Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Guardia di Finanza Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018  Esercitati su questo Quiz  |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Tutti li abbiamo incontrati. Sono le persone che lavorano con noi, i nostri amici, i nostri familiari. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni hanno studiato, altri sono soltanto armati di un computer portatile o di una tessera della biblioteca. Ma tutti loro hanno una cosa in comune: sono persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Convinti di essere più informati degli esperti, di saperne molto di più dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni, costoro sono gli "spiegatori" [1] e sono entusiasti di illuminare noi e tutti gli altri su qualunque tema, dalla storia dell'imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini. Accettavamo persone di questo genere e le tolleravamo perché sapevamo che, in fondo in fondo, erano di norma animate da buone intenzioni. Nutrivamo perfino un certo affetto nei loro confronti [...].Potevamo provare tenerezza per persone così perché erano bizzarre eccezioni in un Paese che per il resto rispettava il punto di vista degli esperti e su di esso faceva affidamento. Ma in questi ultimi decenni è cambiato qualcosa. Lo spazio pubblico è sempre più dominato da un ampio assortimento di persone poco informate, molte delle quali sono autodidatte [2], disprezzano l'istruzione regolare e minimizzano il valore dell'esperienza. [...] Questa è una cosa molto negativa. Una società moderna non può funzionare senza una divisione sociale del lavoro e senza affidarsi a esperti, professionisti e intellettuali (per ora userò queste tre parole come intercambiabili). Nessuno è un esperto di ogni cosa. Non importa quali siano le nostre aspirazioni: siamo costretti dalla realtà, costituita dal tempo a disposizione e dagli incontrovertibili limiti del nostro talento. Prosperiamo perché ci specializziamo e perché sviluppiamo meccanismi formali e informali nonché abitudini che ci permettono di fidarci gli uni degli altri per quello che riguarda queste specializzazioni. [...] Quando costruiamo dei grattacieli non ci aspettiamo che l'esperto di metallurgia che sa che materiale si debba mettere in una trave maestra, l'architetto, che disegna l'edificio, e il vetraio, che installa le finestre, siano la stessa persona. E questo è il motivo per il quale possiamo goderci la vista sulla città dall'altezza di un centinaio di piani: tutti gli esperti, pur avendo competenze che si sovrappongono parzialmente, rispettano le capacità professionali di molti altri e si concentrano nel fare quello che conoscono meglio. La loro fiducia e la loro collaborazione conducono a un prodotto finale più grande e migliore di qualunque cosa avrebbero potuto costruire da soli. Il punto è che se non ammettiamo i limiti delle nostre conoscenze e non ci fidiamo delle competenze degli altri la cosa non può funzionare. Talvolta abbiamo delle resistenze ad accettarlo perché questo indebolisce il nostro senso di indipendenza e di autonomia. Vogliamo credere di essere capaci di prendere ogni tipo di decisione e ci infastidiamo con chi ci corregge o ci dice che ci sbagliamo o ci dà istruzioni su qualcosa che non capiamo. Questa reazione umana, naturale nei rapporti tra individui, è pericolosa quando diventa una caratteristica diffusa dell'intera società. (Estratto da: "The death of expertise" di Thomas M. Nichols, Traduzione di Guido De Franceschi) A chi si riferisce l'autore con il termine "spiegatori" [1]? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Tutti li abbiamo incontrati. Sono le persone che lavorano con noi, i nostri amici, i nostri familiari. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni hanno studiato, altri sono soltanto armati di un computer portatile o di una tessera della biblioteca. Ma tutti loro hanno una cosa in comune: sono persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Convinti di essere più informati degli esperti, di saperne molto di più dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni, costoro sono gli "spiegatori" [1] e sono entusiasti di illuminare noi e tutti gli altri su qualunque tema, dalla storia dell'imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini. Accettavamo persone di questo genere e le tolleravamo perché sapevamo che, in fondo in fondo, erano di norma animate da buone intenzioni. Nutrivamo perfino un certo affetto nei loro confronti [...].Potevamo provare tenerezza per persone così perché erano bizzarre eccezioni in un Paese che per il resto rispettava il punto di vista degli esperti e su di esso faceva affidamento. Ma in questi ultimi decenni è cambiato qualcosa. Lo spazio pubblico è sempre più dominato da un ampio assortimento di persone poco informate, molte delle quali sono autodidatte [2], disprezzano l'istruzione regolare e minimizzano il valore dell'esperienza. [...] Questa è una cosa molto negativa. Una società moderna non può funzionare senza una divisione sociale del lavoro e senza affidarsi a esperti, professionisti e intellettuali (per ora userò queste tre parole come intercambiabili). Nessuno è un esperto di ogni cosa. Non importa quali siano le nostre aspirazioni: siamo costretti dalla realtà, costituita dal tempo a disposizione e dagli incontrovertibili limiti del nostro talento. Prosperiamo perché ci specializziamo e perché sviluppiamo meccanismi formali e informali nonché abitudini che ci permettono di fidarci gli uni degli altri per quello che riguarda queste specializzazioni. [...] Quando costruiamo dei grattacieli non ci aspettiamo che l'esperto di metallurgia che sa che materiale si debba mettere in una trave maestra, l'architetto, che disegna l'edificio, e il vetraio, che installa le finestre, siano la stessa persona. E questo è il motivo per il quale possiamo goderci la vista sulla città dall'altezza di un centinaio di piani: tutti gli esperti, pur avendo competenze che si sovrappongono parzialmente, rispettano le capacità professionali di molti altri e si concentrano nel fare quello che conoscono meglio. La loro fiducia e la loro collaborazione conducono a un prodotto finale più grande e migliore di qualunque cosa avrebbero potuto costruire da soli. Il punto è che se non ammettiamo i limiti delle nostre conoscenze e non ci fidiamo delle competenze degli altri la cosa non può funzionare. Talvolta abbiamo delle resistenze ad accettarlo perché questo indebolisce il nostro senso di indipendenza e di autonomia. Vogliamo credere di essere capaci di prendere ogni tipo di decisione e ci infastidiamo con chi ci corregge o ci dice che ci sbagliamo o ci dà istruzioni su qualcosa che non capiamo. Questa reazione umana, naturale nei rapporti tra individui, è pericolosa quando diventa una caratteristica diffusa dell'intera società. (Estratto da: "The death of expertise" di Thomas M. Nichols, Traduzione di Guido De Franceschi) Quale delle seguenti affermazioni è deducibile dal brano? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Tutti li abbiamo incontrati. Sono le persone che lavorano con noi, i nostri amici, i nostri familiari. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni hanno studiato, altri sono soltanto armati di un computer portatile o di una tessera della biblioteca. Ma tutti loro hanno una cosa in comune: sono persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Convinti di essere più informati degli esperti, di saperne molto di più dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni, costoro sono gli "spiegatori" [1] e sono entusiasti di illuminare noi e tutti gli altri su qualunque tema, dalla storia dell'imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini. Accettavamo persone di questo genere e le tolleravamo perché sapevamo che, in fondo in fondo, erano di norma animate da buone intenzioni. Nutrivamo perfino un certo affetto nei loro confronti [...].Potevamo provare tenerezza per persone così perché erano bizzarre eccezioni in un Paese che per il resto rispettava il punto di vista degli esperti e su di esso faceva affidamento. Ma in questi ultimi decenni è cambiato qualcosa. Lo spazio pubblico è sempre più dominato da un ampio assortimento di persone poco informate, molte delle quali sono autodidatte [2], disprezzano l'istruzione regolare e minimizzano il valore dell'esperienza. [...] Questa è una cosa molto negativa. Una società moderna non può funzionare senza una divisione sociale del lavoro e senza affidarsi a esperti, professionisti e intellettuali (per ora userò queste tre parole come intercambiabili). Nessuno è un esperto di ogni cosa. Non importa quali siano le nostre aspirazioni: siamo costretti dalla realtà, costituita dal tempo a disposizione e dagli incontrovertibili limiti del nostro talento. Prosperiamo perché ci specializziamo e perché sviluppiamo meccanismi formali e informali nonché abitudini che ci permettono di fidarci gli uni degli altri per quello che riguarda queste specializzazioni. [...] Quando costruiamo dei grattacieli non ci aspettiamo che l'esperto di metallurgia che sa che materiale si debba mettere in una trave maestra, l'architetto, che disegna l'edificio, e il vetraio, che installa le finestre, siano la stessa persona. E questo è il motivo per il quale possiamo goderci la vista sulla città dall'altezza di un centinaio di piani: tutti gli esperti, pur avendo competenze che si sovrappongono parzialmente, rispettano le capacità professionali di molti altri e si concentrano nel fare quello che conoscono meglio. La loro fiducia e la loro collaborazione conducono a un prodotto finale più grande e migliore di qualunque cosa avrebbero potuto costruire da soli. Il punto è che se non ammettiamo i limiti delle nostre conoscenze e non ci fidiamo delle competenze degli altri la cosa non può funzionare. Talvolta abbiamo delle resistenze ad accettarlo perché questo indebolisce il nostro senso di indipendenza e di autonomia. Vogliamo credere di essere capaci di prendere ogni tipo di decisione e ci infastidiamo con chi ci corregge o ci dice che ci sbagliamo o ci dà istruzioni su qualcosa che non capiamo. Questa reazione umana, naturale nei rapporti tra individui, è pericolosa quando diventa una caratteristica diffusa dell'intera società. (Estratto da: "The death of expertise" di Thomas M. Nichols, Traduzione di Guido De Franceschi) Quale delle seguenti affermazioni NON è deducibile dal brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Tutti li abbiamo incontrati. Sono le persone che lavorano con noi, i nostri amici, i nostri familiari. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni hanno studiato, altri sono soltanto armati di un computer portatile o di una tessera della biblioteca. Ma tutti loro hanno una cosa in comune: sono persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Convinti di essere più informati degli esperti, di saperne molto di più dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni, costoro sono gli "spiegatori" [1] e sono entusiasti di illuminare noi e tutti gli altri su qualunque tema, dalla storia dell'imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini. Accettavamo persone di questo genere e le tolleravamo perché sapevamo che, in fondo in fondo, erano di norma animate da buone intenzioni. Nutrivamo perfino un certo affetto nei loro confronti [...].Potevamo provare tenerezza per persone così perché erano bizzarre eccezioni in un Paese che per il resto rispettava il punto di vista degli esperti e su di esso faceva affidamento. Ma in questi ultimi decenni è cambiato qualcosa. Lo spazio pubblico è sempre più dominato da un ampio assortimento di persone poco informate, molte delle quali sono autodidatte [2], disprezzano l'istruzione regolare e minimizzano il valore dell'esperienza. [...] Questa è una cosa molto negativa. Una società moderna non può funzionare senza una divisione sociale del lavoro e senza affidarsi a esperti, professionisti e intellettuali (per ora userò queste tre parole come intercambiabili). Nessuno è un esperto di ogni cosa. Non importa quali siano le nostre aspirazioni: siamo costretti dalla realtà, costituita dal tempo a disposizione e dagli incontrovertibili limiti del nostro talento. Prosperiamo perché ci specializziamo e perché sviluppiamo meccanismi formali e informali nonché abitudini che ci permettono di fidarci gli uni degli altri per quello che riguarda queste specializzazioni. [...] Quando costruiamo dei grattacieli non ci aspettiamo che l'esperto di metallurgia che sa che materiale si debba mettere in una trave maestra, l'architetto, che disegna l'edificio, e il vetraio, che installa le finestre, siano la stessa persona. E questo è il motivo per il quale possiamo goderci la vista sulla città dall'altezza di un centinaio di piani: tutti gli esperti, pur avendo competenze che si sovrappongono parzialmente, rispettano le capacità professionali di molti altri e si concentrano nel fare quello che conoscono meglio. La loro fiducia e la loro collaborazione conducono a un prodotto finale più grande e migliore di qualunque cosa avrebbero potuto costruire da soli. Il punto è che se non ammettiamo i limiti delle nostre conoscenze e non ci fidiamo delle competenze degli altri la cosa non può funzionare. Talvolta abbiamo delle resistenze ad accettarlo perché questo indebolisce il nostro senso di indipendenza e di autonomia. Vogliamo credere di essere capaci di prendere ogni tipo di decisione e ci infastidiamo con chi ci corregge o ci dice che ci sbagliamo o ci dà istruzioni su qualcosa che non capiamo. Questa reazione umana, naturale nei rapporti tra individui, è pericolosa quando diventa una caratteristica diffusa dell'intera società. (Estratto da: "The death of expertise" di Thomas M. Nichols, Traduzione di Guido De Franceschi) Qual è il significato del termine "autodidatte" [2]? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Tutti li abbiamo incontrati. Sono le persone che lavorano con noi, i nostri amici, i nostri familiari. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni hanno studiato, altri sono soltanto armati di un computer portatile o di una tessera della biblioteca. Ma tutti loro hanno una cosa in comune: sono persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Convinti di essere più informati degli esperti, di saperne molto di più dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni, costoro sono gli "spiegatori" [1] e sono entusiasti di illuminare noi e tutti gli altri su qualunque tema, dalla storia dell'imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini. Accettavamo persone di questo genere e le tolleravamo perché sapevamo che, in fondo in fondo, erano di norma animate da buone intenzioni. Nutrivamo perfino un certo affetto nei loro confronti [...].Potevamo provare tenerezza per persone così perché erano bizzarre eccezioni in un Paese che per il resto rispettava il punto di vista degli esperti e su di esso faceva affidamento. Ma in questi ultimi decenni è cambiato qualcosa. Lo spazio pubblico è sempre più dominato da un ampio assortimento di persone poco informate, molte delle quali sono autodidatte [2], disprezzano l'istruzione regolare e minimizzano il valore dell'esperienza. [...] Questa è una cosa molto negativa. Una società moderna non può funzionare senza una divisione sociale del lavoro e senza affidarsi a esperti, professionisti e intellettuali (per ora userò queste tre parole come intercambiabili). Nessuno è un esperto di ogni cosa. Non importa quali siano le nostre aspirazioni: siamo costretti dalla realtà, costituita dal tempo a disposizione e dagli incontrovertibili limiti del nostro talento. Prosperiamo perché ci specializziamo e perché sviluppiamo meccanismi formali e informali nonché abitudini che ci permettono di fidarci gli uni degli altri per quello che riguarda queste specializzazioni. [...] Quando costruiamo dei grattacieli non ci aspettiamo che l'esperto di metallurgia che sa che materiale si debba mettere in una trave maestra, l'architetto, che disegna l'edificio, e il vetraio, che installa le finestre, siano la stessa persona. E questo è il motivo per il quale possiamo goderci la vista sulla città dall'altezza di un centinaio di piani: tutti gli esperti, pur avendo competenze che si sovrappongono parzialmente, rispettano le capacità professionali di molti altri e si concentrano nel fare quello che conoscono meglio. La loro fiducia e la loro collaborazione conducono a un prodotto finale più grande e migliore di qualunque cosa avrebbero potuto costruire da soli. Il punto è che se non ammettiamo i limiti delle nostre conoscenze e non ci fidiamo delle competenze degli altri la cosa non può funzionare. Talvolta abbiamo delle resistenze ad accettarlo perché questo indebolisce il nostro senso di indipendenza e di autonomia. Vogliamo credere di essere capaci di prendere ogni tipo di decisione e ci infastidiamo con chi ci corregge o ci dice che ci sbagliamo o ci dà istruzioni su qualcosa che non capiamo. Questa reazione umana, naturale nei rapporti tra individui, è pericolosa quando diventa una caratteristica diffusa dell'intera società. (Estratto da: "The death of expertise" di Thomas M. Nichols, Traduzione di Guido De Franceschi) Il tono generale di questo brano può definirsi: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un algoritmo che analizza semplici dati presenti sul Web è in grado di costruire un profilo della personalità di un individuo più accurato di quello tracciato da gran parte degli amici e familiari. Ad affermarlo è uno studio di tre ricercatori dell'Università di Cambridge, in Gran Bretagna, e della Stanford University. Solo i coniugi, in media, riescono a tracciare un profilo leggermente più azzeccato dell'algoritmo.Lo studio è stato condotto su un campione di 86.220 utenti di Facebook che hanno risposto a un questionario standard usato dagli psicologi per definire la personalità valutando i cinque tratti di personalità più significativi.Hanno dimostrato che analizzando appena 10 "Mi piace" cliccati da una persona su Facebook, il loro algoritmo riesce a elaborare un profilo di personalità migliore di quello tracciato da un collega di lavoro e neppure genitori e fratelli riescono a superare la macchina se questa è a conoscenza di almeno 150 "mi piace". Gli unici a resistere sono mariti e mogli: per batterli l'algoritmo ha bisogno di almeno 300 "mi piace", ma dato che attualmente un utente di Facebook ne ha cliccati in media solo 227, almeno per ora il coniuge batte il computer.La forza dell'algoritmo, spiegano gli autori, sta nel suo approccio all'analisi dei dati puri, mentre gli esseri umani tendono a dare troppo peso a uno o due esempi di comportamento o seguono ragionamenti irrazionali. Grazie a questo tipo di algoritmi, sostiene uno degli autori, "in futuro, i computer potrebbero essere in grado di dedurre i nostri tratti psicologici e reagire di conseguenza, aprendo le porte alla nascita di macchine emotivamente intelligenti e socialmente abili.L'interesse di questi algoritmi sta anche nel fatto che "la capacità di giudicare la personalità è una componente essenziale della vita sociale, e influisce sulle nostre decisioni, da quelle prese giorno per giorno fino ai progetti a lungo termine, come chi sposare, a chi dare fiducia, chi assumere o chi votare".Il loro uso potrebbe quindi tornarci molto utile: "sulla base della loro personalità, si potrebbero accoppiare meglio i candidati a un lavoro con le mansioni affidategli, o proporre prodotti più adatti ai singoli utenti di un servizio", come d'altra parte già fanno in modo alquanto approssimativo i sistemi automatizzati di marketing in rete.I ricercatori, tuttavia, non si nascondono che questo tipo di data mining solleva forti preoccupazioni per la tutela della privacy. (Tratto da: "Le Scienze", "Se il computer ti capisce meglio della mamma") Quale delle seguenti alternative potrebbe NON essere la conseguenza futura dello sviluppo di tali algoritmi? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un algoritmo che analizza semplici dati presenti sul Web è in grado di costruire un profilo della personalità di un individuo più accurato di quello tracciato da gran parte degli amici e familiari. Ad affermarlo è uno studio di tre ricercatori dell'Università di Cambridge, in Gran Bretagna, e della Stanford University. Solo i coniugi, in media, riescono a tracciare un profilo leggermente più azzeccato dell'algoritmo.Lo studio è stato condotto su un campione di 86.220 utenti di Facebook che hanno risposto a un questionario standard usato dagli psicologi per definire la personalità valutando i cinque tratti di personalità più significativi.Hanno dimostrato che analizzando appena 10 "Mi piace" cliccati da una persona su Facebook, il loro algoritmo riesce a elaborare un profilo di personalità migliore di quello tracciato da un collega di lavoro e neppure genitori e fratelli riescono a superare la macchina se questa è a conoscenza di almeno 150 "mi piace". Gli unici a resistere sono mariti e mogli: per batterli l'algoritmo ha bisogno di almeno 300 "mi piace", ma dato che attualmente un utente di Facebook ne ha cliccati in media solo 227, almeno per ora il coniuge batte il computer.La forza dell'algoritmo, spiegano gli autori, sta nel suo approccio all'analisi dei dati puri, mentre gli esseri umani tendono a dare troppo peso a uno o due esempi di comportamento o seguono ragionamenti irrazionali. Grazie a questo tipo di algoritmi, sostiene uno degli autori, "in futuro, i computer potrebbero essere in grado di dedurre i nostri tratti psicologici e reagire di conseguenza, aprendo le porte alla nascita di macchine emotivamente intelligenti e socialmente abili.L'interesse di questi algoritmi sta anche nel fatto che "la capacità di giudicare la personalità è una componente essenziale della vita sociale, e influisce sulle nostre decisioni, da quelle prese giorno per giorno fino ai progetti a lungo termine, come chi sposare, a chi dare fiducia, chi assumere o chi votare".Il loro uso potrebbe quindi tornarci molto utile: "sulla base della loro personalità, si potrebbero accoppiare meglio i candidati a un lavoro con le mansioni affidategli, o proporre prodotti più adatti ai singoli