Tutte le domande del quiz : Brani lunghitratto da:Esercito Italiano Quiz - Concorso per l'ammissione al 197° corso dell'Accademia Militare dell'Esercito - Anno accademico 2015/2016  Esercitati su questo Quiz  |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Il tema dell'equità e dell'efficienza è tornato in questi anni a occupare l'attenzione degli economisti. Era dagli anni Cinquanta, quando il dibattito fu introdotto nel contesto di una precisa rassegna critica delle diverse dottrine economiche da Kaldor e successivamente nel contesto empirico da Kutznets, che non si assisteva a una simile mole di lavori teorici ed empirici.Scopo di questo saggio è riesaminare criticamente questi nuovi lavori, cercando di evidenziarne i limiti e gli elementi in comune, per poi proporre una teoria più generale che permetta di inquadrare con precisione la problematica tra equità ed efficienza.Il legame tra equità (intesa come redistribuzione volta a ridurre le disuguaglianze di reddito o ricchezza) ed efficienza (intesa come massima produzione ottenibile date le risorse a disposizione) è un tema di grande rilevanza nella teoria economica che viene oggi ad assumere un ancor più forte significato. Il capitalismo e l'economia di mercato hanno forse vinto la sfida storica nei confronti dell'economia pianificata e del socialismo reale, ma ciò non significa affatto l'azzeramento del problema equità- efficienza. Al contrario, questo diventa il tema cruciale di tutte le moderne società industriali. Infatti, la domanda vera posta da molte parti è: quale capitalismo? Al di là delle varie formule, modelli, radici storiche, si tratta ancora una volta di combinare e coniugare la difficile equazione efficienza economica / giustizia sociale.Questo è ovviamente il tema portante che deve essere fronteggiato nelle politiche di privatizzazione e di rifondazione dei sistemi di welfare state introdotti nei vari Paesi industriali.Va infatti subito rilevato che l'approccio tradizionale pone l'obiettivo dell'equità in netta contrapposizione con quello dell'efficienza. Scopo di questo saggio è invece quello di investigare le condizioni storico-istituzionali interagenti con quelle tecnologiche, nelle quali si determina invece una relazione sinergica che, attraverso una più equa distribuzione del reddito, determina migliori condizioni di sviluppo. È evidente che, laddove un sistema economico si ritrovi in una situazione sinergica tra equità e sviluppo, il problema si esprime semplicemente in un obiettivo di efficienza interna del welfare state che, una volta conseguito, interagisce positivamente con le condizioni di crescita dell'economia.Il saggio va inteso quindi come un approccio iniziale di un filone di ricerca futura sui legami tra crescita, ricchezza e uguaglianza economica. Peraltro questo approccio è stato già utilizzato in alcuni importanti contributi. Esistono ampi spazi per dimostrare che equità ed efficienza possono assumere caratteri sinergici: esiste cioè una fase di miglioramento delle condizioni di equità che provoca una maggiore accumulazione e quindi una maggiore crescita dell'economia. (Archivio Selexi) Qual è il tema centrale del brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Il tema dell'equità e dell'efficienza è tornato in questi anni a occupare l'attenzione degli economisti. Era dagli anni Cinquanta, quando il dibattito fu introdotto nel contesto di una precisa rassegna critica delle diverse dottrine economiche da Kaldor e successivamente nel contesto empirico da Kutznets, che non si assisteva a una simile mole di lavori teorici ed empirici.Scopo di questo saggio è riesaminare criticamente questi nuovi lavori, cercando di evidenziarne i limiti e gli elementi in comune, per poi proporre una teoria più generale che permetta di inquadrare con precisione la problematica tra equità ed efficienza.Il legame tra equità (intesa come redistribuzione volta a ridurre le disuguaglianze di reddito o ricchezza) ed efficienza (intesa come massima produzione ottenibile date le risorse a disposizione) è un tema di grande rilevanza nella teoria economica che viene oggi ad assumere un ancor più forte significato. Il capitalismo e l'economia di mercato hanno forse vinto la sfida storica nei confronti dell'economia pianificata e del socialismo reale, ma ciò non significa affatto l'azzeramento del problema equità- efficienza. Al contrario, questo diventa il tema cruciale di tutte le moderne società industriali. Infatti, la domanda vera posta da molte parti è: quale capitalismo? Al di là delle varie formule, modelli, radici storiche, si tratta ancora una volta di combinare e coniugare la difficile equazione efficienza economica / giustizia sociale.Questo è ovviamente il tema portante che deve essere fronteggiato nelle politiche di privatizzazione e di rifondazione dei sistemi di welfare state introdotti nei vari Paesi industriali.Va infatti subito rilevato che l'approccio tradizionale pone l'obiettivo dell'equità in netta contrapposizione con quello dell'efficienza. Scopo di questo saggio è invece quello di investigare le condizioni storico-istituzionali interagenti con quelle tecnologiche, nelle quali si determina invece una relazione sinergica che, attraverso una più equa distribuzione del reddito, determina migliori condizioni di sviluppo. È evidente che, laddove un sistema economico si ritrovi in una situazione sinergica tra equità e sviluppo, il problema si esprime semplicemente in un obiettivo di efficienza interna del welfare state che, una volta conseguito, interagisce positivamente con le condizioni di crescita dell'economia.Il saggio va inteso quindi come un approccio iniziale di un filone di ricerca futura sui legami tra crescita, ricchezza e uguaglianza economica. Peraltro questo approccio è stato già utilizzato in alcuni importanti contributi. Esistono ampi spazi per dimostrare che equità ed efficienza possono assumere caratteri sinergici: esiste cioè una fase di miglioramento delle condizioni di equità che provoca una maggiore accumulazione e quindi una maggiore crescita dell'economia. (Archivio Selexi) Nel brano si esprimono tutte le seguenti idee tranne una. Quale? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Il tema dell'equità e dell'efficienza è tornato in questi anni a occupare l'attenzione degli economisti. Era dagli anni Cinquanta, quando il dibattito fu introdotto nel contesto di una precisa rassegna critica delle diverse dottrine economiche da Kaldor e successivamente nel contesto empirico da Kutznets, che non si assisteva a una simile mole di lavori teorici ed empirici.Scopo di questo saggio è riesaminare criticamente questi nuovi lavori, cercando di evidenziarne i limiti e gli elementi in comune, per poi proporre una teoria più generale che permetta di inquadrare con precisione la problematica tra equità ed efficienza.Il legame tra equità (intesa come redistribuzione volta a ridurre le disuguaglianze di reddito o ricchezza) ed efficienza (intesa come massima produzione ottenibile date le risorse a disposizione) è un tema di grande rilevanza nella teoria economica che viene oggi ad assumere un ancor più forte significato. Il capitalismo e l'economia di mercato hanno forse vinto la sfida storica nei confronti dell'economia pianificata e del socialismo reale, ma ciò non significa affatto l'azzeramento del problema equità- efficienza. Al contrario, questo diventa il tema cruciale di tutte le moderne società industriali. Infatti, la domanda vera posta da molte parti è: quale capitalismo? Al di là delle varie formule, modelli, radici storiche, si tratta ancora una volta di combinare e coniugare la difficile equazione efficienza economica / giustizia sociale.Questo è ovviamente il tema portante che deve essere fronteggiato nelle politiche di privatizzazione e di rifondazione dei sistemi di welfare state introdotti nei vari Paesi industriali.Va infatti subito rilevato che l'approccio tradizionale pone l'obiettivo dell'equità in netta contrapposizione con quello dell'efficienza. Scopo di questo saggio è invece quello di investigare le condizioni storico-istituzionali interagenti con quelle tecnologiche, nelle quali si determina invece una relazione sinergica che, attraverso una più equa distribuzione del reddito, determina migliori condizioni di sviluppo. È evidente che, laddove un sistema economico si ritrovi in una situazione sinergica tra equità e sviluppo, il problema si esprime semplicemente in un obiettivo di efficienza interna del welfare state che, una volta conseguito, interagisce positivamente con le condizioni di crescita dell'economia.Il saggio va inteso quindi come un approccio iniziale di un filone di ricerca futura sui legami tra crescita, ricchezza e uguaglianza economica. Peraltro questo approccio è stato già utilizzato in alcuni importanti contributi. Esistono ampi spazi per dimostrare che equità ed efficienza possono assumere caratteri sinergici: esiste cioè una fase di miglioramento delle condizioni di equità che provoca una maggiore accumulazione e quindi una maggiore crescita dell'economia. (Archivio Selexi) Il saggio introdotto dal brano: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Il termine "rivoluzione industriale" indica il processo iniziatosi con il massiccio investimento di capitali nel nuovo tipo di industria, chiamato "sistema di fabbrica" o "factory system", che nasce in Inghilterra attorno al 1770 e in cui per la prima volta le operazioni fino allora compiute dall'uomo vengono eseguite in prevalenza dalle macchine. In questo nuovo modo di produzione viene resa definitiva quella separatezza tra il produttore diretto (l'operaio) e i mezzi di produzione (le macchine) che, secondo Marx, è tipica del modo di produzione capitalistico. A causa delle trasformazioni tecniche, si instaurano dei rapporti di produzione, economici e sociali radicalmente nuovi, e si vengono a formare due classi contrapposte: quella degli imprenditori capitalisti e quella degli operai, cioè della grande massa dei prestatori di manodopera salariata.Tra i settori produttivi che "accumularono" i capitali da investire nella nuova industria - e che sicuramente interagirono - va ricordata l'agricoltura. Sin dall'inizio del 1700, si erano andati in essa accentuando vari fenomeni di razionalizzazione e di ristrutturazione aziendale, per cui crebbe l'ampiezza media delle aziende, si estesero le migliorie agronomiche e tecniche, e venne liquidato il sistema comunitario prevalente dei "campi aperti" e delle "terre comuni", con la conseguente emarginazione della "yeomanry", cioè di quella classe di piccoli proprietari terrieri e di piccoli affittuari che fino al secolo precedente costituivano il nerbo dell'agricoltura inglese.Le complesse trasformazioni agricole ricordate portarono sicuramente a un aumento della produttività e quindi a una maggiore disponibilità di cibo, dalla quale probabilmente fu favorito il forte incremento demografico che ebbe inizio in Inghilterra attorno al 1760.Un terzo fattore, oltre al progresso agricolo e allo sviluppo demografico, contribuì al decollo industriale: l'industria della lana. Essa, nella sua forma domiciliare, era già molto diffusa, anche nel secolo precedente, un po' dovunque, ma principalmente nello Yorkshire, con le città di Leed e Halifax. Ma il sistema domiciliare non era l'unico in Inghilterra. Il "Rapporto sulla manifattura della lana" del 1806 ci informa che, particolarmente nelle contee occidentali e settentrionali, era già da lungo tempo praticata una sorta di manifattura domiciliare organizzata dai mercanti di panni, i quali acquistavano la lana nazionale ed estera e, per tesserla, radunavano nella propria abitazione o in edifici annessi molti operai che lavoravano a tempo pieno, con parecchi telai e già con una notevole suddivisione di compiti. I mastri manifatturieri riuscivano ad accumulare in tal modo anche ricchezze considerevoli, giungendo a impiantare delle vere e proprie manifatture fin dai primi del 1700. Queste tre forme di organizzazione della produzione laniera rappresentarono anche gradini successivi dell'accumulo dei capitali e dell'industrializzazione del settore. Specie nel gradino più alto si andavano affinando quei processi lavorativi e compiendo quelle innovazioni e scoperte tecniche che furono decisive per il decollo industriale.Altro fattore non trascurabile dell'accumulazione furono i grandi profitti realizzati dagli inglesi nei commerci internazionali. Sin dalla seconda metà del 1500 erano state fondate delle grandi compagnie di commercio e di navigazione e nel 1600 era stata costituita la "Compagnia delle Indie". Il "Navigation Act" del 1651 fu lo strumento dell'enorme potenza marittima e commerciale dell'Inghilterra. Infatti, proibendo a qualsiasi navigatore straniero di importare in Inghilterra prodotti che non fossero del proprio Paese di origine decretava in sostanza che ogni commercio tra l'Inghilterra e i Paesi extraeuropei (Asia, Africa, America) doveva essere svolto con navi inglesi, fabbricate in Inghilterra e senza alcun intermediario. Fu organizzata così quella economia "mercantilistica" che, nel porre al centro di ogni interesse dello Stato la bilancia dei pagamenti, di fatto sanciva che la ricchezza e la potenza della nazione dipendevano in primo luogo dai commerci, dalle speculazioni, dai monopoli e dai protezionismi. (Archivio Selexi) Nel brano si afferma che il factory system nasce in: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Il terribile traffico di Mosca ha una pessima reputazione già da diverso tempo, ma da un paio d'anni è addirittura percepito come una minaccia alla stessa vita della città. All'inizio di dicembre del 2009, la prima nevicata invernale ha completamente paralizzato la città. [1] Andrej Kolesnikov, che segue le vicende del Cremlino per il quotidiano Kommersant ed è probabilmente il giornalista della carta stampata più noto del Paese, non è riuscito a raggiungere in tempo l'aeroporto per partire con il primo ministro Vladimir Putin alla volta di Nizhnij Tagil. [2] Invece di riferire in dettaglio le virili avventure di Putin nella capitale metallurgica degli Urali, il giorno dopo Kolesnikov ha raccontato ai lettori l'odissea del suo viaggio verso l'aeroporto.Il centro per l'analisi del traffico di Yandex, il principale motore di ricerca del paese, ha parlato del peggior ingorgo mai visto, con macchine in coda per sei ore di fila. Quella sera un famoso blogger, critico verso il Cremlino, camminando lungo la Moscova verso il centro della città, ha incontrato l'autista di un'ambulanza in piedi accanto al veicolo fermo. Stava lanciando pigramente delle palle di neve contro la banchina: era rimasto bloccato nel traffico così a lungo che il paziente era morto. L'allora sindaco Jurij Luzhkov, che negli anni si è appropriato con la moglie di una grossa fetta di Mosca, ha reagito con decisione: ha dato tutta la colpa ai meteorologi, colpevoli di aver sottovalutato la nevicata. [3] Servono previsioni più attendibili, altrimenti saranno guai, ha minacciato. Ma nei mesi successivi la neve ha continuato a provocare il caos. In tre diverse occasioni gli autisti degli spazzaneve sono stati attaccati a colpi di arma da fuoco perché erano andati a sbattere contro delle automobili. Uno degli autisti è morto, ucciso da un poliziotto fuori servizio. (Da: "Una vita bloccati in auto" di Keith Gessen, in “Internazionale”) Secondo quanto riportato nel brano, Nizhnij Tagil: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. In guerra i civili sono sempre stati esposti a rischi, ma i metodi della guerra moderna aumentano tali rischi e colpiscono un maggior numero di persone. Le guerre recenti sembrano caratterizzate da flussi interminabili di fuggiaschi che cercano di sottrarsi alle violenze e alla fame e vengono rinchiusi in campi di raccolta. Le agenzie occidentali tentano di dispensare aiuti e protezione, spesso in concorrenza l'una con l'altra e con autorità politiche o militari che mirano a dominare i profughi. Molte di queste agenzie fanno del loro meglio, in condizioni spaventose, e spesso con buoni risultati. Ma troppo spesso l'aiuto che esse sono in grado di offrire è, al massimo, un palliativo a breve termine. La loro opera e le intenzioni caritatevoli dei loro membri vengono sfruttate a fini politici e spesso le agenzie sono costrette a diventare parte del problema. (Archivio Selexi) Secondo l'Autore del brano, i Paesi occidentali: |
| RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. In guerra i civili sono sempre stati esposti a rischi, ma i metodi della guerra moderna aumentano tali rischi e colpiscono un maggior numero di persone. Le guerre recenti sembrano caratterizzate da flussi interminabili di fuggiaschi che cercano di sottrarsi alle violenze e alla fame e vengono rinchiusi in campi di raccolta. Le agenzie occidentali tentano di dispensare aiuti e protezione, spesso in concorrenza l'una con l'altra e con autorità politiche o militari che mirano a dominare i profughi. Molte di queste agenzie fanno del loro meglio, in condizioni spaventose, e spesso con buoni risultati. Ma troppo spesso l'aiuto che esse sono in grado di offrire è, al massimo, un palliativo a breve termine. La loro opera e le intenzioni caritatevoli dei loro membri vengono sfruttate a fini politici e spesso le agenzie sono costrette a diventare parte del problema. (Archivio Selexi) Secondo l'Autore del brano, come vengono accolti i profughi nei Paesi occidentali? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Invasa di benessere per il vino rosato della colazione, Nicole Diver piegò le braccia abbastanza in alto perché le camelie artificiali sulla spalla le sfiorassero la guancia, e uscì nel bel giardino senz'erba. Il giardino, da una parte era delimitato dalla casa, da cui si usciva ed entrava, da due parti dal vecchio villaggio, e dall'ultima parte dalla rupe che scendeva a terrazze fino al mare.Lungo i muri dalla parte del villaggio tutto era polveroso, le viti contorte, i limoni e gli eucalipti, le carreggiate casuali lasciate un momento prima ma connaturate al sentiero, secche e lievemente friabili. Nicole era invariabilmente sorpresa dal fatto che svoltando nell'altra direzione oltre un'aiuola di peonie, si entrasse in una zona così verde e fresca che foglie e petali vi si arricciavano di tenera umidità.Annodata alla gola portava una sciarpa lilla che anche nella luce incolore del sole le accendeva il viso e i piedi in un'ombra lilla. Aveva il viso duro, quasi severo tranne per il raggio morbido di dubbio pietoso che le usciva dagli occhi verdi. I capelli, una volta biondi, si erano scuriti; ma era più bella adesso a ventiquattro anni di quanto non lo fosse stata a diciotto, quando i suoi capelli erano più chiari di lei.Seguendo un sentiero bagnato da una nebbia intangibile di fiori che seguiva il limite di pietre bianche, giunse a uno spiazzo sovrastante il mare dove vi erano lanterne addormentate tra i fichi e una grande tavola e sedie di vimini e un grande ombrellone da mercato di Siena, il tutto raccolto intorno a un pino enorme, l'albero più grande del giardino. Si fermò un momento guardando distrattamente la vegetazione di nasturzi e iris aggrovigliata ai suoi piedi, come scaturita da una manciata sbadata di semi, ascoltando le lamentele e le accuse di una disputa infantile in casa. Quando questa morì nell'aria estiva, procedette tra le peonie caleidoscopiche ammassate in una nuvola rosa, tulipani neri e marroni e fragili rose dallo stelo violaceo, trasparenti come fiori di zucchero nella vetrina di un pasticciere; finché lo "scherzo" di colore, come se non potesse raggiungere un'intensità maggiore, irrompeva improvvisamente a mezz'aria e gradini umidi conducevano a un piano un paio di metri più in basso.Qui c'era un pozzo la cui sponda era bagnata e sdrucciolevole anche nei giorni sereni. Nicole salì i gradini che conducevano nell'orto; camminava piuttosto in fretta; le piaceva essere attiva anche se a volte dava un'impressione di riposo che era insieme statica ed evocativa. Questo dipendeva dal fatto che conosceva poche parole e non credeva in nessuna, in mezzo alla gente era piuttosto silenziosa, fornendo la sua parte di humor educato con una precisione che rasentava l'aridità. Ma nel momento in cui gli estranei incominciavano a sentirsi a disagio di fronte a questa economia, si impadroniva dell'argomento e vi si lanciava febbrilmente, sorpresa di se stessa; poi lo riportava indietro e lo abbandonava bruscamente come un obbediente cane da caccia che abbia fatto quel che doveva e anche qualcosa di più. (Francis Scott Fitzgerald, "Tenera è la notte") Secondo il brano il vino rosato: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Invasa di benessere per il vino rosato della colazione, Nicole Diver piegò le braccia abbastanza in alto perché le camelie artificiali sulla spalla le sfiorassero la guancia, e uscì nel bel giardino senz'erba. Il giardino, da una parte era delimitato dalla casa, da cui si usciva ed entrava, da due parti dal vecchio villaggio, e dall'ultima parte dalla rupe che scendeva a terrazze fino al mare.Lungo i muri dalla parte del villaggio tutto era polveroso, le viti contorte, i limoni e gli eucalipti, le carreggiate casuali lasciate un momento prima ma connaturate al sentiero, secche e lievemente friabili. Nicole era invariabilmente sorpresa dal fatto che svoltando nell'altra direzione oltre un'aiuola di peonie, si entrasse in una zona così verde e fresca che foglie e petali vi si arricciavano di tenera umidità.Annodata alla gola portava una sciarpa lilla che anche nella luce incolore del sole le accendeva il viso e i piedi in un'ombra lilla. Aveva il viso duro, quasi severo tranne per il raggio morbido di dubbio pietoso che le usciva dagli occhi verdi. I capelli, una volta biondi, si erano scuriti; ma era più bella adesso a ventiquattro anni di quanto non lo fosse stata a diciotto, quando i suoi capelli erano più chiari di lei.Seguendo un sentiero bagnato da una nebbia intangibile di fiori che seguiva il limite di pietre bianche, giunse a uno spiazzo sovrastante il mare dove vi erano lanterne addormentate tra i fichi e una grande tavola e sedie di vimini e un grande ombrellone da mercato di Siena, il tutto raccolto intorno a un pino enorme, l'albero più grande del giardino. Si fermò un momento guardando distrattamente la vegetazione di nasturzi e iris aggrovigliata ai suoi piedi, come scaturita da una manciata sbadata di semi, ascoltando le lamentele e le accuse di una disputa infantile in casa. Quando questa morì nell'aria estiva, procedette tra le peonie caleidoscopiche ammassate in una nuvola rosa, tulipani neri e marroni e fragili rose dallo stelo violaceo, trasparenti come fiori di zucchero nella vetrina di un pasticciere; finché lo "scherzo" di colore, come se non potesse raggiungere un'intensità maggiore, irrompeva improvvisamente a mezz'aria e gradini umidi conducevano a un piano un paio di metri più in basso.Qui c'era un pozzo la cui sponda era bagnata e sdrucciolevole anche nei giorni sereni. Nicole salì i gradini che conducevano nell'orto; camminava piuttosto in fretta; le piaceva essere attiva anche se a volte dava un'impressione di riposo che era insieme statica ed evocativa. Questo dipendeva dal fatto che conosceva poche parole e non credeva in nessuna, in mezzo alla gente era piuttosto silenziosa, fornendo la sua parte di humor educato con una precisione che rasentava l'aridità. Ma nel momento in cui gli estranei incominciavano a sentirsi a disagio di fronte a questa economia, si impadroniva dell'argomento e vi si lanciava febbrilmente, sorpresa di se stessa; poi lo riportava indietro e lo abbandonava bruscamente come un obbediente cane da caccia che abbia fatto quel che doveva e anche qualcosa di più. (Francis Scott Fitzgerald, "Tenera è la notte") Nicole in pubblico è piuttosto silenziosa perché: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Invasa di benessere per il vino rosato della colazione, Nicole Diver piegò le braccia abbastanza in alto perché le camelie artificiali sulla spalla le sfiorassero la guancia, e uscì nel bel giardino senz'erba. Il giardino, da una parte era delimitato dalla casa, da cui si usciva ed entrava, da due parti dal vecchio villaggio, e dall'ultima parte dalla rupe che scendeva a terrazze fino al mare.Lungo i muri dalla parte del villaggio tutto era polveroso, le viti contorte, i limoni e gli eucalipti, le carreggiate casuali lasciate un momento prima ma connaturate al sentiero, secche e lievemente friabili. Nicole era invariabilmente sorpresa dal fatto che svoltando nell'altra direzione oltre un'aiuola di peonie, si entrasse in una zona così verde e fresca che foglie e petali vi si arricciavano di tenera umidità.Annodata alla gola portava una sciarpa lilla che anche nella luce incolore del sole le accendeva il viso e i piedi in un'ombra lilla. Aveva il viso duro, quasi severo tranne per il raggio morbido di dubbio pietoso che le usciva dagli occhi verdi. I capelli, una volta biondi, si erano scuriti; ma era più bella adesso a ventiquattro anni di quanto non lo fosse stata a diciotto, quando i suoi capelli erano più chiari di lei.Seguendo un sentiero bagnato da una nebbia intangibile di fiori che seguiva il limite di pietre bianche, giunse a uno spiazzo sovrastante il mare dove vi erano lanterne addormentate tra i fichi e una grande tavola e sedie di vimini e un grande ombrellone da mercato di Siena, il tutto raccolto intorno a un pino enorme, l'albero più grande del giardino. Si fermò un momento guardando distrattamente la vegetazione di nasturzi e iris aggrovigliata ai suoi piedi, come scaturita da una manciata sbadata di semi, ascoltando le lamentele e le accuse di una disputa infantile in casa. Quando questa morì nell'aria estiva, procedette tra le peonie caleidoscopiche ammassate in una nuvola rosa, tulipani neri e marroni e fragili rose dallo stelo violaceo, trasparenti come fiori di zucchero nella vetrina di un pasticciere; finché lo "scherzo" di colore, come se non potesse raggiungere un'intensità maggiore, irrompeva improvvisamente a mezz'aria e gradini