Tutte le domande del quiz : Brani lunghitratto da:Esercito Italiano Quiz - Concorso per l'ammissione al 198° corso dell'Accademia Militare dell'Esercito - Anno accademico 2016/2017  Esercitati su questo Quiz  |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Fin dal periodo della laurea, Durkheim aveva chiaramente impostato la propria vita. Non aveva la vocazione del filosofo tradizionale; la filosofia, almeno come era allora insegnata, gli sembrava troppo lontana dai problemi della vita del suo tempo, troppo rivolta a sofismi vani e arcani. Egli voleva dedicarsi a una disciplina che avrebbe dovuto contribuire a chiarire le grandi questioni morali che travagliavano il suo tempo e a risolvere i problemi della società a lui contemporanea. Più concretamente, Durkheim voleva dare un contributo al consolidamento morale e politico della Terza Repubblica che, in quei giorni, era ancora una struttura politica fragile e sottoposta a tensioni. Era convinto che tale guida morale potesse essere fornita soltanto da uomini con una solida preparazione scientifica, perciò decise di dedicarsi allo studio scientifico della società, con l'obiettivo, che considerava imperativo, di costruire un sistema sociologico su basi scientifiche, non fine a se stesso, ma mezzo per la guida morale della società. Da tale obiettivo Durkheim non si allontanò mai.Tuttavia, poiché la sociologia non era materia di insegnamento né nelle scuole secondarie né all'università, Durkheim iniziò la propria carriera come insegnante di filosofia. Dal 1882 al 1887 insegnò in molti licei della provincia nei dintorni di Parigi, a eccezione di un anno in cui gli fu consentito di assentarsi per perfezionare gli studi a Parigi e in Germania. Il soggiorno di Durkheim in Germania fu prevalentemente dedicato allo studio dei metodi di insegnamento e di ricerca nella filosofia morale e nelle scienze sociali; trascorse la maggior parte del tempo a Berlino e a Lipsia, dove fu profondamente colpito dal famoso laboratorio psicologico di Wilhelm Wundt. Dai resoconti sull'esperienza in Germania, scritti successivamente, Durkheim si rivelò entusiasta della precisione e dell'obiettività scientifica nella ricerca di cui era stato testimone nel laboratorio di Wundt e altrove. Nello stesso tempo sottolineò il fatto che la Francia avrebbe dovuto emulare la Germania nel fare dell'insegnamento filosofico un servizio per fini sociali e nazionali; egli condivideva totalmente gli sforzi degli scienziati sociali e dei filosofi tedeschi, tesi a mettere in evidenza le radici sociali della nozione di dovere morale e a rendere l'etica una disciplina indipendente e positiva. (Archivio Selexi) Relativamente al brano, si indichi quale proposizione è FALSA. |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Fino ai primi anni Settanta, le marche sugli abiti erano generalmente nascoste alla vista, discretamente posizionate all'interno del colletto.Nella prima metà del secolo erano apparsi piccoli simboli all'esterno delle camicie, ma era un abbigliamento sportivo, riservato ai corsi di golf e ai campi da tennis dei ricchi. Alla fine degli anni Settanta, quando il mondo della moda si ribellò alle stravaganze dell'Era dell'Acquario, la tenuta da circolo sportivo degli anni Cinquanta divenne stile di massa per i nuovi tradizionalisti e i loro figli studenti delle scuole private. Il giocatore di polo della Ralph Lauren e l'alligatore della Lacoste scapparono dai campi da golf e se ne andarono in giro per le strade, bene in evidenza sulle camicie. Questi loghi avevano la stessa funzione sociale del cartellino del prezzo lasciato attaccato al vestito [1]: tutti sapevano esattamente quale sovrapprezzo per il nome era disposto a pagare chi indossava quel capo. A metà degli anni Ottanta, a Lacoste e Ralph Lauren si unirono Calvin Klein, Esprit e, in Canada, Roots; da affettazione ostentata [2], il logo divenne gradualmente un accessorio di moda. Estremamente eloquente era il fatto che il logo stesse aumentando di grandezza, passando dai due centimetri alle dimensioni di un torace. E il processo di inflazione del logo prosegue, esempio clamoroso ne è Tommy Hilfiger, il quale ha diffuso per primo uno stile di abbigliamento che trasforma i suoi fedeli seguaci in bambolotti che camminano, parlano e vivono, mummificati in mondi firmati Tommy Hilfiger.La crescita progressiva del logo è stata così rilevante da provocare un cambiamento sostanziale. Negli ultimi dieci-quindici anni, i loghi sono divenuti talmente importanti che hanno radicalmente [3] trasformato l'abbigliamento, riducendolo a un mero veicolo del marchio. Per dirla con una metafora, l'alligatore si è letteralmente mangiato la camicia [4]. (Naomi Klein, "No logo", Baldini&Castoldi, Milano) Quale delle seguenti affermazioni è deducibile dal brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Fra le tante città create dall'uomo, Venezia ci appare come simbolo di bellezza, di saggio governo e di un capitalismo controllato dalla comunità. La singolarità dell'ambiente fisico in cui fu costruita le conferì un fascino eccezionale: d'altra parte il sito acqueo contribuì a darle una tradizione aristocratica di libertà. Venezia fu la più libera delle molte città libere italiane, come vanta uno dei suoi cronisti medievali; non aveva altre mura che la laguna, non guardie di palazzo tranne gli operai dell'Arsenale maggiore e nessuna piazza d'armi per le esercitazioni e le parate militari a eccezione del mare. I vantaggi del luogo favorirono inoltre un'economia che combinava libertà e controlli in modi non meno insoliti del sistema viario e dell'architettura della città.Le istituzioni che rendono Venezia memorabile si vennero sviluppando nel corso di molte centinaia d'anni. Dal secolo VI dell'era cristiana al secolo XVIII, i Veneziani furono un popolo a sé. Considerati dal punto di vista dei loro mezzi di sussistenza, quei dodici secoli si dividono in tre periodi che sconfinano largamente l'uno nell'altro e durano ciascuno all'incirca quattro secoli. Fino al 1000 circa i Veneziani furono essenzialmente dei barcaioli o battellieri che, con piccoli natanti, percorrevano le loro lagune e risalivano e discendevano i fiumi e i canali di terraferma dell'Italia settentrionale. Dopo il 1000 diventarono una nazione marinara, che veleggiava, commerciava e combatteva in molte parti del Mediterraneo e dai fiumi della Russia meridionale su su fino alla Manica. Infine Venezia diventò una città di artigiani, di funzionari e di pochi aristocratici, una città famosa per i suoi talenti nel campo delle arti manuali, della finanza e del governo.La vita dei Veneziani prima del 1000 è stata ed è relativamente oscura, ma in quell'anno cominciò una serie di vittorie navali, culminata nel 1204 con la parte avuta da Venezia nella conquista di Costantinopoli a opera dei Crociati. Questa conquista fece di Venezia una potenza imperiale e, da quella data, la sua storia si intreccia con tutti i rivolgimenti di potere del Mediterraneo. Nei secoli seguenti i Veneziani mantennero, come popolo marinaro, la ricchezza e la reputazione della Repubblica, a onta delle rivoluzioni avvenute nella tecnica nautica, militare e commerciale e nelle rotte marittime. Mentre vicini imperi sorgevano e cadevano, essi elaborarono una forma di governo repubblicano che suscitava l'invidia di altre Città- Stato italiane.All'inizio dell'era moderna la maggior parte delle comunità medievali delle dimensioni di Venezia furono sopraffatte dall'ascesa di grandi monarchie fortemente organizzate e le rotte commerciali oceaniche minarono le fonti tradizionali della prosperità veneziana. Venezia nondimeno perfezionò le sue caratteristiche istituzioni repubblicane di città-Stato, conservò la sua indipendenza grazie alla sua abilità diplomatica e prolungò la propria prosperità adattando la sua attività commerciale e soprattutto manifatturiera alle nuove possibilità offerte da un'Europa in via di espansione. Nel 1600, divenuta ormai una nazione più di artigiani che di marinai, Venezia toccò il culmine della sua influenza come centro di creazione artistica. In tutti quei lunghi secoli si mantenne nelle istituzioni politiche e sociali di Venezia una notevole continuità, in cui si esprime la forza dell'attaccamento dei Veneziani agli usi e ai costumi peculiari che avevano fatto di loro un popolo a parte. (Archivio Selexi) In base a quanto riportato nel brano, quale delle seguenti affermazioni è FALSA? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Fra le tante città create dall'uomo, Venezia ci appare come simbolo di bellezza, di saggio governo e di un capitalismo controllato dalla comunità. La singolarità dell'ambiente fisico in cui fu costruita le conferì un fascino eccezionale: d'altra parte il sito acqueo contribuì a darle una tradizione aristocratica di libertà. Venezia fu la più libera delle molte città libere italiane, come vanta uno dei suoi cronisti medievali; non aveva altre mura che la laguna, non guardie di palazzo tranne gli operai dell'Arsenale maggiore e nessuna piazza d'armi per le esercitazioni e le parate militari a eccezione del mare. I vantaggi del luogo favorirono inoltre un'economia che combinava libertà e controlli in modi non meno insoliti del sistema viario e dell'architettura della città.Le istituzioni che rendono Venezia memorabile si vennero sviluppando nel corso di molte centinaia d'anni. Dal secolo VI dell'era cristiana al secolo XVIII, i Veneziani furono un popolo a sé. Considerati dal punto di vista dei loro mezzi di sussistenza, quei dodici secoli si dividono in tre periodi che sconfinano largamente l'uno nell'altro e durano ciascuno all'incirca quattro secoli. Fino al 1000 circa i Veneziani furono essenzialmente dei barcaioli o battellieri che, con piccoli natanti, percorrevano le loro lagune e risalivano e discendevano i fiumi e i canali di terraferma dell'Italia settentrionale. Dopo il 1000 diventarono una nazione marinara, che veleggiava, commerciava e combatteva in molte parti del Mediterraneo e dai fiumi della Russia meridionale su su fino alla Manica. Infine Venezia diventò una città di artigiani, di funzionari e di pochi aristocratici, una città famosa per i suoi talenti nel campo delle arti manuali, della finanza e del governo.La vita dei Veneziani prima del 1000 è stata ed è relativamente oscura, ma in quell'anno cominciò una serie di vittorie navali, culminata nel 1204 con la parte avuta da Venezia nella conquista di Costantinopoli a opera dei Crociati. Questa conquista fece di Venezia una potenza imperiale e, da quella data, la sua storia si intreccia con tutti i rivolgimenti di potere del Mediterraneo. Nei secoli seguenti i Veneziani mantennero, come popolo marinaro, la ricchezza e la reputazione della Repubblica, a onta delle rivoluzioni avvenute nella tecnica nautica, militare e commerciale e nelle rotte marittime. Mentre vicini imperi sorgevano e cadevano, essi elaborarono una forma di governo repubblicano che suscitava l'invidia di altre Città- Stato italiane.All'inizio dell'era moderna la maggior parte delle comunità medievali delle dimensioni di Venezia furono sopraffatte dall'ascesa di grandi monarchie fortemente organizzate e le rotte commerciali oceaniche minarono le fonti tradizionali della prosperità veneziana. Venezia nondimeno perfezionò le sue caratteristiche istituzioni repubblicane di città-Stato, conservò la sua indipendenza grazie alla sua abilità diplomatica e prolungò la propria prosperità adattando la sua attività commerciale e soprattutto manifatturiera alle nuove possibilità offerte da un'Europa in via di espansione. Nel 1600, divenuta ormai una nazione più di artigiani che di marinai, Venezia toccò il culmine della sua influenza come centro di creazione artistica. In tutti quei lunghi secoli si mantenne nelle istituzioni politiche e sociali di Venezia una notevole continuità, in cui si esprime la forza dell'attaccamento dei Veneziani agli usi e ai costumi peculiari che avevano fatto di loro un popolo a parte. (Archivio Selexi) Il brano risulta tratto verosimilmente da un libro di: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Fra le tante città create dall'uomo, Venezia ci appare come simbolo di bellezza, di saggio governo e di un capitalismo controllato dalla comunità. La singolarità dell'ambiente fisico in cui fu costruita le conferì un fascino eccezionale: d'altra parte il sito acqueo contribuì a darle una tradizione aristocratica di libertà. Venezia fu la più libera delle molte città libere italiane, come vanta uno dei suoi cronisti medievali; non aveva altre mura che la laguna, non guardie di palazzo tranne gli operai dell'Arsenale maggiore e nessuna piazza d'armi per le esercitazioni e le parate militari a eccezione del mare. I vantaggi del luogo favorirono inoltre un'economia che combinava libertà e controlli in modi non meno insoliti del sistema viario e dell'architettura della città.Le istituzioni che rendono Venezia memorabile si vennero sviluppando nel corso di molte centinaia d'anni. Dal secolo VI dell'era cristiana al secolo XVIII, i Veneziani furono un popolo a sé. Considerati dal punto di vista dei loro mezzi di sussistenza, quei dodici secoli si dividono in tre periodi che sconfinano largamente l'uno nell'altro e durano ciascuno all'incirca quattro secoli. Fino al 1000 circa i Veneziani furono essenzialmente dei barcaioli o battellieri che, con piccoli natanti, percorrevano le loro lagune e risalivano e discendevano i fiumi e i canali di terraferma dell'Italia settentrionale. Dopo il 1000 diventarono una nazione marinara, che veleggiava, commerciava e combatteva in molte parti del Mediterraneo e dai fiumi della Russia meridionale su su fino alla Manica. Infine Venezia diventò una città di artigiani, di funzionari e di pochi aristocratici, una città famosa per i suoi talenti nel campo delle arti manuali, della finanza e del governo.La vita dei Veneziani prima del 1000 è stata ed è relativamente oscura, ma in quell'anno cominciò una serie di vittorie navali, culminata nel 1204 con la parte avuta da Venezia nella conquista di Costantinopoli a opera dei Crociati. Questa conquista fece di Venezia una potenza imperiale e, da quella data, la sua storia si intreccia con tutti i rivolgimenti di potere del Mediterraneo. Nei secoli seguenti i Veneziani mantennero, come popolo marinaro, la ricchezza e la reputazione della Repubblica, a onta delle rivoluzioni avvenute nella tecnica nautica, militare e commerciale e nelle rotte marittime. Mentre vicini imperi sorgevano e cadevano, essi elaborarono una forma di governo repubblicano che suscitava l'invidia di altre Città- Stato italiane.All'inizio dell'era moderna la maggior parte delle comunità medievali delle dimensioni di Venezia furono sopraffatte dall'ascesa di grandi monarchie fortemente organizzate e le rotte commerciali oceaniche minarono le fonti tradizionali della prosperità veneziana. Venezia nondimeno perfezionò le sue caratteristiche istituzioni repubblicane di città-Stato, conservò la sua indipendenza grazie alla sua abilità diplomatica e prolungò la propria prosperità adattando la sua attività commerciale e soprattutto manifatturiera alle nuove possibilità offerte da un'Europa in via di espansione. Nel 1600, divenuta ormai una nazione più di artigiani che di marinai, Venezia toccò il culmine della sua influenza come centro di creazione artistica. In tutti quei lunghi secoli si mantenne nelle istituzioni politiche e sociali di Venezia una notevole continuità, in cui si esprime la forza dell'attaccamento dei Veneziani agli usi e ai costumi peculiari che avevano fatto di loro un popolo a parte. (Archivio Selexi) L'immagine di Venezia tra il 1000 e il 1700, così come si evince dal brano, è quella di una città: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Fra le tante città create dall'uomo, Venezia ci appare come simbolo di bellezza, di saggio governo e di un capitalismo controllato dalla comunità. La singolarità dell'ambiente fisico in cui fu costruita le conferì un fascino eccezionale: d'altra parte il sito acqueo contribuì a darle una tradizione aristocratica di libertà. Venezia fu la più libera delle molte città libere italiane, come vanta uno dei suoi cronisti medievali; non aveva altre mura che la laguna, non guardie di palazzo tranne gli operai dell'Arsenale maggiore e nessuna piazza d'armi per le esercitazioni e le parate militari a eccezione del mare. I vantaggi del luogo favorirono inoltre un'economia che combinava libertà e controlli in modi non meno insoliti del sistema viario e dell'architettura della città.Le istituzioni che rendono Venezia memorabile si vennero sviluppando nel corso di molte centinaia d'anni. Dal secolo VI dell'era cristiana al secolo XVIII, i Veneziani furono un popolo a sé. Considerati dal punto di vista dei loro mezzi