Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Guardia di Finanza Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018  Esercitati su questo Quiz  |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Racconta un investigatore dell'antiterrorismo: "Quando uno sta per ore sul web, mette il "mi piace" a ogni video di esecuzioni che arriva dalla Siria, rilancia sermoni contro gli infedeli, noi lo individuiamo e lo teniamo sotto controllo. Se però poi non fa un passo nella direzione di mettere in pratica le sue aspirazioni alla Guerra Santa, e quindi non c'è uno straccio di prova da portare in un processo, salvo per le sue cattive intenzioni, la strada migliore è sbatterlo fuori". Le chiamano "espulsioni per motivi di sicurezza". Le inventò l'allora ministro dell'Interno Beppe Pisanu all'indomani dell'11 settembre. Ieri, l'ennesimo caso: un marocchino esaltato, di 40 anni, due figli nati in Italia in un matrimonio disgraziato con una italiana, residente a Prato dal 1998, uno che si è messo in luce proferendo minacce davanti a una scuola, è stato rispedito in Marocco, accompagnato da agenti di polizia, con provvedimento speciale del ministro dell'Interno. Non potrà fare ritorno in Italia per i prossimi 10 anni. E con questa di Prato, sono 55 le espulsioni di estremisti dall'inizio dell'anno. In tutto, dal 2002 a oggi, gli "espulsi per motivi di sicurezza" sono stati 238. Tutti radicali islamici che l'Antiterrorismo aveva identificato come pericolosi, ma in assenza di prove materiali si è preferito mandarli via piuttosto che arrestarli. C'è infatti un gran lavoro di prevenzione, nei confronti del terrorismo islamico. A tacere del lavoro silenzioso dell'intelligence, dall'inizio del 2015 ci sono state anche 540 perquisizioni finalizzate alla prevenzione del terrorismo, 56.426 sono state le persone controllate e 147 quelle indagate. (da: F. Grignetti, "La Stampa") Le espulsioni per motivi di sicurezza: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Racconta un investigatore dell'antiterrorismo: "Quando uno sta per ore sul web, mette il "mi piace" a ogni video di esecuzioni che arriva dalla Siria, rilancia sermoni contro gli infedeli, noi lo individuiamo e lo teniamo sotto controllo. Se però poi non fa un passo nella direzione di mettere in pratica le sue aspirazioni alla Guerra Santa, e quindi non c'è uno straccio di prova da portare in un processo, salvo per le sue cattive intenzioni, la strada migliore è sbatterlo fuori". Le chiamano "espulsioni per motivi di sicurezza". Le inventò l'allora ministro dell'Interno Beppe Pisanu all'indomani dell'11 settembre. Ieri, l'ennesimo caso: un marocchino esaltato, di 40 anni, due figli nati in Italia in un matrimonio disgraziato con una italiana, residente a Prato dal 1998, uno che si è messo in luce proferendo minacce davanti a una scuola, è stato rispedito in Marocco, accompagnato da agenti di polizia, con provvedimento speciale del ministro dell'Interno. Non potrà fare ritorno in Italia per i prossimi 10 anni. E con questa di Prato, sono 55 le espulsioni di estremisti dall'inizio dell'anno. In tutto, dal 2002 a oggi, gli "espulsi per motivi di sicurezza" sono stati 238. Tutti radicali islamici che l'Antiterrorismo aveva identificato come pericolosi, ma in assenza di prove materiali si è preferito mandarli via piuttosto che arrestarli. C'è infatti un gran lavoro di prevenzione, nei confronti del terrorismo islamico. A tacere del lavoro silenzioso dell'intelligence, dall'inizio del 2015 ci sono state anche 540 perquisizioni finalizzate alla prevenzione del terrorismo, 56.426 sono state le persone controllate e 147 quelle indagate. (da: F. Grignetti, "La Stampa") Secondo le dichiarazioni dell'investigatore dell'antiterrorismo: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Racconta un investigatore dell'antiterrorismo: "Quando uno sta per ore sul web, mette il "mi piace" a ogni video di esecuzioni che arriva dalla Siria, rilancia sermoni contro gli infedeli, noi lo individuiamo e lo teniamo sotto controllo. Se però poi non fa un passo nella direzione di mettere in pratica le sue aspirazioni alla Guerra Santa, e quindi non c'è uno straccio di prova da portare in un processo, salvo per le sue cattive intenzioni, la strada migliore è sbatterlo fuori". Le chiamano "espulsioni per motivi di sicurezza". Le inventò l'allora ministro dell'Interno Beppe Pisanu all'indomani dell'11 settembre. Ieri, l'ennesimo caso: un marocchino esaltato, di 40 anni, due figli nati in Italia in un matrimonio disgraziato con una italiana, residente a Prato dal 1998, uno che si è messo in luce proferendo minacce davanti a una scuola, è stato rispedito in Marocco, accompagnato da agenti di polizia, con provvedimento speciale del ministro dell'Interno. Non potrà fare ritorno in Italia per i prossimi 10 anni. E con questa di Prato, sono 55 le espulsioni di estremisti dall'inizio dell'anno. In tutto, dal 2002 a oggi, gli "espulsi per motivi di sicurezza" sono stati 238. Tutti radicali islamici che l'Antiterrorismo aveva identificato come pericolosi, ma in assenza di prove materiali si è preferito mandarli via piuttosto che arrestarli. C'è infatti un gran lavoro di prevenzione, nei confronti del terrorismo islamico. A tacere del lavoro silenzioso dell'intelligence, dall'inizio del 2015 ci sono state anche 540 perquisizioni finalizzate alla prevenzione del terrorismo, 56.426 sono state le persone controllate e 147 quelle indagate. (da: F. Grignetti, "La Stampa") È opinione dell'autore del brano che: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Racconta un investigatore dell'antiterrorismo: "Quando uno sta per ore sul web, mette il "mi piace" a ogni video di esecuzioni che arriva dalla Siria, rilancia sermoni contro gli infedeli, noi lo individuiamo e lo teniamo sotto controllo. Se però poi non fa un passo nella direzione di mettere in pratica le sue aspirazioni alla Guerra Santa, e quindi non c'è uno straccio di prova da portare in un processo, salvo per le sue cattive intenzioni, la strada migliore è sbatterlo fuori". Le chiamano "espulsioni per motivi di sicurezza". Le inventò l'allora ministro dell'Interno Beppe Pisanu all'indomani dell'11 settembre. Ieri, l'ennesimo caso: un marocchino esaltato, di 40 anni, due figli nati in Italia in un matrimonio disgraziato con una italiana, residente a Prato dal 1998, uno che si è messo in luce proferendo minacce davanti a una scuola, è stato rispedito in Marocco, accompagnato da agenti di polizia, con provvedimento speciale del ministro dell'Interno. Non potrà fare ritorno in Italia per i prossimi 10 anni. E con questa di Prato, sono 55 le espulsioni di estremisti dall'inizio dell'anno. In tutto, dal 2002 a oggi, gli "espulsi per motivi di sicurezza" sono stati 238. Tutti radicali islamici che l'Antiterrorismo aveva identificato come pericolosi, ma in assenza