umidi conducevano a un piano un paio di metri più in basso.Qui c'era un pozzo la cui sponda era bagnata e sdrucciolevole anche nei giorni sereni. Nicole salì i gradini che conducevano nell'orto; camminava piuttosto in fretta; le piaceva essere attiva anche se a volte dava un'impressione di riposo che era insieme statica ed evocativa. Questo dipendeva dal fatto che conosceva poche parole e non credeva in nessuna, in mezzo alla gente era piuttosto silenziosa, fornendo la sua parte di humor educato con una precisione che rasentava l'aridità. Ma nel momento in cui gli estranei incominciavano a sentirsi a disagio di fronte a questa economia, si impadroniva dell'argomento e vi si lanciava febbrilmente, sorpresa di se stessa; poi lo riportava indietro e lo abbandonava bruscamente come un obbediente cane da caccia che abbia fatto quel che doveva e anche qualcosa di più. (Francis Scott Fitzgerald, "Tenera è la notte") Quali peculiarità dell'aspetto di Nicole sono evidenziate nel brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Invasa di benessere per il vino rosato della colazione, Nicole Diver piegò le braccia abbastanza in alto perché le camelie artificiali sulla spalla le sfiorassero la guancia, e uscì nel bel giardino senz'erba. Il giardino, da una parte era delimitato dalla casa, da cui si usciva ed entrava, da due parti dal vecchio villaggio, e dall'ultima parte dalla rupe che scendeva a terrazze fino al mare.Lungo i muri dalla parte del villaggio tutto era polveroso, le viti contorte, i limoni e gli eucalipti, le carreggiate casuali lasciate un momento prima ma connaturate al sentiero, secche e lievemente friabili. Nicole era invariabilmente sorpresa dal fatto che svoltando nell'altra direzione oltre un'aiuola di peonie, si entrasse in una zona così verde e fresca che foglie e petali vi si arricciavano di tenera umidità.Annodata alla gola portava una sciarpa lilla che anche nella luce incolore del sole le accendeva il viso e i piedi in un'ombra lilla. Aveva il viso duro, quasi severo tranne per il raggio morbido di dubbio pietoso che le usciva dagli occhi verdi. I capelli, una volta biondi, si erano scuriti; ma era più bella adesso a ventiquattro anni di quanto non lo fosse stata a diciotto, quando i suoi capelli erano più chiari di lei.Seguendo un sentiero bagnato da una nebbia intangibile di fiori che seguiva il limite di pietre bianche, giunse a uno spiazzo sovrastante il mare dove vi erano lanterne addormentate tra i fichi e una grande tavola e sedie di vimini e un grande ombrellone da mercato di Siena, il tutto raccolto intorno a un pino enorme, l'albero più grande del giardino. Si fermò un momento guardando distrattamente la vegetazione di nasturzi e iris aggrovigliata ai suoi piedi, come scaturita da una manciata sbadata di semi, ascoltando le lamentele e le accuse di una disputa infantile in casa. Quando questa morì nell'aria estiva, procedette tra le peonie caleidoscopiche ammassate in una nuvola rosa, tulipani neri e marroni e fragili rose dallo stelo violaceo, trasparenti come fiori di zucchero nella vetrina di un pasticciere; finché lo "scherzo" di colore, come se non potesse raggiungere un'intensità maggiore, irrompeva improvvisamente a mezz'aria e gradini umidi conducevano a un piano un paio di metri più in basso.Qui c'era un pozzo la cui sponda era bagnata e sdrucciolevole anche nei giorni sereni. Nicole salì i gradini che conducevano nell'orto; camminava piuttosto in fretta; le piaceva essere attiva anche se a volte dava un'impressione di riposo che era insieme statica ed evocativa. Questo dipendeva dal fatto che conosceva poche parole e non credeva in nessuna, in mezzo alla gente era piuttosto silenziosa, fornendo la sua parte di humor educato con una precisione che rasentava l'aridità. Ma nel momento in cui gli estranei incominciavano a sentirsi a disagio di fronte a questa economia, si impadroniva dell'argomento e vi si lanciava febbrilmente, sorpresa di se stessa; poi lo riportava indietro e lo abbandonava bruscamente come un obbediente cane da caccia che abbia fatto quel che doveva e anche qualcosa di più. (Francis Scott Fitzgerald, "Tenera è la notte") Il giardino in cui sta passeggiando Nicole è delimitato: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. L'avvocato Utterson era un uomo dall'aspetto rude, non s'illuminava mai di un sorriso; freddo, misurato e imbarazzato nel parlare, riservato nell'esprimere i propri sentimenti; era un uomo magro, lungo, polveroso e triste, eppure in un certo senso amabile. Nelle riunioni di amici, quando il vino era di suo gusto, gli traspariva negli occhi qualcosa di veramente umano; qualcosa che non trovava mai modo di risultare nelle sue parole, e che si manifestava, oltre che in quella silenziosa espressione della faccia dopo una cena, più spesso ancora e più vivamente nelle azioni della sua vita. L'avvocato era severo nei riguardi di se stesso; quando si trovava solo, beveva gin, per mortificare l'inclinazione verso i buoni vini; e, sebbene il teatro lo attirasse, non aveva mai varcato la soglia di un teatro in vent'anni. Nei riguardi del prossimo era tuttavia di una grande indulgenza; talvolta si meravigliava, quasi con invidia, della forza con la quale certi animi potevano venire spinti alla malvagità; e, in ogni occasione, era disposto più ad aiutare che a disapprovare. "Io tendo all'eresia di Caino", soleva dire argutamente, "lascio che mio fratello se ne vada al diavolo come meglio gli piace". Avendo un simile carattere, gli accadeva spesso di essere l'ultimo conoscente stimato, e di esercitare l'ultima buona influenza nella vita di uomini perduti. Costoro, sinché frequentavano la sua casa, venivano trattati senza il minimo mutamento di modi.Indubbiamente questo contegno riusciva facile al signor Utterson, poiché egli era riservato al massimo grado, e anche le sue amicizie parevano fondate su una simile dottrina di bontà. È proprio dell'uomo modesto accettare il cerchio delle amicizie, così come sono, dalle mani della sorte; questo era il caso dell'avvocato. I suoi amici erano persone del suo stesso sangue, oppure gente che conosceva da lungo tempo; i suoi affetti, come l'edera, si sviluppavano con il tempo, e non implicavano particolari qualità nel loro oggetto.Di tal genere senza dubbio doveva essere il legame che lo univa al signor Richard Enfield, suo lontano parente, uomo molto conosciuto in città. Per molti restava un mistero cosa quei due potessero trovare uno nell'altro, e quali argomenti di conversazione potessero avere in comune. Coloro che li incontravano nelle loro passeggiate domenicali riferivano che non parlavano, e parevano singolarmente tediati, e salutavano con evidente sollievo l'apparire di un comune conoscente. E tuttavia, i due uomini tenevano in gran conto quelle passeggiate, considerandole il maggior svago della loro settimana, e non solo scartavano ogni altra occasione di divertimento, ma resistevano persino al richiamo degli affari, per goderne senza interruzione. In uno di quei vagabondaggi accadde che passassero per una strada secondaria di un quartiere affollato di Londra. La via era piccola, e quel che si dice tranquilla, ma nei giorni feriali era piena di gente affaccendata. (R.L. Stevenson, "Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde") Enfield e Utterson consideravano le loro uscite domenicali come: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. L'avvocato Utterson era un uomo dall'aspetto rude, non s'illuminava mai di un sorriso; freddo, misurato e imbarazzato nel parlare, riservato nell'esprimere i propri sentimenti; era un uomo magro, lungo, polveroso e triste, eppure in un certo senso amabile. Nelle riunioni di amici, quando il vino era di suo gusto, gli traspariva negli occhi qualcosa di veramente umano; qualcosa che non trovava mai modo di risultare nelle sue parole, e che si manifestava, oltre che in quella silenziosa espressione della faccia dopo una cena, più spesso ancora e più vivamente nelle azioni della sua vita. L'avvocato era severo nei riguardi di se stesso; quando si trovava solo, beveva gin, per mortificare l'inclinazione verso i buoni vini; e, sebbene il teatro lo attirasse, non aveva mai varcato la soglia di un teatro in vent'anni. Nei riguardi del prossimo era tuttavia di una grande indulgenza; talvolta si meravigliava, quasi con invidia, della forza con la quale certi animi potevano venire spinti alla malvagità; e, in ogni occasione, era disposto più ad aiutare che a disapprovare. "Io tendo all'eresia di Caino", soleva dire argutamente, "lascio che mio fratello se ne vada al diavolo come meglio gli piace". Avendo un simile carattere, gli accadeva spesso di essere l'ultimo conoscente stimato, e di esercitare l'ultima buona influenza nella vita di uomini perduti. Costoro, sinché frequentavano la sua casa, venivano trattati senza il minimo mutamento di modi.Indubbiamente questo contegno riusciva facile al signor Utterson, poiché egli era riservato al massimo grado, e anche le sue amicizie parevano fondate su una simile dottrina di bontà. È proprio dell'uomo modesto accettare il cerchio delle amicizie, così come sono, dalle mani della sorte; questo era il caso dell'avvocato. I suoi amici erano persone del suo stesso sangue, oppure gente che conosceva da lungo tempo; i suoi affetti, come l'edera, si sviluppavano con il tempo, e non implicavano particolari qualità nel loro oggetto.Di tal genere senza dubbio doveva essere il legame che lo univa al signor Richard Enfield, suo lontano parente, uomo molto conosciuto in città. Per molti restava un mistero cosa quei due potessero trovare uno nell'altro, e quali argomenti di conversazione potessero avere in comune. Coloro che li incontravano nelle loro passeggiate domenicali riferivano che non parlavano, e parevano singolarmente tediati, e salutavano con evidente sollievo l'apparire di un comune conoscente. E tuttavia, i due uomini tenevano in gran conto quelle passeggiate, considerandole il maggior svago della loro settimana, e non solo scartavano ogni altra occasione di divertimento, ma resistevano persino al richiamo degli affari, per goderne senza interruzione. In uno di quei vagabondaggi accadde che passassero per una strada secondaria di un quartiere affollato di Londra. La via era piccola, e quel che si dice tranquilla, ma nei giorni feriali era piena di gente affaccendata. (R.L. Stevenson, "Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde") Utterson, nell'ambito delle proprie amicizie: |
| RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. L'editore è la vera anima di una casa editrice. Non solo la maggior parte delle volte le dà il nome, ma pensa a imprimerle le necessarie spinte di sviluppo. L'editore è un imprenditore a tutti gli effetti e, anche se qualcuno vorrebbe smentire, possiamo senza dubbio dire che lo scopo del suo operato è il profitto. Nella nostra epoca si è verificata la graduale scomparsa dell'editore intellettuale e letterato, attento esclusivamente al valore culturale delle proprie pubblicazioni, mentre si è decisamente imposta la figura dell'editore manager, molto più pragmatico, che commisura le scelte alle possibilità reali del mercato e a sani equilibri di bilancio. La trasformazione è cominciata negli anni Sessanta. Prima di allora esisteva un'editoria, certo minore ma importante, che seguiva linee proprie senza porsi come scopo prioritario il profitto. Alcuni editori, appartenenti a prestigiose famiglie di imprenditori, consideravano l'editoria libraria solo un fiore all'occhiello, un omaggio alle arti, in quanto traevano i loro redditi da altre attività, specie la stampa periodica, che allora aveva ingenti introiti pubblicitari. Con il tempo cominciarono a diffondersi nel settore dei libri alcuni criteri di gestione più orientati all'aspetto economico. Oggi la visione si è completamente ribaltata: fare l'editore significa essere imprenditore e, come tale, compiere delle scelte strategiche riguardanti il prodotto, prima di tutto, quindi il mercato al quale indirizzarsi, la ricerca dei collaboratori, dei fornitori, la scelta tecnologica e la creazione di un'immagine aziendale che sarà il biglietto da visita per l'operato attuale e futuro. Obiettivi molto pratici e un occhio particolare al mercato, dal quale prendere tutte le informazioni necessarie per svolgere al meglio la propria attività: notizie sulla concorrenza, statistiche, novità, strategie di marketing che hanno avuto successo, nuovi canali di distribuzione e molto ancora.Un progetto editoriale, per quanto originale e creativo, dovrà sempre fare i conti con un "pubblico" e con un "mercato" in cui collocare il prodotto. L'idea iniziale dell'editore, la sua scelta di indirizzarsi verso un tipo di produzione piuttosto che un altro deve essere pianificata in modo strategico e dovrà nel tempo mantenere la coerenza prefissata. Eventuali cambiamenti saranno dettati da ragioni circostanziate, quali una variazione nei gusti dei lettori, ragioni economiche, dunque di mercato. L'obiettivo sarà quello di creare una "linea editoriale", il segno che permetterà di riconoscere la casa editrice in mezzo alle circa tremila che ci sono in Italia. Si inizierà con l'ideazione della "sigla editoriale", primo passo verso la concretizzazione del progetto dell'editore. Poi verrà la suddivisione in "collane" che rifletterà motivazioni organizzative e contenutistiche. Il pubblico da tenere in considerazione per creare un progetto editoriale è fondamentalmente quello dei lettori. In Italia, a differenza dei maggiori Paesi europei, il numero dei lettori è esiguo rispetto all'offerta vastissima di titoli sul mercato; questo è il dramma principale che attraversa la nostra editoria. Per avviare un'attività con probabilità di successo è necessario incanalare l'offerta verso un target definito di lettori. Si tratta in sostanza di compiere delle scelte mirate che tengano conto non di un pubblico generico che spesso rimane solo potenziale, ma di tipologie di pubblico ben individuate, a cui indirizzare proposte idonee, supportate da un preciso piano di comunicazione e diffusione. Tale esigenza nasce soprattutto per un certo tipo di editoria, medio-piccola, che, per continuare a produrre, deve orientarsi su una produzione specializzata, plasmata sui bisogni di alcuni segmenti di clientela. Un'editoria di nicchia, dunque, tesa a soddisfare e conquistare un pubblico in termini di qualità di offerta e di servizio e, attraverso queste due leve, creare una sorta di legame di fidelizzazione con i propri lettori. (Archivio Selexi) La divisione in collane: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. L'editore è la vera anima di una casa editrice. Non solo la maggior parte delle volte le dà il nome, ma pensa a imprimerle le necessarie spinte di sviluppo. L'editore è un imprenditore a tutti gli effetti e, anche se qualcuno vorrebbe smentire, possiamo senza dubbio dire che lo scopo del suo operato è il profitto. Nella nostra epoca si è verificata la graduale scomparsa dell'editore intellettuale e letterato, attento esclusivamente al valore culturale delle proprie pubblicazioni, mentre si è decisamente imposta la figura dell'editore manager, molto più pragmatico, che commisura le scelte alle possibilità reali del mercato e a sani equilibri di bilancio. La trasformazione è cominciata negli anni Sessanta. Prima di allora esisteva un'editoria, certo minore ma importante, che seguiva linee proprie senza porsi come scopo prioritario il profitto. Alcuni editori, appartenenti a prestigiose famiglie di imprenditori, consideravano l'editoria libraria solo un fiore all'occhiello, un omaggio alle arti, in quanto traevano i loro redditi da altre attività, specie la stampa periodica, che allora aveva ingenti introiti pubblicitari. Con il tempo cominciarono a diffondersi nel settore dei libri alcuni criteri di gestione più orientati all'aspetto economico. Oggi la visione si è completamente ribaltata: fare l'editore significa essere imprenditore e, come tale, compiere delle scelte strategiche riguardanti il prodotto, prima di tutto, quindi il mercato al quale indirizzarsi, la ricerca dei collaboratori, dei fornitori, la scelta tecnologica e la creazione di un'immagine aziendale che sarà il biglietto da visita per l'operato attuale e futuro. Obiettivi molto pratici e un occhio particolare al mercato, dal quale prendere tutte le informazioni necessarie per svolgere al meglio la propria attività: notizie sulla concorrenza, statistiche, novità, strategie di marketing che hanno avuto successo, nuovi canali di distribuzione e molto ancora.Un progetto editoriale, per quanto originale e creativo, dovrà sempre fare i conti con un "pubblico" e con un "mercato" in cui collocare il prodotto. L'idea iniziale dell'editore, la sua scelta di indirizzarsi verso un tipo di produzione piuttosto che un altro deve essere pianificata in modo strategico e dovrà nel tempo mantenere la coerenza prefissata. Eventuali cambiamenti saranno dettati da ragioni circostanziate, quali una variazione nei gusti dei lettori, ragioni economiche, dunque di mercato. L'obiettivo sarà quello di creare una "linea editoriale", il segno che permetterà di riconoscere la casa editrice in mezzo alle circa tremila che ci sono in Italia. Si inizierà con l'ideazione della "sigla editoriale", primo passo verso la concretizzazione del progetto dell'editore. Poi verrà la suddivisione in "collane" che rifletterà motivazioni organizzative e contenutistiche. Il pubblico da tenere in considerazione per creare un progetto editoriale è fondamentalmente quello dei lettori. In Italia, a differenza dei maggiori Paesi europei, il numero dei lettori è esiguo rispetto all'offerta vastissima di titoli sul mercato; questo è il dramma principale che attraversa la nostra editoria. Per avviare un'attività con probabilità di successo è necessario incanalare l'offerta verso un target definito di lettori. Si tratta in sostanza di compiere delle scelte mirate che tengano conto non di un pubblico generico che spesso rimane solo potenziale, ma di tipologie di pubblico ben individuate, a cui indirizzare proposte idonee, supportate da un preciso piano di comunicazione e diffusione. Tale esigenza nasce soprattutto per un certo tipo di editoria, medio-piccola, che, per continuare a produrre, deve orientarsi su una produzione specializzata, plasmata sui bisogni di alcuni segmenti di clientela. Un'editoria di nicchia, dunque, tesa a soddisfare e conquistare un pubblico in termini di qualità di offerta e di servizio e, attraverso queste due leve, creare una sorta di legame di fidelizzazione con i propri lettori. (Archivio Selexi) L'autore del brano riportato è verosimilmente: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. L'esplosione delle conoscenze e l'introduzione di indagini di laboratorio sempre più raffinate rendono davvero difficile tratteggiare la storia della medicina di questo secolo, che si caratterizza comunque come periodo nel quale avvengono in successione due fatti fondamentali: la riconduzione della fisiologia all'interazione tra molecole e questo fa esplodere la biochimica come metodologia essenziale nell'avanzamento delle conoscenze; la riconduzione della produzione delle molecole al codice genetico e al DNA, cioè al programma scritto anch'esso su molecole e memorizzato in ogni cellula e questo segna l'ingresso della biologia molecolare nella medicina.Selezionare i principali contributi non è semplice. Si potrebbe cominciare ricordando Mendel, anche se i suoi studi vengono per alcuni decenni dimenticati, sicché assumono importanza rilevante dopo la loro riscoperta all'inizio di questo secolo. Si alternano in questo secolo scoperte di meccanismi biologici e patologici fondamentali che trovano rapida applicazione nella clinica e nascono così dietro alle nuove tecnologie per indagare organi e tessuti nuove branche mediche specialistiche (per esempio radiologia, medicina nucleare); analogamente, dietro le emergenti tecnologie cellulari e molecolari si sviluppa la medicina molecolare.Dal 1901 gli avvenimenti più salienti per la medicina sono scanditi il 10 dicembre di ogni anno (anniversario della morte di Alfred Bernhard Nobel), dall'assegnazione da parte dell'apposito Comitato del Karolinska Institute di Stoccolma dei premi Nobel per la medicina o la fisiologia. Talvolta avvengono anche premiazioni Nobel da parte dell'Accademia delle Scienze svedese per la fisica o la chimica per scoperte che hanno rilevante applicazione nella biomedicina: si vedano tra tutti i riconoscimenti conferiti in questi settori a Lord Ernest Rutherford nel 1908 e a Marie Curie Sklodowska nel 1911 per la scoperta degli elementi radioattivi. Nelle assegnazioni vi sono anche un paio di infortuni, con premi rivelatisi decisamente immotivati, come a Finsen nel 1903 per la cosiddetta finsenterapia o fototerapia. C'è da rilevare che nella motivazione del premio compaiono sempre due elementi: l'importanza della scoperta e, almeno nei primi tempi d'assegnazione, il beneficio che da essa deriva all'umanità.Nel corso del ventesimo secolo la tecnologia, sia per la disponibilità di nuovi e raffinati strumenti diagnostici, sia per la possibilità di assistenza del malato critico, porta ad altre importanti innovazioni. La chirurgia inizia a divenire "sostitutiva" di organi malati mediante i trapianti. Il primo trapianto di rene avviene tra due gemelli, Richard e Ronald Herrick, nel 1957 a Boston. Nel 1967 avviene il primo trapianto di fegato, eseguito da Thomas Starzl a Denver, Colorado; a dicembre dello stesso anno Christian Barnard a Città del Capo esegue il primo trapianto cardiaco. Quando il rigetto diviene largamente controllabile mediante l'uso, a partire dal 1978, della ciclosporina A, la possibilità di trapianto si estende rapidamente alle isole pancreatiche, al midollo osseo, al polmone e al complesso cuore-polmone, mentre si tentano trapianti di cellule embrionali (per esempio cellule di ghiandole surrenali nel cervello di persone affette da morbo di Parkinson).Si avvicina sempre più, nel passaggio dalla ricerca di base all'applicazione clinica, la possibilità per il medico di modificare processi fondamentali dell'essere umano, come e quando si è generati o si nasce o si muore.La medicina si ritrova di fronte ad antichi dilemmi, che riguardano come conciliare il rispetto dell'individuo con le possibilità offerte dalla tecnologia, come rispettare la volontà dell'individuo, conciliandola con l'antico giuramento di Ippocrate che prescrive di non dar morte neppure a chi lo chieda. (Archivio Selexi) In base a quanto affermato nel brano, Mendel: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. L'impossibilità di finanziare un disavanzo permanente con il debito pubblico in assenza di crescita rappresenta una conclusione drammatica, che certamente sembra giustificare la preoccupazione diffusa nei confronti dei disavanzi e della loro tendenza alla crescita, sulla base degli andamenti osservati nell'ultimo decennio. È estremamente importante chiarire i termini del problema e spiegare perché esso sia meno serio in un'economia in crescita.Supponiamo che il sistema economico non si stia sviluppando e che il settore pubblico stia mantenendo un disavanzo di bilancio. Questo disavanzo può essere finanziato con l'emissione di titoli pubblici. Ma in questa maniera il settore pubblico dovrà pagare gli interessi su tutto il debito che esisteva in passato e anche sui nuovi titoli emessi per finanziare il disavanzo dell'ultimo periodo. Come è possibile far fronte al pagamento di questi interessi? Se si emettono nuovi titoli, il pagamento in conto interessi nell'anno successivo sarà ancora maggiore e quindi l'emissione di nuovi titoli ancora più ampia e così via. Lo stock del debito pubblico in Italia, così come nella generalità dei Paesi, negli ultimi 40 anni, è cresciuto anno dopo anno. Possiamo allora dedurre che il bilancio pubblico è destinato a diventare incontrattabile con una crescita degli esborsi per interessi tale da richiedere continui aumenti delle imposte fino a che ciò non conduca a qualcosa di drammatico? La risposta a un problema formulato in questi termini è negativa, dato che ci troviamo di fronte a sistemi economici in crescita. In Italia, durante gran parte del periodo compreso tra la seconda guerra mondiale e il 1970, il rapporto tra il debito pubblico e il PIL nominale non ha mostrato tendenza alla crescita, anche se il valore del debito è aumentato in seguito a disavanzi di bilancio. Come può accadere tutto questo? La risposta è che il rapporto tra il debito e il PIL diminuisce quando il PIL nominale cresce più rapidamente del debito pubblico. Per valutare questo punto è utile considerare separatamente il numeratore e il denominatore del rapporto suddetto. Il numeratore, cioè il debito, aumenta a causa dei disavanzi, mentre il denominatore, cioè il PIL nominale, aumenta a seguito sia dell'inflazione sia della crescita del PIL reale; se il debito sta crescendo più velocemente del PIL anche il rapporto debito/PIL aumenterà, ma se il debito sta crescendo meno velocemente quel rapporto diminuirà.Perché è utile considerare il rapporto debito/reddito, piuttosto che il valore assoluto del debito? La ragione è che il PIL fornisce una misura della dimensione del sistema economico e dunque il rapporto debito/PIL rappresenta una misura della grandezza del debito rispetto alle dimensioni dell'economia. Se il rapporto debito/PIL parte da un livello ragionevolmente basso, allora disavanzi pubblici limitati, che assicurino una crescita del debito più lenta di quella del PIL, risulteranno sopportabili. Ma se il disavanzo è così grande da far crescere il rapporto debito/PIL, senza alcuna prospettiva di miglioramento, allora la dimensione del disavanzo costituirà fonte di preoccupazione.In che modo l'inflazione aiuta a risolvere il problema del disavanzo? In primo luogo l'imposta da inflazione può fornire alcuni piccoli contributi al finanziamento del disavanzo, ma la cosa più importante è che una grande e inattesa inflazione riduce il valore reale del debito pubblico. In molti Paesi, il debito nazionale è stabilito in termini nominali e ciò significa che lo Stato si è impegnato a pagare un ammontare prestabilito di euro ai detentori del debito: una politica economica che aumenta il livello dei prezzi riduce dunque il valore reale dei pagamenti, cui lo Stato si è impegnato. Il debito, purché fissato in termini nominali, può quindi essere praticamente eliminato da un'inflazione inattesa e sufficientemente grande. (Archivio Selexi) Secondo quanto esposto nel brano, è corretto affermare che una crescita consistente e inattesa dell'inflazione aumenta il valore reale del debito pubblico? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. L'impossibilità di finanziare un disavanzo permanente con il debito pubblico in assenza di crescita rappresenta una conclusione drammatica, che certamente sembra giustificare la preoccupazione diffusa nei confronti dei disavanzi e della loro tendenza alla crescita, sulla base degli andamenti osservati nell'ultimo decennio. È estremamente importante chiarire i termini del problema e spiegare perché esso sia meno serio in un'economia in crescita.Supponiamo che il sistema economico non si stia sviluppando e che il settore pubblico stia mantenendo un disavanzo di bilancio. Questo disavanzo può essere finanziato con l'emissione di titoli pubblici. Ma in questa maniera il settore pubblico dovrà pagare gli interessi su tutto il debito che esisteva in passato e anche sui nuovi titoli emessi per finanziare il disavanzo dell'ultimo periodo. Come è possibile far fronte al pagamento di questi interessi? Se si emettono nuovi titoli, il pagamento in conto interessi nell'anno successivo sarà ancora maggiore e quindi l'emissione di nuovi titoli ancora più ampia e così via. Lo stock del debito pubblico in Italia, così come nella generalità dei Paesi, negli ultimi 40 anni, è cresciuto anno dopo anno. Possiamo allora dedurre che il bilancio pubblico è destinato a diventare incontrattabile con una crescita degli esborsi per interessi tale da richiedere continui aumenti delle imposte fino a che ciò non conduca a qualcosa di drammatico? La risposta a un problema formulato in questi termini è negativa, dato che ci troviamo di fronte a sistemi economici in crescita. In Italia, durante gran parte del periodo compreso tra la seconda guerra mondiale e il 1970, il rapporto tra il debito pubblico e il PIL nominale non ha mostrato tendenza alla crescita, anche se il valore del debito è aumentato in seguito a disavanzi di bilancio. Come può accadere tutto questo? La risposta è che il rapporto tra il debito e il PIL diminuisce quando il PIL nominale cresce più rapidamente del debito pubblico. Per valutare questo punto è utile considerare separatamente il numeratore e il denominatore del rapporto suddetto. Il numeratore, cioè il debito, aumenta a causa dei disavanzi, mentre il denominatore, cioè il PIL nominale, aumenta a seguito sia dell'inflazione sia della crescita del PIL reale; se il debito sta crescendo più velocemente del PIL anche il rapporto debito/PIL aumenterà, ma se il debito sta crescendo meno velocemente quel rapporto diminuirà.Perché è utile considerare il rapporto debito/reddito, piuttosto che il valore assoluto del debito? La ragione è che il PIL fornisce una misura della dimensione del sistema economico e dunque il rapporto debito/PIL rappresenta una misura della grandezza del debito rispetto alle dimensioni dell'economia. Se il rapporto debito/PIL parte da un livello ragionevolmente basso, allora disavanzi pubblici limitati, che assicurino una crescita del debito più lenta di quella del PIL, risulteranno sopportabili. Ma se il disavanzo è così grande da far crescere il rapporto debito/PIL, senza alcuna prospettiva di miglioramento, allora la dimensione del disavanzo costituirà fonte di preoccupazione.In che modo l'inflazione aiuta a risolvere il problema del disavanzo? In primo luogo l'imposta da inflazione può fornire alcuni piccoli contributi al finanziamento del disavanzo, ma la cosa più importante è che una grande e inattesa inflazione riduce il valore reale del debito pubblico. In molti Paesi, il debito nazionale è stabilito in termini nominali e ciò significa che lo Stato si è impegnato a pagare un ammontare prestabilito di euro ai detentori del debito: una politica economica che aumenta il livello dei prezzi riduce dunque il valore reale dei pagamenti, cui lo Stato si è impegnato. Il debito, purché fissato in termini nominali, può quindi essere praticamente eliminato da un'inflazione inattesa e sufficientemente grande. (Archivio Selexi) È possibile che, in un sistema economico in crescita, il rapporto tra debito e PIL non aumenti all'aumentare del disavanzo di bilancio? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. L'invenzione della moneta è relativamente recente. Gli uomini primitivi non la conoscevano e utilizzavano il baratto come mezzo per lo scambio. Questo fu superato dall'introduzione della moneta naturale, consistente in un animale o in una cosa esistente in natura e considerata utile da tutti. Anticamente nel bacino del Mediterraneo si usava, per esempio, come moneta naturale, il bestiame. Le testimonianze di questa forma pre-monetale sono molte; basti ricordare che il termine latino pecunia (denaro) deriva dal vocabolo pecus, che significa gregge. Ben presto però apparve chiaro che questa forma di pre-moneta aveva grandi difetti: il bestiame, infatti, consentiva un accumulo di ricchezza, ma il suo mantenimento era costoso e impegnativo. Si passò allora alla cosiddetta moneta utensile, ovvero a oggetti lavorati, i quali mantenevano intatti nel tempo il loro valore. Ad esempio, nella Grecia antica la moneta utensile fu rappresentata principalmente dagli spiedi e dalle asce, mentre in Cina si usarono vanghe e coltelli. A poco a poco gli oggetti usati a questo scopo persero ogni funzione pratica, legata al lavoro, e diventarono puri mezzi di scambio. A modificare la storia dei mezzi di scambio fu la scoperta del metallo. Esso, fuso in forma di piccoli pani o lingotti, possedeva infatti tutti i requisiti necessari a diventare mezzo di scambio. L'introduzione della moneta di Stato rappresentò il punto di arrivo di un'evoluzione degli scambi commerciali del popolo greco. Nel corso del VII secolo a.C., infatti, i Greci emigrati verso le colonie del Mediterraneo diedero vita a un intenso rapporto commerciale con la madrepatria. Lo sviluppo degli scambi in termini quantitativi indusse gli operatori economici ad agevolare le contrattazioni adottando mezzi di pagamento più rapidi, diversi dalle forme di pre-moneta allora in uso. Nacque così la nuova merce-campione, costituita da globetti di metallo di dimensioni minime, più agili e facili da trattare rispetto ai pani di rame. I metalli nobili (l'oro, l'argento e l'elettro, una lega ottenuta dai due metalli precedenti) vennero preferiti agli altri per il fatto di essere rari, di essere pressoché inalterabili, in quanto non ossidabili, e di essere riconoscibili facilmente, oltre che dal suono e dall'aspetto, anche dal peso specifico, superiore a quello di tutti gli altri metalli allora conosciuti. L'uso quotidiano di pezzi del genere aveva però un limite. Non presentando, infatti, nessuna marca di valore e nessun segno di garanzia, ogni volta che venivano ricevuti in pagamento, i pezzi dovevano essere pesati per stabilirne il valore e saggiati per verificarne la purezza. Questo inconveniente fu superato con l'introduzione di globetti contromarcati garantiti da banchieri, mercanti o altri operatori economici. A questo punto (intorno al 620-600 a.C.) intervenne il governo di una delle città ioniche, forse Mileto, che si appropriò dell'idea emettendo una moneta statale con il suo simbolo. In circa un secolo, la moneta statale invase la Grecia continentale, poi divenne patrimonio di tutte le economie del Mediterraneo. Quella greca fu la prima moneta della storia, in tutte le altre aree la sua introduzione fu successiva. (Archivio Selexi) In base al brano, in quale secolo la moneta statale si diffuse in tutta la Grecia continentale? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. L'invenzione della moneta è relativamente recente. Gli uomini primitivi non la conoscevano e utilizzavano il baratto come mezzo per lo scambio. Questo fu superato dall'introduzione della moneta naturale, consistente in un animale o in una cosa esistente in natura e considerata utile da tutti. Anticamente nel bacino del Mediterraneo si usava, per esempio, come moneta naturale, il bestiame. Le testimonianze di questa forma pre-monetale sono molte; basti ricordare che il termine latino pecunia (denaro) deriva dal vocabolo pecus, che significa gregge. Ben presto però apparve chiaro che questa forma di pre-moneta aveva grandi difetti: il bestiame, infatti, consentiva un accumulo di ricchezza, ma il suo mantenimento era costoso e impegnativo. Si passò allora alla cosiddetta moneta utensile, ovvero a oggetti lavorati, i quali mantenevano intatti nel tempo il loro valore. Ad esempio, nella Grecia antica la moneta utensile fu rappresentata principalmente dagli spiedi e dalle asce, mentre in Cina si usarono vanghe e coltelli. A poco a poco gli oggetti usati a questo scopo persero ogni funzione pratica, legata al lavoro, e diventarono puri mezzi di scambio. A modificare la storia dei mezzi di scambio fu la scoperta del metallo. Esso, fuso in forma di piccoli pani o lingotti, possedeva infatti tutti i requisiti necessari a diventare mezzo di scambio. L'introduzione della moneta di Stato rappresentò il punto di arrivo di un'evoluzione degli scambi commerciali del popolo greco. Nel corso del VII secolo a.C., infatti, i Greci emigrati verso le colonie del Mediterraneo diedero vita a un intenso rapporto commerciale con la madrepatria. Lo sviluppo degli scambi in termini quantitativi indusse gli operatori economici ad agevolare le contrattazioni adottando mezzi di pagamento più rapidi, diversi dalle forme di pre-moneta allora in uso. Nacque così la nuova merce-campione, costituita da globetti di metallo di dimensioni minime, più agili e facili da trattare rispetto ai pani di rame. I metalli nobili (l'oro, l'argento e l'elettro, una lega ottenuta dai due metalli precedenti) vennero preferiti agli altri per il fatto di essere rari, di essere pressoché inalterabili, in quanto non ossidabili, e di essere riconoscibili facilmente, oltre che dal suono e dall'aspetto, anche dal peso specifico, superiore a quello di tutti gli altri metalli allora conosciuti. L'uso quotidiano di pezzi del genere aveva però un limite. Non presentando, infatti, nessuna marca di valore e nessun segno di garanzia, ogni volta che venivano ricevuti in pagamento, i pezzi dovevano essere pesati per stabilirne il valore e saggiati per verificarne la purezza. Questo inconveniente fu superato con l'introduzione di globetti contromarcati garantiti da banchieri, mercanti o altri operatori economici. A questo punto (intorno al 620-600 a.C.) intervenne il governo di una delle città ioniche, forse Mileto, che si appropriò dell'idea emettendo una moneta statale con il suo simbolo. In circa un secolo, la moneta statale invase la Grecia continentale, poi divenne patrimonio di tutte le economie del Mediterraneo. Quella greca fu la prima moneta della storia, in tutte le altre aree la sua introduzione fu successiva. (Archivio Selexi) In base a quanto scritto nel brano, prima del 600 a.C., come forma pre-monetale NON si è: |
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Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Il tema dell'equità e dell'efficienza è tornato in questi anni a occupare l'attenzione degli economisti. Era dagli anni Cinquanta, quando il dibattito fu introdotto nel contesto di una precisa rassegna critica delle diverse dottrine economiche da Kaldor e successivamente nel contesto empirico da Kutznets, che non si assisteva a una simile mole di lavori teorici ed empirici.Scopo di questo saggio è riesaminare criticamente questi nuovi lavori, cercando di evidenziarne i limiti e gli elementi in comune, per poi proporre una teoria più generale che permetta di inquadrare con precisione la problematica tra equità ed efficienza.Il legame tra equità (intesa come redistribuzione volta a ridurre le disuguaglianze di reddito o ricchezza) ed efficienza (intesa come massima produzione ottenibile date le risorse a disposizione) è un tema di grande rilevanza nella teoria economica che viene oggi ad assumere un ancor più forte significato. Il capitalismo e l'economia di mercato hanno forse vinto la sfida storica nei confronti dell'economia pianificata e del socialismo reale, ma ciò non significa affatto l'azzeramento del problema equità- efficienza. Al contrario, questo diventa il tema cruciale di tutte le moderne società industriali. Infatti, la domanda vera posta da molte parti è: quale capitalismo? Al di là delle varie formule, modelli, radici storiche, si tratta ancora una volta di combinare e coniugare la difficile equazione efficienza economica / giustizia sociale.Questo è ovviamente il tema portante che deve essere fronteggiato nelle politiche di privatizzazione e di rifondazione dei sistemi di welfare state introdotti nei vari Paesi industriali.Va infatti subito rilevato che l'approccio tradizionale pone l'obiettivo dell'equità in netta contrapposizione con quello dell'efficienza. Scopo di questo saggio è invece quello di investigare le condizioni storico-istituzionali interagenti con quelle tecnologiche, nelle quali si determina invece una relazione sinergica che, attraverso una più equa distribuzione del reddito, determina migliori condizioni di sviluppo. È evidente che, laddove un sistema economico si ritrovi in una situazione sinergica tra equità e sviluppo, il problema si esprime semplicemente in un obiettivo di efficienza interna del welfare state che, una volta conseguito, interagisce positivamente con le condizioni di crescita dell'economia.Il saggio va inteso quindi come un approccio iniziale di un filone di ricerca futura sui legami tra crescita, ricchezza e uguaglianza economica. Peraltro questo approccio è stato già utilizzato in alcuni importanti contributi. Esistono ampi spazi per dimostrare che equità ed efficienza possono assumere caratteri sinergici: esiste cioè una fase di miglioramento delle condizioni di equità che provoca una maggiore accumulazione e quindi una maggiore crescita dell'economia. (Archivio Selexi) Qual è il tema centrale del brano?
Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Il tema dell'equità e dell'efficienza è tornato in questi anni a occupare l'attenzione degli economisti. Era dagli anni Cinquanta, quando il dibattito fu introdotto nel contesto di una precisa rassegna critica delle diverse dottrine economiche da Kaldor e successivamente nel contesto empirico da Kutznets, che non si assisteva a una simile mole di lavori teorici ed empirici.Scopo di questo saggio è riesaminare criticamente questi nuovi lavori, cercando di evidenziarne i limiti e gli elementi in comune, per poi proporre una teoria più generale che permetta di inquadrare con precisione la problematica tra equità ed efficienza.Il legame tra equità (intesa come redistribuzione volta a ridurre le disuguaglianze di reddito o ricchezza) ed efficienza (intesa come massima produzione ottenibile date le risorse a disposizione) è un tema di grande rilevanza nella teoria economica che viene oggi ad assumere un ancor più forte significato. Il capitalismo e l'economia di mercato hanno forse vinto la sfida storica nei confronti dell'economia pianificata e del socialismo reale, ma ciò non significa affatto l'azzeramento del problema equità- efficienza. Al contrario, questo diventa il tema cruciale di tutte le moderne società industriali. Infatti, la domanda vera posta da molte parti è: quale capitalismo? Al di là delle varie formule, modelli, radici storiche, si tratta ancora una volta di combinare e coniugare la difficile equazione efficienza economica / giustizia sociale.Questo è ovviamente il tema portante che deve essere fronteggiato nelle politiche di privatizzazione e di rifondazione dei sistemi di welfare state introdotti nei vari Paesi industriali.Va infatti subito rilevato che l'approccio tradizionale pone l'obiettivo dell'equità in netta contrapposizione con quello dell'efficienza. Scopo di questo saggio è invece quello di investigare le condizioni storico-istituzionali interagenti con quelle tecnologiche, nelle quali si determina invece una relazione sinergica che, attraverso una più equa distribuzione del reddito, determina migliori condizioni di sviluppo. È evidente che, laddove un sistema economico si ritrovi in una situazione sinergica tra equità e sviluppo, il problema si esprime semplicemente in un obiettivo di efficienza interna del welfare state che, una volta conseguito, interagisce positivamente con le condizioni di crescita dell'economia.Il saggio va inteso quindi come un approccio iniziale di un filone di ricerca futura sui legami tra crescita, ricchezza e uguaglianza economica. Peraltro questo approccio è stato già utilizzato in alcuni importanti contributi. Esistono ampi spazi per dimostrare che equità ed efficienza possono assumere caratteri sinergici: esiste cioè una fase di miglioramento delle condizioni di equità che provoca una maggiore accumulazione e quindi una maggiore crescita dell'economia. (Archivio Selexi) Il saggio introdotto dal brano: