Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Guardia di Finanza Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018  Esercitati su questo Quiz  |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un'altra pausa, prego. A questo punto bisogna ch'io mi presenti com'ero allora, forse finora non l'ho fatto abbastanza. Ero uno zufolo [1] capace di due note sole, allora. Facile da suonare, ma bisognava impararmi. Erano due, le note [2], una d'afflizione, uì uì uì, come quando bastonano un cane; l'altra di letizia, trallallà trallallera, che veniva da una violenza di fame per ogni fumante e rosso ragù della vita (questa, nemmeno trent'anni di tenaglie e unghie strappate hanno saputo mortificarla). Due note: e me le sentivo fischiare tra le labbra a vicenda, a seconda delle stagioni. Nei mesi equinoziali pensavo a morire, mi soprannominavo da me Gingolph l'abbandonato, che era il titolo di un vecchio romanzo Sonzogno di chissà chi, e mi chiedevo ogni mattina, svegliandomi, che cosa mai fossi se non verme solitario, cartuccia vuota, immondizia alla deriva sul profluvio dei millenni. Cosa poteva importare e a chi il minimo bene o male che facevo o pensavo o soffrivo, l'infinitesimo tremito di vizio o di virtù che mi faceva vibrare i nervi un istante...Se fosse stato possibile calcolare, e con immensa approssimazione credevo che si potesse, quanti miliardi d'uomini avevano finora abitato la terra, e le innumerevoli specie delle loro morti: per etisia, mal caduco, anofele, lue, peste, canchero, lebbra; morsicati da un topo, un dragone, un corbaccio, una iena; per arma di taglio, di punta, da fuoco; per trangugio d'acqua salata, arsione di fascine, tomboli da rupi, trapezi di circo, finestre di Praga; per apoplessia, cachessia, malsania; per spacco improvviso del cuore... se si fosse potuto contare il numero, di tanto più grande, dei palpiti e moti di sentimento di ciascuno dei viventi vissuti: le invidie, le brame, gli strazi, le paure, le pietà... se si fosse fatto il registro delle copule umane e dei sussurri amorosi in grotte, alcove, separè, automobili con ribaltabile... concludendo che tutto s'era fatto nel tempo niente e niente di niente, mentre tornava in me senza scopo a ripetersi dentro un lampo di rapida luce... Su quest'ultima pensata ecco giungere al mio soccorso la forza e la bontà del solstizio, la sua gloria, l'agrume delle sue brezze di mare. Era la volta che uscivo cantando trallallà trallallera, e mi sentivo pizzicare il naso e le vene. Dov'erano le dimissioni, le oscurità di ieri? Mi ritrovavo tutt'un altr'uomo da sera a mattina [3] né c'erano mura che potessero tenermi quieto. (Da: Gesualdo Bufalino, "Argo il cieco ovvero I sogni della memoria", Sellerio editore) Su quali temi riflette il protagonista nei momenti di tristezza? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un'altra pausa, prego. A questo punto bisogna ch'io mi presenti com'ero allora, forse finora non l'ho fatto abbastanza. Ero uno zufolo [1] capace di due note sole, allora. Facile da suonare, ma bisognava impararmi. Erano due, le note [2], una d'afflizione, uì uì uì, come quando bastonano un cane; l'altra di letizia, trallallà trallallera, che veniva da una violenza di fame per ogni fumante e rosso ragù della vita (questa, nemmeno trent'anni di tenaglie e unghie strappate hanno saputo mortificarla). Due note: e me le sentivo fischiare tra le labbra a vicenda, a seconda delle stagioni. Nei mesi equinoziali pensavo a morire, mi soprannominavo da me Gingolph l'abbandonato, che era il titolo di un vecchio romanzo Sonzogno di chissà chi, e mi chiedevo ogni mattina, svegliandomi, che cosa mai fossi se non verme solitario, cartuccia vuota, immondizia alla deriva sul profluvio dei millenni. Cosa poteva importare e a chi il minimo bene o male che facevo o pensavo o soffrivo, l'infinitesimo tremito di vizio o di virtù che mi faceva vibrare i nervi un istante...Se fosse stato possibile calcolare, e con immensa approssimazione credevo che si potesse, quanti miliardi d'uomini avevano finora abitato la terra, e le innumerevoli specie delle loro morti: per etisia, mal caduco, anofele, lue, peste, canchero, lebbra; morsicati da un topo, un dragone, un corbaccio, una iena; per arma di taglio, di punta, da fuoco; per trangugio d'acqua salata, arsione di fascine, tomboli da rupi, trapezi di circo, finestre di Praga; per apoplessia, cachessia, malsania; per spacco improvviso del cuore... se si fosse potuto contare il numero, di tanto più grande, dei palpiti e moti di sentimento di ciascuno dei viventi vissuti: le invidie, le brame, gli strazi, le paure, le pietà... se si fosse fatto il registro delle copule umane e dei sussurri amorosi in grotte, alcove, separè, automobili con ribaltabile... concludendo che tutto s'era fatto nel tempo niente e niente di niente, mentre tornava in me senza scopo a ripetersi dentro un lampo di rapida luce... Su quest'ultima pensata ecco giungere al mio soccorso la forza e la bontà del solstizio, la sua gloria, l'agrume delle sue brezze di mare. Era la volta che uscivo cantando trallallà trallallera, e mi sentivo pizzicare il naso e le vene. Dov'erano le dimissioni, le oscurità di ieri? Mi ritrovavo tutt'un altr'uomo da sera a mattina [3] né c'erano mura che potessero tenermi quieto. (Da: Gesualdo Bufalino, "Argo il cieco ovvero I sogni della memoria", Sellerio editore) Il termine "zufolo" [1] significa: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un'altra pausa, prego. A questo punto bisogna ch'io mi presenti com'ero allora, forse finora non l'ho fatto abbastanza. Ero uno zufolo [1] capace di due note sole, allora. Facile da suonare, ma bisognava impararmi. Erano due, le note [2], una d'afflizione, uì uì uì, come quando bastonano un cane; l'altra di letizia, trallallà trallallera, che veniva da una violenza di fame per ogni fumante e rosso ragù della vita (questa, nemmeno trent'anni di tenaglie e unghie strappate hanno saputo mortificarla). Due note: e me le sentivo fischiare tra le labbra a vicenda, a seconda delle stagioni. Nei mesi equinoziali pensavo a morire, mi soprannominavo da me Gingolph l'abbandonato, che era il titolo di un vecchio romanzo Sonzogno di chissà chi, e mi chiedevo ogni mattina, svegliandomi, che cosa mai fossi se non verme solitario, cartuccia vuota, immondizia alla deriva sul profluvio dei millenni. Cosa poteva importare e a chi il minimo bene o male che facevo o pensavo o soffrivo, l'infinitesimo tremito di vizio o di virtù che mi faceva vibrare i nervi un istante...Se fosse stato possibile calcolare, e con immensa approssimazione credevo che si potesse, quanti miliardi d'uomini avevano finora abitato la terra, e le innumerevoli specie delle loro morti: per etisia, mal caduco, anofele, lue, peste, canchero, lebbra; morsicati