Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Guardia di Finanza Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018  Esercitati su questo Quiz  |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A seconda del materiale di cui sono composte, si distinguono sculture in pietra, in legno, in avorio, in terracotta, in gesso, in cera e in metallo. Considerando singolarmente i vari materiali, il legno, la pietra, l'avorio possono solo essere intagliati o scolpiti, con un procedimento, quindi, di asportazione della materia. In particolare la lavorazione della pietra, di origine antichissima, avviene attraverso tre fasi: la sbozzatura, la modellazione e la levigatura, ognuna delle quali è affidata a strumenti peculiari. Per esempio, uno degli arnesi usati nella fase intermedia è la gradina, scalpello a taglio terminante con tre o più denti, che si utilizza appunto per abbozzare le figure sul blocco di marmo, precedentemente sgrossato. Una seconda categoria è costituita da quei materiali malleabili che, cambiando consistenza vuoi per effetto del calore, vuoi per lenta disidratazione o per raffreddamento, possono essere facilmente modellati con l'ausilio di una strumentazione appropriata. In particolare, la modellazione dell'impasto di argilla, elemento base di tutte le ceramiche, può avvenire manualmente con la semplice pressione delle dita, al tornio per la creazione di oggetti circolari e cavi, a stampo aperto per l'oggettistica più squadrata e per opere di grandi dimensioni, generalmente eseguite in due parti. Il processo esecutivo prevede in seguito l'essiccazione, la decorazione e la cottura. Per riprodurre una scultura si realizza un calco in gesso o in cera: impronta in negativo dell'opera che si ottiene plasmando materiali malleabili sul modello al fine di creare una matrice per innumerevoli copie. I metalli, infine, formano un gruppo a sé, in quanto si prestano a essere lavorati sia a freddo sia a caldo. (da: Pierluigi De Vecchi, Elda Cerchiari, "Arte nel tempo. Glossario e Bibliografia", Bompiani) Che cosa è opportuno usare per ottenere un oggetto circolare cavo? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A seconda del materiale di cui sono composte, si distinguono sculture in pietra, in legno, in avorio, in terracotta, in gesso, in cera e in metallo. Considerando singolarmente i vari materiali, il legno, la pietra, l'avorio possono solo essere intagliati o scolpiti, con un procedimento, quindi, di asportazione della materia. In particolare la lavorazione della pietra, di origine antichissima, avviene attraverso tre fasi: la sbozzatura, la modellazione e la levigatura, ognuna delle quali è affidata a strumenti peculiari. Per esempio, uno degli arnesi usati nella fase intermedia è la gradina, scalpello a taglio terminante con tre o più denti, che si utilizza appunto per abbozzare le figure sul blocco di marmo, precedentemente sgrossato. Una seconda categoria è costituita da quei materiali malleabili che, cambiando consistenza vuoi per effetto del calore, vuoi per lenta disidratazione o per raffreddamento, possono essere facilmente modellati con l'ausilio di una strumentazione appropriata. In particolare, la modellazione dell'impasto di argilla, elemento base di tutte le ceramiche, può avvenire manualmente con la semplice pressione delle dita, al tornio per la creazione di oggetti circolari e cavi, a stampo aperto per l'oggettistica più squadrata e per opere di grandi dimensioni, generalmente eseguite in due parti. Il processo esecutivo prevede in seguito l'essiccazione, la decorazione e la cottura. Per riprodurre una scultura si realizza un calco in gesso o in cera: impronta in negativo dell'opera che si ottiene plasmando materiali malleabili sul modello al fine di creare una matrice per innumerevoli copie. I metalli, infine, formano un gruppo a sé, in quanto si prestano a essere lavorati sia a freddo sia a caldo. (da: Pierluigi De Vecchi, Elda Cerchiari, "Arte nel tempo. Glossario e Bibliografia", Bompiani) Il legno e la pietra possono solo essere: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A seconda del materiale di cui sono composte, si distinguono sculture in pietra, in legno, in avorio, in terracotta, in gesso, in cera e in metallo. Considerando singolarmente i vari materiali, il legno, la pietra, l'avorio possono solo essere intagliati o scolpiti, con un procedimento, quindi, di asportazione della materia. In particolare la lavorazione della pietra, di origine antichissima, avviene attraverso tre fasi: la sbozzatura, la modellazione e la levigatura, ognuna delle quali è affidata a strumenti peculiari. Per esempio, uno degli arnesi usati nella fase intermedia è la gradina, scalpello a taglio terminante con tre o più denti, che si utilizza appunto per abbozzare le figure sul blocco di marmo, precedentemente sgrossato. Una seconda categoria è costituita da quei materiali malleabili che, cambiando consistenza vuoi per effetto del calore, vuoi per lenta disidratazione o per raffreddamento, possono essere facilmente modellati con l'ausilio di una strumentazione appropriata. In particolare, la modellazione dell'impasto di argilla, elemento base di tutte le ceramiche, può avvenire manualmente con la semplice pressione delle dita, al tornio per la creazione di oggetti circolari e cavi, a stampo aperto per l'oggettistica più squadrata e per opere di grandi dimensioni, generalmente eseguite in due parti. Il processo esecutivo prevede in seguito l'essiccazione, la decorazione e la cottura. Per riprodurre una scultura si realizza un calco in gesso o in cera: impronta in negativo dell'opera che si ottiene plasmando materiali malleabili sul modello al fine di creare una matrice per innumerevoli copie. I metalli, infine, formano un gruppo a sé, in quanto si prestano a essere lavorati sia a freddo sia a caldo. (da: Pierluigi De Vecchi, Elda Cerchiari, "Arte nel tempo. Glossario e Bibliografia", Bompiani) Come possono essere lavorati i metalli? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A seconda del materiale di cui sono composte, si distinguono sculture in pietra, in legno, in avorio, in terracotta, in gesso, in cera e in metallo. Considerando singolarmente i vari materiali, il legno, la pietra, l'avorio possono solo essere intagliati o scolpiti, con un procedimento, quindi, di asportazione della materia. In particolare la lavorazione della pietra, di origine antichissima, avviene attraverso tre fasi: la sbozzatura, la modellazione e la levigatura, ognuna delle quali è affidata a strumenti peculiari. Per esempio, uno degli arnesi usati nella fase intermedia è la gradina, scalpello a taglio terminante con tre o più denti, che si utilizza appunto per abbozzare le figure sul blocco di marmo, precedentemente sgrossato. Una seconda categoria è costituita da quei materiali malleabili che, cambiando consistenza vuoi per effetto del calore, vuoi per lenta disidratazione o per raffreddamento, possono essere facilmente modellati con l'ausilio di una strumentazione appropriata. In particolare, la modellazione dell'impasto di argilla, elemento base di tutte le ceramiche, può avvenire manualmente con la semplice pressione delle dita, al tornio per la creazione di oggetti circolari e cavi, a stampo aperto per l'oggettistica più squadrata e per opere di grandi dimensioni, generalmente eseguite in due parti. Il processo esecutivo prevede in seguito l'essiccazione, la decorazione e la cottura. Per riprodurre una scultura si realizza un calco in gesso o in cera: impronta in negativo dell'opera che si ottiene plasmando materiali malleabili sul modello al fine di creare una matrice per innumerevoli copie. I metalli, infine, formano un gruppo a sé, in quanto si prestano a essere lavorati sia a freddo sia a caldo. (da: Pierluigi De Vecchi, Elda Cerchiari, "Arte nel tempo. Glossario e Bibliografia", Bompiani) Qual è il primo passaggio da eseguire per ottenere una scultura in pietra? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A seconda del materiale di cui sono composte, si distinguono sculture in pietra, in legno, in avorio, in terracotta, in gesso, in cera e in metallo. Considerando singolarmente i vari materiali, il legno, la pietra, l'avorio possono solo essere intagliati o scolpiti, con un procedimento, quindi, di asportazione della materia. In particolare la lavorazione della pietra, di origine antichissima, avviene attraverso tre fasi: la sbozzatura, la modellazione e la levigatura, ognuna delle quali è affidata a strumenti peculiari. Per esempio, uno degli arnesi usati nella fase intermedia è la gradina, scalpello a taglio terminante con tre o più denti, che si utilizza appunto per abbozzare le figure sul blocco di marmo, precedentemente sgrossato. Una seconda categoria è costituita da quei materiali malleabili che, cambiando consistenza vuoi per effetto del calore, vuoi per lenta disidratazione o per raffreddamento, possono essere facilmente modellati con l'ausilio di una strumentazione appropriata. In particolare, la modellazione dell'impasto di argilla, elemento base di tutte le ceramiche, può avvenire manualmente con la semplice pressione delle dita, al tornio per la creazione di oggetti circolari e cavi, a stampo aperto per l'oggettistica più squadrata e per opere di grandi dimensioni, generalmente eseguite in due parti. Il processo esecutivo prevede in seguito l'essiccazione, la decorazione e la cottura. Per riprodurre una scultura si realizza un calco in gesso o in cera: impronta in negativo dell'opera che si ottiene plasmando materiali malleabili sul modello al fine di creare una matrice per innumerevoli copie. I metalli, infine, formano un gruppo a sé, in quanto si prestano a essere lavorati sia a freddo sia a caldo. (da: Pierluigi De Vecchi, Elda Cerchiari, "Arte nel tempo. Glossario e Bibliografia", Bompiani) Che cos'è la gradina? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Ad Antonio Principe non piacevano le previsioni del tempo con il meteorologo vivo, presente, che indica con la bacchetta i vari punti dello stivale - qui pioggia, qui nebbia, qui mare mosso, venti da nord-ovest, temperature in lieve calo. Ad Antonio non piaceva nessuno che fingesse di parlare a lui, dall'altra parte dello schermo. Niente Vespa e Costanzo: lo mettevano in ansia, si sentiva spiato, e raramente capiva di che cosa stessero parlando. Ad Antonio invece piacevano le previsioni tutte elettroniche, l'Italia verde vista dall'alto, i simboli, sigle di città come vecchie targhe, e musica tranquilla, da far addormentare. Ma Antonio Principe portava il camion, e le ultime previsioni prima delle sei ore di sonno lo avevano messo in agitazione. Pioggia. Temporali estivi "su buona parte della penisola, tranne il versante adriatico meridionale, la costa ionica e la Sicilia" così aveva detto la voce della TV. Aveva bestemmiato, ma poi aveva pensato che tanto le previsioni sbagliano sempre.Era andato a dormire nella speranza che la mattina dopo splendesse il sole. Il sole, anche se fa caldo, è sempre meglio della pioggia. Tanto doveva partire, il fetore delle vie non lo poteva raggiungere, almeno per un po'. Non che l'aspettassero profumi e acqua di colonia. Un camion vecchio puzza di fumo vecchio, interni che marciscono, gas di scarico e gomma. Se tiri giù il finestrino entra la puzza di fuori, ma almeno la benzina bruciata ha un che di virile. L'autostrada è un posto pericoloso, ma non più di un cantiere, e comunque tutto è pericoloso. Un uomo arriva ad amare il luogo dove guadagna il pane. Alle quattro di mattina tuoni, lampi, scariche di grandine. Le previsioni, pensò Antonio, non sbagliano mai, non quelle del giorno prima per il giorno dopo. Bestemmiò come la sera prima, poi si levò, sciacquò la faccia, mise su il caffè, guardò fuori della finestra in preda all'ansia.Lampi illuminavano la spianata di cemento e ghiaia cosparsa di buche, pozzanghere a formare frastagliate [1] lagune che separano il condominio da un'altra mole stolida, identica, illuminata a tagli dalla luce di un lampione sì, uno no. (Da: Wu Ming. "Previsioni del tempo" Edizioni Ambiente S.r.l., 2008, pp. 6 � 7) Indicare quale delle seguenti affermazioni corrisponde all'opinione di Antonio. |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Ad Antonio Principe non piacevano le previsioni del tempo con il meteorologo vivo, presente, che indica con la bacchetta i vari punti dello stivale - qui pioggia, qui nebbia, qui mare mosso, venti da nord-ovest, temperature in lieve calo. Ad Antonio non piaceva nessuno che fingesse di parlare a lui, dall'altra parte dello schermo. Niente Vespa e Costanzo: lo mettevano in ansia, si sentiva spiato, e raramente capiva di che cosa stessero parlando. Ad Antonio invece piacevano le previsioni tutte elettroniche, l'Italia verde vista dall'alto, i simboli, sigle di città come vecchie targhe, e musica tranquilla, da far addormentare. Ma Antonio Principe portava il camion, e le ultime previsioni prima delle sei ore di sonno lo avevano messo in agitazione. Pioggia. Temporali estivi "su buona parte della penisola, tranne