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Tutte le domande del quiz : Brani

tratto da:
Guardia di Finanza
Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. L'1 gennaio 2016 il governo cinese ha diffuso i dati ufficiali relativi agli incassi cinematografici locali del 2015. L'industria del cinema cinese è andata benissimo: gli incassi totali sono stati di 44 miliardi di yuan, poco più di 6 miliardi di euro: il 48,7 per cento in più rispetto agli incassi totali del 2014. Lo Hollywood Reporter, tra le più importanti riviste di cinema, ha stimato che seguendo questo trend nel 2017 la Cina diventerà il più grande mercato cinematografico al mondo. Al momento questo record è detenuto dal mercato nordamericano � che mette insieme Stati Uniti e Canada � che si sta a sua volta espandendo, ma in misura minore di quello cinese. Da anni si riteneva che il settore del cinema in Cina avesse enormi potenzialità: secondo molti la situazione è svoltata sia a causa della maggiore "qualità" dei film cinesi, sia per alcune decisioni del governo cinese.Secondo i dati diffusi dalla SAPPRFT � l'autorità statale cinese che amministra e regola la radio, il cinema e la televisione � nel 2015 in Cina sono stati inaugurati 22 nuovi schermi cinematografici al giorno e gli spettatori totali sono stati 1,28 miliardi (il 51% in più rispetto al 2014).Il dato più rilevante sugli incassi cinematografici cinesi è però quello che riguarda i film cinesi e quelli stranieri (soprattutto statunitensi): il 61% degli incassi cinematografici in Cina è arrivato da film cinesi; i film statunitensi hanno invece contribuito al 38% degli incassi (nel 2014 la percentuale era stata del 45,5%).Lo Hollywood Reporter spiega che gli ottimi dati sul cinema cinese nel 2015 sono dovuti a due principali motivi. Il primo è una oggettiva crescita qualitativa e organizzativa dell'industria cinematografica cinese, che è riuscita a far crescere anche i guadagni � per ora comunque piuttosto ridotti � derivati dalla "esportazione" dei film cinesi. Il secondo fattore ha invece a che fare con il controllo statale cinese: il governo cinese può infatti decidere quali film stranieri proiettare in Cina [1], quanto censurarli, quando farli uscire e per quanto lasciarli nei cinema. Lo Hollywood Reporter scrive per esempio che il governo cinese fa in modo di far uscire grossi film statunitensi nello stesso periodo, così che si dividano tra di loro il pubblico, diminuendo i rispettivi incassi. Quando c'è nei cinema un importante film cinese i film stranieri "consentiti" sono invece pochi, e comunque poco concorrenziali. (da: "In Cina i cinema vanno benissimo", Ilpost.it) Nella frase "Il governo cinese può infatti decidere quali film stranieri proiettare in Cina", "quali film stranieri proiettare in Cina" è un proposizione subordinata:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'1 gennaio 2016 il governo cinese ha diffuso i dati ufficiali relativi agli incassi cinematografici locali del 2015. L'industria del cinema cinese è andata benissimo: gli incassi totali sono stati di 44 miliardi di yuan, poco più di 6 miliardi di euro: il 48,7 per cento in più rispetto agli incassi totali del 2014. Lo Hollywood Reporter, tra le più importanti riviste di cinema, ha stimato che seguendo questo trend nel 2017 la Cina diventerà il più grande mercato cinematografico al mondo. Al momento questo record è detenuto dal mercato nordamericano � che mette insieme Stati Uniti e Canada � che si sta a sua volta espandendo, ma in misura minore di quello cinese. Da anni si riteneva che il settore del cinema in Cina avesse enormi potenzialità: secondo molti la situazione è svoltata sia a causa della maggiore "qualità" dei film cinesi, sia per alcune decisioni del governo cinese.Secondo i dati diffusi dalla SAPPRFT � l'autorità statale cinese che amministra e regola la radio, il cinema e la televisione � nel 2015 in Cina sono stati inaugurati 22 nuovi schermi cinematografici al giorno e gli spettatori totali sono stati 1,28 miliardi (il 51% in più rispetto al 2014).Il dato più rilevante sugli incassi cinematografici cinesi è però quello che riguarda i film cinesi e quelli stranieri (soprattutto statunitensi): il 61% degli incassi cinematografici in Cina è arrivato da film cinesi; i film statunitensi hanno invece contribuito al 38% degli incassi (nel 2014 la percentuale era stata del 45,5%).Lo Hollywood Reporter spiega che gli ottimi dati sul cinema cinese nel 2015 sono dovuti a due principali motivi. Il primo è una oggettiva crescita qualitativa e organizzativa dell'industria cinematografica cinese, che è riuscita a far crescere anche i guadagni � per ora comunque piuttosto ridotti � derivati dalla "esportazione" dei film cinesi. Il secondo fattore ha invece a che fare con il controllo statale cinese: il governo cinese può infatti decidere quali film stranieri proiettare in Cina [1], quanto censurarli, quando farli uscire e per quanto lasciarli nei cinema. Lo Hollywood Reporter scrive per esempio che il governo cinese fa in modo di far uscire grossi film statunitensi nello stesso periodo, così che si dividano tra di loro il pubblico, diminuendo i rispettivi incassi. Quando c'è nei cinema un importante film cinese i film stranieri "consentiti" sono invece pochi, e comunque poco concorrenziali. (da: "In Cina i cinema vanno benissimo", Ilpost.it) Quale di queste affermazioni si può intuire dalla lettura del testo?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'1 gennaio 2016 il governo cinese ha diffuso i dati ufficiali relativi agli incassi cinematografici locali del 2015. L'industria del cinema cinese è andata benissimo: gli incassi totali sono stati di 44 miliardi di yuan, poco più di 6 miliardi di euro: il 48,7 per cento in più rispetto agli incassi totali del 2014. Lo Hollywood Reporter, tra le più importanti riviste di cinema, ha stimato che seguendo questo trend nel 2017 la Cina diventerà il più grande mercato cinematografico al mondo. Al momento questo record è detenuto dal mercato nordamericano � che mette insieme Stati Uniti e Canada � che si sta a sua volta espandendo, ma in misura minore di quello cinese. Da anni si riteneva che il settore del cinema in Cina avesse enormi potenzialità: secondo molti la situazione è svoltata sia a causa della maggiore "qualità" dei film cinesi, sia per alcune decisioni del governo cinese.Secondo i dati diffusi dalla SAPPRFT � l'autorità statale cinese che amministra e regola la radio, il cinema e la televisione � nel 2015 in Cina sono stati inaugurati 22 nuovi schermi cinematografici al giorno e gli spettatori totali sono stati 1,28 miliardi (il 51% in più rispetto al 2014).Il dato più rilevante sugli incassi cinematografici cinesi è però quello che riguarda i film cinesi e quelli stranieri (soprattutto statunitensi): il 61% degli incassi cinematografici in Cina è arrivato da film cinesi; i film statunitensi hanno invece contribuito al 38% degli incassi (nel 2014 la percentuale era stata del 45,5%).Lo Hollywood Reporter spiega che gli ottimi dati sul cinema cinese nel 2015 sono dovuti a due principali motivi. Il primo è una oggettiva crescita qualitativa e organizzativa dell'industria cinematografica cinese, che è riuscita a far crescere anche i guadagni � per ora comunque piuttosto ridotti � derivati dalla "esportazione" dei film cinesi. Il secondo fattore ha invece a che fare con il controllo statale cinese: il governo cinese può infatti decidere quali film stranieri proiettare in Cina [1], quanto censurarli, quando farli uscire e per quanto lasciarli nei cinema. Lo Hollywood Reporter scrive per esempio che il governo cinese fa in modo di far uscire grossi film statunitensi nello stesso periodo, così che si dividano tra di loro il pubblico, diminuendo i rispettivi incassi. Quando c'è nei cinema un importante film cinese i film stranieri "consentiti" sono invece pochi, e comunque poco concorrenziali. (da: "In Cina i cinema vanno benissimo", Ilpost.it) Quale di queste affermazioni si può intuire dalla lettura del testo?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'1 gennaio 2016 il governo cinese ha diffuso i dati ufficiali relativi agli incassi cinematografici locali del 2015. L'industria del cinema cinese è andata benissimo: gli incassi totali sono stati di 44 miliardi di yuan, poco più di 6 miliardi di euro: il 48,7 per cento in più rispetto agli incassi totali del 2014. Lo Hollywood Reporter, tra le più importanti riviste di cinema, ha stimato che seguendo questo trend nel 2017 la Cina diventerà il più grande mercato cinematografico al mondo. Al momento questo record è detenuto dal mercato nordamericano � che mette insieme Stati Uniti e Canada � che si sta a sua volta espandendo, ma in misura minore di quello cinese. Da anni si riteneva che il settore del cinema in Cina avesse enormi potenzialità: secondo molti la situazione è svoltata sia a causa della maggiore "qualità" dei film cinesi, sia per alcune decisioni del governo cinese.Secondo i dati diffusi dalla SAPPRFT � l'autorità statale cinese che amministra e regola la radio, il cinema e la televisione � nel 2015 in Cina sono stati inaugurati 22 nuovi schermi cinematografici al giorno e gli spettatori totali sono stati 1,28 miliardi (il 51% in più rispetto al 2014).Il dato più rilevante sugli incassi cinematografici cinesi è però quello che riguarda i film cinesi e quelli stranieri (soprattutto statunitensi): il 61% degli incassi cinematografici in Cina è arrivato da film cinesi; i film statunitensi hanno invece contribuito al 38% degli incassi (nel 2014 la percentuale era stata del 45,5%).Lo Hollywood Reporter spiega che gli ottimi dati sul cinema cinese nel 2015 sono dovuti a due principali motivi. Il primo è una oggettiva crescita qualitativa e organizzativa dell'industria cinematografica cinese, che è riuscita a far crescere anche i guadagni � per ora comunque piuttosto ridotti � derivati dalla "esportazione" dei film cinesi. Il secondo fattore ha invece a che fare con il controllo statale cinese: il governo cinese può infatti decidere quali film stranieri proiettare in Cina [1], quanto censurarli, quando farli uscire e per quanto lasciarli nei cinema. Lo Hollywood Reporter scrive per esempio che il governo cinese fa in modo di far uscire grossi film statunitensi nello stesso periodo, così che si dividano tra di loro il pubblico, diminuendo i rispettivi incassi. Quando c'è nei cinema un importante film cinese i film stranieri "consentiti" sono invece pochi, e comunque poco concorrenziali. (da: "In Cina i cinema vanno benissimo", Ilpost.it) Quale di queste affermazioni si può intuire dalla lettura del testo?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'1 gennaio 2016 il governo cinese ha diffuso i dati ufficiali relativi agli incassi cinematografici locali del 2015. L'industria del cinema cinese è andata benissimo: gli incassi totali sono stati di 44 miliardi di yuan, poco più di 6 miliardi di euro: il 48,7 per cento in più rispetto agli incassi totali del 2014. Lo Hollywood Reporter, tra le più importanti riviste di cinema, ha stimato che seguendo questo trend nel 2017 la Cina diventerà il più grande mercato cinematografico al mondo. Al momento questo record è detenuto dal mercato nordamericano � che mette insieme Stati Uniti e Canada � che si sta a sua volta espandendo, ma in misura minore di quello cinese. Da anni si riteneva che il settore del cinema in Cina avesse enormi potenzialità: secondo molti la situazione è svoltata sia a causa della maggiore "qualità" dei film cinesi, sia per alcune decisioni del governo cinese.Secondo i dati diffusi dalla SAPPRFT � l'autorità statale cinese che amministra e regola la radio, il cinema e la televisione � nel 2015 in Cina sono stati inaugurati 22 nuovi schermi cinematografici al giorno e gli spettatori totali sono stati 1,28 miliardi (il 51% in più rispetto al 2014).Il dato più rilevante sugli incassi cinematografici cinesi è però quello che riguarda i film cinesi e quelli stranieri (soprattutto statunitensi): il 61% degli incassi cinematografici in Cina è arrivato da film cinesi; i film statunitensi hanno invece contribuito al 38% degli incassi (nel 2014 la percentuale era stata del 45,5%).Lo Hollywood Reporter spiega che gli ottimi dati sul cinema cinese nel 2015 sono dovuti a due principali motivi. Il primo è una oggettiva crescita qualitativa e organizzativa dell'industria cinematografica cinese, che è riuscita a far crescere anche i guadagni � per ora comunque piuttosto ridotti � derivati dalla "esportazione" dei film cinesi. Il secondo fattore ha invece a che fare con il controllo statale cinese: il governo cinese può infatti decidere quali film stranieri proiettare in Cina [1], quanto censurarli, quando farli uscire e per quanto lasciarli nei cinema. Lo Hollywood Reporter scrive per esempio che il governo cinese fa in modo di far uscire grossi film statunitensi nello stesso periodo, così che si dividano tra di loro il pubblico, diminuendo i rispettivi incassi. Quando c'è nei cinema un importante film cinese i film stranieri "consentiti" sono invece pochi, e comunque poco concorrenziali. (da: "In Cina i cinema vanno benissimo", Ilpost.it) Quale di queste affermazioni si può intuire dalla lettura del testo?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'11 marzo del 2011 uno tsunami sollevato da un terremoto di magnitudo 9 colpì le coste del Giappone. Oltre ai ben noti effetti devastanti, l'evento ha portato in mare milioni di detriti di ogni dimensione. Uno studio pubblicato su "Science" da Gregory Ruiz, biologo dello Smithsonian Environmental Research Center e colleghi di vari istituti di ricerca degli Stati Uniti dimostra ora che questi detriti sono stati usati come "zattere" per attraversare l'Oceano Pacifico da circa 300 specie marine che vivono di solito lungo le coste. I ricercatori iniziarono a trovare detriti portati via dallo tsunami con organismi attaccati già nel 2012, lungo le coste delle Isole Hawaii e lungo la costa ovest del Nord America.La raccolta e l'analisi è continuata poi fino al 2017; le specie censite sono 289, in gran parte invertebrati: vermi, crostacei, briozoi, idroidi (come anemoni e parenti delle meduse). Gli autori sottolineano che due terzi delle specie non erano mai state osservate né nelle Hawaii né in Nord America. A stupire i ricercatori è soprattutto il fatto che gli organismi siano sopravvissuti in un ambiente completamente diverso - e certamente più difficile - rispetto a quello abitato abitualmente. "Non pensavo che la maggior parte di questi organismi costieri potesse sopravvivere in mare aperto per un periodo di tempo così lungo", ha spiegato Ruiz. "In un certo senso, non hanno neppure avuto molte opportunità di questo tipo in passato: ora la plastica si può combinare con gli tsunami e gli eventi meteorologici per creare opportunità di spostamenti su larga scala". Gli autori ritengono che per resistere alle condizioni avverse del mare aperto sia stata fondamentale la bassa velocità di spostamento, compresa tra 1 e 2 nodi (cioè 1,8-3,6 chilometri all'ora circa). Questo ha permesso agli organismi di adattarsi lentamente e in alcuni casi addirittura di trarre vantaggio dalla situazione: per alcune specie è risultato più facile riprodursi. Al di là dell'evento legato allo tsunami del 2011, lo studio fa luce su un fenomeno migratorio che potrebbe diventare generalizzato nei prossimi decenni, data la dispersione sempre più massiccia negli oceani di frammenti di plastica di ogni dimensione, estremamente resistenti alla degradazione. Secondo alcune stime, ogni anno entrano negli oceani oltre 10 milioni di tonnellate di plastica, ed entro il 2025 questo fenomeno potrebbe diventare dieci volte più intenso. Anche uragani e tifoni fanno la loro parte nel disperdere i detriti plastici, e diventeranno sempre più frequenti a causa del riscaldamento climatico. "Nei mari c'è una quantità di plastica sempre maggiore e non mancherà di avere conseguenze significative per la biologia e l'ecologia", ha concluso John Chapman, ricercatore dell'Oregon State University e coautore dello studio. "Quella che abbiamo documentato è un'altra conseguenza della dispersione dei materiali plastici che merita attenzione". (Da: Redazione, Una migrazione di specie marine sui detriti dello tsunami, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Perché gli organismi citati nel brano si sono potuti adattare al mare aperto?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'11 marzo del 2011 uno tsunami sollevato da un terremoto di magnitudo 9 colpì le coste del Giappone. Oltre ai ben noti effetti devastanti, l'evento ha portato in mare milioni di detriti di ogni dimensione. Uno studio pubblicato su "Science" da Gregory Ruiz, biologo dello Smithsonian Environmental Research Center e colleghi di vari istituti di ricerca degli Stati Uniti dimostra ora che questi detriti sono stati usati come "zattere" per attraversare l'Oceano Pacifico da circa 300 specie marine che vivono di solito lungo le coste. I ricercatori iniziarono a trovare detriti portati via dallo tsunami con organismi attaccati già nel 2012, lungo le coste delle Isole Hawaii e lungo la costa ovest del Nord America.La raccolta e l'analisi è continuata poi fino al 2017; le specie censite sono 289, in gran parte invertebrati: vermi, crostacei, briozoi, idroidi (come anemoni e parenti delle meduse). Gli autori sottolineano che due terzi delle specie non erano mai state osservate né nelle Hawaii né in Nord America. A stupire i ricercatori è soprattutto il fatto che gli organismi siano sopravvissuti in un ambiente completamente diverso - e certamente più difficile - rispetto a quello abitato abitualmente. "Non pensavo che la maggior parte di questi organismi costieri potesse sopravvivere in mare aperto per un periodo di tempo così lungo", ha spiegato Ruiz. "In un certo senso, non hanno neppure avuto molte opportunità di questo tipo in passato: ora la plastica si può combinare con gli tsunami e gli eventi meteorologici per creare opportunità di spostamenti su larga scala". Gli autori ritengono che per resistere alle condizioni avverse del mare aperto sia stata fondamentale la bassa velocità di spostamento, compresa tra 1 e 2 nodi (cioè 1,8-3,6 chilometri all'ora circa). Questo ha permesso agli organismi di adattarsi lentamente e in alcuni casi addirittura di trarre vantaggio dalla situazione: per alcune specie è risultato più facile riprodursi. Al di là dell'evento legato allo tsunami del 2011, lo studio fa luce su un fenomeno migratorio che potrebbe diventare generalizzato nei prossimi decenni, data la dispersione sempre più massiccia negli oceani di frammenti di plastica di ogni dimensione, estremamente resistenti alla degradazione. Secondo alcune stime, ogni anno entrano negli oceani oltre 10 milioni di tonnellate di plastica, ed entro il 2025 questo fenomeno potrebbe diventare dieci volte più intenso. Anche uragani e tifoni fanno la loro parte nel disperdere i detriti plastici, e diventeranno sempre più frequenti a causa del riscaldamento climatico. "Nei mari c'è una quantità di plastica sempre maggiore e non mancherà di avere conseguenze significative per la biologia e l'ecologia", ha concluso John Chapman, ricercatore dell'Oregon State University e coautore dello studio. "Quella che abbiamo documentato è un'altra conseguenza della dispersione dei materiali plastici che merita attenzione". (Da: Redazione, Una migrazione di specie marine sui detriti dello tsunami, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Secondo quanto si dice nel brano, quali specie NON hanno utilizzato i detriti dello tsunami come "zattere" per spostarsi?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'11 marzo del 2011 uno tsunami sollevato da un terremoto di magnitudo 9 colpì le coste del Giappone. Oltre ai ben noti effetti devastanti, l'evento ha portato in mare milioni di detriti di ogni dimensione. Uno studio pubblicato su "Science" da Gregory Ruiz, biologo dello Smithsonian Environmental Research Center e colleghi di vari istituti di ricerca degli Stati Uniti dimostra ora che questi detriti sono stati usati come "zattere" per attraversare l'Oceano Pacifico da circa 300 specie marine che vivono di solito lungo le coste. I ricercatori iniziarono a trovare detriti portati via dallo tsunami con organismi attaccati già nel 2012, lungo le coste delle Isole Hawaii e lungo la costa ovest del Nord America.La raccolta e l'analisi è continuata poi fino al 2017; le specie censite sono 289, in gran parte invertebrati: vermi, crostacei, briozoi, idroidi (come anemoni e parenti delle meduse). Gli autori sottolineano che due terzi delle specie non erano mai state osservate né nelle Hawaii né in Nord America. A stupire i ricercatori è soprattutto il fatto che gli organismi siano sopravvissuti in un ambiente completamente diverso - e certamente più difficile - rispetto a quello abitato abitualmente. "Non pensavo che la maggior parte di questi organismi costieri potesse sopravvivere in mare aperto per un periodo di tempo così lungo", ha spiegato Ruiz. "In un certo senso, non hanno neppure avuto molte opportunità di questo tipo in passato: ora la plastica si può combinare con gli tsunami e gli eventi meteorologici per creare opportunità di spostamenti su larga scala". Gli autori ritengono che per resistere alle condizioni avverse del mare aperto sia stata fondamentale la bassa velocità di spostamento, compresa tra 1 e 2 nodi (cioè 1,8-3,6 chilometri all'ora circa). Questo ha permesso agli organismi di adattarsi lentamente e in alcuni casi addirittura di trarre vantaggio dalla situazione: per alcune specie è risultato più facile riprodursi. Al di là dell'evento legato allo tsunami del 2011, lo studio fa luce su un fenomeno migratorio che potrebbe diventare generalizzato nei prossimi decenni, data la dispersione sempre più massiccia negli oceani di frammenti di plastica di ogni dimensione, estremamente resistenti alla degradazione. Secondo alcune stime, ogni anno entrano negli oceani oltre 10 milioni di tonnellate di plastica, ed entro il 2025 questo fenomeno potrebbe diventare dieci volte più intenso. Anche uragani e tifoni fanno la loro parte nel disperdere i detriti plastici, e diventeranno sempre più frequenti a causa del riscaldamento climatico. "Nei mari c'è una quantità di plastica sempre maggiore e non mancherà di avere conseguenze significative per la biologia e l'ecologia", ha concluso John Chapman, ricercatore dell'Oregon State University e coautore dello studio. "Quella che abbiamo documentato è un'altra conseguenza della dispersione dei materiali plastici che merita attenzione". (Da: Redazione, Una migrazione di specie marine sui detriti dello tsunami, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Che cosa ha particolarmente sorpreso i ricercatori riguardo all'uso dei detriti come zattere da parte delle specie citate nel brano?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'11 marzo del 2011 uno tsunami sollevato da un terremoto di magnitudo 9 colpì le coste del Giappone. Oltre ai ben noti effetti devastanti, l'evento ha portato in mare milioni di detriti di ogni dimensione. Uno studio pubblicato su "Science" da Gregory Ruiz, biologo dello Smithsonian Environmental Research Center e colleghi di vari istituti di ricerca degli Stati Uniti dimostra ora che questi detriti sono stati usati come "zattere" per attraversare l'Oceano Pacifico da circa 300 specie marine che vivono di solito lungo le coste. I ricercatori iniziarono a trovare detriti portati via dallo tsunami con organismi attaccati già nel 2012, lungo le coste delle Isole Hawaii e lungo la costa ovest del Nord America.La raccolta e l'analisi è continuata poi fino al 2017; le specie censite sono 289, in gran parte invertebrati: vermi, crostacei, briozoi, idroidi (come anemoni e parenti delle meduse). Gli autori sottolineano che due terzi delle specie non erano mai state osservate né nelle Hawaii né in Nord America. A stupire i ricercatori è soprattutto il fatto che gli organismi siano sopravvissuti in un ambiente completamente diverso - e certamente più difficile - rispetto a quello abitato abitualmente. "Non pensavo che la maggior parte di questi organismi costieri potesse sopravvivere in mare aperto per un periodo di tempo così lungo", ha spiegato Ruiz. "In un certo senso, non hanno neppure avuto molte opportunità di questo tipo in passato: ora la plastica si può combinare con gli tsunami e gli eventi meteorologici per creare opportunità di spostamenti su larga scala". Gli autori ritengono che per resistere alle condizioni avverse del mare aperto sia stata fondamentale la bassa velocità di spostamento, compresa tra 1 e 2 nodi (cioè 1,8-3,6 chilometri all'ora circa). Questo ha permesso agli organismi di adattarsi lentamente e in alcuni casi addirittura di trarre vantaggio dalla situazione: per alcune specie è risultato più facile riprodursi. Al di là dell'evento legato allo tsunami del 2011, lo studio fa luce su un fenomeno migratorio che potrebbe diventare generalizzato nei prossimi decenni, data la dispersione sempre più massiccia negli oceani di frammenti di plastica di ogni dimensione, estremamente resistenti alla degradazione. Secondo alcune stime, ogni anno entrano negli oceani oltre 10 milioni di tonnellate di plastica, ed entro il 2025 questo fenomeno potrebbe diventare dieci volte più intenso. Anche uragani e tifoni fanno la loro parte nel disperdere i detriti plastici, e diventeranno sempre più frequenti a causa del riscaldamento climatico. "Nei mari c'è una quantità di plastica sempre maggiore e non mancherà di avere conseguenze significative per la biologia e l'ecologia", ha concluso John Chapman, ricercatore dell'Oregon State University e coautore dello studio. "Quella che abbiamo documentato è un'altra conseguenza della dispersione dei materiali plastici che merita attenzione". (Da: Redazione, Una migrazione di specie marine sui detriti dello tsunami, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Perché in futuro i fenomeni migratori di specie animali diventeranno più diffusi?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'11 marzo del 2011 uno tsunami sollevato da un terremoto di magnitudo 9 colpì le coste del Giappone. Oltre ai ben noti effetti devastanti, l'evento ha portato in mare milioni di detriti di ogni dimensione. Uno studio pubblicato su "Science" da Gregory Ruiz, biologo dello Smithsonian Environmental Research Center e colleghi di vari istituti di ricerca degli Stati Uniti dimostra ora che questi detriti sono stati usati come "zattere" per attraversare l'Oceano Pacifico da circa 300 specie marine che vivono di solito lungo le coste. I ricercatori iniziarono a trovare detriti portati via dallo tsunami con organismi attaccati già nel 2012, lungo le coste delle Isole Hawaii e lungo la costa ovest del Nord America.La raccolta e l'analisi è continuata poi fino al 2017; le specie censite sono 289, in gran parte invertebrati: vermi, crostacei, briozoi, idroidi (come anemoni e parenti delle meduse). Gli autori sottolineano che due terzi delle specie non erano mai state osservate né nelle Hawaii né in Nord America. A stupire i ricercatori è soprattutto il fatto che gli organismi siano sopravvissuti in un ambiente completamente diverso - e certamente più difficile - rispetto a quello abitato abitualmente. "Non pensavo che la maggior parte di questi organismi costieri potesse sopravvivere in mare aperto per un periodo di tempo così lungo", ha spiegato Ruiz. "In un certo senso, non hanno neppure avuto molte opportunità di questo tipo in passato: ora la plastica si può combinare con gli tsunami e gli eventi meteorologici per creare opportunità di spostamenti su larga scala". Gli autori ritengono che per resistere alle condizioni avverse del mare aperto sia stata fondamentale la bassa velocità di spostamento, compresa tra 1 e 2 nodi (cioè 1,8-3,6 chilometri all'ora circa). Questo ha permesso agli organismi di adattarsi lentamente e in alcuni casi addirittura di trarre vantaggio dalla situazione: per alcune specie è risultato più facile riprodursi. Al di là dell'evento legato allo tsunami del 2011, lo studio fa luce su un fenomeno migratorio che potrebbe diventare generalizzato nei prossimi decenni, data la dispersione sempre più massiccia negli oceani di frammenti di plastica di ogni dimensione, estremamente resistenti alla degradazione. Secondo alcune stime, ogni anno entrano negli oceani oltre 10 milioni di tonnellate di plastica, ed entro il 2025 questo fenomeno potrebbe diventare dieci volte più intenso. Anche uragani e tifoni fanno la loro parte nel disperdere i detriti plastici, e diventeranno sempre più frequenti a causa del riscaldamento climatico. "Nei mari c'è una quantità di plastica sempre maggiore e non mancherà di avere conseguenze significative per la biologia e l'ecologia", ha concluso John Chapman, ricercatore dell'Oregon State University e coautore dello studio. "Quella che abbiamo documentato è un'altra conseguenza della dispersione dei materiali plastici che merita attenzione". (Da: Redazione, Una migrazione di specie marine sui detriti dello tsunami, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Nel brano si dice che entro il 2025:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'Alleanza ha sempre cercato di realizzare i suoi obiettivi di salvaguardia della sicurezza e dell'integrità territoriale dei suoi membri, nonché la creazione di un ordine pacifico giusto e duraturo in Europa, con mezzi sia politici che militari. Tale impostazione globale continua a costituire la base della politica dell'Alleanza.La novità tuttavia è che, dati i radicali cambiamenti verificatisi nel contesto della sicurezza, mai come ora la possibilità di raggiungere gli obiettivi dell'Alleanza attraverso mezzi politici è stata così grande. È ora possibile trarre tutte le conseguenze dal fatto che la sicurezza e la stabilità contengano elementi politici, economici, sociali ed ambientali oltre che l'indispensabile dimensione di difesa. Fronteggiare l'eterogeneità delle sfide che si pongono all'Alleanza richiede una concezione ampia della sicurezza. Ciò si riflette nei tre elementi mutualmente complementari della politica di sicurezza dell'Alleanza: dialogo, cooperazione e mantenimento di una capacità di difesa collettiva.Attraverso un'attiva ricerca del dialogo e della cooperazione, realizzata dalla volontà di mantenere un'efficace capacità di difesa collettiva, l'Alleanza tende a ridurre i rischi di conflitto, internazionali o derivanti da malintesi; ad accrescere la comprensione e la fiducia reciproche tra tutti gli Stati europei; a fornire il proprio contributo nella gestione delle crisi che mettono a repentaglio la sicurezza degli Alleati; e ad aumentare le possibilità di una autentica collaborazione tra tutti i Paesi europei nel trattare i comuni problemi di sicurezza.A tale riguardo, la politica di controllo degli armamenti e di disarmo dell'Alleanza contribuisce sia al dialogo che alla cooperazione con altre Nazioni, e pertanto continuerà a svolgere un ruolo di primo piano nel conseguimento degli obiettivi di sicurezza dell'Alleanza. Gli Alleati, attraverso il controllo degli armamenti e il disarmo, cercano di accrescere la sicurezza e la stabilità al livello di forze più basso possibile, compatibile con le esigenze di difesa. Così l'Alleanza continuerà a garantire che gli obiettivi della difesa e del controllo degli armamenti e del disarmo restino in armonia tra di loro. (Manuale della Nato) Tra le finalità supreme dell'Alleanza, in base a quanto detto nel brano, NON rientra:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. L'Alleanza ha sempre cercato di realizzare i suoi obiettivi di salvaguardia della sicurezza e dell'integrità territoriale dei suoi membri, nonché la creazione di un ordine pacifico giusto e duraturo in Europa, con mezzi sia politici che militari. Tale impostazione globale continua a costituire la base della politica dell'Alleanza.La novità tuttavia è che, dati i radicali cambiamenti verificatisi nel contesto della sicurezza, mai come ora la possibilità di raggiungere gli obiettivi dell'Alleanza attraverso mezzi politici è stata così grande. È ora possibile trarre tutte le conseguenze dal fatto che la sicurezza e la stabilità contengano elementi politici, economici, sociali ed ambientali oltre che l'indispensabile dimensione di difesa. Fronteggiare l'eterogeneità delle sfide che si pongono all'Alleanza richiede una concezione ampia della sicurezza. Ciò si riflette nei tre elementi mutualmente complementari della politica di sicurezza dell'Alleanza: dialogo, cooperazione e mantenimento di una capacità di difesa collettiva.Attraverso un'attiva ricerca del dialogo e della cooperazione, realizzata dalla volontà di mantenere un'efficace capacità di difesa collettiva, l'Alleanza tende a ridurre i rischi di conflitto, internazionali o derivanti da malintesi; ad accrescere la comprensione e la fiducia reciproche tra tutti gli Stati europei; a fornire il proprio contributo nella gestione delle crisi che mettono a repentaglio la sicurezza degli Alleati; e ad aumentare le possibilità di una autentica collaborazione tra tutti i Paesi europei nel trattare i comuni problemi di sicurezza.A tale riguardo, la politica di controllo degli armamenti e di disarmo dell'Alleanza contribuisce sia al dialogo che alla cooperazione con altre Nazioni, e pertanto continuerà a svolgere un ruolo di primo piano nel conseguimento degli obiettivi di sicurezza dell'Alleanza. Gli Alleati, attraverso il controllo degli armamenti e il disarmo, cercano di accrescere la sicurezza e la stabilità al livello di forze più basso possibile, compatibile con le esigenze di difesa. Così l'Alleanza continuerà a garantire che gli obiettivi della difesa e del controllo degli armamenti e del disarmo restino in armonia tra di loro. (Manuale della Nato) I cambiamenti nel contesto della sicurezza a cui il brano fa riferimento offrono la possibilità:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'Alleanza ha sempre cercato di realizzare i suoi obiettivi di salvaguardia della sicurezza e dell'integrità territoriale dei suoi membri, nonché la creazione di un ordine pacifico giusto e duraturo in Europa, con mezzi sia politici che militari. Tale impostazione globale continua a costituire la base della politica dell'Alleanza.La novità tuttavia è che, dati i radicali cambiamenti verificatisi nel contesto della sicurezza, mai come ora la possibilità di raggiungere gli obiettivi dell'Alleanza attraverso mezzi politici è stata così grande. È ora possibile trarre tutte le conseguenze dal fatto che la sicurezza e la stabilità contengano elementi politici, economici, sociali ed ambientali oltre che l'indispensabile dimensione di difesa. Fronteggiare l'eterogeneità delle sfide che si pongono all'Alleanza richiede una concezione ampia della sicurezza. Ciò si riflette nei tre elementi mutualmente complementari della politica di sicurezza dell'Alleanza: dialogo, cooperazione e mantenimento di una capacità di difesa collettiva.Attraverso un'attiva ricerca del dialogo e della cooperazione, realizzata dalla volontà di mantenere un'efficace capacità di difesa collettiva, l'Alleanza tende a ridurre i rischi di conflitto, internazionali o derivanti da malintesi; ad accrescere la comprensione e la fiducia reciproche tra tutti gli Stati europei; a fornire il proprio contributo nella gestione delle crisi che mettono a repentaglio la sicurezza degli Alleati; e ad aumentare le possibilità di una autentica collaborazione tra tutti i Paesi europei nel trattare i comuni problemi di sicurezza.A tale riguardo, la politica di controllo degli armamenti e di disarmo dell'Alleanza contribuisce sia al dialogo che alla cooperazione con altre Nazioni, e pertanto continuerà a svolgere un ruolo di primo piano nel conseguimento degli obiettivi di sicurezza dell'Alleanza. Gli Alleati, attraverso il controllo degli armamenti e il disarmo, cercano di accrescere la sicurezza e la stabilità al livello di forze più basso possibile, compatibile con le esigenze di difesa. Così l'Alleanza continuerà a garantire che gli obiettivi della difesa e del controllo degli armamenti e del disarmo restino in armonia tra di loro. (Manuale della Nato) Dal brano si può dedurre che l'Alleanza:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'Alleanza ha sempre cercato di realizzare i suoi obiettivi di salvaguardia della sicurezza e dell'integrità territoriale dei suoi membri, nonché la creazione di un ordine pacifico giusto e duraturo in Europa, con mezzi sia politici che militari. Tale impostazione globale continua a costituire la base della politica dell'Alleanza.La novità tuttavia è che, dati i radicali cambiamenti verificatisi nel contesto della sicurezza, mai come ora la possibilità di raggiungere gli obiettivi dell'Alleanza attraverso mezzi politici è stata così grande. È ora possibile trarre tutte le conseguenze dal fatto che la sicurezza e la stabilità contengano elementi politici, economici, sociali ed ambientali oltre che l'indispensabile dimensione di difesa. Fronteggiare l'eterogeneità delle sfide che si pongono all'Alleanza richiede una concezione ampia della sicurezza. Ciò si riflette nei tre elementi mutualmente complementari della politica di sicurezza dell'Alleanza: dialogo, cooperazione e mantenimento di una capacità di difesa collettiva.Attraverso un'attiva ricerca del dialogo e della cooperazione, realizzata dalla volontà di mantenere un'efficace capacità di difesa collettiva, l'Alleanza tende a ridurre i rischi di conflitto, internazionali o derivanti da malintesi; ad accrescere la comprensione e la fiducia reciproche tra tutti gli Stati europei; a fornire il proprio contributo nella gestione delle crisi che mettono a repentaglio la sicurezza degli Alleati; e ad aumentare le possibilità di una autentica collaborazione tra tutti i Paesi europei nel trattare i comuni problemi di sicurezza.A tale riguardo, la politica di controllo degli armamenti e di disarmo dell'Alleanza contribuisce sia al dialogo che alla cooperazione con altre Nazioni, e pertanto continuerà a svolgere un ruolo di primo piano nel conseguimento degli obiettivi di sicurezza dell'Alleanza. Gli Alleati, attraverso il controllo degli armamenti e il disarmo, cercano di accrescere la sicurezza e la stabilità al livello di forze più basso possibile, compatibile con le esigenze di difesa. Così l'Alleanza continuerà a garantire che gli obiettivi della difesa e del controllo degli armamenti e del disarmo restino in armonia tra di loro. (Manuale della Nato) La concezione della sicurezza dell'Alleanza:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'Alleanza ha sempre cercato di realizzare i suoi obiettivi di salvaguardia della sicurezza e dell'integrità territoriale dei suoi membri, nonché la creazione di un ordine pacifico giusto e duraturo in Europa, con mezzi sia politici che militari. Tale impostazione globale continua a costituire la base della politica dell'Alleanza.La novità tuttavia è che, dati i radicali cambiamenti verificatisi nel contesto della sicurezza, mai come ora la possibilità di raggiungere gli obiettivi dell'Alleanza attraverso mezzi politici è stata così grande. È ora possibile trarre tutte le conseguenze dal fatto che la sicurezza e la stabilità contengano elementi politici, economici, sociali ed ambientali oltre che l'indispensabile dimensione di difesa. Fronteggiare l'eterogeneità delle sfide che si pongono all'Alleanza richiede una concezione ampia della sicurezza. Ciò si riflette nei tre elementi mutualmente complementari della politica di sicurezza dell'Alleanza: dialogo, cooperazione e mantenimento di una capacità di difesa collettiva.Attraverso un'attiva ricerca del dialogo e della cooperazione, realizzata dalla volontà di mantenere un'efficace capacità di difesa collettiva, l'Alleanza tende a ridurre i rischi di conflitto, internazionali o derivanti da malintesi; ad accrescere la comprensione e la fiducia reciproche tra tutti gli Stati europei; a fornire il proprio contributo nella gestione delle crisi che mettono a repentaglio la sicurezza degli Alleati; e ad aumentare le possibilità di una autentica collaborazione tra tutti i Paesi europei nel trattare i comuni problemi di sicurezza.A tale riguardo, la politica di controllo degli armamenti e di disarmo dell'Alleanza contribuisce sia al dialogo che alla cooperazione con altre Nazioni, e pertanto continuerà a svolgere un ruolo di primo piano nel conseguimento degli obiettivi di sicurezza dell'Alleanza. Gli Alleati, attraverso il controllo degli armamenti e il disarmo, cercano di accrescere la sicurezza e la stabilità al livello di forze più basso possibile, compatibile con le esigenze di difesa. Così l'Alleanza continuerà a garantire che gli obiettivi della difesa e del controllo degli armamenti e del disarmo restino in armonia tra di loro. (Manuale della Nato) Il disarmo:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'atmosfera terrestre è satura di umidità, è un'immensa riserva di acqua dolce che, a differenza dei pozzi, non si secca mai. L'umidità dell'aria anche dove non è molta è comunque presente, il problema è come "estrarla". L'impresa francese Eole Water dice di aver realizzato la turbina eolica WMS1000 che potrebbe permettere a chi vive in aree desertiche di beneficiare contemporaneamente dell'accesso all'acqua potabile e all'energia per almeno 20 anni. La turbina eolica produce 30 kW di energia e fino a 1.200-1.500 litri di acqua al giorno, secondo il clima. Anche in un deserto la mattina la rugiada si condensa sul suolo, si tratta della stessa acqua che potrebbe essere prelevata dalla nuova turbina eolica utilizzando lo stesso principio visto in Star Wars con il quale le aziende agricole ricavano l'umidità necessaria sul pianeta desertico Tatooine. Eole sta completando i test di queste turbine ma diversi Paesi della Penisola Arabica sono già molto interessati. Nelle aree remote che non hanno accesso all'acqua potabile verrebbe colto un duplice obiettivo: risolvere il problema della mancanza di energia elettrica e di acqua. La turbina modificata di Eole non solo sfrutta vento per produrre energia, ma include un compressore simile a quello di un deumidificatore, che attrae l'aria per produrre condensa. La qualità dell'acqua raccolta supera le norme di potabilità che esige l'Organizzazione mondiale della sanità. Una tecnologia che sembrerebbe molto utile per lo sviluppo sostenibile, visto che sfrutta risorse rinnovabili come l'aria, il sole e il vento e non emette CO2 o attinge con trivellazioni alle falde freatiche o pompa acque superficiali. Le regioni isolate e remote devono spesso fare i conti con difficoltà ambientali, tecniche e sociali che ostacolano la buona gestione delle infrastrutture esistenti, le nuove tecnologie innovative destinate a queste comunità, in grado di funzionare del tutto autonomamente e con una limitata manutenzione, potrebbero risolvere molti problemi. Eole Water ha realizzato anche il "WMS-30kW Solaire", un dispositivo a energia fotovoltaica che produce anche acqua, particolarmente adatto alle zone desertiche e completamente autosufficiente e anche un impianto per le aree già collegate alla rete elettrica, il "WMS-30kW Réseau (Grid Tie)" che si concentra solo sulla produzione d'acqua 24 ore su 24. (da: "Acqua ed energia dalle pale eoliche", distrettoenergierinnovabili.it) Che cosa si intende dire nel brano citando il paragone con Star Wars?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'atmosfera terrestre è satura di umidità, è un'immensa riserva di acqua dolce che, a differenza dei pozzi, non si secca mai. L'umidità dell'aria anche dove non è molta è comunque presente, il problema è come "estrarla". L'impresa francese Eole Water dice di aver realizzato la turbina eolica WMS1000 che potrebbe permettere a chi vive in aree desertiche di beneficiare contemporaneamente dell'accesso all'acqua potabile e all'energia per almeno 20 anni. La turbina eolica produce 30 kW di energia e fino a 1.200-1.500 litri di acqua al giorno, secondo il clima. Anche in un deserto la mattina la rugiada si condensa sul suolo, si tratta della stessa acqua che potrebbe essere prelevata dalla nuova turbina eolica utilizzando lo stesso principio visto in Star Wars con il quale le aziende agricole ricavano l'umidità necessaria sul pianeta desertico Tatooine. Eole sta completando i test di queste turbine ma diversi Paesi della Penisola Arabica sono già molto interessati. Nelle aree remote che non hanno accesso all'acqua potabile verrebbe colto un duplice obiettivo: risolvere il problema della mancanza di energia elettrica e di acqua. La turbina modificata di Eole non solo sfrutta vento per produrre energia, ma include un compressore simile a quello di un deumidificatore, che attrae l'aria per produrre condensa. La qualità dell'acqua raccolta supera le norme di potabilità che esige l'Organizzazione mondiale della sanità. Una tecnologia che sembrerebbe molto utile per lo sviluppo sostenibile, visto che sfrutta risorse rinnovabili come l'aria, il sole e il vento e non emette CO2 o attinge con trivellazioni alle falde freatiche o pompa acque superficiali. Le regioni isolate e remote devono spesso fare i conti con difficoltà ambientali, tecniche e sociali che ostacolano la buona gestione delle infrastrutture esistenti, le nuove tecnologie innovative destinate a queste comunità, in grado di funzionare del tutto autonomamente e con una limitata manutenzione, potrebbero risolvere molti problemi. Eole Water ha realizzato anche il "WMS-30kW Solaire", un dispositivo a energia fotovoltaica che produce anche acqua, particolarmente adatto alle zone desertiche e completamente autosufficiente e anche un impianto per le aree già collegate alla rete elettrica, il "WMS-30kW Réseau (Grid Tie)" che si concentra solo sulla produzione d'acqua 24 ore su 24. (da: "Acqua ed energia dalle pale eoliche", distrettoenergierinnovabili.it) Quale dei seguenti vantaggi NON è indicato come proprio dell'umidità presente nell'atmosfera terrestre?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. L'atmosfera terrestre è satura di umidità, è un'immensa riserva di acqua dolce che, a differenza dei pozzi, non si secca mai. L'umidità dell'aria anche dove non è molta è comunque presente, il problema è come "estrarla". L'impresa francese Eole Water dice di aver realizzato la turbina eolica WMS1000 che potrebbe permettere a chi vive in aree desertiche di beneficiare contemporaneamente dell'accesso all'acqua potabile e all'energia per almeno 20 anni. La turbina eolica produce 30 kW di energia e fino a 1.200-1.500 litri di acqua al giorno, secondo il clima. Anche in un deserto la mattina la rugiada si condensa sul suolo, si tratta della stessa acqua che potrebbe essere prelevata dalla nuova turbina eolica utilizzando lo stesso principio visto in Star Wars con il quale le aziende agricole ricavano l'umidità necessaria sul pianeta desertico Tatooine. Eole sta completando i test di queste turbine ma diversi Paesi della Penisola Arabica sono già molto interessati. Nelle aree remote che non hanno accesso all'acqua potabile verrebbe colto un duplice obiettivo: risolvere il problema della mancanza di energia elettrica e di acqua. La turbina modificata di Eole non solo sfrutta vento per produrre energia, ma include un compressore simile a quello di un deumidificatore, che attrae l'aria per produrre condensa. La qualità dell'acqua raccolta supera le norme di potabilità che esige l'Organizzazione mondiale della sanità. Una tecnologia che sembrerebbe molto utile per lo sviluppo sostenibile, visto che sfrutta risorse rinnovabili come l'aria, il sole e il vento e non emette CO2 o attinge con trivellazioni alle falde freatiche o pompa acque superficiali. Le regioni isolate e remote devono spesso fare i conti con difficoltà ambientali, tecniche e sociali che ostacolano la buona gestione delle infrastrutture esistenti, le nuove tecnologie innovative destinate a queste comunità, in grado di funzionare del tutto autonomamente e con una limitata manutenzione, potrebbero risolvere molti problemi. Eole Water ha realizzato anche il "WMS-30kW Solaire", un dispositivo a energia fotovoltaica che produce anche acqua, particolarmente adatto alle zone desertiche e completamente autosufficiente e anche un impianto per le aree già collegate alla rete elettrica, il "WMS-30kW Réseau (Grid Tie)" che si concentra solo sulla produzione d'acqua 24 ore su 24. (da: "Acqua ed energia dalle pale eoliche", distrettoenergierinnovabili.it) Quale dei seguenti può essere un limite della turbina di Eole?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'atmosfera terrestre è satura di umidità, è un'immensa riserva di acqua dolce che, a differenza dei pozzi, non si secca mai. L'umidità dell'aria anche dove non è molta è comunque presente, il problema è come "estrarla". L'impresa francese Eole Water dice di aver realizzato la turbina eolica WMS1000 che potrebbe permettere a chi vive in aree desertiche di beneficiare contemporaneamente dell'accesso all'acqua potabile e all'energia per almeno 20 anni. La turbina eolica produce 30 kW di energia e fino a 1.200-1.500 litri di acqua al giorno, secondo il clima. Anche in un deserto la mattina la rugiada si condensa sul suolo, si tratta della stessa acqua che potrebbe essere prelevata dalla nuova turbina eolica utilizzando lo stesso principio visto in Star Wars con il quale le aziende agricole ricavano l'umidità necessaria sul pianeta desertico Tatooine. Eole sta completando i test di queste turbine ma diversi Paesi della Penisola Arabica sono già molto interessati. Nelle aree remote che non hanno accesso all'acqua potabile verrebbe colto un duplice obiettivo: risolvere il problema della mancanza di energia elettrica e di acqua. La turbina modificata di Eole non solo sfrutta vento per produrre energia, ma include un compressore simile a quello di un deumidificatore, che attrae l'aria per produrre condensa. La qualità dell'acqua raccolta supera le norme di potabilità che esige l'Organizzazione mondiale della sanità. Una tecnologia che sembrerebbe molto utile per lo sviluppo sostenibile, visto che sfrutta risorse rinnovabili come l'aria, il sole e il vento e non emette CO2 o attinge con trivellazioni alle falde freatiche o pompa acque superficiali. Le regioni isolate e remote devono spesso fare i conti con difficoltà ambientali, tecniche e sociali che ostacolano la buona gestione delle infrastrutture esistenti, le nuove tecnologie innovative destinate a queste comunità, in grado di funzionare del tutto autonomamente e con una limitata manutenzione, potrebbero risolvere molti problemi. Eole Water ha realizzato anche il "WMS-30kW Solaire", un dispositivo a energia fotovoltaica che produce anche acqua, particolarmente adatto alle zone desertiche e completamente autosufficiente e anche un impianto per le aree già collegate alla rete elettrica, il "WMS-30kW Réseau (Grid Tie)" che si concentra solo sulla produzione d'acqua 24 ore su 24. (da: "Acqua ed energia dalle pale eoliche", distrettoenergierinnovabili.it) Quale dei seguenti obiettivi riguardante la turbina eolica è descritto nel brano?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. L'atmosfera terrestre è satura di umidità, è un'immensa riserva di acqua dolce che, a differenza dei pozzi, non si secca mai. L'umidità dell'aria anche dove non è molta è comunque presente, il problema è come "estrarla". L'impresa francese Eole Water dice di aver realizzato la turbina eolica WMS1000 che potrebbe permettere a chi vive in aree desertiche di beneficiare contemporaneamente dell'accesso all'acqua potabile e all'energia per almeno 20 anni. La turbina eolica produce 30 kW di energia e fino a 1.200-1.500 litri di acqua al giorno, secondo il clima. Anche in un deserto la mattina la rugiada si condensa sul suolo, si tratta della stessa acqua che potrebbe essere prelevata dalla nuova turbina eolica utilizzando lo stesso principio visto in Star Wars con il quale le aziende agricole ricavano l'umidità necessaria sul pianeta desertico Tatooine. Eole sta completando i test di queste turbine ma diversi Paesi della Penisola Arabica sono già molto interessati. Nelle aree remote che non hanno accesso all'acqua potabile verrebbe colto un duplice obiettivo: risolvere il problema della mancanza di energia elettrica e di acqua. La turbina modificata di Eole non solo sfrutta vento per produrre energia, ma include un compressore simile a quello di un deumidificatore, che attrae l'aria per produrre condensa. La qualità dell'acqua raccolta supera le norme di potabilità che esige l'Organizzazione mondiale della sanità. Una tecnologia che sembrerebbe molto utile per lo sviluppo sostenibile, visto che sfrutta risorse rinnovabili come l'aria, il sole e il vento e non emette CO2 o attinge con trivellazioni alle falde freatiche o pompa acque superficiali. Le regioni isolate e remote devono spesso fare i conti con difficoltà ambientali, tecniche e sociali che ostacolano la buona gestione delle infrastrutture esistenti, le nuove tecnologie innovative destinate a queste comunità, in grado di funzionare del tutto autonomamente e con una limitata manutenzione, potrebbero risolvere molti problemi. Eole Water ha realizzato anche il "WMS-30kW Solaire", un dispositivo a energia fotovoltaica che produce anche acqua, particolarmente adatto alle zone desertiche e completamente autosufficiente e anche un impianto per le aree già collegate alla rete elettrica, il "WMS-30kW Réseau (Grid Tie)" che si concentra solo sulla produzione d'acqua 24 ore su 24. (da: "Acqua ed energia dalle pale eoliche", distrettoenergierinnovabili.it) In quali problemi, a detta del brano, incorrono sovente le regioni isolate?

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