Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Guardia di Finanza Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018  Esercitati su questo Quiz  |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Si narra che un anziano impiegato di corte dicesse: " Rigorosamente parlando, l'imperatore Francesco Giuseppe regnò fino alla morte di Johann Strauss". L'ultima fase della civiltà asburgica appare infatti compresa tra due poli opposti, tra una malinconica consapevolezza del declino, sopportato con tacita dignità, e una leggerezza spensierata e operettistica. Due poli che sono le due facce di una stessa medaglia, due volti dell'ultima illusione mitteleuropea [1]. La vecchiezza dell'imperatore monotono e puntuale riverbera in un tono da leggenda il tramonto austroungarico, e personifica la vana e patetica fermezza contro i colpi che sgretolavano, uno dopo l'altro, la monarchia danubiana.Contemporaneamente questo mondo morente si mette in maschera, vela il proprio declino di una spumeggiante gioia di vivere, evade in una superficiale e dimentica sensualità.Il Danubio giallastro e fangoso diviene azzurro [2], e dal disfacimento storico-politico si evade in un fugace, sentimentale e godereccio paradiso terrestre. Se la laboriosa pedanteria dell'imperatore suggerisce il mito del burocratico e silenzioso riserbo, la sua uniforme gallonata e la rigida etichetta aprono la strada alla celebrazione dei balli di corte, delle carrozze fastose e dei brillanti ufficiali. La narrativa, il teatro, la poesia e la musica creano il volto sfumato e inconfondibile della Vienna dei valzer, degli amori facili e sentimentali, e del piacere di esistere: una belle époque meno sfrenata ma più danzante e sorridente di quella parigina. L'operetta è l'idillio di questa sera dell'impero, e molti fili sotterranei legano la frivola banalità dei libretti e le gaie o nostalgiche melodie alle opere dei più maturi scrittori di questa stagione letteraria. Man mano si avvicina la fine e le difficoltà dell'impero s'ingigantiscono, l'evasione dalla realtà sociale si accentua, e riveste di uno spensierato edonismo la vita. In questo senso Johann Strauss è la più tipica voce dell'età francogiuseppina, uno dei più validi sostegni dell'alienazione godereccia e musicale del suddito asburgico. La musica, l'arte più apolitica, era sempre stata la liberazione e la catarsi dell'anima austriaca. Negli ultimi anni dell'imperialregia monarchia questo tentativo di alienazione, di appagamento estetico diventa più intenso e pressante, assume delle proporzioni più vaste e scende a un livello più popolare; [3] la dolce medicina si fa più superficiale e accessibile. (da: Claudio Magris, "Il mito asburgico", Piccola Biblioteca Einaudi) Perché la società viennese ha bisogno di evasione? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Si narra che un anziano impiegato di corte dicesse: " Rigorosamente parlando, l'imperatore Francesco Giuseppe regnò fino alla morte di Johann Strauss". L'ultima fase della civiltà asburgica appare infatti compresa tra due poli opposti, tra una malinconica consapevolezza del declino, sopportato con tacita dignità, e una leggerezza spensierata e operettistica. Due poli che sono le due facce di una stessa medaglia, due volti dell'ultima illusione mitteleuropea [1]. La vecchiezza dell'imperatore monotono e puntuale riverbera in un tono da leggenda il tramonto austroungarico, e personifica la vana e patetica fermezza contro i colpi che sgretolavano, uno dopo l'altro, la monarchia danubiana.Contemporaneamente questo mondo morente si mette in maschera, vela il proprio declino di una spumeggiante gioia di vivere, evade in una superficiale e dimentica sensualità.Il Danubio giallastro e fangoso diviene azzurro [2], e dal disfacimento storico-politico si evade in un fugace, sentimentale e godereccio paradiso terrestre. Se la laboriosa pedanteria dell'imperatore suggerisce il mito del burocratico e silenzioso riserbo, la sua uniforme gallonata e la rigida etichetta aprono la strada alla celebrazione dei balli di corte, delle carrozze fastose e dei brillanti ufficiali. La narrativa, il teatro, la poesia e la musica creano il volto sfumato e inconfondibile della Vienna dei valzer, degli amori facili e sentimentali, e del piacere di esistere: una belle époque meno sfrenata ma più danzante e sorridente di quella parigina. L'operetta è l'idillio di questa sera dell'impero, e molti fili sotterranei legano la frivola banalità dei libretti e le gaie o nostalgiche melodie alle opere dei più maturi scrittori di questa stagione letteraria. Man mano si avvicina la fine e le difficoltà dell'impero s'ingigantiscono, l'evasione dalla realtà sociale si accentua, e riveste di uno spensierato edonismo la vita. In questo senso Johann Strauss è la più tipica voce dell'età francogiuseppina, uno dei più validi sostegni dell'alienazione godereccia e musicale del suddito asburgico. La musica, l'arte più apolitica, era sempre stata la liberazione e la catarsi dell'anima austriaca. Negli ultimi anni dell'imperialregia monarchia questo tentativo di alienazione, di appagamento estetico diventa più intenso e pressante, assume delle proporzioni più vaste e scende a un livello più popolare; [3] la dolce medicina si fa più superficiale e accessibile. (da: Claudio Magris, "Il mito asburgico", Piccola Biblioteca Einaudi) Quale delle seguenti alternative spiega il significato dell'aggettivo "mitteleuropea" [1]? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Si narra che un anziano impiegato di corte dicesse: " Rigorosamente parlando, l'imperatore Francesco Giuseppe regnò fino alla morte di Johann Strauss". L'ultima fase della civiltà asburgica appare infatti compresa tra due poli opposti, tra una malinconica consapevolezza del declino, sopportato con tacita dignità, e una leggerezza spensierata e operettistica. Due poli che sono le due facce di una stessa medaglia, due volti dell'ultima illusione mitteleuropea [1]. La vecchiezza dell'imperatore monotono e puntuale riverbera in un tono da leggenda il tramonto austroungarico, e personifica la vana e patetica fermezza contro i colpi che sgretolavano, uno dopo l'altro, la monarchia danubiana.Contemporaneamente questo mondo morente si mette in maschera, vela il proprio declino di una spumeggiante gioia di vivere, evade in una superficiale e dimentica sensualità.Il Danubio giallastro e fangoso diviene azzurro [2], e dal disfacimento storico-politico si evade in un fugace, sentimentale e godereccio paradiso terrestre. Se la laboriosa pedanteria dell'imperatore suggerisce il mito del burocratico e silenzioso riserbo, la sua uniforme gallonata e la rigida etichetta aprono la strada alla celebrazione dei balli di corte, delle carrozze fastose e dei brillanti ufficiali. La narrativa, il teatro, la poesia e la musica creano il volto sfumato e inconfondibile della Vienna dei valzer, degli amori facili e sentimentali, e del piacere di esistere: una belle époque meno sfrenata ma più danzante e sorridente di quella parigina. L'operetta è l'idillio di questa sera dell'impero, e molti fili sotterranei legano la frivola banalità dei libretti e le gaie o nostalgiche melodie alle opere dei più maturi scrittori di questa stagione letteraria. Man mano si avvicina la fine e le difficoltà dell'impero s'ingigantiscono, l'evasione dalla realtà sociale si accentua, e riveste di uno spensierato edonismo la vita. In questo senso Johann Strauss è la più tipica voce dell'età francogiuseppina, uno dei più validi sostegni dell'alienazione godereccia e musicale del suddito asburgico. La musica, l'arte più apolitica, era sempre stata la liberazione e la catarsi dell'anima austriaca. Negli ultimi anni dell'imperialregia monarchia questo tentativo di alienazione, di appagamento estetico diventa più intenso e pressante, assume delle proporzioni più vaste e scende a un livello più popolare; [3] la dolce medicina si fa più superficiale e accessibile. (da: Claudio Magris, "Il mito asburgico", Piccola Biblioteca Einaudi) Che significato ha la frase: "Il Danubio giallastro e fangoso diviene azzurro" [2] all'interno del brano? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Si narra che un anziano impiegato di corte dicesse: " Rigorosamente parlando, l'imperatore Francesco Giuseppe regnò fino alla morte di Johann Strauss". L'ultima fase della civiltà asburgica appare infatti compresa tra due poli opposti, tra una malinconica consapevolezza del declino, sopportato con tacita dignità, e una leggerezza spensierata e operettistica. Due poli che sono le due facce di una stessa medaglia, due volti dell'ultima illusione mitteleuropea [1]. La vecchiezza dell'imperatore monotono e puntuale riverbera in un tono da leggenda il tramonto austroungarico, e personifica la vana e patetica fermezza contro i colpi che sgretolavano, uno dopo l'altro, la monarchia danubiana.Contemporaneamente questo mondo morente si mette in maschera, vela il proprio declino di una spumeggiante gioia di vivere, evade in una superficiale e dimentica sensualità.Il Danubio giallastro e fangoso diviene azzurro [2], e dal disfacimento storico-politico si evade in un fugace, sentimentale e godereccio paradiso terrestre. Se la laboriosa pedanteria dell'imperatore suggerisce il mito del burocratico e silenzioso riserbo, la sua uniforme gallonata e la rigida etichetta aprono la strada alla celebrazione dei balli di corte, delle carrozze fastose e dei brillanti ufficiali. La narrativa, il teatro, la poesia e la musica creano il volto sfumato e inconfondibile della Vienna dei valzer, degli amori facili e sentimentali, e del piacere di esistere: una belle époque meno sfrenata ma più danzante e sorridente di quella parigina. L'operetta è l'idillio di questa sera dell'impero, e molti fili sotterranei legano la frivola banalità dei libretti e le gaie o nostalgiche melodie alle opere dei più maturi scrittori di questa stagione letteraria. Man mano si avvicina la fine e le difficoltà dell'impero s'ingigantiscono, l'evasione dalla realtà sociale si accentua, e riveste di uno spensierato edonismo la vita. In questo senso Johann Strauss è la più tipica voce dell'età francogiuseppina, uno dei più validi sostegni dell'alienazione godereccia e musicale del suddito asburgico. La musica, l'arte più apolitica, era sempre stata la liberazione e la catarsi dell'anima austriaca. Negli ultimi anni dell'imperialregia monarchia questo tentativo di alienazione, di appagamento estetico diventa più intenso e pressante, assume delle proporzioni più vaste e scende a un livello più popolare; [3] la dolce medicina si fa più superficiale e accessibile. (da: Claudio Magris, "Il mito asburgico", Piccola Biblioteca Einaudi) Che ruolo aveva la musica nella società austriaca? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Si narra che un anziano impiegato di corte dicesse: " Rigorosamente parlando, l'imperatore Francesco Giuseppe regnò fino alla morte di Johann Strauss". L'ultima fase della civiltà asburgica appare infatti compresa tra due poli opposti, tra una malinconica consapevolezza del declino, sopportato con tacita dignità, e una leggerezza spensierata e operettistica. Due poli che sono le due facce di una stessa medaglia, due volti dell'ultima illusione mitteleuropea [1]. La vecchiezza dell'imperatore monotono e puntuale riverbera in un tono da leggenda il tramonto austroungarico, e personifica la vana e patetica fermezza contro i colpi che sgretolavano, uno dopo l'altro, la monarchia danubiana.Contemporaneamente questo mondo morente si mette in maschera, vela il proprio declino di una spumeggiante gioia di vivere, evade in una superficiale e dimentica sensualità.Il Danubio giallastro e fangoso diviene azzurro [2], e dal disfacimento storico-politico si evade in un fugace, sentimentale e godereccio paradiso terrestre. Se la laboriosa pedanteria dell'imperatore suggerisce il mito del burocratico e silenzioso riserbo, la sua uniforme gallonata e la rigida etichetta aprono la strada alla celebrazione dei balli di corte, delle carrozze fastose e dei brillanti ufficiali. La narrativa, il teatro, la poesia e la musica creano il volto sfumato e inconfondibile della Vienna dei valzer, degli amori facili e sentimentali, e del piacere di esistere: una belle époque meno sfrenata ma più danzante e sorridente di quella parigina. L'operetta è l'idillio di questa sera dell'impero, e molti fili sotterranei legano la frivola banalità dei libretti e le gaie o nostalgiche melodie alle opere dei più maturi scrittori di questa stagione letteraria. Man mano si avvicina la fine e le difficoltà dell'impero s'ingigantiscono, l'evasione dalla realtà sociale si accentua, e riveste di uno spensierato edonismo la vita. In questo senso Johann Strauss è la più tipica voce dell'età francogiuseppina, uno dei più validi sostegni dell'alienazione godereccia e musicale del suddito asburgico. La musica, l'arte più apolitica, era sempre stata la liberazione e la catarsi dell'anima austriaca. Negli ultimi anni dell'imperialregia monarchia questo tentativo di alienazione, di appagamento estetico diventa più intenso e pressante, assume delle proporzioni più vaste e scende a un livello più popolare; [3] la dolce medicina si fa più superficiale e accessibile. (da: Claudio Magris, "Il mito asburgico", Piccola Biblioteca Einaudi) Quali sono, secondo il brano, le cause che portano l'Impero al disfacimento? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Soffrite di insonnia? Consolatevi: gli esseri umani sono biologicamente predisposti a sonni corti e ristoratori. Rispetto ai "cugini" primati, abbiamo bisogno di una minore quantità di riposo; ma le nostre dormite sono anche più efficienti. Lo rivela una ricerca della Duke University che compara i sonni di centinaia di specie di mammiferi. Tra questi, anche 21 gruppi di primati: dai babbuini agli oranghi, dai lemuri agli scimpanzé, fino all'uomo. Tenuto conto della diversa posizione delle varie specie di scimmie nell'albero genealogico, l'uomo risulta un dormitore "rapido". Ci bastano 7 ore di sonno, rispetto alle 14 ore di un macaco nemestrino (Macaca nemestrina) e alle 17 di un Microcebus murinus, un lemure del Madagascar.Il segreto è nell'efficienza. Le nostre dormite vanno subito "al sodo": trascorriamo cioè meno tempo nelle fasi leggere del sonno e più tempo in quelle più profonde. Per esempio il sonno REM, l'ultima delle fasi del sonno e quella più spesso caratterizzata da sogni, occupa nell'uomo il 25% di una dormita notturna, ma in altri primati, come il Chlorocebus africano, solo il 6%.Questa ottimizzazione non è solo il risultato di notti più brevi favorite dalla luce elettrica e dall'uso massiccio di tablet e cellulari: uno studio compiuto su alcune popolazioni tribali della Tanzania, Namibia e Bolivia ha dimostrato che anche chi è lontano da moderne tecnologie e si regola con i soli ritmi naturali dorme poco più di sei ore a notte, e si trattiene a lungo a parlare al buio intorno al fuoco.Piuttosto, i sonni più brevi sarebbero un retaggio della discesa dagli alberi. Quando i nostri antenati passarono dai giacigli sospesi a quelli terrestri intorno al fuoco, iniziarono a stabilire turni di guardia per difendersi dai predatori, sviluppando la capacità di dormire di meno, ma con maggiore efficacia. Così guadagnarono tempo prezioso per stringere legami sociali e imparare nuove abilità, ricordi a loro volta cementati dalle efficienti � e profonde � dormite. (da: Elisabetta Intini, "Il sonno efficiente degli umani", www.focus.it) La ricerca della Duke University: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Soffrite di insonnia? Consolatevi: gli esseri umani sono biologicamente predisposti a sonni corti e ristoratori. Rispetto ai "cugini" primati, abbiamo bisogno di una minore quantità di riposo; ma le nostre dormite sono anche più efficienti. Lo rivela una ricerca della Duke University che compara i sonni di centinaia di specie di mammiferi. Tra questi, anche 21 gruppi di primati: dai babbuini agli oranghi, dai lemuri agli scimpanzé, fino all'uomo. Tenuto conto della diversa posizione delle varie specie di scimmie nell'albero genealogico, l'uomo risulta un dormitore "rapido". Ci bastano 7 ore di sonno, rispetto alle 14 ore di un macaco nemestrino (Macaca nemestrina) e alle 17 di un Microcebus murinus, un lemure del Madagascar.Il segreto è nell'efficienza. Le nostre dormite vanno subito "al sodo": trascorriamo cioè meno tempo nelle fasi