di prove materiali si è preferito mandarli via piuttosto che arrestarli. C'è infatti un gran lavoro di prevenzione, nei confronti del terrorismo islamico. A tacere del lavoro silenzioso dell'intelligence, dall'inizio del 2015 ci sono state anche 540 perquisizioni finalizzate alla prevenzione del terrorismo, 56.426 sono state le persone controllate e 147 quelle indagate. (da: F. Grignetti, "La Stampa") Relativamente al trend delle espulsioni per motivi di sicurezza, si può desumere che: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Racconta un investigatore dell'antiterrorismo: "Quando uno sta per ore sul web, mette il "mi piace" a ogni video di esecuzioni che arriva dalla Siria, rilancia sermoni contro gli infedeli, noi lo individuiamo e lo teniamo sotto controllo. Se però poi non fa un passo nella direzione di mettere in pratica le sue aspirazioni alla Guerra Santa, e quindi non c'è uno straccio di prova da portare in un processo, salvo per le sue cattive intenzioni, la strada migliore è sbatterlo fuori". Le chiamano "espulsioni per motivi di sicurezza". Le inventò l'allora ministro dell'Interno Beppe Pisanu all'indomani dell'11 settembre. Ieri, l'ennesimo caso: un marocchino esaltato, di 40 anni, due figli nati in Italia in un matrimonio disgraziato con una italiana, residente a Prato dal 1998, uno che si è messo in luce proferendo minacce davanti a una scuola, è stato rispedito in Marocco, accompagnato da agenti di polizia, con provvedimento speciale del ministro dell'Interno. Non potrà fare ritorno in Italia per i prossimi 10 anni. E con questa di Prato, sono 55 le espulsioni di estremisti dall'inizio dell'anno. In tutto, dal 2002 a oggi, gli "espulsi per motivi di sicurezza" sono stati 238. Tutti radicali islamici che l'Antiterrorismo aveva identificato come pericolosi, ma in assenza di prove materiali si è preferito mandarli via piuttosto che arrestarli. C'è infatti un gran lavoro di prevenzione, nei confronti del terrorismo islamico. A tacere del lavoro silenzioso dell'intelligence, dall'inizio del 2015 ci sono state anche 540 perquisizioni finalizzate alla prevenzione del terrorismo, 56.426 sono state le persone controllate e 147 quelle indagate. (da: F. Grignetti, "La Stampa") Da ciò che si dice nel brano, si può desumere che: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Riciclare alluminio fa bene all'ambiente e all'economia, e in questo l'Italia è bravissima [1]: è prima in Europa e terza nel mondo per capacità di recupero di questo metallo che diventa poi automobili, caffettiere, occhiali, biciclette...L'alluminio, come tutti i materiali metallici, è facilmente riciclabile per fusione e, mentre nel caso degli altri metalli il recupero è importante, per l'alluminio questa pratica è fondamentale perché riciclabile all'infinito, al 100% e con l'utilizzo del solo 5% di energia elettrica necessaria per la produzione di quello primario.I numeri del risparmio sono notevoli: se per produrre 1 kg di alluminio primario servono 15 kWh, per l'alluminio secondario ne bastano 0,75, con la conseguenza che sempre più oggetti di uso comune sono realizzati con materiale riciclato. È il caso dell'industria automobilistica, dove il 90% dell'alluminio utilizzato per produrre i cerchioni è riciclato, così come il 30% di quello utilizzato nella realizzazione di pistoni e cilindri e il 40% di quello impiegato per la struttura complessiva dell'auto.Per altri oggetti le percentuali sono ancora maggiori: le caffettiere prodotte in Italia sono ormai fatte al 100% di alluminio riciclato, mentre per le pentole siamo al 90%.Fino alla seconda metà dell'Ottocento, quando si sono trovati nuovi giacimenti e, soprattutto, metodi nuovi e relativamente convenienti per la produzione di alluminio primario, questo metallo era considerato semiprezioso, ricercato e pagato quanto l'argento. Ancora oggi per ottenere una tonnellata di primario sono necessarie 4 tonnellate di bauxite, ma nel corso del Novecento i progressi della tecnologia hanno comunque abbattuto del 90% il prezzo del minerale.Per contro sono cresciuti i prezzi dell'energia: un problema serio per l'Italia (grande importatore di energia), che in parte spiega la crisi della siderurgia.La complessità della lavorazione e il prezzo dell'energia sono dunque i due fattori che rendono fondamentale il riciclo dell'alluminio, sia per l'economia sia per l'ambiente.In questo l'Italia è davvero brava: col 70% tra quota di riciclo e quota avviata al recupero energetico (ai termovalorizzatori) rispetto al fabbisogno industriale, il nostro Paese ha evitato emissioni per 370.000 tonnellate di CO2 equivalente e risparmiato energia pari a 160.000 tonnellate di petrolio equivalente [2] (dati CiAl 2013). E con 870.000 tonnellate di rottami riciclati si attesta al primo posto in Europa e al terzo nel mondo, dopo Stati Uniti e Cina, per capacità di recupero di alluminio secondario. Un risultato da mantenere con il contributo di tutti noi. (da: Debora Serra, "La seconda vita dell'alluminio", "Focus") Quale delle seguenti affermazioni in relazione all'Italia è desumibile dal testo? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Riciclare alluminio fa bene all'ambiente e all'economia, e in questo l'Italia è bravissima [1]: è prima in Europa e terza nel mondo per capacità di recupero di questo metallo che diventa poi automobili, caffettiere, occhiali, biciclette...L'alluminio, come tutti i materiali metallici, è facilmente riciclabile per fusione e, mentre nel caso degli altri metalli il recupero è importante, per l'alluminio questa pratica è fondamentale perché riciclabile all'infinito, al 100% e con l'utilizzo del solo 5% di energia elettrica necessaria per la produzione di quello primario.I numeri del risparmio sono notevoli: se per produrre 1 kg di alluminio primario servono 15 kWh, per l'alluminio secondario ne bastano 0,75, con la conseguenza che sempre più oggetti di uso comune sono realizzati con materiale riciclato. È il caso dell'industria automobilistica, dove il 90% dell'alluminio utilizzato per produrre i cerchioni è riciclato, così come il 30% di quello utilizzato nella realizzazione di pistoni e cilindri e il 40% di quello impiegato per la struttura complessiva dell'auto.Per altri oggetti le percentuali sono ancora maggiori: le caffettiere prodotte in Italia sono ormai fatte al 100% di alluminio riciclato, mentre per le pentole siamo al 90%.Fino alla seconda metà dell'Ottocento, quando si sono trovati nuovi giacimenti e, soprattutto, metodi nuovi e relativamente convenienti per la produzione di alluminio primario, questo metallo era considerato semiprezioso, ricercato e pagato quanto l'argento. Ancora oggi per ottenere una tonnellata di primario sono necessarie 4 tonnellate di bauxite, ma nel corso del Novecento i progressi della tecnologia hanno comunque abbattuto del 90% il prezzo del minerale.Per contro sono cresciuti i prezzi dell'energia: un problema serio per l'Italia (grande importatore di energia), che in parte spiega la crisi della siderurgia.La complessità della lavorazione e il prezzo dell'energia sono dunque i due fattori che rendono fondamentale il riciclo dell'alluminio, sia per l'economia sia per l'ambiente.In questo l'Italia è davvero brava: col 70% tra quota di riciclo e quota avviata al recupero energetico (ai termovalorizzatori) rispetto al fabbisogno industriale, il nostro Paese ha evitato emissioni per 370.000 tonnellate di CO2 equivalente e risparmiato energia pari a 160.000 tonnellate di petrolio equivalente [2] (dati CiAl 2013). E con 870.000 tonnellate di rottami riciclati si attesta al primo posto in Europa e al terzo nel mondo, dopo Stati Uniti e Cina, per capacità di recupero di alluminio secondario. Un risultato da mantenere con il contributo di tutti noi. (da: Debora Serra, "La seconda vita dell'alluminio", "Focus") Quale delle seguenti affermazioni è desumibile dal testo? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Riciclare alluminio fa bene all'ambiente e all'economia, e in questo l'Italia è bravissima [1]: è prima in Europa e terza nel mondo per capacità di recupero di questo metallo che diventa poi automobili, caffettiere, occhiali, biciclette...L'alluminio, come tutti i materiali metallici, è facilmente riciclabile per fusione e, mentre nel caso degli altri metalli il recupero è importante, per l'alluminio questa pratica è fondamentale perché riciclabile all'infinito, al 100% e con l'utilizzo del solo 5% di energia elettrica necessaria per la produzione di quello primario.I numeri del risparmio sono notevoli: se per produrre 1 kg di alluminio primario servono 15 kWh, per l'alluminio secondario ne bastano 0,75, con la conseguenza che sempre più oggetti di uso comune sono realizzati con materiale riciclato. È il caso dell'industria automobilistica, dove il 90% dell'alluminio utilizzato per produrre i cerchioni è riciclato, così come il 30% di quello utilizzato nella realizzazione di pistoni e cilindri e il 40% di quello impiegato per la struttura complessiva dell'auto.Per altri oggetti le percentuali sono ancora maggiori: le caffettiere prodotte in Italia sono ormai fatte al 100% di alluminio riciclato, mentre per le pentole siamo al 90%.Fino alla seconda metà dell'Ottocento, quando si sono trovati nuovi giacimenti e, soprattutto, metodi nuovi e relativamente convenienti per la produzione di alluminio primario, questo metallo era considerato semiprezioso, ricercato e pagato quanto l'argento. Ancora oggi per ottenere una tonnellata di primario sono necessarie 4 tonnellate di bauxite, ma nel corso del Novecento i progressi della tecnologia hanno comunque abbattuto del 90% il prezzo del minerale.Per contro sono cresciuti i prezzi dell'energia: un problema serio per l'Italia (grande importatore di energia), che in parte spiega la crisi della siderurgia.La complessità della lavorazione e il prezzo dell'energia sono dunque i due fattori che rendono fondamentale il riciclo dell'alluminio, sia per l'economia sia per l'ambiente.In questo l'Italia è davvero brava: col 70% tra quota di riciclo e quota avviata al recupero energetico (ai termovalorizzatori) rispetto al fabbisogno industriale, il nostro Paese ha evitato emissioni per 370.000 tonnellate di CO2 equivalente e risparmiato energia pari a 160.000 tonnellate di petrolio equivalente [2] (dati CiAl 2013). E con 870.000 tonnellate di rottami riciclati si attesta al primo posto in Europa e al terzo nel mondo, dopo Stati Uniti e Cina, per capacità di recupero di alluminio secondario. Un risultato da mantenere con il contributo di tutti noi. (da: Debora Serra, "La seconda vita dell'alluminio", "Focus") Quale delle seguenti affermazioni NON è desumibile dal testo? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Riciclare alluminio fa bene all'ambiente e all'economia, e in questo l'Italia è bravissima [1]: è prima in Europa e terza nel mondo per capacità di recupero di questo metallo che diventa poi automobili, caffettiere, occhiali, biciclette...L'alluminio, come tutti i materiali metallici, è facilmente riciclabile per fusione e, mentre nel caso degli altri metalli il recupero è importante, per l'alluminio questa pratica è fondamentale perché riciclabile all'infinito, al 100% e con l'utilizzo del solo 5% di energia elettrica necessaria per la produzione di quello primario.I numeri del risparmio sono notevoli: se per produrre 1 kg di alluminio primario servono 15 kWh, per l'alluminio secondario ne bastano 0,75, con la conseguenza che sempre più oggetti di uso comune sono realizzati con materiale riciclato. È il caso dell'industria automobilistica, dove il 90% dell'alluminio utilizzato per produrre i cerchioni è riciclato, così come il 30% di quello utilizzato nella realizzazione di pistoni e cilindri e il 40% di quello impiegato per la struttura complessiva dell'auto.Per altri oggetti le percentuali sono ancora maggiori: le caffettiere prodotte in Italia sono ormai fatte al 100% di alluminio riciclato, mentre per le pentole siamo al 90%.Fino alla seconda metà dell'Ottocento, quando si sono trovati nuovi giacimenti e, soprattutto, metodi nuovi e relativamente convenienti per la produzione di alluminio primario, questo metallo era considerato semiprezioso, ricercato e pagato quanto l'argento. Ancora oggi per ottenere una tonnellata di primario sono necessarie 4 tonnellate di bauxite, ma nel corso del Novecento i progressi della tecnologia hanno comunque abbattuto del 90% il prezzo del minerale.Per contro sono cresciuti i prezzi dell'energia: un problema serio per l'Italia (grande importatore di energia), che in parte spiega la crisi della siderurgia.La complessità della lavorazione e il prezzo dell'energia sono dunque i due fattori che rendono fondamentale il riciclo dell'alluminio, sia per l'economia sia per l'ambiente.In questo l'Italia è davvero brava: col 70% tra quota di riciclo e quota avviata al recupero energetico (ai termovalorizzatori) rispetto al fabbisogno industriale, il nostro Paese ha evitato emissioni per 370.000 tonnellate di CO2 equivalente e risparmiato energia pari a 160.000 tonnellate di petrolio equivalente [2] (dati CiAl 2013). E con 870.000 tonnellate di rottami riciclati si attesta al primo posto in Europa e al terzo nel mondo, dopo Stati Uniti e Cina, per capacità di recupero di alluminio secondario. Un risultato da mantenere con il contributo di tutti noi. (da: Debora Serra, "La seconda vita dell'alluminio", "Focus") Il termine "bravissima", indicato nel testo dal riferimento [1], è un aggettivo qualificativo: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Riciclare alluminio fa bene all'ambiente e all'economia, e in questo l'Italia è bravissima [1]: è prima in Europa e terza nel