di sussistenza, quei dodici secoli si dividono in tre periodi che sconfinano largamente l'uno nell'altro e durano ciascuno all'incirca quattro secoli. Fino al 1000 circa i Veneziani furono essenzialmente dei barcaioli o battellieri che, con piccoli natanti, percorrevano le loro lagune e risalivano e discendevano i fiumi e i canali di terraferma dell'Italia settentrionale. Dopo il 1000 diventarono una nazione marinara, che veleggiava, commerciava e combatteva in molte parti del Mediterraneo e dai fiumi della Russia meridionale su su fino alla Manica. Infine Venezia diventò una città di artigiani, di funzionari e di pochi aristocratici, una città famosa per i suoi talenti nel campo delle arti manuali, della finanza e del governo.La vita dei Veneziani prima del 1000 è stata ed è relativamente oscura, ma in quell'anno cominciò una serie di vittorie navali, culminata nel 1204 con la parte avuta da Venezia nella conquista di Costantinopoli a opera dei Crociati. Questa conquista fece di Venezia una potenza imperiale e, da quella data, la sua storia si intreccia con tutti i rivolgimenti di potere del Mediterraneo. Nei secoli seguenti i Veneziani mantennero, come popolo marinaro, la ricchezza e la reputazione della Repubblica, a onta delle rivoluzioni avvenute nella tecnica nautica, militare e commerciale e nelle rotte marittime. Mentre vicini imperi sorgevano e cadevano, essi elaborarono una forma di governo repubblicano che suscitava l'invidia di altre Città- Stato italiane.All'inizio dell'era moderna la maggior parte delle comunità medievali delle dimensioni di Venezia furono sopraffatte dall'ascesa di grandi monarchie fortemente organizzate e le rotte commerciali oceaniche minarono le fonti tradizionali della prosperità veneziana. Venezia nondimeno perfezionò le sue caratteristiche istituzioni repubblicane di città-Stato, conservò la sua indipendenza grazie alla sua abilità diplomatica e prolungò la propria prosperità adattando la sua attività commerciale e soprattutto manifatturiera alle nuove possibilità offerte da un'Europa in via di espansione. Nel 1600, divenuta ormai una nazione più di artigiani che di marinai, Venezia toccò il culmine della sua influenza come centro di creazione artistica. In tutti quei lunghi secoli si mantenne nelle istituzioni politiche e sociali di Venezia una notevole continuità, in cui si esprime la forza dell'attaccamento dei Veneziani agli usi e ai costumi peculiari che avevano fatto di loro un popolo a parte. (Archivio Selexi) Secondo quanto riportato nel brano, il talento degli artigiani veneziani trovò espressione soprattutto: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Gambe e braccia d'acciaio nella danza siderale di Wayne McGregor Un uomo e una donna danzano nella penombra della scena illuminata dalle fiaccole tenute in mano da quattro performer che delimitano il perimetro di azione. Simili a primigeni guardiani della notte di un avamposto da difendere, ma anche a guardie di un fantascientifico mondo siderale, uno dopo l'altro usciranno silenziosamente lasciando la coppia nel buio.A rischiararli ulteriormente c'é, per fondale, un pannello bianco puntellato da filiformi lampade al neon che, con effetti cangianti di luci bianche, diventerà universo stellare, monitor digitale di numeri che segnano un tempo sempre più veloce, panorama lunare, display di interferenze tecnologiche. Alzandosi e abbassandosi segnerà, insieme alla musica elettroacustica aggressiva e lirica, violenta e astrale, tellurica e rugiadosa di Ben Frost, l'atmosfera dello spettacolo. “Far" è una prolungata, complessa, imprevedibile sequenza coreografica, che segna un nuovo impulso creativo nella sperimentazione di Wayne McGregor.Rivelatosi al pubblico italiano nel 2008 con “Entità" (spettacolo che ritorna al Ravenna Festival l'11 giugno), il quarantenne coreografo britannico, che vanta collaborazioni internazionali e commissioni dalle più prestigiose istituzioni, appassionato di scienze neurologiche, continua a esplorare il corpo nella sua relazione con la musica, indagandone le molteplici possibilità meccaniche e cerebrali dettate dal movimento interno. Se l'incipit è molto intellettualistico - il titolo “Far", infatti, è l'acronimo del volume di Roy Porter “Flash in the age of reason", un trattato filosofico su corpo e anima all'epoca dei Lumi - il risultato è un'affascinante composizione ad alto tasso emozionale, che non richiede affatto la conoscenza del libro in questione.McGregor parte da questo studio per avventurarsi in un processo coreografico di percezione e movimento che genera un vocabolario di precisione matematica e, nello stesso tempo, di imprevedibile destrutturazione. Su una solidissima base classica i dieci giovani danzatori della Random Dance Company creano assoli mozzafiato fuoriuscendo dal buio e isolati in quadrati di luce; si stagliano a gruppo scolpiti in controluce; formano coppie, terzetti, quartetti con interscambi che sfumano l'uno dentro l'altro; intrecciano trame gestuali astratte che sbalordiscono per la continua tensione.Braccia e gambe come d'acciaio tirate all'estremo disegnano linee pure continuamente spezzate, che rimandano alla grammatica di William Forsythe; e poi torsioni di busti e squilibri di peso; velocità e rilassamento: materiale gestuale esasperato, fluido, dinamicissimo, che detta nuove configurazioni anatomiche e traiettorie spaziali inedite.Di conseguenza si modellano nuove forme fisiche, dinamiche, armoniche. È come se vista, udito e olfatto, sollecitati internamente, trovassero nuove espressioni e azioni esterne per comunicare. E la comunicazione fra le coppie diventa scontro, irrigidimento, seduzione, fuga, avviluppamento, passione. McGregor ci racconta anche questo, ma liberando gesto e mente da qualsiasi idea di narrazione. Perché la sua danza è astratta evocazione di un mondo interiore dirompente. Che necessita del corpo, e della sua imprevedibile forza, viscerale e istintiva."Far", regia e coreografia Wayne McGregor, musica Ben Frost, costumi Moritz Junge, set design Random International, luci Lucy Carter. All'Auditorium Conciliazione di Roma per la rassegna Tersicore. (di Giuseppe di Stefano, Il Sole 24 Ore) Le coreografie di McGregor si basano: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Gli spin-off sono le scissioni di rami d'azienda, operazioni poste in essere per massimizzarne il valore. La scissione di una parte dell'attività (magari quella più profittevole e/o a maggiori potenzialità) può infatti essere interpretata positivamente dal mercato, che vede con maggiore chiarezza e focalizzazione un particolare business che altrimenti resterebbe in una situazione di opacità. Tipici esempi di scissioni sono gli spin-off dei rami immobiliari delle aziende (Unim scissa dall'Ina), ma anche delle attività su Internet degli ex monopolisti delle telecomunicazioni (Terra Networks da Telefonica de España oppure T-Online da Deutsche Telekom).Nelle operazioni di spin-off la creazione di valore può essere spettacolare ma talvolta eccessiva: valga per tutti l'esempio di Palm dalla 3Com di marzo.3Com è un'azienda californiana con due linee business: la prima è il computer networking, in cui subisce la durissima concorrenza del numero uno mondiale, Cisco. La seconda è la produzione di Pda (personal digital assistant), computer tascabili senza fili che hanno avuto uno straordinario successo a partire dal 1995: un business nel quale la 3Com è sempre stata leader mondiale con il marchio Palm Pilot.Nel novembre scorso 3Com, quotata al Nasdaq, aveva una capitalizzazione di Borsa di oltre 10,5 miliardi di dollari. L'attesa dello spin-off di Palm ha fatto salire la capitalizzazione fino a 42 miliardi all'inizio di marzo. 