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Tutte le domande del quiz : Brani

tratto da:
Esercito Italiano
Quiz - Concorso per l'ammissione al 199° corso dell'Accademia Militare dell'Esercito - Anno accademico 2017/2018



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA    L'editore è la vera anima di una casa editrice. Non solo la maggior parte delle volte le dà il nome, ma pensa a imprimerle le necessarie spinte di sviluppo. L'editore è un imprenditore a tutti gli effetti e, anche se qualcuno vorrebbe smentire, possiamo senza dubbio dire che lo scopo del suo operato è il profitto.Nella nostra epoca si è verificata la graduale scomparsa dell'editore intellettuale e letterato, attento esclusivamente al valore culturale delle proprie pubblicazioni, mentre si è decisamente imposta la figura dell'editore manager, molto più pragmatico, che commisura le scelte alle possibilità reali del mercato e a sani equilibri di bilancio. La trasformazione è cominciata negli anni Sessanta. Prima di allora esisteva un'editoria, certo minore ma importante, che seguiva linee proprie senza porsi come scopo prioritario il profitto. Alcuni editori, appartenenti a prestigiose famiglie di imprenditori, consideravano l'editoria libraria solo un fiore all'occhiello, un omaggio alle arti, in quanto traevano i loro redditi da altre attività, specie la stampa periodica, che allora aveva ingenti introiti pubblicitari. Con il tempo cominciarono a diffondersi nel settore dei libri alcuni criteri di gestione più orientati all'aspetto economico. Oggi la visione si è completamente ribaltata: fare l'editore significa essere imprenditore e, come tale, compiere delle scelte strategiche riguardanti il prodotto, prima di tutto, quindi il mercato al quale indirizzarsi, la ricerca dei collaboratori, dei fornitori, la scelta tecnologica e la creazione di un'immagine aziendale che sarà il biglietto da visita per l'operato attuale e futuro. Obiettivi molto pratici e un occhio particolare al mercato, dal quale prendere tutte le informazioni necessarie per svolgere al meglio la propria attività:notizie sulla concorrenza, statistiche, novità, strategie di marketing che hanno avuto successo, nuovi canali di distribuzione e molto ancora.Un progetto editoriale, per quanto originale e creativo, dovrà sempre fare i conti con un "pubblico" e con un "mercato" in cui collocare il prodotto. L'idea iniziale dell'editore, la sua scelta di indirizzarsi verso un tipo di produzione piuttosto che un altro deve essere pianificata in modo strategico e dovrà nel tempo mantenere la coerenza prefissata. Eventuali cambiamenti saranno dettati da ragioni circostanziate, quali una variazione nei gusti dei lettori, ragioni economiche, dunque di mercato. L'obiettivo sarà quello di creare una "linea editoriale", il segno che permetterà di riconoscere la casa editrice in mezzo alle circa tremila che ci sono in Italia. Si inizierà con l'ideazione della "sigla editoriale", primo passo verso la concretizzazione del progetto dell'editore. Poi verrà la suddivisione in "collane" che rifletterà motivazioni organizzative e contenutistiche.Il pubblico da tenere in considerazione per creare un progetto editoriale è fondamentalmente quello dei lettori. In Italia, a differenza dei maggiori Paesi europei, il numero dei lettori è esiguo rispetto all'offerta vastissima di titoli sul mercato; questo è il dramma principale che attraversa la nostra editoria. Per avviare un'attività con probabilità di successo è necessario incanalare l'offerta verso un target definito di lettori. Si tratta in sostanza di compiere delle scelte mirate che tengano conto non di un pubblico generico che spesso rimane solo potenziale, ma di tipologie di pubblico ben individuate, a cui indirizzare proposte idonee, supportate da un preciso piano di comunicazione e diffusione. Tale esigenza nasce soprattutto per un certo tipo di editoria, medio-piccola, che, per continuare a produrre, deve orientarsi su una produzione specializzata, plasmata sui bisogni di alcuni segmenti di clientela. Un'editoria di nicchia, dunque, tesa a soddisfare e conquistare un pubblico in termini di qualità di offerta e di servizio e, attraverso queste due leve, creare una sorta di legame di fidelizzazione con i propri lettori. (Archivio Selexi) La divisione in collane:
RISPOSTA    L'esplosione delle conoscenze e l'introduzione di indagini di laboratorio sempre più raffinate rendono davvero difficile tratteggiare la storia della medicina di questo secolo, che si caratterizza comunque come periodo nel quale avvengono in successione due fatti fondamentali: la riconduzione della fisiologia all'interazione tra molecole e questo fa esplodere la biochimica come metodologia essenziale nell'avanzamento delle conoscenze; la riconduzione della produzione delle molecole al codice genetico e al DNA, cioè al programma scritto anch'esso su molecole e memorizzato in ogni cellula e questo segna l'ingresso della biologia molecolare nella medicina.Selezionare i principali contributi non è semplice. Si potrebbe cominciare ricordando Mendel, anche se i suoi studi vengono per alcuni decenni dimenticati, sicché assumono importanza rilevante dopo la loro riscoperta all'inizio di questo secolo. Si alternano in questo secolo scoperte di meccanismi biologici e patologici fondamentali che trovano rapida applicazione nella clinica e nascono così dietro alle nuove tecnologie per indagare organi e tessuti nuove branche mediche specialistiche (per esempio radiologia, medicina nucleare); analogamente, dietro le emergenti tecnologie cellulari e molecolari si sviluppa la medicina molecolare.Dal 1901 gli avvenimenti più salienti per la medicina sono scanditi il 10 dicembre di ogni anno (anniversario della morte di Alfred Bernhard Nobel), dall'assegnazione da parte dell'apposito Comitato del Karolinska Institute di Stoccolma dei premi Nobel per la medicina o la fisiologia. Talvolta avvengono anche premiazioni Nobel da parte dell'Accademia delle Scienze svedese per la fisica o la chimica per scoperte che hanno rilevante applicazione nella biomedicina: si vedano tra tutti i riconoscimenti conferiti in questi settori a Lord Ernest Rutherford nel 1908 e a Marie Curie Sklodowska nel 1911 per la scoperta degli elementi radioattivi. Nelle assegnazioni vi sono anche un paio di infortuni, con premi rivelatisi decisamente immotivati, come a Finsen nel 1903 per la cosiddetta finsenterapia o fototerapia. C'è da rilevare che nella motivazione del premio compaiono sempre due elementi: l'importanza della scoperta e, almeno nei primi tempi d'assegnazione, il beneficio che da essa deriva all'umanità.Nel corso del ventesimo secolo la tecnologia, sia per la disponibilità di nuovi e raffinati strumenti diagnostici, sia per la possibilità di assistenza del malato critico, porta ad altre importanti innovazioni. La chirurgia inizia a divenire "sostitutiva" di organi malati mediante i trapianti. Il primo trapianto di rene avviene tra due gemelli, Richard e Ronald Herrick, nel 1957 a Boston. Nel 1967 avviene il primo trapianto di fegato, eseguito da Thomas Starzl a Denver, Colorado; a dicembre dello stesso anno Christian Barnard a Città del Capo esegue il primo trapianto cardiaco. Quando il rigetto diviene largamente controllabile mediante l'uso, a partire dal 1978, della ciclosporina A, la possibilità di trapianto si estende rapidamente alle isole pancreatiche, al midollo osseo, al polmone e al complesso cuore-polmone, mentre si tentano trapianti di cellule embrionali (per esempio cellule di ghiandole surrenali nel cervello di persone affette da morbo di Parkinson).Si avvicina sempre più, nel passaggio dalla ricerca di base all'applicazione clinica, la possibilità per il medico di modificare processi fondamentali dell'essere umano, come e quando si è generati o si nasce o si muore.La medicina si ritrova di fronte ad antichi dilemmi, che riguardano come conciliare il rispetto dell'individuo con le possibilità offerte dalla tecnologia, come rispettare la volontà dell'individuo, conciliandola con l'antico giuramento di Ippocrate che prescrive di non dar morte neppure a chi lo chieda. (Archivio Selexi) In base a quanto affermato nel brano, Mendel:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà L'invenzione della moneta è relativamente recente. Gli uomini primitivi non la conoscevano e utilizzavano il baratto come mezzo per lo scambio. Questo fu superato dall'introduzione della moneta naturale, consistente in un animale o in una cosa esistente in natura e considerata utile da tutti.Anticamente nel bacino del Mediterraneo si usava, per esempio, come moneta naturale, il bestiame. Le testimonianze di questa forma pre-monetale sono molte; basti ricordare che il termine latino pecunia (denaro) deriva dal vocabolo pecus, che significa gregge. Ben presto però apparve chiaro che questa forma di pre-moneta aveva grandi difetti: il bestiame, infatti, consentiva un accumulo di ricchezza, ma il suo mantenimento era costoso e impegnativo. Si passò allora alla cosiddetta moneta utensile, ovvero a oggetti lavorati, i quali mantenevano intatti nel tempo il loro valore. Ad esempio, nella Grecia antica la moneta utensile fu rappresentata principalmente dagli spiedi e dalle asce, mentre in Cina si usarono vanghe e coltelli. A poco a poco gli oggetti usati a questo scopo persero ogni funzione pratica, legata al lavoro, e diventarono puri mezzi di scambio. A modificare la storia dei mezzi di scambio fu la scoperta del metallo. Esso, fuso in forma di piccoli pani o lingotti, possedeva infatti tutti i requisiti necessari a diventare mezzo di scambio.L'introduzione della moneta di Stato rappresentò il punto di arrivo di un'evoluzione degli scambi commerciali del popolo greco. Nel corso del VII secolo a.C., infatti, i Greci emigrati verso le colonie del Mediterraneo diedero vita a un intenso rapporto commerciale con la madrepatria. Lo sviluppo degli scambi in termini quantitativi indusse gli operatori economici ad agevolare le contrattazioni adottando mezzi di pagamento più rapidi, diversi dalle forme di pre-moneta allora in uso. Nacque così la nuova merce-campione, costituita da globetti di metallo di dimensioni minime, più agili e facili da trattare rispetto ai pani di rame. I metalli nobili (l'oro, l'argento e l'elettro, una lega ottenuta dai due metalli precedenti) vennero preferiti agli altri per il fatto di essere rari, di essere pressoché inalterabili, in quanto non ossidabili, e di essere riconoscibili facilmente, oltre che dal suono e dall'aspetto, anche dal peso specifico, superiore a quello di tutti gli altri metalli allora conosciuti.L'uso quotidiano di pezzi del genere aveva però un limite. Non presentando, infatti, nessuna marca di valore e nessun segno di garanzia, ogni volta che venivano ricevuti in pagamento, i pezzi dovevano essere pesati per stabilirne il valore e saggiati per verificarne la purezza. Questo inconveniente fu superato con l'introduzione di globetti contromarcati garantiti da banchieri, mercanti o altri operatori economici. A questo punto (intorno al 620-600 a.C.) intervenne il governo di una delle città ioniche, forse Mileto, che si appropriò dell'idea emettendo una moneta statale con il suo simbolo. In circa un secolo, la moneta statale invase la Grecia continentale, poi divenne patrimonio di tutte le economie del Mediterraneo. Quella greca fu la prima moneta della storia, in tutte le altre aree la sua introduzione fu successiva. (Archivio Selexi) Nel brano si afferma che anticamente in Cina si utilizzarono:
RISPOSTA   Domanda difficile L'invenzione della moneta è relativamente recente. Gli uomini primitivi non la conoscevano e utilizzavano il baratto come mezzo per lo scambio. Questo fu superato dall'introduzione della moneta naturale, consistente in un animale o in una cosa esistente in natura e considerata utile da tutti.Anticamente nel bacino del Mediterraneo si usava, per esempio, come moneta naturale, il bestiame. Le testimonianze di questa forma pre-monetale sono molte; basti ricordare che il termine latino pecunia (denaro) deriva dal vocabolo pecus, che significa gregge. Ben presto però apparve chiaro che questa forma di pre-moneta aveva grandi difetti: il bestiame, infatti, consentiva un accumulo di ricchezza, ma il suo mantenimento era costoso e impegnativo. Si passò allora alla cosiddetta moneta utensile, ovvero a oggetti lavorati, i quali mantenevano intatti nel tempo il loro valore. Ad esempio, nella Grecia antica la moneta utensile fu rappresentata principalmente dagli spiedi e dalle asce, mentre in Cina si usarono vanghe e coltelli. A poco a poco gli oggetti usati a questo scopo persero ogni funzione pratica, legata al lavoro, e diventarono puri mezzi di scambio. A modificare la storia dei mezzi di scambio fu la scoperta del metallo. Esso, fuso in forma di piccoli pani o lingotti, possedeva infatti tutti i requisiti necessari a diventare mezzo di scambio.L'introduzione della moneta di Stato rappresentò il punto di arrivo di un'evoluzione degli scambi commerciali del popolo greco. Nel corso del VII secolo a.C., infatti, i Greci emigrati verso le colonie del Mediterraneo diedero vita a un intenso rapporto commerciale con la madrepatria. Lo sviluppo degli scambi in termini quantitativi indusse gli operatori economici ad agevolare le contrattazioni adottando mezzi di pagamento più rapidi, diversi dalle forme di pre-moneta allora in uso. Nacque così la nuova merce-campione, costituita da globetti di metallo di dimensioni minime, più agili e facili da trattare rispetto ai pani di rame. I metalli nobili (l'oro, l'argento e l'elettro, una lega ottenuta dai due metalli precedenti) vennero preferiti agli altri per il fatto di essere rari, di essere pressoché inalterabili, in quanto non ossidabili, e di essere riconoscibili facilmente, oltre che dal suono e dall'aspetto, anche dal peso specifico, superiore a quello di tutti gli altri metalli allora conosciuti.L'uso quotidiano di pezzi del genere aveva però un limite. Non presentando, infatti, nessuna marca di valore e nessun segno di garanzia, ogni volta che venivano ricevuti in pagamento, i pezzi dovevano essere pesati per stabilirne il valore e saggiati per verificarne la purezza. Questo inconveniente fu superato con l'introduzione di globetti contromarcati garantiti da banchieri, mercanti o altri operatori economici. A questo punto (intorno al 620-600 a.C.) intervenne il governo di una delle città ioniche, forse Mileto, che si appropriò dell'idea emettendo una moneta statale con il suo simbolo. In circa un secolo, la moneta statale invase la Grecia continentale, poi divenne patrimonio di tutte le economie del Mediterraneo. Quella greca fu la prima moneta della storia, in tutte le altre aree la sua introduzione fu successiva. (Archivio Selexi) In base al brano, in quale secolo la moneta statale si diffuse in tutta la Grecia continentale?
RISPOSTA    L'invenzione della moneta è relativamente recente. Gli uomini primitivi non la conoscevano e utilizzavano il baratto come mezzo per lo scambio. Questo fu superato dall'introduzione della moneta naturale, consistente in un animale o in una cosa esistente in natura e considerata utile da tutti.Anticamente nel bacino del Mediterraneo si usava, per esempio, come moneta naturale, il bestiame. Le testimonianze di questa forma pre-monetale sono molte; basti ricordare che il termine latino pecunia (denaro) deriva dal vocabolo pecus, che significa gregge. Ben presto però apparve chiaro che questa forma di pre-moneta aveva grandi difetti: il bestiame, infatti, consentiva un accumulo di ricchezza, ma il suo mantenimento era costoso e impegnativo. Si passò allora alla cosiddetta moneta utensile, ovvero a oggetti lavorati, i quali mantenevano intatti nel tempo il loro valore. Ad esempio, nella Grecia antica la moneta utensile fu rappresentata principalmente dagli spiedi e dalle asce, mentre in Cina si usarono vanghe e coltelli. A poco a poco gli oggetti usati a questo scopo persero ogni funzione pratica, legata al lavoro, e diventarono puri mezzi di scambio. A modificare la storia dei mezzi di scambio fu la scoperta del metallo. Esso, fuso in forma di piccoli pani o lingotti, possedeva infatti tutti i requisiti necessari a diventare mezzo di scambio.L'introduzione della moneta di Stato rappresentò il punto di arrivo di un'evoluzione degli scambi commerciali del popolo greco. Nel corso del VII secolo a.C., infatti, i Greci emigrati verso le colonie del Mediterraneo diedero vita a un intenso rapporto commerciale con la madrepatria. Lo sviluppo degli scambi in termini quantitativi indusse gli operatori economici ad agevolare le contrattazioni adottando mezzi di pagamento più rapidi, diversi dalle forme di pre-moneta allora in uso. Nacque così la nuova merce-campione, costituita da globetti di metallo di dimensioni minime, più agili e facili da trattare rispetto ai pani di rame. I metalli nobili (l'oro, l'argento e l'elettro, una lega ottenuta dai due metalli precedenti) vennero preferiti agli altri per il fatto di essere rari, di essere pressoché inalterabili, in quanto non ossidabili, e di essere riconoscibili facilmente, oltre che dal suono e dall'aspetto, anche dal peso specifico, superiore a quello di tutti gli altri metalli allora conosciuti.L'uso quotidiano di pezzi del genere aveva però un limite. Non presentando, infatti, nessuna marca di valore e nessun segno di garanzia, ogni volta che venivano ricevuti in pagamento, i pezzi dovevano essere pesati per stabilirne il valore e saggiati per verificarne la purezza. Questo inconveniente fu superato con l'introduzione di globetti contromarcati garantiti da banchieri, mercanti o altri operatori economici. A questo punto (intorno al 620-600 a.C.) intervenne il governo di una delle città ioniche, forse Mileto, che si appropriò dell'idea emettendo una moneta statale con il suo simbolo. In circa un secolo, la moneta statale invase la Grecia continentale, poi divenne patrimonio di tutte le economie del Mediterraneo. Quella greca fu la prima moneta della storia, in tutte le altre aree la sua introduzione fu successiva. (Archivio Selexi) In base a quanto scritto nel brano, prima del 600 a.C., come forma pre-monetale NON si è:
RISPOSTA   Domanda difficile L'uomo del Rinascimento ha molti volti ben individuabili. [...] La donna del Rinascimento, invece, sembra quasi senza volto. Un uomo può essere principe o guerriero, artista o umanista, mercante o ecclesiastico, saggio o avventuriero. La donna assume solo raramente tali ruoli e, se lo fa, non sono questi i ruoli che la definiscono, ma altri: è madre o figlia o vedova; vergine o prostituta, santa o strega, Maria, o Eva, o Amazzone. Queste identità (che le derivano soltanto dal sesso a cui appartiene) la sommergono completamente ed estinguono qualsiasi altra personalità cui ella aspira.La donna, per tutto il periodo del Rinascimento, combatte per esprimere sé. Ma è una lotta destinata all'insuccesso, dato che, dalla fine del Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino. La gran parte delle donne del Rinascimento divennero madri, e la maternità ha costituito la loro professione. La loro vita adulta (dai venticinque anni circa nella maggior parte dei gruppi sociali, dall'adolescenza nelle élites) è tra un ciclo continuo di parti, allattamenti e ancora parti. Le donne che appartenevano alle classi superiori davano alla luce un figlio ogni ventiquattro o trenta mesi. Gli intervalli tra un parto o l'altro erano scanditi dai periodi di allattamento, che limitano la fertilità: quando il bambino era ormai svezzato, si poteva avere un nuovo concepimento.Le donne ricche partorivano anche più figli di quelle povere. Il bisogno di procurarsi un erede, corollario alla necessità di trasmettere efficacemente la ricchezza, le costringeva alla fertilità. Dato che esse non allattavano i loro bambini, gli intervalli tra un parto e l'altro potevano essere più brevi.[...] Portare un figlio è un privilegio e un fardello della donna. In Italia e in Francia, la donna che aveva appena partorito un bimbo veniva festeggiata e coccolata. Il canonico milanese Pietro Casola, nel 1494, descrive la camera di una donna della nobile famiglia Dolfin di Venezia che era appena divenuta madre. La stanza era stata addobbata con ornamenti del valore di almeno duemila ducati, mentre le donne che si prendevano cura della partoriente indossavano gioielli il cui valore raggiungeva almeno i centomila ducati. La donna che aveva appena partorito, come una sposa novella il giorno delle nozze, occupava per un momento transitorio una posizione di onore che non conosceva confronti. Essere incinte costituiva comunque un segno di onore. [...] Dalle donne delle classi superiori ci si aspettava anche che amassero i figli, e in effetti molte di loro lo facevano:nutrivano i figli e li educavano sino all'età di sette anni (le figlie fino al matrimonio) trovando così nella maternità un'occasione di creatività e di espressione. [...] La preoccupazione per la morte del bambino era sempre in agguato a ogni nascita. Il neonato era in qualche modo considerato dalle madri del Rinascimento come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. (Archivio Selexi) Secondo la tesi espressa nel brano, le donne rinascimentali di famiglia ricca:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà L'uomo del Rinascimento ha molti volti ben individuabili. [...] La donna del Rinascimento, invece, sembra quasi senza volto. Un uomo può essere principe o guerriero, artista o umanista, mercante o ecclesiastico, saggio o avventuriero. La donna assume solo raramente tali ruoli e, se lo fa, non sono questi i ruoli che la definiscono, ma altri: è madre o figlia o vedova; vergine o prostituta, santa o strega, Maria, o Eva, o Amazzone. Queste identità (che le derivano soltanto dal sesso a cui appartiene) la sommergono completamente ed estinguono qualsiasi altra personalità cui ella aspira.La donna, per tutto il periodo del Rinascimento, combatte per esprimere sé. Ma è una lotta destinata all'insuccesso, dato che, dalla fine del Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino. La gran parte delle donne del Rinascimento divennero madri, e la maternità ha costituito la loro professione. La loro vita adulta (dai venticinque anni circa nella maggior parte dei gruppi sociali, dall'adolescenza nelle élites) è tra un ciclo continuo di parti, allattamenti e ancora parti. Le donne che appartenevano alle classi superiori davano alla luce un figlio ogni ventiquattro o trenta mesi. Gli intervalli tra un parto o l'altro erano scanditi dai periodi di allattamento, che limitano la fertilità: quando il bambino era ormai svezzato, si poteva avere un nuovo concepimento.Le donne ricche partorivano anche più figli di quelle povere. Il bisogno di procurarsi un erede, corollario alla necessità di trasmettere efficacemente la ricchezza, le costringeva alla fertilità. Dato che esse non allattavano i loro bambini, gli intervalli tra un parto e l'altro potevano essere più brevi.[...] Portare un figlio è un privilegio e un fardello della donna. In Italia e in Francia, la donna che aveva appena partorito un bimbo veniva festeggiata e coccolata. Il canonico milanese Pietro Casola, nel 1494, descrive la camera di una donna della nobile famiglia Dolfin di Venezia che era appena divenuta madre. La stanza era stata addobbata con ornamenti del valore di almeno duemila ducati, mentre le donne che si prendevano cura della partoriente indossavano gioielli il cui valore raggiungeva almeno i centomila ducati. La donna che aveva appena partorito, come una sposa novella il giorno delle nozze, occupava per un momento transitorio una posizione di onore che non conosceva confronti. Essere incinte costituiva comunque un segno di onore. [...] Dalle donne delle classi superiori ci si aspettava anche che amassero i figli, e in effetti molte di loro lo facevano:nutrivano i figli e li educavano sino all'età di sette anni (le figlie fino al matrimonio) trovando così nella maternità un'occasione di creatività e di espressione. [...] La preoccupazione per la morte del bambino era sempre in agguato a ogni nascita. Il neonato era in qualche modo considerato dalle madri del Rinascimento come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. (Archivio Selexi) In base a quanto scritto nel brano, durante il Rinascimento la donna:
RISPOSTA   Domanda difficile La casa era fredda e deserta, e quasi subito Anderton cominciò i preparativi per il viaggio. Mentre faceva la valige, folli pensieri gli passavano per la mente. Forse si era sbagliato sul conto di Witwer ma come poteva esserne certo? In ogni modo, la cospirazione contro di lui era molto più complessa di quanto avesse pensato. Forse Witwer, in tutta questa situazione, era solo una marionetta insignificante manovrata da qualcun altro, da qualche figura distante e indistinta, appena visibile sullo sfondo.Mostrare la scheda a Lisa era stato un errore. Senza dubbio l'avrebbe descritta a Witwer in tutti i particolari. Non sarebbe mai riuscito a lasciare la Terra, non avrebbe mai avuto l'opportunità di scoprire com'era la vita su un pianeta di frontiera. Mentre era così preoccupato, sentì uno scricchiolio alle sue spalle. Si voltò dal letto, tenendo in mano una giacca a vento macchiata dalle intemperie, e si ritrovò la canna grigio-azzurra di una pistola A puntata contro di lui. «Non ci ha messo molto», disse guardando amareggiato l'uomo corpulento dalle labbra serrate. Indossava un cappotto marrone e impugnava la pistola con la mano guantata. «Non hai avuto neanche una piccola esitazione?». Il volto dell'intruso non mostrò alcun segno di reazione. «Non so di cosa sta parlando» disse «venga con me». Stupito Anderton lasciò cadere la giacca a vento «Lei non fa parte della mia agenzia? Non è un poliziotto». Nonostante le sue proteste, venne spinto, ancora sconvolto fuori di casa verso una limousine che li attendeva. Subito tre uomini armati sino ai denti si sedettero accanto a lui ai due lati del sedile. (Dicke, "Rapporto di minoranza e altri racconti", Fanucci) Che reazione ha Anderton al vedersi una pistola puntata contro?
RISPOSTA    La condizione umana è segnata da due grandi incertezze: l'incertezza cognitiva e l'incertezza storica.Ci sono tre principi d'incertezza nella conoscenza. Il primo è fisiologico: la conoscenza non è mai un riflesso del reale, ma sempre traduzione e ricostruzione, cioè comporta rischi d'errore; il secondo è fisico: la conoscenza dei fatti è sempre debitrice all'interpretazione; il terzo è epistemologico: deriva dalla crisi dei fondamenti di certezza nella filosofia e poi nella scienza. Conoscere e pensare non significa arrivare a una verità assolutamente certa, significa dialogare con l'incertezza. L'incertezza storica è legata al carattere intrinsecamente caotico della storia umana. L'avventura storica è cominciata più di 10.000 anni fa. È stata segnata da creazioni favolose e da distruzioni irrimediabili.Non resta nulla degli imperi egizio, assiro, babilonese, persiano, né dell'impero romano che era potuto sembrare eterno. Formidabili regressioni di civiltà e di economie sono succedute a progressi temporanei. La storia è sottomessa al caso, a perturbazioni e a volte a terribili distruzioni di massa di popolazioni e di civiltà. La storia umana subisce certamente determinazioni sociali ed economiche molto forti, ma può essere deviata o sviata da eventi o accidenti. Non ci sono leggi della storia. Al contrario, ci sono gli insuccessi di tutti gli sforzi per congelare la storia umana, per eliminarne eventi e accidenti e per farle subire il giogo di un determinismo economico-sociale e/o farla obbedire a un progresso preordinato. E siamo giunti alla grande rivelazione della fine del XX secolo: il nostro avvenire non è teleguidato dal progresso storico. I fallimenti della previsione futurologica, gli innumerevoli scacchi della previsione economica (a dispetto della sua sofisticazione matematica), il crollo del progresso garantito, la crisi del futuro, la crisi del presente hanno introdotto ovunque il tarlo dell'incertezza. Siamo votati all'incertezza del futuro. La conoscenza della storia ci deve servire non solo a riconoscere i caratteri nello stesso tempo determinati e aleatori del destino umano, ma anche ad aprirci all'incertezza del futuro. (Archivio Selexi) In base a quanto scritto nel brano, l'incertezza cognitiva di natura fisiologica consiste:
RISPOSTA   Domanda difficile La conoscenza ha due forme: o conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per la fantasia o conoscenza per l'intelletto; conoscenza dell'individuale o conoscenza dell'universale; delle cose singole ovvero delle loro relazioni; è, insomma, o produttrice d'immagini o produttrice di concetti.Continuamente si fa appello, nella vita ordinaria, alla conoscenza intuitiva. Si dice che di certe verità non si possono dare definizioni; che non si dimostrano per sillogismi; che conviene apprenderle intuitivamente. Il politico rimprovera l'astratto ragionatore, che non ha l'intuizione viva delle condizioni di fatto; il pedagogista batte sulla necessità di svolgere nell'educando anzitutto la facoltà intuitiva; il critico si tiene a onore di mettere da parte, innanzi a un'opera artistica, le teorie e le astrazioni e di giudicarla intuendola direttamente; l'uomo pratico, infine, professa di vivere d'intuizioni più che di ragionamenti.Ma, a questo ampio riconoscimento che la conoscenza intuitiva riceve nella vita ordinaria, non fa riscontro un pari e adeguato riconoscimento nel campo della teoria e della filosofia. Della conoscenza intellettiva c'è una scienza antichissima e ammessa indiscussamente da tutti, la logica; ma una scienza della conoscenza intuitiva è appena ammessa, e timidamente, da pochi. La conoscenza logica si è fatta la parte del leone; e, quando addirittura non divora la sua compagna, le concede appena un umile posticino di ancella o di portinaia. Che cosa è mai la conoscenza intuitiva senza il lume della intellettiva?È un servitore senza padrone: e, se al padrone occorre il servitore, è ben più necessario il primo al secondo, per campare la vita. L'intuizione è cieca; l'intelletto le presta gli occhi.Ora, il primo punto che bisogna fissare bene in mente è che la conoscenza intuitiva non ha bisogno di padroni; non ha necessità di appoggiarsi ad alcuno; non deve chiedere in prestito gli occhi altrui perché ne ha in fronte di suoi propri, validissimi. E se è indubitabile che in molte intuizioni si possono trovare mescolati concetti, in altre non vi è traccia di un simile miscuglio; il che prova che esso non è necessario.L'impressione di un chiaro di luna, ritratta da un pittore; il contorno di un Paese, delineato da un cartografo; un motivo musicale, tenero o energico; le parole di una lirica sospirosa, o quelle con le quali chiediamo, e comandiamo e ci lamentiamo nella vita ordinaria, possono ben essere tutti fatti intuitivi senza ombra di riferimenti intellettuali. Ma, checché si pensi di questi esempi, e posto anche si voglia e debba sostenere che la maggior parte delle intuizioni dell'uomo civile siano impregnate di concetti, v'è ben altro, e di più importante e conclusivo, da osservare. I concetti che si trovano misti e fusi nelle intuizioni, in quanto vi sono davvero misti e fusi, non sono più concetti, avendo perduto ogni indipendenza e autonomia. Furono già concetti, ma sono diventati, ora, semplici elementi d'intuizione.L'attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime. Se questa proposizione suona paradossale, una delle cause di ciò è senza dubbio nell'abito di dare alla parola "espressione" un significato troppo ristretto, assegnandola alle sole espressioni che si dicono verbali; laddove esistono anche espressioni non verbali, come quelle di linee, colori, toni: tutte quante da includere nel concetto di espressione, che abbraccia perciò ogni sorta di manifestazioni dell'uomo, oratore, musico, pittore o altro che sia. (Archivio Selexi) Secondo quanto riportato nel brano, quale delle seguenti affermazioni sulla conoscenza logica è corretta?
RISPOSTA   Domanda difficile La conoscenza ha due forme: o conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per la fantasia o conoscenza per l'intelletto; conoscenza dell'individuale o conoscenza dell'universale; delle cose singole ovvero delle loro relazioni; è, insomma, o produttrice d'immagini o produttrice di concetti.Continuamente si fa appello, nella vita ordinaria, alla conoscenza intuitiva. Si dice che di certe verità non si possono dare definizioni; che non si dimostrano per sillogismi; che conviene apprenderle intuitivamente. Il politico rimprovera l'astratto ragionatore, che non ha l'intuizione viva delle condizioni di fatto; il pedagogista batte sulla necessità di svolgere nell'educando anzitutto la facoltà intuitiva; il critico si tiene a onore di mettere da parte, innanzi a un'opera artistica, le teorie e le astrazioni e di giudicarla intuendola direttamente; l'uomo pratico, infine, professa di vivere d'intuizioni più che di ragionamenti.Ma, a questo ampio riconoscimento che la conoscenza intuitiva riceve nella vita ordinaria, non fa riscontro un pari e adeguato riconoscimento nel campo della teoria e della filosofia. Della conoscenza intellettiva c'è una scienza antichissima e ammessa indiscussamente da tutti, la logica; ma una scienza della conoscenza intuitiva è appena ammessa, e timidamente, da pochi. La conoscenza logica si è fatta la parte del leone; e, quando addirittura non divora la sua compagna, le concede appena un umile posticino di ancella o di portinaia. Che cosa è mai la conoscenza intuitiva senza il lume della intellettiva?È un servitore senza padrone: e, se al padrone occorre il servitore, è ben più necessario il primo al secondo, per campare la vita. L'intuizione è cieca; l'intelletto le presta gli occhi.Ora, il primo punto che bisogna fissare bene in mente è che la conoscenza intuitiva non ha bisogno di padroni; non ha necessità di appoggiarsi ad alcuno; non deve chiedere in prestito gli occhi altrui perché ne ha in fronte di suoi propri, validissimi. E se è indubitabile che in molte intuizioni si possono trovare mescolati concetti, in altre non vi è traccia di un simile miscuglio; il che prova che esso non è necessario.L'impressione di un chiaro di luna, ritratta da un pittore; il contorno di un Paese, delineato da un cartografo; un motivo musicale, tenero o energico; le parole di una lirica sospirosa, o quelle con le quali chiediamo, e comandiamo e ci lamentiamo nella vita ordinaria, possono ben essere tutti fatti intuitivi senza ombra di riferimenti intellettuali. Ma, checché si pensi di questi esempi, e posto anche si voglia e debba sostenere che la maggior parte delle intuizioni dell'uomo civile siano impregnate di concetti, v'è ben altro, e di più importante e conclusivo, da osservare. I concetti che si trovano misti e fusi nelle intuizioni, in quanto vi sono davvero misti e fusi, non sono più concetti, avendo perduto ogni indipendenza e autonomia. Furono già concetti, ma sono diventati, ora, semplici elementi d'intuizione.L'attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime. Se questa proposizione suona paradossale, una delle cause di ciò è senza dubbio nell'abito di dare alla parola "espressione" un significato troppo ristretto, assegnandola alle sole espressioni che si dicono verbali; laddove esistono anche espressioni non verbali, come quelle di linee, colori, toni: tutte quante da includere nel concetto di espressione, che abbraccia perciò ogni sorta di manifestazioni dell'uomo, oratore, musico, pittore o altro che sia. (Archivio Selexi) Il brano, verosimilmente, potrebbe appartenere a un:
RISPOSTA    La conoscenza ha due forme: o conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per la fantasia o conoscenza per l'intelletto; conoscenza dell'individuale o conoscenza dell'universale; delle cose singole ovvero delle loro relazioni; è, insomma, o produttrice d'immagini o produttrice di concetti.Continuamente si fa appello, nella vita ordinaria, alla conoscenza intuitiva. Si dice che di certe verità non si possono dare definizioni; che non si dimostrano per sillogismi; che conviene apprenderle intuitivamente. Il politico rimprovera l'astratto ragionatore, che non ha l'intuizione viva delle condizioni di fatto; il pedagogista batte sulla necessità di svolgere nell'educando anzitutto la facoltà intuitiva; il critico si tiene a onore di mettere da parte, innanzi a un'opera artistica, le teorie e le astrazioni e di giudicarla intuendola direttamente; l'uomo pratico, infine, professa di vivere d'intuizioni più che di ragionamenti.Ma, a questo ampio riconoscimento che la conoscenza intuitiva riceve nella vita ordinaria, non fa riscontro un pari e adeguato riconoscimento nel campo della teoria e della filosofia. Della conoscenza intellettiva c'è una scienza antichissima e ammessa indiscussamente da tutti, la logica; ma una scienza della conoscenza intuitiva è appena ammessa, e timidamente, da pochi. La conoscenza logica si è fatta la parte del leone; e, quando addirittura non divora la sua compagna, le concede appena un umile posticino di ancella o di portinaia. Che cosa è mai la conoscenza intuitiva senza il lume della intellettiva?È un servitore senza padrone: e, se al padrone occorre il servitore, è ben più necessario il primo al secondo, per campare la vita. L'intuizione è cieca; l'intelletto le presta gli occhi.Ora, il primo punto che bisogna fissare bene in mente è che la conoscenza intuitiva non ha bisogno di padroni; non ha necessità di appoggiarsi ad alcuno; non deve chiedere in prestito gli occhi altrui perché ne ha in fronte di suoi propri, validissimi. E se è indubitabile che in molte intuizioni si possono trovare mescolati concetti, in altre non vi è traccia di un simile miscuglio; il che prova che esso non è necessario.L'impressione di un chiaro di luna, ritratta da un pittore; il contorno di un Paese, delineato da un cartografo; un motivo musicale, tenero o energico; le parole di una lirica sospirosa, o quelle con le quali chiediamo, e comandiamo e ci lamentiamo nella vita ordinaria, possono ben essere tutti fatti intuitivi senza ombra di riferimenti intellettuali. Ma, checché si pensi di questi esempi, e posto anche si voglia e debba sostenere che la maggior parte delle intuizioni dell'uomo civile siano impregnate di concetti, v'è ben altro, e di più importante e conclusivo, da osservare. I concetti che si trovano misti e fusi nelle intuizioni, in quanto vi sono davvero misti e fusi, non sono più concetti, avendo perduto ogni indipendenza e autonomia. Furono già concetti, ma sono diventati, ora, semplici elementi d'intuizione.L'attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime. Se questa proposizione suona paradossale, una delle cause di ciò è senza dubbio nell'abito di dare alla parola "espressione" un significato troppo ristretto, assegnandola alle sole espressioni che si dicono verbali; laddove esistono anche espressioni non verbali, come quelle di linee, colori, toni: tutte quante da includere nel concetto di espressione, che abbraccia perciò ogni sorta di manifestazioni dell'uomo, oratore, musico, pittore o altro che sia. (Archivio Selexi) L'autore del brano ricorre all'esempio del dipinto di un chiaro di luna per:
RISPOSTA   Domanda difficile La costa deviava leggermente, e io virai in modo da oltrepassare la curva; così, anche prima di atterrare, avevamo perso di vista le imbarcazioni. Balzai fuori, e mi portai correndo, più avanti che mi fu dato osare, con un fazzolettone di seta sotto il cappello per raffrescarmi, e un paio di pistole pronte al fuoco, a mia salvaguardia. Non avevo percorso cento metri che giunsi al fortino. Ecco come era disposto, quasi sulla sommità di un monticello scaturiva una polla di acqua limpida. Orbene, sul monticello, includendovi la polla, era stata costruita una robusta ridotta di tronchi, capace di una quarantina di uomini con feritorie da fucilieri su ogni lato. Tutt'allintorno era stata ricavata una vasta radura, e la costruzione era stata completata con uno steccato alto sei piedi, senza porta o altra apertura, troppo solido per poter essere demolito senza tempo e fatica, e troppo aperto per proteggere gli assalitori. Chi si fosse trovato nel fortino, li aveva sotto tiro da qualsiasi posizione; standosene tranquillo al riparo poteva fulminarli come tante pernici. Quel che più mi sedusse fu la polla. Perché quantunque nella cabina della Hispaniola avessimo abbondanza di armi, munizioni e viveri una cosa vi era stata trascurata: non avevamo acqua. Stavo riflettendo su questo quando mi giunse, ripercosso attraverso l'isola, il grido di un uomo colpito a morte. Non sono un novizio in fatto di morti violente. È qualcosa esser stato combattente, ma qualcosa di più essere dottore. Non c'è tempo di gingillarsi nel nostro mestiere. Così io presi all'istante la mia decisione, e senza perdere un minuto tornai alla spiaggia e balzai nella barchetta. Trovai tutti assai scossi, come naturale. (Stevenson, "L'isola del tesoro", Einaudi) Che cosa colpisce maggiormente l'attenzione del protagonista mentre osserva il fortino?
RISPOSTA   Domanda difficile La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l'indifferenza alla politica. È un po' una malattia dei giovani l'indifferentismo. «La politica è una brutta cosa. Che me n'importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l'oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l'altro stava sul ponte e si accorgeva che c'era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz'ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice:«Che me ne importa? Unn'è mica mio!». Questo è l'indifferentismo alla politica.È così bello, è così comodo! È vero? È così comodo! La libertà c'è, si vive in regime di libertà. Ci sono altre cose da fare che interessarsi alla politica! Eh, lo so anche io, ci sono... Il mondo è così bello, vero? Ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi della politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l'aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent'anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai.E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica...Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo è solo, non è solo che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell'Italia e del mondo. Ora io ho poco altro da dirvi.In questa Costituzione c'è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane.E quando io leggo nell'art. 2: «l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale»; o quando leggo nell'art. 11: «L'Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie... ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini!O quando io leggo nell'art. 8:«Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour!O quando io leggo nell'art. 5: «La Repubblica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo!O quando nell'art. 52 io leggo, a proposito delle forze armate: «l'ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popoli, ma questo è Garibaldi!E quando leggo nell'art. 27: «Non è ammessa la pena di morte», ma questo è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani...Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché libertà e giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, con il pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione. (P. Calamandrei, "Discorso agli studenti milanesi", 1955) Con l'espressione "voci recenti" l'autore intende:
RISPOSTA   Domanda difficile La dilatazione temporale del periodo di dipendenza dalla famiglia d'origine ha causato un diffuso orientamento delle giovani generazioni a posticipare sempre di più la conquista dell'autonomia abitativa. I dati a livello europeo mostrano il consolidamento e la diffusione di questo comportamento in tutti i Paesi dell'Europa meridionale (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) e con peculiarità specifiche rispetto alle altre nazioni dell'Unione europea, tanto che si è consolidato l'approccio che contrappone due modelli di transizione alla vita adulta: il modello mediterraneo e quello nordico. A questi due modelli Galland aggiunge il modello britannico, caratterizzato dalla maggiore precocità nel raggiungimento delle varie fasi. La transizione dei giovani britannici, quindi, è contraddistinta dal precoce accesso al mercato del lavoro e da una più giovane età media di matrimonio, mentre, all'opposto, la maternità e la paternità sono eventi tendenzialmente rinviati.Il modello mediterraneo, di cui l'Italia è l'esempio più emblematico, è caratterizzato da un accentuato prolungamento della transizione e, soprattutto, del periodo di permanenza nella famiglia d'origine.Il modello nordico, diffuso nei Paesi dell'Europa centro-settentrionale, si presenta più complesso perché meno lineare, in quanto alcune fasi possono sovrapporsi ad altre e avere un carattere transitorio. Una delle differenze più rilevanti con il modello precedente è che l'abbandono della casa dei genitori avviene precocemente, in quanto prevale l'adozione di diverse strategie abitative, anche solo in via sperimentale. Le convivenze con il partner o con gli amici, la vita da single o la sistemazione in residenze universitarie per tutta la durata degli studi sono forme residenziali molto diffuse tra i giovani. Per il loro carattere temporaneo, tuttavia, non sempre danno esito all'acquisizione definitiva dell'autonomia abitativa.In Italia e negli altri Paesi del sud Europa, invece, lasciare la famiglia d'origine impone quasi sempre una scelta definitiva, motivata, nella maggior parte dei casi, da eventi socialmente legittimati, quali il matrimonio o un cambiamento di residenza per ragioni di lavoro. (Archivio Selexi) Il cosiddetto "modello mediterraneo", secondo quanto affermato nel brano, comporta, fra l'altro:
RISPOSTA   Domanda difficile La dilatazione temporale del periodo di dipendenza dalla famiglia d'origine ha causato un diffuso orientamento delle giovani generazioni a posticipare sempre di più la conquista dell'autonomia abitativa. I dati a livello europeo mostrano il consolidamento e la diffusione di questo comportamento in tutti i Paesi dell'Europa meridionale (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) e con peculiarità specifiche rispetto alle altre nazioni dell'Unione europea, tanto che si è consolidato l'approccio che contrappone due modelli di transizione alla vita adulta: il modello mediterraneo e quello nordico. A questi due modelli Galland aggiunge il modello britannico, caratterizzato dalla maggiore precocità nel raggiungimento delle varie fasi. La transizione dei giovani britannici, quindi, è contraddistinta dal precoce accesso al mercato del lavoro e da una più giovane età media di matrimonio, mentre, all'opposto, la maternità e la paternità sono eventi tendenzialmente rinviati.Il modello mediterraneo, di cui l'Italia è l'esempio più emblematico, è caratterizzato da un accentuato prolungamento della transizione e, soprattutto, del periodo di permanenza nella famiglia d'origine.Il modello nordico, diffuso nei Paesi dell'Europa centro-settentrionale, si presenta più complesso perché meno lineare, in quanto alcune fasi possono sovrapporsi ad altre e avere un carattere transitorio. Una delle differenze più rilevanti con il modello precedente è che l'abbandono della casa dei genitori avviene precocemente, in quanto prevale l'adozione di diverse strategie abitative, anche solo in via sperimentale. Le convivenze con il partner o con gli amici, la vita da single o la sistemazione in residenze universitarie per tutta la durata degli studi sono forme residenziali molto diffuse tra i giovani. Per il loro carattere temporaneo, tuttavia, non sempre danno esito all'acquisizione definitiva dell'autonomia abitativa.In Italia e negli altri Paesi del sud Europa, invece, lasciare la famiglia d'origine impone quasi sempre una scelta definitiva, motivata, nella maggior parte dei casi, da eventi socialmente legittimati, quali il matrimonio o un cambiamento di residenza per ragioni di lavoro. (Archivio Selexi) Quali sono i giovani che più precocemente sperimentano la maternità e la paternità?
RISPOSTA   Domanda difficile La dilatazione temporale del periodo di dipendenza dalla famiglia d'origine ha causato un diffuso orientamento delle giovani generazioni a posticipare sempre di più la conquista dell'autonomia abitativa. I dati a livello europeo mostrano il consolidamento e la diffusione di questo comportamento in tutti i Paesi dell'Europa meridionale (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) e con peculiarità specifiche rispetto alle altre nazioni dell'Unione europea, tanto che si è consolidato l'approccio che contrappone due modelli di transizione alla vita adulta: il modello mediterraneo e quello nordico. A questi due modelli Galland aggiunge il modello britannico, caratterizzato dalla maggiore precocità nel raggiungimento delle varie fasi. La transizione dei giovani britannici, quindi, è contraddistinta dal precoce accesso al mercato del lavoro e da una più giovane età media di matrimonio, mentre, all'opposto, la maternità e la paternità sono eventi tendenzialmente rinviati.Il modello mediterraneo, di cui l'Italia è l'esempio più emblematico, è caratterizzato da un accentuato prolungamento della transizione e, soprattutto, del periodo di permanenza nella famiglia d'origine.Il modello nordico, diffuso nei Paesi dell'Europa centro-settentrionale, si presenta più complesso perché meno lineare, in quanto alcune fasi possono sovrapporsi ad altre e avere un carattere transitorio. Una delle differenze più rilevanti con il modello precedente è che l'abbandono della casa dei genitori avviene precocemente, in quanto prevale l'adozione di diverse strategie abitative, anche solo in via sperimentale. Le convivenze con il partner o con gli amici, la vita da single o la sistemazione in residenze universitarie per tutta la durata degli studi sono forme residenziali molto diffuse tra i giovani. Per il loro carattere temporaneo, tuttavia, non sempre danno esito all'acquisizione definitiva dell'autonomia abitativa.In Italia e negli altri Paesi del sud Europa, invece, lasciare la famiglia d'origine impone quasi sempre una scelta definitiva, motivata, nella maggior parte dei casi, da eventi socialmente legittimati, quali il matrimonio o un cambiamento di residenza per ragioni di lavoro. (Archivio Selexi) Quale dei seguenti potrebbe essere un titolo adeguato del brano?
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà La fondamentale differenza fra governo presidenziale e governo parlamentare è che, con il primo, maggioranza parlamentare e Governo costituiscono due centri di indirizzo e di decisione reciprocamente autonomi, e quindi più facilmente in contrasto fra di loro, mentre con il secondo essi non solo non si contrappongono ma sono espressione dello stesso indirizzo politico (perché il Governo è appunto espresso dalla maggioranza parlamentare). Nel governo presidenziale prevale la divisione dei poteri fra esecutivo e legislativo, nel governo parlamentare il coordinamento fra i due poteri, politicamente omogenei. Poiché nella politica di oggi governare implica largamente la necessità di fare leggi, il coordinamento tipico dei governi parlamentari rende più facile governare. Per converso l'esecutivo, in questo sistema, non ha una sua legittimazione politica autonoma, ma la sua autorità dipende dal fatto che esso esprime la maggioranza parlamentare, e dura finché la esprime, cade quando questo appoggio cessa.In sintesi, nel nostro sistema, il Governo è espressione della maggioranza parlamentare, e dipende dalla fiducia di questa: ma contemporaneamente esso dirige la maggioranza, svolgendo in Parlamento un ruolo determinante sia nella scelta degli argomenti su cui legiferare (l'ordine del giorno) sia nella determinazione del concetto di legislazione, fino alla massima forma di pressione consistente nel vincolare la sopravvivenza del Governo stesso all'approvazione parlamentare delle sue proposte, attraverso la cosiddetta "questione di fiducia". Il Governo, dunque, come è stato detto, è il "comitato esecutivo" e insieme il "comitato direttivo" della maggioranza. Finché la maggioranza non si dissolve, o non decide di togliere la fiducia al Governo, l'azione di questo sa di poter contare, in linea di principio, sull'appoggio del Parlamento. (Da: V. Onida, "La Costituzione", Il Mulino, 2004) In un governo parlamentare, l'autorità dell'esecutivo dipende:
RISPOSTA   Domanda difficile La guerra mondiale fece precipitare la crisi nella quale si dibatteva da tempo l'Impero russo. Sarebbe naturalmente erroneo ritenere che il conflitto avesse in qualche misura determinato questa crisi; ma sarebbe altrettanto erroneo ritenere che esso abbia avuto una scarsa importanza nel determinare il collasso dell'autocrazia zarista, responsabile di uno stato di arretratezza che si traduceva in un'inferiorità tecnica e produttiva che era alla radice dei rovesci militari.I sintomi della debolezza dell'Impero zarista si erano registrati nei primi anni del secolo in occasione della guerra russo-giapponese: già allora la negativa prova militare aveva avuto come contraccolpo un'insurrezione che aveva denunciato il profondo fossato che divideva l'autocrazia del Paese, e aveva posto il problema di soddisfare non solo delle rivendicazioni di carattere sociale, ma anche delle fondamentali esigenze di natura politica.Un processo di industrializzazione era cominciato in Russia nell'ultimo ventennio dell'Ottocento. In connessione con l'inizio di questo processo, l'intellettualità si era resa conto che l'evoluzione del Paese non poteva essere frutto di azioni individuali sfocianti nel terrorismo, ma sarebbe stata frutto dell'evoluzione dei rapporti economici, i quali tuttavia erano segnati da un'intrinseca contraddizione, dal momento che nello stesso tempo in cui la politica economica si orientava verso l'industrializzazione, non si intendeva intaccare i rapporti di tipo precapitalistico esistenti nelle campagne. Il decollo industriale fu reso possibile dall'adozione di una politica protezionistica, dalla compressione dei salari operai e dall'ancoraggio del rublo all'oro, fattori che richiamarono in Russia capitali stranieri attratti dai profitti molto elevati che in tale contesto era possibile realizzare. Il settore che registrò gli investimenti più cospicui fu quello delle costruzioni ferroviarie: il suo sviluppo determinò l'incremento delle industrie estrattive del ferro e del carbone e la formazione d'una industria metalmeccanica, mentre si ebbero considerevoli progressi anche nel settore tessile e in quello della produzione petrolifera nella zona transcaucasica. L'afflusso del capitale estero fu molto massiccio: esso nel 1890 costituiva 1/3 del capitale delle società russe e nel 1900 addirittura il 50%.L'industria russa nacque con un alto livello di concentrazione, che non fu però determinata da un processo di selezione operato dalla concorrenza e venne a creare un forte squilibrio tra poche regioni industrializzate e il resto del Paese, nel quale rimasero pressochè intatti rapporti di produzione di tipo assolutamente arretrato. Questa situazione pose il problema dei rapporti tra un proletariato industriale dotato, per la sua stessa concentrazione, di una notevole forza d'urto sociale e politico, e un mondo contadino in preda a una profonda miseria e dotato di istituzioni e strutture comunitarie passibili, in prospettiva, di sviluppo o di distruzione. Si affacciò allora l'idea che non esistesse uno schema unico di sviluppo che obbligasse tutti i Paesi ad attraversare una fase capitalistica simile a quella che avevano attraversato i Paesi industrializzati dell'Europa occidentale, e che la Russia sarebbe potuta arrivare al socialismo percorrendo una via diversa.I “socialdemocratici” russi tuttavia, con alla testa Plechanov, criticarono questa prospettiva e sostennero che il passaggio attraverso uno stadio di capitalismo sviluppato sarebbe stato inevitabile anche per la società russa, e che quindi le forze veramente rivoluzionarie dovevano essere identificate nella borghesia liberale e nella classe operaia, mentre il proletariato doveva favorire la rivoluzione liberale borghese. (Archivio Selexi) Quale dei seguenti aggettivi descrive correttamente l'industria al momento della sua nascita in Russia?
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà La metacognizione è la consapevolezza che l'individuo ha dei processi cognitivi, che si manifesta sia nella conoscenza delle operazioni e dei procedimenti di cui fa uso, sia nella capacità di osservarsi mentre esegue un compito, ponendolo sotto controllo. Grazie all'attività metacognitiva, il soggetto è in grado di riconoscere che cosa sta facendo, interviene per scegliere la strategia più adatta in ogni fase del compito, ne controlla l'applicazione, verifica se i risultati sono soddisfacenti e se il lavoro può ritenersi concluso, e così via. Varie ricerche sperimentali hanno dimostrato che nell'esecuzione delle attività complesse riescono meglio quei soggetti che impiegano più tempo nelle fasi di riflessione e di controllo e, relativamente, un tempo minore in quelle di esecuzione. Gli apprendimenti innescati con largo impiego di capacità metacognitive sarebbero, inoltre, più duraturi.Per quanto riguarda in particolare la scrittura, molti sostengono che prendere coscienza dei propri processi cognitivi sarebbe una base importante per lo sviluppo di una competenza matura. Gli studenti, difatti, assumerebbero un ruolo più attivo e motivato nelle attività di composizione e, soprattutto, il loro sforzo per acquisire strategie più complesse acquisterebbe un significato grazie alla consapevolezza degli obiettivi cognitivi che si propongono, delle potenzialità delle strategie che ancora non padroneggiano e dei progressi via via realizzati. Si può concludere, di qui, che non è sufficiente che gli studenti imparino a usare delle tecniche. Occorre, anche, che ne divengano coscienti e acquisiscano la conoscenza del processo di composizione nelle sue varie componenti, così da essere in grado di governarlo.La scrittura non è infatti un'attività compatta e indivisibile, ma un'azione complessa che coinvolge una pluralità di operazioni: costituisce un processo. L'idea che essa comprenda più fasi risale tuttavia alla retorica classica, che distingueva, come è noto, cinque stadi operativi: l'inventio (reperimento delle idee e dei dati), la dispositio (organizzazione e ordinamento dei materiali in funzione dello sviluppo del discorso), l'elocutio (messa a punto verbale), la memoria (memorizzazione del discorso) e l'actio (esecuzione conclusiva). Di questi cinque stadi, solo i primi tre interessano direttamente la composizione. Gli ultimi due, infatti, sono riferiti all'esecuzione del testo, destinato a una pubblica performance orale nelle assemblee politiche o giudiziarie. Nel quadro di tale impostazione si collocano anche le proposte, più recenti, della manualistica neo-retorica, diffusa soprattutto in ambiente anglo-americano. Il modello classico viene qui però ulteriormente articolato, con l'attribuzione di uno spazio specifico all'attività di revisione del testo prodotto. Questa concezione tradizionale è alla base di tutte le elaborazioni successive, che si propongono tuttavia di superarne la staticità. Nell'impianto retorico vi è l'idea infatti che le diverse attività implicate nello scrivere si susseguano in modo rigidamente lineare e che ciascuna di esse rappresenti un momento chiuso del processo complessivo. Chi scrive, invece, non segue una sequenza di tipo rigorosamente progressivo, ma si muove con una certa libertà da uno stadio all'altro, torna su stadi precedenti, anticipa stadi successivi. Per esempio, dopo aver preparato la "scaletta" e aver dato inizio alla stesura del testo, può avere ripensamenti e modificare di conseguenza il piano precedentemente elaborato. Oppure, durante la fase di revisione, può cogliere un vuoto informativo e retrocedere alla ricerca di dati e di idee. Le operazioni di scrittura, insomma, non vengono affrontate in sequenza lineare, ma piuttosto in maniera ricorsiva.Oggi si preferisce perciò considerare la composizione come un processo costituito di sotto-processi, ognuno dei quali si distingue per un compito specifico che viene affrontato (per esempio elaborare idee, pianificare, revisionare), ma non è vincolato a una posizione rigida in una sequenza di atti scritturali. Chi scrive spezza l'azione complessiva in sotto-azioni, per ridurre la complessità del compito, ma si muove in modo elastico e flessibile fra le diverse componenti operative, coordinandole mediante un sistema di regolazione che gli permette di tenere sotto controllo l'insieme dell'attività. (Archivio Selexi) L'autore del brano afferma che:

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