utenti di un servizio", come d'altra parte già fanno in modo alquanto approssimativo i sistemi automatizzati di marketing in rete.I ricercatori, tuttavia, non si nascondono che questo tipo di data mining solleva forti preoccupazioni per la tutela della privacy. (Tratto da: "Le Scienze", "Se il computer ti capisce meglio della mamma") L'algoritmo della personalità sviluppato dai ricercatori si basa su: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un algoritmo che analizza semplici dati presenti sul Web è in grado di costruire un profilo della personalità di un individuo più accurato di quello tracciato da gran parte degli amici e familiari. Ad affermarlo è uno studio di tre ricercatori dell'Università di Cambridge, in Gran Bretagna, e della Stanford University. Solo i coniugi, in media, riescono a tracciare un profilo leggermente più azzeccato dell'algoritmo.Lo studio è stato condotto su un campione di 86.220 utenti di Facebook che hanno risposto a un questionario standard usato dagli psicologi per definire la personalità valutando i cinque tratti di personalità più significativi.Hanno dimostrato che analizzando appena 10 "Mi piace" cliccati da una persona su Facebook, il loro algoritmo riesce a elaborare un profilo di personalità migliore di quello tracciato da un collega di lavoro e neppure genitori e fratelli riescono a superare la macchina se questa è a conoscenza di almeno 150 "mi piace". Gli unici a resistere sono mariti e mogli: per batterli l'algoritmo ha bisogno di almeno 300 "mi piace", ma dato che attualmente un utente di Facebook ne ha cliccati in media solo 227, almeno per ora il coniuge batte il computer.La forza dell'algoritmo, spiegano gli autori, sta nel suo approccio all'analisi dei dati puri, mentre gli esseri umani tendono a dare troppo peso a uno o due esempi di comportamento o seguono ragionamenti irrazionali. Grazie a questo tipo di algoritmi, sostiene uno degli autori, "in futuro, i computer potrebbero essere in grado di dedurre i nostri tratti psicologici e reagire di conseguenza, aprendo le porte alla nascita di macchine emotivamente intelligenti e socialmente abili.L'interesse di questi algoritmi sta anche nel fatto che "la capacità di giudicare la personalità è una componente essenziale della vita sociale, e influisce sulle nostre decisioni, da quelle prese giorno per giorno fino ai progetti a lungo termine, come chi sposare, a chi dare fiducia, chi assumere o chi votare".Il loro uso potrebbe quindi tornarci molto utile: "sulla base della loro personalità, si potrebbero accoppiare meglio i candidati a un lavoro con le mansioni affidategli, o proporre prodotti più adatti ai singoli utenti di un servizio", come d'altra parte già fanno in modo alquanto approssimativo i sistemi automatizzati di marketing in rete.I ricercatori, tuttavia, non si nascondono che questo tipo di data mining solleva forti preoccupazioni per la tutela della privacy. (Tratto da: "Le Scienze", "Se il computer ti capisce meglio della mamma") Per quale motivo il brano sostiene che il coniuge per ora batte l'algoritmo? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un algoritmo che analizza semplici dati presenti sul Web è in grado di costruire un profilo della personalità di un individuo più accurato di quello tracciato da gran parte degli amici e familiari. Ad affermarlo è uno studio di tre ricercatori dell'Università di Cambridge, in Gran Bretagna, e della Stanford University. Solo i coniugi, in media, riescono a tracciare un profilo leggermente più azzeccato dell'algoritmo.Lo studio è stato condotto su un campione di 86.220 utenti di Facebook che hanno risposto a un questionario standard usato dagli psicologi per definire la personalità valutando i cinque tratti di personalità più significativi.Hanno dimostrato che analizzando appena 10 "Mi piace" cliccati da una persona su Facebook, il loro algoritmo riesce a elaborare un profilo di personalità migliore di quello tracciato da un collega di lavoro e neppure genitori e fratelli riescono a superare la macchina se questa è a conoscenza di almeno 150 "mi piace". Gli unici a resistere sono mariti e mogli: per batterli l'algoritmo ha bisogno di almeno 300 "mi piace", ma dato che attualmente un utente di Facebook ne ha cliccati in media solo 227, almeno per ora il coniuge batte il computer.La forza dell'algoritmo, spiegano gli autori, sta nel suo approccio all'analisi dei dati puri, mentre gli esseri umani tendono a dare troppo peso a uno o due esempi di comportamento o seguono ragionamenti irrazionali. Grazie a questo tipo di algoritmi, sostiene uno degli autori, "in futuro, i computer potrebbero essere in grado di dedurre i nostri tratti psicologici e reagire di conseguenza, aprendo le porte alla nascita di macchine emotivamente intelligenti e socialmente abili.L'interesse di questi algoritmi sta anche nel fatto che "la capacità di giudicare la personalità è una componente essenziale della vita sociale, e influisce sulle nostre decisioni, da quelle prese giorno per giorno fino ai progetti a lungo termine, come chi sposare, a chi dare fiducia, chi assumere o chi votare".Il loro uso potrebbe quindi tornarci molto utile: "sulla base della loro personalità, si potrebbero accoppiare meglio i candidati a un lavoro con le mansioni affidategli, o proporre prodotti più adatti ai singoli utenti di un servizio", come d'altra parte già fanno in modo alquanto approssimativo i sistemi automatizzati di marketing in rete.I ricercatori, tuttavia, non si nascondono che questo tipo di data mining solleva forti preoccupazioni per la tutela della privacy. (Tratto da: "Le Scienze", "Se il computer ti capisce meglio della mamma") Dal brano si può dedurre che le persone che conoscono meno un individuo sono: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un algoritmo che analizza semplici dati presenti sul Web è in grado di costruire un profilo della personalità di un individuo più accurato di quello tracciato da gran parte degli amici e familiari. Ad affermarlo è uno studio di tre ricercatori dell'Università di Cambridge, in Gran Bretagna, e della Stanford University. Solo i coniugi, in media, riescono a tracciare un profilo leggermente più azzeccato dell'algoritmo.Lo studio è stato condotto su un campione di 86.220 utenti di Facebook che hanno risposto a un questionario standard usato dagli psicologi per definire la personalità valutando i cinque tratti di personalità più significativi.Hanno dimostrato che analizzando appena 10 "Mi piace" cliccati da una persona su Facebook, il loro algoritmo riesce a elaborare un profilo di personalità migliore di quello tracciato da un collega di lavoro e neppure genitori e fratelli riescono a superare la macchina se questa è a conoscenza di almeno 150 "mi piace". Gli unici a resistere sono mariti e mogli: per batterli l'algoritmo ha bisogno di almeno 300 "mi piace", ma dato che attualmente un utente di Facebook ne ha cliccati in media solo 227, almeno per ora il coniuge batte il computer.La forza dell'algoritmo, spiegano gli autori, sta nel suo approccio all'analisi dei dati puri, mentre gli esseri umani tendono a dare troppo peso a uno o due esempi di comportamento o seguono ragionamenti irrazionali. Grazie a questo tipo di algoritmi, sostiene uno degli autori, "in futuro, i computer potrebbero essere in grado di dedurre i nostri tratti psicologici e reagire di conseguenza, aprendo le porte alla nascita di macchine emotivamente intelligenti e socialmente abili.L'interesse di questi algoritmi sta anche nel fatto che "la capacità di giudicare la personalità è una componente essenziale della vita sociale, e influisce sulle nostre decisioni, da quelle prese giorno per giorno fino ai progetti a lungo termine, come chi sposare, a chi dare fiducia, chi assumere o chi votare".Il loro uso potrebbe quindi tornarci molto utile: "sulla base della loro personalità, si potrebbero accoppiare meglio i candidati a un lavoro con le mansioni affidategli, o proporre prodotti più adatti ai singoli utenti di un servizio", come d'altra parte già fanno in modo alquanto approssimativo i sistemi automatizzati di marketing in rete.I ricercatori, tuttavia, non si nascondono che questo tipo di data mining solleva forti preoccupazioni per la tutela della privacy. (Tratto da: "Le Scienze", "Se il computer ti capisce meglio della mamma") Perché 86.220 utenti di Facebook sono stati sottoposti a un questionario? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un buon investimento in Vietnam si realizza essenzialmente con il buonsenso e con tutele preventive che possono essere messe in atto solo da chi conosce approfonditamente il Paese. È il caso di chi, anche tra gli italiani, ha investito in conoscenze, in rapporti umani e ha colmato domande esistenti ed evidenti, come quello pluricelebrato della Piaggio, ad oggi campione nazionale degli investimenti italiani in Vietnam, che ha aperto il proprio stabilimento di Hanoi dopo un'accurata preparazione, colmando una domanda molto forte.Prima dell'insediamento della Piaggio, una Vespa originale in Vietnam costava qualche migliaio di dollari, a fronte di un PIL pro capite a parità di potere d'acquisto di quasi tremilacinquecento dollari nel 2011 (l'Italia, secondo i medesimi calcoli del Fondo Monetario Nazionale, aveva nello stesso periodo un PIL pro capite di poco inferiore ai trentamila dollari) e della disponibilità di prodotti contraffatti provenienti dalla Cina per alcune centinaia di dollari. L'atteggiamento del consumatore vietnamita è di risparmiare e acquistare di preferenza prodotti originali e con un marchio conosciuto e di prestigio.Le imprese italiane hanno beneficiato e possono ampiamente beneficiare della cultura dei consumatori vietnamiti che, nelle città, hanno un potere d'acquisto sensibilmente superiore rispetto ai dati sul PIL, che comprendono anche la maggioranza di persone che tuttora vive in condizioni di evidente disagio nelle campagne.Il made in Italy è sinonimo di qualità ed è ampiamente apprezzato da larghissimi strati della popolazione. Se i marchi più noti all'interno dei propri settori (dalla moda alla meccanica, dall'enogastronomia al design) hanno già sfruttato questo fattore, vi è tuttora un grandissimo spazio in tutto il Vietnam, che può fungere anche da base per i mercati limitrofi, per tutti i marchi italiani, dal B2C al B2B, che ancora non sono presenti nel Paese direttamente o tramite distributori locali. Nel caso delle piccole e medie imprese lo sforzo maggiore consiste nella promozione di marchi non noti al grande pubblico, operazione certo non economicissima ma di successo quasi certo, tanto che, come noto, numerosi imprenditori asiatici inventano marchi di suono italiano per sfruttare il "lifestyle" e tutto il portato di immagine e di qualità legato al Belpaese. (da: F. Vasoli, "E&M") La disponibilità di prodotti contraffatti provenienti dalla Cina: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un buon investimento in Vietnam si realizza essenzialmente con il buonsenso e con tutele preventive che possono essere messe in atto solo da chi conosce approfonditamente il Paese. È il caso di chi, anche tra gli italiani, ha investito in conoscenze, in rapporti umani e ha colmato domande esistenti ed evidenti, come quello pluricelebrato della Piaggio, ad oggi campione nazionale degli investimenti italiani in Vietnam, che ha aperto il proprio stabilimento di Hanoi dopo un'accurata preparazione, colmando una domanda molto forte.Prima dell'insediamento della Piaggio, una Vespa originale in Vietnam costava qualche migliaio di dollari, a fronte di un PIL pro capite a parità di potere d'acquisto di quasi tremilacinquecento dollari nel 2011 (l'Italia, secondo i medesimi calcoli del Fondo Monetario Nazionale, aveva nello stesso periodo un PIL pro capite di poco inferiore ai trentamila dollari) e della disponibilità di prodotti contraffatti provenienti dalla Cina per alcune centinaia di dollari. L'atteggiamento del consumatore vietnamita è di risparmiare e acquistare di preferenza prodotti originali e con un marchio conosciuto e di prestigio.Le imprese italiane hanno beneficiato e possono ampiamente beneficiare della cultura dei consumatori vietnamiti che, nelle città, hanno un potere d'acquisto sensibilmente superiore rispetto ai dati sul PIL, che comprendono anche la maggioranza di persone che tuttora vive in condizioni di evidente disagio nelle campagne.Il made in Italy è sinonimo di qualità ed è ampiamente apprezzato da larghissimi strati della popolazione. Se i marchi più noti all'interno dei propri settori (dalla moda alla meccanica, dall'enogastronomia al design) hanno già sfruttato questo fattore, vi è tuttora un grandissimo spazio in tutto il Vietnam, che può fungere anche da base per i mercati limitrofi, per tutti i marchi italiani, dal B2C al B2B, che ancora non sono presenti nel Paese direttamente o tramite distributori locali. Nel caso delle piccole e medie imprese lo sforzo maggiore consiste nella promozione di marchi non noti al grande pubblico, operazione certo non economicissima ma di successo quasi certo, tanto che, come noto, numerosi imprenditori asiatici inventano marchi di suono italiano per sfruttare il "lifestyle" e tutto il portato di immagine e di qualità legato al Belpaese. (da: F. Vasoli, "E&M") L'autore ammonisce che il successo in Vietnam per un'impresa straniera: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un buon investimento in Vietnam si realizza essenzialmente con il buonsenso e con tutele preventive che possono essere messe in atto solo da chi conosce approfonditamente il Paese. È il caso di chi, anche tra gli italiani, ha investito in conoscenze, in rapporti umani e ha colmato domande esistenti ed evidenti, come quello pluricelebrato della Piaggio, ad oggi campione nazionale degli investimenti italiani in Vietnam, che ha aperto il proprio stabilimento di Hanoi dopo un'accurata preparazione, colmando una domanda molto forte.Prima dell'insediamento della Piaggio, una Vespa originale in Vietnam costava qualche migliaio di dollari, a fronte di un PIL pro capite a parità di potere d'acquisto di quasi tremilacinquecento dollari nel 2011 (l'Italia, secondo i medesimi calcoli del Fondo Monetario Nazionale, aveva nello stesso periodo un PIL pro capite di poco inferiore ai trentamila dollari) e della disponibilità di prodotti contraffatti provenienti dalla Cina per alcune centinaia di dollari. L'atteggiamento del consumatore vietnamita è di risparmiare e acquistare di preferenza prodotti originali e con un marchio conosciuto e di prestigio.Le imprese italiane hanno beneficiato e possono ampiamente beneficiare della cultura dei consumatori vietnamiti che, nelle città, hanno un potere d'acquisto sensibilmente superiore rispetto ai dati sul PIL, che comprendono anche la maggioranza di persone che tuttora vive in condizioni di evidente disagio nelle campagne.Il made in Italy è sinonimo di qualità ed è ampiamente apprezzato da larghissimi strati della popolazione. Se i marchi più noti all'interno dei propri settori (dalla moda alla meccanica, dall'enogastronomia al design) hanno già sfruttato questo fattore, vi è tuttora un grandissimo spazio in tutto il Vietnam, che può fungere anche da base per i mercati limitrofi, per tutti i marchi italiani, dal B2C al B2B, che ancora non sono presenti nel Paese direttamente o tramite distributori locali. Nel caso delle piccole e medie imprese lo sforzo maggiore consiste nella promozione di marchi non noti al grande pubblico, operazione certo non economicissima ma di successo quasi certo, tanto che, come noto, numerosi imprenditori asiatici inventano marchi di suono italiano per sfruttare il "lifestyle" e tutto il portato di immagine e di qualità legato al Belpaese. (da: F. Vasoli, "E&M") Quale dei seguenti fatti è stato alla base del successo di Piaggio in Vietnam? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un buon investimento in Vietnam si realizza essenzialmente con il buonsenso e con tutele preventive che possono essere messe in atto solo da chi conosce approfonditamente il Paese. È il caso di chi, anche tra gli italiani, ha investito in conoscenze, in rapporti umani e ha colmato domande esistenti ed evidenti, come quello pluricelebrato della Piaggio, ad oggi campione nazionale degli investimenti italiani in Vietnam, che ha aperto il proprio stabilimento di Hanoi dopo un'accurata preparazione, colmando una domanda molto forte.Prima dell'insediamento della Piaggio, una Vespa originale in Vietnam costava qualche migliaio di dollari, a fronte di un PIL pro capite a parità di potere d'acquisto di quasi tremilacinquecento dollari nel 2011 (l'Italia, secondo i medesimi calcoli del Fondo Monetario Nazionale, aveva nello stesso periodo un PIL pro capite di poco inferiore ai trentamila dollari) e della disponibilità di prodotti contraffatti provenienti dalla Cina per alcune centinaia di dollari. L'atteggiamento del consumatore vietnamita è di risparmiare e acquistare di preferenza prodotti originali e con un marchio conosciuto e di prestigio.Le imprese italiane hanno beneficiato e possono ampiamente beneficiare della cultura dei consumatori vietnamiti che, nelle città, hanno un potere d'acquisto sensibilmente superiore rispetto ai dati sul PIL, che comprendono anche la maggioranza di persone che tuttora vive in condizioni di evidente disagio nelle campagne.Il made in Italy è sinonimo di qualità ed è ampiamente apprezzato da larghissimi strati della popolazione. Se i marchi più noti all'interno dei propri settori (dalla moda alla meccanica, dall'enogastronomia al design) hanno già sfruttato questo fattore, vi è tuttora un grandissimo spazio in tutto il Vietnam, che può fungere anche da base per i mercati limitrofi, per tutti i marchi italiani, dal B2C al B2B, che ancora non sono presenti nel Paese direttamente o tramite distributori locali. Nel caso delle piccole e medie imprese lo sforzo maggiore consiste nella promozione di marchi non noti al grande pubblico, operazione certo non economicissima ma di successo quasi certo, tanto che, come noto, numerosi imprenditori asiatici inventano marchi di suono italiano per sfruttare il "lifestyle" e tutto il portato di immagine e di qualità legato al Belpaese. (da: F. Vasoli, "E&M") L'autore afferma che, per ciò che concerne le imprese italiane, il mercato vietnamita: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un buon investimento in Vietnam si realizza essenzialmente con il buonsenso e con tutele preventive che possono essere messe in atto solo da chi conosce approfonditamente il Paese. È il caso di chi, anche tra gli italiani, ha investito in conoscenze, in rapporti umani e ha colmato domande esistenti ed evidenti, come quello pluricelebrato della Piaggio, ad oggi campione nazionale degli investimenti italiani in Vietnam, che ha aperto il proprio stabilimento di Hanoi dopo un'accurata preparazione, colmando una domanda molto forte.Prima dell'insediamento della Piaggio, una Vespa originale in Vietnam costava qualche migliaio di dollari, a fronte di un PIL pro capite a parità di potere d'acquisto di quasi tremilacinquecento dollari nel 2011 (l'Italia, secondo i medesimi calcoli del Fondo Monetario Nazionale, aveva nello stesso periodo un PIL pro capite di poco inferiore ai trentamila dollari) e della disponibilità di prodotti contraffatti provenienti dalla Cina per alcune centinaia di dollari. L'atteggiamento del consumatore vietnamita è di risparmiare e acquistare di preferenza prodotti originali e con un marchio conosciuto e di prestigio.Le imprese italiane hanno beneficiato e possono ampiamente beneficiare della cultura dei consumatori vietnamiti che, nelle città, hanno un potere d'acquisto sensibilmente superiore rispetto ai dati sul PIL, che comprendono anche la maggioranza di persone che tuttora vive in condizioni di evidente disagio nelle campagne.Il made in Italy è sinonimo di qualità ed è ampiamente apprezzato da larghissimi strati della popolazione. Se i marchi più noti all'interno dei propri settori (dalla moda alla meccanica, dall'enogastronomia al design) hanno già sfruttato questo fattore, vi è tuttora un grandissimo spazio in tutto il Vietnam, che può fungere anche da base per i mercati limitrofi, per tutti i marchi italiani, dal B2C al B2B, che ancora non sono presenti nel Paese direttamente o tramite distributori locali. Nel caso delle piccole e medie imprese lo sforzo maggiore consiste nella promozione di marchi non noti al grande pubblico, operazione certo non economicissima ma di successo quasi certo, tanto che, come noto, numerosi imprenditori asiatici inventano marchi di suono italiano per sfruttare il "lifestyle" e tutto il portato di immagine e di qualità legato al Belpaese. (da: F. Vasoli, "E&M") Che cosa spinge gli imprenditori asiatici a "italianizzare" i loro prodotti? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un giorno qualsiasi del 1977 una ragazza entra nella libreria romana Maldoror e porge al proprietario, Giuseppe Casetti, una scatola grigia esclamando "Sono una fotografa". La giovanissima donna, nemmeno ventenne, si chiama Francesca Woodman. Nata in America nel 1958, figlia di artisti � padre pittore, madre ceramista � interessata alla fotografia sin da quando aveva tredici anni, si trova a Roma per seguire i corsi della Rhode Island School of Design. Non è il suo primo viaggio in Italia, dato che da piccola ha vissuto un anno a Firenze e soggiornato varie estati nella vicina Antella; ma quello che era nato come periodo di studio si tramuterà in un'esperienza artistica ben più importante, sia per lei che per coloro con cui strinse amicizia nella capitale. Francesca Woodman è una delle figure più emblematiche [1] dell'arte degli ultimi trent'anni, benché il suo percorso creativo si sia interrotto sul nascere. [2] Dopo l'Italia infatti, e il diploma al RISD, la giovane fotografa si trasferisce a New York: nel gennaio del 1981, a 22 anni, meno di quattro anni dopo l'incontro con Casetti e pochi giorni dopo l'uscita del suo unico libro d'artista, "Some Disordered Interior Geometries", si lancia dal tetto del palazzo in cui abita. Cinque anni dopo viene organizzata la sua prima mostra postuma, e presto la critica femminista del tempo si appropria della figura della giovanissima e geniale artista suicida � come feticcio ideale per un discorso critico incentrato sull'esposizione del corpo femminile nudo utile a decostruire lo sguardo maschile. Un contribuito a una revisione delle teorie "ufficiali" viene ora dalla mostra "Francesca Woodman, photographs 1977-1981" allestita da Giuseppe Casetti nella libreria-galleria Il Museo del Louvre a Roma � erede dell'antica libreria Maldoror � lo scorso giugno. Negli ultimi anni la figura della fotografa in Italia ha avuto un gran ritorno d'interesse, e questa è solo l'ultima di una serie di esposizioni monografiche dopo quelle di Siena e Milano nel 2009-10. Che questo sia indice di una volontà di ritornare su un'esperienza che in parte si è realizzata proprio in Italia, o al contrario il segno di una crescente mitologizzazione della sua figura artistica [3], è un dubbio non ancora chiarito. (Da: Vituzzi, "Vita, avventure e morte di Francesca Woodman", www.doppiozero.com, 2011) Considerando il tono e l'argomentazione del brano, quest'ultimo è tratto da: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un giorno qualsiasi del 1977 una ragazza entra nella libreria romana Maldoror e porge al proprietario, Giuseppe Casetti, una scatola grigia esclamando "Sono una fotografa". La giovanissima donna, nemmeno ventenne, si chiama Francesca Woodman. Nata in America nel 1958, figlia di artisti � padre pittore, madre ceramista � interessata alla fotografia sin da quando aveva tredici anni, si trova a Roma per seguire i corsi della Rhode Island School of Design. Non è il suo primo viaggio in Italia, dato che da piccola ha vissuto un anno a Firenze e soggiornato varie estati nella vicina Antella; ma quello che era nato come periodo di studio si tramuterà in un'esperienza artistica ben più importante, sia per lei che per coloro con cui strinse amicizia nella capitale. Francesca Woodman è una delle figure più emblematiche [1] dell'arte degli ultimi trent'anni, benché il suo percorso creativo si sia interrotto sul nascere. [2] Dopo l'Italia infatti, e il diploma al RISD, la giovane fotografa si trasferisce a New York: nel gennaio del 1981, a 22 anni, meno di quattro anni dopo l'incontro con Casetti e pochi giorni dopo l'uscita del suo unico libro d'artista, "Some Disordered Interior Geometries", si lancia dal tetto del palazzo in cui abita. Cinque anni dopo viene organizzata la sua prima mostra postuma, e presto la critica femminista del tempo si appropria della figura della giovanissima e geniale artista suicida � come feticcio ideale per un discorso critico incentrato sull'esposizione del corpo femminile nudo utile a decostruire lo sguardo maschile. Un contribuito a una revisione delle teorie "ufficiali" viene ora dalla mostra "Francesca Woodman, photographs 1977-1981" allestita da Giuseppe Casetti nella libreria-galleria Il Museo del Louvre a Roma � erede dell'antica libreria Maldoror � lo scorso giugno. Negli ultimi anni la figura della fotografa in Italia ha avuto un gran ritorno d'interesse, e questa è solo l'ultima di una serie di esposizioni monografiche dopo quelle di Siena e Milano nel 2009-10. Che questo sia indice di una volontà di ritornare su un'esperienza che in parte si è realizzata proprio in Italia, o al contrario il segno di una crescente mitologizzazione della sua figura artistica [3], è un dubbio non ancora chiarito. (Da: Vituzzi, "Vita, avventure e morte di Francesca Woodman", www.doppiozero.com, 2011) Quale dei seguenti termini è un sinonimo di "emblematiche" [1], così com'è usato all'interno del brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un giorno qualsiasi del 1977 una ragazza entra nella libreria romana Maldoror e porge al proprietario, Giuseppe Casetti, una scatola grigia esclamando "Sono una fotografa". La giovanissima donna, nemmeno ventenne, si chiama Francesca Woodman. Nata in America nel 1958, figlia di artisti � padre pittore, madre ceramista � interessata alla fotografia sin da quando aveva tredici anni, si trova a Roma per seguire i corsi della Rhode Island School of Design. Non è il suo primo viaggio in Italia, dato che da piccola ha vissuto un anno a Firenze e soggiornato varie estati nella vicina Antella; ma quello che era nato come periodo di studio si tramuterà in un'esperienza artistica ben più importante, sia per lei che per coloro con cui strinse amicizia nella capitale. Francesca Woodman è una delle figure più emblematiche [1] dell'arte degli ultimi trent'anni, benché il suo percorso creativo si sia interrotto sul nascere. [2] Dopo l'Italia infatti, e il diploma al RISD, la giovane fotografa si trasferisce a New York: nel gennaio del 1981, a 22 anni, meno di quattro anni dopo l'incontro con Casetti e pochi giorni dopo l'uscita del suo unico libro d'artista, "Some Disordered Interior Geometries", si lancia dal tetto del palazzo in cui abita. Cinque anni dopo viene organizzata la sua prima mostra postuma, e presto la critica femminista del tempo si appropria della figura della giovanissima e geniale artista suicida � come feticcio ideale per un discorso critico incentrato sull'esposizione del corpo femminile nudo utile a decostruire lo sguardo maschile. Un contribuito a una revisione delle teorie "ufficiali" viene ora dalla mostra "Francesca Woodman, photographs 1977-1981" allestita da Giuseppe Casetti nella libreria-galleria Il Museo del Louvre a Roma � erede dell'antica libreria Maldoror � lo scorso giugno. Negli ultimi anni la figura della fotografa in Italia ha avuto un gran ritorno d'interesse, e questa è solo l'ultima di una serie di esposizioni monografiche dopo quelle di Siena e Milano nel 2009-10. Che questo sia indice di una volontà di ritornare su un'esperienza che in parte si è realizzata proprio in Italia, o al contrario il segno di una crescente mitologizzazione della sua figura artistica [3], è un dubbio non ancora chiarito. (Da: Vituzzi, "Vita, avventure e morte di Francesca Woodman", www.doppiozero.com, 2011) Quale delle seguenti affermazioni sul conto di Francesca Woodman NON è corretta? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un giorno qualsiasi del 1977 una ragazza entra nella libreria romana Maldoror e porge al proprietario, Giuseppe Casetti, una scatola grigia esclamando "Sono una fotografa". La giovanissima donna, nemmeno ventenne, si chiama Francesca Woodman. Nata in America nel 1958, figlia di artisti � padre pittore, madre ceramista � interessata alla fotografia sin da quando aveva tredici anni, si trova a Roma per seguire i corsi della Rhode Island School of Design. Non è il suo primo viaggio in Italia, dato che da piccola ha vissuto un anno a Firenze e soggiornato varie estati nella vicina Antella; ma quello che era nato come periodo di studio si tramuterà in un'esperienza artistica ben più importante, sia per lei che per coloro con cui strinse amicizia nella capitale. Francesca Woodman è una delle figure più emblematiche [1] dell'arte degli ultimi trent'anni, benché il suo percorso creativo si sia interrotto sul nascere. [2] Dopo l'Italia infatti, e il diploma al RISD, la giovane fotografa si trasferisce a New York: nel gennaio del 1981, a 22 anni, meno di quattro anni dopo l'incontro con Casetti e pochi giorni dopo l'uscita del suo unico libro d'artista, "Some Disordered Interior Geometries", si lancia dal tetto del palazzo in cui abita. Cinque anni dopo viene organizzata la sua prima mostra postuma, e presto la critica femminista del tempo si appropria della figura della giovanissima e geniale artista suicida � come feticcio ideale per un discorso critico incentrato sull'esposizione del corpo femminile nudo utile a decostruire lo sguardo maschile. Un contribuito a una revisione delle teorie "ufficiali" viene ora dalla mostra "Francesca Woodman, photographs 1977-1981" allestita da Giuseppe Casetti nella libreria-galleria Il Museo del Louvre a Roma � erede dell'antica libreria Maldoror � lo scorso giugno. Negli ultimi anni la figura della fotografa in Italia ha avuto un gran ritorno d'interesse, e questa è solo l'ultima di una serie di esposizioni monografiche dopo quelle di Siena e Milano nel 2009-10. Che questo sia indice di una volontà di ritornare su un'esperienza che in parte si è realizzata proprio in Italia, o al contrario il segno di una crescente mitologizzazione della sua figura artistica [3], è un dubbio non ancora chiarito. (Da: Vituzzi, "Vita, avventure e morte di Francesca Woodman", www.doppiozero.com, 2011) Secondo l'autrice del brano, la "mitologizzazione della sua figura artistica" [3]: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un giorno qualsiasi del 1977 una ragazza entra nella libreria romana Maldoror e porge al proprietario, Giuseppe Casetti, una scatola grigia esclamando "Sono una fotografa". La giovanissima donna, nemmeno ventenne, si chiama Francesca Woodman. Nata in America nel 1958, figlia di artisti � padre pittore, madre ceramista � interessata alla fotografia sin da quando aveva tredici anni, si trova a Roma per seguire i corsi della Rhode Island School of Design. Non è il suo primo viaggio in Italia, dato che da piccola ha vissuto un anno a Firenze e soggiornato varie estati nella vicina Antella; ma quello che era nato come periodo di studio si tramuterà in un'esperienza artistica ben più importante, sia per lei che per coloro con cui strinse amicizia nella capitale. Francesca Woodman è una delle figure più emblematiche [1] dell'arte degli ultimi trent'anni, benché il suo percorso creativo si sia interrotto sul nascere. [2] Dopo l'Italia infatti, e il diploma al RISD, la giovane fotografa si trasferisce a New York: nel gennaio del 1981, a 22 anni, meno di quattro anni dopo l'incontro con Casetti e pochi giorni dopo l'uscita del suo unico libro d'artista, "Some Disordered Interior Geometries", si lancia dal tetto del palazzo in cui abita. Cinque anni dopo viene organizzata la sua prima mostra postuma, e presto la critica femminista del tempo si appropria della figura della giovanissima e geniale artista suicida � come feticcio ideale per un discorso critico incentrato sull'esposizione del corpo femminile nudo utile a decostruire lo sguardo maschile. Un contribuito a una revisione delle teorie "ufficiali" viene ora dalla mostra "Francesca Woodman, photographs 1977-1981" allestita da Giuseppe Casetti nella libreria-galleria Il Museo del Louvre a Roma � erede dell'antica libreria Maldoror � lo scorso giugno. Negli ultimi anni la figura della fotografa in Italia ha avuto un gran ritorno d'interesse, e questa è solo l'ultima di una serie di esposizioni monografiche dopo quelle di Siena e Milano nel 2009-10. Che questo sia indice di una volontà di ritornare su un'esperienza che in parte si è realizzata proprio in Italia, o al contrario il segno di una crescente mitologizzazione della sua figura artistica [3], è un dubbio non ancora chiarito. (Da: Vituzzi, "Vita, avventure e morte di Francesca Woodman", www.doppiozero.com, 2011) Individuare tra le alternative la corretta analisi del seguente periodo [2]: "Dopo l'Italia infatti, e il diploma al RISD, la giovane fotografa si trasferisce a New York: nel gennaio del 1981, a 22 anni, meno di quattro anni dopo l'incontro con Casetti e pochi giorni dopo l'uscita del suo unico libro d'artista, 'Some Disordered Interior Geometries', si lancia dal tetto del palazzo in cui abita.". |
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Leggere attentamente il seguente brano. Tutti li abbiamo incontrati. Sono le persone che lavorano con noi, i nostri amici, i nostri familiari. Sono giovani e vecchi, ricchi e poveri, alcuni hanno studiato, altri sono soltanto armati di un computer portatile o di una tessera della biblioteca. Ma tutti loro hanno una cosa in comune: sono persone qualsiasi persuase di essere in realtà i depositari di un patrimonio di sapere. Convinti di essere più informati degli esperti, di saperne molto di più dei professori e di essere molto più acuti della massa di creduloni, costoro sono gli "spiegatori" [1] e sono entusiasti di illuminare noi e tutti gli altri su qualunque tema, dalla storia dell'imperialismo ai pericoli connessi ai vaccini. Accettavamo persone di questo genere e le tolleravamo perché sapevamo che, in fondo in fondo, erano di norma animate da buone intenzioni. Nutrivamo perfino un certo affetto nei loro confronti [...].Potevamo provare tenerezza per persone così perché erano bizzarre eccezioni in un Paese che per il resto rispettava il punto di vista degli esperti e su di esso faceva affidamento. Ma in questi ultimi decenni è cambiato qualcosa. Lo spazio pubblico è sempre più dominato da un ampio assortimento di persone poco informate, molte delle quali sono autodidatte [2], disprezzano l'istruzione regolare e minimizzano il valore dell'esperienza. [...] Questa è una cosa molto negativa. Una società moderna non può funzionare senza una divisione sociale del lavoro e senza affidarsi a esperti, professionisti e intellettuali (per ora userò queste tre parole come intercambiabili). Nessuno è un esperto di ogni cosa. Non importa quali siano le nostre aspirazioni: siamo costretti dalla realtà, costituita dal tempo a disposizione e dagli incontrovertibili limiti del nostro talento. Prosperiamo perché ci specializziamo e perché sviluppiamo meccanismi formali e informali nonché abitudini che ci permettono di fidarci gli uni degli altri per quello che riguarda queste specializzazioni. [...] Quando costruiamo dei grattacieli non ci aspettiamo che l'esperto di metallurgia che sa che materiale si debba mettere in una trave maestra, l'architetto, che disegna l'edificio, e il vetraio, che installa le finestre, siano la stessa persona. E questo è il motivo per il quale possiamo goderci la vista sulla città dall'altezza di un centinaio di piani: tutti gli esperti, pur avendo competenze che si sovrappongono parzialmente, rispettano le capacità professionali di molti altri e si concentrano nel fare quello che conoscono meglio. La loro fiducia e la loro collaborazione conducono a un prodotto finale più grande e migliore di qualunque cosa avrebbero potuto costruire da soli. Il punto è che se non ammettiamo i limiti delle nostre conoscenze e non ci fidiamo delle competenze degli altri la cosa non può funzionare. Talvolta abbiamo delle resistenze ad accettarlo perché questo indebolisce il nostro senso di indipendenza e di autonomia. Vogliamo credere di essere capaci di prendere ogni tipo di decisione e ci infastidiamo con chi ci corregge o ci dice che ci sbagliamo o ci dà istruzioni su qualcosa che non capiamo. Questa reazione umana, naturale nei rapporti tra individui, è pericolosa quando diventa una caratteristica diffusa dell'intera società. (Estratto da: "The death of expertise" di Thomas M. Nichols, Traduzione di Guido De Franceschi) Quale delle seguenti affermazioni NON è deducibile dal brano?