leggere del sonno e più tempo in quelle più profonde. Per esempio il sonno REM, l'ultima delle fasi del sonno e quella più spesso caratterizzata da sogni, occupa nell'uomo il 25% di una dormita notturna, ma in altri primati, come il Chlorocebus africano, solo il 6%.Questa ottimizzazione non è solo il risultato di notti più brevi favorite dalla luce elettrica e dall'uso massiccio di tablet e cellulari: uno studio compiuto su alcune popolazioni tribali della Tanzania, Namibia e Bolivia ha dimostrato che anche chi è lontano da moderne tecnologie e si regola con i soli ritmi naturali dorme poco più di sei ore a notte, e si trattiene a lungo a parlare al buio intorno al fuoco.Piuttosto, i sonni più brevi sarebbero un retaggio della discesa dagli alberi. Quando i nostri antenati passarono dai giacigli sospesi a quelli terrestri intorno al fuoco, iniziarono a stabilire turni di guardia per difendersi dai predatori, sviluppando la capacità di dormire di meno, ma con maggiore efficacia. Così guadagnarono tempo prezioso per stringere legami sociali e imparare nuove abilità, ricordi a loro volta cementati dalle efficienti � e profonde � dormite. (da: Elisabetta Intini, "Il sonno efficiente degli umani", www.focus.it) Quale tra le seguenti affermazioni NON è deducibile dal brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Soffrite di insonnia? Consolatevi: gli esseri umani sono biologicamente predisposti a sonni corti e ristoratori. Rispetto ai "cugini" primati, abbiamo bisogno di una minore quantità di riposo; ma le nostre dormite sono anche più efficienti. Lo rivela una ricerca della Duke University che compara i sonni di centinaia di specie di mammiferi. Tra questi, anche 21 gruppi di primati: dai babbuini agli oranghi, dai lemuri agli scimpanzé, fino all'uomo. Tenuto conto della diversa posizione delle varie specie di scimmie nell'albero genealogico, l'uomo risulta un dormitore "rapido". Ci bastano 7 ore di sonno, rispetto alle 14 ore di un macaco nemestrino (Macaca nemestrina) e alle 17 di un Microcebus murinus, un lemure del Madagascar.Il segreto è nell'efficienza. Le nostre dormite vanno subito "al sodo": trascorriamo cioè meno tempo nelle fasi leggere del sonno e più tempo in quelle più profonde. Per esempio il sonno REM, l'ultima delle fasi del sonno e quella più spesso caratterizzata da sogni, occupa nell'uomo il 25% di una dormita notturna, ma in altri primati, come il Chlorocebus africano, solo il 6%.Questa ottimizzazione non è solo il risultato di notti più brevi favorite dalla luce elettrica e dall'uso massiccio di tablet e cellulari: uno studio compiuto su alcune popolazioni tribali della Tanzania, Namibia e Bolivia ha dimostrato che anche chi è lontano da moderne tecnologie e si regola con i soli ritmi naturali dorme poco più di sei ore a notte, e si trattiene a lungo a parlare al buio intorno al fuoco.Piuttosto, i sonni più brevi sarebbero un retaggio della discesa dagli alberi. Quando i nostri antenati passarono dai giacigli sospesi a quelli terrestri intorno al fuoco, iniziarono a stabilire turni di guardia per difendersi dai predatori, sviluppando la capacità di dormire di meno, ma con maggiore efficacia. Così guadagnarono tempo prezioso per stringere legami sociali e imparare nuove abilità, ricordi a loro volta cementati dalle efficienti � e profonde � dormite. (da: Elisabetta Intini, "Il sonno efficiente degli umani", www.focus.it) Qual è la caratteristica principale del sonno degli esseri umani presa in esame nel brano? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Soffrite di insonnia? Consolatevi: gli esseri umani sono biologicamente predisposti a sonni corti e ristoratori. Rispetto ai "cugini" primati, abbiamo bisogno di una minore quantità di riposo; ma le nostre dormite sono anche più efficienti. Lo rivela una ricerca della Duke University che compara i sonni di centinaia di specie di mammiferi. Tra questi, anche 21 gruppi di primati: dai babbuini agli oranghi, dai lemuri agli scimpanzé, fino all'uomo. Tenuto conto della diversa posizione delle varie specie di scimmie nell'albero genealogico, l'uomo risulta un dormitore "rapido". Ci bastano 7 ore di sonno, rispetto alle 14 ore di un macaco nemestrino (Macaca nemestrina) e alle 17 di un Microcebus murinus, un lemure del Madagascar.Il segreto è nell'efficienza. Le nostre dormite vanno subito "al sodo": trascorriamo cioè meno tempo nelle fasi leggere del sonno e più tempo in quelle più profonde. Per esempio il sonno REM, l'ultima delle fasi del sonno e quella più spesso caratterizzata da sogni, occupa nell'uomo il 25% di una dormita notturna, ma in altri primati, come il Chlorocebus africano, solo il 6%.Questa ottimizzazione non è solo il risultato di notti più brevi favorite dalla luce elettrica e dall'uso massiccio di tablet e cellulari: uno studio compiuto su alcune popolazioni tribali della Tanzania, Namibia e Bolivia ha dimostrato che anche chi è lontano da moderne tecnologie e si regola con i soli ritmi naturali dorme poco più di sei ore a notte, e si trattiene a lungo a parlare al buio intorno al fuoco.Piuttosto, i sonni più brevi sarebbero un retaggio della discesa dagli alberi. Quando i nostri antenati passarono dai giacigli sospesi a quelli terrestri intorno al fuoco, iniziarono a stabilire turni di guardia per difendersi dai predatori, sviluppando la capacità di dormire di meno, ma con maggiore efficacia. Così guadagnarono tempo prezioso per stringere legami sociali e imparare nuove abilità, ricordi a loro volta cementati dalle efficienti � e profonde � dormite. (da: Elisabetta Intini, "Il sonno efficiente degli umani", www.focus.it) Il brano si propone di: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Soffrite di insonnia? Consolatevi: gli esseri umani sono biologicamente predisposti a sonni corti e ristoratori. Rispetto ai "cugini" primati, abbiamo bisogno di una minore quantità di riposo; ma le nostre dormite sono anche più efficienti. Lo rivela una ricerca della Duke University che compara i sonni di centinaia di specie di mammiferi. Tra questi, anche 21 gruppi di primati: dai babbuini agli oranghi, dai lemuri agli scimpanzé, fino all'uomo. Tenuto conto della diversa posizione delle varie specie di scimmie nell'albero genealogico, l'uomo risulta un dormitore "rapido". Ci bastano 7 ore di sonno, rispetto alle 14 ore di un macaco nemestrino (Macaca nemestrina) e alle 17 di un Microcebus murinus, un lemure del Madagascar.Il segreto è nell'efficienza. Le nostre dormite vanno subito "al sodo": trascorriamo cioè meno tempo nelle fasi leggere del sonno e più tempo in quelle più profonde. Per esempio il sonno REM, l'ultima delle fasi del sonno e quella più spesso caratterizzata da sogni, occupa nell'uomo il 25% di una dormita notturna, ma in altri primati, come il Chlorocebus africano, solo il 6%.Questa ottimizzazione non è solo il risultato di notti più brevi favorite dalla luce elettrica e dall'uso massiccio di tablet e cellulari: uno studio compiuto su alcune popolazioni tribali della Tanzania, Namibia e Bolivia ha dimostrato che anche chi è lontano da moderne tecnologie e si regola con i soli ritmi naturali dorme poco più di sei ore a notte, e si trattiene a lungo a parlare al buio intorno al fuoco.Piuttosto, i sonni più brevi sarebbero un retaggio della discesa dagli alberi. Quando i nostri antenati passarono dai giacigli sospesi a quelli terrestri intorno al fuoco, iniziarono a stabilire turni di guardia per difendersi dai predatori, sviluppando la capacità di dormire di meno, ma con maggiore efficacia. Così guadagnarono tempo prezioso per stringere legami sociali e imparare nuove abilità, ricordi a loro volta cementati dalle efficienti � e profonde � dormite. (da: Elisabetta Intini, "Il sonno efficiente degli umani", www.focus.it) Secondo lo studio effettuato sulle popolazioni tribali: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Spiacevolissimo scambio, qualche giorno fa, con un giovane, sprezzante dirigente politico milanese. Pazienza, mi dico. Fai conto che sia solo un ragazzo scostumato, un altro della neo-razza "maleducati di talento" [1]. Mentre calano i livelli dell'incavolatura, mi sale un altro pensiero: "Strano, dico. Sulle stesse questioni solo un annetto fa ci saremmo trovati d'accordo". Mi pare sia lui ad essersi spostato, un passo alla volta. Io sono lì dov'ero. Ma lasciamo andare. Il vero pensiero è un altro, e riguarda il partito preso (in senso non solo figurato). Cioè quanto siamo disposti a lottare per difendere posizioni alle quali non aderiamo nel profondo del cuore, o magari non ci rappresentano affatto. Ma per ragioni di opportunità o peggio di opportunismo, per disciplina, per motivi strategici e via dicendo siamo costretti a tenerle. Parlo anche per me, intendiamoci. Parlo un po' per tutti. Ed ecco uno sconcertante esercizio talmudico, appreso da Alex Langer: divisi in coppie e scelto un qualunque argomento, il soggetto A deve sostenere la posizione A e il soggetto B la posizione B. Dopo qualche minuto, lo switch [2]: il soggetto A deve sostenere la posizione B, e il soggetto B la posizione A. Provatelo: lotterete caparbiamente anche per difendere la posizione che non è la vostra. E allora, per che cosa si lotta? Per difendere un principio, o per affermare se stessi? Quanto pesa l'ego e quanto l'oggetto del contendere? Quanti conflitti, quante guerre sarebbero evitabili, smascherando le vere ragioni? E basta il rispetto, che è molto, per un dialogo autentico o serve compassione? (da: "Le (vere) ragioni dei conflitti", "Io Donna") In cosa consiste lo switch [2] segnalato nel brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Spiacevolissimo scambio, qualche giorno fa, con un giovane, sprezzante dirigente politico milanese. Pazienza, mi dico. Fai conto che sia solo un ragazzo scostumato, un altro della neo-razza "maleducati di talento" [1]. Mentre calano i livelli dell'incavolatura, mi sale un altro pensiero: "Strano, dico. Sulle stesse questioni solo un annetto fa ci saremmo trovati d'accordo". Mi pare sia lui ad essersi spostato, un passo alla volta. Io sono lì dov'ero. Ma lasciamo andare. Il vero pensiero è un altro, e riguarda il partito preso (in senso non solo figurato). Cioè quanto siamo disposti a lottare per difendere posizioni alle quali non aderiamo nel profondo del cuore, o magari non ci rappresentano affatto. Ma per ragioni di opportunità o peggio di opportunismo, per disciplina, per motivi strategici e via dicendo siamo costretti a tenerle. Parlo anche per me, intendiamoci. Parlo un po' per tutti. Ed ecco uno sconcertante esercizio talmudico, appreso da Alex Langer: divisi in coppie e scelto un qualunque argomento, il soggetto A deve sostenere la posizione A e il soggetto B la posizione B. Dopo qualche minuto, lo switch [2]: il soggetto A deve sostenere la posizione B, e il soggetto B la posizione A. Provatelo: lotterete caparbiamente anche per difendere la posizione che non è la vostra. E allora, per che cosa si lotta? Per difendere un principio, o per affermare se stessi? Quanto pesa l'ego e quanto l'oggetto del contendere? Quanti conflitti, quante guerre sarebbero evitabili, smascherando le vere ragioni? E basta il rispetto, che è molto, per un dialogo autentico o serve compassione? (da: "Le (vere) ragioni dei conflitti", "Io Donna") Qual è l'argomento principale del brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Spiacevolissimo scambio, qualche giorno fa, con un giovane, sprezzante dirigente politico milanese. Pazienza, mi dico. Fai conto che sia solo un ragazzo scostumato, un altro della neo-razza "maleducati di talento" [1]. Mentre calano i livelli dell'incavolatura, mi sale un altro pensiero: "Strano, dico. Sulle stesse questioni solo un annetto fa ci saremmo trovati d'accordo". Mi pare sia lui ad essersi spostato, un passo alla volta. Io sono lì dov'ero. Ma lasciamo andare. Il vero pensiero è un altro, e riguarda il partito preso (in senso non solo figurato). Cioè quanto siamo disposti a lottare per difendere posizioni alle quali non aderiamo nel profondo del cuore, o magari non ci rappresentano affatto. Ma per ragioni di opportunità o peggio di opportunismo, per disciplina, per motivi strategici e via dicendo siamo costretti a tenerle. Parlo anche per me, intendiamoci. Parlo un po' per tutti. Ed ecco uno sconcertante esercizio talmudico, appreso da Alex Langer: divisi in coppie e scelto un qualunque argomento, il soggetto A deve sostenere la posizione A e il soggetto B la posizione B. Dopo qualche minuto, lo switch [2]: il soggetto A deve sostenere la posizione B, e il soggetto B la posizione A. Provatelo: lotterete caparbiamente anche per difendere la posizione che non è la vostra. E allora, per che cosa si lotta? Per difendere un principio, o per affermare se stessi? Quanto pesa l'ego e quanto l'oggetto del contendere? Quanti conflitti, quante guerre sarebbero evitabili, smascherando le vere ragioni? E basta il rispetto, che è molto, per un dialogo autentico o serve compassione? (da: "Le (vere) ragioni dei conflitti", "Io Donna") Che cosa pensa l'autrice dei "maleducati di talento" [1]? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Spiacevolissimo scambio, qualche giorno fa, con un giovane, sprezzante dirigente politico milanese. Pazienza, mi dico. Fai conto che sia solo un ragazzo scostumato, un altro della neo-razza "maleducati di talento" [1]. Mentre calano i livelli dell'incavolatura, mi sale un altro pensiero: "Strano, dico. Sulle stesse questioni solo un annetto fa ci saremmo trovati d'accordo". Mi pare sia lui ad essersi spostato, un passo alla volta. Io sono lì dov'ero. Ma lasciamo andare. Il vero pensiero è un altro, e riguarda il partito preso (in senso non solo figurato). Cioè quanto siamo disposti a lottare per difendere posizioni alle quali non aderiamo nel profondo del cuore, o magari non ci rappresentano affatto. Ma per ragioni di opportunità o peggio di opportunismo, per disciplina, per motivi strategici e via dicendo siamo costretti a tenerle. Parlo anche per me, intendiamoci. Parlo un po' per tutti. Ed ecco uno sconcertante esercizio talmudico, appreso da Alex Langer: divisi in coppie e scelto un qualunque argomento, il soggetto A deve sostenere la posizione A e il soggetto B la posizione B. Dopo qualche minuto, lo switch [2]: il soggetto A deve sostenere la posizione B, e il soggetto B la posizione A. Provatelo: lotterete caparbiamente anche per difendere la posizione che non è la vostra. E allora, per che cosa si lotta? Per difendere un principio, o per affermare se stessi? Quanto pesa l'ego e quanto l'oggetto del contendere? Quanti conflitti, quante guerre sarebbero evitabili, smascherando le vere ragioni? E basta il rispetto, che è molto, per un dialogo autentico o serve compassione? (da: "Le (vere) ragioni dei conflitti", "Io Donna") Secondo l'autrice del brano, quale è la ragione principale che porta alla difesa di principi non propri? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Spiacevolissimo scambio, qualche giorno fa, con un giovane, sprezzante dirigente politico milanese. Pazienza, mi dico. Fai conto che sia solo un ragazzo scostumato, un altro della neo-razza "maleducati di talento" [1]. Mentre calano i livelli dell'incavolatura, mi sale un altro pensiero: "Strano, dico. Sulle stesse questioni solo un annetto fa ci saremmo trovati d'accordo". Mi pare sia lui ad essersi spostato, un passo alla volta. Io sono lì dov'ero. Ma lasciamo andare. Il vero pensiero è un altro, e riguarda il partito preso (in senso non solo figurato). Cioè quanto siamo disposti a lottare per difendere posizioni alle quali non aderiamo nel profondo del cuore, o magari non ci rappresentano affatto. Ma per ragioni di opportunità o peggio di opportunismo, per disciplina, per motivi strategici e via dicendo siamo costretti a tenerle. Parlo anche per me, intendiamoci. Parlo un po' per tutti. Ed ecco uno sconcertante esercizio talmudico, appreso da Alex Langer: divisi in coppie e scelto un qualunque argomento, il soggetto A deve sostenere la posizione A e il soggetto B la posizione B. Dopo qualche minuto, lo switch [2]: il soggetto A deve sostenere la posizione B, e il soggetto B la posizione A. Provatelo: lotterete caparbiamente anche per difendere la posizione che non è la vostra. E allora, per che cosa si lotta? Per difendere un principio, o per affermare se stessi? Quanto pesa l'ego e quanto l'oggetto del contendere? Quanti conflitti, quante guerre sarebbero evitabili, smascherando le vere ragioni? E basta il rispetto, che è molto, per un dialogo autentico o serve compassione? (da: "Le (vere) ragioni dei conflitti", "Io Donna") La chiusura del brano si può sintetizzare con la seguente domanda: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Su strade e aree pubbliche sono vietate le competizioni sportive con veicoli animali e quelle atletiche, salvo autorizzazione. L'autorizzazione è rilasciata dal Sindaco del Comune in cui devono aver luogo le gare atletiche e ciclistiche e quelle con animali o veicoli a trazione animale. Essa è rilasciata dal Prefetto per le gare con veicoli a motore, sentite le federazioni nazionali sportive competenti. Nelle autorizzazioni sono precisate le prescrizioni alle quali le gare sono subordinate. Le autorizzazioni devono essere richieste dai promotori almeno quindici giorni prima per quelle di competenza del sindaco e almeno trenta giorni prima per quelle di competenza del prefetto e possono essere concesse previo nulla osta dell'ente proprietario della strada. Per le autorizzazioni di competenza del prefetto i promotori delle competizioni motoristiche devono chiedere i nullaosta per la loro effettuazione al ministero dei Lavori Pubblici, allegando il preventivo parere del CONI. L'autorizzazione per l'effettuazione delle competizioni è subordinata al rispetto delle norme tecnico-sportive e di sicurezza vigenti e all'esito favorevole del collaudo del percorso di gara e delle attrezzature relative, effettuato da un tecnico dell'ente proprietario della strada, assistito dai rappresentanti dei ministeri dell'Interno, dei Lavori Pubblici, dei Trasporti, unitamente ai rappresentanti degli organi sportivi competenti e dei promotori. (Art. 9 del Nuovo Codice della Strada) Qual è l'argomento del brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Su strade e aree pubbliche sono vietate le competizioni sportive con veicoli animali e quelle atletiche, salvo autorizzazione. L'autorizzazione è rilasciata dal Sindaco del Comune in cui devono aver luogo le gare atletiche e ciclistiche e quelle con animali o veicoli a trazione animale. Essa è rilasciata dal Prefetto per le gare con veicoli a motore, sentite le federazioni nazionali sportive competenti. Nelle autorizzazioni sono precisate le prescrizioni alle quali le gare sono subordinate. Le autorizzazioni devono essere richieste dai promotori almeno quindici giorni prima per quelle di competenza del sindaco e almeno trenta giorni prima per quelle di competenza del prefetto e possono essere concesse previo nulla osta dell'ente proprietario della strada. Per le autorizzazioni di competenza del prefetto i promotori delle competizioni motoristiche devono chiedere i nullaosta per la loro effettuazione al ministero dei Lavori Pubblici, allegando il preventivo parere del CONI. L'autorizzazione per l'effettuazione delle competizioni è subordinata al rispetto delle norme tecnico-sportive e di sicurezza vigenti e all'esito favorevole del collaudo del percorso di gara e delle attrezzature relative, effettuato da un tecnico dell'ente proprietario della strada, assistito dai rappresentanti dei ministeri dell'Interno, dei Lavori Pubblici, dei Trasporti, unitamente ai rappresentanti degli organi sportivi competenti e dei promotori. (Art. 9 del Nuovo Codice della Strada) Il CONI: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Su strade e aree pubbliche sono vietate le competizioni sportive con veicoli animali e quelle atletiche, salvo autorizzazione. L'autorizzazione è rilasciata dal Sindaco del Comune in cui devono aver luogo le gare atletiche e ciclistiche e quelle con animali o veicoli a trazione animale. Essa è rilasciata dal Prefetto per le gare con veicoli a motore, sentite le federazioni nazionali sportive competenti. Nelle autorizzazioni sono precisate le prescrizioni alle quali le gare sono subordinate. Le autorizzazioni devono essere richieste dai promotori almeno quindici giorni prima per quelle di competenza del sindaco e almeno trenta giorni prima per quelle di competenza del prefetto e possono essere concesse previo nulla osta dell'ente proprietario della strada. Per le autorizzazioni di competenza del prefetto i promotori delle competizioni motoristiche devono chiedere i nullaosta per la loro effettuazione al ministero dei Lavori Pubblici, allegando il preventivo parere del CONI. L'autorizzazione per l'effettuazione delle competizioni è subordinata al rispetto delle norme tecnico-sportive e di sicurezza vigenti e all'esito favorevole del collaudo del percorso di gara e delle attrezzature relative, effettuato da un tecnico dell'ente proprietario della strada, assistito dai rappresentanti dei ministeri dell'Interno, dei Lavori Pubblici, dei Trasporti, unitamente ai rappresentanti degli organi sportivi competenti e dei promotori. (Art. 9 del Nuovo Codice della Strada) Completare correttamente la seguente affermazione contenuta nel brano: "I promotori di competizioni motoristiche di competenza del ... devono richiedere il nullaosta per la loro effettuazione al ... , previo parere del ...". |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Su strade e aree pubbliche sono vietate le competizioni sportive con veicoli animali e quelle atletiche, salvo autorizzazione. L'autorizzazione è rilasciata dal Sindaco del Comune in cui devono aver luogo le gare atletiche e ciclistiche e quelle con animali o veicoli a trazione animale. Essa è rilasciata dal Prefetto per le gare con veicoli a motore, sentite le federazioni nazionali sportive competenti. Nelle autorizzazioni sono precisate le prescrizioni alle quali le gare sono subordinate. Le autorizzazioni devono essere richieste dai promotori almeno quindici giorni prima per quelle di competenza del sindaco e almeno trenta giorni prima per quelle di competenza del prefetto e possono essere concesse previo nulla osta dell'ente proprietario della strada. Per le autorizzazioni di competenza del prefetto i promotori delle competizioni motoristiche devono chiedere i nullaosta per la loro effettuazione al ministero dei Lavori Pubblici, allegando il preventivo parere del CONI. L'autorizzazione per l'effettuazione delle competizioni è subordinata al rispetto delle norme tecnico-sportive e di sicurezza vigenti e all'esito favorevole del collaudo del percorso di gara e delle attrezzature relative, effettuato da un tecnico dell'ente proprietario della strada, assistito dai rappresentanti dei ministeri dell'Interno, dei Lavori Pubblici, dei Trasporti, unitamente ai rappresentanti degli organi sportivi competenti e dei promotori. (Art. 9 del Nuovo Codice della Strada) Dall'esito favorevole del collaudo dipende: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Su strade e aree pubbliche sono vietate le competizioni sportive con veicoli animali e quelle atletiche, salvo autorizzazione. L'autorizzazione è rilasciata dal Sindaco del Comune in cui devono aver luogo le gare atletiche e ciclistiche e quelle con animali o veicoli a trazione animale. Essa è rilasciata dal Prefetto per le gare con veicoli a motore, sentite le federazioni nazionali sportive competenti. Nelle autorizzazioni sono precisate le prescrizioni alle quali le gare sono subordinate. Le autorizzazioni devono essere richieste dai promotori almeno quindici giorni prima per quelle di competenza del sindaco e almeno trenta giorni prima per quelle di competenza del prefetto e possono essere concesse previo nulla osta dell'ente proprietario della strada. Per le autorizzazioni di competenza del prefetto i promotori delle competizioni motoristiche devono chiedere i nullaosta per la loro effettuazione al ministero dei Lavori Pubblici, allegando il preventivo parere del CONI. L'autorizzazione per l'effettuazione delle competizioni è subordinata al rispetto delle norme tecnico-sportive e di sicurezza vigenti e all'esito favorevole del collaudo del percorso di gara e delle attrezzature relative, effettuato da un tecnico dell'ente proprietario della strada, assistito dai rappresentanti dei ministeri dell'Interno, dei Lavori Pubblici, dei Trasporti, unitamente ai rappresentanti degli organi sportivi competenti e dei promotori. (Art. 9 del Nuovo Codice della Strada) Stando al contenuto del brano, stabilire quale delle seguenti affermazioni NON è corretta. |
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Leggere attentamente il seguente brano. Si narra che un anziano impiegato di corte dicesse: " Rigorosamente parlando, l'imperatore Francesco Giuseppe regnò fino alla morte di Johann Strauss". L'ultima fase della civiltà asburgica appare infatti compresa tra due poli opposti, tra una malinconica consapevolezza del declino, sopportato con tacita dignità, e una leggerezza spensierata e operettistica. Due poli che sono le due facce di una stessa medaglia, due volti dell'ultima illusione mitteleuropea [1]. La vecchiezza dell'imperatore monotono e puntuale riverbera in un tono da leggenda il tramonto austroungarico, e personifica la vana e patetica fermezza contro i colpi che sgretolavano, uno dopo l'altro, la monarchia danubiana.Contemporaneamente questo mondo morente si mette in maschera, vela il proprio declino di una spumeggiante gioia di vivere, evade in una superficiale e dimentica sensualità.Il Danubio giallastro e fangoso diviene azzurro [2], e dal disfacimento storico-politico si evade in un fugace, sentimentale e godereccio paradiso terrestre. Se la laboriosa pedanteria dell'imperatore suggerisce il mito del burocratico e silenzioso riserbo, la sua uniforme gallonata e la rigida etichetta aprono la strada alla celebrazione dei balli di corte, delle carrozze fastose e dei brillanti ufficiali. La narrativa, il teatro, la poesia e la musica creano il volto sfumato e inconfondibile della Vienna dei valzer, degli amori facili e sentimentali, e del piacere di esistere: una belle époque meno sfrenata ma più danzante e sorridente di quella parigina. L'operetta è l'idillio di questa sera dell'impero, e molti fili sotterranei legano la frivola banalità dei libretti e le gaie o nostalgiche melodie alle opere dei più maturi scrittori di questa stagione letteraria. Man mano si avvicina la fine e le difficoltà dell'impero s'ingigantiscono, l'evasione dalla realtà sociale si accentua, e riveste di uno spensierato edonismo la vita. In questo senso Johann Strauss è la più tipica voce dell'età francogiuseppina, uno dei più validi sostegni dell'alienazione godereccia e musicale del suddito asburgico. La musica, l'arte più apolitica, era sempre stata la liberazione e la catarsi dell'anima austriaca. Negli ultimi anni dell'imperialregia monarchia questo tentativo di alienazione, di appagamento estetico diventa più intenso e pressante, assume delle proporzioni più vaste e scende a un livello più popolare; [3] la dolce medicina si fa più superficiale e accessibile. (da: Claudio Magris, "Il mito asburgico", Piccola Biblioteca Einaudi) Che ruolo aveva la musica nella società austriaca?