3Com effettivamente scorpora la divisione Palm collocandone in borsa il 5% (e rimanendo proprietaria del restante 95%) giovedì 2 marzo, a un prezzo di 38 dollari per azione.Il debutto di Palm al Nasdaq è spettacolare: la matricola apre le contrattazioni toccando un massimo a 165 dollari, per poi ripiegare in chiusura a 95. Un prezzo sufficiente a valutare Palm 53,4 miliardi, più di quanto valesse la "mamma" 3Com. (Marco Liera e Andrea Beltratti, "Capire la borsa. Guida all'investimento", «Il Sole 24 ore») Quale tra le seguenti affermazioni è FALSA, relativamente al brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Gli uomini tendono a interpretare l'amore e il matrimonio in termini di possesso, come confermano gli studi su cerimonie nuziali, negoziati prematrimoniali, leggi sull'adulterio e canzoni d'amore. La violazione del diritto di proprietà degli uomini sulle "loro" donne può provocare gesti violenti. La grande maggioranza degli uxoricidi è dovuta al sospetto d'infedeltà o alla volontà della moglie di chiudere il rapporto: il rischio che una donna sia uccisa è più alto dopo l'abbandono di un partner violento che durante la convivenza. «Se non posso averla io, non l'avrà nessuno», pensano gli uxoricidi.II rovesciamento dei ruoli non è molto frequente. E quando le donne uccidono i partner di solito è per reazione al dominio violento dell'uomo. Forse la possessività maschile è dovuta al fatto che gli uomini sono in forte competizione tra loro per la riproduzione e possono essere ingannati riguardo alla paternità. Tuttavia, gli uomini non aggrediscono le partner allo stesso modo in tutto il mondo. Ci sono grandi differenze culturali. In Papua Nuova Guinea un etnografo ha rivelato che nella tribù dei Lusi-kaliai quasi tutte le donne subiscono prima o poi percosse dal marito, mentre in quella dei Wape le violenze sono molto rare. Anche nelle nazioni sviluppate ci sono situazioni molto diverse: secondo l'OMS, il numero delle mogli aggredite dal marito oscilla dal 10 a più del 50 per cento.Ogni anno più di cento britannici uccidono le partner o le ex partner. [...] Negli Stati Uniti sono circa mille le donne uccise dai partner o dagli ex partner ogni anno. La cifra è inferiore ai 1.400 omicidi all'anno dei primi anni Ottanta, ma in rapporto alla popolazione è pur sempre il doppio rispetto alla Gran Bretagna. Il dato sorprende perché contemporaneamente sono aumentati l'impegno femminile nel mondo del lavoro e i divorzi richiesti dalle donne, entrambi fenomeni sgraditi agli uomini possessivi. La riduzione degli uxoricidi potrebbe essere dovuta alla maggiore protezione sociale garantita alle donne maltrattate. La riduzione del numero di uomini uccisi dalla moglie è stata ancora più netta. Evidentemente i programmi per la tutela femminile hanno salvato la vita più agli uomini che alle donne: se le donne hanno la possibilità di sfuggire a uomini violenti e dominanti, sono meno inclini a uccidere. (Marty Daly e Margo Wilson, "Quando l'amore diventa pericoloso", «Internazionale») Secondo il brano, rispetto agli anni Ottanta: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Gordon Allport di Harvard ha collaborato a uno studio sulle "voci che corrono": come nascono, crescono e si diffondono. Ha intitolato il libro "The Psychology of Rumor". Ancor più di quello della pubblicità e della propaganda, lo studio delle "voci che corrono" riguarda la patologia della comunicazione. Le "voci che corrono" sono in genere fatti distorti in modo grossolano o privi di qualsiasi base di fatto. Si diffondono spesso con velocità incredibile: bastano poche parole sussurrate e "lo sa tutta la città", il che fa pensare a una curva esponenziale.Allport cita il classico caso delle campane di Anversa avvenuto durante la prima guerra mondiale:Fase 1) La "Kölnische Zeitung" dà questa notizia: "Quando si seppe della caduta di Anversa, si suonarono le campane delle chiese".Fase 2) "Le Matin" di Parigi riprende la notizia: "Secondo quanto scrive la 'Kölnische Zeitung', quando la fortezza fu espugnata il clero di Anversa fu costretto a far suonare le campane delle chiese".Fase 3) Ed ecco il "Times" di Londra: "Secondo notizie che 'Le Matin' ha avuto da Colonia, i preti belgi che rifiutarono di suonare le campane delle chiese alla caduta di Anversa furono cacciati via".Fase 4) La notizia si ritrova nel "Corriere della Sera": "Secondo notizie che il 'Times' ha avuto da Colonia, via Parigi, gli sfortunati preti che si rifiutarono di far suonare le campane delle chiese alla caduta di Anversa furono condannati ai lavori forzati".Fase 5) Si torna a "Le Matin": "Secondo informazioni che il 'Corriere della Sera' ha ricevuto da Colonia via Londra, si conferma (sic) che i barbari conquistatori di Anversa punirono gli sfortunati preti belgi, per il loro eroico rifiuto di far suonare le campane delle chiese, appendendoli alle campane stesse con la testa in giù, come batacchi viventi".Così, una storia incominciata dal semplice fatto che dopo la conquista di una città si suonarono le campane nel Paese natale dei vincitori, giunse sino alla fantastica favola dei batacchi viventi, in cui, come in altre famose storie di atrocità della prima guerra mondiale, credettero fermamente milioni di persone. Alle voci infondate, nella loro qualità di comunicazione negativa, si può porre rimedio intensificando la comunicazione positiva. Qualsiasi agente pubblicitario lo sa e, se appena gli è possibile, preferisce dire la verità.La storia delle campane di Anversa illustra non solo il modo in cui si propagano le voci infondate, ma anche una teoria che io sostengo appassionatamente, anche se forse non scientificamente, che cioè bloccare deliberatamente le linee di comunicazione è forse il peggior delitto che si possa commettere. È come avvelenare l'acqua dei pozzi nei deserti. Noi mortali siamo così inclini a credere a tutto ciò che udiamo o vediamo scritto a grandi caratteri che a tutti quelli di noi che lavorano con le parole s'impone l'obbligo solenne di renderle il più possibile chiare e sincere. (Archivio Selexi) Qual è tra i seguenti l'involontario protagonista della storia delle campane di Anversa? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. I beni culturali non possono sopravvivere, se vengono esposti senza protezione ai meccanismi del mercato, e il giornalismo di qualità, come mostra la presente crisi, non è del tutto finanziabile attraverso il mercato. Sostenere l'importanza e l'esistenza della stampa vuol dire sostenere la necessità di creare delle fondazioni, indipendenti dallo Stato, per incentivare il giornalismo di qualità. È una proposta che suona come una tipica frase sindacalista, però, anche in un Paese tradizionalmente molto legato alla stampa come la Germania, la situazione è tale che i giornali tedeschi, come la “Frankfurter Rundschau" e il “Tagesspiegel/Berliner Zeitung", non trovano nulla da ridire nell'andare a mendicare al mondo della politica denaro e trattamenti speciali; persino la creazione di organi di cogestione improvvisamente non è più considerato un tabù.I media non possono essere misurati esclusivamente in base a criteri di mercato e sembra ragionevole considerare proprio gli organi di stampa, che sviluppano la consuetudine con la lettura, come beni meritevoli, che occorre incentivare: è ragionevole intendere il giornalismo come una funzione della società e distanziarlo a sufficienza dalle minacce del sistema economico. Chi applica alla produzione di informazioni il solo criterio del profitto, si comporta in modo ingenuo e pericoloso, dimenticando che, dove il giornalismo segue essenzialmente regole economiche e finanziarie, si sottopone a cicli di crisi del mercato. Per assicurare il futuro della stampa, nei nostri Paesi abbiamo bisogno di un patto che unisca tutti coloro che vedono nei media un ruolo importante legato non solo alla cultura dell'intrattenimento, ma anche allo sviluppo e alla diffusione del sapere. Se, per usare le parole di Adorno, non esiste vita vera nella falsità, non esiste vero giornalismo nei falsi media. Ci saranno sempre grandi discussioni su quali siano i “veri" media e quale sia il “falso" giornalismo. A mio parere, però, è indiscutibile il fatto che un vivace dibattito pubblico necessiti di giornali e periodici.Se, nell'era della multimedialità, la stampa vuole continuare a essere competitiva, non possiamo rinunciare a una tutela normativa che, in quanto bene culturale, le garantisca uno stabile profilo qualitativo. (Da: "Stampa europea tra masse ed élites di Siegfried Weischenberg" in “Anomalia Italiana Televisione" a cura di Marco Buonocore, I libri di Reset, Goethe-Institut) Secondo quanto riportato nel brano, i giornali tedeschi: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. I Farquar erano sposati da molti anni quando nacque il piccolo Teddy; e furono commossi dal compiacimento dimostrato dai loro domestici, che accorsero a congratularsi portando in dono polli e uova e fiori e contemplarono estasiati la piccola testa coperta di lanugine dorata e gli occhi azzurri del bimbo. Si felicitarono con Mrs Farquar come se avesse compiuto un miracolo e Mrs Farquar, che ne era convinta quanto loro, ringraziò gli indigeni che la circondavano pieni di ammirazione con un sorriso colmo di benevola riconoscenza.[1] Un giorno, quando a Teddy vennero tagliati per la prima volta i capelli, Gideon il cuoco raccolse da terra le morbide ciocche dorate e le tenne in mano quasi con reverenza. Poi sorrise al bimbo ed esclamò: "Piccolo Testagialla!", e da allora quello fu per gli indigeni il nome del bambino. Gideon e Teddy erano diventati subito grandi amici. Quando aveva finito il suo lavoro Gideon si caricava Teddy sulle spalle, lo portava all'ombra di un grande albero e là giocava con lui, costruendogli con erba, foglie e rametti dei piccoli bizzarri giocattoli o modellando degli animali con la terra umida. Quando Teddy cominciò a muovere i primi passi Gideon si accosciava davanti a lui e con dei mormorii di incoraggiamento lo invitava a raggiungerlo, e quando il bimbo stava per cadere lo afferrava e lo lanciava in aria finché entrambi restavano senza fiato per il gran ridere. [2] Mrs Farquar voleva molto bene al vecchio cuoco per via dell'affetto che dimostrava al bambino. (da: "La magia non è in vendita" di Doris Lessing, La biblioteca di Repubblica-L'espresso) Qual è il significato del termine "reverenza" (passaggio [1])? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. I proverbi esprimono di solito il desiderio della gente. Sono i modi giocosi con cui le grandi aspirazioni tentano di diventare realtà. Nella loro laconicità esprimono l'utopia. Ma nella loro utopia determinano i grandi movimenti di pensiero e il quotidiano adattarsi alla dura realtà obiettiva (ob-jectum, cioè posto di fronte e contro). Così è per il proverbio che fa da titolo a questo capitolo: "Volere è potere". Schiacciati dalle pressioni esterne, abituati a essere imprigionati, uccisi, affamati dalle forze naturali e spesso inutilmente dai loro simili, gli uomini riaffermano la loro volontà di autonomia e il loro desiderio di sopravvivere nonostante tutto. Si rivolgono alle religioni, alla politica, alle scienze e alle arti per riaffermare il loro diritto a esistere, cioè il loro desiderio di potere. Ma l'utopia è lontana e lunga è la strada per arrivare alla meta. Da cui volere è potere. Abituati per millenni al fatto che la loro volontà non contava niente e che solo al di fuori di loro c'era il destino della loro esistenza, gli uomini hanno espresso con un proverbio il desiderio e l'utopia, la speranza e la rassegnazione, l'illusione paranoica che il mondo dipenda da loro.Volere è potere. Mai come in questo proverbio gli uomini hanno espresso la loro impotenza. Poiché dipende da noi, ogni fallimento in un'impresa è da imputarsi solo a noi. Se non abbiamo potuto è segno che non abbiamo voluto. Un invito a volere, a far agire la "forza di volontà" proprio quando tutto pare impossibile. Gli uomini, diceva Freud, preferiscono accusarsi di crimini che non hanno mai commesso, pur di sfuggire al sentimento dell'assurdo e dell'impotenza. Accusarsi significa almeno dichiararsi potenti. Il sentimento di impotenza altro non è che il sentimento di dipendenza: dalla natura, dagli animali, dagli altri uomini, dai cibi, da noi stessi. Quando Freud introdusse il concetto di inconscio, ampliò a dismisura la gamma delle nostre dipendenze. E aumentò perciò il sentimento di impotenza. Anche se è vero che la conoscenza di un legame sconosciuto, che non credevamo esistesse, giova alla conquista della nostra autonomia, ciò nonostante tale conoscenza di un legame nuovo risulta di primo acchito sgradevole e dà sentimenti di impotenza che spiegano molte delle resistenze alla psicoanalisi e alla psicologia in genere.Il desiderio di esistenza, di individualità e di vita urta contro la paura di impotenza, di dipendenza, di morte. I latini avevano due verbi per esprimere il desiderio: desiderare e optare. De-siderare deriva "dalle stelle" (sidera) ed esprimeva "desideri" che non potevano essere accontentati dalla nostra volontà. Optare deriva dai nostri occhi (in greco la radice op, presente per esempio in ottica, significa vedere) cioè dal mondo delle cose tangibili, dipendenti dalla nostra volontà. Trasformare il desiderio in opzione fu il sogno-mito del mondo greco, latino, cristiano: il volere è potere. (da: E. Spaltro, "Sentimento del potere", Boringhieri, Torino) L'utopia degli uomini: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. I proverbi esprimono di solito il desiderio della gente. Sono i modi giocosi con cui le grandi aspirazioni tentano di diventare realtà. Nella loro laconicità esprimono l'utopia. Ma nella loro utopia determinano i grandi movimenti di pensiero e il quotidiano adattarsi alla dura realtà obiettiva (ob-jectum, cioè posto di fronte e contro). Così è per il proverbio che fa da titolo a questo capitolo: "Volere è potere". Schiacciati dalle pressioni esterne, abituati a essere imprigionati, uccisi, affamati dalle forze naturali e spesso inutilmente dai loro simili, gli uomini riaffermano la loro volontà di autonomia e il loro desiderio di sopravvivere nonostante tutto. Si rivolgono alle religioni, alla politica, alle scienze e alle arti per riaffermare il loro diritto a esistere, cioè il loro desiderio di potere. Ma l'utopia è lontana e lunga è la strada per arrivare alla meta. Da cui volere è potere. Abituati per millenni al fatto che la loro volontà non contava niente e che solo al di fuori di loro c'era il destino della loro esistenza, gli uomini hanno espresso con un proverbio il desiderio e l'utopia, la speranza e la rassegnazione, l'illusione paranoica che il mondo dipenda da loro.Volere è potere. Mai come in questo proverbio gli uomini hanno espresso la loro impotenza. Poiché dipende da noi, ogni fallimento in un'impresa è da imputarsi solo a noi. Se non abbiamo potuto è segno che non abbiamo voluto. Un invito a volere, a far agire la "forza di volontà" proprio quando tutto pare impossibile. Gli uomini, diceva Freud, preferiscono accusarsi di crimini che non hanno mai commesso, pur di sfuggire al sentimento dell'assurdo e dell'impotenza. Accusarsi significa almeno dichiararsi potenti. Il sentimento di impotenza altro non è che il sentimento di dipendenza: dalla natura, dagli animali, dagli altri uomini, dai cibi, da noi stessi. Quando Freud introdusse il concetto di inconscio, ampliò a dismisura la gamma delle nostre dipendenze. E aumentò perciò il sentimento di impotenza. Anche se è vero che la conoscenza di un legame sconosciuto, che non credevamo esistesse, giova alla conquista della nostra autonomia, ciò nonostante tale conoscenza di un legame nuovo risulta di primo acchito sgradevole e dà sentimenti di impotenza che spiegano molte delle resistenze alla psicoanalisi e alla psicologia in genere.Il desiderio di esistenza, di individualità e di vita urta contro la paura di impotenza, di dipendenza, di morte. I latini avevano due verbi per esprimere il desiderio: desiderare e optare. De-siderare deriva "dalle stelle" (sidera) ed esprimeva "desideri" che non potevano essere accontentati dalla nostra volontà. Optare deriva dai nostri occhi (in greco la radice op, presente per esempio in ottica, significa vedere) cioè dal mondo delle cose tangibili, dipendenti dalla nostra volontà. Trasformare il desiderio in opzione fu il sogno-mito del mondo greco, latino, cristiano: il volere è potere. (da: E. Spaltro, "Sentimento del potere", Boringhieri, Torino) "Desiderare" e "optare": |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. I telefoni cellulari mettono in comunicazione gli utenti valendosi dell'emissione di microonde. Le stesse che permettono ai forni a microonde di cuocere gli alimenti: da qui il timore che esse possano agire allo stesso modo sull'orecchio e sul cervello dei maniaci del telefonino. La potenza di un forno a microonde è però di parecchie centinaia di watt, quella di un telefonino non supera mai i due watt. Per fare chiarezza sono stati condotti studi scientifici, finanziati in particolare dai costruttori di telefonini e dagli operatori della telefonia mobile, preoccupati di mettere fine alle voci.Anni di ricerche di dosimetria hanno dimostrato che i telefonini non provocano alcun riscaldamento di tessuti. L'assenza di riscaldamento potrebbe però essere una semplice conseguenza dell'attivazione del sistema di termoregolazione del corpo umano: la circolazione sanguigna si intensificherebbe e agirebbe come un circuito di raffreddamento. Questa attivazione sarebbe generatrice di stress e potrebbe, a lungo termine, indurre altri effetti biologici. Ma per il momento nessuno di questi effetti è stato riscontrato.E che ne è dei sospetti di eventuali effetti cancerogeni dei portatili? I vari studi si contraddicono e non sono facili da interpretare. Si dice che le microonde abbiano la capacità di eccitare le molecole. In dosi elevate possono perfino rompere i loro legami atomici. Il dottor Henry Lai, dell'Università di Washington, ha per esempio mostrato che, nel ratto, l'esposizione alle microonde aumentava del 25% il numero di rotture delle molecole di DNA del cervello. Una cifra simile dovrebbe inquietare, dato che queste rotture cromosomiche possono rendere le cellule cancerose.Ma uno studio condotto da un'équipe californiana ha fornito indicazioni opposte, provando che queste radiazioni limitavano la proliferazione di cellule tumorali nei ratti ai quali era stata inoculata una sostanza cancerogena! Ricerche francesi non hanno riscontrato alcun effetto. E se i lavori dell'équipe australiana di Michael Repacholi del Royal Adelaide Hospital hanno rilanciato i sospetti, essi non permettono più degli altri studi di trarre una conclusione netta.Il telefonino è allora esente da rischi? Certamente no. «I telefoni cellulari introdotti nel complesso sanitario devono essere tenuti spenti, perché rischiano di perturbare le apparecchiature mediche funzionanti con sistemi elettronici», recita un avviso all'ingresso degli ospedali francesi. È una circolare della Direzione degli ospedali emessa il 6 ottobre 1995, che raccomanda l'adozione di questo accorgimento per salvaguardare il corretto funzionamento delle pompe a perfusione, delle apparecchiature per la dialisi e dei respiratori, tutti apparati che potrebbero risentire delle interferenze dovute alle microonde dei telefonini. Si tratta di una semplice misura prudenziale, non essendosi verificato in Francia alcun grave incidente. (Archivio Selexi) Il brano ha carattere: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. I telefoni cellulari mettono in comunicazione gli utenti valendosi dell'emissione di microonde. Le stesse che permettono ai forni a microonde di cuocere gli alimenti: da qui il timore che esse possano agire allo stesso modo sull'orecchio e sul cervello dei maniaci del telefonino. La potenza di un forno a microonde è però di parecchie centinaia di watt, quella di un telefonino non supera mai i due watt. Per fare chiarezza sono stati condotti studi scientifici, finanziati in particolare dai costruttori di telefonini e dagli operatori della telefonia mobile, preoccupati di mettere fine alle voci.Anni di ricerche di dosimetria hanno dimostrato che i telefonini non provocano alcun riscaldamento di tessuti. L'assenza di riscaldamento potrebbe però essere una semplice conseguenza dell'attivazione del sistema di termoregolazione del corpo umano: la circolazione sanguigna si intensificherebbe e agirebbe come un circuito di raffreddamento. Questa attivazione sarebbe generatrice di stress e potrebbe, a lungo termine, indurre altri effetti biologici. Ma per il momento nessuno di questi effetti è stato riscontrato.E che ne è dei sospetti di eventuali effetti cancerogeni dei portatili? I vari studi si contraddicono e non sono facili da interpretare. Si dice che le microonde abbiano la capacità di eccitare le molecole. In dosi elevate possono perfino rompere i loro legami atomici. Il dottor Henry Lai, dell'Università di Washington, ha per esempio mostrato che, nel ratto, l'esposizione alle microonde aumentava del 25% il numero di rotture delle molecole di DNA del cervello. Una cifra simile dovrebbe inquietare, dato che queste rotture cromosomiche possono rendere le cellule cancerose.Ma uno studio condotto da un'équipe californiana ha fornito indicazioni opposte, provando che queste radiazioni limitavano la proliferazione di cellule tumorali nei ratti ai quali era stata inoculata una sostanza cancerogena! Ricerche francesi non hanno riscontrato alcun effetto. E se i lavori dell'équipe australiana di Michael Repacholi del Royal Adelaide Hospital hanno rilanciato i sospetti, essi non permettono più degli altri studi di trarre una conclusione netta.Il telefonino è allora esente da rischi? Certamente no. «I telefoni cellulari introdotti nel complesso sanitario devono essere tenuti spenti, perché rischiano di perturbare le apparecchiature mediche funzionanti con sistemi elettronici», recita un avviso all'ingresso degli ospedali francesi. È una circolare della Direzione degli ospedali emessa il 6 ottobre 1995, che raccomanda l'adozione di questo accorgimento per salvaguardare il corretto funzionamento delle pompe a perfusione, delle apparecchiature per la dialisi e dei respiratori, tutti apparati che potrebbero risentire delle interferenze dovute alle microonde dei telefonini. Si tratta di una semplice misura prudenziale, non essendosi verificato in Francia alcun grave incidente. (Archivio Selexi) Qual è il significato del termine “inoculata" utilizzato dall'autore in riferimento a una sostanza cancerogena? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Il caso che intendo descrivere nelle pagine seguenti (sempre in maniera sommaria) si distingue per diverse caratteristiche particolari sulle quali mi dovrò soffermare prima di passare all'esposizione dei fatti. È la storia di un giovane la cui salute subì un tracollo all'età di diciotto anni, dopo un'infezione blenorragica, e che, quando cominciò il trattamento psicoanalitico, parecchi anni dopo, era assolutamente incapace di badare a se stesso, per cui era costretto a dipendere in tutto e per tutto dagli altri. Nei dieci anni precedenti l'infezione, aveva condotto una vita praticamente normale, superando senza troppe difficoltà le scuole medie. Invece, i primi anni di vita erano stati turbati da una grave affezione nevrotica, che si era instaurata sottoforma di isteria d'angoscia (fobia per gli animali), poco prima che compisse i quattro anni, e si era poi trasformata in una nevrosi ossessiva a contenuto religioso che perdurò, con i suoi strascichi, fino all'ottavo anno.Qui parlerò soltanto della nevrosi infantile. Sebbene il paziente me lo abbia chiesto direttamente, mi sono astenuto dallo scrivere una storia completa della malattia, della terapia e della guarigione, in quanto trovavo questa incombenza tecnicamente irrealizzabile e socialmente inammissibile. [1] Questo mi toglie la possibilità di provare l'esistenza di un rapporto tra la malattia dell'infanzia e quella più tarda e permanente. Di questa dirò soltanto poche cose: il paziente rimase a lungo ricoverato, per questa seconda malattia, in alcune case di cura tedesche e, in quel periodo, le massime autorità gli fecero una diagnosi di “psicosi maniaco-depressiva". Questa diagnosi era certamente valida per il padre del nostro paziente, la cui esistenza, così ricca di attività e di interessi, è stata più volte turbata da accessi di depressione grave. Invece, nel figlio io non sono mai riuscito, con osservazioni durate molti anni, a riscontrare alcun mutamento di umore che non fosse proporzionato, per intensità o per le circostanze in cui si manifestava, alla sua situazione psichica. Perciò sono dell'opinione che questo caso, analogamente a molti altri cui la psichiatria clinica ha posto l'etichetta di diagnosi oltremodo svariate e ambigue, debba essere considerato come uno stato conseguente a una nevrosi ossessiva che si è conclusa spontaneamente lasciando, però, dopo la guarigione, una minorazione permanente. (Sigmund Freud, “Casi clinici") Il paziente di cui parla l'autore del brano: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Il parlare dello "scopo" dell'attività scientifica può forse suonare un po' ingenuo; è chiaro, infatti, che scienziati differenti si propongono scopi differenti, e che la scienza in se stessa (qualunque cosa ciò possa significare) non ha scopi. Tutto questo lo ammetto. E tuttavia sembra che quando parliamo di scienza ci rendiamo conto più o meno chiaramente che esiste qualcosa che è caratteristico dell'attività scientifica; e poiché l'attività scientifica ha tutto l'aspetto di un'attività razionale e l'attività razionale deve avere qualche scopo, può darsi che il tentativo di descrivere lo scopo della scienza non sia del tutto futile.Secondo ciò che intendo proporre, lo scopo della scienza è quello di trovare spiegazioni soddisfacenti di tutto ciò che ci colpisce come bisognoso di spiegazione. Per spiegazione (o spiegazione causale) si intende un insieme di asserzioni, una delle quali descrive lo stato di cose che si deve spiegare l'explicandum, mentre le altre, le asserzioni esplicative, costituiscono la "spiegazione" nel senso più stretto della parola (l'explicans dell'explicandum).Possiamo ritenere, di regola, che la verità dell'explicandum sia più o meno ben nota o che si assuma che lo sia. Non ha infatti molto senso il chiedere la spiegazione di uno stato di cose che può rivelarsi del tutto immaginario (possiamo illustrare un caso del genere ricorrendo all'esempio dei dischi volanti: ciò di cui abbiamo bisogno non è, forse, la spiegazione dei dischi volanti, ma quella dei resoconti delle apparizioni dei dischi volanti; tuttavia, se i dischi volanti esistessero davvero, non ci sarebbe più bisogno di altre spiegazioni di tali resoconti). D'altra parte l'explicans, che costituisce l'oggetto della nostra ricerca, non sarà, di regola, noto, ma dovrà essere scoperto. Così, la spiegazione scientifica, in tutti i casi in cui costituisca una scoperta, sarà la spiegazione del noto mediante l'ignoto.Per essere soddisfacente (l'essere soddisfacente può essere questione di grado) l'explicans deve soddisfare un certo numero di condizioni. In primo luogo deve implicare logicamente l'explicandum. In secondo luogo l'explicans dev'essere vero, anche se, in generale, la sua verità non è nota; in ogni caso non deve risultare falso, neanche in seguito all'esame critico più serrato. Se non sappiamo che è vero (e di solito accade proprio così), devono esistere prove indipendenti in suo favore; o, in altre parole, l'explicans deve poter essere controllabile indipendentemente: sarà tanto più soddisfacente quanto più indipendenti e quanto più severi saranno i controlli che ha superato.Così, devo ancora chiarire l'uso che io faccio dell'espressione "indipendente" e quello delle espressioni opposte: "ad hoc" e (nei casi estremi) "circolare".Sia a un explicandum che sappiamo vero; poiché, come è evidente, a segue da a stesso, possiamo sempre offrire a come spiegazione di se stesso. Ma ciò sarebbe altamente insoddisfacente, anche se, in questo caso, sapremmo che l'explicans è vero e che l'explicandum segue da esso. Dobbiamo perciò escludere le spiegazioni di questo tipo, a causa della loro circolarità.Ma il tipo di circolarità che ho in mente è questione di grado. Consideriamo il dialogo che segue: "Perché oggi il mare è agitato?" "Perché Nettuno è molto arrabbiato". "Ma quale prova puoi portare a sostegno della tua asserzione che Nettuno è molto arrabbiato?" "Oh, ma non vedi come è agitato il mare? E il mare non è sempre agitato quando Nettuno è arrabbiato?" Troviamo insoddisfacente questa spiegazione, perché (proprio come nel caso della spiegazione pienamente circolare), la sola prova dell'explicans è l'explicandum stesso. (Archivio Selexi) Quale delle spiegazioni contenute nelle frasi seguenti rispecchia meglio il problema della circolarità descritto dall'autore? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Il parlare dello "scopo" dell'attività scientifica può forse suonare un po' ingenuo; è chiaro, infatti, che scienziati differenti si propongono scopi differenti, e che la scienza in se stessa (qualunque cosa ciò possa significare) non ha scopi. Tutto questo lo ammetto. E tuttavia sembra che quando parliamo di scienza ci rendiamo conto più o meno chiaramente che esiste qualcosa che è caratteristico dell'attività scientifica; e poiché l'attività scientifica ha tutto l'aspetto di un'attività razionale e l'attività razionale deve avere qualche scopo, può darsi che il tentativo di descrivere lo scopo della scienza non sia del tutto futile.Secondo ciò che intendo proporre, lo scopo della scienza è quello di trovare spiegazioni soddisfacenti di tutto ciò che ci colpisce come bisognoso di spiegazione. Per spiegazione (o spiegazione causale) si intende un insieme di asserzioni, una delle quali descrive lo stato di cose che si deve spiegare l'explicandum, mentre le altre, le asserzioni esplicative, costituiscono la "spiegazione" nel senso più stretto della parola (l'explicans dell'explicandum).Possiamo ritenere, di regola, che la verità dell'explicandum sia più o meno ben nota o che si assuma che lo sia. Non ha infatti molto senso il chiedere la spiegazione di uno stato di cose che può rivelarsi del tutto immaginario (possiamo illustrare un caso del genere ricorrendo all'esempio dei dischi volanti: ciò di cui abbiamo bisogno non è, forse, la spiegazione dei dischi volanti, ma quella dei resoconti delle apparizioni dei dischi volanti; tuttavia, se i dischi volanti esistessero davvero, non ci sarebbe più bisogno di altre spiegazioni di tali resoconti). D'altra parte l'explicans, che costituisce l'oggetto della nostra ricerca, non sarà, di regola, noto, ma dovrà essere scoperto. Così, la spiegazione scientifica, in tutti i casi in cui costituisca una scoperta, sarà la spiegazione del noto mediante l'ignoto.Per essere soddisfacente (l'essere soddisfacente può essere questione di grado) l'explicans deve soddisfare un certo numero di condizioni. In primo luogo deve implicare logicamente l'explicandum. In secondo luogo l'explicans dev'essere vero, anche se, in generale, la sua verità non è nota; in ogni caso non deve risultare falso, neanche in seguito all'esame critico più serrato. Se non sappiamo che è vero (e di solito accade proprio così), devono esistere prove indipendenti in suo favore; o, in altre parole, l'explicans deve poter essere controllabile indipendentemente: sarà tanto più soddisfacente quanto più indipendenti e quanto più severi saranno i controlli che ha superato.Così, devo ancora chiarire l'uso che io faccio dell'espressione "indipendente" e quello delle espressioni opposte: "ad hoc" e (nei casi estremi) "circolare".Sia a un explicandum che sappiamo vero; poiché, come è evidente, a segue da a stesso, possiamo sempre offrire a come spiegazione di se stesso. Ma ciò sarebbe altamente insoddisfacente, anche se, in questo caso, sapremmo che l'explicans è vero e che l'explicandum segue da esso. Dobbiamo perciò escludere le spiegazioni di questo tipo, a causa della loro circolarità.Ma il tipo di circolarità che ho in mente è questione di grado. Consideriamo il dialogo che segue: "Perché oggi il mare è agitato?" "Perché Nettuno è molto arrabbiato". "Ma quale prova puoi portare a sostegno della tua asserzione che Nettuno è molto arrabbiato?" "Oh, ma non vedi come è agitato il mare? E il mare non è sempre agitato quando Nettuno è arrabbiato?" Troviamo insoddisfacente questa spiegazione, perché (proprio come nel caso della spiegazione pienamente circolare), la sola prova dell'explicans è l'explicandum stesso. (Archivio Selexi) Secondo l'autore del brano, si può parlare di uno “scopo della scienza"? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Il presidente R. Reagan e alcuni dei suoi ministri o consiglieri usano il linguaggio della guerra fredda; denunciano l'espansionismo sovietico, vedono la presenza sovietica in tutti i tumulti che agitano l'umanità attraverso il mondo. Ma la retorica antisovietica non permette di trinciar giudizi sulle diverse scuole di pensiero negli Stati Uniti. In realtà, la classe politica, i commentatori delle relazioni internazionali, restano profondamente divisi su certi dati (ad esempio, il rapporto di forze), sulla politica e i progetti del Cremlino.Cominciamo con i fatti e le discussioni che essi suscitano. L'Unione Sovietica si è assicurata una superiorità militare sugli Stati Uniti? A una domanda del genere non può essere data nessuna risposta semplice e categorica, visto che noi conosciamo in anticipo le quantità ma non le qualità; il valore delle armi e degli eserciti si rivela solo in combattimento. Detto questo, le quantità note, le qualità valutate alla luce dell'esperienza autorizzano un giudizio almeno probabile.A meno di rifiutare le cifre pubblicate nel fascicolo "Soviet Military Power" dal ministero americano della Difesa, mi pare incontestabile che l'Unione Sovietica possieda uno stock di armi molto superiore a quello degli Stati Uniti e una capacità di produzione industriale di armi ugualmente superiore. Bisogna dare una grande importanza ai cinquantamila carri armati, ai ventimila cannoni, ai cinquemila elicotteri? Si potrebbe obiettare che queste cifre globali non significano un granché, che la logistica non permetterebbe lo spiegamento di tutte queste armi in campo di battaglia, che comunque le forze armate sovietiche sono distribuite su molti fronti e che le grandi battaglie, paragonabili a quelle della seconda guerra mondiale, sono ormai inconcepibili, perlomeno tra le grandi potenze che dispongono di armi nucleari.Lasciamo da parte le cifre globali e diamo uno sguardo alla bilancia centrale. Il SALT 2, non ratificato dal Senato americano, verrebbe di fatto rispettato dalle due parti (supponendo che la verifica via satellite sia veramente attendibile). Secondo il trattato, gli Stati Uniti possiedono 1054 missili intercontinentali di cui 550 con MIRV, 656 missili sui sottomarini (SLBM) di cui 469 con MIRV e 573 bombardieri pesanti, alcuni dei quali dotati di missili da crociera; da parte sua, l'Unione Sovietica possiede 1398 ICBM di cui 608 con MIRV e 950 SLBM dei quali 144 dotati di MIRV e 156 bombardieri pesanti.Esiste un equilibrio? La triade americana comporta una parte relativamente ridotta di ICBM, probabilmente perché i dirigenti americani pensano che non colpiranno mai per primi, e contano di più sui missili dei sottomarini, meno vulnerabili al primo colpo. L'equilibrio è stabilito, se a definirlo è la capacità di ciascuna delle due Superpotenze di infliggere all'altra, come reazione a un primo colpo, "distruzioni inaccettabili". Ma, ribattono i pessimisti, reagire a un primo colpo contro le basi americane con il bombardamento delle città significa attirare sulle città americane bombardamenti della stessa potenza. (Archivio Selexi) Con quale finalità l'autore menziona dati quali "cinquantamila carri armati, ventimila cannoni, cinquemila elicotteri"? |
|
 Esercitati su questo Quiz  |
Cerca
CONCORSI NELLE PROVINCE
Agrigento Alessandria Ancona Aosta Arezzo Ascoli Piceno Asti Avellino Bari Barletta Andria Trani Belluno Benevento Bergamo Biella Bologna Bolzano Brescia Brindisi Cagliari Caltanissetta Campobasso Carbonia Iglesias Caserta Catania Catanzaro Chieti Como Cosenza Cremona Crotone Cuneo Enna Fermo Ferrara Firenze Foggia Forli Cesena Frosinone Genova Gorizia Grosseto Imperia Isernia La Spezia L'Aquila Latina Lecce Lecco Livorno Lodi Lucca Macerata Mantova Massa Carrara Matera Messina Milano Modena Monza e della Brianza Napoli Novara Nuoro Olbia Tempio Oristano Padova Palermo Parma Pavia Perugia Pesaro e Urbino Pescara Piacenza Pisa Pistoia Pordenone Potenza Prato Ragusa Ravenna Reggio Calabria Reggio Emilia Rieti Rimini Roma Rovigo Salerno Medio Campidano Sassari Savona Siena Siracusa Sondrio Taranto Teramo Terni Torino Ogliastra Trapani Trento Treviso Trieste Udine Varese Venezia Verbano Cusio Ossola Vercelli Verona Vibo Valentia Vicenza Viterbo

Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Fin dal periodo della laurea, Durkheim aveva chiaramente impostato la propria vita. Non aveva la vocazione del filosofo tradizionale; la filosofia, almeno come era allora insegnata, gli sembrava troppo lontana dai problemi della vita del suo tempo, troppo rivolta a sofismi vani e arcani. Egli voleva dedicarsi a una disciplina che avrebbe dovuto contribuire a chiarire le grandi questioni morali che travagliavano il suo tempo e a risolvere i problemi della società a lui contemporanea. Più concretamente, Durkheim voleva dare un contributo al consolidamento morale e politico della Terza Repubblica che, in quei giorni, era ancora una struttura politica fragile e sottoposta a tensioni. Era convinto che tale guida morale potesse essere fornita soltanto da uomini con una solida preparazione scientifica, perciò decise di dedicarsi allo studio scientifico della società, con l'obiettivo, che considerava imperativo, di costruire un sistema sociologico su basi scientifiche, non fine a se stesso, ma mezzo per la guida morale della società. Da tale obiettivo Durkheim non si allontanò mai.Tuttavia, poiché la sociologia non era materia di insegnamento né nelle scuole secondarie né all'università, Durkheim iniziò la propria carriera come insegnante di filosofia. Dal 1882 al 1887 insegnò in molti licei della provincia nei dintorni di Parigi, a eccezione di un anno in cui gli fu consentito di assentarsi per perfezionare gli studi a Parigi e in Germania. Il soggiorno di Durkheim in Germania fu prevalentemente dedicato allo studio dei metodi di insegnamento e di ricerca nella filosofia morale e nelle scienze sociali; trascorse la maggior parte del tempo a Berlino e a Lipsia, dove fu profondamente colpito dal famoso laboratorio psicologico di Wilhelm Wundt. Dai resoconti sull'esperienza in Germania, scritti successivamente, Durkheim si rivelò entusiasta della precisione e dell'obiettività scientifica nella ricerca di cui era stato testimone nel laboratorio di Wundt e altrove. Nello stesso tempo sottolineò il fatto che la Francia avrebbe dovuto emulare la Germania nel fare dell'insegnamento filosofico un servizio per fini sociali e nazionali; egli condivideva totalmente gli sforzi degli scienziati sociali e dei filosofi tedeschi, tesi a mettere in evidenza le radici sociali della nozione di dovere morale e a rendere l'etica una disciplina indipendente e positiva. (Archivio Selexi) Relativamente al brano, si indichi quale proposizione è FALSA.
Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. I telefoni cellulari mettono in comunicazione gli utenti valendosi dell'emissione di microonde. Le stesse che permettono ai forni a microonde di cuocere gli alimenti: da qui il timore che esse possano agire allo stesso modo sull'orecchio e sul cervello dei maniaci del telefonino. La potenza di un forno a microonde è però di parecchie centinaia di watt, quella di un telefonino non supera mai i due watt. Per fare chiarezza sono stati condotti studi scientifici, finanziati in particolare dai costruttori di telefonini e dagli operatori della telefonia mobile, preoccupati di mettere fine alle voci.Anni di ricerche di dosimetria hanno dimostrato che i telefonini non provocano alcun riscaldamento di tessuti. L'assenza di riscaldamento potrebbe però essere una semplice conseguenza dell'attivazione del sistema di termoregolazione del corpo umano: la circolazione sanguigna si intensificherebbe e agirebbe come un circuito di raffreddamento. Questa attivazione sarebbe generatrice di stress e potrebbe, a lungo termine, indurre altri effetti biologici. Ma per il momento nessuno di questi effetti è stato riscontrato.E che ne è dei sospetti di eventuali effetti cancerogeni dei portatili? I vari studi si contraddicono e non sono facili da interpretare. Si dice che le microonde abbiano la capacità di eccitare le molecole. In dosi elevate possono perfino rompere i loro legami atomici. Il dottor Henry Lai, dell'Università di Washington, ha per esempio mostrato che, nel ratto, l'esposizione alle microonde aumentava del 25% il numero di rotture delle molecole di DNA del cervello. Una cifra simile dovrebbe inquietare, dato che queste rotture cromosomiche possono rendere le cellule cancerose.Ma uno studio condotto da un'équipe californiana ha fornito indicazioni opposte, provando che queste radiazioni limitavano la proliferazione di cellule tumorali nei ratti ai quali era stata inoculata una sostanza cancerogena! Ricerche francesi non hanno riscontrato alcun effetto. E se i lavori dell'équipe australiana di Michael Repacholi del Royal Adelaide Hospital hanno rilanciato i sospetti, essi non permettono più degli altri studi di trarre una conclusione netta.Il telefonino è allora esente da rischi? Certamente no. «I telefoni cellulari introdotti nel complesso sanitario devono essere tenuti spenti, perché rischiano di perturbare le apparecchiature mediche funzionanti con sistemi elettronici», recita un avviso all'ingresso degli ospedali francesi. È una circolare della Direzione degli ospedali emessa il 6 ottobre 1995, che raccomanda l'adozione di questo accorgimento per salvaguardare il corretto funzionamento delle pompe a perfusione, delle apparecchiature per la dialisi e dei respiratori, tutti apparati che potrebbero risentire delle interferenze dovute alle microonde dei telefonini. Si tratta di una semplice misura prudenziale, non essendosi verificato in Francia alcun grave incidente. (Archivio Selexi) Il brano ha carattere: