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Tutte le domande del quiz : Brani

tratto da:
Guardia di Finanza
Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La transizione dall'essere umano arcaico all'essere umano moderno potrebbe non essere avvenuta in un'unica regione dell'Africa, ma in molte, tra cui l'Africa meridionale e settentrionale, e andrebbe notevolmente retrodatata rispetto alle attuali stime. È la conclusione a cui è giunto un gruppo di ricercatori dell'Università di Uppsala, in Svezia, e dell'Università di Johannesburg, in Sudafrica, che hanno ricostruito la storia della diversificazione dei gruppi etnici del continente, che iniziò a svilupparsi fra 350.000 e 260.000 anni fa. Lo studio è pubblicato su "Science". Il lignaggio dell'uomo anatomicamente moderno si è separato da quello dei Neanderthal e degli uomini di Denisova circa 600.000 anni fa, ma il primo fossile umano dai tratti perfettamente moderni - rinvenuto a Herto, nella regione dell'Awash, in Etiopia - risale ad appena 195.000 anni fa. Tuttavia in diverse regioni dell'Africa sono stati scoperti fossili antecedenti con diversi tratti marcatamente moderni: il più antico, venuto alla luce a Jebel Irhoud, in Marocco, risale a 315.000 anni fa, e di recente alcuni ricercatori lo hanno attribuito alla specie Homo sapiens sapiens, nonostante alcune apparenti differenze. Proprio queste piccole differenze troverebbero spiegazione nell'origine diffusa su tutto il territorio africano sostenuta da Carina M. Schlebusch e colleghi in quest'ultima ricerca. I ricercatori hanno sequenziato i genomi di sette individui anticamente vissuti in Africa meridionale, nella regione del KwaZulu-Natal: tre risalenti a un periodo compreso fra 2300 e 1800 anni fa, e quattro più recenti vissuti fra 500 e 300 anni fa. I primi appartenevano a tribù di cacciatori-raccoglitori ed erano geneticamente legati ai discendenti dei gruppi meridionali di Khoi-San, una popolazione che mostra varianti genetiche uniche rispetto alle altre popolazioni africane. Gli altri quattro erano agricoltori e appartenevano ai gruppi di lingua bantu dell'attuale Sudafrica. Il successivo confronto di questi genomi fra loro e con quello delle banche dati che conservano i dati genetici di esseri umani di altre aree dell'Africa e dell'Eurasia ha permesso di ricostruire la scansione temporale della diversificazione delle popolazioni africane; come risultato Schlebusch e colleghi hanno trovato che questa diversificazione è emersa fra 350.000 e 260.000 anni fa. Lo studio ha anche permesso di scoprire che tre dei soggetti più recenti analizzati dai ricercatori erano portatori di almeno una variante genetica Duffy null, che protegge dalla malaria, e due soggetti avevano almeno una variante del gene APOL1 protettiva dalla malattia del sonno. Nessuno degli individui più antichi aveva invece queste varianti. Ciò indica, spiegano gli autori, che quegli agricoltori di 500-300 anni fa avevano ereditato le varianti di resistenza alle malattie da popolazioni dell'Africa occidentale, migrate in tempi relativamente recenti in Africa meridionale. (Da: Redazione, Un'origine africana diffusa per l'uomo moderno, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Perché gli agricoltori analizzati da Schlebusch e colleghi avevano la variante genetica Duffy null e una variante del gene APOL1, assenti negli individui più antichi?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La transizione dall'essere umano arcaico all'essere umano moderno potrebbe non essere avvenuta in un'unica regione dell'Africa, ma in molte, tra cui l'Africa meridionale e settentrionale, e andrebbe notevolmente retrodatata rispetto alle attuali stime. È la conclusione a cui è giunto un gruppo di ricercatori dell'Università di Uppsala, in Svezia, e dell'Università di Johannesburg, in Sudafrica, che hanno ricostruito la storia della diversificazione dei gruppi etnici del continente, che iniziò a svilupparsi fra 350.000 e 260.000 anni fa. Lo studio è pubblicato su "Science". Il lignaggio dell'uomo anatomicamente moderno si è separato da quello dei Neanderthal e degli uomini di Denisova circa 600.000 anni fa, ma il primo fossile umano dai tratti perfettamente moderni - rinvenuto a Herto, nella regione dell'Awash, in Etiopia - risale ad appena 195.000 anni fa. Tuttavia in diverse regioni dell'Africa sono stati scoperti fossili antecedenti con diversi tratti marcatamente moderni: il più antico, venuto alla luce a Jebel Irhoud, in Marocco, risale a 315.000 anni fa, e di recente alcuni ricercatori lo hanno attribuito alla specie Homo sapiens sapiens, nonostante alcune apparenti differenze. Proprio queste piccole differenze troverebbero spiegazione nell'origine diffusa su tutto il territorio africano sostenuta da Carina M. Schlebusch e colleghi in quest'ultima ricerca. I ricercatori hanno sequenziato i genomi di sette individui anticamente vissuti in Africa meridionale, nella regione del KwaZulu-Natal: tre risalenti a un periodo compreso fra 2300 e 1800 anni fa, e quattro più recenti vissuti fra 500 e 300 anni fa. I primi appartenevano a tribù di cacciatori-raccoglitori ed erano geneticamente legati ai discendenti dei gruppi meridionali di Khoi-San, una popolazione che mostra varianti genetiche uniche rispetto alle altre popolazioni africane. Gli altri quattro erano agricoltori e appartenevano ai gruppi di lingua bantu dell'attuale Sudafrica. Il successivo confronto di questi genomi fra loro e con quello delle banche dati che conservano i dati genetici di esseri umani di altre aree dell'Africa e dell'Eurasia ha permesso di ricostruire la scansione temporale della diversificazione delle popolazioni africane; come risultato Schlebusch e colleghi hanno trovato che questa diversificazione è emersa fra 350.000 e 260.000 anni fa. Lo studio ha anche permesso di scoprire che tre dei soggetti più recenti analizzati dai ricercatori erano portatori di almeno una variante genetica Duffy null, che protegge dalla malaria, e due soggetti avevano almeno una variante del gene APOL1 protettiva dalla malattia del sonno. Nessuno degli individui più antichi aveva invece queste varianti. Ciò indica, spiegano gli autori, che quegli agricoltori di 500-300 anni fa avevano ereditato le varianti di resistenza alle malattie da popolazioni dell'Africa occidentale, migrate in tempi relativamente recenti in Africa meridionale. (Da: Redazione, Un'origine africana diffusa per l'uomo moderno, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Quando l'uomo moderno si è separato anatomicamente dai Neanderthal e degli uomini di Denisova ?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La transizione dall'essere umano arcaico all'essere umano moderno potrebbe non essere avvenuta in un'unica regione dell'Africa, ma in molte, tra cui l'Africa meridionale e settentrionale, e andrebbe notevolmente retrodatata rispetto alle attuali stime. È la conclusione a cui è giunto un gruppo di ricercatori dell'Università di Uppsala, in Svezia, e dell'Università di Johannesburg, in Sudafrica, che hanno ricostruito la storia della diversificazione dei gruppi etnici del continente, che iniziò a svilupparsi fra 350.000 e 260.000 anni fa. Lo studio è pubblicato su "Science". Il lignaggio dell'uomo anatomicamente moderno si è separato da quello dei Neanderthal e degli uomini di Denisova circa 600.000 anni fa, ma il primo fossile umano dai tratti perfettamente moderni - rinvenuto a Herto, nella regione dell'Awash, in Etiopia - risale ad appena 195.000 anni fa. Tuttavia in diverse regioni dell'Africa sono stati scoperti fossili antecedenti con diversi tratti marcatamente moderni: il più antico, venuto alla luce a Jebel Irhoud, in Marocco, risale a 315.000 anni fa, e di recente alcuni ricercatori lo hanno attribuito alla specie Homo sapiens sapiens, nonostante alcune apparenti differenze. Proprio queste piccole differenze troverebbero spiegazione nell'origine diffusa su tutto il territorio africano sostenuta da Carina M. Schlebusch e colleghi in quest'ultima ricerca. I ricercatori hanno sequenziato i genomi di sette individui anticamente vissuti in Africa meridionale, nella regione del KwaZulu-Natal: tre risalenti a un periodo compreso fra 2300 e 1800 anni fa, e quattro più recenti vissuti fra 500 e 300 anni fa. I primi appartenevano a tribù di cacciatori-raccoglitori ed erano geneticamente legati ai discendenti dei gruppi meridionali di Khoi-San, una popolazione che mostra varianti genetiche uniche rispetto alle altre popolazioni africane. Gli altri quattro erano agricoltori e appartenevano ai gruppi di lingua bantu dell'attuale Sudafrica. Il successivo confronto di questi genomi fra loro e con quello delle banche dati che conservano i dati genetici di esseri umani di altre aree dell'Africa e dell'Eurasia ha permesso di ricostruire la scansione temporale della diversificazione delle popolazioni africane; come risultato Schlebusch e colleghi hanno trovato che questa diversificazione è emersa fra 350.000 e 260.000 anni fa. Lo studio ha anche permesso di scoprire che tre dei soggetti più recenti analizzati dai ricercatori erano portatori di almeno una variante genetica Duffy null, che protegge dalla malaria, e due soggetti avevano almeno una variante del gene APOL1 protettiva dalla malattia del sonno. Nessuno degli individui più antichi aveva invece queste varianti. Ciò indica, spiegano gli autori, che quegli agricoltori di 500-300 anni fa avevano ereditato le varianti di resistenza alle malattie da popolazioni dell'Africa occidentale, migrate in tempi relativamente recenti in Africa meridionale. (Da: Redazione, Un'origine africana diffusa per l'uomo moderno, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Dove è stato rinvenuto il primo fossile umano dai tratti perfettamente moderni?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La transizione dall'essere umano arcaico all'essere umano moderno potrebbe non essere avvenuta in un'unica regione dell'Africa, ma in molte, tra cui l'Africa meridionale e settentrionale, e andrebbe notevolmente retrodatata rispetto alle attuali stime. È la conclusione a cui è giunto un gruppo di ricercatori dell'Università di Uppsala, in Svezia, e dell'Università di Johannesburg, in Sudafrica, che hanno ricostruito la storia della diversificazione dei gruppi etnici del continente, che iniziò a svilupparsi fra 350.000 e 260.000 anni fa. Lo studio è pubblicato su "Science". Il lignaggio dell'uomo anatomicamente moderno si è separato da quello dei Neanderthal e degli uomini di Denisova circa 600.000 anni fa, ma il primo fossile umano dai tratti perfettamente moderni - rinvenuto a Herto, nella regione dell'Awash, in Etiopia - risale ad appena 195.000 anni fa. Tuttavia in diverse regioni dell'Africa sono stati scoperti fossili antecedenti con diversi tratti marcatamente moderni: il più antico, venuto alla luce a Jebel Irhoud, in Marocco, risale a 315.000 anni fa, e di recente alcuni ricercatori lo hanno attribuito alla specie Homo sapiens sapiens, nonostante alcune apparenti differenze. Proprio queste piccole differenze troverebbero spiegazione nell'origine diffusa su tutto il territorio africano sostenuta da Carina M. Schlebusch e colleghi in quest'ultima ricerca. I ricercatori hanno sequenziato i genomi di sette individui anticamente vissuti in Africa meridionale, nella regione del KwaZulu-Natal: tre risalenti a un periodo compreso fra 2300 e 1800 anni fa, e quattro più recenti vissuti fra 500 e 300 anni fa. I primi appartenevano a tribù di cacciatori-raccoglitori ed erano geneticamente legati ai discendenti dei gruppi meridionali di Khoi-San, una popolazione che mostra varianti genetiche uniche rispetto alle altre popolazioni africane. Gli altri quattro erano agricoltori e appartenevano ai gruppi di lingua bantu dell'attuale Sudafrica. Il successivo confronto di questi genomi fra loro e con quello delle banche dati che conservano i dati genetici di esseri umani di altre aree dell'Africa e dell'Eurasia ha permesso di ricostruire la scansione temporale della diversificazione delle popolazioni africane; come risultato Schlebusch e colleghi hanno trovato che questa diversificazione è emersa fra 350.000 e 260.000 anni fa. Lo studio ha anche permesso di scoprire che tre dei soggetti più recenti analizzati dai ricercatori erano portatori di almeno una variante genetica Duffy null, che protegge dalla malaria, e due soggetti avevano almeno una variante del gene APOL1 protettiva dalla malattia del sonno. Nessuno degli individui più antichi aveva invece queste varianti. Ciò indica, spiegano gli autori, che quegli agricoltori di 500-300 anni fa avevano ereditato le varianti di resistenza alle malattie da popolazioni dell'Africa occidentale, migrate in tempi relativamente recenti in Africa meridionale. (Da: Redazione, Un'origine africana diffusa per l'uomo moderno, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Come hanno proceduto Schlebusch e colleghi per verificare quando è avvenuta la diversificazione delle popolazioni africane?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La transizione dall'essere umano arcaico all'essere umano moderno potrebbe non essere avvenuta in un'unica regione dell'Africa, ma in molte, tra cui l'Africa meridionale e settentrionale, e andrebbe notevolmente retrodatata rispetto alle attuali stime. È la conclusione a cui è giunto un gruppo di ricercatori dell'Università di Uppsala, in Svezia, e dell'Università di Johannesburg, in Sudafrica, che hanno ricostruito la storia della diversificazione dei gruppi etnici del continente, che iniziò a svilupparsi fra 350.000 e 260.000 anni fa. Lo studio è pubblicato su "Science". Il lignaggio dell'uomo anatomicamente moderno si è separato da quello dei Neanderthal e degli uomini di Denisova circa 600.000 anni fa, ma il primo fossile umano dai tratti perfettamente moderni - rinvenuto a Herto, nella regione dell'Awash, in Etiopia - risale ad appena 195.000 anni fa. Tuttavia in diverse regioni dell'Africa sono stati scoperti fossili antecedenti con diversi tratti marcatamente moderni: il più antico, venuto alla luce a Jebel Irhoud, in Marocco, risale a 315.000 anni fa, e di recente alcuni ricercatori lo hanno attribuito alla specie Homo sapiens sapiens, nonostante alcune apparenti differenze. Proprio queste piccole differenze troverebbero spiegazione nell'origine diffusa su tutto il territorio africano sostenuta da Carina M. Schlebusch e colleghi in quest'ultima ricerca. I ricercatori hanno sequenziato i genomi di sette individui anticamente vissuti in Africa meridionale, nella regione del KwaZulu-Natal: tre risalenti a un periodo compreso fra 2300 e 1800 anni fa, e quattro più recenti vissuti fra 500 e 300 anni fa. I primi appartenevano a tribù di cacciatori-raccoglitori ed erano geneticamente legati ai discendenti dei gruppi meridionali di Khoi-San, una popolazione che mostra varianti genetiche uniche rispetto alle altre popolazioni africane. Gli altri quattro erano agricoltori e appartenevano ai gruppi di lingua bantu dell'attuale Sudafrica. Il successivo confronto di questi genomi fra loro e con quello delle banche dati che conservano i dati genetici di esseri umani di altre aree dell'Africa e dell'Eurasia ha permesso di ricostruire la scansione temporale della diversificazione delle popolazioni africane; come risultato Schlebusch e colleghi hanno trovato che questa diversificazione è emersa fra 350.000 e 260.000 anni fa. Lo studio ha anche permesso di scoprire che tre dei soggetti più recenti analizzati dai ricercatori erano portatori di almeno una variante genetica Duffy null, che protegge dalla malaria, e due soggetti avevano almeno una variante del gene APOL1 protettiva dalla malattia del sonno. Nessuno degli individui più antichi aveva invece queste varianti. Ciò indica, spiegano gli autori, che quegli agricoltori di 500-300 anni fa avevano ereditato le varianti di resistenza alle malattie da popolazioni dell'Africa occidentale, migrate in tempi relativamente recenti in Africa meridionale. (Da: Redazione, Un'origine africana diffusa per l'uomo moderno, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Secondo l'articolo, la transizione all'essere umano moderno:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La vita politica della Repubblica italiana, dal 1946 in poi, ruotò intorno alla competizione fra due grandi partiti popolari: la Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano.Pur ottenendo sempre ampi consensi, il Pci non riuscì mai a conquistare la maggioranza dei voti, e quindi a governare; la Dc, invece, rimase sempre al potere ma dovette ricorrere all'appoggio di alcuni partiti minori, chiamati "laici", di matrice liberale e moderata. A partire dal 1956, dopo la repressione sovietica della rivolta d'Ungheria, il Partito socialista italiano (guidato da Pietro Nenni) prese le distanze dal Pci, si dichiarò a favore della Nato e accettò di collaborare con i cattolici partecipando al governo.Quest'alleanza, chiamata centro-sinistra, durò dal 1962 ai primi anni Settanta.L'accordo fra Dc e Psi coincise all'inizio con una stagione di grandi riforme: il governo Fanfani (1962-63) nazionalizzò la produzione di energia elettrica dando vita all'Enel; istituì la scuola media obbligatoria; cercò di trovare un equilibrio tra consumi sociali (scuole, strade, sanità, servizi) e quelli privati. Su quest'ultimo terreno, tuttavia, fu sconfitto dagli industriali e dalle famiglie italiane, interessate a produrre e a comprare i tanto desiderati beni di consumo piuttosto che a beneficiare di servizi moderni.Verso la fine degli anni Sessanta, nel Paese si manifestarono i primi segni di un crescente disagio sociale. I benèfici effetti del boom economico incominciarono a venire meno e la produzione industriale, dopo l'impennata di inizio decennio, attraversava una fase di ristagno. All'ottimismo della ricostruzione si sostituiva inoltre la difficile ricerca di stabili equilibri politici. (da: R. Balzani, "Il mondo attuale", Archimede Edizioni) Sul finire degli anni Sessanta si verificò:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La vita politica della Repubblica italiana, dal 1946 in poi, ruotò intorno alla competizione fra due grandi partiti popolari: la Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano.Pur ottenendo sempre ampi consensi, il Pci non riuscì mai a conquistare la maggioranza dei voti, e quindi a governare; la Dc, invece, rimase sempre al potere ma dovette ricorrere all'appoggio di alcuni partiti minori, chiamati "laici", di matrice liberale e moderata. A partire dal 1956, dopo la repressione sovietica della rivolta d'Ungheria, il Partito socialista italiano (guidato da Pietro Nenni) prese le distanze dal Pci, si dichiarò a favore della Nato e accettò di collaborare con i cattolici partecipando al governo.Quest'alleanza, chiamata centro-sinistra, durò dal 1962 ai primi anni Settanta.L'accordo fra Dc e Psi coincise all'inizio con una stagione di grandi riforme: il governo Fanfani (1962-63) nazionalizzò la produzione di energia elettrica dando vita all'Enel; istituì la scuola media obbligatoria; cercò di trovare un equilibrio tra consumi sociali (scuole, strade, sanità, servizi) e quelli privati. Su quest'ultimo terreno, tuttavia, fu sconfitto dagli industriali e dalle famiglie italiane, interessate a produrre e a comprare i tanto desiderati beni di consumo piuttosto che a beneficiare di servizi moderni.Verso la fine degli anni Sessanta, nel Paese si manifestarono i primi segni di un crescente disagio sociale. I benèfici effetti del boom economico incominciarono a venire meno e la produzione industriale, dopo l'impennata di inizio decennio, attraversava una fase di ristagno. All'ottimismo della ricostruzione si sostituiva inoltre la difficile ricerca di stabili equilibri politici. (da: R. Balzani, "Il mondo attuale", Archimede Edizioni) Il Partito comunista italiano:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La vita politica della Repubblica italiana, dal 1946 in poi, ruotò intorno alla competizione fra due grandi partiti popolari: la Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano.Pur ottenendo sempre ampi consensi, il Pci non riuscì mai a conquistare la maggioranza dei voti, e quindi a governare; la Dc, invece, rimase sempre al potere ma dovette ricorrere all'appoggio di alcuni partiti minori, chiamati "laici", di matrice liberale e moderata. A partire dal 1956, dopo la repressione sovietica della rivolta d'Ungheria, il Partito socialista italiano (guidato da Pietro Nenni) prese le distanze dal Pci, si dichiarò a favore della Nato e accettò di collaborare con i cattolici partecipando al governo.Quest'alleanza, chiamata centro-sinistra, durò dal 1962 ai primi anni Settanta.L'accordo fra Dc e Psi coincise all'inizio con una stagione di grandi riforme: il governo Fanfani (1962-63) nazionalizzò la produzione di energia elettrica dando vita all'Enel; istituì la scuola media obbligatoria; cercò di trovare un equilibrio tra consumi sociali (scuole, strade, sanità, servizi) e quelli privati. Su quest'ultimo terreno, tuttavia, fu sconfitto dagli industriali e dalle famiglie italiane, interessate a produrre e a comprare i tanto desiderati beni di consumo piuttosto che a beneficiare di servizi moderni.Verso la fine degli anni Sessanta, nel Paese si manifestarono i primi segni di un crescente disagio sociale. I benèfici effetti del boom economico incominciarono a venire meno e la produzione industriale, dopo l'impennata di inizio decennio, attraversava una fase di ristagno. All'ottimismo della ricostruzione si sostituiva inoltre la difficile ricerca di stabili equilibri politici. (da: R. Balzani, "Il mondo attuale", Archimede Edizioni) Il Partito socialista italiano prese le distanze dal Partito comunista:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La vita politica della Repubblica italiana, dal 1946 in poi, ruotò intorno alla competizione fra due grandi partiti popolari: la Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano.Pur ottenendo sempre ampi consensi, il Pci non riuscì mai a conquistare la maggioranza dei voti, e quindi a governare; la Dc, invece, rimase sempre al potere ma dovette ricorrere all'appoggio di alcuni partiti minori, chiamati "laici", di matrice liberale e moderata. A partire dal 1956, dopo la repressione sovietica della rivolta d'Ungheria, il Partito socialista italiano (guidato da Pietro Nenni) prese le distanze dal Pci, si dichiarò a favore della Nato e accettò di collaborare con i cattolici partecipando al governo.Quest'alleanza, chiamata centro-sinistra, durò dal 1962 ai primi anni Settanta.L'accordo fra Dc e Psi coincise all'inizio con una stagione di grandi riforme: il governo Fanfani (1962-63) nazionalizzò la produzione di energia elettrica dando vita all'Enel; istituì la scuola media obbligatoria; cercò di trovare un equilibrio tra consumi sociali (scuole, strade, sanità, servizi) e quelli privati. Su quest'ultimo terreno, tuttavia, fu sconfitto dagli industriali e dalle famiglie italiane, interessate a produrre e a comprare i tanto desiderati beni di consumo piuttosto che a beneficiare di servizi moderni.Verso la fine degli anni Sessanta, nel Paese si manifestarono i primi segni di un crescente disagio sociale. I benèfici effetti del boom economico incominciarono a venire meno e la produzione industriale, dopo l'impennata di inizio decennio, attraversava una fase di ristagno. All'ottimismo della ricostruzione si sostituiva inoltre la difficile ricerca di stabili equilibri politici. (da: R. Balzani, "Il mondo attuale", Archimede Edizioni) Si definisce centro-sinistra l'accordo tra forze politiche:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La vita politica della Repubblica italiana, dal 1946 in poi, ruotò intorno alla competizione fra due grandi partiti popolari: la Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano.Pur ottenendo sempre ampi consensi, il Pci non riuscì mai a conquistare la maggioranza dei voti, e quindi a governare; la Dc, invece, rimase sempre al potere ma dovette ricorrere all'appoggio di alcuni partiti minori, chiamati "laici", di matrice liberale e moderata. A partire dal 1956, dopo la repressione sovietica della rivolta d'Ungheria, il Partito socialista italiano (guidato da Pietro Nenni) prese le distanze dal Pci, si dichiarò a favore della Nato e accettò di collaborare con i cattolici partecipando al governo.Quest'alleanza, chiamata centro-sinistra, durò dal 1962 ai primi anni Settanta.L'accordo fra Dc e Psi coincise all'inizio con una stagione di grandi riforme: il governo Fanfani (1962-63) nazionalizzò la produzione di energia elettrica dando vita all'Enel; istituì la scuola media obbligatoria; cercò di trovare un equilibrio tra consumi sociali (scuole, strade, sanità, servizi) e quelli privati. Su quest'ultimo terreno, tuttavia, fu sconfitto dagli industriali e dalle famiglie italiane, interessate a produrre e a comprare i tanto desiderati beni di consumo piuttosto che a beneficiare di servizi moderni.Verso la fine degli anni Sessanta, nel Paese si manifestarono i primi segni di un crescente disagio sociale. I benèfici effetti del boom economico incominciarono a venire meno e la produzione industriale, dopo l'impennata di inizio decennio, attraversava una fase di ristagno. All'ottimismo della ricostruzione si sostituiva inoltre la difficile ricerca di stabili equilibri politici. (da: R. Balzani, "Il mondo attuale", Archimede Edizioni) Stando alle informazioni fornite dal brano, quale delle seguenti riforme NON fu portata avanti dal governo Fanfani?
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Leggere attentamente il seguente brano. Le condizioni atmosferiche favorevoli e la limpidezza del mare di fine estate hanno permesso agli archeologi canadesi di studiare in modo più attento il relitto più famoso della Nazione: la nave H.M.S. Erebus della spedizione Franklin. La spedizione, guidata da Sir John Franklin, era stata inviata nel 1845 dall'ammiragliato britannico alla ricerca del leggendario Passaggio a Nord Ovest, la rotta artica tra l'Oceano Atlantico e il Pacifico, cercata invano da generazioni di navigatori. Ma presto le due navi, la Erebus e la Terror, scomparvero nel nulla. L'anno scorso, dopo oltre un secolo e mezzo di ricerche, il primo ministro canadese Stephen Harper aveva annunciato che un gruppo di ricercatori aveva rinvenuto la Erebus sul fondo del Mar Glaciale Artico in un canale nascosto. Quest'estate il team di studiosi è ritornato nell'Artico per studiare i resti ben preservati della nave e scoprire cosa ci fosse al suo interno. Introducendo delle macchine fotografiche attraverso le fessure presenti nel ponte superiore e nello scafo dell'imbarcazione, i ricercatori hanno esplorato i resti della cabina di Sir John Franklin, capo della spedizione. Parte della poppa dove si trovava la cabina è crollata, intrappolando sotto travi e fasciame quelli che sembravano essere gli oggetti personali del comandante. A differenza della poppa gravemente danneggiata, gran parte della nave è rimasta straordinariamente intatta, il che fa sperare che gli archeologi possano essere in grado di esplorare la stiva. Lì potrebbero trovare campioni raccolti durante la spedizione a scopo scientifico. In più di 140 ore di immersioni, condotte tra agosto e settembre, Harris e il suo team hanno scattato centinaia di foto per mappare il sito del relitto. I ricercatori hanno scoperto dozzine di manufatti in mezzo ai detriti, inclusi il timone e l'impugnatura della spada di un ufficiale della Marina militare britannica. Guidata da un esperto esploratore dell'Artico e dotata di tutto l'equipaggiamento tecnologico del tempo la spedizione Franklin sembrava destinata al successo. Ma sedici mesi dopo la partenza, entrambe le navi rimasero intrappolate nella banchisa. Nel giugno 1847 Franklin morì, forse in seguito ad un attacco di cuore. Il resto dell'equipaggio abbandonò l'imbarcazione meno di un anno dopo, puntando ad attraversare la banchisa e a raggiungere una delle postazioni della Compagnia della Baia di Hudson sulla terraferma. Ma nessuno sopravvisse al viaggio. (da: "Alla scoperta della nave Erebus", "National Geographic") Chi era Sir John Franklin?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Le condizioni atmosferiche favorevoli e la limpidezza del mare di fine estate hanno permesso agli archeologi canadesi di studiare in modo più attento il relitto più famoso della Nazione: la nave H.M.S. Erebus della spedizione Franklin. La spedizione, guidata da Sir John Franklin, era stata inviata nel 1845 dall'ammiragliato britannico alla ricerca del leggendario Passaggio a Nord Ovest, la rotta artica tra l'Oceano Atlantico e il Pacifico, cercata invano da generazioni di navigatori. Ma presto le due navi, la Erebus e la Terror, scomparvero nel nulla. L'anno scorso, dopo oltre un secolo e mezzo di ricerche, il primo ministro canadese Stephen Harper aveva annunciato che un gruppo di ricercatori aveva rinvenuto la Erebus sul fondo del Mar Glaciale Artico in un canale nascosto. Quest'estate il team di studiosi è ritornato nell'Artico per studiare i resti ben preservati della nave e scoprire cosa ci fosse al suo interno. Introducendo delle macchine fotografiche attraverso le fessure presenti nel ponte superiore e nello scafo dell'imbarcazione, i ricercatori hanno esplorato i resti della cabina di Sir John Franklin, capo della spedizione. Parte della poppa dove si trovava la cabina è crollata, intrappolando sotto travi e fasciame quelli che sembravano essere gli oggetti personali del comandante. A differenza della poppa gravemente danneggiata, gran parte della nave è rimasta straordinariamente intatta, il che fa sperare che gli archeologi possano essere in grado di esplorare la stiva. Lì potrebbero trovare campioni raccolti durante la spedizione a scopo scientifico. In più di 140 ore di immersioni, condotte tra agosto e settembre, Harris e il suo team hanno scattato centinaia di foto per mappare il sito del relitto. I ricercatori hanno scoperto dozzine di manufatti in mezzo ai detriti, inclusi il timone e l'impugnatura della spada di un ufficiale della Marina militare britannica. Guidata da un esperto esploratore dell'Artico e dotata di tutto l'equipaggiamento tecnologico del tempo la spedizione Franklin sembrava destinata al successo. Ma sedici mesi dopo la partenza, entrambe le navi rimasero intrappolate nella banchisa. Nel giugno 1847 Franklin morì, forse in seguito ad un attacco di cuore. Il resto dell'equipaggio abbandonò l'imbarcazione meno di un anno dopo, puntando ad attraversare la banchisa e a raggiungere una delle postazioni della Compagnia della Baia di Hudson sulla terraferma. Ma nessuno sopravvisse al viaggio. (da: "Alla scoperta della nave Erebus", "National Geographic") Riuscì la spedizione, guidata da Sir John Franklin a trovare il leggendario Passaggio a Nord Ovest, cioè la rotta artica tra l'Oceano Atlantico e il Pacifico?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Le condizioni atmosferiche favorevoli e la limpidezza del mare di fine estate hanno permesso agli archeologi canadesi di studiare in modo più attento il relitto più famoso della Nazione: la nave H.M.S. Erebus della spedizione Franklin. La spedizione, guidata da Sir John Franklin, era stata inviata nel 1845 dall'ammiragliato britannico alla ricerca del leggendario Passaggio a Nord Ovest, la rotta artica tra l'Oceano Atlantico e il Pacifico, cercata invano da generazioni di navigatori. Ma presto le due navi, la Erebus e la Terror, scomparvero nel nulla. L'anno scorso, dopo oltre un secolo e mezzo di ricerche, il primo ministro canadese Stephen Harper aveva annunciato che un gruppo di ricercatori aveva rinvenuto la Erebus sul fondo del Mar Glaciale Artico in un canale nascosto. Quest'estate il team di studiosi è ritornato nell'Artico per studiare i resti ben preservati della nave e scoprire cosa ci fosse al suo interno. Introducendo delle macchine fotografiche attraverso le fessure presenti nel ponte superiore e nello scafo dell'imbarcazione, i ricercatori hanno esplorato i resti della cabina di Sir John Franklin, capo della spedizione. Parte della poppa dove si trovava la cabina è crollata, intrappolando sotto travi e fasciame quelli che sembravano essere gli oggetti personali del comandante. A differenza della poppa gravemente danneggiata, gran parte della nave è rimasta straordinariamente intatta, il che fa sperare che gli archeologi possano essere in grado di esplorare la stiva. Lì potrebbero trovare campioni raccolti durante la spedizione a scopo scientifico. In più di 140 ore di immersioni, condotte tra agosto e settembre, Harris e il suo team hanno scattato centinaia di foto per mappare il sito del relitto. I ricercatori hanno scoperto dozzine di manufatti in mezzo ai detriti, inclusi il timone e l'impugnatura della spada di un ufficiale della Marina militare britannica. Guidata da un esperto esploratore dell'Artico e dotata di tutto l'equipaggiamento tecnologico del tempo la spedizione Franklin sembrava destinata al successo. Ma sedici mesi dopo la partenza, entrambe le navi rimasero intrappolate nella banchisa. Nel giugno 1847 Franklin morì, forse in seguito ad un attacco di cuore. Il resto dell'equipaggio abbandonò l'imbarcazione meno di un anno dopo, puntando ad attraversare la banchisa e a raggiungere una delle postazioni della Compagnia della Baia di Hudson sulla terraferma. Ma nessuno sopravvisse al viaggio. (da: "Alla scoperta della nave Erebus", "National Geographic") Dove è stata ritrovata la Erebus?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Le condizioni atmosferiche favorevoli e la limpidezza del mare di fine estate hanno permesso agli archeologi canadesi di studiare in modo più attento il relitto più famoso della Nazione: la nave H.M.S. Erebus della spedizione Franklin. La spedizione, guidata da Sir John Franklin, era stata inviata nel 1845 dall'ammiragliato britannico alla ricerca del leggendario Passaggio a Nord Ovest, la rotta artica tra l'Oceano Atlantico e il Pacifico, cercata invano da generazioni di navigatori. Ma presto le due navi, la Erebus e la Terror, scomparvero nel nulla. L'anno scorso, dopo oltre un secolo e mezzo di ricerche, il primo ministro canadese Stephen Harper aveva annunciato che un gruppo di ricercatori aveva rinvenuto la Erebus sul fondo del Mar Glaciale Artico in un canale nascosto. Quest'estate il team di studiosi è ritornato nell'Artico per studiare i resti ben preservati della nave e scoprire cosa ci fosse al suo interno. Introducendo delle macchine fotografiche attraverso le fessure presenti nel ponte superiore e nello scafo dell'imbarcazione, i ricercatori hanno esplorato i resti della cabina di Sir John Franklin, capo della spedizione. Parte della poppa dove si trovava la cabina è crollata, intrappolando sotto travi e fasciame quelli che sembravano essere gli oggetti personali del comandante. A differenza della poppa gravemente danneggiata, gran parte della nave è rimasta straordinariamente intatta, il che fa sperare che gli archeologi possano essere in grado di esplorare la stiva. Lì potrebbero trovare campioni raccolti durante la spedizione a scopo scientifico. In più di 140 ore di immersioni, condotte tra agosto e settembre, Harris e il suo team hanno scattato centinaia di foto per mappare il sito del relitto. I ricercatori hanno scoperto dozzine di manufatti in mezzo ai detriti, inclusi il timone e l'impugnatura della spada di un ufficiale della Marina militare britannica. Guidata da un esperto esploratore dell'Artico e dotata di tutto l'equipaggiamento tecnologico del tempo la spedizione Franklin sembrava destinata al successo. Ma sedici mesi dopo la partenza, entrambe le navi rimasero intrappolate nella banchisa. Nel giugno 1847 Franklin morì, forse in seguito ad un attacco di cuore. Il resto dell'equipaggio abbandonò l'imbarcazione meno di un anno dopo, puntando ad attraversare la banchisa e a raggiungere una delle postazioni della Compagnia della Baia di Hudson sulla terraferma. Ma nessuno sopravvisse al viaggio. (da: "Alla scoperta della nave Erebus", "National Geographic") In che condizioni è stato ritrovato il relitto della nave Erebus?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Le condizioni atmosferiche favorevoli e la limpidezza del mare di fine estate hanno permesso agli archeologi canadesi di studiare in modo più attento il relitto più famoso della Nazione: la nave H.M.S. Erebus della spedizione Franklin. La spedizione, guidata da Sir John Franklin, era stata inviata nel 1845 dall'ammiragliato britannico alla ricerca del leggendario Passaggio a Nord Ovest, la rotta artica tra l'Oceano Atlantico e il Pacifico, cercata invano da generazioni di navigatori. Ma presto le due navi, la Erebus e la Terror, scomparvero nel nulla. L'anno scorso, dopo oltre un secolo e mezzo di ricerche, il primo ministro canadese Stephen Harper aveva annunciato che un gruppo di ricercatori aveva rinvenuto la Erebus sul fondo del Mar Glaciale Artico in un canale nascosto. Quest'estate il team di studiosi è ritornato nell'Artico per studiare i resti ben preservati della nave e scoprire cosa ci fosse al suo interno. Introducendo delle macchine fotografiche attraverso le fessure presenti nel ponte superiore e nello scafo dell'imbarcazione, i ricercatori hanno esplorato i resti della cabina di Sir John Franklin, capo della spedizione. Parte della poppa dove si trovava la cabina è crollata, intrappolando sotto travi e fasciame quelli che sembravano essere gli oggetti personali del comandante. A differenza della poppa gravemente danneggiata, gran parte della nave è rimasta straordinariamente intatta, il che fa sperare che gli archeologi possano essere in grado di esplorare la stiva. Lì potrebbero trovare campioni raccolti durante la spedizione a scopo scientifico. In più di 140 ore di immersioni, condotte tra agosto e settembre, Harris e il suo team hanno scattato centinaia di foto per mappare il sito del relitto. I ricercatori hanno scoperto dozzine di manufatti in mezzo ai detriti, inclusi il timone e l'impugnatura della spada di un ufficiale della Marina militare britannica. Guidata da un esperto esploratore dell'Artico e dotata di tutto l'equipaggiamento tecnologico del tempo la spedizione Franklin sembrava destinata al successo. Ma sedici mesi dopo la partenza, entrambe le navi rimasero intrappolate nella banchisa. Nel giugno 1847 Franklin morì, forse in seguito ad un attacco di cuore. Il resto dell'equipaggio abbandonò l'imbarcazione meno di un anno dopo, puntando ad attraversare la banchisa e a raggiungere una delle postazioni della Compagnia della Baia di Hudson sulla terraferma. Ma nessuno sopravvisse al viaggio. (da: "Alla scoperta della nave Erebus", "National Geographic") Dal brano si riesce a dedurre che la spedizione di Franklin potesse avere buone possibilità di riuscita?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Le genti del passato si ammalavano di cancro? Il tumore è una patologia che affligge solo il mondo moderno? Sono domande che la comunità scientifica si pone da anni, a causa del progressivo aumento di incidenza di diverse neoplasie tra la popolazione attuale. Ha provato a dare una risposta l'equipe della Divisione di Paleopatologia dell'Università di Pisa diretta da Valentina Giuffra che, in un articolo pubblicato su Lancet Oncology, ha fornito un nuovo e sorprendente dato che confuta [1] ciò che finora si è ipotizzato, ovvero che il cancro sia una malattia del mondo attuale, causata dall'inquinamento o dallo stile di vita. I ricercatori, analizzando con moderne tecniche istologiche, immunoistochimiche e molecolari le mummie rinascimentali conservate nella sacrestia annessa alla chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, sono riusciti a identificare ben tre casi di neoplasia maligna in individui tra i 55 ed i 70 anni: un carcinoma basocellulare (un tumore cutaneo) che ha colpito il volto del duca Ferdinando Orsini di Gravina (circa 1490-1549), un adenocarcinoma avanzato del retto nella mummia del re Ferrante I di Aragona (1424-94) e un adenocarcinoma del colon in fase iniziale di infiltrazione nella mummia del principe Luigi Carafa di Stigliano (1511-76). "Sono scoperte estremamente importanti perché non solo rappresentano tre dei cinque tumori maligni dei tessuti molli mai diagnosticati in paleopatologia", afferma Gino Fornaciari, da decenni impegnato nello studio delle mummie napoletane, "ma sono stati tutti diagnosticati in una stessa ristretta popolazione, quella della corte aragonese della Napoli rinascimentale a cavallo tra il '400 ed il '500." Si scopre così che, se nel piccolo gruppo di undici mummie (dieci uomini e una donna) tre soggetti svilupparono un tumore maligno, otteniamo una prevalenza di malattia neoplastica del 27%, un dato assai vicino al 31% riscontrato nei paesi industrializzati moderni. "Possiamo ipotizzare che nel passato il cancro sia stata una malattia relativamente frequente tra gli individui oltre i 55 anni, almeno per le classi elitarie del Rinascimento che vivevano più a lungo e che potevano permettersi abitudini alimentari e stili di vita non distanti dalle nostre", conclude Raffaele Gaeta, coautore dello studio. L'articolo di Lancet è un nuovo punto di partenza per lo studio della carcinogenesi del passato: solo ulteriori future indagini paleopatologiche potranno definitivamente risolvere quello che viene definito il problema del cancro nell'Antichità. (Da: "Il cancro non è una patologia esclusiva della modernità", focus.it, 5 ottobre 2017) Secondo la ricerca, la prevalenza di malattia neoplastica ai tempi della Napoli rinascimentale è:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Le genti del passato si ammalavano di cancro? Il tumore è una patologia che affligge solo il mondo moderno? Sono domande che la comunità scientifica si pone da anni, a causa del progressivo aumento di incidenza di diverse neoplasie tra la popolazione attuale. Ha provato a dare una risposta l'equipe della Divisione di Paleopatologia dell'Università di Pisa diretta da Valentina Giuffra che, in un articolo pubblicato su Lancet Oncology, ha fornito un nuovo e sorprendente dato che confuta [1] ciò che finora si è ipotizzato, ovvero che il cancro sia una malattia del mondo attuale, causata dall'inquinamento o dallo stile di vita. I ricercatori, analizzando con moderne tecniche istologiche, immunoistochimiche e molecolari le mummie rinascimentali conservate nella sacrestia annessa alla chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, sono riusciti a identificare ben tre casi di neoplasia maligna in individui tra i 55 ed i 70 anni: un carcinoma basocellulare (un tumore cutaneo) che ha colpito il volto del duca Ferdinando Orsini di Gravina (circa 1490-1549), un adenocarcinoma avanzato del retto nella mummia del re Ferrante I di Aragona (1424-94) e un adenocarcinoma del colon in fase iniziale di infiltrazione nella mummia del principe Luigi Carafa di Stigliano (1511-76). "Sono scoperte estremamente importanti perché non solo rappresentano tre dei cinque tumori maligni dei tessuti molli mai diagnosticati in paleopatologia", afferma Gino Fornaciari, da decenni impegnato nello studio delle mummie napoletane, "ma sono stati tutti diagnosticati in una stessa ristretta popolazione, quella della corte aragonese della Napoli rinascimentale a cavallo tra il '400 ed il '500." Si scopre così che, se nel piccolo gruppo di undici mummie (dieci uomini e una donna) tre soggetti svilupparono un tumore maligno, otteniamo una prevalenza di malattia neoplastica del 27%, un dato assai vicino al 31% riscontrato nei paesi industrializzati moderni. "Possiamo ipotizzare che nel passato il cancro sia stata una malattia relativamente frequente tra gli individui oltre i 55 anni, almeno per le classi elitarie del Rinascimento che vivevano più a lungo e che potevano permettersi abitudini alimentari e stili di vita non distanti dalle nostre", conclude Raffaele Gaeta, coautore dello studio. L'articolo di Lancet è un nuovo punto di partenza per lo studio della carcinogenesi del passato: solo ulteriori future indagini paleopatologiche potranno definitivamente risolvere quello che viene definito il problema del cancro nell'Antichità. (Da: "Il cancro non è una patologia esclusiva della modernità", focus.it, 5 ottobre 2017) Il cancro nella popolazione attuale:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Le genti del passato si ammalavano di cancro? Il tumore è una patologia che affligge solo il mondo moderno? Sono domande che la comunità scientifica si pone da anni, a causa del progressivo aumento di incidenza di diverse neoplasie tra la popolazione attuale. Ha provato a dare una risposta l'equipe della Divisione di Paleopatologia dell'Università di Pisa diretta da Valentina Giuffra che, in un articolo pubblicato su Lancet Oncology, ha fornito un nuovo e sorprendente dato che confuta [1] ciò che finora si è ipotizzato, ovvero che il cancro sia una malattia del mondo attuale, causata dall'inquinamento o dallo stile di vita. I ricercatori, analizzando con moderne tecniche istologiche, immunoistochimiche e molecolari le mummie rinascimentali conservate nella sacrestia annessa alla chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, sono riusciti a identificare ben tre casi di neoplasia maligna in individui tra i 55 ed i 70 anni: un carcinoma basocellulare (un tumore cutaneo) che ha colpito il volto del duca Ferdinando Orsini di Gravina (circa 1490-1549), un adenocarcinoma avanzato del retto nella mummia del re Ferrante I di Aragona (1424-94) e un adenocarcinoma del colon in fase iniziale di infiltrazione nella mummia del principe Luigi Carafa di Stigliano (1511-76). "Sono scoperte estremamente importanti perché non solo rappresentano tre dei cinque tumori maligni dei tessuti molli mai diagnosticati in paleopatologia", afferma Gino Fornaciari, da decenni impegnato nello studio delle mummie napoletane, "ma sono stati tutti diagnosticati in una stessa ristretta popolazione, quella della corte aragonese della Napoli rinascimentale a cavallo tra il '400 ed il '500." Si scopre così che, se nel piccolo gruppo di undici mummie (dieci uomini e una donna) tre soggetti svilupparono un tumore maligno, otteniamo una prevalenza di malattia neoplastica del 27%, un dato assai vicino al 31% riscontrato nei paesi industrializzati moderni. "Possiamo ipotizzare che nel passato il cancro sia stata una malattia relativamente frequente tra gli individui oltre i 55 anni, almeno per le classi elitarie del Rinascimento che vivevano più a lungo e che potevano permettersi abitudini alimentari e stili di vita non distanti dalle nostre", conclude Raffaele Gaeta, coautore dello studio. L'articolo di Lancet è un nuovo punto di partenza per lo studio della carcinogenesi del passato: solo ulteriori future indagini paleopatologiche potranno definitivamente risolvere quello che viene definito il problema del cancro nell'Antichità. (Da: "Il cancro non è una patologia esclusiva della modernità", focus.it, 5 ottobre 2017) Un sinonimo di "confutare" [1] è:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Le genti del passato si ammalavano di cancro? Il tumore è una patologia che affligge solo il mondo moderno? Sono domande che la comunità scientifica si pone da anni, a causa del progressivo aumento di incidenza di diverse neoplasie tra la popolazione attuale. Ha provato a dare una risposta l'equipe della Divisione di Paleopatologia dell'Università di Pisa diretta da Valentina Giuffra che, in un articolo pubblicato su Lancet Oncology, ha fornito un nuovo e sorprendente dato che confuta [1] ciò che finora si è ipotizzato, ovvero che il cancro sia una malattia del mondo attuale, causata dall'inquinamento o dallo stile di vita. I ricercatori, analizzando con moderne tecniche istologiche, immunoistochimiche e molecolari le mummie rinascimentali conservate nella sacrestia annessa alla chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, sono riusciti a identificare ben tre casi di neoplasia maligna in individui tra i 55 ed i 70 anni: un carcinoma basocellulare (un tumore cutaneo) che ha colpito il volto del duca Ferdinando Orsini di Gravina (circa 1490-1549), un adenocarcinoma avanzato del retto nella mummia del re Ferrante I di Aragona (1424-94) e un adenocarcinoma del colon in fase iniziale di infiltrazione nella mummia del principe Luigi Carafa di Stigliano (1511-76). "Sono scoperte estremamente importanti perché non solo rappresentano tre dei cinque tumori maligni dei tessuti molli mai diagnosticati in paleopatologia", afferma Gino Fornaciari, da decenni impegnato nello studio delle mummie napoletane, "ma sono stati tutti diagnosticati in una stessa ristretta popolazione, quella della corte aragonese della Napoli rinascimentale a cavallo tra il '400 ed il '500." Si scopre così che, se nel piccolo gruppo di undici mummie (dieci uomini e una donna) tre soggetti svilupparono un tumore maligno, otteniamo una prevalenza di malattia neoplastica del 27%, un dato assai vicino al 31% riscontrato nei paesi industrializzati moderni. "Possiamo ipotizzare che nel passato il cancro sia stata una malattia relativamente frequente tra gli individui oltre i 55 anni, almeno per le classi elitarie del Rinascimento che vivevano più a lungo e che potevano permettersi abitudini alimentari e stili di vita non distanti dalle nostre", conclude Raffaele Gaeta, coautore dello studio. L'articolo di Lancet è un nuovo punto di partenza per lo studio della carcinogenesi del passato: solo ulteriori future indagini paleopatologiche potranno definitivamente risolvere quello che viene definito il problema del cancro nell'Antichità. (Da: "Il cancro non è una patologia esclusiva della modernità", focus.it, 5 ottobre 2017) Le mummie napoletane di cui si parla nell'articolo risalgono al:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Le genti del passato si ammalavano di cancro? Il tumore è una patologia che affligge solo il mondo moderno? Sono domande che la comunità scientifica si pone da anni, a causa del progressivo aumento di incidenza di diverse neoplasie tra la popolazione attuale. Ha provato a dare una risposta l'equipe della Divisione di Paleopatologia dell'Università di Pisa diretta da Valentina Giuffra che, in un articolo pubblicato su Lancet Oncology, ha fornito un nuovo e sorprendente dato che confuta [1] ciò che finora si è ipotizzato, ovvero che il cancro sia una malattia del mondo attuale, causata dall'inquinamento o dallo stile di vita. I ricercatori, analizzando con moderne tecniche istologiche, immunoistochimiche e molecolari le mummie rinascimentali conservate nella sacrestia annessa alla chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, sono riusciti a identificare ben tre casi di neoplasia maligna in individui tra i 55 ed i 70 anni: un carcinoma basocellulare (un tumore cutaneo) che ha colpito il volto del duca Ferdinando Orsini di Gravina (circa 1490-1549), un adenocarcinoma avanzato del retto nella mummia del re Ferrante I di Aragona (1424-94) e un adenocarcinoma del colon in fase iniziale di infiltrazione nella mummia del principe Luigi Carafa di Stigliano (1511-76). "Sono scoperte estremamente importanti perché non solo rappresentano tre dei cinque tumori maligni dei tessuti molli mai diagnosticati in paleopatologia", afferma Gino Fornaciari, da decenni impegnato nello studio delle mummie napoletane, "ma sono stati tutti diagnosticati in una stessa ristretta popolazione, quella della corte aragonese della Napoli rinascimentale a cavallo tra il '400 ed il '500." Si scopre così che, se nel piccolo gruppo di undici mummie (dieci uomini e una donna) tre soggetti svilupparono un tumore maligno, otteniamo una prevalenza di malattia neoplastica del 27%, un dato assai vicino al 31% riscontrato nei paesi industrializzati moderni. "Possiamo ipotizzare che nel passato il cancro sia stata una malattia relativamente frequente tra gli individui oltre i 55 anni, almeno per le classi elitarie del Rinascimento che vivevano più a lungo e che potevano permettersi abitudini alimentari e stili di vita non distanti dalle nostre", conclude Raffaele Gaeta, coautore dello studio. L'articolo di Lancet è un nuovo punto di partenza per lo studio della carcinogenesi del passato: solo ulteriori future indagini paleopatologiche potranno definitivamente risolvere quello che viene definito il problema del cancro nell'Antichità. (Da: "Il cancro non è una patologia esclusiva della modernità", focus.it, 5 ottobre 2017) Le mummie prese in esame sono:

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