mondo per capacità di recupero di questo metallo che diventa poi automobili, caffettiere, occhiali, biciclette...L'alluminio, come tutti i materiali metallici, è facilmente riciclabile per fusione e, mentre nel caso degli altri metalli il recupero è importante, per l'alluminio questa pratica è fondamentale perché riciclabile all'infinito, al 100% e con l'utilizzo del solo 5% di energia elettrica necessaria per la produzione di quello primario.I numeri del risparmio sono notevoli: se per produrre 1 kg di alluminio primario servono 15 kWh, per l'alluminio secondario ne bastano 0,75, con la conseguenza che sempre più oggetti di uso comune sono realizzati con materiale riciclato. È il caso dell'industria automobilistica, dove il 90% dell'alluminio utilizzato per produrre i cerchioni è riciclato, così come il 30% di quello utilizzato nella realizzazione di pistoni e cilindri e il 40% di quello impiegato per la struttura complessiva dell'auto.Per altri oggetti le percentuali sono ancora maggiori: le caffettiere prodotte in Italia sono ormai fatte al 100% di alluminio riciclato, mentre per le pentole siamo al 90%.Fino alla seconda metà dell'Ottocento, quando si sono trovati nuovi giacimenti e, soprattutto, metodi nuovi e relativamente convenienti per la produzione di alluminio primario, questo metallo era considerato semiprezioso, ricercato e pagato quanto l'argento. Ancora oggi per ottenere una tonnellata di primario sono necessarie 4 tonnellate di bauxite, ma nel corso del Novecento i progressi della tecnologia hanno comunque abbattuto del 90% il prezzo del minerale.Per contro sono cresciuti i prezzi dell'energia: un problema serio per l'Italia (grande importatore di energia), che in parte spiega la crisi della siderurgia.La complessità della lavorazione e il prezzo dell'energia sono dunque i due fattori che rendono fondamentale il riciclo dell'alluminio, sia per l'economia sia per l'ambiente.In questo l'Italia è davvero brava: col 70% tra quota di riciclo e quota avviata al recupero energetico (ai termovalorizzatori) rispetto al fabbisogno industriale, il nostro Paese ha evitato emissioni per 370.000 tonnellate di CO2 equivalente e risparmiato energia pari a 160.000 tonnellate di petrolio equivalente [2] (dati CiAl 2013). E con 870.000 tonnellate di rottami riciclati si attesta al primo posto in Europa e al terzo nel mondo, dopo Stati Uniti e Cina, per capacità di recupero di alluminio secondario. Un risultato da mantenere con il contributo di tutti noi. (da: Debora Serra, "La seconda vita dell'alluminio", "Focus") L'espressione "tonnellate di petrolio equivalente", indicata nel testo con il riferimento [2], indica: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Robot e sofisticati strumenti tecnologici sono già da tempo nelle sale operatorie e nei laboratori degli ospedali: automazione e sistemi di controllo remoto saranno presto disponibili per migliorare anche le prestazioni di assistenza sanitaria d'emergenza. Sono milioni le persone che ogni anno, nel mondo, vengono soccorse da un'ambulanza, ma l'attuale organizzazione dei mezzi di soccorso, che prevede una persona designata esclusivamente alla guida del veicolo, può essere migliorata. In alcuni Paesi si valuta la possibilità di impiegare ambulanze dotate di sistemi di guida autonoma. Auto e camion senza conducente (driverless) sono da anni in fase di sperimentazione e recentemente, seppure in aree non pubbliche, sono entrati in attività. Non è escluso che avremo presto ambulanze senza conducente, che si ritiene possano "liberare" un paramedico dal compito di autista per dedicarlo all'assistenza del paziente [1]. [...] Se vedrà la luce, la sperimentazione sarà graduale: inizialmente è infatti previsto l'impiego di ambulanze driverless per il solo trasporto di pazienti a basso rischio verso l'ospedale più vicino e lungo percorsi predefiniti. Tutto ciò permetterebbe un miglior servizio di assistenza, almeno in teoria, e certamente un significativo risparmio economico. Le ambulanze a guida autonoma non sono l'unica novità hi-tech in vista: i droni, sempre più diffusi per scopi militari e scientifici, e con grandi potenzialità nelle attività commerciali, potrebbero intervenire anche nel soccorso di emergenza. Uno studio statistico condotto da un istituto clinico svedese ha analizzato la possibilità di usare droni per soccorrere persone colpite da arresto cardiaco. Sono oltre 100.000 all'anno gli infarti che si verificano in Italia: la sopravvivenza è questione di tempo e la tempestività del primo soccorso è fondamentale. La diffusione capillare sul territorio delle "colonnine con defibrillatori" ha permesso di ottenere buoni risultati, ma si può fare di meglio [2]. La ricerca ha messo a confronto i tempi d'intervento delle ambulanze con i tempi di assistenza forniti da droni appositamente equipaggiati: nella media, l'impiego di droni ridurrebbe i tempi di oltre 16 minuti. [...] Nell'ambito della sperimentazione, con la collaborazione dell'agenzia dei trasporti svedese è stato sviluppato un drone multirotore del peso di 5,7 kg, equipaggiato con un sistema GPS e un defibrillatore automatico esterno (DAE). Per lo studio, il drone, che può raggiungere una velocità massima di 75 chilometri all'ora, è stato ospitato in una stazione dei vigili del fuoco di una zona molto frequentata a nord di Stoccolma.Il drone ha risposto a 18 chiamate di soccorso per arresto cardiaco nel raggio di 10 km dalla sua base, e ha ottenuto ogni volta prestazioni migliori delle ambulanze. I risultati hanno mostrato che il tempo medio di arrivo sul luogo dell'intervento è stato di 5 minuti e 21 secondi per il drone, contro i 22 minuti delle ambulanze. (Da: Andrea Rubin, "Nuove tecnologie per emergenze sanitarie", wwww.focus.it) Secondo l'autore dell'articolo quali tecnologie robotiche potrebbero essere introdotte nell'ambito medico? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Robot e sofisticati strumenti tecnologici sono già da tempo nelle sale operatorie e nei laboratori degli ospedali: automazione e sistemi di controllo remoto saranno presto disponibili per migliorare anche le prestazioni di assistenza sanitaria d'emergenza. Sono milioni le persone che ogni anno, nel mondo, vengono soccorse da un'ambulanza, ma l'attuale organizzazione dei mezzi di soccorso, che prevede una persona designata esclusivamente alla guida del veicolo, può essere migliorata. In alcuni Paesi si valuta la possibilità di impiegare ambulanze dotate di sistemi di guida autonoma. Auto e camion senza conducente (driverless) sono da anni in fase di sperimentazione e recentemente, seppure in aree non pubbliche, sono entrati in attività. Non è escluso che avremo presto ambulanze senza conducente, che si ritiene possano "liberare" un paramedico dal compito di autista per dedicarlo all'assistenza del paziente [1]. [...] Se vedrà la luce, la sperimentazione sarà graduale: inizialmente è infatti previsto l'impiego di ambulanze driverless per il solo trasporto di pazienti a basso rischio verso l'ospedale più vicino e lungo percorsi predefiniti. Tutto ciò permetterebbe un miglior servizio di assistenza, almeno in teoria, e certamente un significativo risparmio economico. Le ambulanze a guida autonoma non sono l'unica novità hi-tech in vista: i droni, sempre più diffusi per scopi militari e scientifici, e con grandi potenzialità nelle attività commerciali, potrebbero intervenire anche nel soccorso di emergenza. Uno studio statistico condotto da un istituto clinico svedese ha analizzato la possibilità di usare droni per soccorrere persone colpite da arresto cardiaco. Sono oltre 100.000 all'anno gli infarti che si verificano in Italia: la sopravvivenza è questione di tempo e la tempestività del primo soccorso è fondamentale. La diffusione capillare sul territorio delle "colonnine con defibrillatori" ha permesso di ottenere buoni risultati, ma si può fare di meglio [2]. La ricerca ha messo a confronto i tempi d'intervento delle ambulanze con i tempi di assistenza forniti da droni appositamente equipaggiati: nella media, l'impiego di droni ridurrebbe i tempi di oltre 16 minuti. [...] Nell'ambito della sperimentazione, con la collaborazione dell'agenzia dei trasporti svedese è stato sviluppato un drone multirotore del peso di 5,7 kg, equipaggiato con un sistema GPS e un defibrillatore automatico esterno (DAE). Per lo studio, il drone, che può raggiungere una velocità massima di 75 chilometri all'ora, è stato ospitato in una stazione dei vigili del fuoco di una zona molto frequentata a nord di Stoccolma.Il drone ha risposto a 18 chiamate di soccorso per arresto cardiaco nel raggio di 10 km dalla sua base, e ha ottenuto ogni volta prestazioni migliori delle ambulanze. I risultati hanno mostrato che il tempo medio di arrivo sul luogo dell'intervento è stato di 5 minuti e 21 secondi per il drone, contro i 22 minuti delle ambulanze. (Da: Andrea Rubin, "Nuove tecnologie per emergenze sanitarie", wwww.focus.it) L'utilizzo di vetture senza conducente è: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Robot e sofisticati strumenti tecnologici sono già da tempo nelle sale operatorie e nei laboratori degli ospedali: automazione e sistemi di controllo remoto saranno presto disponibili per migliorare anche le prestazioni di assistenza sanitaria d'emergenza. Sono milioni le persone che ogni anno, nel mondo, vengono soccorse da un'ambulanza, ma l'attuale organizzazione dei mezzi di soccorso, che prevede una persona designata esclusivamente alla guida del veicolo, può essere migliorata. In alcuni Paesi si valuta la possibilità di impiegare ambulanze dotate di sistemi di guida autonoma. Auto e camion senza conducente (driverless) sono da anni in fase di sperimentazione e recentemente, seppure in aree non pubbliche, sono entrati in attività. Non è escluso che avremo presto ambulanze senza conducente, che si ritiene possano "liberare" un paramedico dal compito di autista per dedicarlo all'assistenza del paziente [1]. [...] Se vedrà la luce, la sperimentazione sarà graduale: inizialmente è infatti previsto l'impiego di ambulanze driverless per il solo trasporto di pazienti a basso rischio verso l'ospedale più vicino e lungo percorsi predefiniti. Tutto ciò permetterebbe un miglior servizio di assistenza, almeno in teoria, e certamente un significativo risparmio economico. Le ambulanze a guida autonoma non sono l'unica novità hi-tech in vista: i droni, sempre più diffusi per scopi militari e scientifici, e con grandi potenzialità nelle attività commerciali, potrebbero intervenire anche nel soccorso di emergenza. Uno studio statistico condotto da un istituto clinico svedese ha analizzato la possibilità di usare droni per soccorrere persone colpite da arresto cardiaco. Sono oltre 100.000 all'anno gli infarti che si verificano in Italia: la sopravvivenza è questione di tempo e la tempestività del primo soccorso è fondamentale. La diffusione capillare sul territorio delle "colonnine con defibrillatori" ha permesso di ottenere buoni risultati, ma si può fare di meglio [2]. La ricerca ha messo a confronto i tempi d'intervento delle ambulanze con i tempi di assistenza forniti da droni appositamente equipaggiati: nella media, l'impiego di droni ridurrebbe i tempi di oltre 16 minuti. [...] Nell'ambito della sperimentazione, con la collaborazione dell'agenzia dei trasporti svedese è stato sviluppato un drone multirotore del peso di 5,7 kg, equipaggiato con un sistema GPS e un defibrillatore automatico esterno (DAE). Per lo studio, il drone, che può raggiungere una velocità massima di 75 chilometri all'ora, è stato ospitato in una stazione dei vigili del fuoco di una zona molto frequentata a nord di Stoccolma.Il drone ha risposto a 18 chiamate di soccorso per arresto cardiaco nel raggio di 10 km dalla sua base, e ha ottenuto ogni volta prestazioni migliori delle ambulanze. I risultati hanno mostrato che il tempo medio di arrivo sul luogo dell'intervento è stato di 5 minuti e 21 secondi per il drone, contro i 22 minuti delle ambulanze. (Da: Andrea Rubin, "Nuove tecnologie per emergenze sanitarie", wwww.focus.it) Quali vantaggi potrebbe portare l'applicazione di droni all'assistenza sanitaria? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Robot e sofisticati strumenti tecnologici sono già da tempo nelle sale operatorie e nei laboratori degli ospedali: automazione e sistemi di controllo remoto saranno presto disponibili per migliorare anche le prestazioni di assistenza sanitaria d'emergenza. Sono milioni le persone che ogni anno, nel mondo, vengono soccorse da un'ambulanza, ma l'attuale organizzazione dei mezzi di soccorso, che prevede una persona designata esclusivamente alla guida del veicolo, può essere migliorata. In alcuni Paesi si valuta la possibilità di impiegare ambulanze dotate di sistemi di guida autonoma. Auto e camion senza conducente (driverless) sono da anni in fase di sperimentazione e recentemente, seppure in aree non pubbliche, sono entrati in attività. Non è escluso che avremo presto ambulanze senza conducente, che si ritiene possano "liberare" un paramedico dal compito di autista per dedicarlo all'assistenza del paziente [1]. [...] Se vedrà la luce, la sperimentazione sarà graduale: inizialmente è infatti previsto l'impiego di ambulanze driverless per il solo trasporto di pazienti a basso rischio verso l'ospedale più vicino e lungo percorsi predefiniti. Tutto ciò permetterebbe un miglior servizio di assistenza, almeno in teoria, e certamente un significativo risparmio economico. Le ambulanze a guida autonoma non sono l'unica novità hi-tech in vista: i droni, sempre più diffusi per scopi militari e scientifici, e con grandi potenzialità nelle attività commerciali, potrebbero intervenire anche nel soccorso di emergenza. Uno studio statistico condotto da un istituto clinico svedese ha analizzato la possibilità di usare droni per soccorrere persone colpite da arresto cardiaco. Sono oltre 100.000 all'anno gli infarti che si verificano in Italia: la sopravvivenza è questione di tempo e la tempestività del primo soccorso è fondamentale. La diffusione capillare sul territorio delle "colonnine con defibrillatori" ha permesso di ottenere buoni risultati, ma si può fare di meglio [2]. La ricerca ha messo a confronto i tempi d'intervento delle ambulanze con i tempi di assistenza forniti da droni appositamente equipaggiati: nella media, l'impiego di droni ridurrebbe i tempi di oltre 16 minuti. [...] Nell'ambito della sperimentazione, con la collaborazione dell'agenzia dei trasporti svedese è stato sviluppato un drone multirotore del peso di 5,7 kg, equipaggiato con un sistema GPS e un defibrillatore automatico esterno (DAE). Per lo studio, il drone, che può raggiungere una velocità massima di 75 chilometri all'ora, è stato ospitato in una stazione dei vigili del fuoco di una zona molto frequentata a nord di Stoccolma.Il drone ha risposto a 18 chiamate di soccorso per arresto cardiaco nel raggio di 10 km dalla sua base, e ha ottenuto ogni volta prestazioni migliori delle ambulanze. I risultati hanno mostrato che il tempo medio di arrivo sul luogo dell'intervento è stato di 5 minuti e 21 secondi per il drone, contro i 22 minuti delle ambulanze. (Da: Andrea Rubin, "Nuove tecnologie per emergenze sanitarie", wwww.focus.it) Che cosa intende l'autore del brano con [1] "ambulanze senza conducente, che si ritiene possano 'liberare' un paramedico dal compito di autista per dedicarlo all'assistenza del paziente"? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Robot e sofisticati strumenti tecnologici sono già da tempo nelle sale operatorie e nei laboratori degli ospedali: automazione e sistemi di controllo remoto saranno presto disponibili per migliorare anche le prestazioni di assistenza sanitaria d'emergenza. Sono milioni le persone che ogni anno, nel mondo, vengono soccorse da un'ambulanza, ma l'attuale organizzazione dei mezzi di soccorso, che prevede una persona designata esclusivamente alla guida del veicolo, può essere migliorata. In alcuni Paesi si valuta la possibilità di impiegare ambulanze dotate di sistemi di guida autonoma. Auto e camion senza conducente (driverless) sono da anni in fase di sperimentazione e recentemente, seppure in aree non pubbliche, sono entrati in attività. Non è escluso che avremo presto ambulanze senza conducente, che si ritiene possano "liberare" un paramedico dal compito di autista per dedicarlo all'assistenza del paziente [1]. [...] Se vedrà la luce, la sperimentazione sarà graduale: inizialmente è infatti previsto l'impiego di ambulanze driverless per il solo trasporto di pazienti a basso rischio verso l'ospedale più vicino e lungo percorsi predefiniti. Tutto ciò permetterebbe un miglior servizio di assistenza, almeno in teoria, e certamente un significativo risparmio economico. Le ambulanze a guida autonoma non sono l'unica novità hi-tech in vista: i droni, sempre più diffusi per scopi militari e scientifici, e con grandi potenzialità nelle attività commerciali, potrebbero intervenire anche nel soccorso di emergenza. Uno studio statistico condotto da un istituto clinico svedese ha analizzato la possibilità di usare droni per soccorrere persone colpite da arresto cardiaco. Sono oltre 100.000 all'anno gli infarti che si verificano in Italia: la sopravvivenza è questione di tempo e la tempestività del primo soccorso è fondamentale. La diffusione capillare sul territorio delle "colonnine con defibrillatori" ha permesso di ottenere buoni risultati, ma si può fare di meglio [2]. La ricerca ha messo a confronto i tempi d'intervento delle ambulanze con i tempi di assistenza forniti da droni appositamente equipaggiati: nella media, l'impiego di droni ridurrebbe i tempi di oltre 16 minuti. [...] Nell'ambito della sperimentazione, con la collaborazione dell'agenzia dei trasporti svedese è stato sviluppato un drone multirotore del peso di 5,7 kg, equipaggiato con un sistema GPS e un defibrillatore automatico esterno (DAE). Per lo studio, il drone, che può raggiungere una velocità massima di 75 chilometri all'ora, è stato ospitato in una stazione dei vigili del fuoco di una zona molto frequentata a nord di Stoccolma.Il drone ha risposto a 18 chiamate di soccorso per arresto cardiaco nel raggio di 10 km dalla sua base, e ha ottenuto ogni volta prestazioni migliori delle ambulanze. I risultati hanno mostrato che il tempo medio di arrivo sul luogo dell'intervento è stato di 5 minuti e 21 secondi per il drone, contro i 22 minuti delle ambulanze. (Da: Andrea Rubin, "Nuove tecnologie per emergenze sanitarie", wwww.focus.it) Individuare, tra le alternative, la corretta analisi del seguente periodo [2] "La diffusione capillare sul territorio delle 'colonnine con defibrillatori' ha permesso di ottenere buoni risultati, ma si può fare di meglio". |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Sarà la crisi, sarà una moda, saranno le foto patinate, ma c'erano una volta le seconde case lasciate vuote, lusso improduttivo, e oggi sono sempre meno. Gli italiani si sono accorti del piccolo tesoro che avevano, letteralmente, in casa e hanno iniziato a mettere sul mercato letti e stanze, secondi bagni e divani, trovando in Airbnb una piattaforma ideale per incontrare turisti e viaggiatori d'affari.Il servizio web nato in California è sbarcato in Italia nel 2011, ma ha registrato nell'ultimo anno una crescita verticale. Gli alloggi offerti oggi in Italia sono oltre 150 mila, il 99% in più di quelli del giugno 2014.L'Italia è il terzo mercato al mondo per Airbnb, la società fondata da Brian Chesky che oggi ha una valorizzazione da 24 miliardi di dollari ed è divenuta un paradigma della sharing economy [1], la nuova epoca dell'economia che mette al centro i numeri, l'efficienza e la condivisione.Non è stato sempre tutto in discesa per Chesky e soci: quando nel 2008 avevano già l'idea ma non ancora un dollaro, indebitarono prima le rispettive carte di credito, e poi si misero a vendere scatole di cereali personalizzate che fruttarono 30mila dollari fondamentali per lo sviluppo della società.Forse senza ambizioni globali, la notizia è che anche gli italiani hanno iniziato a far di conto, tra tasse, mercato immobiliare depresso e milioni di appartamenti sfitti. La vecchia casa del nonno è diventata "loft in centro", la camera degli ospiti è diventata davvero tale, ma uno diverso alla settimana. Molti hanno comprato casa e pagano il mutuo con l'incasso dell'affitto.In questi giorni una settimana in un appartamento a Torino porta al proprietario circa 228 euro, che diventano 563 a Venezia, 341 a Roma, 422 a Milano.Airbnb ha dato vita a economie di commercialisti e consulenti, donne delle pulizie e ristrutturatori, sicuramente ha fatto bene all'Ikea. Ma con il sito è nato anche un nuovo stile nel racconto della propria casa. Il titolo accattivante dell'inserzione, le fotografie dei particolari (validate dai viaggiatori), tutto conta per catturare l'attenzione del cliente. Come ogni servizio sociale che si rispetti, alla fine ci sono le recensioni: anche chi paga per la camera o l'appartamento riceve un voto, e così alla prenotazione successiva il controllo è più qualificato. (da: Beniamino Pagliaro, "Il boom italiano di Airbnb in vacanza a casa d'altri", "La Stampa") Quale delle seguenti affermazioni è deducibile dal testo? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Sarà la crisi, sarà una moda, saranno le foto patinate, ma c'erano una volta le seconde case lasciate vuote, lusso improduttivo, e oggi sono sempre meno. Gli italiani si sono accorti del piccolo tesoro che avevano, letteralmente, in casa e hanno iniziato a mettere sul mercato letti e stanze, secondi bagni e divani, trovando in Airbnb una piattaforma ideale per incontrare turisti e viaggiatori d'affari.Il servizio web nato in California è sbarcato in Italia nel 2011, ma ha registrato nell'ultimo anno una crescita verticale. Gli alloggi offerti oggi in Italia sono oltre 150 mila, il 99% in più di quelli del giugno 2014.L'Italia è il terzo mercato al mondo per Airbnb, la società fondata da Brian Chesky che oggi ha una valorizzazione da 24 miliardi di dollari ed è divenuta un paradigma della sharing economy [1], la nuova epoca dell'economia che mette al centro i numeri, l'efficienza e la condivisione.Non è stato sempre tutto in discesa per Chesky e soci: quando nel 2008 avevano già l'idea ma non ancora un dollaro, indebitarono prima le rispettive carte di credito, e poi si misero a vendere scatole di cereali personalizzate che fruttarono 30mila dollari fondamentali per lo sviluppo della società.Forse senza ambizioni globali, la notizia è che anche gli italiani hanno iniziato a far di conto, tra tasse, mercato immobiliare depresso e milioni di appartamenti sfitti. La vecchia casa del nonno è diventata "loft in centro", la camera degli ospiti è diventata davvero tale, ma uno diverso alla settimana. Molti hanno comprato casa e pagano il mutuo con l'incasso dell'affitto.In questi giorni una settimana in un appartamento a Torino porta al proprietario circa 228 euro, che diventano 563 a Venezia, 341 a Roma, 422 a Milano.Airbnb ha dato vita a economie di commercialisti e consulenti, donne delle pulizie e ristrutturatori, sicuramente ha fatto bene all'Ikea. Ma con il sito è nato anche un nuovo stile nel racconto della propria casa. Il titolo accattivante dell'inserzione, le fotografie dei particolari (validate dai viaggiatori), tutto conta per catturare l'attenzione del cliente. Come ogni servizio sociale che si rispetti, alla fine ci sono le recensioni: anche chi paga per la camera o l'appartamento riceve un voto, e così alla prenotazione successiva il controllo è più qualificato. (da: Beniamino Pagliaro, "Il boom italiano di Airbnb in vacanza a casa d'altri", "La Stampa") Qual è il significato di "sharing economy" indicato nel testo col riferimento [1]? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Sarà la crisi, sarà una moda, saranno le foto patinate, ma c'erano una volta le seconde case lasciate vuote, lusso improduttivo, e oggi sono sempre meno. Gli italiani si sono accorti del piccolo tesoro che avevano, letteralmente, in casa e hanno iniziato a mettere sul mercato letti e stanze, secondi bagni e divani, trovando in Airbnb una piattaforma ideale per incontrare turisti e viaggiatori d'affari.Il servizio web nato in California è sbarcato in Italia nel 2011, ma ha registrato nell'ultimo anno una crescita verticale. Gli alloggi offerti oggi in Italia sono oltre 150 mila, il 99% in più di quelli del giugno 2014.L'Italia è il terzo mercato al mondo per Airbnb, la società fondata da Brian Chesky che oggi ha una valorizzazione da 24 miliardi di dollari ed è divenuta un paradigma della sharing economy [1], la nuova epoca dell'economia che mette al centro i numeri, l'efficienza e la condivisione.Non è stato sempre tutto in discesa per Chesky e soci: quando nel 2008 avevano già l'idea ma non ancora un dollaro, indebitarono prima le rispettive carte di credito, e poi si misero a vendere scatole di cereali personalizzate che fruttarono 30mila dollari fondamentali per lo sviluppo della società.Forse senza ambizioni globali, la notizia è che anche gli italiani hanno iniziato a far di conto, tra tasse, mercato immobiliare depresso e milioni di appartamenti sfitti. La vecchia casa del nonno è diventata "loft in centro", la camera degli ospiti è diventata davvero tale, ma uno diverso alla settimana. Molti hanno comprato casa e pagano il mutuo con l'incasso dell'affitto.In questi giorni una settimana in un appartamento a Torino porta al proprietario circa 228 euro, che diventano 563 a Venezia, 341 a Roma, 422 a Milano.Airbnb ha dato vita a economie di commercialisti e consulenti, donne delle pulizie e ristrutturatori, sicuramente ha fatto bene all'Ikea. Ma con il sito è nato anche un nuovo stile nel racconto della propria casa. Il titolo accattivante dell'inserzione, le fotografie dei particolari (validate dai viaggiatori), tutto conta per catturare l'attenzione del cliente. Come ogni servizio sociale che si rispetti, alla fine ci sono le recensioni: anche chi paga per la camera o l'appartamento riceve un voto, e così alla prenotazione successiva il controllo è più qualificato. (da: Beniamino Pagliaro, "Il boom italiano di Airbnb in vacanza a casa d'altri", "La Stampa") Quale delle seguenti affermazioni NON è deducibile dal testo? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Sarà la crisi, sarà una moda, saranno le foto patinate, ma c'erano una volta le seconde case lasciate vuote, lusso improduttivo, e oggi sono sempre meno. Gli italiani si sono accorti del piccolo tesoro che avevano, letteralmente, in casa e hanno iniziato a mettere sul mercato letti e stanze, secondi bagni e divani, trovando in Airbnb una piattaforma ideale per incontrare turisti e viaggiatori d'affari.Il servizio web nato in California è sbarcato in Italia nel 2011, ma ha registrato nell'ultimo anno una crescita verticale. Gli alloggi offerti oggi in Italia sono oltre 150 mila, il 99% in più di quelli del giugno 2014.L'Italia è il terzo mercato al mondo per Airbnb, la società fondata da Brian Chesky che oggi ha una valorizzazione da 24 miliardi di dollari ed è divenuta un paradigma della sharing economy [1], la nuova epoca dell'economia che mette al centro i numeri, l'efficienza e la condivisione.Non è stato sempre tutto in discesa per Chesky e soci: quando nel 2008 avevano già l'idea ma non ancora un dollaro, indebitarono prima le rispettive carte di credito, e poi si misero a vendere scatole di cereali personalizzate che fruttarono 30mila dollari fondamentali per lo sviluppo della società.Forse senza ambizioni globali, la notizia è che anche gli italiani hanno iniziato a far di conto, tra tasse, mercato immobiliare depresso e milioni di appartamenti sfitti. La vecchia casa del nonno è diventata "loft in centro", la camera degli ospiti è diventata davvero tale, ma uno diverso alla settimana. Molti hanno comprato casa e pagano il mutuo con l'incasso dell'affitto.In questi giorni una settimana in un appartamento a Torino porta al proprietario circa 228 euro, che diventano 563 a Venezia, 341 a Roma, 422 a Milano.Airbnb ha dato vita a economie di commercialisti e consulenti, donne delle pulizie e ristrutturatori, sicuramente ha fatto bene all'Ikea. Ma con il sito è nato anche un nuovo stile nel racconto della propria casa. Il titolo accattivante dell'inserzione, le fotografie dei particolari (validate dai viaggiatori), tutto conta per catturare l'attenzione del cliente. Come ogni servizio sociale che si rispetti, alla fine ci sono le recensioni: anche chi paga per la camera o l'appartamento riceve un voto, e così alla prenotazione successiva il controllo è più qualificato. (da: Beniamino Pagliaro, "Il boom italiano di Airbnb in vacanza a casa d'altri", "La Stampa") Quale delle seguenti affermazioni in riferimento a Airbnb NON è deducibile dal brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Sarà la crisi, sarà una moda, saranno le foto patinate, ma c'erano una volta le seconde case lasciate vuote, lusso improduttivo, e oggi sono sempre meno. Gli italiani si sono accorti del piccolo tesoro che avevano, letteralmente, in casa e hanno iniziato a mettere sul mercato letti e stanze, secondi bagni e divani, trovando in Airbnb una piattaforma ideale per incontrare turisti e viaggiatori d'affari.Il servizio web nato in California è sbarcato in Italia nel 2011, ma ha registrato nell'ultimo anno una crescita verticale. Gli alloggi offerti oggi in Italia sono oltre 150 mila, il 99% in più di quelli del giugno 2014.L'Italia è il terzo mercato al mondo per Airbnb, la società fondata da Brian Chesky che oggi ha una valorizzazione da 24 miliardi di dollari ed è divenuta un paradigma della sharing economy [1], la nuova epoca dell'economia che mette al centro i numeri, l'efficienza e la condivisione.Non è stato sempre tutto in discesa per Chesky e soci: quando nel 2008 avevano già l'idea ma non ancora un dollaro, indebitarono prima le rispettive carte di credito, e poi si misero a vendere scatole di cereali personalizzate che fruttarono 30mila dollari fondamentali per lo sviluppo della società.Forse senza ambizioni globali, la notizia è che anche gli italiani hanno iniziato a far di conto, tra tasse, mercato immobiliare depresso e milioni di appartamenti sfitti. La vecchia casa del nonno è diventata "loft in centro", la camera degli ospiti è diventata davvero tale, ma uno diverso alla settimana. Molti hanno comprato casa e pagano il mutuo con l'incasso dell'affitto.In questi giorni una settimana in un appartamento a Torino porta al proprietario circa 228 euro, che diventano 563 a Venezia, 341 a Roma, 422 a Milano.Airbnb ha dato vita a economie di commercialisti e consulenti, donne delle pulizie e ristrutturatori, sicuramente ha fatto bene all'Ikea. Ma con il sito è nato anche un nuovo stile nel racconto della propria casa. Il titolo accattivante dell'inserzione, le fotografie dei particolari (validate dai viaggiatori), tutto conta per catturare l'attenzione del cliente. Come ogni servizio sociale che si rispetti, alla fine ci sono le recensioni: anche chi paga per la camera o l'appartamento riceve un voto, e così alla prenotazione successiva il controllo è più qualificato. (da: Beniamino Pagliaro, "Il boom italiano di Airbnb in vacanza a casa d'altri", "La Stampa") Dal testo si evince che in Italia: |
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Leggere attentamente il seguente brano. Riciclare alluminio fa bene all'ambiente e all'economia, e in questo l'Italia è bravissima [1]: è prima in Europa e terza nel mondo per capacità di recupero di questo metallo che diventa poi automobili, caffettiere, occhiali, biciclette...L'alluminio, come tutti i materiali metallici, è facilmente riciclabile per fusione e, mentre nel caso degli altri metalli il recupero è importante, per l'alluminio questa pratica è fondamentale perché riciclabile all'infinito, al 100% e con l'utilizzo del solo 5% di energia elettrica necessaria per la produzione di quello primario.I numeri del risparmio sono notevoli: se per produrre 1 kg di alluminio primario servono 15 kWh, per l'alluminio secondario ne bastano 0,75, con la conseguenza che sempre più oggetti di uso comune sono realizzati con materiale riciclato. È il caso dell'industria automobilistica, dove il 90% dell'alluminio utilizzato per produrre i cerchioni è riciclato, così come il 30% di quello utilizzato nella realizzazione di pistoni e cilindri e il 40% di quello impiegato per la struttura complessiva dell'auto.Per altri oggetti le percentuali sono ancora maggiori: le caffettiere prodotte in Italia sono ormai fatte al 100% di alluminio riciclato, mentre per le pentole siamo al 90%.Fino alla seconda metà dell'Ottocento, quando si sono trovati nuovi giacimenti e, soprattutto, metodi nuovi e relativamente convenienti per la produzione di alluminio primario, questo metallo era considerato semiprezioso, ricercato e pagato quanto l'argento. Ancora oggi per ottenere una tonnellata di primario sono necessarie 4 tonnellate di bauxite, ma nel corso del Novecento i progressi della tecnologia hanno comunque abbattuto del 90% il prezzo del minerale.Per contro sono cresciuti i prezzi dell'energia: un problema serio per l'Italia (grande importatore di energia), che in parte spiega la crisi della siderurgia.La complessità della lavorazione e il prezzo dell'energia sono dunque i due fattori che rendono fondamentale il riciclo dell'alluminio, sia per l'economia sia per l'ambiente.In questo l'Italia è davvero brava: col 70% tra quota di riciclo e quota avviata al recupero energetico (ai termovalorizzatori) rispetto al fabbisogno industriale, il nostro Paese ha evitato emissioni per 370.000 tonnellate di CO2 equivalente e risparmiato energia pari a 160.000 tonnellate di petrolio equivalente [2] (dati CiAl 2013). E con 870.000 tonnellate di rottami riciclati si attesta al primo posto in Europa e al terzo nel mondo, dopo Stati Uniti e Cina, per capacità di recupero di alluminio secondario. Un risultato da mantenere con il contributo di tutti noi. (da: Debora Serra, "La seconda vita dell'alluminio", "Focus") Quale delle seguenti affermazioni in relazione all'Italia è desumibile dal testo?