Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Guardia di Finanza Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018  Esercitati su questo Quiz  |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. L'uso e la riflessione sulla coppia di termini locale/globale ha avuto un largo successo nelle analisi di studiosi delle più diverse afferenze disciplinari. Nella ricomposizione del rapporto locale/globale si apre la questione politica dell'incapacità dello Stato-Nazione di regolare i flussi economici al suo interno, rendendo impossibile, come fatto notare da Jürgen Habermas, la coincidenza tra legittimità politica e scelte economiche. L'accordo politico si è ritrovato a dimensioni più ridotte, dove il diffondersi della globalizzazione ha incontrato un serio ostacolo nelle resistenze locali di culture, popoli e partiti alla resa omologante. Secondo Giuseppe Dematteis non sempre la globalizzazione porta all'omologazione, dato che il sistema economico mondiale si compone di reti e di nodi, e questi ultimi hanno sempre un aspetto locale, determinato da quei luoghi che offrono migliori esternalità. La perdita di identità avviene in quelle realtà che non si connettono a livello globale, ossia che non riescono a dare una propria risposta alla globalizzazione tramite l'autorganizzazione. David Harvey, Edward Soja, Erik Swyngedouw e Manuel Castells, tra gli altri, hanno messo invece al centro dell'attenzione dei loro studi i modi in cui il locale assume nuove forme nell'epoca della globalizzazione. La realtà contemporanea è descritta all'interno di un sistema dualista, che vede le forze locali distinguersi e contrapporsi a quelle globali in una dimensione transcalare. Questo significa che le differenze tra connessi e disconnessi non rispecchiano più quella tra mondo avanzato e in via di sviluppo, ma che all'interno di ogni regione o città si creano aree più sviluppate e altre che lo sono meno. I flussi transnazionali di capitali e merci rappresentano l'aspetto più visibile della globalizzazione, che si compone di nodi e assicura flussi di ricchezza e sviluppo; chi vive in una dimensione locale invece, estromessa dalla globalizzazione, non ha a disposizione tutti quegli strumenti di valorizzazione sociale ed economica che invece si riscontrano nell'altra parte, con una tendenziale cronicità che crea aree di sottosviluppo. La riterritorializzazione è il frutto dei flussi di capitali e merci, che riescono ad [1] allocarsi con maggiore rapidità rispetto al passato e quindi a superare i tradizionali confini nazionali. (da: locale/globale in "Lessico del XXI Secolo", Treccani) Dalla lettura del brano si deduce che Jürgen Habermas abbia fatto notare: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. L'uso e la riflessione sulla coppia di termini locale/globale ha avuto un largo successo nelle analisi di studiosi delle più diverse afferenze disciplinari. Nella ricomposizione del rapporto locale/globale si apre la questione politica dell'incapacità dello Stato-Nazione di regolare i flussi economici al suo interno, rendendo impossibile, come fatto notare da Jürgen Habermas, la coincidenza tra legittimità politica e scelte economiche. L'accordo politico si è ritrovato a dimensioni più ridotte, dove il diffondersi della globalizzazione ha incontrato un serio ostacolo nelle resistenze locali di culture, popoli e partiti alla resa omologante. Secondo Giuseppe Dematteis non sempre la globalizzazione porta all'omologazione, dato che il sistema economico mondiale si compone di reti e di nodi, e questi ultimi hanno sempre un aspetto locale, determinato da quei luoghi che offrono migliori esternalità. La perdita di identità avviene in quelle realtà che non si connettono a livello globale, ossia che non riescono a dare una propria risposta alla globalizzazione tramite l'autorganizzazione. David Harvey, Edward Soja, Erik Swyngedouw e Manuel Castells, tra gli altri, hanno messo invece al centro dell'attenzione dei loro studi i modi in cui il locale assume nuove forme nell'epoca della globalizzazione. La realtà contemporanea è descritta all'interno di un sistema dualista, che vede le forze locali distinguersi e contrapporsi a quelle globali in una dimensione transcalare. Questo significa che le differenze tra connessi e disconnessi non rispecchiano più quella tra mondo avanzato e in via di sviluppo, ma che all'interno di ogni regione o città si creano aree più sviluppate e altre che lo sono meno. I flussi transnazionali di capitali e merci rappresentano l'aspetto più visibile della globalizzazione, che si compone di nodi e assicura flussi di ricchezza e sviluppo; chi vive in una dimensione locale invece, estromessa dalla globalizzazione, non ha a disposizione tutti quegli strumenti di valorizzazione sociale ed economica che invece si riscontrano nell'altra parte, con una tendenziale cronicità che crea aree di sottosviluppo. La riterritorializzazione è il frutto dei flussi di capitali e merci, che riescono ad [1] allocarsi con maggiore rapidità rispetto al passato e quindi a superare i tradizionali confini nazionali. (da: locale/globale in "Lessico del XXI Secolo", Treccani) Che cosa afferma Giuseppe Dematteis? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. L'uso e la riflessione sulla coppia di termini locale/globale ha avuto un largo successo nelle analisi di studiosi delle più diverse afferenze disciplinari. Nella ricomposizione del rapporto locale/globale si apre la questione politica dell'incapacità dello Stato-Nazione di regolare i flussi economici al suo interno, rendendo impossibile, come fatto notare da Jürgen Habermas, la coincidenza tra legittimità politica e scelte economiche. L'accordo politico si è ritrovato a dimensioni più ridotte, dove il diffondersi della globalizzazione ha incontrato un serio ostacolo nelle resistenze locali di culture, popoli e partiti alla resa omologante. Secondo Giuseppe Dematteis non sempre la globalizzazione porta all'omologazione, dato che il sistema economico mondiale si compone di reti e di nodi, e questi ultimi hanno sempre un aspetto locale, determinato da quei luoghi che offrono migliori esternalità. La perdita di identità avviene in quelle realtà che non si connettono a livello globale, ossia che non riescono a dare una propria risposta alla globalizzazione tramite l'autorganizzazione. David Harvey, Edward Soja, Erik Swyngedouw e Manuel Castells, tra gli altri, hanno messo invece al centro dell'attenzione dei loro studi i modi in cui il locale assume nuove forme nell'epoca della globalizzazione. La realtà contemporanea è descritta all'interno di un sistema dualista, che vede le forze locali distinguersi e contrapporsi a quelle globali in una dimensione transcalare. Questo significa che le differenze tra connessi e disconnessi non rispecchiano più quella tra mondo avanzato e in via di sviluppo, ma che all'interno di ogni regione o città si creano aree più sviluppate e altre che lo sono meno. I flussi transnazionali di capitali e merci rappresentano l'aspetto più visibile della globalizzazione, che si compone di nodi e assicura flussi di ricchezza e sviluppo; chi vive in una dimensione locale invece, estromessa dalla globalizzazione, non ha a disposizione tutti quegli strumenti di valorizzazione sociale ed economica che invece si riscontrano nell'altra parte, con una tendenziale cronicità che crea aree di sottosviluppo. La riterritorializzazione è il frutto dei flussi di capitali e merci, che riescono ad [1] allocarsi con maggiore rapidità rispetto al passato e quindi a superare i tradizionali confini nazionali. (da: locale/globale in "Lessico del XXI Secolo", Treccani) Qual è l'aspetto più visibile della globalizzazione? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. L'uso e la riflessione sulla coppia di termini locale/globale ha avuto un largo successo nelle analisi di studiosi delle più diverse afferenze disciplinari. Nella ricomposizione del rapporto locale/globale si apre la questione politica dell'incapacità dello Stato-Nazione di regolare i flussi economici al suo interno, rendendo impossibile, come fatto notare da Jürgen Habermas, la coincidenza tra legittimità politica e scelte economiche. L'accordo politico si è ritrovato a dimensioni più ridotte, dove il diffondersi della globalizzazione ha incontrato un serio ostacolo nelle resistenze locali di culture, popoli e partiti alla resa omologante. Secondo Giuseppe Dematteis non sempre la globalizzazione porta all'omologazione, dato che il sistema economico mondiale si compone di reti e di nodi, e questi ultimi hanno sempre un aspetto locale, determinato da quei luoghi che offrono migliori esternalità. La perdita di identità avviene in quelle realtà che non si connettono a livello globale, ossia che non riescono a dare una propria risposta alla globalizzazione tramite l'autorganizzazione. David Harvey, Edward Soja, Erik Swyngedouw e Manuel Castells, tra gli altri, hanno messo invece al centro dell'attenzione dei loro studi i modi in cui il locale assume nuove forme nell'epoca della globalizzazione. La realtà contemporanea è descritta all'interno di un sistema dualista, che vede le forze locali distinguersi e contrapporsi a quelle globali in una dimensione transcalare. Questo significa che le differenze tra connessi e disconnessi non rispecchiano più quella tra mondo avanzato e in via di sviluppo, ma che all'interno di ogni regione o città si creano aree più sviluppate e altre che lo sono meno. I flussi transnazionali di capitali e merci rappresentano l'aspetto più visibile della globalizzazione, che si compone di nodi e assicura flussi di ricchezza e sviluppo; chi vive in una dimensione locale invece, estromessa dalla globalizzazione, non ha a disposizione tutti quegli strumenti di valorizzazione sociale ed economica che invece si riscontrano nell'altra parte, con una tendenziale cronicità che crea aree di sottosviluppo. La riterritorializzazione è il frutto dei flussi di capitali e merci, che riescono ad [1] allocarsi con maggiore rapidità rispetto al passato e quindi a superare i tradizionali confini nazionali. (da: locale/globale in "Lessico del XXI Secolo", Treccani) Quale delle seguenti affermazioni NON può essere individuata nella lettura del brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. L'uso e la riflessione sulla coppia di termini locale/globale ha avuto un largo successo nelle analisi di studiosi delle più diverse afferenze disciplinari. Nella ricomposizione del rapporto locale/globale si apre la questione politica dell'incapacità dello Stato-Nazione di regolare i flussi economici al suo interno, rendendo impossibile, come fatto notare da Jürgen Habermas, la coincidenza tra legittimità politica e scelte economiche. L'accordo politico si è ritrovato a dimensioni più ridotte, dove il diffondersi della globalizzazione ha incontrato un serio ostacolo nelle resistenze locali di culture, popoli e partiti alla resa omologante. Secondo Giuseppe Dematteis non sempre la globalizzazione porta all'omologazione, dato che il sistema economico mondiale si compone di reti e di nodi, e questi ultimi hanno sempre un aspetto locale, determinato da quei luoghi che offrono migliori esternalità. La perdita di identità avviene in quelle realtà che non si connettono a livello globale, ossia che non riescono a dare una propria risposta alla globalizzazione tramite l'autorganizzazione. David Harvey, Edward Soja, Erik Swyngedouw e Manuel Castells, tra gli altri, hanno messo invece al centro dell'attenzione dei loro studi i modi in cui il locale assume nuove forme nell'epoca della globalizzazione. La realtà contemporanea è descritta all'interno di un sistema dualista, che vede le forze locali distinguersi e contrapporsi a quelle globali in una dimensione transcalare. Questo significa che le differenze tra connessi e disconnessi non rispecchiano più quella tra mondo avanzato e in via di sviluppo, ma che all'interno di ogni regione o città si creano aree più sviluppate e altre che lo sono meno. I flussi transnazionali di capitali e merci rappresentano l'aspetto più visibile della globalizzazione, che si compone di nodi e assicura flussi di ricchezza e sviluppo; chi vive in una dimensione locale invece, estromessa dalla globalizzazione, non ha a disposizione tutti quegli strumenti di valorizzazione sociale ed economica che invece si riscontrano nell'altra parte, con una tendenziale cronicità che crea aree di sottosviluppo. La riterritorializzazione è il frutto dei flussi di capitali e merci, che riescono ad [1] allocarsi con maggiore rapidità rispetto al passato e quindi a superare i tradizionali confini nazionali. (da: locale/globale in "Lessico del XXI Secolo", Treccani) Il significato di "allocarsi" [1] nel contesto del brano è: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La 31esima spedizione italiana in Antartide sta entrando nel vivo. Un primo nucleo di 12 tecnici e personale ausiliario ha raggiunto nei giorni scorsi la base Zucchelli, a Baia Terra Nova, tra le lingue dei ghiacciai Campbell e Drygalski, per ripristinarne la piena funzionalità dopo il lungo inverno antartico.Un altro gruppo di tecnici italiani e francesi ha invece raggiunto la stazione Concordia, nel sito denominato Dome C, a 3.300 metri di altitudine sul Plateau Antartico, dando il cambio al personale rimasto isolato nella base nei nove mesi della campagna invernale. Le due missioni continueranno fino a febbraio e coinvolgeranno circa 200 ricercatori.La missione italiana, supportata per la logistica dall'Enea e coordinata dal CNR e dalla Commissione scientifica nazionale per l'Antartide, è finanziata dal 2008 dal Miur, il Ministero dell'Università e della Ricerca.Il principale filone di ricerca, avviato nel 2012 con il progetto CLITEITAM, riguarda l'interazione tra cambiamenti climatici ed evoluzione dei ghiacci della calotta antartica. Il fronte delle montagne Transantartiche, che si elevano fino a 4.000 metri tra i ghiacci orientali e il Mare di Ross, è un'area estesa quanto la Francia, ha una storia di espansioni, contrazioni ed episodi vulcanici lunga milioni di anni ed è oggi una regione chiave per comprendere la complessità dei processi ambientali e la risposta dei poli ai cambiamenti in corso.Nella campagna estiva di ricerca, che si svolgerà con temperature fino a �45 °C, venti fortissimi e 24 ore di luce al giorno per tutto il periodo, verranno condotti studi sull'assottigliamento dello strato di ozono atmosferico e, con l'ausilio di sensori agganciati a palloni-sonda ad elio che salgono fino a 25 km di quota, saranno misurate le radiazioni solari e terrestri, indispensabili per stimare le variazioni climatiche a livello globale.Ma si faranno anche nuove ricerche glaciologiche per ricostruire la storia geologica dell'Antartide e le sue connessioni con l'evoluzione del pianeta.Nell'ultima campagna di ricerca, lo scorso anno, è stata fatta una scoperta importante. Nel rilievo montuoso di Allan Hills i ricercatori hanno trovato molti frammenti di tronchi fossili carbonizzati: con buona probabilità è ciò che resta di una vasta foresta triassica, distrutta da incendi innescati milioni di anni fa da eruzioni vulcaniche, o forse dall'impatto di un asteroide. (da: Claudio Visani, "La missione italiana in Antartide", www.focus.it) Dal brano si può dedurre che le difficoltà logistiche della ricerca in Antartide consistono: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La 31esima spedizione italiana in Antartide sta entrando nel vivo. Un primo nucleo di 12 tecnici e personale ausiliario ha raggiunto nei giorni scorsi la base Zucchelli, a Baia Terra Nova, tra le lingue dei ghiacciai Campbell e Drygalski, per ripristinarne la piena funzionalità dopo il lungo inverno antartico.Un altro gruppo di tecnici italiani e francesi ha invece raggiunto la stazione Concordia, nel sito denominato Dome C, a 3.300 metri di altitudine sul Plateau Antartico, dando il cambio al personale rimasto isolato nella base nei nove mesi della campagna invernale. Le due missioni continueranno fino a febbraio e coinvolgeranno circa 200 ricercatori.La missione italiana, supportata per la logistica dall'Enea e coordinata dal CNR e dalla Commissione scientifica nazionale per l'Antartide, è finanziata dal 2008 dal Miur, il Ministero dell'Università e della Ricerca.Il principale filone di ricerca, avviato nel 2012 con il progetto CLITEITAM, riguarda l'interazione tra cambiamenti climatici ed evoluzione dei ghiacci della calotta antartica. Il fronte delle montagne Transantartiche, che si elevano fino a 4.000 metri tra i ghiacci orientali e il Mare di Ross, è un'area estesa quanto la Francia, ha una storia di espansioni, contrazioni ed episodi vulcanici lunga milioni di anni ed è oggi una regione chiave per comprendere la complessità dei processi ambientali e la risposta dei poli ai cambiamenti in corso.Nella campagna estiva di ricerca, che si svolgerà con temperature fino a �45 °C, venti fortissimi e 24 ore di luce al giorno per tutto il periodo, verranno condotti studi sull'assottigliamento dello strato di ozono atmosferico e, con l'ausilio di sensori agganciati a palloni-sonda ad elio che salgono fino a 25 km di quota, saranno misurate le radiazioni solari e terrestri, indispensabili per stimare le variazioni climatiche a livello globale.Ma si faranno anche nuove ricerche glaciologiche per ricostruire la storia geologica dell'Antartide e le sue connessioni con l'evoluzione del pianeta.Nell'ultima campagna di ricerca, lo scorso anno, è stata fatta una scoperta importante. Nel rilievo montuoso di Allan Hills i ricercatori hanno trovato molti frammenti di tronchi fossili carbonizzati: con buona probabilità è ciò che resta di una vasta foresta triassica, distrutta da incendi innescati milioni di anni fa da eruzioni vulcaniche, o forse dall'impatto di un asteroide. (da: Claudio Visani, "La missione italiana in Antartide", www.focus.it) La 31esima spedizione italiana: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La 31esima spedizione italiana in Antartide sta entrando nel vivo. Un primo nucleo di 12 tecnici e personale ausiliario ha raggiunto nei giorni scorsi la base Zucchelli, a Baia Terra Nova, tra le lingue dei ghiacciai Campbell e Drygalski, per ripristinarne la piena funzionalità dopo il lungo inverno antartico.Un altro gruppo di tecnici italiani e francesi ha invece raggiunto la stazione Concordia, nel sito denominato Dome C, a 3.300 metri di altitudine sul Plateau Antartico, dando il cambio al personale rimasto isolato nella base nei nove mesi della campagna invernale. Le due missioni continueranno fino a febbraio e coinvolgeranno circa 200 ricercatori.La missione italiana, supportata per la logistica dall'Enea e coordinata dal CNR e dalla Commissione scientifica nazionale per l'Antartide, è finanziata dal 2008 dal Miur, il Ministero dell'Università e della Ricerca.Il principale filone di ricerca, avviato nel 2012 con il progetto CLITEITAM, riguarda l'interazione tra cambiamenti climatici ed evoluzione dei ghiacci della calotta antartica. Il fronte delle montagne Transantartiche, che si elevano fino a 4.000 metri tra i ghiacci orientali e il Mare di Ross, è un'area estesa quanto la Francia, ha una storia di espansioni, contrazioni ed episodi vulcanici lunga milioni di anni ed è oggi una regione chiave per comprendere la complessità dei processi ambientali e la risposta dei poli ai cambiamenti in corso.Nella campagna estiva di ricerca, che si svolgerà con temperature fino a �45 °C, venti fortissimi e 24 ore di luce al giorno per tutto il periodo, verranno condotti studi sull'assottigliamento dello strato di ozono atmosferico e, con l'ausilio di sensori agganciati a palloni-sonda ad elio che salgono fino a 25 km di quota, saranno misurate le radiazioni solari e terrestri, indispensabili per stimare le variazioni climatiche a livello globale.Ma si faranno anche nuove ricerche glaciologiche per ricostruire la storia geologica dell'Antartide e le sue connessioni con l'evoluzione del pianeta.Nell'ultima campagna di ricerca, lo scorso anno, è stata fatta una scoperta importante. Nel rilievo montuoso di Allan Hills i ricercatori hanno trovato molti frammenti di tronchi fossili carbonizzati: con buona probabilità è ciò che resta di una vasta foresta triassica, distrutta da incendi innescati milioni di anni fa da eruzioni vulcaniche, o forse dall'impatto di un asteroide. (da: Claudio Visani, "La missione italiana in Antartide", www.focus.it) L"'interazione tra cambiamenti climatici ed evoluzione dei ghiacci della calotta antartica": |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La 31esima spedizione italiana in Antartide sta entrando nel vivo. Un primo nucleo di 12 tecnici e personale ausiliario ha raggiunto nei giorni scorsi la base Zucchelli, a Baia Terra Nova, tra le lingue dei ghiacciai Campbell e Drygalski, per ripristinarne la piena funzionalità dopo il lungo inverno antartico.Un altro gruppo di tecnici italiani e francesi ha invece raggiunto la stazione Concordia, nel sito denominato Dome C, a 3.300 metri di altitudine sul Plateau Antartico, dando il cambio al personale rimasto isolato nella base nei nove mesi della campagna invernale. Le due missioni continueranno fino a febbraio e coinvolgeranno circa 200 ricercatori.La missione italiana, supportata per la logistica dall'Enea e coordinata dal CNR e dalla Commissione scientifica nazionale per l'Antartide, è finanziata dal 2008 dal Miur, il Ministero dell'Università e della Ricerca.Il principale filone di ricerca, avviato nel 2012 con il progetto CLITEITAM, riguarda l'interazione tra cambiamenti climatici ed evoluzione dei ghiacci della calotta antartica. Il fronte delle montagne Transantartiche, che si elevano fino a 4.000 metri tra i ghiacci orientali e il Mare di Ross, è un'area estesa quanto la Francia, ha una storia di espansioni, contrazioni ed episodi vulcanici lunga milioni di anni ed è oggi una regione chiave per comprendere la complessità dei processi ambientali e la risposta dei poli ai cambiamenti in corso.Nella campagna estiva di ricerca, che si svolgerà con temperature fino a �45 °C, venti fortissimi e 24 ore di luce al giorno per tutto il periodo, verranno condotti studi sull'assottigliamento dello strato di ozono atmosferico e, con l'ausilio di sensori agganciati a palloni-sonda ad elio che salgono fino a 25 km di quota, saranno misurate le radiazioni solari e terrestri, indispensabili per stimare le variazioni climatiche a livello globale.Ma si faranno anche nuove ricerche glaciologiche per ricostruire la storia geologica dell'Antartide e le sue connessioni con l'evoluzione del pianeta.Nell'ultima campagna di ricerca, lo scorso anno, è stata fatta una scoperta importante. Nel rilievo montuoso di Allan Hills i ricercatori hanno trovato molti frammenti di tronchi fossili carbonizzati: con buona probabilità è ciò che resta di una vasta foresta triassica, distrutta da incendi innescati milioni di anni fa da eruzioni vulcaniche, o forse dall'impatto di un asteroide. (da: Claudio Visani, "La missione italiana in Antartide", www.focus.it) La campagna invernale: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La 31esima spedizione italiana in Antartide sta entrando nel vivo. Un primo nucleo di 12 tecnici e personale ausiliario ha raggiunto nei giorni scorsi la base Zucchelli, a Baia Terra Nova, tra le lingue dei ghiacciai Campbell e Drygalski, per ripristinarne la piena funzionalità dopo il lungo inverno antartico.Un altro gruppo di tecnici italiani e francesi ha invece raggiunto la stazione Concordia, nel sito denominato Dome C, a 3.300 metri di altitudine sul Plateau Antartico, dando il cambio al personale rimasto isolato nella base nei nove mesi della campagna invernale. Le due missioni continueranno fino a febbraio e coinvolgeranno circa 200 ricercatori.La missione italiana, supportata per la logistica dall'Enea e coordinata dal CNR e dalla Commissione scientifica nazionale per l'Antartide, è finanziata dal 2008 dal Miur, il Ministero dell'Università e della Ricerca.Il principale filone di ricerca, avviato nel 2012 con il progetto CLITEITAM, riguarda l'interazione tra cambiamenti climatici ed evoluzione dei ghiacci della calotta antartica. Il fronte delle montagne Transantartiche, che si elevano fino a 4.000 metri tra i ghiacci orientali e il Mare di Ross, è un'area estesa quanto la Francia, ha una storia di espansioni, contrazioni ed episodi vulcanici lunga milioni di anni ed è oggi una regione chiave per comprendere la complessità dei processi ambientali e la risposta dei poli ai cambiamenti in corso.Nella campagna estiva di ricerca, che si svolgerà con temperature fino a �45 °C, venti fortissimi e 24 ore di luce al giorno per tutto il periodo, verranno condotti studi sull'assottigliamento dello strato di ozono atmosferico e, con l'ausilio di sensori agganciati a palloni-sonda ad elio che salgono fino a 25 km di quota, saranno misurate le radiazioni solari e terrestri, indispensabili per stimare le variazioni climatiche a livello globale.Ma si faranno anche nuove ricerche glaciologiche per ricostruire la storia geologica dell'Antartide e le sue connessioni con l'evoluzione del pianeta.Nell'ultima campagna di ricerca, lo scorso anno, è stata fatta una scoperta importante. Nel rilievo montuoso di Allan Hills i ricercatori hanno trovato molti frammenti di tronchi fossili carbonizzati: con buona probabilità è ciò che resta di una vasta foresta triassica, distrutta da incendi innescati milioni di anni fa da eruzioni vulcaniche, o forse dall'impatto di un asteroide. (da: Claudio Visani, "La missione italiana in Antartide", www.focus.it) Le nuove ricerche in Antartide: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La bomba all'idrogeno o bomba H è l'ordigno nucleare più devastante mai creato dall'uomo. In termini militari, è considerata un'evoluzione della bomba atomica "semplice", e funziona con una reazione a fusione termonucleare non molto diversa da quella che avviene all'interno del Sole.Una "tradizionale" bomba atomica a fissione nucleare si basa sul processo di divisione a catena del nucleo atomico di un materiale fissile (come l'uranio 235, o il plutonio 239), che avviene in modo incontrollato e rilascia una grande quantità di energia. Nella bomba H viene aggiunto uno stadio in più: la fissione nucleare viene usata per creare una prima esplosione e innescare le reazioni di fusione nucleare (ancora più violente) che generano temperature e pressioni capaci di trasformare l'idrogeno contenuto in un serbatoio all'interno della bomba in elio, in modo analogo a quanto avviene per il Sole. Ecco perché la bomba H è spesso definita bomba atomica "a due stadi".Sono proprio le due fasi dell'esplosione a renderla più pericolosa ancora di un'atomica a fissione: se un ordigno nucleare tradizionale ha una potenza esplosiva di 15-20 kilotoni, la bomba H sperimentata il 1° novembre 1952 dagli USA sull'isola di Elugelab, nel Pacifico (nel cosiddetto "Mike Test"), sprigionò una potenza di 11 megaton, 800 volte la bomba di Hiroshima, e un'onda di calore che raggiunse il raggio di 56 km. In pratica, l'elemento più distruttivo e pericoloso nel caso di una bomba all'idrogeno è l'esplosione, e non la radiazione.Se la tecnologia per realizzare una bomba termonucleare è piuttosto conosciuta � USA, Unione Sovietica e Gran Bretagna ne svilupparono negli anni '60 � un po' meno scontati e più complessi sono l'aspetto ingegneristico e il reperimento dell'idrogeno necessario.Per quanto riguarda la storia della bomba H, negli anni '50, lo sviluppo dell'atomica da parte dei sovietici ha dato il destro ai "falchi" [1] americani per promuoverla.Suo accanito sostenitore era il fisico di origini ungheresi Edward Teller, che non si fece scrupoli a ordire un complotto contro Robert Oppenheimer, il padre dell'atomica americana. Quest'ultimo, infatti, riteneva che la bomba atomica fosse già un deterrente sufficiente a scoraggiare qualsiasi attacco contro gli USA. Ma i vertici militari e politici di Washington ormai avevano deciso di toglierlo di mezzo. (Da: www.focus.it) Secondo quanto si ricava dal brano, negli anni Quaranta quanti Paesi avevano sviluppato la bomba termonucleare? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La bomba all'idrogeno o bomba H è l'ordigno nucleare più devastante mai creato dall'uomo. In termini militari, è considerata un'evoluzione della bomba atomica "semplice", e funziona con una reazione a fusione termonucleare non molto diversa da quella che avviene all'interno del Sole.Una "tradizionale" bomba atomica a fissione nucleare si basa sul processo di divisione a catena del nucleo atomico di un materiale fissile (come l'uranio 235, o il plutonio 239), che avviene in modo incontrollato e rilascia una grande quantità di energia. Nella bomba H viene aggiunto uno stadio in più: la fissione nucleare viene usata per creare una prima esplosione e innescare le reazioni di fusione nucleare (ancora più violente) che generano temperature e pressioni capaci di trasformare l'idrogeno contenuto in un serbatoio all'interno della bomba in elio, in modo analogo a quanto avviene per il Sole. Ecco perché la bomba H è spesso definita bomba atomica "a due stadi".Sono proprio le due fasi dell'esplosione a renderla più pericolosa ancora di un'atomica a fissione: se un ordigno nucleare tradizionale ha una potenza esplosiva di 15-20 kilotoni, la bomba H sperimentata il 1° novembre 1952 dagli USA sull'isola di Elugelab, nel Pacifico (nel cosiddetto "Mike Test"), sprigionò una potenza di 11 megaton, 800 volte la bomba di Hiroshima, e un'onda di calore che raggiunse il raggio di 56 km. In pratica, l'elemento più distruttivo e pericoloso nel caso di una bomba all'idrogeno è l'esplosione, e non la radiazione.Se la tecnologia per realizzare una bomba termonucleare è piuttosto conosciuta � USA, Unione Sovietica e Gran Bretagna ne svilupparono negli anni '60 � un po' meno scontati e più complessi sono l'aspetto ingegneristico e il reperimento dell'idrogeno necessario.Per quanto riguarda la storia della bomba H, negli anni '50, lo sviluppo dell'atomica da parte dei sovietici ha dato il destro ai "falchi" [1] americani per promuoverla.Suo accanito sostenitore era il fisico di origini ungheresi Edward Teller, che non si fece scrupoli a ordire un complotto contro Robert Oppenheimer, il padre dell'atomica americana. Quest'ultimo, infatti, riteneva che la bomba atomica fosse già un deterrente sufficiente a scoraggiare qualsiasi attacco contro gli USA. Ma i vertici militari e politici di Washington ormai avevano deciso di toglierlo di mezzo. (Da: www.focus.it) Con l'espressione "falchi" [1], nel brano e in linea generale, si intende: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La bomba all'idrogeno o bomba H è l'ordigno nucleare più devastante mai creato dall'uomo. In termini militari, è considerata un'evoluzione della bomba atomica "semplice", e funziona con una reazione a fusione termonucleare non molto diversa da quella che avviene all'interno del Sole.Una "tradizionale" bomba atomica a fissione nucleare si basa sul processo di divisione a catena del nucleo atomico di un materiale fissile (come l'uranio 235, o il plutonio 239), che avviene in modo incontrollato e rilascia una grande quantità di energia. Nella bomba H viene aggiunto uno stadio in più: la fissione nucleare viene usata per creare una prima esplosione e innescare le reazioni di fusione nucleare (ancora più violente) che generano temperature e pressioni capaci di trasformare l'idrogeno contenuto in un serbatoio all'interno della bomba in elio, in modo analogo a quanto avviene per il Sole. Ecco perché la bomba H è spesso definita bomba atomica "a due stadi".Sono proprio le due fasi dell'esplosione a renderla più pericolosa ancora di un'atomica a fissione: se un ordigno nucleare tradizionale ha una potenza esplosiva di 15-20 kilotoni, la bomba H sperimentata il 1° novembre 1952 dagli USA sull'isola di Elugelab, nel Pacifico (nel cosiddetto "Mike Test"), sprigionò una potenza di 11 megaton, 800 volte la bomba di Hiroshima, e un'onda di calore che raggiunse il raggio di 56 km. In pratica, l'elemento più distruttivo e pericoloso nel caso di una bomba all'idrogeno è l'esplosione, e non la radiazione.Se la tecnologia per realizzare una bomba termonucleare è piuttosto conosciuta � USA, Unione Sovietica e Gran Bretagna ne svilupparono negli anni '60 � un po' meno scontati e più complessi sono l'aspetto ingegneristico e il reperimento dell'idrogeno necessario.Per quanto riguarda la storia della bomba H, negli anni '50, lo sviluppo dell'atomica da parte dei sovietici ha dato il destro ai "falchi" [1] americani per promuoverla.Suo accanito sostenitore era il fisico di origini ungheresi Edward Teller, che non si fece scrupoli a ordire un complotto contro Robert Oppenheimer, il padre dell'atomica americana. Quest'ultimo, infatti, riteneva che la bomba atomica fosse già un deterrente sufficiente a scoraggiare qualsiasi attacco contro gli USA. Ma i vertici militari e politici di Washington ormai avevano deciso di toglierlo di mezzo. (Da: www.focus.it) La bomba H ha una potenza esplosiva: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La bomba all'idrogeno o bomba H è l'ordigno nucleare più devastante mai creato dall'uomo. In termini militari, è considerata un'evoluzione della bomba atomica "semplice", e funziona con una reazione a fusione termonucleare non molto diversa da quella che avviene all'interno del Sole.Una "tradizionale" bomba atomica a fissione nucleare si basa sul processo di divisione a catena del nucleo atomico di un materiale fissile (come l'uranio 235, o il plutonio 239), che avviene in modo incontrollato e rilascia una grande quantità di energia. Nella bomba H viene aggiunto uno stadio in più: la fissione nucleare viene usata per creare una prima esplosione e innescare le reazioni di fusione nucleare (ancora più violente) che generano temperature e pressioni capaci di trasformare l'idrogeno contenuto in un serbatoio all'interno della bomba in elio, in modo analogo a quanto avviene per il Sole. Ecco perché la bomba H è spesso definita bomba atomica "a due stadi".Sono proprio le due fasi dell'esplosione a renderla più pericolosa ancora di un'atomica a fissione: se un ordigno nucleare tradizionale ha una potenza esplosiva di 15-20 kilotoni, la bomba H sperimentata il 1° novembre 1952 dagli USA sull'isola di Elugelab, nel Pacifico (nel cosiddetto "Mike Test"), sprigionò una potenza di 11 megaton, 800 volte la bomba di Hiroshima, e un'onda di calore che raggiunse il raggio di 56 km. In pratica, l'elemento più distruttivo e pericoloso nel caso di una bomba all'idrogeno è l'esplosione, e non la radiazione.Se la tecnologia per realizzare una bomba termonucleare è piuttosto conosciuta � USA, Unione Sovietica e Gran Bretagna ne svilupparono negli anni '60 � un po' meno scontati e più complessi sono l'aspetto ingegneristico e il reperimento dell'idrogeno necessario.Per quanto riguarda la storia della bomba H, negli anni '50, lo sviluppo dell'atomica da parte dei sovietici ha dato il destro ai "falchi" [1] americani per promuoverla.Suo accanito sostenitore era il fisico di origini ungheresi Edward Teller, che non si fece scrupoli a ordire un complotto contro Robert Oppenheimer, il padre dell'atomica americana. Quest'ultimo, infatti, riteneva che la bomba atomica fosse già un deterrente sufficiente a scoraggiare qualsiasi attacco contro gli USA. Ma i vertici militari e politici di Washington ormai avevano deciso di toglierlo di mezzo. (Da: www.focus.it) Secondo quanto detto nel brano, la bomba H: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La bomba all'idrogeno o bomba H è l'ordigno nucleare più devastante mai creato dall'uomo. In termini militari, è considerata un'evoluzione della bomba atomica "semplice", e funziona con una reazione a fusione termonucleare non molto diversa da quella che avviene all'interno del Sole.Una "tradizionale" bomba atomica a fissione nucleare si basa sul processo di divisione a catena del nucleo atomico di un materiale fissile (come l'uranio 235, o il plutonio 239), che avviene in modo incontrollato e rilascia una grande quantità di energia. Nella bomba H viene aggiunto uno stadio in più: la fissione nucleare viene usata per creare una prima esplosione e innescare le reazioni di fusione nucleare (ancora più violente) che generano temperature e pressioni capaci di trasformare l'idrogeno contenuto in un serbatoio all'interno della bomba in elio, in modo analogo a quanto avviene per il Sole. Ecco perché la bomba H è spesso definita bomba atomica "a due stadi".Sono proprio le due fasi dell'esplosione a renderla più pericolosa ancora di un'atomica a fissione: se un ordigno nucleare tradizionale ha una potenza esplosiva di 15-20 kilotoni, la bomba H sperimentata il 1° novembre 1952 dagli USA sull'isola di Elugelab, nel Pacifico (nel cosiddetto "Mike Test"), sprigionò una potenza di 11 megaton, 800 volte la bomba di Hiroshima, e un'onda di calore che raggiunse il raggio di 56 km. In pratica, l'elemento più distruttivo e pericoloso nel caso di una bomba all'idrogeno è l'esplosione, e non la radiazione.Se la tecnologia per realizzare una bomba termonucleare è piuttosto conosciuta � USA, Unione Sovietica e Gran Bretagna ne svilupparono negli anni '60 � un po' meno scontati e più complessi sono l'aspetto ingegneristico e il reperimento dell'idrogeno necessario.Per quanto riguarda la storia della bomba H, negli anni '50, lo sviluppo dell'atomica da parte dei sovietici ha dato il destro ai "falchi" [1] americani per promuoverla.Suo accanito sostenitore era il fisico di origini ungheresi Edward Teller, che non si fece scrupoli a ordire un complotto contro Robert Oppenheimer, il padre dell'atomica americana. Quest'ultimo, infatti, riteneva che la bomba atomica fosse già un deterrente sufficiente a scoraggiare qualsiasi attacco contro gli USA. Ma i vertici militari e politici di Washington ormai avevano deciso di toglierlo di mezzo. (Da: www.focus.it) Dal brano si evince che Teller ordì un complotto contro Oppenheimer: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La Città Proibita, il maggior complesso politico-religioso di tutta l'architettura cinese, sorse praticamente dal nulla su iniziativa dell'imperatore Yongle, il terzo e più potente sovrano della dinastia Ming. All'inizio del XV secolo Yongle decise di trasferire la capitale al nord sia per scongiurare la minaccia rappresentata dai popoli della steppa, sia per creare un nuovo nucleo rituale da cui rifondare la propria dinastia, che allora aveva sede a Nanchino. Per difendere la nuova capitale, Pechino (o Beijing), fu sufficiente ricostruire una parte della Grande Muraglia, ma per offrire un alloggio sicuro al "Figlio del Cielo" fu invece necessario ricorrere a tecniche che i ritualisti cinesi avevano perfezionato nel corso dei millenni. Nella costruzione delle prime città e dei primi palazzi cinesi si seguivano degli schemi ben determinati: un recinto murato circondava un grande spazio aperto, nel centro del quale, su una piattaforma si costruivano gli edifici principali. La presenza di questa area centrale nei cortili già indicava l'importanza che il concetto di "vuoto" avrebbe avuto nei secoli successivi per i taoisti. Un altro elemento importante nella costruzione era il frequente ricorso al legno: di norma la muratura ed il mattone venivano utilizzati per muraglie difensive, terrazzi, balaustre [1], edifici funerari e ponti, mentre gli edifici venivano eretti utilizzando pilastri di legno. Il motivo di questo massiccio utilizzo non era l'abbondanza di materiale (la terra del loess, delle fertili pianure ne era in realtà sprovvista) ma rispondeva ad esigenze specifiche della organizzazione socioeconomica dei cinesi: facile da trasportare in modo economico via fiume ed adatto per la produzione di numerosi edifici costruiti in serie. L'aspetto negativo di questa scelta architettonica è che le costruzioni risultano meno durature di quelle in pietra, nonostante la lacca con cui si tratta il legno possa comunque durare millenni. (Da: D. Folch Fornesa, "La città proibita", Rba Italia) Quale tra i seguenti termini è sinonimo di "balaustre" [1]? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La Città Proibita, il maggior complesso politico-religioso di tutta l'architettura cinese, sorse praticamente dal nulla su iniziativa dell'imperatore Yongle, il terzo e più potente sovrano della dinastia Ming. All'inizio del XV secolo Yongle decise di trasferire la capitale al nord sia per scongiurare la minaccia rappresentata dai popoli della steppa, sia per creare un nuovo nucleo rituale da cui rifondare la propria dinastia, che allora aveva sede a Nanchino. Per difendere la nuova capitale, Pechino (o Beijing), fu sufficiente ricostruire una parte della Grande Muraglia, ma per offrire un alloggio sicuro al "Figlio del Cielo" fu invece necessario ricorrere a tecniche che i ritualisti cinesi avevano perfezionato nel corso dei millenni. Nella costruzione delle prime città e dei primi palazzi cinesi si seguivano degli schemi ben determinati: un recinto murato circondava un grande spazio aperto, nel centro del quale, su una piattaforma si costruivano gli edifici principali. La presenza di questa area centrale nei cortili già indicava l'importanza che il concetto di "vuoto" avrebbe avuto nei secoli successivi per i taoisti. Un altro elemento importante nella costruzione era il frequente ricorso al legno: di norma la muratura ed il mattone venivano utilizzati per muraglie difensive, terrazzi, balaustre [1], edifici funerari e ponti, mentre gli edifici venivano eretti utilizzando pilastri di legno. Il motivo di questo massiccio utilizzo non era l'abbondanza di materiale (la terra del loess, delle fertili pianure ne era in realtà sprovvista) ma rispondeva ad esigenze specifiche della organizzazione socioeconomica dei cinesi: facile da trasportare in modo economico via fiume ed adatto per la produzione di numerosi edifici costruiti in serie. L'aspetto negativo di questa scelta architettonica è che le costruzioni risultano meno durature di quelle in pietra, nonostante la lacca con cui si tratta il legno possa comunque durare millenni. (Da: D. Folch Fornesa, "La città proibita", Rba Italia) Quale tra le seguenti affermazioni NON può essere dedotta dal brano? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La Città Proibita, il maggior complesso politico-religioso di tutta l'architettura cinese, sorse praticamente dal nulla su iniziativa dell'imperatore Yongle, il terzo e più potente sovrano della dinastia Ming. All'inizio del XV secolo Yongle decise di trasferire la capitale al nord sia per scongiurare la minaccia rappresentata dai popoli della steppa, sia per creare un nuovo nucleo rituale da cui rifondare la propria dinastia, che allora aveva sede a Nanchino. Per difendere la nuova capitale, Pechino (o Beijing), fu sufficiente ricostruire una parte della Grande Muraglia, ma per offrire un alloggio sicuro al "Figlio del Cielo" fu invece necessario ricorrere a tecniche che i ritualisti cinesi avevano perfezionato nel corso dei millenni. Nella costruzione delle prime città e dei primi palazzi cinesi si seguivano degli schemi ben determinati: un recinto murato circondava un grande spazio aperto, nel centro del quale, su una piattaforma si costruivano gli edifici principali. La presenza di questa area centrale nei cortili già indicava l'importanza che il concetto di "vuoto" avrebbe avuto nei secoli successivi per i taoisti. Un altro elemento importante nella costruzione era il frequente ricorso al legno: di norma la muratura ed il mattone venivano utilizzati per muraglie difensive, terrazzi, balaustre [1], edifici funerari e ponti, mentre gli edifici venivano eretti utilizzando pilastri di legno. Il motivo di questo massiccio utilizzo non era l'abbondanza di materiale (la terra del loess, delle fertili pianure ne era in realtà sprovvista) ma rispondeva ad esigenze specifiche della organizzazione socioeconomica dei cinesi: facile da trasportare in modo economico via fiume ed adatto per la produzione di numerosi edifici costruiti in serie. L'aspetto negativo di questa scelta architettonica è che le costruzioni risultano meno durature di quelle in pietra, nonostante la lacca con cui si tratta il legno possa comunque durare millenni. (Da: D. Folch Fornesa, "La città proibita", Rba Italia) L'imperatore Yongle: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La Città Proibita, il maggior complesso politico-religioso di tutta l'architettura cinese, sorse praticamente dal nulla su iniziativa dell'imperatore Yongle, il terzo e più potente sovrano della dinastia Ming. All'inizio del XV secolo Yongle decise di trasferire la capitale al nord sia per scongiurare la minaccia rappresentata dai popoli della steppa, sia per creare un nuovo nucleo rituale da cui rifondare la propria dinastia, che allora aveva sede a Nanchino. Per difendere la nuova capitale, Pechino (o Beijing), fu sufficiente ricostruire una parte della Grande Muraglia, ma per offrire un alloggio sicuro al "Figlio del Cielo" fu invece necessario ricorrere a tecniche che i ritualisti cinesi avevano perfezionato nel corso dei millenni. Nella costruzione delle prime città e dei primi palazzi cinesi si seguivano degli schemi ben determinati: un recinto murato circondava un grande spazio aperto, nel centro del quale, su una piattaforma si costruivano gli edifici principali. La presenza di questa area centrale nei cortili già indicava l'importanza che il concetto di "vuoto" avrebbe avuto nei secoli successivi per i taoisti. Un altro elemento importante nella costruzione era il frequente ricorso al legno: di norma la muratura ed il mattone venivano utilizzati per muraglie difensive, terrazzi, balaustre [1], edifici funerari e ponti, mentre gli edifici venivano eretti utilizzando pilastri di legno. Il motivo di questo massiccio utilizzo non era l'abbondanza di materiale (la terra del loess, delle fertili pianure ne era in realtà sprovvista) ma rispondeva ad esigenze specifiche della organizzazione socioeconomica dei cinesi: facile da trasportare in modo economico via fiume ed adatto per la produzione di numerosi edifici costruiti in serie. L'aspetto negativo di questa scelta architettonica è che le costruzioni risultano meno durature di quelle in pietra, nonostante la lacca con cui si tratta il legno possa comunque durare millenni. (Da: D. Folch Fornesa, "La città proibita", Rba Italia) Nella costruzione dei principali palazzi cinesi: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La Città Proibita, il maggior complesso politico-religioso di tutta l'architettura cinese, sorse praticamente dal nulla su iniziativa dell'imperatore Yongle, il terzo e più potente sovrano della dinastia Ming. All'inizio del XV secolo Yongle decise di trasferire la capitale al nord sia per scongiurare la minaccia rappresentata dai popoli della steppa, sia per creare un nuovo nucleo rituale da cui rifondare la propria dinastia, che allora aveva sede a Nanchino. Per difendere la nuova capitale, Pechino (o Beijing), fu sufficiente ricostruire una parte della Grande Muraglia, ma per offrire un alloggio sicuro al "Figlio del Cielo" fu invece necessario ricorrere a tecniche che i ritualisti cinesi avevano perfezionato nel corso dei millenni. Nella costruzione delle prime città e dei primi palazzi cinesi si seguivano degli schemi ben determinati: un recinto murato circondava un grande spazio aperto, nel centro del quale, su una piattaforma si costruivano gli edifici principali. La presenza di questa area centrale nei cortili già indicava l'importanza che il concetto di "vuoto" avrebbe avuto nei secoli successivi per i taoisti. Un altro elemento importante nella costruzione era il frequente ricorso al legno: di norma la muratura ed il mattone venivano utilizzati per muraglie difensive, terrazzi, balaustre [1], edifici funerari e ponti, mentre gli edifici venivano eretti utilizzando pilastri di legno. Il motivo di questo massiccio utilizzo non era l'abbondanza di materiale (la terra del loess, delle fertili pianure ne era in realtà sprovvista) ma rispondeva ad esigenze specifiche della organizzazione socioeconomica dei cinesi: facile da trasportare in modo economico via fiume ed adatto per la produzione di numerosi edifici costruiti in serie. L'aspetto negativo di questa scelta architettonica è che le costruzioni risultano meno durature di quelle in pietra, nonostante la lacca con cui si tratta il legno possa comunque durare millenni. (Da: D. Folch Fornesa, "La città proibita", Rba Italia) L'argomento principale del brano è: |
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Leggere attentamente il seguente brano. L'uso e la riflessione sulla coppia di termini locale/globale ha avuto un largo successo nelle analisi di studiosi delle più diverse afferenze disciplinari. Nella ricomposizione del rapporto locale/globale si apre la questione politica dell'incapacità dello Stato-Nazione di regolare i flussi economici al suo interno, rendendo impossibile, come fatto notare da Jürgen Habermas, la coincidenza tra legittimità politica e scelte economiche. L'accordo politico si è ritrovato a dimensioni più ridotte, dove il diffondersi della globalizzazione ha incontrato un serio ostacolo nelle resistenze locali di culture, popoli e partiti alla resa omologante. Secondo Giuseppe Dematteis non sempre la globalizzazione porta all'omologazione, dato che il sistema economico mondiale si compone di reti e di nodi, e questi ultimi hanno sempre un aspetto locale, determinato da quei luoghi che offrono migliori esternalità. La perdita di identità avviene in quelle realtà che non si connettono a livello globale, ossia che non riescono a dare una propria risposta alla globalizzazione tramite l'autorganizzazione. David Harvey, Edward Soja, Erik Swyngedouw e Manuel Castells, tra gli altri, hanno messo invece al centro dell'attenzione dei loro studi i modi in cui il locale assume nuove forme nell'epoca della globalizzazione. La realtà contemporanea è descritta all'interno di un sistema dualista, che vede le forze locali distinguersi e contrapporsi a quelle globali in una dimensione transcalare. Questo significa che le differenze tra connessi e disconnessi non rispecchiano più quella tra mondo avanzato e in via di sviluppo, ma che all'interno di ogni regione o città si creano aree più sviluppate e altre che lo sono meno. I flussi transnazionali di capitali e merci rappresentano l'aspetto più visibile della globalizzazione, che si compone di nodi e assicura flussi di ricchezza e sviluppo; chi vive in una dimensione locale invece, estromessa dalla globalizzazione, non ha a disposizione tutti quegli strumenti di valorizzazione sociale ed economica che invece si riscontrano nell'altra parte, con una tendenziale cronicità che crea aree di sottosviluppo. La riterritorializzazione è il frutto dei flussi di capitali e merci, che riescono ad [1] allocarsi con maggiore rapidità rispetto al passato e quindi a superare i tradizionali confini nazionali. (da: locale/globale in "Lessico del XXI Secolo", Treccani) Che cosa afferma Giuseppe Dematteis?
Leggere attentamente il seguente brano. La Città Proibita, il maggior complesso politico-religioso di tutta l'architettura cinese, sorse praticamente dal nulla su iniziativa dell'imperatore Yongle, il terzo e più potente sovrano della dinastia Ming. All'inizio del XV secolo Yongle decise di trasferire la capitale al nord sia per scongiurare la minaccia rappresentata dai popoli della steppa, sia per creare un nuovo nucleo rituale da cui rifondare la propria dinastia, che allora aveva sede a Nanchino. Per difendere la nuova capitale, Pechino (o Beijing), fu sufficiente ricostruire una parte della Grande Muraglia, ma per offrire un alloggio sicuro al "Figlio del Cielo" fu invece necessario ricorrere a tecniche che i ritualisti cinesi avevano perfezionato nel corso dei millenni. Nella costruzione delle prime città e dei primi palazzi cinesi si seguivano degli schemi ben determinati: un recinto murato circondava un grande spazio aperto, nel centro del quale, su una piattaforma si costruivano gli edifici principali. La presenza di questa area centrale nei cortili già indicava l'importanza che il concetto di "vuoto" avrebbe avuto nei secoli successivi per i taoisti. Un altro elemento importante nella costruzione era il frequente ricorso al legno: di norma la muratura ed il mattone venivano utilizzati per muraglie difensive, terrazzi, balaustre [1], edifici funerari e ponti, mentre gli edifici venivano eretti utilizzando pilastri di legno. Il motivo di questo massiccio utilizzo non era l'abbondanza di materiale (la terra del loess, delle fertili pianure ne era in realtà sprovvista) ma rispondeva ad esigenze specifiche della organizzazione socioeconomica dei cinesi: facile da trasportare in modo economico via fiume ed adatto per la produzione di numerosi edifici costruiti in serie. L'aspetto negativo di questa scelta architettonica è che le costruzioni risultano meno durature di quelle in pietra, nonostante la lacca con cui si tratta il legno possa comunque durare millenni. (Da: D. Folch Fornesa, "La città proibita", Rba Italia) Nella costruzione dei principali palazzi cinesi: