Tutte le domande del quiz : Brani lunghitratto da:Esercito Italiano Quiz - Concorso per l'ammissione al 197° corso dell'Accademia Militare dell'Esercito - Anno accademico 2015/2016  Esercitati su questo Quiz  |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nell'India tradizionale, il padre entra a far parte della vita del figlio maschio in maniera preponderante solo negli ultimi anni della sua infanzia. Nei primi anni e in quelli centrali il rapporto tra i due era un tempo (e in gran parte del Paese continua a esserlo) caratterizzato dalla formalità e dalla superficialità del contatto sociale quotidiano. Negli antichi racconti autobiografici i padri, siano essi severi o permissivi, freddi o affettuosi, sono costantemente ritratti come distanti. La voce del padre, modello primario per la costruzione del senso d'identità di un uomo, si perde tra le voci dei numerosi componenti maschili della famiglia, la sua paternità individuale è smorzata.Le ragioni per cui un padre tradizionale non assume un ruolo apertamente attivo nell'educazione del figlio non sono poi così difficili da comprendere. Un padre tradizionale agisce sotto la logica della famiglia allargata. Questa esige che, allo scopo di impedire la costituzione di cellule nucleari all'interno della famiglia, che ne distruggerebbero la coesione, un padre si trattenga in presenza del figlio, e divida il suo interesse e il suo sostegno in maniera equa tra i propri bambini e quelli dei suoi fratelli. Inoltre può capitare che un giovane padre sia imbarazzato a tenere in braccio il figlioletto di fronte ai membri più anziani della famiglia, poiché quel frutto dei suoi lombi è una prova inequivocabile della sua attività, per l'appunto, “lombare”. Un altro fatto che condiziona i padri tradizionali in India (ma comune anche ad altre società patriarcali) è la dicotomia di genere sui ruoli e sui doveri dei genitori: vi sono cioè idee ben precise su cosa gli uomini debbano e non debbano fare nella cura della casa e dei bambini. Giocare o prendersi cura dei propri bambini e dei neonati non rientra nelle cose che il padre deve fare, dal momento che il suo ruolo principale consiste nell'impartire al figlio la disciplina. Come recita un proverbio indiano del nord: “Tratta un figlio come un re per i primi cinque anni, come uno schiavo per gli altri dieci, e da quel momento in poi come un amico”. (Da: "Gli Indiani - Ritratto di un popolo” di Sudhir e Katharina Kakar, Neri Pozza Editore, Vicenza) Qual è il significato dell'espressione "dicotomia di genere" (paragrafo 3)? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nell'ottobre 1918 Wilson, in occasione delle elezioni per il Congresso, si rivolse agli elettori statunitensi chiedendo loro un voto massiccio per il partito democratico; fu clamorosamente sconfessato e i repubblicani conquistarono la maggioranza sia al Senato sia alla Camera dei rappresentanti. La sconfitta del presidente, che era stato eletto anche in base alla convinzione che egli avrebbe tenuto il Paese fuori del conflitto, fu probabilmente dovuta al modo in cui la politica interna era stata condotta durante i due anni di guerra e al suo atteggiamento che mostrava di voler monopolizzare la vittoria imminente e la pace futura a vantaggio della propria parte politica.Per tutta la durata dell'impegno bellico americano la "nuova libertà" teorizzata da Wilson era stata messa da parte e una pesante legislazione repressiva aveva intaccato alcuni capisaldi della tradizione politica statunitense, colpendo vessatoriamente cittadini classificati bravamente come responsabili di reati "antipatriottici" e che al massimo potevano essere accusati di avere opinioni non conformiste. Quando il presidente partì per l'Europa per partecipare alla conferenza della pace, fu accompagnato dall'avvertimento di Teodoro Roosevelt che le sue enunciazioni e i suoi ormai famosi "quattordici punti" non rappresentavano affatto l'espressione della volontà dei cittadini degli Stati Uniti. Quando tornò con il trattato di Versailles e con il "covenant" della Società delle Nazioni le sue speranze di vederli ratificati dalla nuova maggioranza repubblicana erano puramente illusorie: il minimo che si potesse dire era che, a parte un ristretto numero di suoi fedelissimi seguaci, entrambi i rami del Congresso non intendevano approvare il trattato nella forma che esso aveva. Il clima di crociata democratica era mutato, sia per la fine dell'artificioso entusiasmo che aveva contraddistinto l'intervento, sia per i risultati delle trattative di pace, sia per il diffuso timore di un possibile coinvolgimento in futuri conflitti che non mettevano in gioco interessi americani. Le argomentazioni repubblicane contro la Società delle Nazioni erano in parte speciose, ma destinate a far breccia nell'opinione pubblica: "... quando avrete impegnato questa repubblica a un piano di controllo mondiale fondato sulla forza, sulla forza militare unita delle quattro grandi nazioni del mondo - argomentava il senatore W. E. Borah, il principale oppositore di Wilson in questa materia, - voi avrete per ciò stesso distrutto l'atmosfera di libertà, di fiducia nella capacità di autogoverno delle masse in cui soltanto la democrazia può allignare. Quando questa coalizione sarà formata, quattro grandi potenze, che rappresenteranno i dominatori, governeranno metà degli abitanti della Terra: sarà un governo fondato sulla forza e noi ne faremo parte".Per i repubblicani non si trattava soltanto di questioni di principio (per esempio il diritto del popolo di decidere della guerra e della pace), ma anche di una valutazione strettamente politica del trattato che "con inaudita spietatezza" violava almeno in una dozzina di casi "la divina legge della nazionalità" e precostituiva così i fomiti di un nuovo conflitto: quantunque enfaticamente espressa, la loro convinzione che la Società delle Nazioni rappresentasse la garanzia dell'ordine ("ingiusto") di Versailles non era fondamentalmente sbagliata; dove essi si sbagliavano era nel ritenere che gli Stati Uniti potessero effettivamente condurre una politica isolazionistica, ma probabilmente non era questo il senso da attribuire alla loro volontà di non compromettersi in alleanze. (Archivio Selexi) Quale dei seguenti temi è dominante nel brano? |
| RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nell'ottobre 1918 Wilson, in occasione delle elezioni per il Congresso, si rivolse agli elettori statunitensi chiedendo loro un voto massiccio per il partito democratico; fu clamorosamente sconfessato e i repubblicani conquistarono la maggioranza sia al Senato sia alla Camera dei rappresentanti. La sconfitta del presidente, che era stato eletto anche in base alla convinzione che egli avrebbe tenuto il Paese fuori del conflitto, fu probabilmente dovuta al modo in cui la politica interna era stata condotta durante i due anni di guerra e al suo atteggiamento che mostrava di voler monopolizzare la vittoria imminente e la pace futura a vantaggio della propria parte politica.Per tutta la durata dell'impegno bellico americano la "nuova libertà" teorizzata da Wilson era stata messa da parte e una pesante legislazione repressiva aveva intaccato alcuni capisaldi della tradizione politica statunitense, colpendo vessatoriamente cittadini classificati bravamente come responsabili di reati "antipatriottici" e che al massimo potevano essere accusati di avere opinioni non conformiste. Quando il presidente partì per l'Europa per partecipare alla conferenza della pace, fu accompagnato dall'avvertimento di Teodoro Roosevelt che le sue enunciazioni e i suoi ormai famosi "quattordici punti" non rappresentavano affatto l'espressione della volontà dei cittadini degli Stati Uniti. Quando tornò con il trattato di Versailles e con il "covenant" della Società delle Nazioni le sue speranze di vederli ratificati dalla nuova maggioranza repubblicana erano puramente illusorie: il minimo che si potesse dire era che, a parte un ristretto numero di suoi fedelissimi seguaci, entrambi i rami del Congresso non intendevano approvare il trattato nella forma che esso aveva. Il clima di crociata democratica era mutato, sia per la fine dell'artificioso entusiasmo che aveva contraddistinto l'intervento, sia per i risultati delle trattative di pace, sia per il diffuso timore di un possibile coinvolgimento in futuri conflitti che non mettevano in gioco interessi americani. Le argomentazioni repubblicane contro la Società delle Nazioni erano in parte speciose, ma destinate a far breccia nell'opinione pubblica: "... quando avrete impegnato questa repubblica a un piano di controllo mondiale fondato sulla forza, sulla forza militare unita delle quattro grandi nazioni del mondo - argomentava il senatore W. E. Borah, il principale oppositore di Wilson in questa materia, - voi avrete per ciò stesso distrutto l'atmosfera di libertà, di fiducia nella capacità di autogoverno delle masse in cui soltanto la democrazia può allignare. Quando questa coalizione sarà formata, quattro grandi potenze, che rappresenteranno i dominatori, governeranno metà degli abitanti della Terra: sarà un governo fondato sulla forza e noi ne faremo parte".Per i repubblicani non si trattava soltanto di questioni di principio (per esempio il diritto del popolo di decidere della guerra e della pace), ma anche di una valutazione strettamente politica del trattato che "con inaudita spietatezza" violava almeno in una dozzina di casi "la divina legge della nazionalità" e precostituiva così i fomiti di un nuovo conflitto: quantunque enfaticamente espressa, la loro convinzione che la Società delle Nazioni rappresentasse la garanzia dell'ordine ("ingiusto") di Versailles non era fondamentalmente sbagliata; dove essi si sbagliavano era nel ritenere che gli Stati Uniti potessero effettivamente condurre una politica isolazionistica, ma probabilmente non era questo il senso da attribuire alla loro volontà di non compromettersi in alleanze. (Archivio Selexi) Dal brano si può dedurre che: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nell'ottobre 1918 Wilson, in occasione delle elezioni per il Congresso, si rivolse agli elettori statunitensi chiedendo loro un voto massiccio per il partito democratico; fu clamorosamente sconfessato e i repubblicani conquistarono la maggioranza sia al Senato sia alla Camera dei rappresentanti. La sconfitta del presidente, che era stato eletto anche in base alla convinzione che egli avrebbe tenuto il Paese fuori del conflitto, fu probabilmente dovuta al modo in cui la politica interna era stata condotta durante i due anni di guerra e al suo atteggiamento che mostrava di voler monopolizzare la vittoria imminente e la pace futura a vantaggio della propria parte politica.Per tutta la durata dell'impegno bellico americano la "nuova libertà" teorizzata da Wilson era stata messa da parte e una pesante legislazione repressiva aveva intaccato alcuni capisaldi della tradizione politica statunitense, colpendo vessatoriamente cittadini classificati bravamente come responsabili di reati "antipatriottici" e che al massimo potevano essere accusati di avere opinioni non conformiste. Quando il presidente partì per l'Europa per partecipare alla conferenza della pace, fu accompagnato dall'avvertimento di Teodoro Roosevelt che le sue enunciazioni e i suoi ormai famosi "quattordici punti" non rappresentavano affatto l'espressione della volontà dei cittadini degli Stati Uniti. Quando tornò con il trattato di Versailles e con il "covenant" della Società delle Nazioni le sue speranze di vederli ratificati dalla nuova maggioranza repubblicana erano puramente illusorie: il minimo che si potesse dire era che, a parte un ristretto numero di suoi fedelissimi seguaci, entrambi i rami del Congresso non intendevano approvare il trattato nella forma che esso aveva. Il clima di crociata democratica era mutato, sia per la fine dell'artificioso entusiasmo che aveva contraddistinto l'intervento, sia per i risultati delle trattative di pace, sia per il diffuso timore di un possibile coinvolgimento in futuri conflitti che non mettevano in gioco interessi americani. Le argomentazioni repubblicane contro la Società delle Nazioni erano in parte speciose, ma destinate a far breccia nell'opinione pubblica: "... quando avrete impegnato questa repubblica a un piano di controllo mondiale fondato sulla forza, sulla forza militare unita delle quattro grandi nazioni del mondo - argomentava il senatore W. E. Borah, il principale oppositore di Wilson in questa materia, - voi avrete per ciò stesso distrutto l'atmosfera di libertà, di fiducia nella capacità di autogoverno delle masse in cui soltanto la democrazia può allignare. Quando questa coalizione sarà formata, quattro grandi potenze, che rappresenteranno i dominatori, governeranno metà degli abitanti della Terra: sarà un governo fondato sulla forza e noi ne faremo parte".Per i repubblicani non si trattava soltanto di questioni di principio (per esempio il diritto del popolo di decidere della guerra e della pace), ma anche di una valutazione strettamente politica del trattato che "con inaudita spietatezza" violava almeno in una dozzina di casi "la divina legge della nazionalità" e precostituiva così i fomiti di un nuovo conflitto: quantunque enfaticamente espressa, la loro convinzione che la Società delle Nazioni rappresentasse la garanzia dell'ordine ("ingiusto") di Versailles non era fondamentalmente sbagliata; dove essi si sbagliavano era nel ritenere che gli Stati Uniti potessero effettivamente condurre una politica isolazionistica, ma probabilmente non era questo il senso da attribuire alla loro volontà di non compromettersi in alleanze. (Archivio Selexi) Qual è il significato del termine "speciose" utilizzato dall'autore con riferimento alle argomentazioni repubblicane contro la Società delle Nazioni? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nella comune vita quotidiana i numeri costituiscono una realtà problematica che acquista le connotazioni più varie. Si va dai conti della spesa agli sforzi per far quadrare il bilancio di fine mese, al computo delle tasse da pagare, alla previsione delle ore di lavoro occorrenti per montare gli scaffali in cantina. Queste situazioni sono caratterizzate dall'essere "padroneggiabili", cioè dal fatto che ciascuno può valutare senza eccessiva difficoltà l'estensione e la portata dei dati. Esse non sollevano problemi particolari. Spesso però la dimensione numerica ha un che di effettistico o di misterioso. A seconda dei casi può essere portatrice di messaggi trionfalistici, esoterici o inquietanti, come quando si parla di armamenti, e la sua reale identità si colloca su un piano secondario.A un significato "improprio" dei grandi numeri si assiste in tema di macrocosmo: i milioni di anni luce che costituiscono misure frequenti di distanze interstellari sono così al di là della comune immaginazione da destare soprattutto una meraviglia un po' attonita, una indefinita sensazione di orgoglio per le conquiste scientifiche e tecnologiche che consentono di inviare in esplorazione satelliti, sonde, impulsi di varia lunghezza d'onda e natura. Potremmo dire che il dato numerico assume una connotazione piuttosto trionfalistica. A sensazioni simili si è esposti quando ci si avvicina al microcosmo: velocità dell'elettrone, tempi di rotazione, nanosecondi e concetti affini hanno un che di molto esoterico.Anche il mondo della finanza, in cui si parla di investimenti da migliaia di miliardi e si computano a milioni le ore lavorative perse per uno sciopero, dà luogo a percezioni più "cromatiche" che tratte dall'analisi attenta del reale. Sembra fondata una delle leggi di Parkinson (notazioni umoristiche e assai acute in tema di organizzazioni e di costume) secondo cui quanto più una cifra da impiegare è alta, tanto meno è probabile che il consiglio di amministrazione dia luogo a opposizioni ben strutturate. I grandi numeri sgomentano, specialmente quando si tratta di denaro. Per piccole spese, quali le somme da pagare per la riparazione di un muro di cinta o per coprire con una tettoia il recinto in cui si lasciano le biciclette, è invece facile che si scatenino dispute vibrate tra i vari consiglieri in nome del risparmio e della bontà delle realizzazioni.Effettivamente ci si avvale in modo "proprio" dei dati soltanto quando essi vengono utilizzati per cogliere un certo fenomeno nella sua esatta dimensione. Le capacità in gioco sono quelle consuetamente impegnate nelle prove di livello a contenuto numerico: abilità di calcolo, prontezza nel cogliere gli elementi essenziali, individuazione di aspetti generali sulla base dei valori che vengono forniti.Con le grandi cifre occorrono disponibilità e un po' di attitudine.Quanti alberi vengono impiegati per stampare un giornale da un milione di copie? Basta sapere quanto pesa il giornale e qual è la quantità media di legno occorrente per ottenere la cellulosa necessaria per una copia. Si tratta poi di fare qualche semplice operazione aritmetica. Quanti piani ha un certo grattacielo? È possibile rispondere dividendo l'altezza, conosciuta o stimata, per i tre metri che in generale costituiscono l'altezza media di un appartamento. (Archivio Selexi) L'autore del brano si propone principalmente di: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nella comune vita quotidiana i numeri costituiscono una realtà problematica che acquista le connotazioni più varie. Si va dai conti della spesa agli sforzi per far quadrare il bilancio di fine mese, al computo delle tasse da pagare, alla previsione delle ore di lavoro occorrenti per montare gli scaffali in cantina. Queste situazioni sono caratterizzate dall'essere "padroneggiabili", cioè dal fatto che ciascuno può valutare senza eccessiva difficoltà l'estensione e la portata dei dati. Esse non sollevano problemi particolari. Spesso però la dimensione numerica ha un che di effettistico o di misterioso. A seconda dei casi può essere portatrice di messaggi trionfalistici, esoterici o inquietanti, come quando si parla di armamenti, e la sua reale identità si colloca su un piano secondario.A un significato "improprio" dei grandi numeri si assiste in tema di macrocosmo: i milioni di anni luce che costituiscono misure frequenti di distanze interstellari sono così al di là della comune immaginazione da destare soprattutto una meraviglia un po' attonita, una indefinita sensazione di orgoglio per le conquiste scientifiche e tecnologiche che consentono di inviare in esplorazione satelliti, sonde, impulsi di varia lunghezza d'onda e natura. Potremmo dire che il dato numerico assume una connotazione piuttosto trionfalistica. A sensazioni simili si è esposti quando ci si avvicina al microcosmo: velocità dell'elettrone, tempi di rotazione, nanosecondi e concetti affini hanno un che di molto esoterico.Anche il mondo della finanza, in cui si parla di investimenti da migliaia di miliardi e si computano a milioni le ore lavorative perse per uno sciopero, dà luogo a percezioni più "cromatiche" che tratte dall'analisi attenta del reale. Sembra fondata una delle leggi di Parkinson (notazioni umoristiche e assai acute in tema di organizzazioni e di costume) secondo cui quanto più una cifra da impiegare è alta, tanto meno è probabile che il consiglio di amministrazione dia luogo a opposizioni ben strutturate. I grandi numeri sgomentano, specialmente quando si tratta di denaro. Per piccole spese, quali le somme da pagare per la riparazione di un muro di cinta o per coprire con una tettoia il recinto in cui si lasciano le biciclette, è invece facile che si scatenino dispute vibrate tra i vari consiglieri in nome del risparmio e della bontà delle realizzazioni.Effettivamente ci si avvale in modo "proprio" dei dati soltanto quando essi vengono utilizzati per cogliere un certo fenomeno nella sua esatta dimensione. Le capacità in gioco sono quelle consuetamente impegnate nelle prove di livello a contenuto numerico: abilità di calcolo, prontezza nel cogliere gli elementi essenziali, individuazione di aspetti generali sulla base dei valori che vengono forniti.Con le grandi cifre occorrono disponibilità e un po' di attitudine.Quanti alberi vengono impiegati per stampare un giornale da un milione di copie? Basta sapere quanto pesa il giornale e qual è la quantità media di legno occorrente per ottenere la cellulosa necessaria per una copia. Si tratta poi di fare qualche semplice operazione aritmetica. Quanti piani ha un certo grattacielo? È possibile rispondere dividendo l'altezza, conosciuta o stimata, per i tre metri che in generale costituiscono l'altezza media di un appartamento. (Archivio Selexi) Il brano ha carattere: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nella comune vita quotidiana i numeri costituiscono una realtà problematica che acquista le connotazioni più varie. Si va dai conti della spesa agli sforzi per far quadrare il bilancio di fine mese, al computo delle tasse da pagare, alla previsione delle ore di lavoro occorrenti per montare gli scaffali in cantina. Queste situazioni sono caratterizzate dall'essere "padroneggiabili", cioè dal fatto che ciascuno può valutare senza eccessiva difficoltà l'estensione e la portata dei dati. Esse non sollevano problemi particolari. Spesso però la dimensione numerica ha un che di effettistico o di misterioso. A seconda dei casi può essere portatrice di messaggi trionfalistici, esoterici o inquietanti, come quando si parla di armamenti, e la sua reale identità si colloca su un piano secondario.A un significato "improprio" dei grandi numeri si assiste in tema di macrocosmo: i milioni di anni luce che costituiscono misure frequenti di distanze interstellari sono così al di là della comune immaginazione da destare soprattutto una meraviglia un po' attonita, una indefinita sensazione di orgoglio per le conquiste scientifiche e tecnologiche che consentono di inviare in esplorazione satelliti, sonde, impulsi di varia lunghezza d'onda e natura. Potremmo dire che il dato numerico assume una connotazione piuttosto trionfalistica. A sensazioni simili si è esposti quando ci si avvicina al microcosmo: velocità dell'elettrone, tempi di rotazione, nanosecondi e concetti affini hanno un che di molto esoterico.Anche il mondo della finanza, in cui si parla di investimenti da migliaia di miliardi e si computano a milioni le ore lavorative perse per uno sciopero, dà luogo a percezioni più "cromatiche" che tratte dall'analisi attenta del reale. Sembra fondata una delle leggi di Parkinson (notazioni umoristiche e assai acute in tema di organizzazioni e di costume) secondo cui quanto più una cifra da impiegare è alta, tanto meno è probabile che il consiglio di amministrazione dia luogo a opposizioni ben strutturate. I grandi numeri sgomentano, specialmente quando si tratta di denaro. Per piccole spese, quali le somme da pagare per la riparazione di un muro di cinta o per coprire con una tettoia il recinto in cui si lasciano le biciclette, è invece facile che si scatenino dispute vibrate tra i vari consiglieri in nome del risparmio e della bontà delle realizzazioni.Effettivamente ci si avvale in modo "proprio" dei dati soltanto quando essi vengono utilizzati per cogliere un certo fenomeno nella sua esatta dimensione. Le capacità in gioco sono quelle consuetamente impegnate nelle prove di livello a contenuto numerico: abilità di calcolo, prontezza nel cogliere gli elementi essenziali, individuazione di aspetti generali sulla base dei valori che vengono forniti.Con le grandi cifre occorrono disponibilità e un po' di attitudine.Quanti alberi vengono impiegati per stampare un giornale da un milione di copie? Basta sapere quanto pesa il giornale e qual è la quantità media di legno occorrente per ottenere la cellulosa necessaria per una copia. Si tratta poi di fare qualche semplice operazione aritmetica. Quanti piani ha un certo grattacielo? È possibile rispondere dividendo l'altezza, conosciuta o stimata, per i tre metri che in generale costituiscono l'altezza media di un appartamento. (Archivio Selexi) Quale delle seguenti alternative è correttamente deducibile dal brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nessuno lo vide sbarcare nella notte unanime, nessuno vide la canoa di bambù incagliarsi nel fondo sacro; ma pochi giorni dopo, nessuno ignorava che l'uomo taciturno veniva dal Sud e che la sua patria era uno degli infiniti villaggi che sono a monte del fiume, nel fianco violento della montagna, dove l'idioma zend non è contaminato dal greco, e dove la lebbra è infrequente. L'uomo grigio baciò il fango, montò sulla riva senza scostare (probabilmente senza sentire) i rovi che gli laceravano le carni, e si ritrasse melmoso e insanguinato fino al recinto circolare che corona una tigre o cavallo di pietra, che fu una volta del colore del fuoco ed è ora di quello della cenere. Questa rotonda è ciò che resta d'un tempio che antichi incendi divorarono, che profanò la vegetazione delle paludi, e il cui dio non riceve più onori dagli uomini. Lo straniero si stese ai piedi della statua. Constatò senza stupore che le ferite s'erano cicatrizzate; chiuse gli occhi pallidi e dormì, non per stanchezza della carne ma per determinazione della volontà. Sapeva che questo tempio era il luogo che conveniva al suo invincibile proposito: sapeva che gli alberi incessanti non erano riusciti a soffocare, più a valle, le rovine d'un altro tempio propizio, anch'esso di dei incendiati e morti; sapeva che il suo obbligo immediato era il sonno. Verso la mezzanotte lo svegliò il grido inconsolabile d'un uccello. Sentì il freddo della paura e cercò nella muraglia dilapidata una nicchia sepolcrale, si coprì con foglie sconosciute. Il proposito che lo guidava non era impossibile, anche se soprannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo nella realtà. (Borges, "Finzioni", Einaudi) Per quale motivo l'uomo si reca presso i resti del tempio? |
| RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nessuno lo vide sbarcare nella notte unanime, nessuno vide la canoa di bambù incagliarsi nel fondo sacro; ma pochi giorni dopo, nessuno ignorava che l'uomo taciturno veniva dal Sud e che la sua patria era uno degli infiniti villaggi che sono a monte del fiume, nel fianco violento della montagna, dove l'idioma zend non è contaminato dal greco, e dove la lebbra è infrequente. L'uomo grigio baciò il fango, montò sulla riva senza scostare (probabilmente senza sentire) i rovi che gli laceravano le carni, e si ritrasse melmoso e insanguinato fino al recinto circolare che corona una tigre o cavallo di pietra, che fu una volta del colore del fuoco ed è ora di quello della cenere. Questa rotonda è ciò che resta d'un tempio che antichi incendi divorarono, che profanò la vegetazione delle paludi, e il cui dio non riceve più onori dagli uomini. Lo straniero si stese ai piedi della statua. Constatò senza stupore che le ferite s'erano cicatrizzate; chiuse gli occhi pallidi e dormì, non per stanchezza della carne ma per determinazione della volontà. Sapeva che questo tempio era il luogo che conveniva al suo invincibile proposito: sapeva che gli alberi incessanti non erano riusciti a soffocare, più a valle, le rovine d'un altro tempio propizio, anch'esso di dei incendiati e morti; sapeva che il suo obbligo immediato era il sonno. Verso la mezzanotte lo svegliò il grido inconsolabile d'un uccello. Sentì il freddo della paura e cercò nella muraglia dilapidata una nicchia sepolcrale, si coprì con foglie sconosciute. Il proposito che lo guidava non era impossibile, anche se soprannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo nella realtà. (Borges, "Finzioni", Einaudi) Che cosa resta dell'antico tempio dove si reca l'uomo? |
| RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nettamente distinto in tre episodi di uguale durata (circa 20 min. ciascuno), "Fear and Desire" propone, con tutti i limiti propri di un'inesperta opera giovanile, la poetica completa di Kubrick. Se il futuro grande autore non esordisce con una pellicola eccezionale (peraltro anche il successivo "Killer's Kiss" non è un lavoro memorabile), ciononostante i temi appaiono già estremamente ben delineati, al punto che essi non subiranno più sostanziali mutamenti di prospettiva, limitandosi Kubrick a un loro ossessivo approfondimento e ampliamento, mediante anche una loro continua ricollocazione in differenti coordinate spazio-temporali. Laddove Fellini, Antonioni, Pasolini o Visconti esordiscono con opere prime sorprendenti, che segnalano autori già fortemente caratterizzati, Kubrick, pur tentando anch'egli fin dall'inizio "l'opera d'arte" alta e personale seppur travestita da film bellico, approda però a un esito modesto, penalizzato soprattutto dai dialoghi verbosi e letterari.Ciò che colpisce, col senno di poi, è la presenza delle tematiche fondamentali del suo futuro cinema. Il film dipinge l'uomo quale pura aggressività, quale spietata macchina da guerra: nella prima parte la spinta alla sopraffazione agisce in relazione alla fame (l'assalto alla pattuglia nemica, l'appropriarsi del loro "stufato" dopo averli uccisi); nella seconda essa agisce in rapporto all'istinto sessuale (la cattura della ragazza, la tentata violenza, la fuga e la morte della giovane); nella terza essa si manifesta sia come ossessione/competizione/duello (nell'impresa contro il Generale, Mac sembra dare un senso alla propria "inutile" esistenza), sia come istinto di autoconservazione (il furto dell'aeroplano e la salvezza).La concezione hobbesiana della vita come lotta senza quartiere, come guerra di tutti contro tutti, esordisce ora nel cinema di Kubrick per rimanervi, radicata e centrale, fino ad "Eyes Wide Shut". Nell'astratta foresta, luogo universale dell'esistere, attraversata da un fiume il cui scorrere allude all'indifferente passare delle ore e dei giorni, gli uomini si affrontano decisi a combattere per soddisfare le proprie pulsioni primarie: la fame, il desiderio sessuale, l'istinto aggressivo finalizzato alla propria autoconservazione ovvero il duello "utile alla vita" oltre che manifestazione ineludibile dell'umano spirito di competizione. (da: G. Rausa, "Fear and Desire: pulsioni primarie in uno schizzo d'autore (1953)" http://www.giusepperausa.it) Quale, tra i seguenti, NON è un tema affrontato da Kubrick in “Fear and desire”? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nettamente distinto in tre episodi di uguale durata (circa 20 min. ciascuno), "Fear and Desire" propone, con tutti i limiti propri di un'inesperta opera giovanile, la poetica completa di Kubrick. Se il futuro grande autore non esordisce con una pellicola eccezionale (peraltro anche il successivo "Killer's Kiss" non è un lavoro memorabile), ciononostante i temi appaiono già estremamente ben delineati, al punto che essi non subiranno più sostanziali mutamenti di prospettiva, limitandosi Kubrick a un loro ossessivo approfondimento e ampliamento, mediante anche una loro continua ricollocazione in differenti coordinate spazio-temporali. Laddove Fellini, Antonioni, Pasolini o Visconti esordiscono con opere prime sorprendenti, che segnalano autori già fortemente caratterizzati, Kubrick, pur tentando anch'egli fin dall'inizio "l'opera d'arte" alta e personale seppur travestita da film bellico, approda però a un esito modesto, penalizzato soprattutto dai dialoghi verbosi e letterari.Ciò che colpisce, col senno di poi, è la presenza delle tematiche fondamentali del suo futuro cinema. Il film dipinge l'uomo quale pura aggressività, quale spietata macchina da guerra: nella prima parte la spinta alla sopraffazione agisce in relazione alla fame (l'assalto alla pattuglia nemica, l'appropriarsi del loro "stufato" dopo averli uccisi); nella seconda essa agisce in rapporto all'istinto sessuale (la cattura della ragazza, la tentata violenza, la fuga e la morte della giovane); nella terza essa si manifesta sia come ossessione/competizione/duello (nell'impresa contro il Generale, Mac sembra dare un senso alla propria "inutile" esistenza), sia come istinto di autoconservazione (il furto dell'aeroplano e la salvezza).La concezione hobbesiana della vita come lotta senza quartiere, come guerra di tutti contro tutti, esordisce ora nel cinema di Kubrick per rimanervi, radicata e centrale, fino ad "Eyes Wide Shut". Nell'astratta foresta, luogo universale dell'esistere, attraversata da un fiume il cui scorrere allude all'indifferente passare delle ore e dei giorni, gli uomini si affrontano decisi a combattere per soddisfare le proprie pulsioni primarie: la fame, il desiderio sessuale, l'istinto aggressivo finalizzato alla propria autoconservazione ovvero il duello "utile alla vita" oltre che manifestazione ineludibile dell'umano spirito di competizione. (da: G. Rausa, "Fear and Desire: pulsioni primarie in uno schizzo d'autore (1953)" http://www.giusepperausa.it) Quale delle seguenti affermazioni sulla visione di Kubrick della natura umana è coerente con quanto esposto nel brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Oggi, nella maggior parte dei paesi avanzati, il calcolo del tasso di disoccupazione si basa sulle indagini sulle famiglie. In Europa, questa indagine è chiamata “Labour Force Survey” (Lfs) ed è basata su interviste a un campione rappresentativo di individui. Ogni persona viene classificata come occupata se, nella settimana che precede quella in cui viene condotta l'intervista, ha svolto almeno un'ora di lavoro retribuito in una qualsiasi attività. Nell'Unione Europea, stime basate su Lfs mostrano che, nel 2008, il tasso medio di disoccupazione era pari al 7,1%. Negli Stati Uniti, viene condotta un'indagine chiamata “Current Population Survey” (Cps), basata su interviste mensili a 50.000 famiglie. L'indagine classifica un individuo come occupato se svolge attività lavorativa al momento dell'intervista e come disoccupato se non ha un lavoro ma ha compiuto almeno un'azione di ricerca nelle ultime quattro settimane. Stime basate sul Cps mostrano che, nel 2006, 144,4 milioni di persone in media erano occupate e sette milioni disoccupate, quindi il tasso di disoccupazione era pari al 4,6% circa.Notate che solo chi è in cerca di un lavoro è considerato disoccupato; coloro che invece non lavorano, ma non stanno nemmeno cercando un lavoro, sono considerati fuori dalla forza lavoro. Quando la disoccupazione è alta, alcune delle persone senza un lavoro smettono di cercarne uno e quindi non sono più considerate disoccupate. Queste persone prendono il nome di “lavoratori scoraggiati”. Considerate un esempio estremo: se tutti i lavoratori senza un'occupazione rinunciassero a cercarne una, il tasso di disoccupazione sarebbe uguale a zero. Questo farebbe del tasso di disoccupazione un indicatore poco affidabile di cosa sta succedendo nel mercato del lavoro. L'esempio è evidentemente estremo; in pratica, quando l'economia rallenta, di solito si osserva sia un aumento della disoccupazione sia un aumento del numero di persone che escono dalla forza lavoro. (da: O. Blanchard, A. Amighini, F. Giavazzi, “Scoprire la macroeconomia”, Il Mulino, 2010) Secondo le indagini di cui si parla nel brano, i “lavoratori scoraggiati” sono: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ogni volta che qualcuno mi chiede di parlare del metodo scientifico sono in imbarazzo. Non tanto perché nutra dubbi fayerabendiani sull'esistenza del metodo, quanto perché non so bene né di che cosa il mio interlocutore vuole che parli, né se vuole che ne parli in senso storico.Che cosa si intende quando si chiede qualcosa intorno al metodo? Forse quali sono le regole grazie alle quali uno scienziato persegue un suo qualche fine da identificare? Forse proprio qualcosa intorno a tale fine? O forse qualcosa di più generale? Si vuole una storia del metodo scientifico attraverso i secoli? Si vuole la situazione dello stato dell'arte?Perché tutte queste domande per una richiesta apparentemente non ambigua, almeno stando all'intendere comune? Ebbene perché l'intendere comune, qui in Italia, è stato viziato da un'educazione non perfettamente in linea con ciò che si fa e si discute quando realmente ci si occupa di filosofia della scienza.Innanzitutto la filosofia della scienza non è solo lo studio del metodo scientifico inteso quale insieme di ricette più o meno definite o definibili che indicano prescrittivamente o descrittivamente il processo della ricerca scientifica. In secondo luogo, anche chi si occupa di metodologia non è detto che si debba occupare di metodo. Infatti con "metodologia" si dovrebbe intendere la "filosofia della scienza generale", per distinguerla dalla "filosofia delle scienze particolari".La "filosofia della scienza generale" si occupa di problemi riguardanti concetti che, più o meno, sono presenti in ogni ambito scientifico: la spiegazione, il realismo con i connessi problemi della sottodeterminazione teorica a causa dei dati, il problema delle notazioni equivalenti, l'inferenza alla miglior spiegazione o alla miglior causa o alla miglior corroborazione, la natura delle leggi di natura, il problema della controfattualità, la teoreticità della conoscenza e il problema del confronto fra teorie diverse, il progresso scientifico, i rapporti fra scienza e altri domini conoscitivi o valutativi ecc. Invece la "filosofia delle scienze particolari" si occupa dell'analisi filosofica di concetti di particolari ambiti scientifici (il problema della massa, del tempo, dello spazio ecc.) o di particolari teorie scientifiche (i problemi filosofici della relatività, della meccanica quantistica, della biologia teorica ecc.).Una volta specificato quanto sopra, mi è più facile proporre delle riflessioni sullo snodo metodo/scienza/filosofia. Dapprima parlerò della "filosofia" che di principio non dovrebbe essere fatta senza scienza, ossia della filosofia della scienza. Così discuterò dell'utilità di soffermarsi ancora sul metodo e delle due fallacie che derivano dal fare filosofia della scienza senza scienza e filosofia della scienza senza filosofia. Infine, brevemente, mi soffermerò sulla questione se sia possibile fare scienza senza filosofia e filosofia senza scienza.Affrontare la questione del metodo scientifico comporta innanzitutto trovarsi davanti a un trivio: fare storia del metodo? Utilizzare un approccio descrittivista? Proporre una via prescrittivista?Inoltrarsi lungo la prima possibilità significa vestire i panni dello storico e tentare di capire qual è il metodo scientifico teorizzato da un particolare autore in una particolare epoca, oppure vedere come all'interno di una data comunità scientifica, ben localizzata temporalmente, gli scienziati si sono comportati.Un lavoro quindi perfettamente legittimo, che vede storici delle idee, storici della filosofia e storici della scienza al lavoro. Si studia qual era il metodo cartesiano, o quello baconiano. Si analizza il dibattito che c'è stato in Inghilterra nella prima metà dell'800 fra John F.W. Herschel, William Whewell e John Stuart Mill. Oppure le discussioni, ormai avvenute quasi una trentina di anni fa, fra, da una parte Karl Popper e dall'altra Paul K. Feyerabend, Imre Lakatos e Thomas S. Kuhn. (Archivio Selexi) Quale potrebbe essere verosimilmente il titolo del brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ogni volta che qualcuno mi chiede di parlare del metodo scientifico sono in imbarazzo. Non tanto perché nutra dubbi fayerabendiani sull'esistenza del metodo, quanto perché non so bene né di che cosa il mio interlocutore vuole che parli, né se vuole che ne parli in senso storico.Che cosa si intende quando si chiede qualcosa intorno al metodo? Forse quali sono le regole grazie alle quali uno scienziato persegue un suo qualche fine da identificare? Forse proprio qualcosa intorno a tale fine? O forse qualcosa di più generale? Si vuole una storia del metodo scientifico attraverso i secoli? Si vuole la situazione dello stato dell'arte?Perché tutte queste domande per una richiesta apparentemente non ambigua, almeno stando all'intendere comune? Ebbene perché l'intendere comune, qui in Italia, è stato viziato da un'educazione non perfettamente in linea con ciò che si fa e si discute quando realmente ci si occupa di filosofia della scienza.Innanzitutto la filosofia della scienza non è solo lo studio del metodo scientifico inteso quale insieme di ricette più o meno definite o definibili che indicano prescrittivamente o descrittivamente il processo della ricerca scientifica. In secondo luogo, anche chi si occupa di metodologia non è detto che si debba occupare di metodo. Infatti con "metodologia" si dovrebbe intendere la "filosofia della scienza generale", per distinguerla dalla "filosofia delle scienze particolari".La "filosofia della scienza generale" si occupa di problemi riguardanti concetti che, più o meno, sono presenti in ogni ambito scientifico: la spiegazione, il realismo con i connessi problemi della sottodeterminazione teorica a causa dei dati, il problema delle notazioni equivalenti, l'inferenza alla miglior spiegazione o alla miglior causa o alla miglior corroborazione, la natura delle leggi di natura, il problema della controfattualità, la teoreticità della conoscenza e il problema del confronto fra teorie diverse, il progresso scientifico, i rapporti fra scienza e altri domini conoscitivi o valutativi ecc. Invece la "filosofia delle scienze particolari" si occupa dell'analisi filosofica di concetti di particolari ambiti scientifici (il problema della massa, del tempo, dello spazio ecc.) o di particolari teorie scientifiche (i problemi filosofici della relatività, della meccanica quantistica, della biologia teorica ecc.).Una volta specificato quanto sopra, mi è più facile proporre delle riflessioni sullo snodo metodo/scienza/filosofia. Dapprima parlerò della "filosofia" che di principio non dovrebbe essere fatta senza scienza, ossia della filosofia della scienza. Così discuterò dell'utilità di soffermarsi ancora sul metodo e delle due fallacie che derivano dal fare filosofia della scienza senza scienza e filosofia della scienza senza filosofia. Infine, brevemente, mi soffermerò sulla questione se sia possibile fare scienza senza filosofia e filosofia senza scienza.Affrontare la questione del metodo scientifico comporta innanzitutto trovarsi davanti a un trivio: fare storia del metodo? Utilizzare un approccio descrittivista? Proporre una via prescrittivista?Inoltrarsi lungo la prima possibilità significa vestire i panni dello storico e tentare di capire qual è il metodo scientifico teorizzato da un particolare autore in una particolare epoca, oppure vedere come all'interno di una data comunità scientifica, ben localizzata temporalmente, gli scienziati si sono comportati.Un lavoro quindi perfettamente legittimo, che vede storici delle idee, storici della filosofia e storici della scienza al lavoro. Si studia qual era il metodo cartesiano, o quello baconiano. Si analizza il dibattito che c'è stato in Inghilterra nella prima metà dell'800 fra John F.W. Herschel, William Whewell e John Stuart Mill. Oppure le discussioni, ormai avvenute quasi una trentina di anni fa, fra, da una parte Karl Popper e dall'altra Paul K. Feyerabend, Imre Lakatos e Thomas S. Kuhn. (Archivio Selexi) L'autore del brano è presumibilmente: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ogni volta che qualcuno mi chiede di parlare del metodo scientifico sono in imbarazzo. Non tanto perché nutra dubbi fayerabendiani sull'esistenza del metodo, quanto perché non so bene né di che cosa il mio interlocutore vuole che parli, né se vuole che ne parli in senso storico.Che cosa si intende quando si chiede qualcosa intorno al metodo? Forse quali sono le regole grazie alle quali uno scienziato persegue un suo qualche fine da identificare? Forse proprio qualcosa intorno a tale fine? O forse qualcosa di più generale? Si vuole una storia del metodo scientifico attraverso i secoli? Si vuole la situazione dello stato dell'arte?Perché tutte queste domande per una richiesta apparentemente non ambigua, almeno stando all'intendere comune? Ebbene perché l'intendere comune, qui in Italia, è stato viziato da un'educazione non perfettamente in linea con ciò che si fa e si discute quando realmente ci si occupa di filosofia della scienza.Innanzitutto la filosofia della scienza non è solo lo studio del metodo scientifico inteso quale insieme di ricette più o meno definite o definibili che indicano prescrittivamente o descrittivamente il processo della ricerca scientifica. In secondo luogo, anche chi si occupa di metodologia non è detto che si debba occupare di metodo. Infatti con "metodologia" si dovrebbe intendere la "filosofia della scienza generale", per distinguerla dalla "filosofia delle scienze particolari".La "filosofia della scienza generale" si occupa di problemi riguardanti concetti che, più o meno, sono presenti in ogni ambito scientifico: la spiegazione, il realismo con i connessi problemi della sottodeterminazione teorica a causa dei dati, il problema delle notazioni equivalenti, l'inferenza alla miglior spiegazione o alla miglior causa o alla miglior corroborazione, la natura delle leggi di natura, il problema della controfattualità, la teoreticità della conoscenza e il problema del confronto fra teorie diverse, il progresso scientifico, i rapporti fra scienza e altri domini conoscitivi o valutativi ecc. Invece la "filosofia delle scienze particolari" si occupa dell'analisi filosofica di concetti di particolari ambiti scientifici (il problema della massa, del tempo, dello spazio ecc.) o di particolari teorie scientifiche (i problemi filosofici della relatività, della meccanica quantistica, della biologia teorica ecc.).Una volta specificato quanto sopra, mi è più facile proporre delle riflessioni sullo snodo metodo/scienza/filosofia. Dapprima parlerò della "filosofia" che di principio non dovrebbe essere fatta senza scienza, ossia della filosofia della scienza. Così discuterò dell'utilità di soffermarsi ancora sul metodo e delle due fallacie che derivano dal fare filosofia della scienza senza scienza e filosofia della scienza senza filosofia. Infine, brevemente, mi soffermerò sulla questione se sia possibile fare scienza senza filosofia e filosofia senza scienza.Affrontare la questione del metodo scientifico comporta innanzitutto trovarsi davanti a un trivio: fare storia del metodo? Utilizzare un approccio descrittivista? Proporre una via prescrittivista?Inoltrarsi lungo la prima possibilità significa vestire i panni dello storico e tentare di capire qual è il metodo scientifico teorizzato da un particolare autore in una particolare epoca, oppure vedere come all'interno di una data comunità scientifica, ben localizzata temporalmente, gli scienziati si sono comportati.Un lavoro quindi perfettamente legittimo, che vede storici delle idee, storici della filosofia e storici della scienza al lavoro. Si studia qual era il metodo cartesiano, o quello baconiano. Si analizza il dibattito che c'è stato in Inghilterra nella prima metà dell'800 fra John F.W. Herschel, William Whewell e John Stuart Mill. Oppure le discussioni, ormai avvenute quasi una trentina di anni fa, fra, da una parte Karl Popper e dall'altra Paul K. Feyerabend, Imre Lakatos e Thomas S. Kuhn. (Archivio Selexi) Il brano si inserisce verosimilmente nel contesto di: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ogni volta che qualcuno mi chiede di parlare del metodo scientifico sono in imbarazzo. Non tanto perché nutra dubbi fayerabendiani sull'esistenza del metodo, quanto perché non so bene né di che cosa il mio interlocutore vuole che parli, né se vuole che ne parli in senso storico.Che cosa si intende quando si chiede qualcosa intorno al metodo? Forse quali sono le regole grazie alle quali uno scienziato persegue un suo qualche fine da identificare? Forse proprio qualcosa intorno a tale fine? O forse qualcosa di più generale? Si vuole una storia del metodo scientifico attraverso i secoli? Si vuole la situazione dello stato dell'arte?Perché tutte queste domande per una richiesta apparentemente non ambigua, almeno stando all'intendere comune? Ebbene perché l'intendere comune, qui in Italia, è stato viziato da un'educazione non perfettamente in linea con ciò che si fa e si discute quando realmente ci si occupa di filosofia della scienza.Innanzitutto la filosofia della scienza non è solo lo studio del metodo scientifico inteso quale insieme di ricette più o meno definite o definibili che indicano prescrittivamente o descrittivamente il processo della ricerca scientifica. In secondo luogo, anche chi si occupa di metodologia non è detto che si debba occupare di metodo. Infatti con "metodologia" si dovrebbe intendere la "filosofia della scienza generale", per distinguerla dalla "filosofia delle scienze particolari".La "filosofia della scienza generale" si occupa di problemi riguardanti concetti che, più o meno, sono presenti in ogni ambito scientifico: la spiegazione, il realismo con i connessi problemi della sottodeterminazione teorica a causa dei dati, il problema delle notazioni equivalenti, l'inferenza alla miglior spiegazione o alla miglior causa o alla miglior corroborazione, la natura delle leggi di natura, il problema della controfattualità, la teoreticità della conoscenza e il problema del confronto fra teorie diverse, il progresso scientifico, i rapporti fra scienza e altri domini conoscitivi o valutativi ecc. Invece la "filosofia delle scienze particolari" si occupa dell'analisi filosofica di concetti di particolari ambiti scientifici (il problema della massa, del tempo, dello spazio ecc.) o di particolari teorie scientifiche (i problemi filosofici della relatività, della meccanica quantistica, della biologia teorica ecc.).Una volta specificato quanto sopra, mi è più facile proporre delle riflessioni sullo snodo metodo/scienza/filosofia. Dapprima parlerò della "filosofia" che di principio non dovrebbe essere fatta senza scienza, ossia della filosofia della scienza. Così discuterò dell'utilità di soffermarsi ancora sul metodo e delle due fallacie che derivano dal fare filosofia della scienza senza scienza e filosofia della scienza senza filosofia. Infine, brevemente, mi soffermerò sulla questione se sia possibile fare scienza senza filosofia e filosofia senza scienza.Affrontare la questione del metodo scientifico comporta innanzitutto trovarsi davanti a un trivio: fare storia del metodo? Utilizzare un approccio descrittivista? Proporre una via prescrittivista?Inoltrarsi lungo la prima possibilità significa vestire i panni dello storico e tentare di capire qual è il metodo scientifico teorizzato da un particolare autore in una particolare epoca, oppure vedere come all'interno di una data comunità scientifica, ben localizzata temporalmente, gli scienziati si sono comportati.Un lavoro quindi perfettamente legittimo, che vede storici delle idee, storici della filosofia e storici della scienza al lavoro. Si studia qual era il metodo cartesiano, o quello baconiano. Si analizza il dibattito che c'è stato in Inghilterra nella prima metà dell'800 fra John F.W. Herschel, William Whewell e John Stuart Mill. Oppure le discussioni, ormai avvenute quasi una trentina di anni fa, fra, da una parte Karl Popper e dall'altra Paul K. Feyerabend, Imre Lakatos e Thomas S. Kuhn. (Archivio Selexi) Secondo l'autore del brano, il metodo scientifico NON è: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ormai è assodato. Le agenzie di rating hanno avuto una trasmutazione genetica. Sono diventate un ogm dei mercati finanziari. Probabilmente dannose per la salute dei listini. Erano nate come strumento di garanzia perché il loro voto era un'assicurazione sulla solidità degli investimenti. Si sono trasformate in un elemento destabilizzante capace di far perdere milioni di dollari o di euro a chi investe. L'ampiezza e l'incisività della trasformazione è emersa in tutta chiarezza. In mattinata le Borse europee, sostenute dagli interventi della Bce a supporto di Italia e Spagna, avevano galoppato. Nel pomeriggio Wall Street, condizionata dal parere negativo di S&P sui conti pubblici, ha perso terreno trascinando il resto.Nel 2010 sono state emesse circa 270.000 valutazioni per un totale di debito analizzato pari a circa 32 trilioni di dollari, con circa 10.000 dipendenti nel mondo. Quindi con una “produttività” di 27 analisi pro-capite.Immaginiamo cosa significhi dare la valutazione di un Paese immenso come gli Usa. Nessuno dubita della preparazione dei dipendenti anche se, in massima parte, si tratta di giovani, sicuramente molto efficienti ma forse non sempre di grandissima esperienza.In attesa di una regolamentazione a livello internazionale, l'utilizzo del rating sugli Stati sovrani va in qualche modo riconsiderato o ridimensionato alla stregua di un semplice supporto indicativo. Un “campanello di allarme”. Non la certezza sulla presenza dei ladri. Si deve evitare che la cieca osservanza da parte degli investitori meno esperti (e soprattutto l'uso o abuso strumentale degli speculatori) finisca per determinare quei bruschi cambiamenti di segno degli indici finanziari che bruciano risorse immense e hanno riflessi negativi sull'economia (e la politica) “reale”. (di Nino Sunseri, “Libero”) Quante valutazioni si stima che faccia ogni dipendente di un'agenzia di rating? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Per alcuni sono lo strascico della generazione X, quella scettica, disincantata, post-ideologica. Sono gli ultimi arrivati di una prole nichilista, neanche troppo sfortunata, rammollita dagli agi, incapace di rivoluzioni, forse appena di evoluzioni. Per altri sono la prova del proprio fallimento. Quelli da compatire, i nipoti a cui chiedere scusa. Con tutti quei debiti da pagare e poi le pensioni e quel lavoro fisso che non vedranno mai.E se i giovani fossero altro? Mentre la flessibilità è costretta da riforme mancate alla sua versione più feroce, il precariato, una nuova generazione di italiani si sta trasformando silenziosamente.Si potrebbe definirli i "resilienti". Come certe sostanze che si adattano agli urti, sono reattivi e plastici. Flessibili davanti a ogni rigida resistenza. Nel momento in cui la crisi porta al pettine i nodi del sistema, i resilienti si districano tra i rimbalzi dello stage, i labirinti interinali e l'ossigeno a progetto, imparando a riconoscere i peggiori difetti di chi li aveva preceduti e diventando altro.Sul loro biglietto da visita non c'è un dott. o un rag., ma nome e cognome accompagnati dalle figlie delle ambizioni mortificate e dei cambi di rotta: le loro esperienze frammentate, solo talvolta legate ai titoli di studio. Sono i laureati in fisica, diventati panettieri, insegnanti e infine web designer. Questi nuovi italiani sanno che non avranno carriere lineari, ma percorsi variegati e ciclici.Nel tentativo di trovare una collocazione, hanno imparato a credere nei principi neo-borghesi della meritocrazia e dello sforzo, ma anche nel dono e nello scambio. I resilienti si sono formati imparando le lingue degli altri, viaggiando e vivendo in mezzo ai "diversi da noi", tra i quali sono finiti per studiare o lavorare.Questi italiani hanno i tratti dell'uomo postmoderno a suo agio nelle contrazioni telematiche dello spazio e del tempo. Grazie alla tecnologia hanno imparato a muoversi fra le pieghe della storia, dell'arte e della cultura, a non aver paura del passato, ad accorciare le distanze nel presente. Vivono dolorosamente l'accerchiamento di strutture statiche in una periferia dell'Occidente dove le voci forti sono quelle degli ipergarantiti, dei fedelissimi del posto fisso, del sissignore e unamanolavalaltra. Intanto si chiedono se Darwin avesse ragione, se vinca davvero la specie che si adatta meglio ai cambiamenti, se il futuro sarà loro. (da: Valentina Parasecolo, “Se ha ragione Darwin, i giovani giusti ci sono già”, Il Sole 24 Ore) Secondo l'autrice, qual è il problema principale della struttura socio-lavorativa con cui devono combattere i giovani? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Poiché mi sarebbe stato necessario risalire la corrente almeno per cinquecento metri, prima di trovare un luogo sgombro di erbe e di giunchi dove poter prender terra, v'erano per me nove probabilità su dieci di non poter dirigermi in quella bruma e di affogare, per buon nuotatore che fossi. Cercavo di ragionare. Mi sentivo la volontà fermissima di non aver per nulla paura, ma in me c'era un'altra cosa, oltre la mia volontà, e quest'altra cosa aveva paura. Mi chiedevo di che cosa potessi temere; il mio io coraggioso derise il mio io codardo, e mai colsi così bene, come in quel giorno, il contrasto di due esseri che sono in noi, l'uno che vuole, l'altro che resiste, e ognuno, di volta in volta, vittorioso. (Archivio Selexi) Che cos'è "l'altra cosa"? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Poiché mi sarebbe stato necessario risalire la corrente almeno per cinquecento metri, prima di trovare un luogo sgombro di erbe e di giunchi dove poter prender terra, v'erano per me nove probabilità su dieci di non poter dirigermi in quella bruma e di affogare, per buon nuotatore che fossi. Cercavo di ragionare. Mi sentivo la volontà fermissima di non aver per nulla paura, ma in me c'era un'altra cosa, oltre la mia volontà, e quest'altra cosa aveva paura. Mi chiedevo di che cosa potessi temere; il mio io coraggioso derise il mio io codardo, e mai colsi così bene, come in quel giorno, il contrasto di due esseri che sono in noi, l'uno che vuole, l'altro che resiste, e ognuno, di volta in volta, vittorioso. (Archivio Selexi) Quale sembra una necessità urgente al protagonista? |
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Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nell'India tradizionale, il padre entra a far parte della vita del figlio maschio in maniera preponderante solo negli ultimi anni della sua infanzia. Nei primi anni e in quelli centrali il rapporto tra i due era un tempo (e in gran parte del Paese continua a esserlo) caratterizzato dalla formalità e dalla superficialità del contatto sociale quotidiano. Negli antichi racconti autobiografici i padri, siano essi severi o permissivi, freddi o affettuosi, sono costantemente ritratti come distanti. La voce del padre, modello primario per la costruzione del senso d'identità di un uomo, si perde tra le voci dei numerosi componenti maschili della famiglia, la sua paternità individuale è smorzata.Le ragioni per cui un padre tradizionale non assume un ruolo apertamente attivo nell'educazione del figlio non sono poi così difficili da comprendere. Un padre tradizionale agisce sotto la logica della famiglia allargata. Questa esige che, allo scopo di impedire la costituzione di cellule nucleari all'interno della famiglia, che ne distruggerebbero la coesione, un padre si trattenga in presenza del figlio, e divida il suo interesse e il suo sostegno in maniera equa tra i propri bambini e quelli dei suoi fratelli. Inoltre può capitare che un giovane padre sia imbarazzato a tenere in braccio il figlioletto di fronte ai membri più anziani della famiglia, poiché quel frutto dei suoi lombi è una prova inequivocabile della sua attività, per l'appunto, “lombare”. Un altro fatto che condiziona i padri tradizionali in India (ma comune anche ad altre società patriarcali) è la dicotomia di genere sui ruoli e sui doveri dei genitori: vi sono cioè idee ben precise su cosa gli uomini debbano e non debbano fare nella cura della casa e dei bambini. Giocare o prendersi cura dei propri bambini e dei neonati non rientra nelle cose che il padre deve fare, dal momento che il suo ruolo principale consiste nell'impartire al figlio la disciplina. Come recita un proverbio indiano del nord: “Tratta un figlio come un re per i primi cinque anni, come uno schiavo per gli altri dieci, e da quel momento in poi come un amico”. (Da: "Gli Indiani - Ritratto di un popolo” di Sudhir e Katharina Kakar, Neri Pozza Editore, Vicenza) Qual è il significato dell'espressione "dicotomia di genere" (paragrafo 3)?
Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nell'ottobre 1918 Wilson, in occasione delle elezioni per il Congresso, si rivolse agli elettori statunitensi chiedendo loro un voto massiccio per il partito democratico; fu clamorosamente sconfessato e i repubblicani conquistarono la maggioranza sia al Senato sia alla Camera dei rappresentanti. La sconfitta del presidente, che era stato eletto anche in base alla convinzione che egli avrebbe tenuto il Paese fuori del conflitto, fu probabilmente dovuta al modo in cui la politica interna era stata condotta durante i due anni di guerra e al suo atteggiamento che mostrava di voler monopolizzare la vittoria imminente e la pace futura a vantaggio della propria parte politica.Per tutta la durata dell'impegno bellico americano la "nuova libertà" teorizzata da Wilson era stata messa da parte e una pesante legislazione repressiva aveva intaccato alcuni capisaldi della tradizione politica statunitense, colpendo vessatoriamente cittadini classificati bravamente come responsabili di reati "antipatriottici" e che al massimo potevano essere accusati di avere opinioni non conformiste. Quando il presidente partì per l'Europa per partecipare alla conferenza della pace, fu accompagnato dall'avvertimento di Teodoro Roosevelt che le sue enunciazioni e i suoi ormai famosi "quattordici punti" non rappresentavano affatto l'espressione della volontà dei cittadini degli Stati Uniti. Quando tornò con il trattato di Versailles e con il "covenant" della Società delle Nazioni le sue speranze di vederli ratificati dalla nuova maggioranza repubblicana erano puramente illusorie: il minimo che si potesse dire era che, a parte un ristretto numero di suoi fedelissimi seguaci, entrambi i rami del Congresso non intendevano approvare il trattato nella forma che esso aveva. Il clima di crociata democratica era mutato, sia per la fine dell'artificioso entusiasmo che aveva contraddistinto l'intervento, sia per i risultati delle trattative di pace, sia per il diffuso timore di un possibile coinvolgimento in futuri conflitti che non mettevano in gioco interessi americani. Le argomentazioni repubblicane contro la Società delle Nazioni erano in parte speciose, ma destinate a far breccia nell'opinione pubblica: "... quando avrete impegnato questa repubblica a un piano di controllo mondiale fondato sulla forza, sulla forza militare unita delle quattro grandi nazioni del mondo - argomentava il senatore W. E. Borah, il principale oppositore di Wilson in questa materia, - voi avrete per ciò stesso distrutto l'atmosfera di libertà, di fiducia nella capacità di autogoverno delle masse in cui soltanto la democrazia può allignare. Quando questa coalizione sarà formata, quattro grandi potenze, che rappresenteranno i dominatori, governeranno metà degli abitanti della Terra: sarà un governo fondato sulla forza e noi ne faremo parte".Per i repubblicani non si trattava soltanto di questioni di principio (per esempio il diritto del popolo di decidere della guerra e della pace), ma anche di una valutazione strettamente politica del trattato che "con inaudita spietatezza" violava almeno in una dozzina di casi "la divina legge della nazionalità" e precostituiva così i fomiti di un nuovo conflitto: quantunque enfaticamente espressa, la loro convinzione che la Società delle Nazioni rappresentasse la garanzia dell'ordine ("ingiusto") di Versailles non era fondamentalmente sbagliata; dove essi si sbagliavano era nel ritenere che gli Stati Uniti potessero effettivamente condurre una politica isolazionistica, ma probabilmente non era questo il senso da attribuire alla loro volontà di non compromettersi in alleanze. (Archivio Selexi) Qual è il significato del termine "speciose" utilizzato dall'autore con riferimento alle argomentazioni repubblicane contro la Società delle Nazioni?
Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ogni volta che qualcuno mi chiede di parlare del metodo scientifico sono in imbarazzo. Non tanto perché nutra dubbi fayerabendiani sull'esistenza del metodo, quanto perché non so bene né di che cosa il mio interlocutore vuole che parli, né se vuole che ne parli in senso storico.Che cosa si intende quando si chiede qualcosa intorno al metodo? Forse quali sono le regole grazie alle quali uno scienziato persegue un suo qualche fine da identificare? Forse proprio qualcosa intorno a tale fine? O forse qualcosa di più generale? Si vuole una storia del metodo scientifico attraverso i secoli? Si vuole la situazione dello stato dell'arte?Perché tutte queste domande per una richiesta apparentemente non ambigua, almeno stando all'intendere comune? Ebbene perché l'intendere comune, qui in Italia, è stato viziato da un'educazione non perfettamente in linea con ciò che si fa e si discute quando realmente ci si occupa di filosofia della scienza.Innanzitutto la filosofia della scienza non è solo lo studio del metodo scientifico inteso quale insieme di ricette più o meno definite o definibili che indicano prescrittivamente o descrittivamente il processo della ricerca scientifica. In secondo luogo, anche chi si occupa di metodologia non è detto che si debba occupare di metodo. Infatti con "metodologia" si dovrebbe intendere la "filosofia della scienza generale", per distinguerla dalla "filosofia delle scienze particolari".La "filosofia della scienza generale" si occupa di problemi riguardanti concetti che, più o meno, sono presenti in ogni ambito scientifico: la spiegazione, il realismo con i connessi problemi della sottodeterminazione teorica a causa dei dati, il problema delle notazioni equivalenti, l'inferenza alla miglior spiegazione o alla miglior causa o alla miglior corroborazione, la natura delle leggi di natura, il problema della controfattualità, la teoreticità della conoscenza e il problema del confronto fra teorie diverse, il progresso scientifico, i rapporti fra scienza e altri domini conoscitivi o valutativi ecc. Invece la "filosofia delle scienze particolari" si occupa dell'analisi filosofica di concetti di particolari ambiti scientifici (il problema della massa, del tempo, dello spazio ecc.) o di particolari teorie scientifiche (i problemi filosofici della relatività, della meccanica quantistica, della biologia teorica ecc.).Una volta specificato quanto sopra, mi è più facile proporre delle riflessioni sullo snodo metodo/scienza/filosofia. Dapprima parlerò della "filosofia" che di principio non dovrebbe essere fatta senza scienza, ossia della filosofia della scienza. Così discuterò dell'utilità di soffermarsi ancora sul metodo e delle due fallacie che derivano dal fare filosofia della scienza senza scienza e filosofia della scienza senza filosofia. Infine, brevemente, mi soffermerò sulla questione se sia possibile fare scienza senza filosofia e filosofia senza scienza.Affrontare la questione del metodo scientifico comporta innanzitutto trovarsi davanti a un trivio: fare storia del metodo? Utilizzare un approccio descrittivista? Proporre una via prescrittivista?Inoltrarsi lungo la prima possibilità significa vestire i panni dello storico e tentare di capire qual è il metodo scientifico teorizzato da un particolare autore in una particolare epoca, oppure vedere come all'interno di una data comunità scientifica, ben localizzata temporalmente, gli scienziati si sono comportati.Un lavoro quindi perfettamente legittimo, che vede storici delle idee, storici della filosofia e storici della scienza al lavoro. Si studia qual era il metodo cartesiano, o quello baconiano. Si analizza il dibattito che c'è stato in Inghilterra nella prima metà dell'800 fra John F.W. Herschel, William Whewell e John Stuart Mill. Oppure le discussioni, ormai avvenute quasi una trentina di anni fa, fra, da una parte Karl Popper e dall'altra Paul K. Feyerabend, Imre Lakatos e Thomas S. Kuhn. (Archivio Selexi) L'autore del brano è presumibilmente: