Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Esercito Italiano Quiz - Concorso per l'ammissione al 199° corso dell'Accademia Militare dell'Esercito - Anno accademico 2017/2018  Esercitati su questo Quiz  |
RISPOSTA   Fabrizio si buttò giù per le scale, poi, arrivato sulla piazza, si mise a correre. Era appena arrivato davanti al castello di suo padre che il campanile suonò le dieci. Ogni colpo gli echeggiava dentro, a mettergli addosso uno strano turbamento. Si fermò. Voleva riflettere, anzi, voleva lasciarsi andare alla commozione che la vista di quella casa, guardata con tanta freddezza il giorno prima, gli ispirava adesso.Un rumore di passi venne a risvegliarlo dalle sue fantasticherie. Si guardò intorno. Era in mezzo a quattro gendarmi. Fabrizio aveva intorno alla cintura due ottime pistole appena caricate. Alzò il cane.Il rumore attirò l'attenzione dei gendarmi, gli fece correre il rischio di essere arrestato. Era in pericolo e decise che avrebbe sparato per primo. Per fortuna, i gendarmi, che stavano girando per il paese a far chiudere le osterie, non si erano certo dimostrati insensibili alle premure che gli erano state usate in molti di quei simpatici locali, e così non furono molto pronti a fare il loro dovere. (Archivio Selexi) La vista del castello paterno suscita in Fabrizio: |
RISPOSTA   Fabrizio si buttò giù per le scale, poi, arrivato sulla piazza, si mise a correre. Era appena arrivato davanti al castello di suo padre che il campanile suonò le dieci. Ogni colpo gli echeggiava dentro, a mettergli addosso uno strano turbamento. Si fermò. Voleva riflettere, anzi, voleva lasciarsi andare alla commozione che la vista di quella casa, guardata con tanta freddezza il giorno prima, gli ispirava adesso.Un rumore di passi venne a risvegliarlo dalle sue fantasticherie. Si guardò intorno. Era in mezzo a quattro gendarmi. Fabrizio aveva intorno alla cintura due ottime pistole appena caricate. Alzò il cane.Il rumore attirò l'attenzione dei gendarmi, gli fece correre il rischio di essere arrestato. Era in pericolo e decise che avrebbe sparato per primo. Per fortuna, i gendarmi, che stavano girando per il paese a far chiudere le osterie, non si erano certo dimostrati insensibili alle premure che gli erano state usate in molti di quei simpatici locali, e così non furono molto pronti a fare il loro dovere. (Archivio Selexi) I gendarmi non arrestano prontamente Fabrizio perché: |
RISPOSTA   Fin dal periodo della laurea, Durkheim aveva chiaramente impostato la propria vita. Non aveva la vocazione del filosofo tradizionale; la filosofia, almeno come era allora insegnata, gli sembrava troppo lontana dai problemi della vita del suo tempo, troppo rivolta a sofismi vani e arcani. Egli voleva dedicarsi a una disciplina che avrebbe dovuto contribuire a chiarire le grandi questioni morali che travagliavano il suo tempo e a risolvere i problemi della società a lui contemporanea. Più concretamente, Durkheim voleva dare un contributo al consolidamento morale e politico della Terza Repubblica che, in quei giorni, era ancora una struttura politica fragile e sottoposta a tensioni. Era convinto che tale guida morale potesse essere fornita soltanto da uomini con una solida preparazione scientifica, perciò decise di dedicarsi allo studio scientifico della società, con l'obiettivo, che considerava imperativo, di costruire un sistema sociologico su basi scientifiche, non fine a se stesso, ma mezzo per la guida morale della società.Da tale obiettivo Durkheim non si allontanò mai.Tuttavia, poiché la sociologia non era materia di insegnamento né nelle scuole secondarie né all'università, Durkheim iniziò la propria carriera come insegnante di filosofia. Dal 1882 al 1887 insegnò in molti licei della provincia nei dintorni di Parigi, a eccezione di un anno in cui gli fu consentito di assentarsi per perfezionare gli studi a Parigi e in Germania. Il soggiorno di Durkheim in Germania fu prevalentemente dedicato allo studio dei metodi di insegnamento e di ricerca nella filosofia morale e nelle scienze sociali; trascorse la maggior parte del tempo a Berlino e a Lipsia, dove fu profondamente colpito dal famoso laboratorio psicologico di Wilhelm Wundt. Dai resoconti sull'esperienza in Germania, scritti successivamente, Durkheim si rivelò entusiasta della precisione e dell'obiettività scientifica nella ricerca di cui era stato testimone nel laboratorio di Wundt e altrove. Nello stesso tempo sottolineò il fatto che la Francia avrebbe dovuto emulare la Germania nel fare dell'insegnamento filosofico un servizio per fini sociali e nazionali; egli condivideva totalmente gli sforzi degli scienziati sociali e dei filosofi tedeschi, tesi a mettere in evidenza le radici sociali della nozione di dovere morale e a rendere l'etica una disciplina indipendente e positiva. (Archivio Selexi) Relativamente al brano, si indichi quale proposizione è FALSA. |
RISPOSTA   Fra le tante città create dall'uomo, Venezia ci appare come simbolo di bellezza, di saggio governo e di un capitalismo controllato dalla comunità. La singolarità dell'ambiente fisico in cui fu costruita le conferì un fascino eccezionale: d'altra parte il sito acqueo contribuì a darle una tradizione aristocratica di libertà. Venezia fu la più libera delle molte città libere italiane, come vanta uno dei suoi cronisti medievali; non aveva altre mura che la laguna, non guardie di palazzo tranne gli operai dell'Arsenale maggiore e nessuna piazza d'armi per le esercitazioni e le parate militari a eccezione del mare. I vantaggi del luogo favorirono inoltre un'economia che combinava libertà e controlli in modi non meno insoliti del sistema viario e dell'architettura della città.Le istituzioni che rendono Venezia memorabile si vennero sviluppando nel corso di molte centinaia d'anni. Dal secolo VI dell'era cristiana al secolo XVIII, i Veneziani furono un popolo a sé. Considerati dal punto di vista dei loro mezzi di sussistenza, quei dodici secoli si dividono in tre periodi che sconfinano largamente l'uno nell'altro e durano ciascuno all'incirca quattro secoli. Fino al 1000 circa i Veneziani furono essenzialmente dei barcaioli o battellieri che, con piccoli natanti, percorrevano le loro lagune e risalivano e discendevano i fiumi e i canali di terraferma dell'Italia settentrionale. Dopo il 1000 diventarono una nazione marinara, che veleggiava, commerciava e combatteva in molte parti del Mediterraneo e dai fiumi della Russia meridionale su su fino alla Manica. Infine Venezia diventò una città di artigiani, di funzionari e di pochi aristocratici, una città famosa per i suoi talenti nel campo delle arti manuali, della finanza e del governo.La vita dei Veneziani prima del 1000 è stata ed è relativamente oscura, ma in quell'anno cominciò una serie di vittorie navali, culminata nel 1204 con la parte avuta da Venezia nella conquista di Costantinopoli a opera dei Crociati. Questa conquista fece di Venezia una potenza imperiale e, da quella data, la sua storia si intreccia con tutti i rivolgimenti di potere del Mediterraneo. Nei secoli seguenti i Veneziani mantennero, come popolo marinaro, la ricchezza e la reputazione della Repubblica, a onta delle rivoluzioni avvenute nella tecnica nautica, militare e commerciale e nelle rotte marittime. Mentre vicini imperi sorgevano e cadevano, essi elaborarono una forma di governo repubblicano che suscitava l'invidia di altre Città-Stato italiane.All'inizio dell'era moderna la maggior parte delle comunità medievali delle dimensioni di Venezia furono sopraffatte dall'ascesa di grandi monarchie fortemente organizzate e le rotte commerciali oceaniche minarono le fonti tradizionali della prosperità veneziana. Venezia nondimeno perfezionò le sue caratteristiche istituzioni repubblicane di città-Stato, conservò la sua indipendenza grazie alla sua abilità diplomatica e prolungò la propria prosperità adattando la sua attività commerciale e soprattutto manifatturiera alle nuove possibilità offerte da un'Europa in via di espansione. Nel 1600, divenuta ormai una nazione più di artigiani che di marinai, Venezia toccò il culmine della sua influenza come centro di creazione artistica.In tutti quei lunghi secoli si mantenne nelle istituzioni politiche e sociali di Venezia una notevole continuità, in cui si esprime la forza dell'attaccamento dei Veneziani agli usi e ai costumi peculiari che avevano fatto di loro un popolo a parte. (Archivio Selexi) In base a quanto riportato nel brano, quale delle seguenti affermazioni è FALSA? |
| RISPOSTA   Fra le tante città create dall'uomo, Venezia ci appare come simbolo di bellezza, di saggio governo e di un capitalismo controllato dalla comunità. La singolarità dell'ambiente fisico in cui fu costruita le conferì un fascino eccezionale: d'altra parte il sito acqueo contribuì a darle una tradizione aristocratica di libertà. Venezia fu la più libera delle molte città libere italiane, come vanta uno dei suoi cronisti medievali; non aveva altre mura che la laguna, non guardie di palazzo tranne gli operai dell'Arsenale maggiore e nessuna piazza d'armi per le esercitazioni e le parate militari a eccezione del mare. I vantaggi del luogo favorirono inoltre un'economia che combinava libertà e controlli in modi non meno insoliti del sistema viario e dell'architettura della città.Le istituzioni che rendono Venezia memorabile si vennero sviluppando nel corso di molte centinaia d'anni. Dal secolo VI dell'era cristiana al secolo XVIII, i Veneziani furono un popolo a sé. Considerati dal punto di vista dei loro mezzi di sussistenza, quei dodici secoli si dividono in tre periodi che sconfinano largamente l'uno nell'altro e durano ciascuno all'incirca quattro secoli. Fino al 1000 circa i Veneziani furono essenzialmente dei barcaioli o battellieri che, con piccoli natanti, percorrevano le loro lagune e risalivano e discendevano i fiumi e i canali di terraferma dell'Italia settentrionale. Dopo il 1000 diventarono una nazione marinara, che veleggiava, commerciava e combatteva in molte parti del Mediterraneo e dai fiumi della Russia meridionale su su fino alla Manica. Infine Venezia diventò una città di artigiani, di funzionari e di pochi aristocratici, una città famosa per i suoi talenti nel campo delle arti manuali, della finanza e del governo.La vita dei Veneziani prima del 1000 è stata ed è relativamente oscura, ma in quell'anno cominciò una serie di vittorie navali, culminata nel 1204 con la parte avuta da Venezia nella conquista di Costantinopoli a opera dei Crociati. Questa conquista fece di Venezia una potenza imperiale e, da quella data, la sua storia si intreccia con tutti i rivolgimenti di potere del Mediterraneo. Nei secoli seguenti i Veneziani mantennero, come popolo marinaro, la ricchezza e la reputazione della Repubblica, a onta delle rivoluzioni avvenute nella tecnica nautica, militare e commerciale e nelle rotte marittime. Mentre vicini imperi sorgevano e cadevano, essi elaborarono una forma di governo repubblicano che suscitava l'invidia di altre Città-Stato italiane.All'inizio dell'era moderna la maggior parte delle comunità medievali delle dimensioni di Venezia furono sopraffatte dall'ascesa di grandi monarchie fortemente organizzate e le rotte commerciali oceaniche minarono le fonti tradizionali della prosperità veneziana. Venezia nondimeno perfezionò le sue caratteristiche istituzioni repubblicane di città-Stato, conservò la sua indipendenza grazie alla sua abilità diplomatica e prolungò la propria prosperità adattando la sua attività commerciale e soprattutto manifatturiera alle nuove possibilità offerte da un'Europa in via di espansione. Nel 1600, divenuta ormai una nazione più di artigiani che di marinai, Venezia toccò il culmine della sua influenza come centro di creazione artistica.In tutti quei lunghi secoli si mantenne nelle istituzioni politiche e sociali di Venezia una notevole continuità, in cui si esprime la forza dell'attaccamento dei Veneziani agli usi e ai costumi peculiari che avevano fatto di loro un popolo a parte. (Archivio Selexi) L'immagine di Venezia tra il 1000 e il 1700, così come si evince dal brano, è quella di una città: |
RISPOSTA   Fra le tante città create dall'uomo, Venezia ci appare come simbolo di bellezza, di saggio governo e di un capitalismo controllato dalla comunità. La singolarità dell'ambiente fisico in cui fu costruita le conferì un fascino eccezionale: d'altra parte il sito acqueo contribuì a darle una tradizione aristocratica di libertà. Venezia fu la più libera delle molte città libere italiane, come vanta uno dei suoi cronisti medievali; non aveva altre mura che la laguna, non guardie di palazzo tranne gli operai dell'Arsenale maggiore e nessuna piazza d'armi per le esercitazioni e le parate militari a eccezione del mare. I vantaggi del luogo favorirono inoltre un'economia che combinava libertà e controlli in modi non meno insoliti del sistema viario e dell'architettura della città.Le istituzioni che rendono Venezia memorabile si vennero sviluppando nel corso di molte centinaia d'anni. Dal secolo VI dell'era cristiana al secolo XVIII, i Veneziani furono un popolo a sé. Considerati dal punto di vista dei loro mezzi di sussistenza, quei dodici secoli si dividono in tre periodi che sconfinano largamente l'uno nell'altro e durano ciascuno all'incirca quattro secoli. Fino al 1000 circa i Veneziani furono essenzialmente dei barcaioli o battellieri che, con piccoli natanti, percorrevano le loro lagune e risalivano e discendevano i fiumi e i canali di terraferma dell'Italia settentrionale. Dopo il 1000 diventarono una nazione marinara, che veleggiava, commerciava e combatteva in molte parti del Mediterraneo e dai fiumi della Russia meridionale su su fino alla Manica. Infine Venezia diventò una città di artigiani, di funzionari e di pochi aristocratici, una città famosa per i suoi talenti nel campo delle arti manuali, della finanza e del governo.La vita dei Veneziani prima del 1000 è stata ed è relativamente oscura, ma in quell'anno cominciò una serie di vittorie navali, culminata nel 1204 con la parte avuta da Venezia nella conquista di Costantinopoli a opera dei Crociati. Questa conquista fece di Venezia una potenza imperiale e, da quella data, la sua storia si intreccia con tutti i rivolgimenti di potere del Mediterraneo. Nei secoli seguenti i Veneziani mantennero, come popolo marinaro, la ricchezza e la reputazione della Repubblica, a onta delle rivoluzioni avvenute nella tecnica nautica, militare e commerciale e nelle rotte marittime. Mentre vicini imperi sorgevano e cadevano, essi elaborarono una forma di governo repubblicano che suscitava l'invidia di altre Città-Stato italiane.All'inizio dell'era moderna la maggior parte delle comunità medievali delle dimensioni di Venezia furono sopraffatte dall'ascesa di grandi monarchie fortemente organizzate e le rotte commerciali oceaniche minarono le fonti tradizionali della prosperità veneziana. Venezia nondimeno perfezionò le sue caratteristiche istituzioni repubblicane di città-Stato, conservò la sua indipendenza grazie alla sua abilità diplomatica e prolungò la propria prosperità adattando la sua attività commerciale e soprattutto manifatturiera alle nuove possibilità offerte da un'Europa in via di espansione. Nel 1600, divenuta ormai una nazione più di artigiani che di marinai, Venezia toccò il culmine della sua influenza come centro di creazione artistica.In tutti quei lunghi secoli si mantenne nelle istituzioni politiche e sociali di Venezia una notevole continuità, in cui si esprime la forza dell'attaccamento dei Veneziani agli usi e ai costumi peculiari che avevano fatto di loro un popolo a parte. (Archivio Selexi) Il brano risulta tratto verosimilmente da un libro di: |
RISPOSTA   Gli uomini tendono a interpretare l'amore e il matrimonio in termini di possesso, come confermano gli studi su cerimonie nuziali, negoziati prematrimoniali, leggi sull'adulterio e canzoni d'amore. La violazione del diritto di proprietà degli uomini sulle "loro" donne può provocare gesti violenti. La grande maggioranza degli uxoricidi è dovuta al sospetto d'infedeltà o alla volontà della moglie di chiudere il rapporto: il rischio che una donna sia uccisa è più alto dopo l'abbandono di un partner violento che durante la convivenza. «Se non posso averla io, non l'avrà nessuno», pensano gli uxoricidi.II rovesciamento dei ruoli non è molto frequente. E quando le donne uccidono i partner di solito è per reazione al dominio violento dell'uomo. Forse la possessività maschile è dovuta al fatto che gli uomini sono in forte competizione tra loro per la riproduzione e possono essere ingannati riguardo alla paternità. Tuttavia, gli uomini non aggrediscono le partner allo stesso modo in tutto il mondo. Ci sono grandi differenze culturali. In Papua Nuova Guinea un etnografo ha rivelato che nella tribù dei Lusi-kaliai quasi tutte le donne subiscono prima o poi percosse dal marito, mentre in quella dei Wape le violenze sono molto rare. Anche nelle nazioni sviluppate ci sono situazioni molto diverse: secondo l'OMS, il numero delle mogli aggredite dal marito oscilla dal 10 a più del 50 per cento.Ogni anno più di cento britannici uccidono le partner o le ex partner. [...] Negli Stati Uniti sono circa mille le donne uccise dai partner o dagli ex partner ogni anno. La cifra è inferiore ai 1.400 omicidi all'anno dei primi anni Ottanta, ma in rapporto alla popolazione è pur sempre il doppio rispetto alla Gran Bretagna. Il dato sorprende perché contemporaneamente sono aumentati l'impegno femminile nel mondo del lavoro e i divorzi richiesti dalle donne, entrambi fenomeni sgraditi agli uomini possessivi. La riduzione degli uxoricidi potrebbe essere dovuta alla maggiore protezione sociale garantita alle donne maltrattate. La riduzione del numero di uomini uccisi dalla moglie è stata ancora più netta. Evidentemente i programmi per la tutela femminile hanno salvato la vita più agli uomini che alle donne: se le donne hanno la possibilità di sfuggire a uomini violenti e dominanti, sono meno inclini a uccidere. (Marty Daly e Margo Wilson, "Quando l'amore diventa pericoloso", «Internazionale») Secondo il brano, rispetto agli anni Ottanta: |
RISPOSTA   Gordon Allport di Harvard ha collaborato a uno studio sulle "voci che corrono": come nascono, crescono e si diffondono. Ha intitolato il libro "The Psychology of Rumor". Ancor più di quello della pubblicità e della propaganda, lo studio delle "voci che corrono" riguarda la patologia della comunicazione. Le "voci che corrono" sono in genere fatti distorti in modo grossolano o privi di qualsiasi base di fatto. Si diffondono spesso con velocità incredibile: bastano poche parole sussurrate e "lo sa tutta la città", il che fa pensare a una curva esponenziale.Allport cita il classico caso delle campane di Anversa avvenuto durante la prima guerra mondiale:Fase 1) La "Kölnische Zeitung" dà questa notizia: "Quando si seppe della caduta di Anversa, si suonarono le campane delle chiese".Fase 2) "Le Matin" di Parigi riprende la notizia: "Secondo quanto scrive la 'Kölnische Zeitung', quando la fortezza fu espugnata il clero di Anversa fu costretto a far suonare le campane delle chiese".Fase 3) Ed ecco il "Times" di Londra: "Secondo notizie che 'Le Matin' ha avuto da Colonia, i preti belgi che rifiutarono di suonare le campane delle chiese alla caduta di Anversa furono cacciati via".Fase 4) La notizia si ritrova nel "Corriere della Sera": "Secondo notizie che il 'Times' ha avuto da Colonia, via Parigi, gli sfortunati preti che si rifiutarono di far suonare le campane delle chiese alla caduta di Anversa furono condannati ai lavori forzati".Fase 5) Si torna a "Le Matin": "Secondo informazioni che il 'Corriere della Sera' ha ricevuto da Colonia via Londra, si conferma (sic) che i barbari conquistatori di Anversa punirono gli sfortunati preti belgi, per il loro eroico rifiuto di far suonare le campane delle chiese, appendendoli alle campane stesse con la testa in giù, come batacchi viventi".Così, una storia incominciata dal semplice fatto che dopo la conquista di una città si suonarono le campane nel Paese natale dei vincitori, giunse sino alla fantastica favola dei batacchi viventi, in cui, come in altre famose storie di atrocità della prima guerra mondiale, credettero fermamente milioni di persone. Alle voci infondate, nella loro qualità di comunicazione negativa, si può porre rimedio intensificando la comunicazione positiva. Qualsiasi agente pubblicitario lo sa e, se appena gli è possibile, preferisce dire la verità.La storia delle campane di Anversa illustra non solo il modo in cui si propagano le voci infondate, ma anche una teoria che io sostengo appassionatamente, anche se forse non scientificamente, che cioè bloccare deliberatamente le linee di comunicazione è forse il peggior delitto che si possa commettere. È come avvelenare l'acqua dei pozzi nei deserti. Noi mortali siamo così inclini a credere a tutto ciò che udiamo o vediamo scritto a grandi caratteri che a tutti quelli di noi che lavorano con le parole s'impone l'obbligo solenne di renderle il più possibile chiare e sincere. (Archivio Selexi) Qual è tra i seguenti l'involontario protagonista della storia delle campane di Anversa? |
RISPOSTA   I beni culturali non possono sopravvivere, se vengono esposti senza protezione ai meccanismi del mercato, e il giornalismo di qualità, come mostra la presente crisi, non è del tutto finanziabile attraverso il mercato. Sostenere l'importanza e l'esistenza della stampa vuol dire sostenere la necessità di creare delle fondazioni, indipendenti dallo Stato, per incentivare il giornalismo di qualità. È una proposta che suona come una tipica frase sindacalista, però, anche in un Paese tradizionalmente molto legato alla stampa come la Germania, la situazione è tale che i giornali tedeschi, come la “Frankfurter Rundschau” e il “Tagesspiegel/Berliner Zeitung”, non trovano nulla da ridire nell'andare a mendicare al mondo della politica denaro e trattamenti speciali; persino la creazione di organi di cogestione improvvisamente non è più considerato un tabù.I media non possono essere misurati esclusivamente in base a criteri di mercato e sembra ragionevole considerare proprio gli organi di stampa, che sviluppano la consuetudine con la lettura, come beni meritevoli, che occorre incentivare: è ragionevole intendere il giornalismo come una funzione della società e distanziarlo a sufficienza dalle minacce del sistema economico. Chi applica alla produzione di informazioni il solo criterio del profitto, si comporta in modo ingenuo e pericoloso, dimenticando che, dove il giornalismo segue essenzialmente regole economiche e finanziarie, si sottopone a cicli di crisi del mercato.Per assicurare il futuro della stampa, nei nostri Paesi abbiamo bisogno di un patto che unisca tutti coloro che vedono nei media un ruolo importante legato non solo alla cultura dell'intrattenimento, ma anche allo sviluppo e alla diffusione del sapere.Se, per usare le parole di Adorno, non esiste vita vera nella falsità, non esiste vero giornalismo nei falsi media. Ci saranno sempre grandi discussioni su quali siano i “veri” media e quale sia il “falso” giornalismo. A mio parere, però, è indiscutibile il fatto che un vivace dibattito pubblico necessiti di giornali e periodici.Se, nell'era della multimedialità, la stampa vuole continuare a essere competitiva, non possiamo rinunciare a una tutela normativa che, in quanto bene culturale, le garantisca uno stabile profilo qualitativo. (Da: "Stampa europea tra masse ed élites di Siegfried Weischenberg” in “Anomalia Italiana Televisione” a cura di Marco Buonocore, I libri di Reset, Goethe-Institut) Secondo quanto riportato nel brano, i giornali tedeschi: |
| RISPOSTA   I proverbi esprimono di solito il desiderio della gente. Sono i modi giocosi con cui le grandi aspirazioni tentano di diventare realtà. Nella loro laconicità esprimono l'utopia. Ma nella loro utopia determinano i grandi movimenti di pensiero e il quotidiano adattarsi alla dura realtà obiettiva (ob-jectum, cioè posto di fronte e contro). Così è per il proverbio che fa da titolo a questo capitolo: "Volere è potere". Schiacciati dalle pressioni esterne, abituati a essere imprigionati, uccisi, affamati dalle forze naturali e spesso inutilmente dai loro simili, gli uomini riaffermano la loro volontà di autonomia e il loro desiderio di sopravvivere nonostante tutto. Si rivolgono alle religioni, alla politica, alle scienze e alle arti per riaffermare il loro diritto a esistere, cioè il loro desiderio di potere. Ma l'utopia è lontana e lunga è la strada per arrivare alla meta. Da cui volere è potere. Abituati per millenni al fatto che la loro volontà non contava niente e che solo al di fuori di loro c'era il destino della loro esistenza, gli uomini hanno espresso con un proverbio il desiderio e l'utopia, la speranza e la rassegnazione, l'illusione paranoica che il mondo dipenda da loro.Volere è potere. Mai come in questo proverbio gli uomini hanno espresso la loro impotenza. Poiché dipende da noi, ogni fallimento in un'impresa è da imputarsi solo a noi. Se non abbiamo potuto è segno che non abbiamo voluto. Un invito a volere, a far agire la "forza di volontà" proprio quando tutto pare impossibile. Gli uomini, diceva Freud, preferiscono accusarsi di crimini che non hanno mai commesso, pur di sfuggire al sentimento dell'assurdo e dell'impotenza. Accusarsi significa almeno dichiararsi potenti. Il sentimento di impotenza altro non è che il sentimento di dipendenza: dalla natura, dagli animali, dagli altri uomini, dai cibi, da noi stessi. Quando Freud introdusse il concetto di inconscio, ampliò a dismisura la gamma delle nostre dipendenze. E aumentò perciò il sentimento di impotenza. Anche se è vero che la conoscenza di un legame sconosciuto, che non credevamo esistesse, giova alla conquista della nostra autonomia, ciò nonostante tale conoscenza di un legame nuovo risulta di primo acchito sgradevole e dà sentimenti di impotenza che spiegano molte delle resistenze alla psicoanalisi e alla psicologia in genere.Il desiderio di esistenza, di individualità e di vita urta contro la paura di impotenza, di dipendenza, di morte. I latini avevano due verbi per esprimere il desiderio: desiderare e optare. De-siderare deriva "dalle stelle" (sidera) ed esprimeva "desideri" che non potevano essere accontentati dalla nostra volontà.Optare deriva dai nostri occhi (in greco la radice op, presente per esempio in ottica, significa vedere) cioè dal mondo delle cose tangibili, dipendenti dalla nostra volontà. Trasformare il desiderio in opzione fu il sogno-mito del mondo greco, latino, cristiano: il volere è potere. (da: E. Spaltro, "Sentimento del potere”, Boringhieri, Torino, 1984) "Desiderare" e "optare": |
RISPOSTA   I proverbi esprimono di solito il desiderio della gente. Sono i modi giocosi con cui le grandi aspirazioni tentano di diventare realtà. Nella loro laconicità esprimono l'utopia. Ma nella loro utopia determinano i grandi movimenti di pensiero e il quotidiano adattarsi alla dura realtà obiettiva (ob-jectum, cioè posto di fronte e contro). Così è per il proverbio che fa da titolo a questo capitolo: "Volere è potere". Schiacciati dalle pressioni esterne, abituati a essere imprigionati, uccisi, affamati dalle forze naturali e spesso inutilmente dai loro simili, gli uomini riaffermano la loro volontà di autonomia e il loro desiderio di sopravvivere nonostante tutto. Si rivolgono alle religioni, alla politica, alle scienze e alle arti per riaffermare il loro diritto a esistere, cioè il loro desiderio di potere. Ma l'utopia è lontana e lunga è la strada per arrivare alla meta. Da cui volere è potere. Abituati per millenni al fatto che la loro volontà non contava niente e che solo al di fuori di loro c'era il destino della loro esistenza, gli uomini hanno espresso con un proverbio il desiderio e l'utopia, la speranza e la rassegnazione, l'illusione paranoica che il mondo dipenda da loro.Volere è potere. Mai come in questo proverbio gli uomini hanno espresso la loro impotenza. Poiché dipende da noi, ogni fallimento in un'impresa è da imputarsi solo a noi. Se non abbiamo potuto è segno che non abbiamo voluto. Un invito a volere, a far agire la "forza di volontà" proprio quando tutto pare impossibile. Gli uomini, diceva Freud, preferiscono accusarsi di crimini che non hanno mai commesso, pur di sfuggire al sentimento dell'assurdo e dell'impotenza. Accusarsi significa almeno dichiararsi potenti. Il sentimento di impotenza altro non è che il sentimento di dipendenza: dalla natura, dagli animali, dagli altri uomini, dai cibi, da noi stessi. Quando Freud introdusse il concetto di inconscio, ampliò a dismisura la gamma delle nostre dipendenze. E aumentò perciò il sentimento di impotenza. Anche se è vero che la conoscenza di un legame sconosciuto, che non credevamo esistesse, giova alla conquista della nostra autonomia, ciò nonostante tale conoscenza di un legame nuovo risulta di primo acchito sgradevole e dà sentimenti di impotenza che spiegano molte delle resistenze alla psicoanalisi e alla psicologia in genere.Il desiderio di esistenza, di individualità e di vita urta contro la paura di impotenza, di dipendenza, di morte. I latini avevano due verbi per esprimere il desiderio: desiderare e optare. De-siderare deriva "dalle stelle" (sidera) ed esprimeva "desideri" che non potevano essere accontentati dalla nostra volontà.Optare deriva dai nostri occhi (in greco la radice op, presente per esempio in ottica, significa vedere) cioè dal mondo delle cose tangibili, dipendenti dalla nostra volontà. Trasformare il desiderio in opzione fu il sogno-mito del mondo greco, latino, cristiano: il volere è potere. (da: E. Spaltro, "Sentimento del potere”, Boringhieri, Torino, 1984) L'utopia degli uomini: |
| RISPOSTA   I telefoni cellulari mettono in comunicazione gli utenti valendosi dell'emissione di microonde. Le stesse che permettono ai forni a microonde di cuocere gli alimenti: da qui il timore che esse possano agire allo stesso modo sull'orecchio e sul cervello dei maniaci del telefonino. La potenza di un forno a microonde è però di parecchie centinaia di watt, quella di un telefonino non supera mai i due watt. Per fare chiarezza sono stati condotti studi scientifici, finanziati in particolare dai costruttori di telefonini e dagli operatori della telefonia mobile, preoccupati di mettere fine alle voci.Anni di ricerche di dosimetria hanno dimostrato che i telefonini non provocano alcun riscaldamento di tessuti. L'assenza di riscaldamento potrebbe però essere una semplice conseguenza dell'attivazione del sistema di termoregolazione del corpo umano: la circolazione sanguigna si intensificherebbe e agirebbe come un circuito di raffreddamento. Questa attivazione sarebbe generatrice di stress e potrebbe, a lungo termine, indurre altri effetti biologici. Ma per il momento nessuno di questi effetti è stato riscontrato.E che ne è dei sospetti di eventuali effetti cancerogeni dei portatili? I vari studi si contraddicono e non sono facili da interpretare. Si dice che le microonde abbiano la capacità di eccitare le molecole. In dosi elevate possono perfino rompere i loro legami atomici. Il dottor Henry Lai, dell'Università di Washington, ha per esempio mostrato che, nel ratto, l'esposizione alle microonde aumentava del 25% il numero di rotture delle molecole di DNA del cervello. Una cifra simile dovrebbe inquietare, dato che queste rotture cromosomiche possono rendere le cellule cancerose.Ma uno studio condotto da un'équipe californiana ha fornito indicazioni opposte, provando che queste radiazioni limitavano la proliferazione di cellule tumorali nei ratti ai quali era stata inoculata una sostanza cancerogena! Ricerche francesi non hanno riscontrato alcun effetto. E se i lavori dell'équipe australiana di Michael Repacholi del Royal Adelaide Hospital hanno rilanciato i sospetti, essi non permettono più degli altri studi di trarre una conclusione netta.Il telefonino è allora esente da rischi? Certamente no. «I telefoni cellulari introdotti nel complesso sanitario devono essere tenuti spenti, perché rischiano di perturbare le apparecchiature mediche funzionanti con sistemi elettronici», recita un avviso all'ingresso degli ospedali francesi. È una circolare della Direzione degli ospedali emessa il 6 ottobre 1995, che raccomanda l'adozione di questo accorgimento per salvaguardare il corretto funzionamento delle pompe a perfusione, delle apparecchiature per la dialisi e dei respiratori, tutti apparati che potrebbero risentire delle interferenze dovute alle microonde dei telefonini. Si tratta di una semplice misura prudenziale, non essendosi verificato in Francia alcun grave incidente. (Archivio Selexi) Qual è il significato del termine "inoculata" utilizzato dall'autore in riferimento a una sostanza cancerogena? |
RISPOSTA   I telefoni cellulari mettono in comunicazione gli utenti valendosi dell'emissione di microonde. Le stesse che permettono ai forni a microonde di cuocere gli alimenti: da qui il timore che esse possano agire allo stesso modo sull'orecchio e sul cervello dei maniaci del telefonino. La potenza di un forno a microonde è però di parecchie centinaia di watt, quella di un telefonino non supera mai i due watt. Per fare chiarezza sono stati condotti studi scientifici, finanziati in particolare dai costruttori di telefonini e dagli operatori della telefonia mobile, preoccupati di mettere fine alle voci.Anni di ricerche di dosimetria hanno dimostrato che i telefonini non provocano alcun riscaldamento di tessuti. L'assenza di riscaldamento potrebbe però essere una semplice conseguenza dell'attivazione del sistema di termoregolazione del corpo umano: la circolazione sanguigna si intensificherebbe e agirebbe come un circuito di raffreddamento. Questa attivazione sarebbe generatrice di stress e potrebbe, a lungo termine, indurre altri effetti biologici. Ma per il momento nessuno di questi effetti è stato riscontrato.E che ne è dei sospetti di eventuali effetti cancerogeni dei portatili? I vari studi si contraddicono e non sono facili da interpretare. Si dice che le microonde abbiano la capacità di eccitare le molecole. In dosi elevate possono perfino rompere i loro legami atomici. Il dottor Henry Lai, dell'Università di Washington, ha per esempio mostrato che, nel ratto, l'esposizione alle microonde aumentava del 25% il numero di rotture delle molecole di DNA del cervello. Una cifra simile dovrebbe inquietare, dato che queste rotture cromosomiche possono rendere le cellule cancerose.Ma uno studio condotto da un'équipe californiana ha fornito indicazioni opposte, provando che queste radiazioni limitavano la proliferazione di cellule tumorali nei ratti ai quali era stata inoculata una sostanza cancerogena! Ricerche francesi non hanno riscontrato alcun effetto. E se i lavori dell'équipe australiana di Michael Repacholi del Royal Adelaide Hospital hanno rilanciato i sospetti, essi non permettono più degli altri studi di trarre una conclusione netta.Il telefonino è allora esente da rischi? Certamente no. «I telefoni cellulari introdotti nel complesso sanitario devono essere tenuti spenti, perché rischiano di perturbare le apparecchiature mediche funzionanti con sistemi elettronici», recita un avviso all'ingresso degli ospedali francesi. È una circolare della Direzione degli ospedali emessa il 6 ottobre 1995, che raccomanda l'adozione di questo accorgimento per salvaguardare il corretto funzionamento delle pompe a perfusione, delle apparecchiature per la dialisi e dei respiratori, tutti apparati che potrebbero risentire delle interferenze dovute alle microonde dei telefonini. Si tratta di una semplice misura prudenziale, non essendosi verificato in Francia alcun grave incidente. (Archivio Selexi) Il brano ha carattere: |
| RISPOSTA   Il caso che intendo descrivere nelle pagine seguenti (sempre in maniera sommaria) si distingue per diverse caratteristiche particolari sulle quali mi dovrò soffermare prima di passare all'esposizione dei fatti. È la storia di un giovane la cui salute subì un tracollo all'età di diciotto anni, dopo un'infezione blenorragica, e che, quando cominciò il trattamento psicoanalitico, parecchi anni dopo, era assolutamente incapace di badare a se stesso, per cui era costretto a dipendere in tutto e per tutto dagli altri. Nei dieci anni precedenti l'infezione, aveva condotto una vita praticamente normale, superando senza troppe difficoltà le scuole medie. Invece, i primi anni di vita erano stati turbati da una grave affezione nevrotica, che si era instaurata sottoforma di isteria d'angoscia (fobia per gli animali), poco prima che compisse i quattro anni, e si era poi trasformata in una nevrosi ossessiva a contenuto religioso che perdurò, con i suoi strascichi, fino all'ottavo anno.Qui parlerò soltanto della nevrosi infantile. Sebbene il paziente me lo abbia chiesto direttamente, mi sono astenuto dallo scrivere una storia completa della malattia, della terapia e della guarigione, in quanto trovavo questa incombenza tecnicamente irrealizzabile e socialmente inammissibile. [1] Questo mi toglie la possibilità di provare l'esistenza di un rapporto tra la malattia dell'infanzia e quella più tarda e permanente. Di questa dirò soltanto poche cose: il paziente rimase a lungo ricoverato, per questa seconda malattia, in alcune case di cura tedesche e, in quel periodo, le massime autorità gli fecero una diagnosi di “psicosi maniaco-depressiva”. Questa diagnosi era certamente valida per il padre del nostro paziente, la cui esistenza, così ricca di attività e di interessi, è stata più volte turbata da accessi di depressione grave. Invece, nel figlio io non sono mai riuscito, con osservazioni durate molti anni, a riscontrare alcun mutamento di umore che non fosse proporzionato, per intensità o per le circostanze in cui si manifestava, alla sua situazione psichica. Perciò sono dell'opinione che questo caso, analogamente a molti altri cui la psichiatria clinica ha posto l'etichetta di diagnosi oltremodo svariate e ambigue, debba essere considerato come uno stato conseguente a una nevrosi ossessiva che si è conclusa spontaneamente lasciando, però, dopo la guarigione, una minorazione permanente. (Sigmund Freud, “Casi clinici”) Il paziente di cui parla l'autore del brano: |
RISPOSTA   Il presidente R. Reagan e alcuni dei suoi ministri o consiglieri usano il linguaggio della guerra fredda; denunciano l'espansionismo sovietico, vedono la presenza sovietica in tutti i tumulti che agitano l'umanità attraverso il mondo. Ma la retorica antisovietica non permette di trinciar giudizi sulle diverse scuole di pensiero negli Stati Uniti. In realtà, la classe politica, i commentatori delle relazioni internazionali, restano profondamente divisi su certi dati (ad esempio, il rapporto di forze), sulla politica e i progetti del Cremlino.Cominciamo con i fatti e le discussioni che essi suscitano. L'Unione Sovietica si è assicurata una superiorità militare sugli Stati Uniti? A una domanda del genere non può essere data nessuna risposta semplice e categorica, visto che noi conosciamo in anticipo le quantità ma non le qualità; il valore delle armi e degli eserciti si rivela solo in combattimento. Detto questo, le quantità note, le qualità valutate alla luce dell'esperienza autorizzano un giudizio almeno probabile.A meno di rifiutare le cifre pubblicate nel fascicolo "Soviet Military Power" dal ministero americano della Difesa, mi pare incontestabile che l'Unione Sovietica possieda uno stock di armi molto superiore a quello degli Stati Uniti e una capacità di produzione industriale di armi ugualmente superiore. Bisogna dare una grande importanza ai cinquantamila carri armati, ai ventimila cannoni, ai cinquemila elicotteri? Si potrebbe obiettare che queste cifre globali non significano un granché, che la logistica non permetterebbe lo spiegamento di tutte queste armi in campo di battaglia, che comunque le forze armate sovietiche sono distribuite su molti fronti e che le grandi battaglie, paragonabili a quelle della seconda guerra mondiale, sono ormai inconcepibili, perlomeno tra le grandi potenze che dispongono di armi nucleari.Lasciamo da parte le cifre globali e diamo uno sguardo alla bilancia centrale. Il SALT 2, non ratificato dal Senato americano, verrebbe di fatto rispettato dalle due parti (supponendo che la verifica via satellite sia veramente attendibile). Secondo il trattato, gli Stati Uniti possiedono 1054 missili intercontinentali di cui 550 con MIRV, 656 missili sui sottomarini (SLBM) di cui 469 con MIRV e 573 bombardieri pesanti, alcuni dei quali dotati di missili da crociera; da parte sua, l'Unione Sovietica possiede 1398 ICBM di cui 608 con MIRV e 950 SLBM dei quali 144 dotati di MIRV e 156 bombardieri pesanti.Esiste un equilibrio? La triade americana comporta una parte relativamente ridotta di ICBM, probabilmente perché i dirigenti americani pensano che non colpiranno mai per primi, e contano di più sui missili dei sottomarini, meno vulnerabili al primo colpo. L'equilibrio è stabilito, se a definirlo è la capacità di ciascuna delle due Superpotenze di infliggere all'altra, come reazione a un primo colpo, "distruzioni inaccettabili". Ma, ribattono i pessimisti, reagire a un primo colpo contro le basi americane con il bombardamento delle città significa attirare sulle città americane bombardamenti della stessa potenza. (Archivio Selexi) Secondo quanto affermato dall'autore, il rispetto del trattato SALT 2: |
RISPOSTA   Il presidente R. Reagan e alcuni dei suoi ministri o consiglieri usano il linguaggio della guerra fredda; denunciano l'espansionismo sovietico, vedono la presenza sovietica in tutti i tumulti che agitano l'umanità attraverso il mondo. Ma la retorica antisovietica non permette di trinciar giudizi sulle diverse scuole di pensiero negli Stati Uniti. In realtà, la classe politica, i commentatori delle relazioni internazionali, restano profondamente divisi su certi dati (ad esempio, il rapporto di forze), sulla politica e i progetti del Cremlino.Cominciamo con i fatti e le discussioni che essi suscitano. L'Unione Sovietica si è assicurata una superiorità militare sugli Stati Uniti? A una domanda del genere non può essere data nessuna risposta semplice e categorica, visto che noi conosciamo in anticipo le quantità ma non le qualità; il valore delle armi e degli eserciti si rivela solo in combattimento. Detto questo, le quantità note, le qualità valutate alla luce dell'esperienza autorizzano un giudizio almeno probabile.A meno di rifiutare le cifre pubblicate nel fascicolo "Soviet Military Power" dal ministero americano della Difesa, mi pare incontestabile che l'Unione Sovietica possieda uno stock di armi molto superiore a quello degli Stati Uniti e una capacità di produzione industriale di armi ugualmente superiore. Bisogna dare una grande importanza ai cinquantamila carri armati, ai ventimila cannoni, ai cinquemila elicotteri? Si potrebbe obiettare che queste cifre globali non significano un granché, che la logistica non permetterebbe lo spiegamento di tutte queste armi in campo di battaglia, che comunque le forze armate sovietiche sono distribuite su molti fronti e che le grandi battaglie, paragonabili a quelle della seconda guerra mondiale, sono ormai inconcepibili, perlomeno tra le grandi potenze che dispongono di armi nucleari.Lasciamo da parte le cifre globali e diamo uno sguardo alla bilancia centrale. Il SALT 2, non ratificato dal Senato americano, verrebbe di fatto rispettato dalle due parti (supponendo che la verifica via satellite sia veramente attendibile). Secondo il trattato, gli Stati Uniti possiedono 1054 missili intercontinentali di cui 550 con MIRV, 656 missili sui sottomarini (SLBM) di cui 469 con MIRV e 573 bombardieri pesanti, alcuni dei quali dotati di missili da crociera; da parte sua, l'Unione Sovietica possiede 1398 ICBM di cui 608 con MIRV e 950 SLBM dei quali 144 dotati di MIRV e 156 bombardieri pesanti.Esiste un equilibrio? La triade americana comporta una parte relativamente ridotta di ICBM, probabilmente perché i dirigenti americani pensano che non colpiranno mai per primi, e contano di più sui missili dei sottomarini, meno vulnerabili al primo colpo. L'equilibrio è stabilito, se a definirlo è la capacità di ciascuna delle due Superpotenze di infliggere all'altra, come reazione a un primo colpo, "distruzioni inaccettabili". Ma, ribattono i pessimisti, reagire a un primo colpo contro le basi americane con il bombardamento delle città significa attirare sulle città americane bombardamenti della stessa potenza. (Archivio Selexi) Con quale finalità l'autore menziona dati quali "cinquantamila carri armati, ventimila cannoni, cinquemila elicotteri"? |
RISPOSTA   Il termine "rivoluzione industriale" indica il processo iniziatosi con il massiccio investimento di capitali nel nuovo tipo di industria, chiamato "sistema di fabbrica" o "factory system", che nasce in Inghilterra attorno al 1770 e in cui per la prima volta le operazioni fino allora compiute dall'uomo vengono eseguite in prevalenza dalle macchine. In questo nuovo modo di produzione viene resa definitiva quella separatezza tra il produttore diretto (l'operaio) e i mezzi di produzione (le macchine) che, secondo Marx, è tipica del modo di produzione capitalistico. A causa delle trasformazioni tecniche, si instaurano dei rapporti di produzione, economici e sociali radicalmente nuovi, e si vengono a formare due classi contrapposte: quella degli imprenditori capitalisti e quella degli operai, cioè della grande massa dei prestatori di manodopera salariata.Tra i settori produttivi che "accumularono" i capitali da investire nella nuova industria - e che sicuramente interagirono - va ricordata l'agricoltura. Sin dall'inizio del 1700, si erano andati in essa accentuando vari fenomeni di razionalizzazione e di ristrutturazione aziendale, per cui crebbe l'ampiezza media delle aziende, si estesero le migliorie agronomiche e tecniche, e venne liquidato il sistema comunitario prevalente dei "campi aperti" e delle "terre comuni", con la conseguente emarginazione della "yeomanry", cioè di quella classe di piccoli proprietari terrieri e di piccoli affittuari che fino al secolo precedente costituivano il nerbo dell'agricoltura inglese.Le complesse trasformazioni agricole ricordate portarono sicuramente a un aumento della produttività e quindi a una maggiore disponibilità di cibo, dalla quale probabilmente fu favorito il forte incremento demografico che ebbe inizio in Inghilterra attorno al 1760.Un terzo fattore, oltre al progresso agricolo e allo sviluppo demografico, contribuì al decollo industriale:l'industria della lana. Essa, nella sua forma domiciliare, era già molto diffusa, anche nel secolo precedente, un po' dovunque, ma principalmente nello Yorkshire, con le città di Leed e Halifax. Ma il sistema domiciliare non era l'unico in Inghilterra. Il "Rapporto sulla manifattura della lana" del 1806 ci informa che, particolarmente nelle contee occidentali e settentrionali, era già da lungo tempo praticata una sorta di manifattura domiciliare organizzata dai mercanti di panni, i quali acquistavano la lana nazionale ed estera e, per tesserla, radunavano nella propria abitazione o in edifici annessi molti operai che lavoravano a tempo pieno, con parecchi telai e già con una notevole suddivisione di compiti. I mastri manifatturieri riuscivano ad accumulare in tal modo anche ricchezze considerevoli, giungendo a impiantare delle vere e proprie manifatture fin dai primi del 1700. Queste tre forme di organizzazione della produzione laniera rappresentarono anche gradini successivi dell'accumulo dei capitali e dell'industrializzazione del settore. Specie nel gradino più alto si andavano affinando quei processi lavorativi e compiendo quelle innovazioni e scoperte tecniche che furono decisive per il decollo industriale.Altro fattore non trascurabile dell'accumulazione furono i grandi profitti realizzati dagli inglesi nei commerci internazionali. Sin dalla seconda metà del 1500 erano state fondate delle grandi compagnie di commercio e di navigazione e nel 1600 era stata costituita la "Compagnia delle Indie". Il "Navigation Act" del 1651 fu lo strumento dell'enorme potenza marittima e commerciale dell'Inghilterra. Infatti, proibendo a qualsiasi navigatore straniero di importare in Inghilterra prodotti che non fossero del proprio Paese di origine decretava in sostanza che ogni commercio tra l'Inghilterra e i Paesi extraeuropei (Asia, Africa, America) doveva essere svolto con navi inglesi, fabbricate in Inghilterra e senza alcun intermediario. Fu organizzata così quella economia "mercantilistica" che, nel porre al centro di ogni interesse dello Stato la bilancia dei pagamenti, di fatto sanciva che la ricchezza e la potenza della nazione dipendevano in primo luogo dai commerci, dalle speculazioni, dai monopoli e dai protezionismi. (Archivio Selexi) Nel brano si afferma che il factory system nasce in: |
RISPOSTA   Impegnarsi a fare il genitore con successo è una chiave di volta per la salute mentale delle nuove generazioni: abbiamo bisogno di sapere tutto il possibile riguardo alle molteplici condizioni sociali e psicologiche che influenzano in senso positivo o negativo lo sviluppo di tale processo. Il tema è tra i più vasti e il mio contributo sarà quello di delineare l'approccio di pensiero che io adotto nei confronti di questi argomenti. Il mio è un approccio di tipo etologico.Prima di inoltrarmi nei dettagli, però, voglio fare alcune osservazioni generali. Essere genitore con successo significa lavorare molto duramente. Occuparsi di un neonato o di un bambino che fa i primi passi è un lavoro che impegna ventiquattro ore al giorno per sette giorni alla settimana, e che spesso crea molte preoccupazioni. E anche se il carico di lavoro si allevia un po' man mano che i bambini crescono, se si vuole che crescano bene è ancora necessario fornire loro moltissimo tempo e moltissime attenzioni. Infiniti studi attestano che gli adolescenti e i giovani adulti sani, felici e fiduciosi in se stessi sono il prodotto di famiglie stabili in cui entrambi i genitori forniscono ai propri figli una grande quantità di tempo e di attenzioni. (John Bowlby, "Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell'attaccamento", Milano, Cortina, 1989) Quale delle seguenti affermazioni NON è deducibile dal brano? |
RISPOSTA   L'avvocato Utterson era un uomo dall'aspetto rude, non s'illuminava mai di un sorriso; freddo, misurato e imbarazzato nel parlare, riservato nell'esprimere i propri sentimenti; era un uomo magro, lungo, polveroso e triste, eppure in un certo senso amabile. Nelle riunioni di amici, quando il vino era di suo gusto, gli traspariva negli occhi qualcosa di veramente umano; qualcosa che non trovava mai modo di risultare nelle sue parole, e che si manifestava, oltre che in quella silenziosa espressione della faccia dopo una cena, più spesso ancora e più vivamente nelle azioni della sua vita. L'avvocato era severo nei riguardi di se stesso; quando si trovava solo, beveva gin, per mortificare l'inclinazione verso i buoni vini; e, sebbene il teatro lo attirasse, non aveva mai varcato la soglia di un teatro in vent'anni. Nei riguardi del prossimo era tuttavia di una grande indulgenza; talvolta si meravigliava, quasi con invidia, della forza con la quale certi animi potevano venire spinti alla malvagità; e, in ogni occasione, era disposto più ad aiutare che a disapprovare. "Io tendo all'eresia di Caino", soleva dire argutamente, "lascio che mio fratello se ne vada al diavolo come meglio gli piace". Avendo un simile carattere, gli accadeva spesso di essere l'ultimo conoscente stimato, e di esercitare l'ultima buona influenza nella vita di uomini perduti.Costoro, sinché frequentavano la sua casa, venivano trattati senza il minimo mutamento di modi.Indubbiamente questo contegno riusciva facile al signor Utterson, poiché egli era riservato al massimo grado, e anche le sue amicizie parevano fondate su una simile dottrina di bontà. È proprio dell'uomo modesto accettare il cerchio delle amicizie, così come sono, dalle mani della sorte; questo era il caso dell'avvocato. I suoi amici erano persone del suo stesso sangue, oppure gente che conosceva da lungo tempo; i suoi affetti, come l'edera, si sviluppavano con il tempo, e non implicavano particolari qualità nel loro oggetto. Di tal genere senza dubbio doveva essere il legame che lo univa al signor Richard Enfield, suo lontano parente, uomo molto conosciuto in città. Per molti restava un mistero cosa quei due potessero trovare uno nell'altro, e quali argomenti di conversazione potessero avere in comune. Coloro che li incontravano nelle loro passeggiate domenicali riferivano che non parlavano, e parevano singolarmente tediati, e salutavano con evidente sollievo l'apparire di un comune conoscente. E tuttavia, i due uomini tenevano in gran conto quelle passeggiate, considerandole il maggior svago della loro settimana, e non solo scartavano ogni altra occasione di divertimento, ma resistevano persino al richiamo degli affari, per goderne senza interruzione. In uno di quei vagabondaggi accadde che passassero per una strada secondaria di un quartiere affollato di Londra. La via era piccola, e quel che si dice tranquilla, ma nei giorni feriali era piena di gente affaccendata. (R.L. Stevenson, "Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde") Utterson, nell'ambito delle proprie amicizie: |
RISPOSTA   L'avvocato Utterson era un uomo dall'aspetto rude, non s'illuminava mai di un sorriso; freddo, misurato e imbarazzato nel parlare, riservato nell'esprimere i propri sentimenti; era un uomo magro, lungo, polveroso e triste, eppure in un certo senso amabile. Nelle riunioni di amici, quando il vino era di suo gusto, gli traspariva negli occhi qualcosa di veramente umano; qualcosa che non trovava mai modo di risultare nelle sue parole, e che si manifestava, oltre che in quella silenziosa espressione della faccia dopo una cena, più spesso ancora e più vivamente nelle azioni della sua vita. L'avvocato era severo nei riguardi di se stesso; quando si trovava solo, beveva gin, per mortificare l'inclinazione verso i buoni vini; e, sebbene il teatro lo attirasse, non aveva mai varcato la soglia di un teatro in vent'anni. Nei riguardi del prossimo era tuttavia di una grande indulgenza; talvolta si meravigliava, quasi con invidia, della forza con la quale certi animi potevano venire spinti alla malvagità; e, in ogni occasione, era disposto più ad aiutare che a disapprovare. "Io tendo all'eresia di Caino", soleva dire argutamente, "lascio che mio fratello se ne vada al diavolo come meglio gli piace". Avendo un simile carattere, gli accadeva spesso di essere l'ultimo conoscente stimato, e di esercitare l'ultima buona influenza nella vita di uomini perduti.Costoro, sinché frequentavano la sua casa, venivano trattati senza il minimo mutamento di modi.Indubbiamente questo contegno riusciva facile al signor Utterson, poiché egli era riservato al massimo grado, e anche le sue amicizie parevano fondate su una simile dottrina di bontà. È proprio dell'uomo modesto accettare il cerchio delle amicizie, così come sono, dalle mani della sorte; questo era il caso dell'avvocato. I suoi amici erano persone del suo stesso sangue, oppure gente che conosceva da lungo tempo; i suoi affetti, come l'edera, si sviluppavano con il tempo, e non implicavano particolari qualità nel loro oggetto. Di tal genere senza dubbio doveva essere il legame che lo univa al signor Richard Enfield, suo lontano parente, uomo molto conosciuto in città. Per molti restava un mistero cosa quei due potessero trovare uno nell'altro, e quali argomenti di conversazione potessero avere in comune. Coloro che li incontravano nelle loro passeggiate domenicali riferivano che non parlavano, e parevano singolarmente tediati, e salutavano con evidente sollievo l'apparire di un comune conoscente. E tuttavia, i due uomini tenevano in gran conto quelle passeggiate, considerandole il maggior svago della loro settimana, e non solo scartavano ogni altra occasione di divertimento, ma resistevano persino al richiamo degli affari, per goderne senza interruzione. In uno di quei vagabondaggi accadde che passassero per una strada secondaria di un quartiere affollato di Londra. La via era piccola, e quel che si dice tranquilla, ma nei giorni feriali era piena di gente affaccendata. (R.L. Stevenson, "Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde") Enfield e Utterson consideravano le loro uscite domenicali come: |
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Fabrizio si buttò giù per le scale, poi, arrivato sulla piazza, si mise a correre. Era appena arrivato davanti al castello di suo padre che il campanile suonò le dieci. Ogni colpo gli echeggiava dentro, a mettergli addosso uno strano turbamento. Si fermò. Voleva riflettere, anzi, voleva lasciarsi andare alla commozione che la vista di quella casa, guardata con tanta freddezza il giorno prima, gli ispirava adesso.Un rumore di passi venne a risvegliarlo dalle sue fantasticherie. Si guardò intorno. Era in mezzo a quattro gendarmi. Fabrizio aveva intorno alla cintura due ottime pistole appena caricate. Alzò il cane.Il rumore attirò l'attenzione dei gendarmi, gli fece correre il rischio di essere arrestato. Era in pericolo e decise che avrebbe sparato per primo. Per fortuna, i gendarmi, che stavano girando per il paese a far chiudere le osterie, non si erano certo dimostrati insensibili alle premure che gli erano state usate in molti di quei simpatici locali, e così non furono molto pronti a fare il loro dovere. (Archivio Selexi) La vista del castello paterno suscita in Fabrizio:
Fin dal periodo della laurea, Durkheim aveva chiaramente impostato la propria vita. Non aveva la vocazione del filosofo tradizionale; la filosofia, almeno come era allora insegnata, gli sembrava troppo lontana dai problemi della vita del suo tempo, troppo rivolta a sofismi vani e arcani. Egli voleva dedicarsi a una disciplina che avrebbe dovuto contribuire a chiarire le grandi questioni morali che travagliavano il suo tempo e a risolvere i problemi della società a lui contemporanea. Più concretamente, Durkheim voleva dare un contributo al consolidamento morale e politico della Terza Repubblica che, in quei giorni, era ancora una struttura politica fragile e sottoposta a tensioni. Era convinto che tale guida morale potesse essere fornita soltanto da uomini con una solida preparazione scientifica, perciò decise di dedicarsi allo studio scientifico della società, con l'obiettivo, che considerava imperativo, di costruire un sistema sociologico su basi scientifiche, non fine a se stesso, ma mezzo per la guida morale della società.Da tale obiettivo Durkheim non si allontanò mai.Tuttavia, poiché la sociologia non era materia di insegnamento né nelle scuole secondarie né all'università, Durkheim iniziò la propria carriera come insegnante di filosofia. Dal 1882 al 1887 insegnò in molti licei della provincia nei dintorni di Parigi, a eccezione di un anno in cui gli fu consentito di assentarsi per perfezionare gli studi a Parigi e in Germania. Il soggiorno di Durkheim in Germania fu prevalentemente dedicato allo studio dei metodi di insegnamento e di ricerca nella filosofia morale e nelle scienze sociali; trascorse la maggior parte del tempo a Berlino e a Lipsia, dove fu profondamente colpito dal famoso laboratorio psicologico di Wilhelm Wundt. Dai resoconti sull'esperienza in Germania, scritti successivamente, Durkheim si rivelò entusiasta della precisione e dell'obiettività scientifica nella ricerca di cui era stato testimone nel laboratorio di Wundt e altrove. Nello stesso tempo sottolineò il fatto che la Francia avrebbe dovuto emulare la Germania nel fare dell'insegnamento filosofico un servizio per fini sociali e nazionali; egli condivideva totalmente gli sforzi degli scienziati sociali e dei filosofi tedeschi, tesi a mettere in evidenza le radici sociali della nozione di dovere morale e a rendere l'etica una disciplina indipendente e positiva. (Archivio Selexi) Relativamente al brano, si indichi quale proposizione è FALSA.