivano seguite con i radar, che sono in grado di individuare le nuvole a forma di imbuto. Di queste, però, in media solo una su cinque si abbassa fino al suolo per diventare una vera e propria tromba d'aria. Quando questo avviene, l'energia trasmessa al suolo è sufficiente a produrre vibrazioni che possono essere misurate facilmente. I ricercatori hanno utilizzato un modello fisico per prevedere il trasferimento di energia al suolo da parte delle trombe d'aria. Il risultato è che queste possono produrre vibrazioni con frequenze comprese fra 2 e 269 Hertz, con quelle più basse associate alle trombe d'aria più potenti. Forti di questo risultato, gli scienziati hanno poi analizzato i dati raccolti in cinque stati americani fra il 1971 e il 1999 da sismografi che si trovavano in prossimità di trombe d'aria, e le vibrazioni registrate si sono trovate in ottimo accordo con il modello. Questo, ovviamente, significa che i sismologi hanno osservato per anni questi segnali, semplicemente senza capire quale ne fosse la fonte. I ricercatori stanno ora sviluppando programmi in grado di distinguere automaticamente le vibrazioni prodotte dalle trombe d'aria, in modo da poter lanciare l'allarme alle zone interessate il più tempestivamente possibile. Il problema è che, anche se i risultati sono promettenti, i sismografi ora disponibili non riescono a individuare trombe d'aria più lontane di una ventina di chilometri. Non sembra però impossibile costruire una rete di sismografi sufficientemente fitta da coprire almeno le zone più a rischio. I sismologi:
RISPOSTA   Domanda difficile Per anni i malcapitati che hanno avuto la sfortuna di trovarsi nei pressi di una tromba d'aria hanno raccontato di aver sentito tremare il suolo. Ora, sulla rivista «Seismological Research Letters», un gruppo di ricercatori dichiara di essere in grado di seguire il percorso delle trombe d'aria, escluse quelle molto deboli, utilizzando normali sismografi per i terremoti. Finora le trombe d'aria venivano seguite con i radar, che sono in grado di individuare le nuvole a forma di imbuto. Di queste, però, in media solo una su cinque si abbassa fino al suolo per diventare una vera e propria tromba d'aria. Quando questo avviene, l'energia trasmessa al suolo è sufficiente a produrre vibrazioni che possono essere misurate facilmente. I ricercatori hanno utilizzato un modello fisico per prevedere il trasferimento di energia al suolo da parte delle trombe d'aria. Il risultato è che queste possono produrre vibrazioni con frequenze comprese fra 2 e 269 Hertz, con quelle più basse associate alle trombe d'aria più potenti. Forti di questo risultato, gli scienziati hanno poi analizzato i dati raccolti in cinque stati americani fra il 1971 e il 1999 da sismografi che si trovavano in prossimità di trombe d'aria, e le vibrazioni registrate si sono trovate in ottimo accordo con il modello. Questo, ovviamente, significa che i sismologi hanno osservato per anni questi segnali, semplicemente senza capire quale ne fosse la fonte. I ricercatori stanno ora sviluppando programmi in grado di distinguere automaticamente le vibrazioni prodotte dalle trombe d'aria, in modo da poter lanciare l'allarme alle zone interessate il più tempestivamente possibile. Il problema è che, anche se i risultati sono promettenti, i sismografi ora disponibili non riescono a individuare trombe d'aria più lontane di una ventina di chilometri. Non sembra però impossibile costruire una rete di sismografi sufficientemente fitta da coprire almeno le zone più a rischio. Gli scienziati hanno ottenuto dati confortanti:
RISPOSTA   Domanda difficile Per anni i malcapitati che hanno avuto la sfortuna di trovarsi nei pressi di una tromba d'aria hanno raccontato di aver sentito tremare il suolo. Ora, sulla rivista «Seismological Research Letters», un gruppo di ricercatori dichiara di essere in grado di seguire il percorso delle trombe d'aria, escluse quelle molto deboli, utilizzando normali sismografi per i terremoti. Finora le trombe d'aria venivano seguite con i radar, che sono in grado di individuare le nuvole a forma di imbuto. Di queste, però, in media solo una su cinque si abbassa fino al suolo per diventare una vera e propria tromba d'aria. Quando questo avviene, l'energia trasmessa al suolo è sufficiente a produrre vibrazioni che possono essere misurate facilmente. I ricercatori hanno utilizzato un modello fisico per prevedere il trasferimento di energia al suolo da parte delle trombe d'aria. Il risultato è che queste possono produrre vibrazioni con frequenze comprese fra 2 e 269 Hertz, con quelle più basse associate alle trombe d'aria più potenti. Forti di questo risultato, gli scienziati hanno poi analizzato i dati raccolti in cinque stati americani fra il 1971 e il 1999 da sismografi