da un topo, un dragone, un corbaccio, una iena; per arma di taglio, di punta, da fuoco; per trangugio d'acqua salata, arsione di fascine, tomboli da rupi, trapezi di circo, finestre di Praga; per apoplessia, cachessia, malsania; per spacco improvviso del cuore... se si fosse potuto contare il numero, di tanto più grande, dei palpiti e moti di sentimento di ciascuno dei viventi vissuti: le invidie, le brame, gli strazi, le paure, le pietà... se si fosse fatto il registro delle copule umane e dei sussurri amorosi in grotte, alcove, separè, automobili con ribaltabile... concludendo che tutto s'era fatto nel tempo niente e niente di niente, mentre tornava in me senza scopo a ripetersi dentro un lampo di rapida luce... Su quest'ultima pensata ecco giungere al mio soccorso la forza e la bontà del solstizio, la sua gloria, l'agrume delle sue brezze di mare. Era la volta che uscivo cantando trallallà trallallera, e mi sentivo pizzicare il naso e le vene. Dov'erano le dimissioni, le oscurità di ieri? Mi ritrovavo tutt'un altr'uomo da sera a mattina [3] né c'erano mura che potessero tenermi quieto. (Da: Gesualdo Bufalino, "Argo il cieco ovvero I sogni della memoria", Sellerio editore) L'autore, tramite il paragone con due differenti suoni [2], vuole sottolineare: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un'altra pausa, prego. A questo punto bisogna ch'io mi presenti com'ero allora, forse finora non l'ho fatto abbastanza. Ero uno zufolo [1] capace di due note sole, allora. Facile da suonare, ma bisognava impararmi. Erano due, le note [2], una d'afflizione, uì uì uì, come quando bastonano un cane; l'altra di letizia, trallallà trallallera, che veniva da una violenza di fame per ogni fumante e rosso ragù della vita (questa, nemmeno trent'anni di tenaglie e unghie strappate hanno saputo mortificarla). Due note: e me le sentivo fischiare tra le labbra a vicenda, a seconda delle stagioni. Nei mesi equinoziali pensavo a morire, mi soprannominavo da me Gingolph l'abbandonato, che era il titolo di un vecchio romanzo Sonzogno di chissà chi, e mi chiedevo ogni mattina, svegliandomi, che cosa mai fossi se non verme solitario, cartuccia vuota, immondizia alla deriva sul profluvio dei millenni. Cosa poteva importare e a chi il minimo bene o male che facevo o pensavo o soffrivo, l'infinitesimo tremito di vizio o di virtù che mi faceva vibrare i nervi un istante...Se fosse stato possibile calcolare, e con immensa approssimazione credevo che si potesse, quanti miliardi d'uomini avevano finora abitato la terra, e le innumerevoli specie delle loro morti: per etisia, mal caduco, anofele, lue, peste, canchero, lebbra; morsicati da un topo, un dragone, un corbaccio, una iena; per arma di taglio, di punta, da fuoco; per trangugio d'acqua salata, arsione di fascine, tomboli da rupi, trapezi di circo, finestre di Praga; per apoplessia, cachessia, malsania; per spacco improvviso del cuore... se si fosse potuto contare il numero, di tanto più grande, dei palpiti e moti di sentimento di ciascuno dei viventi vissuti: le invidie, le brame, gli strazi, le paure, le pietà... se si fosse fatto il registro delle copule umane e dei sussurri amorosi in grotte, alcove, separè, automobili con ribaltabile... concludendo che tutto s'era fatto nel tempo niente e niente di niente, mentre tornava in me senza scopo a ripetersi dentro un lampo di rapida luce... Su quest'ultima pensata ecco giungere al mio soccorso la forza e la bontà del solstizio, la sua gloria, l'agrume delle sue brezze di mare. Era la volta che uscivo cantando trallallà trallallera, e mi sentivo pizzicare il naso e le vene. Dov'erano le dimissioni, le oscurità di ieri? Mi ritrovavo tutt'un altr'uomo da sera a mattina [3] né c'erano mura che potessero tenermi quieto. (Da: Gesualdo Bufalino, "Argo il cieco ovvero I sogni della memoria", Sellerio editore) I due sentimenti provati dal protagonista: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Un'altra pausa, prego. A questo punto bisogna ch'io mi presenti com'ero allora, forse finora non l'ho fatto abbastanza. Ero uno zufolo [1] capace di due note sole, allora. Facile da suonare, ma bisognava impararmi. Erano due, le note [2], una d'afflizione, uì uì uì, come quando bastonano un cane; l'altra di letizia, trallallà trallallera, che veniva da una violenza di fame per ogni fumante e rosso ragù della vita (questa, nemmeno trent'anni di tenaglie e unghie strappate hanno saputo mortificarla). Due note: e me le sentivo fischiare tra le labbra a vicenda, a seconda delle stagioni. Nei mesi equinoziali pensavo a morire, mi soprannominavo da me Gingolph l'abbandonato, che era il titolo di un vecchio romanzo Sonzogno di chissà chi, e mi chiedevo ogni mattina, svegliandomi, che cosa mai fossi se non verme solitario, cartuccia vuota, immondizia alla deriva sul profluvio dei millenni. Cosa poteva importare e a chi il minimo bene o male che facevo o pensavo o soffrivo, l'infinitesimo tremito di vizio o di virtù che mi faceva vibrare i nervi un istante...Se fosse stato possibile calcolare, e con immensa approssimazione credevo che si potesse, quanti miliardi d'uomini avevano finora abitato la terra, e le innumerevoli specie delle loro morti: per etisia, mal caduco, anofele, lue, peste, canchero, lebbra; morsicati da un topo, un dragone, un corbaccio, una iena; per arma di taglio, di punta, da fuoco; per trangugio d'acqua salata, arsione di fascine, tomboli da rupi, trapezi di circo, finestre di Praga; per apoplessia, cachessia, malsania; per spacco improvviso del cuore... se si fosse potuto contare il numero, di tanto più grande, dei palpiti e moti di sentimento di ciascuno dei viventi vissuti: le invidie, le brame, gli strazi, le paure, le pietà... se si fosse fatto il registro delle copule umane e dei sussurri amorosi in grotte, alcove, separè, automobili con ribaltabile... concludendo che tutto s'era fatto nel tempo niente e niente di niente, mentre tornava in me senza scopo a ripetersi dentro un lampo di rapida luce... Su quest'ultima pensata ecco giungere al mio soccorso la forza e la bontà del solstizio, la sua gloria, l'agrume delle sue brezze di mare. Era la volta che uscivo cantando trallallà trallallera, e mi sentivo pizzicare il naso e le vene. Dov'erano le dimissioni, le oscurità di ieri? Mi ritrovavo tutt'un altr'uomo da sera a mattina [3] né c'erano mura che potessero tenermi quieto. (Da: Gesualdo Bufalino, "Argo il cieco ovvero I sogni della memoria", Sellerio editore) A cosa si riferisce la frase "Mi ritrovavo tutt'un altr'uomo da sera a mattina" [3]? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una cosa su cui si riflette poco è che il suolo coltivato, quello che ci permette di avere quotidianamente pasta, riso, pane, verdure, è profondo solo pochi decimetri. E affinché si formino 2,5 centimetri di suolo nuovo, la natura impiega non meno di 500 anni. Quello che viene definito strato attivo è dunque un tesoro prezioso e raro, ben più del petrolio.Ma quasi un terzo delle terre coltivabili del nostro pianeta è scomparso negli ultimi 40 anni, a causa di pratiche agricole intensive: ci vorranno secoli perché tornino produttive.E la situazione non può che peggiorare se non si prendono provvedimenti immediati, affermano gli esperti che hanno presentato il loro rapporto alla COP21, la conferenza sul clima di Parigi. L'allarme è arrivato da Duncan Cameron, biologo dell'università di Sheffield (UK): "Oggi il tasso di erosione dei campi arati è da dieci a cento volte superiore al tasso di formazione del suolo". Il ricercatore sottolinea che il sistema di agricoltura intensiva è insostenibile, in particolare per l'uso massiccio dei fertilizzanti, che a lungo andare degradano il suolo anziché arricchirlo. Senza contare che la produzione di fertilizzanti assorbe almeno il 2 per cento delle fonti energetiche disponibili annualmente. "Per capire verso dove stiamo andando bisogna pensare alla dust bowl che si verificò nel 1930 nel Nord America: quella sarà una situazione normale nei prossimi decenni sul nostro pianeta se proseguiamo su questa strada". ha sottolineato Cameron. La dust bowl è una serie di tempeste di sabbia che interessarono la parte centrale degli Stati Uniti e una vasta area del Canada, causate dalla progressiva desertificazione del suolo fertile direttamente correlate a tecniche di agricoltura intensiva, con uso massiccio di fertilizzanti chimici e senza rotazione delle colture. Fu un vero e proprio disastro ecologico.Secondo il ricercatore la soluzione a questo disastro imminente consiste nel tornare all'uso di metodi agricoli pre-industriali, che permisero di preservare i terreni agricoli per generazioni. In particolare servirebbe tornare all'uso dei letami, che permettono di ripristinare la materia prima di cui è composto lo strato attivo, oltre che la struttura del suolo e la sua capacità di trattenere l'acqua e i nutrienti. "C'è un gran bisogno di mettere a riposo molti suoli � afferma Cameron � per dare loro il tempo di ricostituire caratteristiche e nutrienti". Con ciò chiaramente non si auspica il ritorno all'agricoltura dell'800 e la rinuncia alle tecnologie, ma anzi si ritiene che le biotecnologie debbano essere utilizzate per ricreare e supportare la simbiosi tra suolo e microbi, il cui "lavoro" riduce la necessità di fertilizzanti. (Tratto da: "Il modello fallimentare dell'agricoltura intensiva", www.focus.it) Secondo il brano, quale tra queste tecniche di coltivazione sarebbe opportuno utilizzare? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una cosa su cui si riflette poco è che il suolo coltivato, quello che ci permette di avere quotidianamente pasta, riso, pane, verdure, è profondo solo pochi decimetri. E affinché si formino 2,5 centimetri di suolo nuovo, la natura impiega non meno di 500 anni. Quello che viene definito strato attivo è dunque un tesoro prezioso e raro, ben più del petrolio.Ma quasi un terzo delle terre coltivabili del nostro pianeta è scomparso negli ultimi 40 anni, a causa di pratiche agricole intensive: ci vorranno secoli perché tornino produttive.E la situazione non può che peggiorare se non si prendono provvedimenti immediati, affermano gli esperti che hanno presentato il loro rapporto alla COP21, la conferenza sul clima di Parigi. L'allarme è arrivato da Duncan Cameron, biologo dell'università di Sheffield (UK): "Oggi il tasso di erosione dei campi arati è da dieci a cento volte superiore al tasso di formazione del suolo". Il ricercatore sottolinea che il sistema di agricoltura intensiva è insostenibile, in particolare per l'uso massiccio dei fertilizzanti, che a lungo andare degradano il suolo anziché arricchirlo. Senza contare che la produzione di fertilizzanti assorbe almeno il 2 per cento delle fonti energetiche disponibili annualmente. "Per capire verso dove stiamo andando bisogna pensare alla dust bowl che si verificò nel 1930 nel Nord America: quella sarà una situazione normale nei prossimi decenni sul nostro pianeta se proseguiamo su questa strada". ha sottolineato Cameron. La dust bowl è una serie di tempeste di sabbia che interessarono la parte centrale degli Stati Uniti e una vasta area del Canada, causate dalla progressiva desertificazione del suolo fertile direttamente correlate a tecniche di agricoltura intensiva, con uso massiccio di fertilizzanti chimici e senza rotazione delle colture. Fu un vero e proprio disastro ecologico.Secondo il ricercatore la soluzione a questo disastro imminente consiste nel tornare all'uso di metodi agricoli pre-industriali, che permisero di preservare i terreni agricoli per generazioni. In particolare servirebbe tornare all'uso dei letami, che permettono di ripristinare la materia prima di cui è composto lo strato attivo, oltre che la struttura del suolo e la sua capacità di trattenere l'acqua e i nutrienti. "C'è un gran bisogno di mettere a riposo molti suoli � afferma Cameron � per dare loro il tempo di ricostituire caratteristiche e nutrienti". Con ciò chiaramente non si auspica il ritorno all'agricoltura dell'800 e la rinuncia alle tecnologie, ma anzi si ritiene che le biotecnologie debbano essere utilizzate per ricreare e supportare la simbiosi tra suolo e microbi, il cui "lavoro" riduce la necessità di fertilizzanti. (Tratto da: "Il modello fallimentare dell'agricoltura intensiva", www.focus.it) Quale delle seguenti affermazioni NON è deducibile dal brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una cosa su cui si riflette poco è che il suolo coltivato, quello che ci permette di avere quotidianamente pasta, riso, pane, verdure, è profondo solo pochi decimetri. E affinché si formino 2,5 centimetri di suolo nuovo, la natura impiega non meno di 500 anni. Quello che viene definito strato attivo è dunque un tesoro prezioso e raro, ben più del petrolio.Ma quasi un terzo delle terre coltivabili del nostro pianeta è scomparso negli ultimi 40 anni, a causa di pratiche agricole intensive: ci vorranno secoli perché tornino produttive.E la situazione non può che peggiorare se non si prendono provvedimenti immediati, affermano gli esperti che hanno presentato il loro rapporto alla COP21, la conferenza sul clima di Parigi. L'allarme è arrivato da Duncan Cameron, biologo dell'università di Sheffield (UK): "Oggi il tasso di erosione dei campi arati è da dieci a cento volte superiore al tasso di formazione del suolo". Il ricercatore sottolinea che il sistema di agricoltura intensiva è insostenibile, in particolare per l'uso massiccio dei fertilizzanti, che a lungo andare degradano il suolo anziché arricchirlo. Senza contare che la