Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Guardia di Finanza Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018  Esercitati su questo Quiz  |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La cultura contemporanea occidentale immagina il proprio futuro con molta difficoltà. Non a caso la forma più comune di rappresentazione simbolica del futuro è la catastrofe.Naturalmente esistono ragioni oggettive che possono giustificare questo impulso simbolico autodistruttivo. Prima fra tutte, la percezione fisica, percettiva della distruzione dell'ecosistema e della biosfera; ma, subito dopo, potremmo enumerare una serie di condizioni di pericolo a cui ci stiamo abituando a essere esposti, almeno a livello ipotetico: caos sociale, crisi economiche, povertà, violenza politica, guerre, terrorismo, se la nostra sensibilità è soprattutto storico politica; contaminazioni radioattive, manipolazioni genetiche, epidemie, avvelenamenti di massa, disastri tecnologici, se ci spaventano di più gli esiti contro-produttivi della produttività. Anche solo l'elenco sommario di queste condizioni di pericolo mostra come la cultura occidentale abbia sperimentato la crisi dell'idea di progresso, non tanto a livello teorico, quanto a livello percettivo-sensibile. La società contemporanea trova però anche molta difficoltà a immaginare il passato. Da meno di vent'anni comunichiamo tutti con la posta elettronica. Difficile pensare come vivessero, non dico i nostri nonni, ma perfino i nostri genitori, alla nostra stessa età, senza computer, senza cellulari, senza internet. Per contro, abbiamo la possibilità di accedere a una quantità enorme di documenti del passato in forma digitale. Allo stesso tempo, però, l'immensa memoria digitale a cui possiamo accedere oggi permette una conoscenza del passato solo visiva, solo mentale, solo astratta. Non possiamo toccare i documenti, non possiamo avere un'idea tridimensionale del luogo fisico dove sono stati conservati, per anni o secoli. Esattamente come per l'idea di progresso e di futuro, è a livello percettivo-estetico che non riusciamo più a sentire il passato: tanto come appartenenza, quanto come discontinuità. Forse perché, come sostiene Christoph Turke, con la trasformazione digitale del mondo è come se stessimo vivendo per la prima volta le conseguenze teoriche della rivoluzione copernicana a livello percettivo di massa. Cosa significa? Semplicemente, che nell'universo microelettronico nel quale ormai tutti parzialmente abitiamo, lo spazio e il tempo iniziano a essere vissuti come variabili astratte, indipendenti dai limiti "geocentrici" a cui l'uomo è stato abituato da quando la sua specie esiste e abita questo pianeta. Fine del mondo. (da: Daniele Balicco, "Capitalismo e mutazione") Qual è, secondo l'autore, la ragione principale delle difficoltà a immaginare il passato? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La cultura contemporanea occidentale immagina il proprio futuro con molta difficoltà. Non a caso la forma più comune di rappresentazione simbolica del futuro è la catastrofe.Naturalmente esistono ragioni oggettive che possono giustificare questo impulso simbolico autodistruttivo. Prima fra tutte, la percezione fisica, percettiva della distruzione dell'ecosistema e della biosfera; ma, subito dopo, potremmo enumerare una serie di condizioni di pericolo a cui ci stiamo abituando a essere esposti, almeno a livello ipotetico: caos sociale, crisi economiche, povertà, violenza politica, guerre, terrorismo, se la nostra sensibilità è soprattutto storico politica; contaminazioni radioattive, manipolazioni genetiche, epidemie, avvelenamenti di massa, disastri tecnologici, se ci spaventano di più gli esiti contro-produttivi della produttività. Anche solo l'elenco sommario di queste condizioni di pericolo mostra come la cultura occidentale abbia sperimentato la crisi dell'idea di progresso, non tanto a livello teorico, quanto a livello percettivo-sensibile. La società contemporanea trova però anche molta difficoltà a immaginare il passato. Da meno di vent'anni comunichiamo tutti con la posta elettronica. Difficile pensare come vivessero, non dico i nostri nonni, ma perfino i nostri genitori, alla nostra stessa età, senza computer, senza cellulari, senza internet. Per contro, abbiamo la possibilità di accedere a una quantità enorme di documenti del passato in forma digitale. Allo stesso tempo, però, l'immensa memoria digitale a cui possiamo accedere oggi permette una conoscenza del passato solo visiva, solo mentale, solo astratta. Non possiamo toccare i documenti, non possiamo avere un'idea tridimensionale del luogo fisico dove sono stati conservati, per anni o secoli. Esattamente come per l'idea di progresso e di futuro, è a livello percettivo-estetico che non riusciamo più a sentire il passato: tanto come appartenenza, quanto come discontinuità. Forse perché, come sostiene Christoph Turke, con la trasformazione digitale del mondo è come se stessimo vivendo per la prima volta le conseguenze teoriche della rivoluzione copernicana a livello percettivo di massa. Cosa significa? Semplicemente, che nell'universo microelettronico nel quale ormai tutti parzialmente abitiamo, lo spazio e il tempo iniziano a essere vissuti come variabili astratte, indipendenti dai limiti "geocentrici" a cui l'uomo è stato abituato da quando la sua specie esiste e abita questo pianeta. Fine del mondo. (da: Daniele Balicco, "Capitalismo e mutazione") Qual è l'argomento del brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La cultura contemporanea occidentale immagina il proprio futuro con molta difficoltà. Non a caso la forma più comune di rappresentazione simbolica del futuro è la catastrofe.Naturalmente esistono ragioni oggettive che possono giustificare questo impulso simbolico autodistruttivo. Prima fra tutte, la percezione fisica, percettiva della distruzione dell'ecosistema e della biosfera; ma, subito dopo, potremmo enumerare una serie di condizioni di pericolo a cui ci stiamo abituando a essere esposti, almeno a livello ipotetico: caos sociale, crisi economiche, povertà, violenza politica, guerre, terrorismo, se la nostra sensibilità è soprattutto storico politica; contaminazioni radioattive, manipolazioni genetiche, epidemie, avvelenamenti di massa, disastri tecnologici, se ci spaventano di più gli esiti contro-produttivi della produttività. Anche solo l'elenco sommario di queste condizioni di pericolo mostra come la cultura occidentale abbia sperimentato la crisi dell'idea di progresso, non tanto a livello teorico, quanto a livello percettivo-sensibile. La società contemporanea trova però anche molta difficoltà a immaginare il passato. Da meno di vent'anni comunichiamo tutti con la posta elettronica. Difficile pensare come vivessero, non dico i nostri nonni, ma perfino i nostri genitori, alla nostra stessa età, senza computer, senza cellulari, senza internet. Per contro, abbiamo la possibilità di accedere a una quantità enorme di documenti del passato in forma digitale. Allo stesso tempo, però, l'immensa memoria digitale a cui possiamo accedere oggi permette una conoscenza del passato solo visiva, solo mentale, solo astratta. Non possiamo toccare i documenti, non possiamo avere un'idea tridimensionale del luogo fisico dove sono stati conservati, per anni o secoli. Esattamente come per l'idea di progresso e di futuro, è a livello percettivo-estetico che non riusciamo più a sentire il passato: tanto come appartenenza, quanto come discontinuità. Forse perché, come sostiene Christoph Turke, con la trasformazione digitale del mondo è come se stessimo vivendo per la prima volta le conseguenze teoriche della rivoluzione copernicana a livello percettivo di massa. Cosa significa? Semplicemente, che nell'universo microelettronico nel quale ormai tutti parzialmente abitiamo, lo spazio e il tempo iniziano a essere vissuti come variabili astratte, indipendenti dai limiti "geocentrici" a cui l'uomo è stato abituato da quando la sua specie esiste e abita questo pianeta. Fine del mondo. (da: Daniele Balicco, "Capitalismo e mutazione") Quale dei seguenti NON è menzionato come uno dei motivi per cui il futuro viene generalmente immaginato come catastrofico? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La cultura contemporanea occidentale immagina il proprio futuro con molta difficoltà. Non a caso la forma più comune di rappresentazione simbolica del futuro è la catastrofe.Naturalmente esistono ragioni oggettive che possono giustificare questo impulso simbolico autodistruttivo. Prima fra tutte, la percezione fisica, percettiva della distruzione dell'ecosistema e della biosfera; ma, subito dopo, potremmo enumerare una serie di condizioni di pericolo a cui ci stiamo abituando a essere esposti, almeno a livello ipotetico: caos sociale, crisi economiche, povertà, violenza politica, guerre, terrorismo, se la nostra sensibilità è soprattutto storico politica; contaminazioni radioattive, manipolazioni genetiche, epidemie, avvelenamenti di massa, disastri tecnologici, se ci spaventano di più gli esiti contro-produttivi della produttività. Anche solo l'elenco sommario di queste condizioni di pericolo mostra come la cultura occidentale abbia sperimentato la crisi dell'idea di progresso, non tanto a livello teorico, quanto a livello percettivo-sensibile. La società contemporanea trova però anche molta difficoltà a immaginare il passato. Da meno di vent'anni comunichiamo tutti con la posta elettronica. Difficile pensare come vivessero, non dico i nostri nonni, ma perfino i nostri genitori, alla nostra stessa età, senza computer, senza cellulari, senza internet. Per contro, abbiamo la possibilità di accedere a una quantità enorme di documenti del passato in forma digitale. Allo stesso tempo, però, l'immensa memoria digitale a cui possiamo accedere oggi permette una conoscenza del passato solo visiva, solo mentale, solo astratta. Non possiamo toccare i documenti, non possiamo avere un'idea tridimensionale del luogo fisico dove sono stati conservati, per anni o secoli. Esattamente come per l'idea di progresso e di futuro, è a livello percettivo-estetico che non riusciamo più a sentire il passato: tanto come appartenenza, quanto come discontinuità. Forse perché, come sostiene Christoph Turke, con la trasformazione digitale del mondo è come se stessimo vivendo per la prima volta le conseguenze teoriche della rivoluzione copernicana a livello percettivo di massa. Cosa significa? Semplicemente, che nell'universo microelettronico nel quale ormai tutti parzialmente abitiamo, lo spazio e il tempo iniziano a essere vissuti come variabili astratte, indipendenti dai limiti "geocentrici" a cui l'uomo è stato abituato da quando la sua specie esiste e abita questo pianeta. Fine del mondo. (da: Daniele Balicco, "Capitalismo e mutazione") Quale delle seguenti affermazioni è deducibile dal brano? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La cultura contemporanea occidentale immagina il proprio futuro con molta difficoltà. Non a caso la forma più comune di rappresentazione simbolica del futuro è la catastrofe.Naturalmente esistono ragioni oggettive che possono giustificare questo impulso simbolico autodistruttivo. Prima fra tutte, la percezione fisica, percettiva della distruzione dell'ecosistema e della biosfera; ma, subito dopo, potremmo enumerare una serie di condizioni di pericolo a cui ci stiamo abituando a essere esposti, almeno a livello ipotetico: caos sociale, crisi economiche, povertà, violenza politica, guerre, terrorismo, se la nostra sensibilità è soprattutto storico politica; contaminazioni radioattive, manipolazioni genetiche, epidemie, avvelenamenti di massa, disastri tecnologici, se ci spaventano di più gli esiti contro-produttivi della produttività. Anche solo l'elenco sommario di queste condizioni di pericolo mostra come la cultura occidentale abbia sperimentato la crisi dell'idea di progresso, non tanto a livello teorico, quanto a livello percettivo-sensibile. La società contemporanea trova però anche molta difficoltà a immaginare il passato. Da meno di vent'anni comunichiamo tutti con la posta elettronica. Difficile pensare come vivessero, non dico i nostri nonni, ma perfino i nostri genitori, alla nostra stessa età, senza computer, senza cellulari, senza internet. Per contro, abbiamo la possibilità di accedere a una quantità enorme di documenti del passato in forma digitale. Allo stesso tempo, però, l'immensa memoria digitale a cui possiamo accedere oggi permette una conoscenza del passato solo visiva, solo mentale, solo astratta. Non possiamo toccare i documenti, non possiamo avere un'idea tridimensionale del luogo fisico dove sono stati conservati, per anni o secoli. Esattamente come per l'idea di progresso e di futuro, è a livello percettivo-estetico che non riusciamo più a sentire il passato: tanto come appartenenza, quanto come discontinuità. Forse perché, come sostiene Christoph Turke, con la trasformazione digitale del mondo è come se stessimo vivendo per la prima volta le conseguenze teoriche della rivoluzione copernicana a livello percettivo di massa. Cosa significa? Semplicemente, che nell'universo microelettronico nel quale ormai tutti parzialmente abitiamo, lo spazio e il tempo iniziano a essere vissuti come variabili astratte, indipendenti dai limiti "geocentrici" a cui l'uomo è stato abituato da quando la sua specie esiste e abita questo pianeta. Fine del mondo. (da: Daniele Balicco, "Capitalismo e mutazione") Quale delle seguenti affermazioni è deducibile dal brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La domanda di abitazioni prefabbricate per i rifugiati, molti dei quali hanno finora dormito in palestre, municipi e tende, si aggiunge a un misto di fattori che stanno alimentando un boom tedesco dell'edilizia. Il settore beneficia anche della crescita della popolazione nelle grandi città e di un accresciuto interesse immobiliare.I costi dei prestiti ai minimi storici e l'aumento dei salari reali stanno spingendo molti tedeschi a superare la loro tradizionale avversione nei confronti dell'acquisto di case e appartamenti.Questa domanda, accompagnata da un contributo di 13 miliardi di euro del governo nel 2016 per ristrutturare strade e ponti, dovrebbe far salire le vendite del settore edilizio del 2,5 per cento, raggiungendo l'anno prossimo i 235 miliardi di euro. Sarebbero i livelli più alti dal 2000, secondo l'associazione di categoria BvB. Questo aggiunge forza a una ripresa economica interna che sta compensando le difficoltà nel commercio estero, date le difficoltà degli esportatori coi mercati emergenti.L'edilizia rappresenta il quattro per cento del prodotto interno lordo tedesco e, con 2,5 milioni di persone che lavorano in più di trecentomila aziende, è un importante motore per l'occupazione."Sempre più tedeschi investono i loro soldi in proprietà immobiliari", spiega Hans-Werner Sinn, direttore dell'istituto economico Ifo.L'indice, che misura lo stato d'animo del settore, è leggermente calato questo mese ma rimane elevato perché i bassi tassi d'interesse della Banca centrale europea spingono sempre più tedeschi a scegliere gli investimenti immobiliari piuttosto che i normali conti di risparmio. L'accresciuta domanda del settore privato sta aiutando il mercato immobiliare a salire ulteriormente, a partire dai prefabbricati costruiti da società come la Bauer Holzsysteme di Neukirch. Le azioni del gruppo immobiliare Patrizia Immobilien, che sta costruendo quattromila nuovi appartamenti in città come Monaco, Amburgo e Berlino, sono salite di circa il 120 per cento quest'anno.Eppure il settore edilizio deve ancora fare molta strada per eguagliare il boom conosciuto quando, dopo la riunificazione, in Germania est c'era moltissimo da ricostruire. Il volume [1] d'affari nel settore delle costruzioni è cresciuto negli ultimi anni ma nel 2014 è rimasto circa il 15 per cento sotto i livelli della metà degli anni novanta. (da: www.internazionale.it) Il settore edilizio tedesco è: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La domanda di abitazioni prefabbricate per i rifugiati, molti dei quali hanno finora dormito in palestre, municipi e tende, si aggiunge a un misto di fattori che stanno alimentando un boom tedesco dell'edilizia. Il settore beneficia anche della crescita della popolazione nelle grandi città e di un accresciuto interesse immobiliare.I costi dei prestiti ai minimi storici e l'aumento dei salari reali stanno spingendo molti tedeschi a superare la loro tradizionale avversione nei confronti dell'acquisto di case e appartamenti.Questa domanda, accompagnata da un contributo di 13 miliardi di euro del governo nel 2016 per ristrutturare strade e ponti, dovrebbe far salire le vendite del settore edilizio del 2,5 per cento, raggiungendo l'anno prossimo i 235 miliardi di euro. Sarebbero i livelli più alti dal 2000, secondo l'associazione di categoria BvB. Questo aggiunge forza a una ripresa economica interna che sta compensando le difficoltà nel commercio estero, date le difficoltà degli esportatori coi mercati emergenti.L'edilizia rappresenta il quattro per cento del prodotto interno lordo tedesco e, con 2,5 milioni di persone che lavorano in più di trecentomila aziende, è un importante motore per l'occupazione."Sempre più tedeschi investono i loro soldi in proprietà immobiliari", spiega Hans-Werner Sinn, direttore dell'istituto economico Ifo.L'indice, che misura lo stato d'animo del settore, è leggermente calato questo mese ma rimane elevato perché i bassi tassi d'interesse della Banca centrale europea spingono sempre più tedeschi a scegliere gli investimenti immobiliari piuttosto che i normali conti di risparmio. L'accresciuta domanda del settore privato sta aiutando il mercato immobiliare a salire ulteriormente, a partire dai prefabbricati costruiti da società come la Bauer Holzsysteme di Neukirch. Le azioni del gruppo immobiliare Patrizia Immobilien, che sta costruendo quattromila nuovi appartamenti in città come Monaco, Amburgo e Berlino, sono salite di circa il 120 per cento quest'anno.Eppure il settore edilizio deve ancora fare molta strada per eguagliare il boom conosciuto quando, dopo la riunificazione, in Germania est c'era moltissimo da ricostruire. Il volume [1] d'affari nel settore delle costruzioni è cresciuto negli ultimi anni ma nel 2014 è rimasto circa il 15 per cento sotto i livelli della metà degli anni novanta. (da: www.internazionale.it) Dal testo si evince che: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La domanda di abitazioni prefabbricate per i rifugiati, molti dei quali hanno finora dormito in palestre, municipi e tende, si aggiunge a un misto di fattori che stanno alimentando un boom tedesco dell'edilizia. Il settore beneficia anche della crescita della popolazione nelle grandi città e di un accresciuto interesse immobiliare.I costi dei prestiti ai minimi storici e l'aumento dei salari reali stanno spingendo molti tedeschi a superare la loro tradizionale avversione nei confronti dell'acquisto di case e appartamenti.Questa domanda, accompagnata da un contributo di 13 miliardi di euro del governo nel 2016 per ristrutturare strade e ponti, dovrebbe far salire le vendite del settore edilizio del 2,5 per cento, raggiungendo l'anno prossimo i 235 miliardi di euro. Sarebbero i livelli più alti dal 2000, secondo l'associazione di categoria BvB. Questo aggiunge forza a una ripresa economica interna che sta compensando le difficoltà nel commercio estero, date le difficoltà degli esportatori coi mercati emergenti.L'edilizia rappresenta il quattro per cento del prodotto interno lordo tedesco e, con 2,5 milioni di persone che lavorano in più di trecentomila aziende, è un importante motore per l'occupazione."Sempre più tedeschi investono i loro soldi in proprietà immobiliari", spiega Hans-Werner Sinn, direttore dell'istituto economico Ifo.L'indice, che misura lo stato d'animo del settore, è leggermente calato questo mese ma rimane elevato perché i bassi tassi d'interesse della Banca centrale europea spingono sempre più tedeschi a scegliere gli investimenti immobiliari piuttosto che i normali conti di risparmio. L'accresciuta domanda del settore privato sta aiutando il mercato immobiliare a salire ulteriormente, a partire dai prefabbricati costruiti da società come la Bauer Holzsysteme di Neukirch. Le azioni del gruppo immobiliare Patrizia Immobilien, che sta costruendo quattromila nuovi appartamenti in città come Monaco, Amburgo e Berlino, sono salite di circa il 120 per cento quest'anno.Eppure il settore edilizio deve ancora fare molta strada per eguagliare il boom conosciuto quando, dopo la riunificazione, in Germania est c'era moltissimo da ricostruire. Il volume [1] d'affari nel settore delle costruzioni è cresciuto negli ultimi anni ma nel 2014 è rimasto circa il 15 per cento sotto i livelli della metà degli anni novanta. (da: www.internazionale.it) L'economia tedesca è in difficoltà: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La domanda di abitazioni prefabbricate per i rifugiati, molti dei quali hanno finora dormito in palestre, municipi e tende, si aggiunge a un misto di fattori che stanno alimentando un boom tedesco dell'edilizia. Il settore beneficia anche della crescita della popolazione nelle grandi città e di un accresciuto interesse immobiliare.I costi dei prestiti ai minimi storici e l'aumento dei salari reali stanno spingendo molti tedeschi a superare la loro tradizionale avversione nei confronti dell'acquisto di case e appartamenti.Questa domanda, accompagnata da un contributo di 13 miliardi di euro del governo nel 2016 per ristrutturare strade e ponti, dovrebbe far salire le vendite del settore edilizio del 2,5 per cento, raggiungendo l'anno prossimo i 235 miliardi di euro. Sarebbero i livelli più alti dal 2000, secondo l'associazione di categoria BvB. Questo aggiunge forza a una ripresa economica interna che sta compensando le difficoltà nel commercio estero, date le difficoltà degli esportatori coi mercati emergenti.L'edilizia rappresenta il quattro per cento del prodotto interno lordo tedesco e, con 2,5 milioni di persone che lavorano in più di trecentomila aziende, è un importante motore per l'occupazione."Sempre più tedeschi investono i loro soldi in proprietà immobiliari", spiega Hans-Werner Sinn, direttore dell'istituto economico Ifo.L'indice, che misura lo stato d'animo del settore, è leggermente calato questo mese ma rimane elevato perché i bassi tassi d'interesse della Banca centrale europea spingono sempre più tedeschi a scegliere gli investimenti immobiliari piuttosto che i normali conti di risparmio. L'accresciuta domanda del settore privato sta aiutando il mercato immobiliare a salire ulteriormente, a partire dai prefabbricati costruiti da società come la Bauer Holzsysteme di Neukirch. Le azioni del gruppo immobiliare Patrizia Immobilien, che sta costruendo quattromila nuovi appartamenti in città come Monaco, Amburgo e Berlino, sono salite di circa il 120 per cento quest'anno.Eppure il settore edilizio deve ancora fare molta strada per eguagliare il boom conosciuto quando, dopo la riunificazione, in Germania est c'era moltissimo da ricostruire. Il volume [1] d'affari nel settore delle costruzioni è cresciuto negli ultimi anni ma nel 2014 è rimasto circa il 15 per cento sotto i livelli della metà degli anni novanta. (da: www.internazionale.it) Il valore delle azioni del gruppo immobiliare Patrizia Immobilien, che sta costruendo quattromila nuovi appartamenti in città come Monaco, Amburgo e Berlino è: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La domanda di abitazioni prefabbricate per i rifugiati, molti dei quali hanno finora dormito in palestre, municipi e tende, si aggiunge a un misto di fattori che stanno alimentando un boom tedesco dell'edilizia. Il settore beneficia anche della crescita della popolazione nelle grandi città e di un accresciuto interesse immobiliare.I costi dei prestiti ai minimi storici e l'aumento dei salari reali stanno spingendo molti tedeschi a superare la loro tradizionale avversione nei confronti dell'acquisto di case e appartamenti.Questa domanda, accompagnata da un contributo di 13 miliardi di euro del governo nel 2016 per ristrutturare strade e ponti, dovrebbe far salire le vendite del settore edilizio del 2,5 per cento, raggiungendo l'anno prossimo i 235 miliardi di euro. Sarebbero i livelli più alti dal 2000, secondo l'associazione di categoria BvB. Questo aggiunge forza a una ripresa economica interna che sta compensando le difficoltà nel commercio estero, date le difficoltà degli esportatori coi mercati emergenti.L'edilizia rappresenta il quattro per cento del prodotto interno lordo tedesco e, con 2,5 milioni di persone che lavorano in più di trecentomila aziende, è un importante motore per l'occupazione."Sempre più tedeschi investono i loro soldi in proprietà immobiliari", spiega Hans-Werner Sinn, direttore dell'istituto economico Ifo.L'indice, che misura lo stato d'animo del settore, è leggermente calato questo mese ma rimane elevato perché i bassi tassi d'interesse della Banca centrale europea spingono sempre più tedeschi a scegliere gli investimenti immobiliari piuttosto che i normali conti di risparmio. L'accresciuta domanda del settore privato sta aiutando il mercato immobiliare a salire ulteriormente, a partire dai prefabbricati costruiti da società come la Bauer Holzsysteme di Neukirch. Le azioni del gruppo immobiliare Patrizia Immobilien, che sta costruendo quattromila nuovi appartamenti in città come Monaco, Amburgo e Berlino, sono salite di circa il 120 per cento quest'anno.Eppure il settore edilizio deve ancora fare molta strada per eguagliare il boom conosciuto quando, dopo la riunificazione, in Germania est c'era moltissimo da ricostruire. Il volume [1] d'affari nel settore delle costruzioni è cresciuto negli ultimi anni ma nel 2014 è rimasto circa il 15 per cento sotto i livelli della metà degli anni novanta. (da: www.internazionale.it) Il termine "volume" [1] potrebbe essere sostituito con: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La durata della vita umana potrebbe non avere un limite biologico invalicabile. A sostenerlo - in netto contrasto con uno studio dello scorso anno a firma di Dong e colleghi che suggeriva un limite di 115 anni - sono due ricercatori della McGill University, Bryan G. Hughes e Siegfried Hekimi, che hanno rivisto i dati e i modelli statistici usati da Dong.La ricerca di Hughes e Hekimi è pubblicata su "Nature".Si discute da tempo se la durata della vita umana è soggetta a un limite intrinseco. Le attuali conoscenze della biologia dell'invecchiamento sembrano escludere che esista un termine geneticamente programmato della vita. Tuttavia, poiché l'invecchiamento è dovuto al progressivo accumulo di vari tipi di danni, molti dei quali sembrano sottoprodotti inevitabili dei normali processi molecolari e cellulari, con il passare del tempo gli effetti di quei danni si fanno sentire sempre più, aumentando il rischio di morte. Anche senza una programmazione genetica della lunghezza della vita, insomma, potrebbe esserci comunque un limite invalicabile.Nel loro studio dello scorso anno, Dong e colleghi concludevano, sulla base di considerazioni statistiche, che la curva dell'invecchiamento si stava appiattendo e avrebbe raggiunto un plateau intorno ai 115 anni, sia pure con minime oscillazioni statistiche. I casi come quelli di Jeanne Calment, la francese deceduta nel 1997 alla più che veneranda età di 122 anni, e di Emma Morano, l'italiana scomparsa l'aprile scorso a 117 anni, non sarebbero quindi altro che eccezioni che confermano la regola. Secondo Hughes e Hekimi, invece, l'esistenza di quel plateau è solo un artefatto statistico legato a diversi fattori, fra cui le scansioni temporali considerate dagli autori del precedente studio (due intervalli: 1968 - 1994 e 1995 - 2006) e l'esiguità del campione di ultracentenari presi in esame. I due ricercatori hanno quindi mostrato che allo stato attuale, piccole variazioni nei presupposti statistici di partenza possono portare anche ad altri scenari: uno in cui si raggiunge comunque un limite, ma a un età superiore, e uno in cui non esiste alcun limite. "Di fatto non sappiamo se e quali limiti di età ci potrebbero essere. Si può dimostrare che la durata massima e la durata media della vita potrebbero continuare ad aumentare, anche molto, nel prossimo futuro", spiega Hekimi. "Trecento anni fa, molte persone avevano solo una vita breve. Se avessimo detto loro che un giorno la maggior parte degli esseri umani avrebbe potuto vivere fino a 100 anni, ci avrebbero preso per pazzi". (Da: Redazione, Contrordine: forse non c'è un limite alla longevità umana, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Secondo gli studi di Dong e colleghi, i casi di Jeanne Calment e Emma Morano: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La durata della vita umana potrebbe non avere un limite biologico invalicabile. A sostenerlo - in netto contrasto con uno studio dello scorso anno a firma di Dong e colleghi che suggeriva un limite di 115 anni - sono due ricercatori della McGill University, Bryan G. Hughes e Siegfried Hekimi, che hanno rivisto i dati e i modelli statistici usati da Dong.La ricerca di Hughes e Hekimi è pubblicata su "Nature".Si discute da tempo se la durata della vita umana è soggetta a un limite intrinseco. Le attuali conoscenze della biologia dell'invecchiamento sembrano escludere che esista un termine geneticamente programmato della vita. Tuttavia, poiché l'invecchiamento è dovuto al progressivo accumulo di vari tipi di danni, molti dei quali sembrano sottoprodotti inevitabili dei normali processi molecolari e cellulari, con il passare del tempo gli effetti di quei danni si fanno sentire sempre più, aumentando il rischio di morte. Anche senza una programmazione genetica della lunghezza della vita, insomma, potrebbe esserci comunque un limite invalicabile.Nel loro studio dello scorso anno, Dong e colleghi concludevano, sulla base di considerazioni statistiche, che la curva dell'invecchiamento si stava appiattendo e avrebbe raggiunto un plateau intorno ai 115 anni, sia pure con minime oscillazioni statistiche. I casi come quelli di Jeanne Calment, la francese deceduta nel 1997 alla più che veneranda età di 122 anni, e di Emma Morano, l'italiana scomparsa l'aprile scorso a 117 anni, non sarebbero quindi altro che eccezioni che confermano la regola. Secondo Hughes e Hekimi, invece, l'esistenza di quel plateau è solo un artefatto statistico legato a diversi fattori, fra cui le scansioni temporali considerate dagli autori del precedente studio (due intervalli: 1968 - 1994 e 1995 - 2006) e l'esiguità del campione di ultracentenari presi in esame. I due ricercatori hanno quindi mostrato che allo stato attuale, piccole variazioni nei presupposti statistici di partenza possono portare anche ad altri scenari: uno in cui si raggiunge comunque un limite, ma a un età superiore, e uno in cui non esiste alcun limite. "Di fatto non sappiamo se e quali limiti di età ci potrebbero essere. Si può dimostrare che la durata massima e la durata media della vita potrebbero continuare ad aumentare, anche molto, nel prossimo futuro", spiega Hekimi. "Trecento anni fa, molte persone avevano solo una vita breve. Se avessimo detto loro che un giorno la maggior parte degli esseri umani avrebbe potuto vivere fino a 100 anni, ci avrebbero preso per pazzi". (Da: Redazione, Contrordine: forse non c'è un limite alla longevità umana, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Secondo quanto si dice nel brano, le attuali conoscenze biologiche: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La durata della vita umana potrebbe non avere un limite biologico invalicabile. A sostenerlo - in netto contrasto con uno studio dello scorso anno a firma di Dong e colleghi che suggeriva un limite di 115 anni - sono due ricercatori della McGill University, Bryan G. Hughes e Siegfried Hekimi, che hanno rivisto i dati e i modelli statistici usati da Dong.La ricerca di Hughes e Hekimi è pubblicata su "Nature".Si discute da tempo se la durata della vita umana è soggetta a un limite intrinseco. Le attuali conoscenze della biologia dell'invecchiamento sembrano escludere che esista un termine geneticamente programmato della vita. Tuttavia, poiché l'invecchiamento è dovuto al progressivo accumulo di vari tipi di danni, molti dei quali sembrano sottoprodotti inevitabili dei normali processi molecolari e cellulari, con il passare del tempo gli effetti di quei danni si fanno sentire sempre più, aumentando il rischio di morte. Anche senza una programmazione genetica della lunghezza della vita, insomma, potrebbe esserci comunque un limite invalicabile.Nel loro studio dello scorso anno, Dong e colleghi concludevano, sulla base di considerazioni statistiche, che la curva dell'invecchiamento si stava appiattendo e avrebbe raggiunto un plateau intorno ai 115 anni, sia pure con minime oscillazioni statistiche. I casi come quelli di Jeanne Calment, la francese deceduta nel 1997 alla più che veneranda età di 122 anni, e di Emma Morano, l'italiana scomparsa l'aprile scorso a 117 anni, non sarebbero quindi altro che eccezioni che confermano la regola. Secondo Hughes e Hekimi, invece, l'esistenza di quel plateau è solo un artefatto statistico legato a diversi fattori, fra cui le scansioni temporali considerate dagli autori del precedente studio (due intervalli: 1968 - 1994 e 1995 - 2006) e l'esiguità del campione di ultracentenari presi in esame. I due ricercatori hanno quindi mostrato che allo stato attuale, piccole variazioni nei presupposti statistici di partenza possono portare anche ad altri scenari: uno in cui si raggiunge comunque un limite, ma a un età superiore, e uno in cui non esiste alcun limite. "Di fatto non sappiamo se e quali limiti di età ci potrebbero essere. Si può dimostrare che la durata massima e la durata media della vita potrebbero continuare ad aumentare, anche molto, nel prossimo futuro", spiega Hekimi. "Trecento anni fa, molte persone avevano solo una vita breve. Se avessimo detto loro che un giorno la maggior parte degli esseri umani avrebbe potuto vivere fino a 100 anni, ci avrebbero preso per pazzi". (Da: Redazione, Contrordine: forse non c'è un limite alla longevità umana, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Quale delle seguenti è una prova addotta da Dong e colleghi per sostenere che il limite massimo della vita è a 115 anni? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La durata della vita umana potrebbe non avere un limite biologico invalicabile. A sostenerlo - in netto contrasto con uno studio dello scorso anno a firma di Dong e colleghi che suggeriva un limite di 115 anni - sono due ricercatori della McGill University, Bryan G. Hughes e Siegfried Hekimi, che hanno rivisto i dati e i modelli statistici usati da Dong.La ricerca di Hughes e Hekimi è pubblicata su "Nature".Si discute da tempo se la durata della vita umana è soggetta a un limite intrinseco. Le attuali conoscenze della biologia dell'invecchiamento sembrano escludere che esista un termine geneticamente programmato della vita. Tuttavia, poiché l'invecchiamento è dovuto al progressivo accumulo di vari tipi di danni, molti dei quali sembrano sottoprodotti inevitabili dei normali processi molecolari e cellulari, con il passare del tempo gli effetti di quei danni si fanno sentire sempre più, aumentando il rischio di morte. Anche senza una programmazione genetica della lunghezza della vita, insomma, potrebbe esserci comunque un limite invalicabile.Nel loro studio dello scorso anno, Dong e colleghi concludevano, sulla base di considerazioni statistiche, che la curva dell'invecchiamento si stava appiattendo e avrebbe raggiunto un plateau intorno ai 115 anni, sia pure con minime oscillazioni statistiche. I casi come quelli di Jeanne Calment, la francese deceduta nel 1997 alla più che veneranda età di 122 anni, e di Emma Morano, l'italiana scomparsa l'aprile scorso a 117 anni, non sarebbero quindi altro che eccezioni che confermano la regola. Secondo Hughes e Hekimi, invece, l'esistenza di quel plateau è solo un artefatto statistico legato a diversi fattori, fra cui le scansioni temporali considerate dagli autori del precedente studio (due intervalli: 1968 - 1994 e 1995 - 2006) e l'esiguità del campione di ultracentenari presi in esame. I due ricercatori hanno quindi mostrato che allo stato attuale, piccole variazioni nei presupposti statistici di partenza possono portare anche ad altri scenari: uno in cui si raggiunge comunque un limite, ma a un età superiore, e uno in cui non esiste alcun limite. "Di fatto non sappiamo se e quali limiti di età ci potrebbero essere. Si può dimostrare che la durata massima e la durata media della vita potrebbero continuare ad aumentare, anche molto, nel prossimo futuro", spiega Hekimi. "Trecento anni fa, molte persone avevano solo una vita breve. Se avessimo detto loro che un giorno la maggior parte degli esseri umani avrebbe potuto vivere fino a 100 anni, ci avrebbero preso per pazzi". (Da: Redazione, Contrordine: forse non c'è un limite alla longevità umana, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Nel brano si dice che potrebbe esistere un limite invalicabile della durata della vita, causato da: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La durata della vita umana potrebbe non avere un limite biologico invalicabile. A sostenerlo - in netto contrasto con uno studio dello scorso anno a firma di Dong e colleghi che suggeriva un limite di 115 anni - sono due ricercatori della McGill University, Bryan G. Hughes e Siegfried Hekimi, che hanno rivisto i dati e i modelli statistici usati da Dong.La ricerca di Hughes e Hekimi è pubblicata su "Nature".Si discute da tempo se la durata della vita umana è soggetta a un limite intrinseco. Le attuali conoscenze della biologia dell'invecchiamento sembrano escludere che esista un termine geneticamente programmato della vita. Tuttavia, poiché l'invecchiamento è dovuto al progressivo accumulo di vari tipi di danni, molti dei quali sembrano sottoprodotti inevitabili dei normali processi molecolari e cellulari, con il passare del tempo gli effetti di quei danni si fanno sentire sempre più, aumentando il rischio di morte. Anche senza una programmazione genetica della lunghezza della vita, insomma, potrebbe esserci comunque un limite invalicabile.Nel loro studio dello scorso anno, Dong e colleghi concludevano, sulla base di considerazioni statistiche, che la curva dell'invecchiamento si stava appiattendo e avrebbe raggiunto un plateau intorno ai 115 anni, sia pure con minime oscillazioni statistiche. I casi come quelli di Jeanne Calment, la francese deceduta nel 1997 alla più che veneranda età di 122 anni, e di Emma Morano, l'italiana scomparsa l'aprile scorso a 117 anni, non sarebbero quindi altro che eccezioni che confermano la regola. Secondo Hughes e Hekimi, invece, l'esistenza di quel plateau è solo un artefatto statistico legato a diversi fattori, fra cui le scansioni temporali considerate dagli autori del precedente studio (due intervalli: 1968 - 1994 e 1995 - 2006) e l'esiguità del campione di ultracentenari presi in esame. I due ricercatori hanno quindi mostrato che allo stato attuale, piccole variazioni nei presupposti statistici di partenza possono portare anche ad altri scenari: uno in cui si raggiunge comunque un limite, ma a un età superiore, e uno in cui non esiste alcun limite. "Di fatto non sappiamo se e quali limiti di età ci potrebbero essere. Si può dimostrare che la durata massima e la durata media della vita potrebbero continuare ad aumentare, anche molto, nel prossimo futuro", spiega Hekimi. "Trecento anni fa, molte persone avevano solo una vita breve. Se avessimo detto loro che un giorno la maggior parte degli esseri umani avrebbe potuto vivere fino a 100 anni, ci avrebbero preso per pazzi". (Da: Redazione, Contrordine: forse non c'è un limite alla longevità umana, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) I ricercatori della McGill University hanno rivisto, dello studio di Dong e colleghi, in particolare: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La facciata di San Pietro, utilizzata l'8 dicembre scorso come scenario per proiettare immagini legate ai cambiamenti climatici e ai problemi ambientali del pianeta, potrebbe essere eletta come icona dell'anno legata alla ricerca scientifica. L'installazione 'Fiat Lux' ha sollevato molti consensi e, inevitabilmente, qualche polemica da parte di chi l'ha reputata blasfema o quanto meno inopportuna rispetto ad altre possibili tematiche, in particolare la povertà e la guerra in Africa dove il Papa ha voluto inaugurare l'Anno santo.Come si è raggiunto questo livello di consenso pubblico? I temi del clima e dell'ambiente puntano soprattutto su una comunicazione molto forte, quella che in gergo giornalistico definiremmo 'strillata'. Citiamo casualmente da alcuni dei moltissimi titoli usciti di recente: "Così il mare inonderà l'Italia", "Dove la natura rischia di sparire". Un tono "catastrofista" che risponde a dati di realtà � quali i record raggiunti dallo smog a Pechino, dalle temperature nell'ultimo anno e dalle vittime per inquinamento in Italia tra i Paesi europei � ma che potrebbe anche indurre effetti indesiderati quanto pericolosi.Pensiamo a quanto accaduto con le vaccinazioni, presidio sanitario fondamentale per il miglioramento e l'allungamento della vita, eppure messo sempre sotto accusa: con la [1] sciagurata propalazione di autentiche bufale e però anche con la complicità involontaria di alcuni allarmismi eccessivi. "Siamo di fronte a una paura irrazionale dei vaccini", se "reagiamo aggiungendone altri, rischiamo che ai bambini non ne venga fatto nessuno", ha ammonito il direttore dell'Aifa (Agenzia italiana per il farmaco) Luca Pani: "C'è un problema di trasparenza, dobbiamo stare più attenti alla comunicazione". Concorda in un articolo sulla Lettura del Corriere della Sera Pierluigi Battista, che suggerisce di diffidare da espressioni come "bomba d'acqua" ed "emergenza", ormai inflazionate sui media.[2] È un po' il principio della vecchia storiella "Al lupo, al lupo". Detto ciò, bisogna riconoscere che il compito affidato ai ricercatori e anche ai comunicatori non è affatto semplice. Si chiede loro di interessare alla scienza il grande pubblico evitando sia le esagerazioni apocalittiche sia quelle, opposte, che rischiano di illudere l'opinione pubblica dischiudendo un'immediata applicazione pratica in ogni avanzamento di conoscenza. Devono salvaguardare la libertà alla base del metodo scientifico senza far apparire il confronto tra le varie ipotesi come una polemica "ideologica". (Da: M. Ferrazzoli, "Clima e ambiente, un successo a rischio", www.almanacco.cnr.it) Qual è il significato del riferimento a "il principio della vecchia storiella 'Al lupo, al lupo'", che si trova nella frase contrassegnata da [2]? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La facciata di San Pietro, utilizzata l'8 dicembre scorso come scenario per proiettare immagini legate ai cambiamenti climatici e ai problemi ambientali del pianeta, potrebbe essere eletta come icona dell'anno legata alla ricerca scientifica. L'installazione 'Fiat Lux' ha sollevato molti consensi e, inevitabilmente, qualche polemica da parte di chi l'ha reputata blasfema o quanto meno inopportuna rispetto ad altre possibili tematiche, in particolare la povertà e la guerra in Africa dove il Papa ha voluto inaugurare l'Anno santo.Come si è raggiunto questo livello di consenso pubblico? I temi del clima e dell'ambiente puntano soprattutto su una comunicazione molto forte, quella che in gergo giornalistico definiremmo 'strillata'. Citiamo casualmente da alcuni dei moltissimi titoli usciti di recente: "Così il mare inonderà l'Italia", "Dove la natura rischia di sparire". Un tono "catastrofista" che risponde a dati di realtà � quali i record raggiunti dallo smog a Pechino, dalle temperature nell'ultimo anno e dalle vittime per inquinamento in Italia tra i Paesi europei � ma che potrebbe anche indurre effetti indesiderati quanto pericolosi.Pensiamo a quanto accaduto con le vaccinazioni, presidio sanitario fondamentale per il miglioramento e l'allungamento della vita, eppure messo sempre sotto accusa: con la [1] sciagurata propalazione di autentiche bufale e però anche con la complicità involontaria di alcuni allarmismi eccessivi. "Siamo di fronte a una paura irrazionale dei vaccini", se "reagiamo aggiungendone altri, rischiamo che ai bambini non ne venga fatto nessuno", ha ammonito il direttore dell'Aifa (Agenzia italiana per il farmaco) Luca Pani: "C'è un problema di trasparenza, dobbiamo stare più attenti alla comunicazione". Concorda in un articolo sulla Lettura del Corriere della Sera Pierluigi Battista, che suggerisce di diffidare da espressioni come "bomba d'acqua" ed "emergenza", ormai inflazionate sui media.[2] È un po' il principio della vecchia storiella "Al lupo, al lupo". Detto ciò, bisogna riconoscere che il compito affidato ai ricercatori e anche ai comunicatori non è affatto semplice. Si chiede loro di interessare alla scienza il grande pubblico evitando sia le esagerazioni apocalittiche sia quelle, opposte, che rischiano di illudere l'opinione pubblica dischiudendo un'immediata applicazione pratica in ogni avanzamento di conoscenza. Devono salvaguardare la libertà alla base del metodo scientifico senza far apparire il confronto tra le varie ipotesi come una polemica "ideologica". (Da: M. Ferrazzoli, "Clima e ambiente, un successo a rischio", www.almanacco.cnr.it) L'argomento principale del brano è: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La facciata di San Pietro, utilizzata l'8 dicembre scorso come scenario per proiettare immagini legate ai cambiamenti climatici e ai problemi ambientali del pianeta, potrebbe essere eletta come icona dell'anno legata alla ricerca scientifica. L'installazione 'Fiat Lux' ha sollevato molti consensi e, inevitabilmente, qualche polemica da parte di chi l'ha reputata blasfema o quanto meno inopportuna rispetto ad altre possibili tematiche, in particolare la povertà e la guerra in Africa dove il Papa ha voluto inaugurare l'Anno santo.Come si è raggiunto questo livello di consenso pubblico? I temi del clima e dell'ambiente puntano soprattutto su una comunicazione molto forte, quella che in gergo giornalistico definiremmo 'strillata'. Citiamo casualmente da alcuni dei moltissimi titoli usciti di recente: "Così il mare inonderà l'Italia", "Dove la natura rischia di sparire". Un tono "catastrofista" che risponde a dati di realtà � quali i record raggiunti dallo smog a Pechino, dalle temperature nell'ultimo anno e dalle vittime per inquinamento in Italia tra i Paesi europei � ma che potrebbe anche indurre effetti indesiderati quanto pericolosi.Pensiamo a quanto accaduto con le vaccinazioni, presidio sanitario fondamentale per il miglioramento e l'allungamento della vita, eppure messo sempre sotto accusa: con la [1] sciagurata propalazione di autentiche bufale e però anche con la complicità involontaria di alcuni allarmismi eccessivi. "Siamo di fronte a una paura irrazionale dei vaccini", se "reagiamo aggiungendone altri, rischiamo che ai bambini non ne venga fatto nessuno", ha ammonito il direttore dell'Aifa (Agenzia italiana per il farmaco) Luca Pani: "C'è un problema di trasparenza, dobbiamo stare più attenti alla comunicazione". Concorda in un articolo sulla Lettura del Corriere della Sera Pierluigi Battista, che suggerisce di diffidare da espressioni come "bomba d'acqua" ed "emergenza", ormai inflazionate sui media.[2] È un po' il principio della vecchia storiella "Al lupo, al lupo". Detto ciò, bisogna riconoscere che il compito affidato ai ricercatori e anche ai comunicatori non è affatto semplice. Si chiede loro di interessare alla scienza il grande pubblico evitando sia le esagerazioni apocalittiche sia quelle, opposte, che rischiano di illudere l'opinione pubblica dischiudendo un'immediata applicazione pratica in ogni avanzamento di conoscenza. Devono salvaguardare la libertà alla base del metodo scientifico senza far apparire il confronto tra le varie ipotesi come una polemica "ideologica". (Da: M. Ferrazzoli, "Clima e ambiente, un successo a rischio", www.almanacco.cnr.it) Quale delle seguenti affermazioni sulla comunicazione "strillata" è coerente con quanto afferma l'autore del brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La facciata di San Pietro, utilizzata l'8 dicembre scorso come scenario per proiettare immagini legate ai cambiamenti climatici e ai problemi ambientali del pianeta, potrebbe essere eletta come icona dell'anno legata alla ricerca scientifica. L'installazione 'Fiat Lux' ha sollevato molti consensi e, inevitabilmente, qualche polemica da parte di chi l'ha reputata blasfema o quanto meno inopportuna rispetto ad altre possibili tematiche, in particolare la povertà e la guerra in Africa dove il Papa ha voluto inaugurare l'Anno santo.Come si è raggiunto questo livello di consenso pubblico? I temi del clima e dell'ambiente puntano soprattutto su una comunicazione molto forte, quella che in gergo giornalistico definiremmo 'strillata'. Citiamo casualmente da alcuni dei moltissimi titoli usciti di recente: "Così il mare inonderà l'Italia", "Dove la natura rischia di sparire". Un tono "catastrofista" che risponde a dati di realtà � quali i record raggiunti dallo smog a Pechino, dalle temperature nell'ultimo anno e dalle vittime per inquinamento in Italia tra i Paesi europei � ma che potrebbe anche indurre effetti indesiderati quanto pericolosi.Pensiamo a quanto accaduto con le vaccinazioni, presidio sanitario fondamentale per il miglioramento e l'allungamento della vita, eppure messo sempre sotto accusa: con la [1] sciagurata propalazione di autentiche bufale e però anche con la complicità involontaria di alcuni allarmismi eccessivi. "Siamo di fronte a una paura irrazionale dei vaccini", se "reagiamo aggiungendone altri, rischiamo che ai bambini non ne venga fatto nessuno", ha ammonito il direttore dell'Aifa (Agenzia italiana per il farmaco) Luca Pani: "C'è un problema di trasparenza, dobbiamo stare più attenti alla comunicazione". Concorda in un articolo sulla Lettura del Corriere della Sera Pierluigi Battista, che suggerisce di diffidare da espressioni come "bomba d'acqua" ed "emergenza", ormai inflazionate sui media.[2] È un po' il principio della vecchia storiella "Al lupo, al lupo". Detto ciò, bisogna riconoscere che il compito affidato ai ricercatori e anche ai comunicatori non è affatto semplice. Si chiede loro di interessare alla scienza il grande pubblico evitando sia le esagerazioni apocalittiche sia quelle, opposte, che rischiano di illudere l'opinione pubblica dischiudendo un'immediata applicazione pratica in ogni avanzamento di conoscenza. Devono salvaguardare la libertà alla base del metodo scientifico senza far apparire il confronto tra le varie ipotesi come una polemica "ideologica". (Da: M. Ferrazzoli, "Clima e ambiente, un successo a rischio", www.almanacco.cnr.it) La parola "propalazione", indicata con [1] nel brano, da quale termine potrebbe essere sostituita in modo che non cambi il senso della frase? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. La facciata di San Pietro, utilizzata l'8 dicembre scorso come scenario per proiettare immagini legate ai cambiamenti climatici e ai problemi ambientali del pianeta, potrebbe essere eletta come icona dell'anno legata alla ricerca scientifica. L'installazione 'Fiat Lux' ha sollevato molti consensi e, inevitabilmente, qualche polemica da parte di chi l'ha reputata blasfema o quanto meno inopportuna rispetto ad altre possibili tematiche, in particolare la povertà e la guerra in Africa dove il Papa ha voluto inaugurare l'Anno santo.Come si è raggiunto questo livello di consenso pubblico? I temi del clima e dell'ambiente puntano soprattutto su una comunicazione molto forte, quella che in gergo giornalistico definiremmo 'strillata'. Citiamo casualmente da alcuni dei moltissimi titoli usciti di recente: "Così il mare inonderà l'Italia", "Dove la natura rischia di sparire". Un tono "catastrofista" che risponde a dati di realtà � quali i record raggiunti dallo smog a Pechino, dalle temperature nell'ultimo anno e dalle vittime per inquinamento in Italia tra i Paesi europei � ma che potrebbe anche indurre effetti indesiderati quanto pericolosi.Pensiamo a quanto accaduto con le vaccinazioni, presidio sanitario fondamentale per il miglioramento e l'allungamento della vita, eppure messo sempre sotto accusa: con la [1] sciagurata propalazione di autentiche bufale e però anche con la complicità involontaria di alcuni allarmismi eccessivi. "Siamo di fronte a una paura irrazionale dei vaccini", se "reagiamo aggiungendone altri, rischiamo che ai bambini non ne venga fatto nessuno", ha ammonito il direttore dell'Aifa (Agenzia italiana per il farmaco) Luca Pani: "C'è un problema di trasparenza, dobbiamo stare più attenti alla comunicazione". Concorda in un articolo sulla Lettura del Corriere della Sera Pierluigi Battista, che suggerisce di diffidare da espressioni come "bomba d'acqua" ed "emergenza", ormai inflazionate sui media.[2] È un po' il principio della vecchia storiella "Al lupo, al lupo". Detto ciò, bisogna riconoscere che il compito affidato ai ricercatori e anche ai comunicatori non è affatto semplice. Si chiede loro di interessare alla scienza il grande pubblico evitando sia le esagerazioni apocalittiche sia quelle, opposte, che rischiano di illudere l'opinione pubblica dischiudendo un'immediata applicazione pratica in ogni avanzamento di conoscenza. Devono salvaguardare la libertà alla base del metodo scientifico senza far apparire il confronto tra le varie ipotesi come una polemica "ideologica". (Da: M. Ferrazzoli, "Clima e ambiente, un successo a rischio", www.almanacco.cnr.it) Perché il compito di ricercatori e comunicatori è considerato difficile dall'autore del brano? |
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Leggere attentamente il seguente brano. La cultura contemporanea occidentale immagina il proprio futuro con molta difficoltà. Non a caso la forma più comune di rappresentazione simbolica del futuro è la catastrofe.Naturalmente esistono ragioni oggettive che possono giustificare questo impulso simbolico autodistruttivo. Prima fra tutte, la percezione fisica, percettiva della distruzione dell'ecosistema e della biosfera; ma, subito dopo, potremmo enumerare una serie di condizioni di pericolo a cui ci stiamo abituando a essere esposti, almeno a livello ipotetico: caos sociale, crisi economiche, povertà, violenza politica, guerre, terrorismo, se la nostra sensibilità è soprattutto storico politica; contaminazioni radioattive, manipolazioni genetiche, epidemie, avvelenamenti di massa, disastri tecnologici, se ci spaventano di più gli esiti contro-produttivi della produttività. Anche solo l'elenco sommario di queste condizioni di pericolo mostra come la cultura occidentale abbia sperimentato la crisi dell'idea di progresso, non tanto a livello teorico, quanto a livello percettivo-sensibile. La società contemporanea trova però anche molta difficoltà a immaginare il passato. Da meno di vent'anni comunichiamo tutti con la posta elettronica. Difficile pensare come vivessero, non dico i nostri nonni, ma perfino i nostri genitori, alla nostra stessa età, senza computer, senza cellulari, senza internet. Per contro, abbiamo la possibilità di accedere a una quantità enorme di documenti del passato in forma digitale. Allo stesso tempo, però, l'immensa memoria digitale a cui possiamo accedere oggi permette una conoscenza del passato solo visiva, solo mentale, solo astratta. Non possiamo toccare i documenti, non possiamo avere un'idea tridimensionale del luogo fisico dove sono stati conservati, per anni o secoli. Esattamente come per l'idea di progresso e di futuro, è a livello percettivo-estetico che non riusciamo più a sentire il passato: tanto come appartenenza, quanto come discontinuità. Forse perché, come sostiene Christoph Turke, con la trasformazione digitale del mondo è come se stessimo vivendo per la prima volta le conseguenze teoriche della rivoluzione copernicana a livello percettivo di massa. Cosa significa? Semplicemente, che nell'universo microelettronico nel quale ormai tutti parzialmente abitiamo, lo spazio e il tempo iniziano a essere vissuti come variabili astratte, indipendenti dai limiti "geocentrici" a cui l'uomo è stato abituato da quando la sua specie esiste e abita questo pianeta. Fine del mondo. (da: Daniele Balicco, "Capitalismo e mutazione") Quale delle seguenti affermazioni è deducibile dal brano?
Leggere attentamente il seguente brano. La cultura contemporanea occidentale immagina il proprio futuro con molta difficoltà. Non a caso la forma più comune di rappresentazione simbolica del futuro è la catastrofe.Naturalmente esistono ragioni oggettive che possono giustificare questo impulso simbolico autodistruttivo. Prima fra tutte, la percezione fisica, percettiva della distruzione dell'ecosistema e della biosfera; ma, subito dopo, potremmo enumerare una serie di condizioni di pericolo a cui ci stiamo abituando a essere esposti, almeno a livello ipotetico: caos sociale, crisi economiche, povertà, violenza politica, guerre, terrorismo, se la nostra sensibilità è soprattutto storico politica; contaminazioni radioattive, manipolazioni genetiche, epidemie, avvelenamenti di massa, disastri tecnologici, se ci spaventano di più gli esiti contro-produttivi della produttività. Anche solo l'elenco sommario di queste condizioni di pericolo mostra come la cultura occidentale abbia sperimentato la crisi dell'idea di progresso, non tanto a livello teorico, quanto a livello percettivo-sensibile. La società contemporanea trova però anche molta difficoltà a immaginare il passato. Da meno di vent'anni comunichiamo tutti con la posta elettronica. Difficile pensare come vivessero, non dico i nostri nonni, ma perfino i nostri genitori, alla nostra stessa età, senza computer, senza cellulari, senza internet. Per contro, abbiamo la possibilità di accedere a una quantità enorme di documenti del passato in forma digitale. Allo stesso tempo, però, l'immensa memoria digitale a cui possiamo accedere oggi permette una conoscenza del passato solo visiva, solo mentale, solo astratta. Non possiamo toccare i documenti, non possiamo avere un'idea tridimensionale del luogo fisico dove sono stati conservati, per anni o secoli. Esattamente come per l'idea di progresso e di futuro, è a livello percettivo-estetico che non riusciamo più a sentire il passato: tanto come appartenenza, quanto come discontinuità. Forse perché, come sostiene Christoph Turke, con la trasformazione digitale del mondo è come se stessimo vivendo per la prima volta le conseguenze teoriche della rivoluzione copernicana a livello percettivo di massa. Cosa significa? Semplicemente, che nell'universo microelettronico nel quale ormai tutti parzialmente abitiamo, lo spazio e il tempo iniziano a essere vissuti come variabili astratte, indipendenti dai limiti "geocentrici" a cui l'uomo è stato abituato da quando la sua specie esiste e abita questo pianeta. Fine del mondo. (da: Daniele Balicco, "Capitalismo e mutazione") Quale delle seguenti affermazioni è deducibile dal brano?