che si trovavano in prossimità di trombe d'aria, e le vibrazioni registrate si sono trovate in ottimo accordo con il modello. Questo, ovviamente, significa che i sismologi hanno osservato per anni questi segnali, semplicemente senza capire quale ne fosse la fonte. I ricercatori stanno ora sviluppando programmi in grado di distinguere automaticamente le vibrazioni prodotte dalle trombe d'aria, in modo da poter lanciare l'allarme alle zone interessate il più tempestivamente possibile. Il problema è che, anche se i risultati sono promettenti, i sismografi ora disponibili non riescono a individuare trombe d'aria più lontane di una ventina di chilometri. Non sembra però impossibile costruire una rete di sismografi sufficientemente fitta da coprire almeno le zone più a rischio. Per poter lanciare l'allarme in tutte le zone a rischio:
RISPOSTA   Domanda difficile Poiché il genoma delle piante è molto simile a quello degli animali e, in definitiva, a quello degli esseri umani, esse possono essere utilizzate per studiare le funzioni e le disfunzioni di alcuni geni. Un gruppo di ricercatori della Texas University, che studiano la Arabidopsis thaliana, un'erba imparentata con la senape di cui è conosciuta l'intera sequenza del genoma, sta imparando numerose cose su come invecchiano le piante. In particolare, gli scienziati hanno preso in considerazione i telomeri, che sono letteralmente la punta dei cromosomi. Nelle cellule, a ogni divisione, i cromosomi perdono un po' dei loro telomeri, fino a quando, come una stringa a cui manca la plastica che la sigilla, iniziano a sfilacciarsi, impedendo successive divisioni cellulari. I telomeri hanno quindi un ruolo importante nell'invecchiamento. Per studiare la funzione dei telomeri, gli scienziati hanno modificato geneticamente la pianta in modo che fosse completamente priva di un enzima di nome telomerase che è responsabile appunto del mantenimento di queste strutture. Si è visto così che le piante possono tollerare modifiche genetiche ben superiori a quelle degli animali e, nonostante la mancanza dell'enzima, riescono a sopravvivere comunque molto a lungo. Una spiegazione, sostengono gli autori nel loro articolo pubblicato su «Science», potrebbe risiedere nel fatto che le piante sono molto più flessibili degli animali e devono creare continuamente i loro organi nel corso della loro vita. Ovviamente, la speranza dei ricercatori è quella di migliorare la comprensione dell'invecchiamento umano studiando la funzione dei telomeri nelle piante. Nelle loro ricerche, gli scienziati hanno preso in esame:
RISPOSTA   Domanda difficile Poiché il genoma delle piante è molto simile a quello degli animali e, in definitiva, a quello degli esseri umani, esse possono essere utilizzate per studiare le funzioni e le disfunzioni di alcuni geni. Un gruppo di ricercatori della Texas University, che studiano la Arabidopsis thaliana, un'erba imparentata con la senape di cui è conosciuta l'intera sequenza del genoma, sta imparando numerose cose su come invecchiano le piante. In particolare, gli scienziati hanno preso in considerazione i telomeri, che sono letteralmente la punta dei cromosomi. Nelle cellule, a ogni divisione, i cromosomi perdono un po' dei loro telomeri, fino a quando, come una stringa a cui manca la plastica che la sigilla, iniziano a sfilacciarsi, impedendo successive divisioni cellulari. I telomeri hanno quindi un ruolo importante nell'invecchiamento. Per studiare la funzione dei telomeri, gli scienziati hanno modificato geneticamente la pianta in modo che fosse completamente priva di un enzima di nome telomerase che è responsabile appunto del mantenimento di queste strutture. Si è visto così che le piante possono tollerare modifiche genetiche ben superiori a quelle degli animali e, nonostante la mancanza dell'enzima, riescono a sopravvivere comunque molto a lungo. Una spiegazione, sostengono gli autori nel loro articolo pubblicato su «Science», potrebbe risiedere nel fatto che le piante sono molto più flessibili degli animali e devono creare continuamente i loro organi nel corso della loro vita. Ovviamente, la speranza dei ricercatori è quella di migliorare la comprensione dell'invecchiamento umano studiando la funzione dei telomeri nelle piante. Il motivo per cui le piante possono essere impiegate per studiare le funzioni di alcuni geni umani:
RISPOSTA   Domanda difficile Poiché il genoma delle piante è molto simile a quello degli animali e, in definitiva, a quello degli esseri umani, esse possono essere utilizzate per studiare le funzioni e le disfunzioni di alcuni geni. Un gruppo di ricercatori della Texas University, che studiano la Arabidopsis thaliana, un'erba imparentata con la senape di cui è conosciuta l'intera sequenza del genoma, sta imparando numerose cose su come invecchiano le piante. In particolare, gli scienziati hanno preso in considerazione i telomeri, che sono letteralmente la punta dei cromosomi. Nelle cellule, a ogni divisione, i cromosomi perdono un po' dei loro telomeri, fino a quando, come una stringa a cui manca la plastica che la sigilla, iniziano a sfilacciarsi, impedendo successive divisioni cellulari. I telomeri hanno quindi un ruolo importante nell'invecchiamento. Per studiare la funzione dei telomeri, gli scienziati hanno modificato geneticamente la pianta in modo che fosse completamente priva di un enzima di nome telomerase che è responsabile appunto del mantenimento di queste strutture. Si è visto così che le piante possono tollerare modifiche genetiche ben superiori a quelle degli animali e, nonostante la mancanza dell'enzima, riescono a sopravvivere comunque molto a lungo. Una spiegazione, sostengono gli autori nel loro articolo pubblicato su «Science», potrebbe risiedere nel fatto che le piante sono molto più flessibili degli animali e devono creare continuamente i loro organi nel corso della loro vita. Ovviamente, la speranza dei ricercatori è quella di migliorare la comprensione dell'invecchiamento umano studiando la funzione dei telomeri nelle piante. Uno degli obiettivi dei ricercatori:
RISPOSTA   Domanda difficile Poiché il genoma delle piante è molto simile a quello degli animali e, in definitiva, a quello degli esseri umani, esse possono essere utilizzate per studiare le funzioni e le disfunzioni di alcuni geni. Un gruppo di ricercatori della Texas University, che studiano la Arabidopsis thaliana, un'erba imparentata con la senape di cui è conosciuta l'intera sequenza del genoma, sta imparando numerose cose su come invecchiano le piante. In particolare, gli scienziati hanno preso in considerazione i telomeri, che sono letteralmente la punta dei cromosomi. Nelle cellule, a ogni divisione, i cromosomi perdono un po' dei loro telomeri, fino a quando, come una stringa a cui manca la plastica che la sigilla, iniziano a sfilacciarsi, impedendo successive divisioni cellulari. I telomeri hanno quindi un ruolo importante nell'invecchiamento. Per studiare la funzione dei telomeri, gli scienziati hanno modificato geneticamente la pianta in modo che fosse completamente priva di un enzima di nome telomerase che è responsabile appunto del mantenimento di queste strutture. Si è visto così che le piante possono tollerare modifiche genetiche ben superiori a quelle degli animali e, nonostante la mancanza dell'enzima, riescono a sopravvivere comunque molto a lungo. Una spiegazione, sostengono gli autori nel loro articolo pubblicato su «Science», potrebbe risiedere nel fatto che le piante sono molto più flessibili degli animali e devono creare continuamente i loro organi nel corso della loro vita. Ovviamente, la speranza dei ricercatori è quella di migliorare la comprensione dell'invecchiamento umano studiando la funzione dei telomeri nelle piante. Alcune ricerche genetiche:
RISPOSTA   Domanda difficile Poiché il genoma delle piante è molto simile a quello degli animali e, in definitiva, a quello degli esseri umani, esse possono essere utilizzate per studiare le funzioni e le disfunzioni di alcuni geni. Un gruppo di ricercatori della Texas University, che studiano la Arabidopsis thaliana, un'erba imparentata con la senape di cui è conosciuta l'intera sequenza del genoma, sta imparando numerose cose su come invecchiano le piante. In particolare, gli scienziati hanno preso in considerazione i telomeri, che sono letteralmente la punta dei cromosomi. Nelle cellule, a ogni divisione, i cromosomi perdono un po' dei loro telomeri, fino a quando, come una stringa a cui manca la plastica che la sigilla, iniziano a sfilacciarsi, impedendo successive divisioni cellulari. I telomeri hanno quindi un ruolo importante nell'invecchiamento. Per studiare la funzione dei telomeri, gli scienziati hanno modificato geneticamente la pianta in modo che fosse completamente priva di un enzima di nome telomerase che è responsabile appunto del mantenimento di queste strutture. Si è visto così che le piante possono tollerare modifiche genetiche ben superiori a quelle degli animali e, nonostante la mancanza dell'enzima, riescono a sopravvivere comunque molto a lungo. Una spiegazione, sostengono gli autori nel loro articolo pubblicato su «Science», potrebbe risiedere nel fatto che le piante sono molto più flessibili degli animali e devono creare continuamente i loro organi nel corso della loro vita. Ovviamente, la speranza dei ricercatori è quella di migliorare la comprensione dell'invecchiamento umano studiando la funzione dei telomeri nelle piante. Le punte dei cromosomi, dette telomeri:

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