produzione di fertilizzanti assorbe almeno il 2 per cento delle fonti energetiche disponibili annualmente. "Per capire verso dove stiamo andando bisogna pensare alla dust bowl che si verificò nel 1930 nel Nord America: quella sarà una situazione normale nei prossimi decenni sul nostro pianeta se proseguiamo su questa strada". ha sottolineato Cameron. La dust bowl è una serie di tempeste di sabbia che interessarono la parte centrale degli Stati Uniti e una vasta area del Canada, causate dalla progressiva desertificazione del suolo fertile direttamente correlate a tecniche di agricoltura intensiva, con uso massiccio di fertilizzanti chimici e senza rotazione delle colture. Fu un vero e proprio disastro ecologico.Secondo il ricercatore la soluzione a questo disastro imminente consiste nel tornare all'uso di metodi agricoli pre-industriali, che permisero di preservare i terreni agricoli per generazioni. In particolare servirebbe tornare all'uso dei letami, che permettono di ripristinare la materia prima di cui è composto lo strato attivo, oltre che la struttura del suolo e la sua capacità di trattenere l'acqua e i nutrienti. "C'è un gran bisogno di mettere a riposo molti suoli � afferma Cameron � per dare loro il tempo di ricostituire caratteristiche e nutrienti". Con ciò chiaramente non si auspica il ritorno all'agricoltura dell'800 e la rinuncia alle tecnologie, ma anzi si ritiene che le biotecnologie debbano essere utilizzate per ricreare e supportare la simbiosi tra suolo e microbi, il cui "lavoro" riduce la necessità di fertilizzanti. (Tratto da: "Il modello fallimentare dell'agricoltura intensiva", www.focus.it) Secondo quanto esposto nel brano, nei prossimi decenni... |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una cosa su cui si riflette poco è che il suolo coltivato, quello che ci permette di avere quotidianamente pasta, riso, pane, verdure, è profondo solo pochi decimetri. E affinché si formino 2,5 centimetri di suolo nuovo, la natura impiega non meno di 500 anni. Quello che viene definito strato attivo è dunque un tesoro prezioso e raro, ben più del petrolio.Ma quasi un terzo delle terre coltivabili del nostro pianeta è scomparso negli ultimi 40 anni, a causa di pratiche agricole intensive: ci vorranno secoli perché tornino produttive.E la situazione non può che peggiorare se non si prendono provvedimenti immediati, affermano gli esperti che hanno presentato il loro rapporto alla COP21, la conferenza sul clima di Parigi. L'allarme è arrivato da Duncan Cameron, biologo dell'università di Sheffield (UK): "Oggi il tasso di erosione dei campi arati è da dieci a cento volte superiore al tasso di formazione del suolo". Il ricercatore sottolinea che il sistema di agricoltura intensiva è insostenibile, in particolare per l'uso massiccio dei fertilizzanti, che a lungo andare degradano il suolo anziché arricchirlo. Senza contare che la produzione di fertilizzanti assorbe almeno il 2 per cento delle fonti energetiche disponibili annualmente. "Per capire verso dove stiamo andando bisogna pensare alla dust bowl che si verificò nel 1930 nel Nord America: quella sarà una situazione normale nei prossimi decenni sul nostro pianeta se proseguiamo su questa strada". ha sottolineato Cameron. La dust bowl è una serie di tempeste di sabbia che interessarono la parte centrale degli Stati Uniti e una vasta area del Canada, causate dalla progressiva desertificazione del suolo fertile direttamente correlate a tecniche di agricoltura intensiva, con uso massiccio di fertilizzanti chimici e senza rotazione delle colture. Fu un vero e proprio disastro ecologico.Secondo il ricercatore la soluzione a questo disastro imminente consiste nel tornare all'uso di metodi agricoli pre-industriali, che permisero di preservare i terreni agricoli per generazioni. In particolare servirebbe tornare all'uso dei letami, che permettono di ripristinare la materia prima di cui è composto lo strato attivo, oltre che la struttura del suolo e la sua capacità di trattenere l'acqua e i nutrienti. "C'è un gran bisogno di mettere a riposo molti suoli � afferma Cameron � per dare loro il tempo di ricostituire caratteristiche e nutrienti". Con ciò chiaramente non si auspica il ritorno all'agricoltura dell'800 e la rinuncia alle tecnologie, ma anzi si ritiene che le biotecnologie debbano essere utilizzate per ricreare e supportare la simbiosi tra suolo e microbi, il cui "lavoro" riduce la necessità di fertilizzanti. (Tratto da: "Il modello fallimentare dell'agricoltura intensiva", www.focus.it) Qual è la tesi principale esposta nel brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una cosa su cui si riflette poco è che il suolo coltivato, quello che ci permette di avere quotidianamente pasta, riso, pane, verdure, è profondo solo pochi decimetri. E affinché si formino 2,5 centimetri di suolo nuovo, la natura impiega non meno di 500 anni. Quello che viene definito strato attivo è dunque un tesoro prezioso e raro, ben più del petrolio.Ma quasi un terzo delle terre coltivabili del nostro pianeta è scomparso negli ultimi 40 anni, a causa di pratiche agricole intensive: ci vorranno secoli perché tornino produttive.E la situazione non può che peggiorare se non si prendono provvedimenti immediati, affermano gli esperti che hanno presentato il loro rapporto alla COP21, la conferenza sul clima di Parigi. L'allarme è arrivato da Duncan Cameron, biologo dell'università di Sheffield (UK): "Oggi il tasso di erosione dei campi arati è da dieci a cento volte superiore al tasso di formazione del suolo". Il ricercatore sottolinea che il sistema di agricoltura intensiva è insostenibile, in particolare per l'uso massiccio dei fertilizzanti, che a lungo andare degradano il suolo anziché arricchirlo. Senza contare che la produzione di fertilizzanti assorbe almeno il 2 per cento delle fonti energetiche disponibili annualmente. "Per capire verso dove stiamo andando bisogna pensare alla dust bowl che si verificò nel 1930 nel Nord America: quella sarà una situazione normale nei prossimi decenni sul nostro pianeta se proseguiamo su questa strada". ha sottolineato Cameron. La dust bowl è una serie di tempeste di sabbia che interessarono la parte centrale degli Stati Uniti e una vasta area del Canada, causate dalla progressiva desertificazione del suolo fertile direttamente correlate a tecniche di agricoltura intensiva, con uso massiccio di fertilizzanti chimici e senza rotazione delle colture. Fu un vero e proprio disastro ecologico.Secondo il ricercatore la soluzione a questo disastro imminente consiste nel tornare all'uso di metodi agricoli pre-industriali, che permisero di preservare i terreni agricoli per generazioni. In particolare servirebbe tornare all'uso dei letami, che permettono di ripristinare la materia prima di cui è composto lo strato attivo, oltre che la struttura del suolo e la sua capacità di trattenere l'acqua e i nutrienti. "C'è un gran bisogno di mettere a riposo molti suoli � afferma Cameron � per dare loro il tempo di ricostituire caratteristiche e nutrienti". Con ciò chiaramente non si auspica il ritorno all'agricoltura dell'800 e la rinuncia alle tecnologie, ma anzi si ritiene che le biotecnologie debbano essere utilizzate per ricreare e supportare la simbiosi tra suolo e microbi, il cui "lavoro" riduce la necessità di fertilizzanti. (Tratto da: "Il modello fallimentare dell'agricoltura intensiva", www.focus.it) Secondo il brano, qual è la definizione di strato attivo? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una delle argomentazioni utilizzate dai sostenitori di teorie alternative a quelle riconosciute dalla comunità scientifica può essere riassunta in questo modo: "La mia teoria è oggi inaccettabile e considerata eretica, come a suo tempo fu giudicata inaccettabile ed eretica la teoria eliocentrica. In realtà, io sono come Galileo, ingiustamente perseguito e discriminato". Purtroppo questa affermazione non ha fondamento e nasce da una inadeguata conoscenza delle ragioni che portarono alla nascita della scienza moderna.Al tempo di Galileo, la scienza moderna ancora non esisteva, né esisteva la professione di scienziato (il termine "scienziato" cominciò a essere utilizzato solo nel corso dell'Ottocento). Dunque Galileo ha subito, com'è noto, il giudizio della Chiesa e dei filosofi aristotelici, ma non quello dei suoi "colleghi". Infatti, è stato proprio Galileo, insieme ad altri grandi personaggi del suo tempo (Bacone, Cartesio) a creare l'idea di comunità scientifica e, soprattutto, a "inventare" una nuova figura fino ad allora inesistente nella cultura europea: lo scienziato moderno. Ed è a Galileo che va il merito di aver posto le basi per la costruzione di ciò che oggi noi chiamiamo genericamente "metodo scientifico", indicando quei criteri che devono essere rispettati se si intende essere accettati all'interno della comunità scientifica, e se si vuol cercare di provare la verità di una teoria o di un'affermazione. I sostenitori di nuove idee, teorie o scoperte non hanno dunque motivo di rifarsi all'autorità di Galileo per sottolineare una eventuale o presunta discriminazione delle loro proposte. Del resto, Galileo non approverebbe, avendo stabilito per primo il rifiuto di ogni autorità nell'ambito delle dimostrazioni scientifiche. Se veramente si vuole essere come Galileo, è molto semplice: basta sottoporsi al giudizio della comunità scientifica e alle regole � costruite faticosamente nel giro di alcuni secoli � che fanno della scienza moderna l'unica forma di sapere che può fornire certezze universali condivise da tutti. Forse ci vorrà un po' di tempo, come è stato per Shechtman (e come fu ad esempio, tanto per citare un altro caso molto noto, per Avogadro), ma alla fine la verità verrà a galla, perché sono le regole del gioco scientifico a permettere questo.Porsi al di fuori di queste regole, significa abbandonare in partenza la possibilità di dimostrare che la scoperta o la teoria che si sostiene possa essere vera. (da: Marco Ciardi, "Io sono come Galileo") Secondo l'autore del brano, i sostenitori di teorie alternative usano l'esempio di Galileo per dimostrare che: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una delle argomentazioni utilizzate dai sostenitori di teorie alternative a quelle riconosciute dalla comunità scientifica può essere riassunta in questo modo: "La mia teoria è oggi inaccettabile e considerata eretica, come a suo tempo fu giudicata inaccettabile ed eretica la teoria eliocentrica. In realtà, io sono come Galileo, ingiustamente perseguito e discriminato". Purtroppo questa affermazione non ha fondamento e nasce da una inadeguata conoscenza delle ragioni che portarono alla nascita della scienza moderna.Al tempo di Galileo, la scienza moderna ancora non esisteva, né esisteva la professione di scienziato (il termine "scienziato" cominciò a essere utilizzato solo nel corso dell'Ottocento). Dunque Galileo ha subito, com'è noto, il giudizio della Chiesa e dei filosofi aristotelici, ma non quello dei suoi "colleghi". Infatti, è stato proprio Galileo, insieme ad altri grandi personaggi del suo tempo (Bacone, Cartesio) a creare l'idea di comunità scientifica e, soprattutto, a "inventare" una nuova figura fino ad allora inesistente nella cultura europea: lo scienziato moderno. Ed è a Galileo che va il merito di aver posto le basi per la costruzione di ciò che oggi noi chiamiamo genericamente "metodo scientifico", indicando quei criteri che devono essere rispettati se si intende essere accettati all'interno della comunità scientifica, e se si vuol cercare di provare la verità di una teoria o di un'affermazione. I sostenitori di nuove idee, teorie o scoperte non hanno dunque motivo di rifarsi all'autorità di Galileo per sottolineare una eventuale o presunta discriminazione delle loro proposte. Del resto, Galileo non approverebbe, avendo stabilito per primo il rifiuto di ogni autorità nell'ambito delle dimostrazioni scientifiche. Se veramente si vuole essere come Galileo, è molto semplice: basta sottoporsi al giudizio della comunità scientifica e alle regole � costruite faticosamente nel giro di alcuni secoli � che fanno della scienza moderna l'unica forma di sapere che può fornire certezze universali condivise da tutti. Forse ci vorrà un po' di tempo, come è stato per Shechtman (e come fu ad esempio, tanto per citare un altro caso molto noto, per Avogadro), ma alla fine la verità verrà a galla, perché sono le regole del gioco scientifico a permettere questo.Porsi al di fuori di queste regole, significa abbandonare in partenza la possibilità di dimostrare che la scoperta o la teoria che si sostiene possa essere vera. (da: Marco Ciardi, "Io sono come Galileo") Secondo l'autore, i sostenitori di teorie alternative: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una delle argomentazioni utilizzate dai sostenitori di teorie alternative a quelle riconosciute dalla comunità scientifica può essere riassunta in questo modo: "La mia teoria è oggi inaccettabile e considerata eretica, come a suo tempo fu giudicata inaccettabile ed eretica la teoria eliocentrica. In realtà, io sono come Galileo, ingiustamente perseguito e discriminato". Purtroppo questa affermazione non ha fondamento e nasce da una inadeguata conoscenza delle ragioni che portarono alla nascita della scienza moderna.Al tempo di Galileo, la scienza moderna ancora non esisteva, né esisteva la professione di scienziato (il termine "scienziato" cominciò a essere utilizzato solo nel corso dell'Ottocento). Dunque Galileo ha subito, com'è noto, il giudizio della Chiesa e dei filosofi aristotelici, ma non quello dei suoi "colleghi". Infatti, è stato proprio Galileo, insieme ad altri grandi personaggi del suo tempo (Bacone, Cartesio) a creare l'idea di comunità scientifica e, soprattutto, a "inventare" una nuova figura fino ad allora inesistente nella cultura europea: lo scienziato moderno. Ed è a Galileo che va il merito di aver posto le basi per la costruzione di ciò che oggi noi chiamiamo genericamente "metodo scientifico", indicando quei criteri che devono essere rispettati se si intende essere accettati all'interno della comunità scientifica, e se si vuol cercare di provare la verità di una teoria o di un'affermazione. I sostenitori di nuove idee, teorie o scoperte non hanno dunque motivo di rifarsi all'autorità di Galileo per sottolineare una eventuale o presunta discriminazione delle loro proposte. Del resto, Galileo non approverebbe, avendo stabilito per primo il rifiuto di ogni autorità nell'ambito delle dimostrazioni scientifiche. Se veramente si vuole essere come Galileo, è molto semplice: basta sottoporsi al giudizio della comunità scientifica e alle regole � costruite faticosamente nel giro di alcuni secoli � che fanno della scienza moderna l'unica forma di sapere che può fornire certezze universali condivise da tutti. Forse ci vorrà un po' di tempo, come è stato per Shechtman (e come fu ad esempio, tanto per citare un altro caso molto noto, per Avogadro), ma alla fine la verità verrà a galla, perché sono le regole del gioco scientifico a permettere questo.Porsi al di fuori di queste regole, significa abbandonare in partenza la possibilità di dimostrare che la scoperta o la teoria che si sostiene possa essere vera. (da: Marco Ciardi, "Io sono come Galileo") Quale delle seguenti affermazioni NON è deducibile dal brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una delle argomentazioni utilizzate dai sostenitori di teorie alternative a quelle riconosciute dalla comunità scientifica può essere riassunta in questo modo: "La mia teoria è oggi inaccettabile e considerata eretica, come a suo tempo fu giudicata inaccettabile ed eretica la teoria eliocentrica. In realtà, io sono come Galileo, ingiustamente perseguito e discriminato". Purtroppo questa affermazione non ha fondamento e nasce da una inadeguata conoscenza delle ragioni che portarono alla nascita della scienza moderna.Al tempo di Galileo, la scienza moderna ancora non esisteva, né esisteva la professione di scienziato (il termine "scienziato" cominciò a essere utilizzato solo nel corso dell'Ottocento). Dunque Galileo ha subito, com'è noto, il giudizio della Chiesa e dei filosofi aristotelici, ma non quello dei suoi "colleghi". Infatti, è stato proprio Galileo, insieme ad altri grandi personaggi del suo tempo (Bacone, Cartesio) a creare l'idea di comunità scientifica e, soprattutto, a "inventare" una nuova figura fino ad allora inesistente nella cultura europea: lo scienziato moderno. Ed è a Galileo che va il merito di aver posto le basi per la costruzione di ciò che oggi noi chiamiamo genericamente "metodo scientifico", indicando quei criteri che devono essere rispettati se si intende essere accettati all'interno della comunità scientifica, e se si vuol cercare di provare la verità di una teoria o di un'affermazione. I sostenitori di nuove idee, teorie o scoperte non hanno dunque motivo di rifarsi all'autorità di Galileo per sottolineare una eventuale o presunta discriminazione delle loro proposte. Del resto, Galileo non approverebbe, avendo stabilito per primo il rifiuto di ogni autorità nell'ambito delle dimostrazioni scientifiche. Se veramente si vuole essere come Galileo, è molto semplice: basta sottoporsi al giudizio della comunità scientifica e alle regole � costruite faticosamente nel giro di alcuni secoli � che fanno della scienza moderna l'unica forma di sapere che può fornire certezze universali condivise da tutti. Forse ci vorrà un po' di tempo, come è stato per Shechtman (e come fu ad esempio, tanto per citare un altro caso molto noto, per Avogadro), ma alla fine la verità verrà a galla, perché sono le regole del gioco scientifico a permettere questo.Porsi al di fuori di queste regole, significa abbandonare in partenza la possibilità di dimostrare che la scoperta o la teoria che si sostiene possa essere vera. (da: Marco Ciardi, "Io sono come Galileo") In base alla lettura del brano, quale delle seguenti affermazioni NON è corretta? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una delle argomentazioni utilizzate dai sostenitori di teorie alternative a quelle riconosciute dalla comunità scientifica può essere riassunta in questo modo: "La mia teoria è oggi inaccettabile e considerata eretica, come a suo tempo fu giudicata inaccettabile ed eretica la teoria eliocentrica. In realtà, io sono come Galileo, ingiustamente perseguito e discriminato". Purtroppo questa affermazione non ha fondamento e nasce da una inadeguata conoscenza delle ragioni che portarono alla nascita della scienza moderna.Al tempo di Galileo, la scienza moderna ancora non esisteva, né esisteva la professione di scienziato (il termine "scienziato" cominciò a essere utilizzato solo nel corso dell'Ottocento). Dunque Galileo ha subito, com'è noto, il giudizio della Chiesa e dei filosofi aristotelici, ma non quello dei suoi "colleghi". Infatti, è stato proprio Galileo, insieme ad altri grandi personaggi del suo tempo (Bacone, Cartesio) a creare l'idea di comunità scientifica e, soprattutto, a "inventare" una nuova figura fino ad allora inesistente nella cultura europea: lo scienziato moderno. Ed è a Galileo che va il merito di aver posto le basi per la costruzione di ciò che oggi noi chiamiamo genericamente "metodo scientifico", indicando quei criteri che devono essere rispettati se si intende essere accettati all'interno della comunità scientifica, e se si vuol cercare di provare la verità di una teoria o di un'affermazione. I sostenitori di nuove idee, teorie o scoperte non hanno dunque motivo di rifarsi all'autorità di Galileo per sottolineare una eventuale o presunta discriminazione delle loro proposte. Del resto, Galileo non approverebbe, avendo stabilito per primo il rifiuto di ogni autorità nell'ambito delle dimostrazioni scientifiche. Se veramente si vuole essere come Galileo, è molto semplice: basta sottoporsi al giudizio della comunità scientifica e alle regole � costruite faticosamente nel giro di alcuni secoli � che fanno della scienza moderna l'unica forma di sapere che può fornire certezze universali condivise da tutti. Forse ci vorrà un po' di tempo, come è stato per Shechtman (e come fu ad esempio, tanto per citare un altro caso molto noto, per Avogadro), ma alla fine la verità verrà a galla, perché sono le regole del gioco scientifico a permettere questo.Porsi al di fuori di queste regole, significa abbandonare in partenza la possibilità di dimostrare che la scoperta o la teoria che si sostiene possa essere vera. (da: Marco Ciardi, "Io sono come Galileo") Quale delle seguenti affermazioni, in riferimento al brano, NON è corretta? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una mole crescente di studi mette in relazione la moria delle api con i neonicotinoidi, una classe di insetticidi chimicamente simili alla nicotina, ampiamente utilizzata in agricoltura. Ora uno studio pubblicato su Science dimostra che il problema non è confinato soltanto a Europa e Nord America, dove il dibattito sul bando di queste sostanze è acceso da anni, ma ha ormai raggiunto una scala globale: tre quarti del miele mondiale risulta contaminato con almeno uno di questi pesticidi, che spesso ricorrono anche in combinazione. A partire dal 2012 Alex Aebi, biologo dell'Università di Neuchâtel, in Svizzera, ha chiesto ai colleghi di riportare da ogni viaggio almeno un campione di miele.In tre anni ha raccolto 198 campioni di miele, che ha testato per la presenza di neonicotinoidi. Lo studio è il primo tentativo di analizzare la contaminazione da questi pesticidi con un metodo standardizzato per tutto il mondo. Non sorprendentemente, si è visto che il 75% dei campioni (provenienti da ogni continente escluso l'Antartide) conteneva almeno uno dei cinque tipi di neonicotinoidi cercati. Il 45% dei mieli risultava contaminato da due o più di questi insetticidi e il 10% ne conteneva quattro o cinque. Ma il dato più inquietante è che quasi la metà dei campioni registrava dosi di neonicotinoidi superiori alla soglia neuroattiva considerata pericolosa per gli insetti impollinatori (ma entro la soglia considerata sicura per il consumo umano). Le api sopravvivono all'inverno nutrendosi di miele: la contaminazione è quindi cronica e senza confini, e persino i mieli di isole in mezzo al Pacifico risultano inquinati. Il fatto poi che molti campioni contenessero cocktail di neonicotinoidi è un altro dato preoccupante. Si sa infatti che queste sostanze interferiscono con l'abilità delle api di cercare polline e con il loro sistema immunitario, ma la presenza concomitante di diversi tipi di insetticida potrebbe inasprire [1] alcuni effetti dei veleni sul sistema nervoso degli insetti. (Da: focus.it) Con quale dei seguenti termini si può sostituire il verbo "inasprire" [1] senza modificare il senso della frase? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una mole crescente di studi mette in relazione la moria delle api con i neonicotinoidi, una classe di insetticidi chimicamente simili alla nicotina, ampiamente utilizzata in agricoltura. Ora uno studio pubblicato su Science dimostra che il problema non è confinato soltanto a Europa e Nord America, dove il dibattito sul bando di queste sostanze è acceso da anni, ma ha ormai raggiunto una scala globale: tre quarti del miele mondiale risulta contaminato con almeno uno di questi pesticidi, che spesso ricorrono anche in combinazione. A partire dal 2012 Alex Aebi, biologo dell'Università di Neuchâtel, in Svizzera, ha chiesto ai colleghi di riportare da ogni viaggio almeno un campione di miele.In tre anni ha raccolto 198 campioni di miele, che ha testato per la presenza di neonicotinoidi. Lo studio è il primo tentativo di analizzare la contaminazione da questi pesticidi con un metodo standardizzato per tutto il mondo. Non sorprendentemente, si è visto che il 75% dei campioni (provenienti da ogni continente escluso l'Antartide) conteneva almeno uno dei cinque tipi di neonicotinoidi cercati. Il 45% dei mieli risultava contaminato da due o più di questi insetticidi e il 10% ne conteneva quattro o cinque. Ma il dato più inquietante è che quasi la metà dei campioni registrava dosi di neonicotinoidi superiori alla soglia neuroattiva considerata pericolosa per gli insetti impollinatori (ma entro la soglia considerata sicura per il consumo umano). Le api sopravvivono all'inverno nutrendosi di miele: la contaminazione è quindi cronica e senza confini, e persino i mieli di isole in mezzo al Pacifico risultano inquinati. Il fatto poi che molti campioni contenessero cocktail di neonicotinoidi è un altro dato preoccupante. Si sa infatti che queste sostanze interferiscono con l'abilità delle api di cercare polline e con il loro sistema immunitario, ma la presenza concomitante di diversi tipi di insetticida potrebbe inasprire [1] alcuni effetti dei veleni sul sistema nervoso degli insetti. (Da: focus.it) La moria delle api è un fenomeno: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una mole crescente di studi mette in relazione la moria delle api con i neonicotinoidi, una classe di insetticidi chimicamente simili alla nicotina, ampiamente utilizzata in agricoltura. Ora uno studio pubblicato su Science dimostra che il problema non è confinato soltanto a Europa e Nord America, dove il dibattito sul bando di queste sostanze è acceso da anni, ma ha ormai raggiunto una scala globale: tre quarti del miele mondiale risulta contaminato con almeno uno di questi pesticidi, che spesso ricorrono anche in combinazione. A partire dal 2012 Alex Aebi, biologo dell'Università di Neuchâtel, in Svizzera, ha chiesto ai colleghi di riportare da ogni viaggio almeno un campione di miele.In tre anni ha raccolto 198 campioni di miele, che ha testato per la presenza di neonicotinoidi. Lo studio è il primo tentativo di analizzare la contaminazione da questi pesticidi con un metodo standardizzato per tutto il mondo. Non sorprendentemente, si è visto che il 75% dei campioni (provenienti da ogni continente escluso l'Antartide) conteneva almeno uno dei cinque tipi di neonicotinoidi cercati. Il 45% dei mieli risultava contaminato da due o più di questi insetticidi e il 10% ne conteneva quattro o cinque. Ma il dato più inquietante è che quasi la metà dei campioni registrava dosi di neonicotinoidi superiori alla soglia neuroattiva considerata pericolosa per gli insetti impollinatori (ma entro la soglia considerata sicura per il consumo umano). Le api sopravvivono all'inverno nutrendosi di miele: la contaminazione è quindi cronica e senza confini, e persino i mieli di isole in mezzo al Pacifico risultano inquinati. Il fatto poi che molti campioni contenessero cocktail di neonicotinoidi è un altro dato preoccupante. Si sa infatti che queste sostanze interferiscono con l'abilità delle api di cercare polline e con il loro sistema immunitario, ma la presenza concomitante di diversi tipi di insetticida potrebbe inasprire [1] alcuni effetti dei veleni sul sistema nervoso degli insetti. (Da: focus.it) I neonicotinoidi: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una mole crescente di studi mette in relazione la moria delle api con i neonicotinoidi, una classe di insetticidi chimicamente simili alla nicotina, ampiamente utilizzata in agricoltura. Ora uno studio pubblicato su Science dimostra che il problema non è confinato soltanto a Europa e Nord America, dove il dibattito sul bando di queste sostanze è acceso da anni, ma ha ormai raggiunto una scala globale: tre quarti del miele mondiale risulta contaminato con almeno uno di questi pesticidi, che spesso ricorrono anche in combinazione. A partire dal 2012 Alex Aebi, biologo dell'Università di Neuchâtel, in Svizzera, ha chiesto ai colleghi di riportare da ogni viaggio almeno un campione di miele.In tre anni ha raccolto 198 campioni di miele, che ha testato per la presenza di neonicotinoidi. Lo studio è il primo tentativo di analizzare la contaminazione da questi pesticidi con un metodo standardizzato per tutto il mondo. Non sorprendentemente, si è visto che il 75% dei campioni (provenienti da ogni continente escluso l'Antartide) conteneva almeno uno dei cinque tipi di neonicotinoidi cercati. Il 45% dei mieli risultava contaminato da due o più di questi insetticidi e il 10% ne conteneva quattro o cinque. Ma il dato più inquietante è che quasi la metà dei campioni registrava dosi di neonicotinoidi superiori alla soglia neuroattiva considerata pericolosa per gli insetti impollinatori (ma entro la soglia considerata sicura per il consumo umano). Le api sopravvivono all'inverno nutrendosi di miele: la contaminazione è quindi cronica e senza confini, e persino i mieli di isole in mezzo al Pacifico risultano inquinati. Il fatto poi che molti campioni contenessero cocktail di neonicotinoidi è un altro dato preoccupante. Si sa infatti che queste sostanze interferiscono con l'abilità delle api di cercare polline e con il loro sistema immunitario, ma la presenza concomitante di diversi tipi di insetticida potrebbe inasprire [1] alcuni effetti dei veleni sul sistema nervoso degli insetti. (Da: focus.it) Che cosa ha dimostrato lo studio di Alex Aebi del 2012? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Una mole crescente di studi mette in relazione la moria delle api con i neonicotinoidi, una classe di insetticidi chimicamente simili alla nicotina, ampiamente utilizzata in agricoltura. Ora uno studio pubblicato su Science dimostra che il problema non è confinato soltanto a Europa e Nord America, dove il dibattito sul bando di queste sostanze è acceso da anni, ma ha ormai raggiunto una scala globale: tre quarti del miele mondiale risulta contaminato con almeno uno di questi pesticidi, che spesso ricorrono anche in combinazione. A partire dal 2012 Alex Aebi, biologo dell'Università di Neuchâtel, in Svizzera, ha chiesto ai colleghi di riportare da ogni viaggio almeno un campione di miele.In tre anni ha raccolto 198 campioni di miele, che ha testato per la presenza di neonicotinoidi. Lo studio è il primo tentativo di analizzare la contaminazione da questi pesticidi con un metodo standardizzato per tutto il mondo. Non sorprendentemente, si è visto che il 75% dei campioni (provenienti da ogni continente escluso l'Antartide) conteneva almeno uno dei cinque tipi di neonicotinoidi cercati. Il 45% dei mieli risultava contaminato da due o più di questi insetticidi e il 10% ne conteneva quattro o cinque. Ma il dato più inquietante è che quasi la metà dei campioni registrava dosi di neonicotinoidi superiori alla soglia neuroattiva considerata pericolosa per gli insetti impollinatori (ma entro la soglia considerata sicura per il consumo umano). Le api sopravvivono all'inverno nutrendosi di miele: la contaminazione è quindi cronica e senza confini, e persino i mieli di isole in mezzo al Pacifico risultano inquinati. Il fatto poi che molti campioni contenessero cocktail di neonicotinoidi è un altro dato preoccupante. Si sa infatti che queste sostanze interferiscono con l'abilità delle api di cercare polline e con il loro sistema immunitario, ma la presenza concomitante di diversi tipi di insetticida potrebbe inasprire [1] alcuni effetti dei veleni sul sistema nervoso degli insetti. (Da: focus.it) Su cosa interferiscono, per certo, i neonicotinoidi nelle api? |
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Leggere attentamente il seguente brano. Una delle argomentazioni utilizzate dai sostenitori di teorie alternative a quelle riconosciute dalla comunità scientifica può essere riassunta in questo modo: "La mia teoria è oggi inaccettabile e considerata eretica, come a suo tempo fu giudicata inaccettabile ed eretica la teoria eliocentrica. In realtà, io sono come Galileo, ingiustamente perseguito e discriminato". Purtroppo questa affermazione non ha fondamento e nasce da una inadeguata conoscenza delle ragioni che portarono alla nascita della scienza moderna.Al tempo di Galileo, la scienza moderna ancora non esisteva, né esisteva la professione di scienziato (il termine "scienziato" cominciò a essere utilizzato solo nel corso dell'Ottocento). Dunque Galileo ha subito, com'è noto, il giudizio della Chiesa e dei filosofi aristotelici, ma non quello dei suoi "colleghi". Infatti, è stato proprio Galileo, insieme ad altri grandi personaggi del suo tempo (Bacone, Cartesio) a creare l'idea di comunità scientifica e, soprattutto, a "inventare" una nuova figura fino ad allora inesistente nella cultura europea: lo scienziato moderno. Ed è a Galileo che va il merito di aver posto le basi per la costruzione di ciò che oggi noi chiamiamo genericamente "metodo scientifico", indicando quei criteri che devono essere rispettati se si intende essere accettati all'interno della comunità scientifica, e se si vuol cercare di provare la verità di una teoria o di un'affermazione. I sostenitori di nuove idee, teorie o scoperte non hanno dunque motivo di rifarsi all'autorità di Galileo per sottolineare una eventuale o presunta discriminazione delle loro proposte. Del resto, Galileo non approverebbe, avendo stabilito per primo il rifiuto di ogni autorità nell'ambito delle dimostrazioni scientifiche. Se veramente si vuole essere come Galileo, è molto semplice: basta sottoporsi al giudizio della comunità scientifica e alle regole � costruite faticosamente nel giro di alcuni secoli � che fanno della scienza moderna l'unica forma di sapere che può fornire certezze universali condivise da tutti. Forse ci vorrà un po' di tempo, come è stato per Shechtman (e come fu ad esempio, tanto per citare un altro caso molto noto, per Avogadro), ma alla fine la verità verrà a galla, perché sono le regole del gioco scientifico a permettere questo.Porsi al di fuori di queste regole, significa abbandonare in partenza la possibilità di dimostrare che la scoperta o la teoria che si sostiene possa essere vera. (da: Marco Ciardi, "Io sono come Galileo") Quale delle seguenti affermazioni NON è deducibile dal brano?