il versante adriatico meridionale, la costa ionica e la Sicilia" così aveva detto la voce della TV. Aveva bestemmiato, ma poi aveva pensato che tanto le previsioni sbagliano sempre.Era andato a dormire nella speranza che la mattina dopo splendesse il sole. Il sole, anche se fa caldo, è sempre meglio della pioggia. Tanto doveva partire, il fetore delle vie non lo poteva raggiungere, almeno per un po'. Non che l'aspettassero profumi e acqua di colonia. Un camion vecchio puzza di fumo vecchio, interni che marciscono, gas di scarico e gomma. Se tiri giù il finestrino entra la puzza di fuori, ma almeno la benzina bruciata ha un che di virile. L'autostrada è un posto pericoloso, ma non più di un cantiere, e comunque tutto è pericoloso. Un uomo arriva ad amare il luogo dove guadagna il pane. Alle quattro di mattina tuoni, lampi, scariche di grandine. Le previsioni, pensò Antonio, non sbagliano mai, non quelle del giorno prima per il giorno dopo. Bestemmiò come la sera prima, poi si levò, sciacquò la faccia, mise su il caffè, guardò fuori della finestra in preda all'ansia.Lampi illuminavano la spianata di cemento e ghiaia cosparsa di buche, pozzanghere a formare frastagliate [1] lagune che separano il condominio da un'altra mole stolida, identica, illuminata a tagli dalla luce di un lampione sì, uno no. (Da: Wu Ming. "Previsioni del tempo" Edizioni Ambiente S.r.l., 2008, pp. 6 � 7) Il tono del racconto è: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Ad Antonio Principe non piacevano le previsioni del tempo con il meteorologo vivo, presente, che indica con la bacchetta i vari punti dello stivale - qui pioggia, qui nebbia, qui mare mosso, venti da nord-ovest, temperature in lieve calo. Ad Antonio non piaceva nessuno che fingesse di parlare a lui, dall'altra parte dello schermo. Niente Vespa e Costanzo: lo mettevano in ansia, si sentiva spiato, e raramente capiva di che cosa stessero parlando. Ad Antonio invece piacevano le previsioni tutte elettroniche, l'Italia verde vista dall'alto, i simboli, sigle di città come vecchie targhe, e musica tranquilla, da far addormentare. Ma Antonio Principe portava il camion, e le ultime previsioni prima delle sei ore di sonno lo avevano messo in agitazione. Pioggia. Temporali estivi "su buona parte della penisola, tranne il versante adriatico meridionale, la costa ionica e la Sicilia" così aveva detto la voce della TV. Aveva bestemmiato, ma poi aveva pensato che tanto le previsioni sbagliano sempre.Era andato a dormire nella speranza che la mattina dopo splendesse il sole. Il sole, anche se fa caldo, è sempre meglio della pioggia. Tanto doveva partire, il fetore delle vie non lo poteva raggiungere, almeno per un po'. Non che l'aspettassero profumi e acqua di colonia. Un camion vecchio puzza di fumo vecchio, interni che marciscono, gas di scarico e gomma. Se tiri giù il finestrino entra la puzza di fuori, ma almeno la benzina bruciata ha un che di virile. L'autostrada è un posto pericoloso, ma non più di un cantiere, e comunque tutto è pericoloso. Un uomo arriva ad amare il luogo dove guadagna il pane. Alle quattro di mattina tuoni, lampi, scariche di grandine. Le previsioni, pensò Antonio, non sbagliano mai, non quelle del giorno prima per il giorno dopo. Bestemmiò come la sera prima, poi si levò, sciacquò la faccia, mise su il caffè, guardò fuori della finestra in preda all'ansia.Lampi illuminavano la spianata di cemento e ghiaia cosparsa di buche, pozzanghere a formare frastagliate [1] lagune che separano il condominio da un'altra mole stolida, identica, illuminata a tagli dalla luce di un lampione sì, uno no. (Da: Wu Ming. "Previsioni del tempo" Edizioni Ambiente S.r.l., 2008, pp. 6 � 7) Secondo quanto affermato nel testo, Antonio ama: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Ad Antonio Principe non piacevano le previsioni del tempo con il meteorologo vivo, presente, che indica con la bacchetta i vari punti dello stivale - qui pioggia, qui nebbia, qui mare mosso, venti da nord-ovest, temperature in lieve calo. Ad Antonio non piaceva nessuno che fingesse di parlare a lui, dall'altra parte dello schermo. Niente Vespa e Costanzo: lo mettevano in ansia, si sentiva spiato, e raramente capiva di che cosa stessero parlando. Ad Antonio invece piacevano le previsioni tutte elettroniche, l'Italia verde vista dall'alto, i simboli, sigle di città come vecchie targhe, e musica tranquilla, da far addormentare. Ma Antonio Principe portava il camion, e le ultime previsioni prima delle sei ore di sonno lo avevano messo in agitazione. Pioggia. Temporali estivi "su buona parte della penisola, tranne il versante adriatico meridionale, la costa ionica e la Sicilia" così aveva detto la voce della TV. Aveva bestemmiato, ma poi aveva pensato che tanto le previsioni sbagliano sempre.Era andato a dormire nella speranza che la mattina dopo splendesse il sole. Il sole, anche se fa caldo, è sempre meglio della pioggia. Tanto doveva partire, il fetore delle vie non lo poteva raggiungere, almeno per un po'. Non che l'aspettassero profumi e acqua di colonia. Un camion vecchio puzza di fumo vecchio, interni che marciscono, gas di scarico e gomma. Se tiri giù il finestrino entra la puzza di fuori, ma almeno la benzina bruciata ha un che di virile. L'autostrada è un posto pericoloso, ma non più di un cantiere, e comunque tutto è pericoloso. Un uomo arriva ad amare il luogo dove guadagna il pane. Alle quattro di mattina tuoni, lampi, scariche di grandine. Le previsioni, pensò Antonio, non sbagliano mai, non quelle del giorno prima per il giorno dopo. Bestemmiò come la sera prima, poi si levò, sciacquò la faccia, mise su il caffè, guardò fuori della finestra in preda all'ansia.Lampi illuminavano la spianata di cemento e ghiaia cosparsa di buche, pozzanghere a formare frastagliate [1] lagune che separano il condominio da un'altra mole stolida, identica, illuminata a tagli dalla luce di un lampione sì, uno no. (Da: Wu Ming. "Previsioni del tempo" Edizioni Ambiente S.r.l., 2008, pp. 6 � 7) Indicare quale delle seguenti affermazioni NON è vera. |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Ad Antonio Principe non piacevano le previsioni del tempo con il meteorologo vivo, presente, che indica con la bacchetta i vari punti dello stivale - qui pioggia, qui nebbia, qui mare mosso, venti da nord-ovest, temperature in lieve calo. Ad Antonio non piaceva nessuno che fingesse di parlare a lui, dall'altra parte dello schermo. Niente Vespa e Costanzo: lo mettevano in ansia, si sentiva spiato, e raramente capiva di che cosa stessero parlando. Ad Antonio invece piacevano le previsioni tutte elettroniche, l'Italia verde vista dall'alto, i simboli, sigle di città come vecchie targhe, e musica tranquilla, da far addormentare. Ma Antonio Principe portava il camion, e le ultime previsioni prima delle sei ore di sonno lo avevano messo in agitazione. Pioggia. Temporali estivi "su buona parte della penisola, tranne il versante adriatico meridionale, la costa ionica e la Sicilia" così aveva detto la voce della TV. Aveva bestemmiato, ma poi aveva pensato che tanto le previsioni sbagliano sempre.Era andato a dormire nella speranza che la mattina dopo splendesse il sole. Il sole, anche se fa caldo, è sempre meglio della pioggia. Tanto doveva partire, il fetore delle vie non lo poteva raggiungere, almeno per un po'. Non che l'aspettassero profumi e acqua di colonia. Un camion vecchio puzza di fumo vecchio, interni che marciscono, gas di scarico e gomma. Se tiri giù il finestrino entra la puzza di fuori, ma almeno la benzina bruciata ha un che di virile. L'autostrada è un posto pericoloso, ma non più di un cantiere, e comunque tutto è pericoloso. Un uomo arriva ad amare il luogo dove guadagna il pane. Alle quattro di mattina tuoni, lampi, scariche di grandine. Le previsioni, pensò Antonio, non sbagliano mai, non quelle del giorno prima per il giorno dopo. Bestemmiò come la sera prima, poi si levò, sciacquò la faccia, mise su il caffè, guardò fuori della finestra in preda all'ansia.Lampi illuminavano la spianata di cemento e ghiaia cosparsa di buche, pozzanghere a formare frastagliate [1] lagune che separano il condominio da un'altra mole stolida, identica, illuminata a tagli dalla luce di un lampione sì, uno no. (Da: Wu Ming. "Previsioni del tempo" Edizioni Ambiente S.r.l., 2008, pp. 6 � 7) Quale dei seguenti termini NON è un sinonimo di "frastagliate" [1]? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Alfredo Martini era lì quel 10 giugno 1949. Vide la Cuneo-Pinerolo da un posto di prima fila. Fu terzo al traguardo a 19'14" da Coppi, preceduto da Bartali di 11'52". Ecco il suo racconto di quel giorno. "L'attacco di Coppi era atteso. Mancavano solo tre tappe alla fine del Giro e Leoni era in maglia rosa". Coppi era in gran forma, nessuno però poteva pensare che attaccasse già sul primo dei cinque colli di quella tappa. Nelle corse a tappe Coppi progettava sempre l'attacco nelle grandi tappe di montagna. Non era come Merckx che combatteva tutti i giorni, a lui bastavano due tappe. Quel giorno a Cuneo piovigginava. Dopo cinquanta chilometri abbiamo lasciato l'asfalto e ci siamo messi su strade di montagna, malagevoli, con sassi e buche. Bartali, un po' disattento, era alle prese con le guaine dei freni ed era scivolato in coda al gruppo, quando Coppi all'improvviso partì. Non partiva mai quando aveva Bartali a ruota. Glielo aveva detto Cavanna: "Quello in salita non lo stacchi, ma se ti lascia un po' di margine, vai. Tu sei il miglior cronoman: quello non ti prende più". Bartali restò sorpreso. Ma a due chilometri e mezzo dalla Maddalena attaccò e ci lasciò tutti indietro. La corsa si spezzò in tre: Coppi, poi Bartali e dietro un gruppetto di quattro o cinque, che cercavano il ricongiungimento. Gli altri erano dispersi sulla montagna. Ci furono molti incidenti meccanici.Correvo per la Wilier ed eravamo in testa alla classifica di squadra. Così cercavamo di unire le forze per difendere quel primo posto. In tre abbiamo forato 13 gomme e abbiamo perso molto tempo. Coppi ne ha forato cinque ed era assistito dalla macchina della Bianchi. È stata la più grande impresa di Coppi. La grandezza di Coppi era anche legata alla sua fragilità. Non aveva solo ossa fragili. Era anche più fragile moralmente di Bartali, che invece era tetragono a tutto. Nel Tour del '49 si avvilì. Nella tappa di St. Malo, convinto di esser stato tradito, sprofondò e perse 17 minuti. Binda fece fatica a fargli raggiungere il traguardo. "Ormai è perso tutto", diceva. "Io non volevo venire", si lamentava sconsolato. La sera si trovò a 37 minuti dalla maglia gialla Marinelli. Voleva tornare a casa. Ma noi sapevamo che era solo una crisi morale. Binda gli disse: "La cronometro di La Rochelle è il tuo termometro; poi decidiamo" [1]. Coppi la vinse. Restò in gara e vinse anche il Tour. Ha insegnato l'umiltà alla gente. Invece del frastuono della vittoria era come se cercasse il silenzio. (da: Claudio Gregori, "Coppi e la Cuneo-Pinerolo", Gazzetta dello sport.it) Quali sono i due termini che identificano rispettivamente Coppi e Bartali nel brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Alfredo Martini era lì quel 10 giugno 1949. Vide la Cuneo-Pinerolo da un posto di prima fila. Fu terzo al traguardo a 19'14" da Coppi, preceduto da Bartali di 11'52". Ecco il suo racconto di quel giorno. "L'attacco di Coppi era atteso. Mancavano solo tre tappe alla fine del Giro e Leoni era in maglia rosa". Coppi era in gran forma, nessuno però poteva pensare che attaccasse già sul primo dei cinque colli di quella tappa. Nelle corse a tappe Coppi progettava sempre l'attacco nelle grandi tappe di montagna. Non era come Merckx che combatteva tutti i giorni, a lui bastavano due tappe. Quel giorno a Cuneo piovigginava. Dopo cinquanta chilometri abbiamo lasciato l'asfalto e ci siamo messi su strade di montagna, malagevoli, con sassi e buche. Bartali, un po' disattento, era alle prese con le guaine dei freni ed era scivolato in coda al gruppo, quando Coppi all'improvviso partì. Non partiva mai quando aveva Bartali a ruota. Glielo aveva detto Cavanna: "Quello in salita non lo stacchi, ma se ti lascia un po' di margine, vai. Tu sei il miglior cronoman: quello non ti prende più". Bartali restò sorpreso. Ma a due chilometri e mezzo dalla Maddalena attaccò e ci lasciò tutti indietro. La corsa si spezzò in tre: Coppi, poi Bartali e dietro un gruppetto di quattro o cinque, che cercavano il ricongiungimento. Gli altri erano dispersi sulla montagna. Ci furono molti incidenti meccanici.Correvo per la Wilier ed eravamo in testa alla classifica di squadra. Così cercavamo di unire le forze per difendere quel primo posto. In tre abbiamo forato 13 gomme e abbiamo perso molto tempo. Coppi ne ha forato cinque ed era assistito dalla macchina della Bianchi. È stata la più grande impresa di Coppi. La grandezza di Coppi era anche legata alla sua fragilità. Non aveva solo ossa fragili. Era anche più fragile moralmente di Bartali, che invece era tetragono a tutto. Nel Tour del '49 si avvilì. Nella tappa di St. Malo, convinto di esser stato tradito, sprofondò e perse 17 minuti. Binda fece fatica a fargli raggiungere il traguardo. "Ormai è perso tutto", diceva. "Io non volevo venire", si lamentava sconsolato. La sera si trovò a 37 minuti dalla maglia gialla Marinelli. Voleva tornare a casa. Ma noi sapevamo che era solo una crisi morale. Binda gli disse: "La cronometro di La Rochelle è il tuo termometro; poi decidiamo" [1]. Coppi la vinse. Restò in gara e vinse anche il Tour. Ha insegnato l'umiltà alla gente. Invece del frastuono della vittoria era come se cercasse il silenzio. (da: Claudio Gregori, "Coppi e la Cuneo-Pinerolo", Gazzetta dello sport.it) Quali dei seguenti personaggi presenti nel brano si sente tradito? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Alfredo Martini era lì quel 10 giugno 1949. Vide la Cuneo-Pinerolo da un posto di prima fila. Fu terzo al traguardo a 19'14" da Coppi, preceduto da Bartali di 11'52". Ecco il suo racconto di quel giorno. "L'attacco di Coppi era atteso. Mancavano solo tre tappe alla fine del Giro e Leoni era in maglia rosa". Coppi era in gran forma, nessuno però poteva pensare che attaccasse già sul primo dei cinque colli di quella tappa. Nelle corse a tappe Coppi progettava sempre l'attacco nelle grandi tappe di montagna. Non era come Merckx che combatteva tutti i giorni, a lui bastavano due tappe. Quel giorno a Cuneo piovigginava. Dopo cinquanta chilometri abbiamo lasciato l'asfalto e ci siamo messi su strade di montagna, malagevoli, con sassi e buche. Bartali, un po' disattento, era alle prese con le guaine dei freni ed era scivolato in coda al gruppo, quando Coppi all'improvviso partì. Non partiva mai quando aveva Bartali a ruota. Glielo aveva detto Cavanna: "Quello in salita non lo stacchi, ma se ti lascia un po' di margine, vai. Tu sei il miglior cronoman: quello non ti prende più". Bartali restò sorpreso. Ma a due chilometri e mezzo dalla Maddalena attaccò e ci lasciò tutti indietro. La corsa si spezzò in tre: Coppi, poi Bartali e dietro un gruppetto di quattro o cinque, che cercavano il ricongiungimento. Gli altri erano dispersi sulla montagna. Ci furono molti incidenti meccanici.Correvo per la Wilier ed eravamo in testa alla classifica di squadra. Così cercavamo di unire le forze per difendere quel primo posto. In tre abbiamo forato 13 gomme e abbiamo perso molto tempo. Coppi ne ha forato cinque ed era assistito dalla macchina della Bianchi. È stata la più grande impresa di Coppi. La grandezza di Coppi era anche legata alla sua fragilità. Non aveva solo ossa fragili. Era anche più fragile moralmente di Bartali, che invece era tetragono a tutto. Nel Tour del '49 si avvilì. Nella tappa di St. Malo, convinto di esser stato tradito, sprofondò e perse 17 minuti. Binda fece fatica a fargli raggiungere il traguardo. "Ormai è perso tutto", diceva. "Io non volevo venire", si lamentava sconsolato. La sera si trovò a 37 minuti dalla maglia gialla Marinelli. Voleva tornare a casa. Ma noi sapevamo che era solo una crisi morale. Binda gli disse: "La cronometro di La Rochelle è il tuo termometro; poi decidiamo" [1]. Coppi la vinse. Restò in gara e vinse anche il Tour. Ha insegnato l'umiltà alla gente. Invece del frastuono della vittoria era come se cercasse il silenzio. (da: Claudio Gregori, "Coppi e la Cuneo-Pinerolo", Gazzetta dello sport.it) Che distacco ebbe Alfredo Martini da Bartali nella gara Cuneo-Pinerolo? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Alfredo Martini era lì quel 10 giugno 1949. Vide la Cuneo-Pinerolo da un posto di prima fila. Fu terzo al traguardo a 19'14" da Coppi, preceduto da Bartali di 11'52". Ecco il suo racconto di quel giorno. "L'attacco di Coppi era atteso. Mancavano solo tre tappe alla fine del Giro e Leoni era in maglia rosa". Coppi era in gran forma, nessuno però poteva pensare che attaccasse già sul primo dei cinque colli di quella tappa. Nelle corse a tappe Coppi progettava sempre l'attacco nelle grandi tappe di montagna. Non era come Merckx che combatteva tutti i giorni, a lui bastavano due tappe. Quel giorno a Cuneo piovigginava. Dopo cinquanta chilometri abbiamo lasciato l'asfalto e ci siamo messi su strade di montagna, malagevoli, con sassi e buche. Bartali, un po' disattento, era alle prese con le guaine dei freni ed era scivolato in coda al gruppo, quando Coppi all'improvviso partì. Non partiva mai quando aveva Bartali a ruota. Glielo aveva detto Cavanna: "Quello in salita non lo stacchi, ma se ti lascia un po' di margine, vai. Tu sei il miglior cronoman: quello non ti prende più". Bartali restò sorpreso. Ma a due chilometri e mezzo dalla Maddalena attaccò e ci lasciò tutti indietro. La corsa si spezzò in tre: Coppi, poi Bartali e dietro un gruppetto di quattro o cinque, che cercavano il ricongiungimento. Gli altri erano dispersi sulla montagna. Ci furono molti incidenti meccanici.Correvo per la Wilier ed eravamo in testa alla classifica di squadra. Così cercavamo di unire le forze per difendere quel primo posto. In tre abbiamo forato 13 gomme e abbiamo perso molto tempo. Coppi ne ha forato cinque ed era assistito dalla macchina della Bianchi. È stata la più grande impresa di Coppi. La grandezza di Coppi era anche legata alla sua fragilità. Non aveva solo ossa fragili. Era anche più fragile moralmente di Bartali, che invece era tetragono a tutto. Nel Tour del '49 si avvilì. Nella tappa di St. Malo, convinto di esser stato tradito, sprofondò e perse 17 minuti. Binda fece fatica a fargli raggiungere il traguardo. "Ormai è perso tutto", diceva. "Io non volevo venire", si lamentava sconsolato. La sera si trovò a 37 minuti dalla maglia gialla Marinelli. Voleva tornare a casa. Ma noi sapevamo che era solo una crisi morale. Binda gli disse: "La cronometro di La Rochelle è il tuo termometro; poi decidiamo" [1]. Coppi la vinse. Restò in gara e vinse anche il Tour. Ha insegnato l'umiltà alla gente. Invece del frastuono della vittoria era come se cercasse il silenzio. (da: Claudio Gregori, "Coppi e la Cuneo-Pinerolo", Gazzetta dello sport.it) Quale fu il suggerimento di Cavanna a Coppi? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Alfredo Martini era lì quel 10 giugno 1949. Vide la Cuneo-Pinerolo da un posto di prima fila. Fu terzo al traguardo a 19'14" da Coppi, preceduto da Bartali di 11'52". Ecco il suo racconto di quel giorno. "L'attacco di Coppi era atteso. Mancavano solo tre tappe alla fine del Giro e Leoni era in maglia rosa". Coppi era in gran forma, nessuno però poteva pensare che attaccasse già sul primo dei cinque colli di quella tappa. Nelle corse a tappe Coppi progettava sempre l'attacco nelle grandi tappe di montagna. Non era come Merckx che combatteva tutti i giorni, a lui bastavano due tappe. Quel giorno a Cuneo piovigginava. Dopo cinquanta chilometri abbiamo lasciato l'asfalto e ci siamo messi su strade di montagna, malagevoli, con sassi e buche. Bartali, un po' disattento, era alle prese con le guaine dei freni ed era scivolato in coda al gruppo, quando Coppi all'improvviso partì. Non partiva mai quando aveva Bartali a ruota. Glielo aveva detto Cavanna: "Quello in salita non lo stacchi, ma se ti lascia un po' di margine, vai. Tu sei il miglior cronoman: quello non ti prende più". Bartali restò sorpreso. Ma a due chilometri e mezzo dalla Maddalena attaccò e ci lasciò tutti indietro. La corsa si spezzò in tre: Coppi, poi Bartali e dietro un gruppetto di quattro o cinque, che cercavano il ricongiungimento. Gli altri erano dispersi sulla montagna. Ci furono molti incidenti meccanici.Correvo per la Wilier ed eravamo in testa alla classifica di squadra. Così cercavamo di unire le forze per difendere quel primo posto. In tre abbiamo forato 13 gomme e abbiamo perso molto tempo. Coppi ne ha forato cinque ed era assistito dalla macchina della Bianchi. È stata la più grande impresa di Coppi. La grandezza di Coppi era anche legata alla sua fragilità. Non aveva solo ossa fragili. Era anche più fragile moralmente di Bartali, che invece era tetragono a tutto. Nel Tour del '49 si avvilì. Nella tappa di St. Malo, convinto di esser stato tradito, sprofondò e perse 17 minuti. Binda fece fatica a fargli raggiungere il traguardo. "Ormai è perso tutto", diceva. "Io non volevo venire", si lamentava sconsolato. La sera si trovò a 37 minuti dalla maglia gialla Marinelli. Voleva tornare a casa. Ma noi sapevamo che era solo una crisi morale. Binda gli disse: "La cronometro di La Rochelle è il tuo termometro; poi decidiamo" [1]. Coppi la vinse. Restò in gara e vinse anche il Tour. Ha insegnato l'umiltà alla gente. Invece del frastuono della vittoria era come se cercasse il silenzio. (da: Claudio Gregori, "Coppi e la Cuneo-Pinerolo", Gazzetta dello sport.it) A quale gara si riferisce la frase "la cronometro di La Rochelle è il tuo termometro; poi decidiamo" [1]? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. All'epoca dell'ultimo censimento effettuato (2001), la Croazia aveva una popolazione di circa 4,5 milioni di abitanti, contro i cinque milioni registrati negli anni immediatamente precedenti la guerra. Il 59% circa della popolazione risiede nelle città. I serbi che hanno lasciato il Paese all'inizio degli anni '90 sono stati circa 280.000 (pari a circa il 50% dell'intera comunità serba): si stima che da allora ne siano tornati 110.000. La crisi economica che ha colpito il Paese nell'immediato dopoguerra ha costretto a emigrare tra 120.000 e 130.000 croati, ma contemporaneamente è arrivato un numero analogo di profughi di nazionalità croata dalla Bosnia-Erzegovina e altri 30.000 circa dalla regione serba della Vojvodina. Stando alle percentuali fornite dall'ultimo censimento, la popolazione è composta in gran larga maggioranza da croati (89,6%), seguiti da serbi (4,5%), bosniaci (0,5%), ungheresi (0,4%), sloveni (0,3%), cechi (0,2%), rom (0,2%), albanesi (0,1%), montenegrini (0,1%) e da altre nazionalità per il restante 4,1 %. La comunità serba è concentrata soprattutto nella Slavonia orientale, regione che ospita anche numerosi ungheresi e cechi, mentre gli italiani, gli albanesi, i bosniaci e i rom vivono prevalentemente a Zagabria, nell'Istria e in alcune città della Dalmazia. La guerra e le scarse prospettive economiche sono all'origine sia del costante calo della popolazione sia del trasferimento all'estero di molti giovani istruiti, che lasciano il Paese nella speranza di trovare occasioni migliori. Alcuni esperti prevedono che nell'arco di appena 50 anni soltanto il 13% della popolazione avrà meno di 14 anni e che il numero di persone di età compresa fra i 25 e i 64 anni scenderà al 54%. Non esistono soluzioni facili per ovviare a questi problemi, anche se il governo cerca di incoraggiare i figli dei croati emigrati all'estero a rientrare in patria. Circa un milione di croati vive in altri Stati della ex Jugoslavia, principalmente in Bosnia-Erzegovina, nella Vojvodina settentrionale (Serbia) e nella regione di Baia di Kotor (Montenegro). Inoltre 2.300.000 croati risiedono in altre Nazioni, in particolare negli Stati Uniti (quasi 1.500.000), in Germania (270.000), in Australia (240.000), in Canada (150.000) e in Argentina (150.000). Pittsburgh e Buenos Aires sono le città extraeuropee che vantano le comunità croate più numerose. (da: AA. VV., "Croazia", Lonely planet) Qual è la percentuale della popolazione serba che risiede nelle città? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. All'epoca dell'ultimo censimento effettuato (2001), la Croazia aveva una popolazione di circa 4,5 milioni di abitanti, contro i cinque milioni registrati negli anni immediatamente precedenti la guerra. Il 59% circa della popolazione risiede nelle città. I serbi che hanno lasciato il Paese all'inizio degli anni '90 sono stati circa 280.000 (pari a circa il 50% dell'intera comunità serba): si stima che da allora ne siano tornati 110.000. La crisi economica che ha colpito il Paese nell'immediato dopoguerra ha costretto a emigrare tra 120.000 e 130.000 croati, ma contemporaneamente è arrivato un numero analogo di profughi di nazionalità croata dalla Bosnia-Erzegovina e altri 30.000 circa dalla regione serba della Vojvodina. Stando alle percentuali fornite dall'ultimo censimento, la popolazione è composta in gran larga maggioranza da croati (89,6%), seguiti da serbi (4,5%), bosniaci (0,5%), ungheresi (0,4%), sloveni (0,3%), cechi (0,2%), rom (0,2%), albanesi (0,1%), montenegrini (0,1%) e da altre nazionalità per il restante 4,1 %. La comunità serba è concentrata soprattutto nella Slavonia orientale, regione che ospita anche numerosi ungheresi e cechi, mentre gli italiani, gli albanesi, i bosniaci e i rom vivono prevalentemente a Zagabria, nell'Istria e in alcune città della Dalmazia. La guerra e le scarse prospettive economiche sono all'origine sia del costante calo della popolazione sia del trasferimento all'estero di molti giovani istruiti, che lasciano il Paese nella speranza di trovare occasioni migliori. Alcuni esperti prevedono che nell'arco di appena 50 anni soltanto il 13% della popolazione avrà meno di 14 anni e che il numero di persone di età compresa fra i 25 e i 64 anni scenderà al 54%. Non esistono soluzioni facili per ovviare a questi problemi, anche se il governo cerca di incoraggiare i figli dei croati emigrati all'estero a rientrare in patria. Circa un milione di croati vive in altri Stati della ex Jugoslavia, principalmente in Bosnia-Erzegovina, nella Vojvodina settentrionale (Serbia) e nella regione di Baia di Kotor (Montenegro). Inoltre 2.300.000 croati risiedono in altre Nazioni, in particolare negli Stati Uniti (quasi 1.500.000), in Germania (270.000), in Australia (240.000), in Canada (150.000) e in Argentina (150.000). Pittsburgh e Buenos Aires sono le città extraeuropee che vantano le comunità croate più numerose. (da: AA. VV., "Croazia", Lonely planet) La popolazione risiedente in Croazia è composta in ordine crescente da: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. All'epoca dell'ultimo censimento effettuato (2001), la Croazia aveva una popolazione di circa 4,5 milioni di abitanti, contro i cinque milioni registrati negli anni immediatamente precedenti la guerra. Il 59% circa della popolazione risiede nelle città. I serbi che hanno lasciato il Paese all'inizio degli anni '90 sono stati circa 280.000 (pari a circa il 50% dell'intera comunità serba): si stima che da allora ne siano tornati 110.000. La crisi economica che ha colpito il Paese nell'immediato dopoguerra ha costretto a emigrare tra 120.000 e 130.000 croati, ma contemporaneamente è arrivato un numero analogo di profughi di nazionalità croata dalla Bosnia-Erzegovina e altri 30.000 circa dalla regione serba della Vojvodina. Stando alle percentuali fornite dall'ultimo censimento, la popolazione è composta in gran larga maggioranza da croati (89,6%), seguiti da serbi (4,5%), bosniaci (0,5%), ungheresi (0,4%), sloveni (0,3%), cechi (0,2%), rom (0,2%), albanesi (0,1%), montenegrini (0,1%) e da altre nazionalità per il restante 4,1 %. La comunità serba è concentrata soprattutto nella Slavonia orientale, regione che ospita anche numerosi ungheresi e cechi, mentre gli italiani, gli albanesi, i bosniaci e i rom vivono prevalentemente a Zagabria, nell'Istria e in alcune città della Dalmazia. La guerra e le scarse prospettive economiche sono all'origine sia del costante calo della popolazione sia del trasferimento all'estero di molti giovani istruiti, che lasciano il Paese nella speranza di trovare occasioni migliori. Alcuni esperti prevedono che nell'arco di appena 50 anni soltanto il 13% della popolazione avrà meno di 14 anni e che il numero di persone di età compresa fra i 25 e i 64 anni scenderà al 54%. Non esistono soluzioni facili per ovviare a questi problemi, anche se il governo cerca di incoraggiare i figli dei croati emigrati all'estero a rientrare in patria. Circa un milione di croati vive in altri Stati della ex Jugoslavia, principalmente in Bosnia-Erzegovina, nella Vojvodina settentrionale (Serbia) e nella regione di Baia di Kotor (Montenegro). Inoltre 2.300.000 croati risiedono in altre Nazioni, in particolare negli Stati Uniti (quasi 1.500.000), in Germania (270.000), in Australia (240.000), in Canada (150.000) e in Argentina (150.000). Pittsburgh e Buenos Aires sono le città extraeuropee che vantano le comunità croate più numerose. (da: AA. VV., "Croazia", Lonely planet) Quale delle seguenti affermazioni NON è corretta, stando al contenuto del brano? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. All'epoca dell'ultimo censimento effettuato (2001), la Croazia aveva una popolazione di circa 4,5 milioni di abitanti, contro i cinque milioni registrati negli anni immediatamente precedenti la guerra. Il 59% circa della popolazione risiede nelle città. I serbi che hanno lasciato il Paese all'inizio degli anni '90 sono stati circa 280.000 (pari a circa il 50% dell'intera comunità serba): si stima che da allora ne siano tornati 110.000. La crisi economica che ha colpito il Paese nell'immediato dopoguerra ha costretto a emigrare tra 120.000 e 130.000 croati, ma contemporaneamente è arrivato un numero analogo di profughi di nazionalità croata dalla Bosnia-Erzegovina e altri 30.000 circa dalla regione serba della Vojvodina. Stando alle percentuali fornite dall'ultimo censimento, la popolazione è composta in gran larga maggioranza da croati (89,6%), seguiti da serbi (4,5%), bosniaci (0,5%), ungheresi (0,4%), sloveni (0,3%), cechi (0,2%), rom (0,2%), albanesi (0,1%), montenegrini (0,1%) e da altre nazionalità per il restante 4,1 %. La comunità serba è concentrata soprattutto nella Slavonia orientale, regione che ospita anche numerosi ungheresi e cechi, mentre gli italiani, gli albanesi, i bosniaci e i rom vivono prevalentemente a Zagabria, nell'Istria e in alcune città della Dalmazia. La guerra e le scarse prospettive economiche sono all'origine sia del costante calo della popolazione sia del trasferimento all'estero di molti giovani istruiti, che lasciano il Paese nella speranza di trovare occasioni migliori. Alcuni esperti prevedono che nell'arco di appena 50 anni soltanto il 13% della popolazione avrà meno di 14 anni e che il numero di persone di età compresa fra i 25 e i 64 anni scenderà al 54%. Non esistono soluzioni facili per ovviare a questi problemi, anche se il governo cerca di incoraggiare i figli dei croati emigrati all'estero a rientrare in patria. Circa un milione di croati vive in altri Stati della ex Jugoslavia, principalmente in Bosnia-Erzegovina, nella Vojvodina settentrionale (Serbia) e nella regione di Baia di Kotor (Montenegro). Inoltre 2.300.000 croati risiedono in altre Nazioni, in particolare negli Stati Uniti (quasi 1.500.000), in Germania (270.000), in Australia (240.000), in Canada (150.000) e in Argentina (150.000). Pittsburgh e Buenos Aires sono le città extraeuropee che vantano le comunità croate più numerose. (da: AA. VV., "Croazia", Lonely planet) Quanti croati vivono complessivamente negli Stati Uniti e in Canada? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. All'epoca dell'ultimo censimento effettuato (2001), la Croazia aveva una popolazione di circa 4,5 milioni di abitanti, contro i cinque milioni registrati negli anni immediatamente precedenti la guerra. Il 59% circa della popolazione risiede nelle città. I serbi che hanno lasciato il Paese all'inizio degli anni '90 sono stati circa 280.000 (pari a circa il 50% dell'intera comunità serba): si stima che da allora ne siano tornati 110.000. La crisi economica che ha colpito il Paese nell'immediato dopoguerra ha costretto a emigrare tra 120.000 e 130.000 croati, ma contemporaneamente è arrivato un numero analogo di profughi di nazionalità croata dalla Bosnia-Erzegovina e altri 30.000 circa dalla regione serba della Vojvodina. Stando alle percentuali fornite dall'ultimo censimento, la popolazione è composta in gran larga maggioranza da croati (89,6%), seguiti da serbi (4,5%), bosniaci (0,5%), ungheresi (0,4%), sloveni (0,3%), cechi (0,2%), rom (0,2%), albanesi (0,1%), montenegrini (0,1%) e da altre nazionalità per il restante 4,1 %. La comunità serba è concentrata soprattutto nella Slavonia orientale, regione che ospita anche numerosi ungheresi e cechi, mentre gli italiani, gli albanesi, i bosniaci e i rom vivono prevalentemente a Zagabria, nell'Istria e in alcune città della Dalmazia. La guerra e le scarse prospettive economiche sono all'origine sia del costante calo della popolazione sia del trasferimento all'estero di molti giovani istruiti, che lasciano il Paese nella speranza di trovare occasioni migliori. Alcuni esperti prevedono che nell'arco di appena 50 anni soltanto il 13% della popolazione avrà meno di 14 anni e che il numero di persone di età compresa fra i 25 e i 64 anni scenderà al 54%. Non esistono soluzioni facili per ovviare a questi problemi, anche se il governo cerca di incoraggiare i figli dei croati emigrati all'estero a rientrare in patria. Circa un milione di croati vive in altri Stati della ex Jugoslavia, principalmente in Bosnia-Erzegovina, nella Vojvodina settentrionale (Serbia) e nella regione di Baia di Kotor (Montenegro). Inoltre 2.300.000 croati risiedono in altre Nazioni, in particolare negli Stati Uniti (quasi 1.500.000), in Germania (270.000), in Australia (240.000), in Canada (150.000) e in Argentina (150.000). Pittsburgh e Buenos Aires sono le città extraeuropee che vantano le comunità croate più numerose. (da: AA. VV., "Croazia", Lonely planet) All'incirca, quanti serbi hanno lasciato il loro Paese all'inizio degli anni '90? |
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Leggere attentamente il seguente brano. Ad Antonio Principe non piacevano le previsioni del tempo con il meteorologo vivo, presente, che indica con la bacchetta i vari punti dello stivale - qui pioggia, qui nebbia, qui mare mosso, venti da nord-ovest, temperature in lieve calo. Ad Antonio non piaceva nessuno che fingesse di parlare a lui, dall'altra parte dello schermo. Niente Vespa e Costanzo: lo mettevano in ansia, si sentiva spiato, e raramente capiva di che cosa stessero parlando. Ad Antonio invece piacevano le previsioni tutte elettroniche, l'Italia verde vista dall'alto, i simboli, sigle di città come vecchie targhe, e musica tranquilla, da far addormentare. Ma Antonio Principe portava il camion, e le ultime previsioni prima delle sei ore di sonno lo avevano messo in agitazione. Pioggia. Temporali estivi "su buona parte della penisola, tranne il versante adriatico meridionale, la costa ionica e la Sicilia" così aveva detto la voce della TV. Aveva bestemmiato, ma poi aveva pensato che tanto le previsioni sbagliano sempre.Era andato a dormire nella speranza che la mattina dopo splendesse il sole. Il sole, anche se fa caldo, è sempre meglio della pioggia. Tanto doveva partire, il fetore delle vie non lo poteva raggiungere, almeno per un po'. Non che l'aspettassero profumi e acqua di colonia. Un camion vecchio puzza di fumo vecchio, interni che marciscono, gas di scarico e gomma. Se tiri giù il finestrino entra la puzza di fuori, ma almeno la benzina bruciata ha un che di virile. L'autostrada è un posto pericoloso, ma non più di un cantiere, e comunque tutto è pericoloso. Un uomo arriva ad amare il luogo dove guadagna il pane. Alle quattro di mattina tuoni, lampi, scariche di grandine. Le previsioni, pensò Antonio, non sbagliano mai, non quelle del giorno prima per il giorno dopo. Bestemmiò come la sera prima, poi si levò, sciacquò la faccia, mise su il caffè, guardò fuori della finestra in preda all'ansia.Lampi illuminavano la spianata di cemento e ghiaia cosparsa di buche, pozzanghere a formare frastagliate [1] lagune che separano il condominio da un'altra mole stolida, identica, illuminata a tagli dalla luce di un lampione sì, uno no. (Da: Wu Ming. "Previsioni del tempo" Edizioni Ambiente S.r.l., 2008, pp. 6 � 7) Il tono del racconto è:
Leggere attentamente il seguente brano. Ad Antonio Principe non piacevano le previsioni del tempo con il meteorologo vivo, presente, che indica con la bacchetta i vari punti dello stivale - qui pioggia, qui nebbia, qui mare mosso, venti da nord-ovest, temperature in lieve calo. Ad Antonio non piaceva nessuno che fingesse di parlare a lui, dall'altra parte dello schermo. Niente Vespa e Costanzo: lo mettevano in ansia, si sentiva spiato, e raramente capiva di che cosa stessero parlando. Ad Antonio invece piacevano le previsioni tutte elettroniche, l'Italia verde vista dall'alto, i simboli, sigle di città come vecchie targhe, e musica tranquilla, da far addormentare. Ma Antonio Principe portava il camion, e le ultime previsioni prima delle sei ore di sonno lo avevano messo in agitazione. Pioggia. Temporali estivi "su buona parte della penisola, tranne il versante adriatico meridionale, la costa ionica e la Sicilia" così aveva detto la voce della TV. Aveva bestemmiato, ma poi aveva pensato che tanto le previsioni sbagliano sempre.Era andato a dormire nella speranza che la mattina dopo splendesse il sole. Il sole, anche se fa caldo, è sempre meglio della pioggia. Tanto doveva partire, il fetore delle vie non lo poteva raggiungere, almeno per un po'. Non che l'aspettassero profumi e acqua di colonia. Un camion vecchio puzza di fumo vecchio, interni che marciscono, gas di scarico e gomma. Se tiri giù il finestrino entra la puzza di fuori, ma almeno la benzina bruciata ha un che di virile. L'autostrada è un posto pericoloso, ma non più di un cantiere, e comunque tutto è pericoloso. Un uomo arriva ad amare il luogo dove guadagna il pane. Alle quattro di mattina tuoni, lampi, scariche di grandine. Le previsioni, pensò Antonio, non sbagliano mai, non quelle del giorno prima per il giorno dopo. Bestemmiò come la sera prima, poi si levò, sciacquò la faccia, mise su il caffè, guardò fuori della finestra in preda all'ansia.Lampi illuminavano la spianata di cemento e ghiaia cosparsa di buche, pozzanghere a formare frastagliate [1] lagune che separano il condominio da un'altra mole stolida, identica, illuminata a tagli dalla luce di un lampione sì, uno no. (Da: Wu Ming. "Previsioni del tempo" Edizioni Ambiente S.r.l., 2008, pp. 6 � 7) Secondo quanto affermato nel testo, Antonio ama: