Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Guardia di Finanza Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018  Esercitati su questo Quiz  |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Certe persone sono particolarmente alte; altre hanno i fianchi più larghi, i capelli più chiari, le dita più lunghe o i piedi più piatti. Nessuno mette in dubbio che il nostro aspetto fisico dipenda almeno in parte dai geni. Ma l'intelligenza? È un tratto ereditario? Visti i progressi nella manipolazione del genoma, è possibile che un giorno la scienza sarà in grado di intervenire sugli embrioni umani in modo da aumentare l'intelligenza del bambino? E sarebbe morale farlo?Innanzitutto bisognerà capire meglio quali sono le radici genetiche dell'intelligenza. Alcuni scienziati sono alla ricerca di questi presunti geni "smart", ma i loro studi sono oggetto di pesanti critiche. I rischi paventati sono soprattutto due: che la ricerca finisca per accreditare pregiudizi razziali sulle differenze innate tra diversi gruppi della popolazione, e che renda possibile la creazione di bimbi "su misura".Secondo Mildred Solomon, presidente dello Hasting Center, un centro studi sulla bioetica, i ricercatori "dovrebbero pensare bene ai limiti da porsi e alle cautele da adottare per non ripetere gli errori del passato", come le campagne di sterilizzazione forzata sugli individui considerati "deboli di mente".Il problema della moralità di questo tipo di ricerca si era posto già l'anno scorso, quando un esperto di genetica comportamentale aveva chiesto di poter studiare gli ex allievi del Center for Talented Youth. Si tratta di un programma fondato e finanziato dalla Johns Hopkins University che finanzia gli studi dei ragazzi che già nella prima adolescenza si dimostrino particolarmente dotati. Lo scienziato voleva raccogliere e analizzare il patrimonio genetico di persone considerate super-intelligenti in modo da individuare i geni responsabili delle loro capacità mentali.Alcuni studiosi, come Dorothy Roberts, docente di diritto e sociologia alla University of Pennsylvania, hanno aspramente criticato la possibilità di cercare le radici genetiche dell'intelligenza umana. Non è vero, ha detto Roberts, che questo tipo di ricerca potrebbe aiutare i bambini svantaggiati dal punto di vista intellettivo: per quello basterebbe destinare più risorse alla loro istruzione. Tutt'altro: qualsiasi ricerca che indaghi sulle componenti ereditarie delle capacità intellettive finirebbe per avallare una visione "razzista, classista e sessista del concetto di intelligenza". Questo tipo di studi, sostiene Roberts, "non può in alcun modo essere socialmente neutrale, e anzi alimenterà le disparità sociali". (da: "Esiste il gene dell'intelligenza?", National Geographic Italia) Secondo Mildred Salomon: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Certe persone sono particolarmente alte; altre hanno i fianchi più larghi, i capelli più chiari, le dita più lunghe o i piedi più piatti. Nessuno mette in dubbio che il nostro aspetto fisico dipenda almeno in parte dai geni. Ma l'intelligenza? È un tratto ereditario? Visti i progressi nella manipolazione del genoma, è possibile che un giorno la scienza sarà in grado di intervenire sugli embrioni umani in modo da aumentare l'intelligenza del bambino? E sarebbe morale farlo?Innanzitutto bisognerà capire meglio quali sono le radici genetiche dell'intelligenza. Alcuni scienziati sono alla ricerca di questi presunti geni "smart", ma i loro studi sono oggetto di pesanti critiche. I rischi paventati sono soprattutto due: che la ricerca finisca per accreditare pregiudizi razziali sulle differenze innate tra diversi gruppi della popolazione, e che renda possibile la creazione di bimbi "su misura".Secondo Mildred Solomon, presidente dello Hasting Center, un centro studi sulla bioetica, i ricercatori "dovrebbero pensare bene ai limiti da porsi e alle cautele da adottare per non ripetere gli errori del passato", come le campagne di sterilizzazione forzata sugli individui considerati "deboli di mente".Il problema della moralità di questo tipo di ricerca si era posto già l'anno scorso, quando un esperto di genetica comportamentale aveva chiesto di poter studiare gli ex allievi del Center for Talented Youth. Si tratta di un programma fondato e finanziato dalla Johns Hopkins University che finanzia gli studi dei ragazzi che già nella prima adolescenza si dimostrino particolarmente dotati. Lo scienziato voleva raccogliere e analizzare il patrimonio genetico di persone considerate super-intelligenti in modo da individuare i geni responsabili delle loro capacità mentali.Alcuni studiosi, come Dorothy Roberts, docente di diritto e sociologia alla University of Pennsylvania, hanno aspramente criticato la possibilità di cercare le radici genetiche dell'intelligenza umana. Non è vero, ha detto Roberts, che questo tipo di ricerca potrebbe aiutare i bambini svantaggiati dal punto di vista intellettivo: per quello basterebbe destinare più risorse alla loro istruzione. Tutt'altro: qualsiasi ricerca che indaghi sulle componenti ereditarie delle capacità intellettive finirebbe per avallare una visione "razzista, classista e sessista del concetto di intelligenza". Questo tipo di studi, sostiene Roberts, "non può in alcun modo essere socialmente neutrale, e anzi alimenterà le disparità sociali". (da: "Esiste il gene dell'intelligenza?", National Geographic Italia) Qual è l'argomento trattato dall'articolo? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Certe persone sono particolarmente alte; altre hanno i fianchi più larghi, i capelli più chiari, le dita più lunghe o i piedi più piatti. Nessuno mette in dubbio che il nostro aspetto fisico dipenda almeno in parte dai geni. Ma l'intelligenza? È un tratto ereditario? Visti i progressi nella manipolazione del genoma, è possibile che un giorno la scienza sarà in grado di intervenire sugli embrioni umani in modo da aumentare l'intelligenza del bambino? E sarebbe morale farlo?Innanzitutto bisognerà capire meglio quali sono le radici genetiche dell'intelligenza. Alcuni scienziati sono alla ricerca di questi presunti geni "smart", ma i loro studi sono oggetto di pesanti critiche. I rischi paventati sono soprattutto due: che la ricerca finisca per accreditare pregiudizi razziali sulle differenze innate tra diversi gruppi della popolazione, e che renda possibile la creazione di bimbi "su misura".Secondo Mildred Solomon, presidente dello Hasting Center, un centro studi sulla bioetica, i ricercatori "dovrebbero pensare bene ai limiti da porsi e alle cautele da adottare per non ripetere gli errori del passato", come le campagne di sterilizzazione forzata sugli individui considerati "deboli di mente".Il problema della moralità di questo tipo di ricerca si era posto già l'anno scorso, quando un esperto di genetica comportamentale aveva chiesto di poter studiare gli ex allievi del Center for Talented Youth. Si tratta di un programma fondato e finanziato dalla Johns Hopkins University che finanzia gli studi dei ragazzi che già nella prima adolescenza si dimostrino particolarmente dotati. Lo scienziato voleva raccogliere e analizzare il patrimonio genetico di persone considerate super-intelligenti in modo da individuare i geni responsabili delle loro capacità mentali.Alcuni studiosi, come Dorothy Roberts, docente di diritto e sociologia alla University of Pennsylvania, hanno aspramente criticato la possibilità di cercare le radici genetiche dell'intelligenza umana. Non è vero, ha detto Roberts, che questo tipo di ricerca potrebbe aiutare i bambini svantaggiati dal punto di vista intellettivo: per quello basterebbe destinare più risorse alla loro istruzione. Tutt'altro: qualsiasi ricerca che indaghi sulle componenti ereditarie delle capacità intellettive finirebbe per avallare una visione "razzista, classista e sessista del concetto di intelligenza". Questo tipo di studi, sostiene Roberts, "non può in alcun modo essere socialmente neutrale, e anzi alimenterà le disparità sociali". (da: "Esiste il gene dell'intelligenza?", National Geographic Italia) Secondo Dorothy Roberts, le ricerche sulle radici genetiche dell'intelligenza umana: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Certe persone sono particolarmente alte; altre hanno i fianchi più larghi, i capelli più chiari, le dita più lunghe o i piedi più piatti. Nessuno mette in dubbio che il nostro aspetto fisico dipenda almeno in parte dai geni. Ma l'intelligenza? È un tratto ereditario? Visti i progressi nella manipolazione del genoma, è possibile che un giorno la scienza sarà in grado di intervenire sugli embrioni umani in modo da aumentare l'intelligenza del bambino? E sarebbe morale farlo?Innanzitutto bisognerà capire meglio quali sono le radici genetiche dell'intelligenza. Alcuni scienziati sono alla ricerca di questi presunti geni "smart", ma i loro studi sono oggetto di pesanti critiche. I rischi paventati sono soprattutto due: che la ricerca finisca per accreditare pregiudizi razziali sulle differenze innate tra diversi gruppi della popolazione, e che renda possibile la creazione di bimbi "su misura".Secondo Mildred Solomon, presidente dello Hasting Center, un centro studi sulla bioetica, i ricercatori "dovrebbero pensare bene ai limiti da porsi e alle cautele da adottare per non ripetere gli errori del passato", come le campagne di sterilizzazione forzata sugli individui considerati "deboli di mente".Il problema della moralità di questo tipo di ricerca si era posto già l'anno scorso, quando un esperto di genetica comportamentale aveva chiesto di poter studiare gli ex allievi del Center for Talented Youth. Si tratta di un programma fondato e finanziato dalla Johns Hopkins University che finanzia gli studi dei ragazzi che già nella prima adolescenza si dimostrino particolarmente dotati. Lo scienziato voleva raccogliere e analizzare il patrimonio genetico di persone considerate super-intelligenti in modo da individuare i geni responsabili delle loro capacità mentali.Alcuni studiosi, come Dorothy Roberts, docente di diritto e sociologia alla University of Pennsylvania, hanno aspramente criticato la possibilità di cercare le radici genetiche dell'intelligenza umana. Non è vero, ha detto Roberts, che questo tipo di ricerca potrebbe aiutare i bambini svantaggiati dal punto di vista intellettivo: per quello basterebbe destinare più risorse alla loro istruzione. Tutt'altro: qualsiasi ricerca che indaghi sulle componenti ereditarie delle capacità intellettive finirebbe per avallare una visione "razzista, classista e sessista del concetto di intelligenza". Questo tipo di studi, sostiene Roberts, "non può in alcun modo essere socialmente neutrale, e anzi alimenterà le disparità sociali". (da: "Esiste il gene dell'intelligenza?", National Geographic Italia) Quale delle seguenti affermazioni è deducibile dal brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Certe persone sono particolarmente alte; altre hanno i fianchi più larghi, i capelli più chiari, le dita più lunghe o i piedi più piatti. Nessuno mette in dubbio che il nostro aspetto fisico dipenda almeno in parte dai geni. Ma l'intelligenza? È un tratto ereditario? Visti i progressi nella manipolazione del genoma, è possibile che un giorno la scienza sarà in grado di intervenire sugli embrioni umani in modo da aumentare l'intelligenza del bambino? E sarebbe morale farlo?Innanzitutto bisognerà capire meglio quali sono le radici genetiche dell'intelligenza. Alcuni scienziati sono alla ricerca di questi presunti geni "smart", ma i loro studi sono oggetto di pesanti critiche. I rischi paventati sono soprattutto due: che la ricerca finisca per accreditare pregiudizi razziali sulle differenze innate tra diversi gruppi della popolazione, e che renda possibile la creazione di bimbi "su misura".Secondo Mildred Solomon, presidente dello Hasting Center, un centro studi sulla bioetica, i ricercatori "dovrebbero pensare bene ai limiti da porsi e alle cautele da adottare per non ripetere gli errori del passato", come le campagne di sterilizzazione forzata sugli individui considerati "deboli di mente".Il problema della moralità di questo tipo di ricerca si era posto già l'anno scorso, quando un esperto di genetica comportamentale aveva chiesto di poter studiare gli ex allievi del Center for Talented Youth. Si tratta di un programma fondato e finanziato dalla Johns Hopkins University che finanzia gli studi dei ragazzi che già nella prima adolescenza si dimostrino particolarmente dotati. Lo scienziato voleva raccogliere e analizzare il patrimonio genetico di persone considerate super-intelligenti in modo da individuare i geni responsabili delle loro capacità mentali.Alcuni studiosi, come Dorothy Roberts, docente di diritto e sociologia alla University of Pennsylvania, hanno aspramente criticato la possibilità di cercare le radici genetiche dell'intelligenza umana. Non è vero, ha detto Roberts, che questo tipo di ricerca potrebbe aiutare i bambini svantaggiati dal punto di vista intellettivo: per quello basterebbe destinare più risorse alla loro istruzione. Tutt'altro: qualsiasi ricerca che indaghi sulle componenti ereditarie delle capacità intellettive finirebbe per avallare una visione "razzista, classista e sessista del concetto di intelligenza". Questo tipo di studi, sostiene Roberts, "non può in alcun modo essere socialmente neutrale, e anzi alimenterà le disparità sociali". (da: "Esiste il gene dell'intelligenza?", National Geographic Italia) L'Hasting Center è: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Ci sono parole che ci piacciono soprattutto per il loro suono, ognuno ha le sue e quasi non ci si accorge di quando si fa un giro di frase per poter pronunciare la parola prediletta o quando la si usa al posto di una che magari sarebbe più opportuna. Nella maggior parte dei casi, però, le proprie preferite non sono parole, bensì cose. Durante la recente settimana della lingua italiana nel mondo sono state prese molte iniziative sulla lingua italiana. Treccani, per esempio, ha lanciato un hashtag quasi morettiano (nel senso di Nanni): #leparolevalgono. Pochi avranno votato "sebbene". Molti hanno invece indicato "resilienza" o "serendipità". Sia l'una che l'altra sono tra le duecentosessantaquattro Parole di giornata elencate e discusse nell'omonimo libro di Edoardo Lombardi Vallauri e Giorgio Moretti, che arriva ora in libreria (Il Mulino). "Resilienza" vi è definita come "Resistenza alla rottura, capacità di affrontare e superare le avversità"; "Serendipità" come "il fatto o la capacità di trovare qualcosa di imprevisto cercando altro". Ma cosa sono le "parole di giornata"? A chi non solo le usa ma le studia pure, in modo professionale o per passione, spesso piacciono parole un po' diverse da quelle che piacciono agli altri.Così i due hanno attraversato i vocabolari per selezionare una quantità di parole di cui vale la pena parlare. Abbrivio, acchito, accidia, vieto, zelo. Bastano le prime e le ultime per valutarne la varietà: parole facili, parole apparentemente facili, parole difficili. Diffuse, semi-ignote, corte, lunghe, auliche, gergali. Per ognuna di queste gli autori provvedono la suddivisione in sillaba, definizione, indicazioni etimologiche e un breve testo di commento. Primo Levi suggeriva la consultazione di dizionari etimologici, a scopi non eruditi ma espressivi. L'etimo [1] diventa una sorta di rincorsa che riesce a dare più slancio al discorso, necessario soprattutto in tempi in cui il discorso sociale restringe il campo delle sue scelte lessicali nei limiti delle parole più note e correnti, in modo da proporsi sempre come trasparente. Dietro ad ogni elogio del "parlar semplice" c'è l'idea che il discorso sia il mezzo di trasporto del pensiero: se faccio arrivare il mio pensiero da me a te con il minimo del tempo e di spesa per entrambi, allora va bene, sono bravo. Ma ecco che, da anni ormai, si è prodotto una specie di riflusso di nostalgia per parole che usiamo sempre meno o che usiamo ma senza saper più da dove vengano. (da: "Ecco le parole di cui occorre parlare", "la Repubblica") Primo Levi suggerisce la consultazione di dizionari etimologici per: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Ci sono parole che ci piacciono soprattutto per il loro suono, ognuno ha le sue e quasi non ci si accorge di quando si fa un giro di frase per poter pronunciare la parola prediletta o quando la si usa al posto di una che magari sarebbe più opportuna. Nella maggior parte dei casi, però, le proprie preferite non sono parole, bensì cose. Durante la recente settimana della lingua italiana nel mondo sono state prese molte iniziative sulla lingua italiana. Treccani, per esempio, ha lanciato un hashtag quasi morettiano (nel senso di Nanni): #leparolevalgono. Pochi avranno votato "sebbene". Molti hanno invece indicato "resilienza" o "serendipità". Sia l'una che l'altra sono tra le duecentosessantaquattro Parole di giornata elencate e discusse nell'omonimo libro di Edoardo Lombardi Vallauri e Giorgio Moretti, che arriva ora in libreria (Il Mulino). "Resilienza" vi è definita come "Resistenza alla rottura, capacità di affrontare e superare le avversità"; "Serendipità" come "il fatto o la capacità di trovare qualcosa di imprevisto cercando altro". Ma cosa sono le "parole di giornata"? A chi non solo le usa ma le studia pure, in modo professionale o per passione, spesso piacciono parole un po' diverse da quelle che piacciono agli altri.Così i due hanno attraversato i vocabolari per selezionare una quantità di parole di cui vale la pena parlare. Abbrivio, acchito, accidia, vieto, zelo. Bastano le prime e le ultime per valutarne la varietà: parole facili, parole apparentemente facili, parole difficili. Diffuse, semi-ignote, corte, lunghe, auliche, gergali. Per ognuna di queste gli autori provvedono la suddivisione in sillaba, definizione, indicazioni etimologiche e un breve testo di commento. Primo Levi suggeriva la consultazione di dizionari etimologici, a scopi non eruditi ma espressivi. L'etimo [1] diventa una sorta di rincorsa che riesce a dare più slancio al discorso, necessario soprattutto in tempi in cui il discorso sociale restringe il campo delle sue scelte lessicali nei limiti delle parole più note e correnti, in modo da proporsi sempre come trasparente. Dietro ad ogni elogio del "parlar semplice" c'è l'idea che il discorso sia il mezzo di trasporto del pensiero: se faccio arrivare il mio pensiero da me a te con il minimo del tempo e di spesa per entrambi, allora va bene, sono bravo. Ma ecco che, da anni ormai, si è prodotto una specie di riflusso di nostalgia per parole che usiamo sempre meno o che usiamo ma senza saper più da dove vengano. (da: "Ecco le parole di cui occorre parlare", "la Repubblica") Il libro "Parole di giornata" è: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Ci sono parole che ci piacciono soprattutto per il loro suono, ognuno ha le sue e quasi non ci si accorge di quando si fa un giro di frase per poter pronunciare la parola prediletta o quando la si usa al posto di una che magari sarebbe più opportuna. Nella maggior parte dei casi, però, le proprie preferite non sono parole, bensì cose. Durante la recente settimana della lingua italiana nel mondo sono state prese molte iniziative sulla lingua italiana. Treccani, per esempio, ha lanciato un hashtag quasi morettiano (nel senso di Nanni): #leparolevalgono. Pochi avranno votato "sebbene". Molti hanno invece indicato "resilienza" o "serendipità". Sia l'una che l'altra sono tra le duecentosessantaquattro Parole di giornata elencate e discusse nell'omonimo libro di Edoardo Lombardi Vallauri e Giorgio Moretti, che arriva ora in libreria (Il Mulino). "Resilienza" vi è definita come "Resistenza alla rottura, capacità di affrontare e superare le avversità"; "Serendipità" come "il fatto o la capacità di trovare qualcosa di imprevisto cercando altro". Ma cosa sono le "parole di giornata"? A chi non solo le usa ma le studia pure, in modo professionale o per passione, spesso piacciono parole un po' diverse da quelle che piacciono agli altri.Così i due hanno attraversato i vocabolari per selezionare una quantità di parole di cui vale la pena parlare. Abbrivio, acchito, accidia, vieto, zelo. Bastano le prime e le ultime per valutarne la varietà: parole facili, parole apparentemente facili, parole difficili. Diffuse, semi-ignote, corte, lunghe, auliche, gergali. Per ognuna di queste gli autori provvedono la suddivisione in sillaba, definizione, indicazioni etimologiche e un breve testo di commento. Primo Levi suggeriva la consultazione di dizionari etimologici, a scopi non eruditi ma espressivi. L'etimo [1] diventa una sorta di rincorsa che riesce a dare più slancio al discorso, necessario soprattutto in tempi in cui il discorso sociale restringe il campo delle sue scelte lessicali nei limiti delle parole più note e correnti, in modo da proporsi sempre come trasparente. Dietro ad ogni elogio del "parlar semplice" c'è l'idea che il discorso sia il mezzo di trasporto del pensiero: se faccio arrivare il mio pensiero da me a te con il minimo del tempo e di spesa per entrambi, allora va bene, sono bravo. Ma ecco che, da anni ormai, si è prodotto una specie di riflusso di nostalgia per parole che usiamo sempre meno o che usiamo ma senza saper più da dove vengano. (da: "Ecco le parole di cui occorre parlare", "la Repubblica") Le parole oggetto di studio nel libro "Parole di giornata": |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Ci sono parole che ci piacciono soprattutto per il loro suono, ognuno ha le sue e quasi non ci si accorge di quando si fa un giro di frase per poter pronunciare la parola prediletta o quando la si usa al posto di una che magari sarebbe più opportuna. Nella maggior parte dei casi, però, le proprie preferite non sono parole, bensì cose. Durante la recente settimana della lingua italiana nel mondo sono state prese molte iniziative sulla lingua italiana. Treccani, per esempio, ha lanciato un hashtag quasi morettiano (nel senso di Nanni): #leparolevalgono. Pochi avranno votato "sebbene". Molti hanno invece indicato "resilienza" o "serendipità". Sia l'una che l'altra sono tra le duecentosessantaquattro Parole di giornata elencate e discusse nell'omonimo libro di Edoardo Lombardi Vallauri e Giorgio Moretti, che arriva ora in libreria (Il Mulino). "Resilienza" vi è definita come "Resistenza alla rottura, capacità di affrontare e superare le avversità"; "Serendipità" come "il fatto o la capacità di trovare qualcosa di imprevisto cercando altro". Ma cosa sono le "parole di giornata"? A chi non solo le usa ma le studia pure, in modo professionale o per passione, spesso piacciono parole un po' diverse da quelle che piacciono agli altri.Così i due hanno attraversato i vocabolari per selezionare una quantità di parole di cui vale la pena parlare. Abbrivio, acchito, accidia, vieto, zelo. Bastano le prime e le ultime per valutarne la varietà: parole facili, parole apparentemente facili, parole difficili. Diffuse, semi-ignote, corte, lunghe, auliche, gergali. Per ognuna di queste gli autori provvedono la suddivisione in sillaba, definizione, indicazioni etimologiche e un breve testo di commento. Primo Levi suggeriva la consultazione di dizionari etimologici, a scopi non eruditi ma espressivi. L'etimo [1] diventa una sorta di rincorsa che riesce a dare più slancio al discorso, necessario soprattutto in tempi in cui il discorso sociale restringe il campo delle sue scelte lessicali nei limiti delle parole più note e correnti, in modo da proporsi sempre come trasparente. Dietro ad ogni elogio del "parlar semplice" c'è l'idea che il discorso sia il mezzo di trasporto del pensiero: se faccio arrivare il mio pensiero da me a te con il minimo del tempo e di spesa per entrambi, allora va bene, sono bravo. Ma ecco che, da anni ormai, si è prodotto una specie di riflusso di nostalgia per parole che usiamo sempre meno o che usiamo ma senza saper più da dove vengano. (da: "Ecco le parole di cui occorre parlare", "la Repubblica") Nel libro "Parole di giornata" ogni parola viene presentata attraverso: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Ci sono parole che ci piacciono soprattutto per il loro suono, ognuno ha le sue e quasi non ci si accorge di quando si fa un giro di frase per poter pronunciare la parola prediletta o quando la si usa al posto di una che magari sarebbe più opportuna. Nella maggior parte dei casi, però, le proprie preferite non sono parole, bensì cose. Durante la recente settimana della lingua italiana nel mondo sono state prese molte iniziative sulla lingua italiana. Treccani, per esempio, ha lanciato un hashtag quasi morettiano (nel senso di Nanni): #leparolevalgono. Pochi avranno votato "sebbene". Molti hanno invece indicato "resilienza" o "serendipità". Sia l'una che l'altra sono tra le duecentosessantaquattro Parole di giornata elencate e discusse nell'omonimo libro di Edoardo Lombardi Vallauri e Giorgio Moretti, che arriva ora in libreria (Il Mulino). "Resilienza" vi è definita come "Resistenza alla rottura, capacità di affrontare e superare le avversità"; "Serendipità" come "il fatto o la capacità di trovare qualcosa di imprevisto cercando altro". Ma cosa sono le "parole di giornata"? A chi non solo le usa ma le studia pure, in modo professionale o per passione, spesso piacciono parole un po' diverse da quelle che piacciono agli altri.Così i due hanno attraversato i vocabolari per selezionare una quantità di parole di cui vale la pena parlare. Abbrivio, acchito, accidia, vieto, zelo. Bastano le prime e le ultime per valutarne la varietà: parole facili, parole apparentemente facili, parole difficili. Diffuse, semi-ignote, corte, lunghe, auliche, gergali. Per ognuna di queste gli autori provvedono la suddivisione in sillaba, definizione, indicazioni etimologiche e un breve testo di commento. Primo Levi suggeriva la consultazione di dizionari etimologici, a scopi non eruditi ma espressivi. L'etimo [1] diventa una sorta di rincorsa che riesce a dare più slancio al discorso, necessario soprattutto in tempi in cui il discorso sociale restringe il campo delle sue scelte lessicali nei limiti delle parole più note e correnti, in modo da proporsi sempre come trasparente. Dietro ad ogni elogio del "parlar semplice" c'è l'idea che il discorso sia il mezzo di trasporto del pensiero: se faccio arrivare il mio pensiero da me a te con il minimo del tempo e di spesa per entrambi, allora va bene, sono bravo. Ma ecco che, da anni ormai, si è prodotto una specie di riflusso di nostalgia per parole che usiamo sempre meno o che usiamo ma senza saper più da dove vengano. (da: "Ecco le parole di cui occorre parlare", "la Repubblica") Un sinonimo della parola "etimo" [1], riferito alla parola, è: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Circa 21 milioni di persone, secondo l'Organizzazione mondiale del lavoro (Oit), sono vittime della tratta di esseri umani nel mondo, un fenomeno in continua crescita che si sta trasformando in uno dei principali business a livello planetario. È quanto rileva un recente rapporto del servizio dei Gesuiti per i migranti spagnolo (Sjm), dal titolo: "La tratta di esseri umani, l'affare del commercio delle persone". Uno dei problemi di fondo che ci si trova a dover affrontare, osserva il rapporto, è quello della mancanza di statistiche sul fenomeno elaborate dai singoli Stati, non esiste insomma ancora un monitoraggio articolato a livello locale del problema e tuttavia allo stesso tempo sono ormai numerose le indagini compiute da agenzie internazionali che descrivono nell'insieme un quadro allarmante. Secondo le Nazioni Unite il contrabbando di esseri umani attraverso le frontiere, riguarda almeno 4 milioni di persone e frutta un giro d'affari compreso fra i 7 e 10 miliardi di dollari ogni anno. Tuttavia secondo l'Interpol (l'organizzazione internazionale della polizia criminale), sommando i guadagni provenienti dalla tratta vera e propria agli interessi dei racket che controllano il traffico dei migranti, i numeri sono altri: il business raggiungerebbe infatti i 39mila miliardi di dollari ogni anno, cifre che competono con quelle derivanti dal traffico di droga e di armi. Nel rapporto emerge peraltro anche una questione di genere: l'analisi ravvicinata dei dati relativi alla tratta, mostra infatti come il 79% del traffico riguarda infatti lo sfruttamento sessuale, si tenga conto che ogni anno circa 500mila donne provenienti dai Paesi poveri del mondo entrano in Europa per essere sfruttate nell'ambito dell'economia criminale a sfondo sessuale. Anche il lavoro nero e il lavoro schiavistico sono aspetti direttamente collegati sia alle migrazioni che al commercio di esseri umani. In questo senso, anzi, lo studio dei Gesuiti spagnoli, parla ormai di femminizzazione della tratta; il 55% di tutte le vittime dello sfruttamento da lavoro, sono donne o bambine. Un quadro che trova conferma in altri dati di carattere globale: secondo le Nazioni Unite infatti la maggior parte del miliardo e mezzo di persone che vive con un dollaro al giorno, è composta da donne. Infine si spiega che la tratta con fini di sfruttamento sessuale ha come vittime anche un altro gruppo molto vulnerabile: i minori. Secondo l'Unicef, fino a 2 milioni di bambini sono costretti alla prostituzione nel commercio sessuale in tutto il mondo. Ma la tratta dei minori presenta altre possibilità altrettanto gravi: l'adozione illegale di minori stranieri; il traffico d'organi, il sequestro di minori per essere utilizzati nei conflitti armati (bambini soldato) o nell'accattonaggio, spesso accompagnato da attività delinquenziali. (da: "La Stampa") Secondo l'articolo il numero totale di persone vittime del traffico di essere umani ammonta circa a: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Circa 21 milioni di persone, secondo l'Organizzazione mondiale del lavoro (Oit), sono vittime della tratta di esseri umani nel mondo, un fenomeno in continua crescita che si sta trasformando in uno dei principali business a livello planetario. È quanto rileva un recente rapporto del servizio dei Gesuiti per i migranti spagnolo (Sjm), dal titolo: "La tratta di esseri umani, l'affare del commercio delle persone". Uno dei problemi di fondo che ci si trova a dover affrontare, osserva il rapporto, è quello della mancanza di statistiche sul fenomeno elaborate dai singoli Stati, non esiste insomma ancora un monitoraggio articolato a livello locale del problema e tuttavia allo stesso tempo sono ormai numerose le indagini compiute da agenzie internazionali che descrivono nell'insieme un quadro allarmante. Secondo le Nazioni Unite il contrabbando di esseri umani attraverso le frontiere, riguarda almeno 4 milioni di persone e frutta un giro d'affari compreso fra i 7 e 10 miliardi di dollari ogni anno. Tuttavia secondo l'Interpol (l'organizzazione internazionale della polizia criminale), sommando i guadagni provenienti dalla tratta vera e propria agli interessi dei racket che controllano il traffico dei migranti, i numeri sono altri: il business raggiungerebbe infatti i 39mila miliardi di dollari ogni anno, cifre che competono con quelle derivanti dal traffico di droga e di armi. Nel rapporto emerge peraltro anche una questione di genere: l'analisi ravvicinata dei dati relativi alla tratta, mostra infatti come il 79% del traffico riguarda infatti lo sfruttamento sessuale, si tenga conto che ogni anno circa 500mila donne provenienti dai Paesi poveri del mondo entrano in Europa per essere sfruttate nell'ambito dell'economia criminale a sfondo sessuale. Anche il lavoro nero e il lavoro schiavistico sono aspetti direttamente collegati sia alle migrazioni che al commercio di esseri umani. In questo senso, anzi, lo studio dei Gesuiti spagnoli, parla ormai di femminizzazione della tratta; il 55% di tutte le vittime dello sfruttamento da lavoro, sono donne o bambine. Un quadro che trova conferma in altri dati di carattere globale: secondo le Nazioni Unite infatti la maggior parte del miliardo e mezzo di persone che vive con un dollaro al giorno, è composta da donne. Infine si spiega che la tratta con fini di sfruttamento sessuale ha come vittime anche un altro gruppo molto vulnerabile: i minori. Secondo l'Unicef, fino a 2 milioni di bambini sono costretti alla prostituzione nel commercio sessuale in tutto il mondo. Ma la tratta dei minori presenta altre possibilità altrettanto gravi: l'adozione illegale di minori stranieri; il traffico d'organi, il sequestro di minori per essere utilizzati nei conflitti armati (bambini soldato) o nell'accattonaggio, spesso accompagnato da attività delinquenziali. (da: "La Stampa") La tratta dei minori: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Circa 21 milioni di persone, secondo l'Organizzazione mondiale del lavoro (Oit), sono vittime della tratta di esseri umani nel mondo, un fenomeno in continua crescita che si sta trasformando in uno dei principali business a livello planetario. È quanto rileva un recente rapporto del servizio dei Gesuiti per i migranti spagnolo (Sjm), dal titolo: "La tratta di esseri umani, l'affare del commercio delle persone". Uno dei problemi di fondo che ci si trova a dover affrontare, osserva il rapporto, è quello della mancanza di statistiche sul fenomeno elaborate dai singoli Stati, non esiste insomma ancora un monitoraggio articolato a livello locale del problema e tuttavia allo stesso tempo sono ormai numerose le indagini compiute da agenzie internazionali che descrivono nell'insieme un quadro allarmante. Secondo le Nazioni Unite il contrabbando di esseri umani attraverso le frontiere, riguarda almeno 4 milioni di persone e frutta un giro d'affari compreso fra i 7 e 10 miliardi di dollari ogni anno. Tuttavia secondo l'Interpol (l'organizzazione internazionale della polizia criminale), sommando i guadagni provenienti dalla tratta vera e propria agli interessi dei racket che controllano il traffico dei migranti, i numeri sono altri: il business raggiungerebbe infatti i 39mila miliardi di dollari ogni anno, cifre che competono con quelle derivanti dal traffico di droga e di armi. Nel rapporto emerge peraltro anche una questione di genere: l'analisi ravvicinata dei dati relativi alla tratta, mostra infatti come il 79% del traffico riguarda infatti lo sfruttamento sessuale, si tenga conto che ogni anno circa 500mila donne provenienti dai Paesi poveri del mondo entrano in Europa per essere sfruttate nell'ambito dell'economia criminale a sfondo sessuale. Anche il lavoro nero e il lavoro schiavistico sono aspetti direttamente collegati sia alle migrazioni che al commercio di esseri umani. In questo senso, anzi, lo studio dei Gesuiti spagnoli, parla ormai di femminizzazione della tratta; il 55% di tutte le vittime dello sfruttamento da lavoro, sono donne o bambine. Un quadro che trova conferma in altri dati di carattere globale: secondo le Nazioni Unite infatti la maggior parte del miliardo e mezzo di persone che vive con un dollaro al giorno, è composta da donne. Infine si spiega che la tratta con fini di sfruttamento sessuale ha come vittime anche un altro gruppo molto vulnerabile: i minori. Secondo l'Unicef, fino a 2 milioni di bambini sono costretti alla prostituzione nel commercio sessuale in tutto il mondo. Ma la tratta dei minori presenta altre possibilità altrettanto gravi: l'adozione illegale di minori stranieri; il traffico d'organi, il sequestro di minori per essere utilizzati nei conflitti armati (bambini soldato) o nell'accattonaggio, spesso accompagnato da attività delinquenziali. (da: "La Stampa") Uno dei problemi nell'analisi del fenomeno della tratta di esseri umani riguarda: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Circa 21 milioni di persone, secondo l'Organizzazione mondiale del lavoro (Oit), sono vittime della tratta di esseri umani nel mondo, un fenomeno in continua crescita che si sta trasformando in uno dei principali business a livello planetario. È quanto rileva un recente rapporto del servizio dei Gesuiti per i migranti spagnolo (Sjm), dal titolo: "La tratta di esseri umani, l'affare del commercio delle persone". Uno dei problemi di fondo che ci si trova a dover affrontare, osserva il rapporto, è quello della mancanza di statistiche sul fenomeno elaborate dai singoli Stati, non esiste insomma ancora un monitoraggio articolato a livello locale del problema e tuttavia allo stesso tempo sono ormai numerose le indagini compiute da agenzie internazionali che descrivono nell'insieme un quadro allarmante. Secondo le Nazioni Unite il contrabbando di esseri umani attraverso le frontiere, riguarda almeno 4 milioni di persone e frutta un giro d'affari compreso fra i 7 e 10 miliardi di dollari ogni anno. Tuttavia secondo l'Interpol (l'organizzazione internazionale della polizia criminale), sommando i guadagni provenienti dalla tratta vera e propria agli interessi dei racket che controllano il traffico dei migranti, i numeri sono altri: il business raggiungerebbe infatti i 39mila miliardi di dollari ogni anno, cifre che competono con quelle derivanti dal traffico di droga e di armi. Nel rapporto emerge peraltro anche una questione di genere: l'analisi ravvicinata dei dati relativi alla tratta, mostra infatti come il 79% del traffico riguarda infatti lo sfruttamento sessuale, si tenga conto che ogni anno circa 500mila donne provenienti dai Paesi poveri del mondo entrano in Europa per essere sfruttate nell'ambito dell'economia criminale a sfondo sessuale. Anche il lavoro nero e il lavoro schiavistico sono aspetti direttamente collegati sia alle migrazioni che al commercio di esseri umani. In questo senso, anzi, lo studio dei Gesuiti spagnoli, parla ormai di femminizzazione della tratta; il 55% di tutte le vittime dello sfruttamento da lavoro, sono donne o bambine. Un quadro che trova conferma in altri dati di carattere globale: secondo le Nazioni Unite infatti la maggior parte del miliardo e mezzo di persone che vive con un dollaro al giorno, è composta da donne. Infine si spiega che la tratta con fini di sfruttamento sessuale ha come vittime anche un altro gruppo molto vulnerabile: i minori. Secondo l'Unicef, fino a 2 milioni di bambini sono costretti alla prostituzione nel commercio sessuale in tutto il mondo. Ma la tratta dei minori presenta altre possibilità altrettanto gravi: l'adozione illegale di minori stranieri; il traffico d'organi, il sequestro di minori per essere utilizzati nei conflitti armati (bambini soldato) o nell'accattonaggio, spesso accompagnato da attività delinquenziali. (da: "La Stampa") Dall'articolo emerge che lo sfruttamento del lavoro: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Circa 21 milioni di persone, secondo l'Organizzazione mondiale del lavoro (Oit), sono vittime della tratta di esseri umani nel mondo, un fenomeno in continua crescita che si sta trasformando in uno dei principali business a livello planetario. È quanto rileva un recente rapporto del servizio dei Gesuiti per i migranti spagnolo (Sjm), dal titolo: "La tratta di esseri umani, l'affare del commercio delle persone". Uno dei problemi di fondo che ci si trova a dover affrontare, osserva il rapporto, è quello della mancanza di statistiche sul fenomeno elaborate dai singoli Stati, non esiste insomma ancora un monitoraggio articolato a livello locale del problema e tuttavia allo stesso tempo sono ormai numerose le indagini compiute da agenzie internazionali che descrivono nell'insieme un quadro allarmante. Secondo le Nazioni Unite il contrabbando di esseri umani attraverso le frontiere, riguarda almeno 4 milioni di persone e frutta un giro d'affari compreso fra i 7 e 10 miliardi di dollari ogni anno. Tuttavia secondo l'Interpol (l'organizzazione internazionale della polizia criminale), sommando i guadagni provenienti dalla tratta vera e propria agli interessi dei racket che controllano il traffico dei migranti, i numeri sono altri: il business raggiungerebbe infatti i 39mila miliardi di dollari ogni anno, cifre che competono con quelle derivanti dal traffico di droga e di armi. Nel rapporto emerge peraltro anche una questione di genere: l'analisi ravvicinata dei dati relativi alla tratta, mostra infatti come il 79% del traffico riguarda infatti lo sfruttamento sessuale, si tenga conto che ogni anno circa 500mila donne provenienti dai Paesi poveri del mondo entrano in Europa per essere sfruttate nell'ambito dell'economia criminale a sfondo sessuale. Anche il lavoro nero e il lavoro schiavistico sono aspetti direttamente collegati sia alle migrazioni che al commercio di esseri umani. In questo senso, anzi, lo studio dei Gesuiti spagnoli, parla ormai di femminizzazione della tratta; il 55% di tutte le vittime dello sfruttamento da lavoro, sono donne o bambine. Un quadro che trova conferma in altri dati di carattere globale: secondo le Nazioni Unite infatti la maggior parte del miliardo e mezzo di persone che vive con un dollaro al giorno, è composta da donne. Infine si spiega che la tratta con fini di sfruttamento sessuale ha come vittime anche un altro gruppo molto vulnerabile: i minori. Secondo l'Unicef, fino a 2 milioni di bambini sono costretti alla prostituzione nel commercio sessuale in tutto il mondo. Ma la tratta dei minori presenta altre possibilità altrettanto gravi: l'adozione illegale di minori stranieri; il traffico d'organi, il sequestro di minori per essere utilizzati nei conflitti armati (bambini soldato) o nell'accattonaggio, spesso accompagnato da attività delinquenziali. (da: "La Stampa") Il giro d'affari della tratta degli esseri umani e delle attività ad esso connesse: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Città delle meraviglie, trionfo dell'arte e dell'architettura khmer, la capitale-tempio di Angkor Wat, capolavoro di armonia, equilibrio e proporzioni, segna il momento più alto dell'antica civiltà khmer. Per molti decenni le rovine della città di Angkor sono state off-limits. Le armi e il regime del terrore dei Khmer Rossi hanno sottratto al mondo un tesoro prezioso, patrimonio di tutta l'umanità. Poi, con il ritorno della pace, anche gli aerei sono tornati ad atterrare all'aeroporto di Siem Reap, la cittadina che si trova a 6 km, e i turisti hanno incominciato ad arrivare di anno in anno sempre più numerosi.Angkor, il cui nome è la deformazione della parola, Nagara, che in lingua khmer significa, la "Città", capitale politica e spirituale dell'antico Impero Khmer, è stata per oltre 500 anni il cuore di un vasto Stato profondamente influenzato dall'induismo e dalla cultura indiana, diffusi in tutta l'Indocina.Qui ogni sovrano, venerato come incarnazione di una divinità del pantheon induista, gareggiava con i predecessori facendo erigere un nuovo tempio-montagna usato come sepolcro per le proprie spoglie mortali allo stesso modo dei faraoni egiziani. Le donne erano oculate [1] amministratrici dell'enorme ricchezza accumulata da mercanti e militari; gestivano abilmente commerci e affari, orgogliose della loro posizione di rilievo all'interno della società khmer.Secolo dopo secolo Angkor � centro politico, religioso, amministrativo e culturale � crebbe in splendore finché la sua potenza non fu distrutta dagli eserciti nemici, primi tra tutti i Siamesi. Abbandonata definitivamente nel 1434, fu invasa dalla vegetazione e per secoli venne praticamente dimenticata.Per dipanare l'intricato mistero che avvolge i templi delle divinità di pietra, ricoperti dai muschi e usurati dai secoli, e apprezzarne compiutamente la sublime armonia, bisogna andarci più volte. Girare per l'antica e abbandonata Angkor (magari in bicicletta, che si noleggia facilmente) significa immergersi in un'epoca passata, percorrendo (con calma e con estrema attenzione per non essere travolti dall'inevitabile "sindrome di Stendhal") un viaggio fantastico attraverso i secoli che ha il sapore dell'avventura e del mistero. (da: "Indocina", Guida Mistral) Dal brano di può desumere che Angkor divenne capitale all'incirca: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Città delle meraviglie, trionfo dell'arte e dell'architettura khmer, la capitale-tempio di Angkor Wat, capolavoro di armonia, equilibrio e proporzioni, segna il momento più alto dell'antica civiltà khmer. Per molti decenni le rovine della città di Angkor sono state off-limits. Le armi e il regime del terrore dei Khmer Rossi hanno sottratto al mondo un tesoro prezioso, patrimonio di tutta l'umanità. Poi, con il ritorno della pace, anche gli aerei sono tornati ad atterrare all'aeroporto di Siem Reap, la cittadina che si trova a 6 km, e i turisti hanno incominciato ad arrivare di anno in anno sempre più numerosi.Angkor, il cui nome è la deformazione della parola, Nagara, che in lingua khmer significa, la "Città", capitale politica e spirituale dell'antico Impero Khmer, è stata per oltre 500 anni il cuore di un vasto Stato profondamente influenzato dall'induismo e dalla cultura indiana, diffusi in tutta l'Indocina.Qui ogni sovrano, venerato come incarnazione di una divinità del pantheon induista, gareggiava con i predecessori facendo erigere un nuovo tempio-montagna usato come sepolcro per le proprie spoglie mortali allo stesso modo dei faraoni egiziani. Le donne erano oculate [1] amministratrici dell'enorme ricchezza accumulata da mercanti e militari; gestivano abilmente commerci e affari, orgogliose della loro posizione di rilievo all'interno della società khmer.Secolo dopo secolo Angkor � centro politico, religioso, amministrativo e culturale � crebbe in splendore finché la sua potenza non fu distrutta dagli eserciti nemici, primi tra tutti i Siamesi. Abbandonata definitivamente nel 1434, fu invasa dalla vegetazione e per secoli venne praticamente dimenticata.Per dipanare l'intricato mistero che avvolge i templi delle divinità di pietra, ricoperti dai muschi e usurati dai secoli, e apprezzarne compiutamente la sublime armonia, bisogna andarci più volte. Girare per l'antica e abbandonata Angkor (magari in bicicletta, che si noleggia facilmente) significa immergersi in un'epoca passata, percorrendo (con calma e con estrema attenzione per non essere travolti dall'inevitabile "sindrome di Stendhal") un viaggio fantastico attraverso i secoli che ha il sapore dell'avventura e del mistero. (da: "Indocina", Guida Mistral) Quale delle seguenti affermazioni può essere ricavata dal testo? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Città delle meraviglie, trionfo dell'arte e dell'architettura khmer, la capitale-tempio di Angkor Wat, capolavoro di armonia, equilibrio e proporzioni, segna il momento più alto dell'antica civiltà khmer. Per molti decenni le rovine della città di Angkor sono state off-limits. Le armi e il regime del terrore dei Khmer Rossi hanno sottratto al mondo un tesoro prezioso, patrimonio di tutta l'umanità. Poi, con il ritorno della pace, anche gli aerei sono tornati ad atterrare all'aeroporto di Siem Reap, la cittadina che si trova a 6 km, e i turisti hanno incominciato ad arrivare di anno in anno sempre più numerosi.Angkor, il cui nome è la deformazione della parola, Nagara, che in lingua khmer significa, la "Città", capitale politica e spirituale dell'antico Impero Khmer, è stata per oltre 500 anni il cuore di un vasto Stato profondamente influenzato dall'induismo e dalla cultura indiana, diffusi in tutta l'Indocina.Qui ogni sovrano, venerato come incarnazione di una divinità del pantheon induista, gareggiava con i predecessori facendo erigere un nuovo tempio-montagna usato come sepolcro per le proprie spoglie mortali allo stesso modo dei faraoni egiziani. Le donne erano oculate [1] amministratrici dell'enorme ricchezza accumulata da mercanti e militari; gestivano abilmente commerci e affari, orgogliose della loro posizione di rilievo all'interno della società khmer.Secolo dopo secolo Angkor � centro politico, religioso, amministrativo e culturale � crebbe in splendore finché la sua potenza non fu distrutta dagli eserciti nemici, primi tra tutti i Siamesi. Abbandonata definitivamente nel 1434, fu invasa dalla vegetazione e per secoli venne praticamente dimenticata.Per dipanare l'intricato mistero che avvolge i templi delle divinità di pietra, ricoperti dai muschi e usurati dai secoli, e apprezzarne compiutamente la sublime armonia, bisogna andarci più volte. Girare per l'antica e abbandonata Angkor (magari in bicicletta, che si noleggia facilmente) significa immergersi in un'epoca passata, percorrendo (con calma e con estrema attenzione per non essere travolti dall'inevitabile "sindrome di Stendhal") un viaggio fantastico attraverso i secoli che ha il sapore dell'avventura e del mistero. (da: "Indocina", Guida Mistral) La parola "oculate", identificata nel testo del numero [1], può avere come sinonimo: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Città delle meraviglie, trionfo dell'arte e dell'architettura khmer, la capitale-tempio di Angkor Wat, capolavoro di armonia, equilibrio e proporzioni, segna il momento più alto dell'antica civiltà khmer. Per molti decenni le rovine della città di Angkor sono state off-limits. Le armi e il regime del terrore dei Khmer Rossi hanno sottratto al mondo un tesoro prezioso, patrimonio di tutta l'umanità. Poi, con il ritorno della pace, anche gli aerei sono tornati ad atterrare all'aeroporto di Siem Reap, la cittadina che si trova a 6 km, e i turisti hanno incominciato ad arrivare di anno in anno sempre più numerosi.Angkor, il cui nome è la deformazione della parola, Nagara, che in lingua khmer significa, la "Città", capitale politica e spirituale dell'antico Impero Khmer, è stata per oltre 500 anni il cuore di un vasto Stato profondamente influenzato dall'induismo e dalla cultura indiana, diffusi in tutta l'Indocina.Qui ogni sovrano, venerato come incarnazione di una divinità del pantheon induista, gareggiava con i predecessori facendo erigere un nuovo tempio-montagna usato come sepolcro per le proprie spoglie mortali allo stesso modo dei faraoni egiziani. Le donne erano oculate [1] amministratrici dell'enorme ricchezza accumulata da mercanti e militari; gestivano abilmente commerci e affari, orgogliose della loro posizione di rilievo all'interno della società khmer.Secolo dopo secolo Angkor � centro politico, religioso, amministrativo e culturale � crebbe in splendore finché la sua potenza non fu distrutta dagli eserciti nemici, primi tra tutti i Siamesi. Abbandonata definitivamente nel 1434, fu invasa dalla vegetazione e per secoli venne praticamente dimenticata.Per dipanare l'intricato mistero che avvolge i templi delle divinità di pietra, ricoperti dai muschi e usurati dai secoli, e apprezzarne compiutamente la sublime armonia, bisogna andarci più volte. Girare per l'antica e abbandonata Angkor (magari in bicicletta, che si noleggia facilmente) significa immergersi in un'epoca passata, percorrendo (con calma e con estrema attenzione per non essere travolti dall'inevitabile "sindrome di Stendhal") un viaggio fantastico attraverso i secoli che ha il sapore dell'avventura e del mistero. (da: "Indocina", Guida Mistral) Visitando oggigiorno Angkor, si potrebbe essere colpiti dalla "sindrome di Stendhal" se: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Città delle meraviglie, trionfo dell'arte e dell'architettura khmer, la capitale-tempio di Angkor Wat, capolavoro di armonia, equilibrio e proporzioni, segna il momento più alto dell'antica civiltà khmer. Per molti decenni le rovine della città di Angkor sono state off-limits. Le armi e il regime del terrore dei Khmer Rossi hanno sottratto al mondo un tesoro prezioso, patrimonio di tutta l'umanità. Poi, con il ritorno della pace, anche gli aerei sono tornati ad atterrare all'aeroporto di Siem Reap, la cittadina che si trova a 6 km, e i turisti hanno incominciato ad arrivare di anno in anno sempre più numerosi.Angkor, il cui nome è la deformazione della parola, Nagara, che in lingua khmer significa, la "Città", capitale politica e spirituale dell'antico Impero Khmer, è stata per oltre 500 anni il cuore di un vasto Stato profondamente influenzato dall'induismo e dalla cultura indiana, diffusi in tutta l'Indocina.Qui ogni sovrano, venerato come incarnazione di una divinità del pantheon induista, gareggiava con i predecessori facendo erigere un nuovo tempio-montagna usato come sepolcro per le proprie spoglie mortali allo stesso modo dei faraoni egiziani. Le donne erano oculate [1] amministratrici dell'enorme ricchezza accumulata da mercanti e militari; gestivano abilmente commerci e affari, orgogliose della loro posizione di rilievo all'interno della società khmer.Secolo dopo secolo Angkor � centro politico, religioso, amministrativo e culturale � crebbe in splendore finché la sua potenza non fu distrutta dagli eserciti nemici, primi tra tutti i Siamesi. Abbandonata definitivamente nel 1434, fu invasa dalla vegetazione e per secoli venne praticamente dimenticata.Per dipanare l'intricato mistero che avvolge i templi delle divinità di pietra, ricoperti dai muschi e usurati dai secoli, e apprezzarne compiutamente la sublime armonia, bisogna andarci più volte. Girare per l'antica e abbandonata Angkor (magari in bicicletta, che si noleggia facilmente) significa immergersi in un'epoca passata, percorrendo (con calma e con estrema attenzione per non essere travolti dall'inevitabile "sindrome di Stendhal") un viaggio fantastico attraverso i secoli che ha il sapore dell'avventura e del mistero. (da: "Indocina", Guida Mistral) I sovrani khmer: |
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Leggere attentamente il seguente brano. Certe persone sono particolarmente alte; altre hanno i fianchi più larghi, i capelli più chiari, le dita più lunghe o i piedi più piatti. Nessuno mette in dubbio che il nostro aspetto fisico dipenda almeno in parte dai geni. Ma l'intelligenza? È un tratto ereditario? Visti i progressi nella manipolazione del genoma, è possibile che un giorno la scienza sarà in grado di intervenire sugli embrioni umani in modo da aumentare l'intelligenza del bambino? E sarebbe morale farlo?Innanzitutto bisognerà capire meglio quali sono le radici genetiche dell'intelligenza. Alcuni scienziati sono alla ricerca di questi presunti geni "smart", ma i loro studi sono oggetto di pesanti critiche. I rischi paventati sono soprattutto due: che la ricerca finisca per accreditare pregiudizi razziali sulle differenze innate tra diversi gruppi della popolazione, e che renda possibile la creazione di bimbi "su misura".Secondo Mildred Solomon, presidente dello Hasting Center, un centro studi sulla bioetica, i ricercatori "dovrebbero pensare bene ai limiti da porsi e alle cautele da adottare per non ripetere gli errori del passato", come le campagne di sterilizzazione forzata sugli individui considerati "deboli di mente".Il problema della moralità di questo tipo di ricerca si era posto già l'anno scorso, quando un esperto di genetica comportamentale aveva chiesto di poter studiare gli ex allievi del Center for Talented Youth. Si tratta di un programma fondato e finanziato dalla Johns Hopkins University che finanzia gli studi dei ragazzi che già nella prima adolescenza si dimostrino particolarmente dotati. Lo scienziato voleva raccogliere e analizzare il patrimonio genetico di persone considerate super-intelligenti in modo da individuare i geni responsabili delle loro capacità mentali.Alcuni studiosi, come Dorothy Roberts, docente di diritto e sociologia alla University of Pennsylvania, hanno aspramente criticato la possibilità di cercare le radici genetiche dell'intelligenza umana. Non è vero, ha detto Roberts, che questo tipo di ricerca potrebbe aiutare i bambini svantaggiati dal punto di vista intellettivo: per quello basterebbe destinare più risorse alla loro istruzione. Tutt'altro: qualsiasi ricerca che indaghi sulle componenti ereditarie delle capacità intellettive finirebbe per avallare una visione "razzista, classista e sessista del concetto di intelligenza". Questo tipo di studi, sostiene Roberts, "non può in alcun modo essere socialmente neutrale, e anzi alimenterà le disparità sociali". (da: "Esiste il gene dell'intelligenza?", National Geographic Italia) Secondo Mildred Salomon:
Leggere attentamente il seguente brano. Certe persone sono particolarmente alte; altre hanno i fianchi più larghi, i capelli più chiari, le dita più lunghe o i piedi più piatti. Nessuno mette in dubbio che il nostro aspetto fisico dipenda almeno in parte dai geni. Ma l'intelligenza? È un tratto ereditario? Visti i progressi nella manipolazione del genoma, è possibile che un giorno la scienza sarà in grado di intervenire sugli embrioni umani in modo da aumentare l'intelligenza del bambino? E sarebbe morale farlo?Innanzitutto bisognerà capire meglio quali sono le radici genetiche dell'intelligenza. Alcuni scienziati sono alla ricerca di questi presunti geni "smart", ma i loro studi sono oggetto di pesanti critiche. I rischi paventati sono soprattutto due: che la ricerca finisca per accreditare pregiudizi razziali sulle differenze innate tra diversi gruppi della popolazione, e che renda possibile la creazione di bimbi "su misura".Secondo Mildred Solomon, presidente dello Hasting Center, un centro studi sulla bioetica, i ricercatori "dovrebbero pensare bene ai limiti da porsi e alle cautele da adottare per non ripetere gli errori del passato", come le campagne di sterilizzazione forzata sugli individui considerati "deboli di mente".Il problema della moralità di questo tipo di ricerca si era posto già l'anno scorso, quando un esperto di genetica comportamentale aveva chiesto di poter studiare gli ex allievi del Center for Talented Youth. Si tratta di un programma fondato e finanziato dalla Johns Hopkins University che finanzia gli studi dei ragazzi che già nella prima adolescenza si dimostrino particolarmente dotati. Lo scienziato voleva raccogliere e analizzare il patrimonio genetico di persone considerate super-intelligenti in modo da individuare i geni responsabili delle loro capacità mentali.Alcuni studiosi, come Dorothy Roberts, docente di diritto e sociologia alla University of Pennsylvania, hanno aspramente criticato la possibilità di cercare le radici genetiche dell'intelligenza umana. Non è vero, ha detto Roberts, che questo tipo di ricerca potrebbe aiutare i bambini svantaggiati dal punto di vista intellettivo: per quello basterebbe destinare più risorse alla loro istruzione. Tutt'altro: qualsiasi ricerca che indaghi sulle componenti ereditarie delle capacità intellettive finirebbe per avallare una visione "razzista, classista e sessista del concetto di intelligenza". Questo tipo di studi, sostiene Roberts, "non può in alcun modo essere socialmente neutrale, e anzi alimenterà le disparità sociali". (da: "Esiste il gene dell'intelligenza?", National Geographic Italia) Secondo Dorothy Roberts, le ricerche sulle radici genetiche dell'intelligenza umana:
Leggere attentamente il seguente brano. Circa 21 milioni di persone, secondo l'Organizzazione mondiale del lavoro (Oit), sono vittime della tratta di esseri umani nel mondo, un fenomeno in continua crescita che si sta trasformando in uno dei principali business a livello planetario. È quanto rileva un recente rapporto del servizio dei Gesuiti per i migranti spagnolo (Sjm), dal titolo: "La tratta di esseri umani, l'affare del commercio delle persone". Uno dei problemi di fondo che ci si trova a dover affrontare, osserva il rapporto, è quello della mancanza di statistiche sul fenomeno elaborate dai singoli Stati, non esiste insomma ancora un monitoraggio articolato a livello locale del problema e tuttavia allo stesso tempo sono ormai numerose le indagini compiute da agenzie internazionali che descrivono nell'insieme un quadro allarmante. Secondo le Nazioni Unite il contrabbando di esseri umani attraverso le frontiere, riguarda almeno 4 milioni di persone e frutta un giro d'affari compreso fra i 7 e 10 miliardi di dollari ogni anno. Tuttavia secondo l'Interpol (l'organizzazione internazionale della polizia criminale), sommando i guadagni provenienti dalla tratta vera e propria agli interessi dei racket che controllano il traffico dei migranti, i numeri sono altri: il business raggiungerebbe infatti i 39mila miliardi di dollari ogni anno, cifre che competono con quelle derivanti dal traffico di droga e di armi. Nel rapporto emerge peraltro anche una questione di genere: l'analisi ravvicinata dei dati relativi alla tratta, mostra infatti come il 79% del traffico riguarda infatti lo sfruttamento sessuale, si tenga conto che ogni anno circa 500mila donne provenienti dai Paesi poveri del mondo entrano in Europa per essere sfruttate nell'ambito dell'economia criminale a sfondo sessuale. Anche il lavoro nero e il lavoro schiavistico sono aspetti direttamente collegati sia alle migrazioni che al commercio di esseri umani. In questo senso, anzi, lo studio dei Gesuiti spagnoli, parla ormai di femminizzazione della tratta; il 55% di tutte le vittime dello sfruttamento da lavoro, sono donne o bambine. Un quadro che trova conferma in altri dati di carattere globale: secondo le Nazioni Unite infatti la maggior parte del miliardo e mezzo di persone che vive con un dollaro al giorno, è composta da donne. Infine si spiega che la tratta con fini di sfruttamento sessuale ha come vittime anche un altro gruppo molto vulnerabile: i minori. Secondo l'Unicef, fino a 2 milioni di bambini sono costretti alla prostituzione nel commercio sessuale in tutto il mondo. Ma la tratta dei minori presenta altre possibilità altrettanto gravi: l'adozione illegale di minori stranieri; il traffico d'organi, il sequestro di minori per essere utilizzati nei conflitti armati (bambini soldato) o nell'accattonaggio, spesso accompagnato da attività delinquenziali. (da: "La Stampa") Dall'articolo emerge che lo sfruttamento del lavoro: