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Tutte le domande del quiz : Brani lunghi

tratto da:
Esercito Italiano
Quiz - Concorso per l'ammissione al 198° corso dell'Accademia Militare dell'Esercito - Anno accademico 2016/2017



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Le vicende alimentari dell'Europa del Settecento sembrano ripercorrere cammini noti: espansione demografica, insufficienze produttive, sviluppo agricolo. Una storia che ricorda da vicino quella dei secoli XI-XII, o del XVI. Solo che questa volta le dimensioni del fenomeno sono ingigantite. La popolazione europea, che aveva raggiunto a metà del Trecento una punta di forse 90 milioni di individui, e che attorno al 1700 (dopo la grande crisi e la successiva lenta ripresa) era attestata sui 125 milioni, cresce da allora in poi rapidissimamente: 145 milioni a metà del XVIII secolo, 195 alla fine. Il sistema produttivo è messo a dura prova, le carestie si abbattono a intervalli regolari sulla popolazione. Alcune di esse (tristemente celebre quella del 1709-10) colpiscono l'intera Europa, dalla Spagna all'Italia, dalla Francia all'Inghilterra, dalla Germania alla Svezia, ai Paesi dell'Est. Altre investono territori più circoscritti: quella del 1739-41 colpì soprattutto Francia e Germania; quella del 1741 -43 l'Inghilterra; quella del 1764-67 fu particolarmente grave nelle regioni meridionali (Spagna, Italia); quella del 1771-74 nei Paesi del Nord. Nell'insieme, gli anni "difficili" del XVIII secolo sembrano numerosi come non mai (a eccezione forse che nell'XI secolo). Ciò non vuol dire che la gente muoia di fame: se così fosse stato, l'exploit demografico sarebbe a dir poco incomprensibile. Siamo invece di fronte a un malessere diffuso, a uno stato di sottonutrizione permanente che viene per così dire "assimilato" (fisiologicamente e culturalmente) come condizione normale di vita.All'aumentata richiesta di cibo si rispose, per cominciare, nel modo più semplice e tradizionale: l'espansione dei coltivi. In Francia, nei decenni precedenti la Rivoluzione, le terre a coltura passarono da 19 a 24 milioni di ettari nel giro di trent'anni. In Inghilterra, nella seconda metà del secolo, furono recintati e messi a coltura centinaia di migliaia di ettari di terreni incolti e boschivi. In Irlanda, in Germania, in Italia si prosciugarono paludi e acquitrini. Contemporaneamente si misero a punto nuove tecniche produttive, in un clima di fervore scientifico e di sperimentazione agronomica che per la prima volta riuscì a incontrarsi con gli interessi imprenditoriali dei proprietari terrieri. Si parla a ragione, per quest'epoca, di una vera rivoluzione agricola: tale fu, dal punto di vista tecnico, l'abbandono della pratica del maggese e l'impiego delle leguminose da foraggio in regolare rotazione con i cereali. Ciò consentì, da un lato, di integrare le pratiche zootecniche nel sistema agrario, superando la tradizionale separazione fra attività pastorali e attività agricole; dall'altro, di accrescere sensibilmente i rendimenti del suolo, reso più fertile sia dalla presenza delle leguminose (che possiedono la proprietà di fissare l'azoto nel terreno) sia dalla maggiore disponibilità di concime animale. Queste e altre trasformazioni segnarono l'avvio del capitalismo agrario, che in certe regioni europee - soprattutto l'Inghilterra e poi la Francia - fu il primo passo verso l'affermarsi dell'economia industriale. All'ampliamento dei terreni coltivati e al perfezionamento delle tecniche produttive si affiancò lo sviluppo di colture particolarmente robuste, sicure e redditizie: quelle stesse che avevano trovato una prima timida diffusione (in ambiti localmente limitati) fra Quattro e Cinquecento, e che vengono ora "riscoperte" come soluzione a basso costo di pressanti esigenze alimentari. Il riso, dopo un certo declino nel XVII secolo, legato anche alle polemiche sull'opportunità igienica e ambientale di far ristagnare l'acqua nei campi, torna in auge nel Settecento come alternativa ai cereali tradizionali: in certe zone esso viene introdotto per la prima volta; in altre viene per così dire reintrodotto. Analoga destinazione sociale ha il grano saraceno, anch'esso "riscoperto" nel Settecento oppure, in certe regioni, introdotto per la prima volta.Ma sono soprattutto il mais e la patata a conquistare un ruolo di assoluto primo piano, sbarazzando il campo da molti antichi concorrenti: fra XVIII e XIX secolo, la tradizionale varietà di cereali inferiori - base millenaria della dieta popolare - viene progressivamente riducendosi a favore dei nuovi protagonisti. (Archivio Selexi) Secondo quanto affermato nel brano, quali fattori furono alla base della rivoluzione agricola del XVIII secolo?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Le vicende alimentari dell'Europa del Settecento sembrano ripercorrere cammini noti: espansione demografica, insufficienze produttive, sviluppo agricolo. Una storia che ricorda da vicino quella dei secoli XI-XII, o del XVI. Solo che questa volta le dimensioni del fenomeno sono ingigantite. La popolazione europea, che aveva raggiunto a metà del Trecento una punta di forse 90 milioni di individui, e che attorno al 1700 (dopo la grande crisi e la successiva lenta ripresa) era attestata sui 125 milioni, cresce da allora in poi rapidissimamente: 145 milioni a metà del XVIII secolo, 195 alla fine. Il sistema produttivo è messo a dura prova, le carestie si abbattono a intervalli regolari sulla popolazione. Alcune di esse (tristemente celebre quella del 1709-10) colpiscono l'intera Europa, dalla Spagna all'Italia, dalla Francia all'Inghilterra, dalla Germania alla Svezia, ai Paesi dell'Est. Altre investono territori più circoscritti: quella del 1739-41 colpì soprattutto Francia e Germania; quella del 1741 -43 l'Inghilterra; quella del 1764-67 fu particolarmente grave nelle regioni meridionali (Spagna, Italia); quella del 1771-74 nei Paesi del Nord. Nell'insieme, gli anni "difficili" del XVIII secolo sembrano numerosi come non mai (a eccezione forse che nell'XI secolo). Ciò non vuol dire che la gente muoia di fame: se così fosse stato, l'exploit demografico sarebbe a dir poco incomprensibile. Siamo invece di fronte a un malessere diffuso, a uno stato di sottonutrizione permanente che viene per così dire "assimilato" (fisiologicamente e culturalmente) come condizione normale di vita.All'aumentata richiesta di cibo si rispose, per cominciare, nel modo più semplice e tradizionale: l'espansione dei coltivi. In Francia, nei decenni precedenti la Rivoluzione, le terre a coltura passarono da 19 a 24 milioni di ettari nel giro di trent'anni. In Inghilterra, nella seconda metà del secolo, furono recintati e messi a coltura centinaia di migliaia di ettari di terreni incolti e boschivi. In Irlanda, in Germania, in Italia si prosciugarono paludi e acquitrini. Contemporaneamente si misero a punto nuove tecniche produttive, in un clima di fervore scientifico e di sperimentazione agronomica che per la prima volta riuscì a incontrarsi con gli interessi imprenditoriali dei proprietari terrieri. Si parla a ragione, per quest'epoca, di una vera rivoluzione agricola: tale fu, dal punto di vista tecnico, l'abbandono della pratica del maggese e l'impiego delle leguminose da foraggio in regolare rotazione con i cereali. Ciò consentì, da un lato, di integrare le pratiche zootecniche nel sistema agrario, superando la tradizionale separazione fra attività pastorali e attività agricole; dall'altro, di accrescere sensibilmente i rendimenti del suolo, reso più fertile sia dalla presenza delle leguminose (che possiedono la proprietà di fissare l'azoto nel terreno) sia dalla maggiore disponibilità di concime animale. Queste e altre trasformazioni segnarono l'avvio del capitalismo agrario, che in certe regioni europee - soprattutto l'Inghilterra e poi la Francia - fu il primo passo verso l'affermarsi dell'economia industriale. All'ampliamento dei terreni coltivati e al perfezionamento delle tecniche produttive si affiancò lo sviluppo di colture particolarmente robuste, sicure e redditizie: quelle stesse che avevano trovato una prima timida diffusione (in ambiti localmente limitati) fra Quattro e Cinquecento, e che vengono ora "riscoperte" come soluzione a basso costo di pressanti esigenze alimentari. Il riso, dopo un certo declino nel XVII secolo, legato anche alle polemiche sull'opportunità igienica e ambientale di far ristagnare l'acqua nei campi, torna in auge nel Settecento come alternativa ai cereali tradizionali: in certe zone esso viene introdotto per la prima volta; in altre viene per così dire reintrodotto. Analoga destinazione sociale ha il grano saraceno, anch'esso "riscoperto" nel Settecento oppure, in certe regioni, introdotto per la prima volta.Ma sono soprattutto il mais e la patata a conquistare un ruolo di assoluto primo piano, sbarazzando il campo da molti antichi concorrenti: fra XVIII e XIX secolo, la tradizionale varietà di cereali inferiori - base millenaria della dieta popolare - viene progressivamente riducendosi a favore dei nuovi protagonisti. (Archivio Selexi) Da quanto riportato nel brano, si può dedurre che:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Lo studio delle fonti del diritto positivo, vale a dire delle regole istituzionali ed organizzative (norme giuridiche) vigenti in un determinato momento storico, presuppone la conoscenza del concetto di norma giuridica.Rinviando a quanto si è detto a suo luogo circa la distinzione tra il fenomeno giuridico e gli altri fenomeni sociali, possiamo affermare in una prima approssimazione che la giuridicità di una norma si misura dalla sua attitudine ad assicurare la stabilità e la continuità nel tempo di un gruppo sociale. Ciò, oltre a sottolineare l'intima connessione tra norma giuridica e gruppo sociale (non esistono, non possono esistere, norme giuridiche poste da un solo individuo per se stesso), sta a significare che le norme giuridiche si distinguono dalle altre norme sociali (morali, religiose, di costume, di correttezza, economiche ecc.) in quanto determinano e specificano gli interessi per il cui soddisfacimento il gruppo si è costituito e le procedure per la loro composizione. In tal senso, la prescrizione delle tavole mosaiche: "Onora il padre e la madre" non è di per sé una norma giuridica, bensì una regola religiosa che ciascuno di noi è libero di seguire o no, e della cui inosservanza si risponde soltanto davanti alla propria coscienza. Quando però un gruppo sociale (in questo caso, lo Stato) ritiene essenziale per la sua stabilità e per assicurare la pacifica convivenza dei consociati adottare questa regola, ecco che la fa propria e la traduce in una sua norma (nella specie l'art. 315 del codice civile: "Il figlio deve rispettare i genitori") ed, inserendola in un sistema, ne garantisce l'osservanza mediante la previsione di procedure dirette ad accertare e a dichiarare l'inosservanza della norma e ad applicare, nei confronti di chi l'ha violata, una misura punitiva (sanzione). (T. Martines, "Diritto costituzionale", Giuffré) Quale delle seguenti affermazioni è coerente con quanto riportato nel brano?
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  M'ama o non m'ama? Milioni di romantici innamorati cercano una risposta, forse illusoria, sfogliando disciplinatamente la regolamentare margherita; ed è motivo di meraviglia che esistano ancora margherite con i petali tutti al loro posto, stante il numero elevato degli innamorati e stante il fatto che in amore le certezze sono davvero poche. Ma se negli affari di cuore ogni cosa appare sfuggente, incerta, contraddittoria, possiamo almeno consolarci al pensiero che in altri campi ci sono sicurezze assolute e indiscutibili? Se ci pensiamo bene, dobbiamo riconoscere che le situazioni che consentono di mettere tranquillamente la mano sul fuoco sono meno di quanto si potrebbe credere a prima vista. Nel giorno di ferragosto a Roma, farà caldo? Quasi certamente sì. Lanciando 100 volte una moneta verrà sempre testa? Quasi certamente no. Però... però c'è pur sempre un quasi che ci separa dalla certezza, perfino davanti a eventi piuttosto scontati! La verità - fastidiosa, ma inesorabile - è che nella vita è molto raro che si possa essere proprio certi di qualcosa. Ciò non toglie che noi tutti saggiamente rifiutiamo di farci paralizzare dal margine di incertezza che è insito nelle cose, e "scommettiamo" sul verificarsi di certi eventi: i romani prenotano alberghi in località di mare o di montagna per il ferragosto, i giocatori puntano sul fatto che il numero di teste e di croci, in 100 lanci, sia più o meno equilibrato. Insomma, pur consapevoli dell'esistenza di un margine di rischio, non ci tiriamo indietro e operiamo scelte in condizioni di incertezza. Le decisioni che prendiamo nelle numerosissime situazioni in cui disponiamo di una quantità di informazioni non sufficiente per avere la certezza del verificarsi o meno di un evento sono guidate da una valutazione probabilistica. Per millenni tale valutazione - anche nei casi più semplici - è stata condotta "a occhio", sulla base di ragionamenti informali o di esperienze non quantificate. Ad esempio, l'abitante di una popolosa città dove ogni anno, attraverso un sorteggio, venivano scelti i dieci cittadini tenuti a sacrificare ciascuno un vitello alla divinità locale, avrebbe potuto giudicare tale usanza molto nobile e pia, nella (fondata) speranza che nel corso della sua vita non sarebbe mai toccato a lui privarsi del vitello: il gran numero degli abitanti della sua città e la positiva esperienza degli anni precedenti fornivano un sufficiente conforto alla sua magnanimità (e al suo ottimismo). Solo in tempi relativamente recenti (a partire dal diciassettesimo secolo) si sviluppa il tentativo di basare le valutazioni di probabilità su considerazioni di tipo quantitativo. Tale tentativo coincide con la fondazione di un capitolo della matematica del tutto nuovo e originale, il cosiddetto calcolo delle probabilità. La nascita del calcolo delle probabilità è sollecitata da curiosità e problemi che prendono forma in ambienti piuttosto lontani da scuole e accademie: furono gli accaniti giocatori che passavano le loro serate nelle sale da gioco o nelle taverne ad avvertire per primi l'esigenza di un modo rigoroso e "scientifico" di valutare la probabilità. Paradossale? Non troppo. In effetti, a ben rifletterci, sale da gioco e taverne costituivano i "laboratori" ideali della nuova scienza. Infatti è nel gioco che i problemi della probabilità si presentano in forma semplice e "pulita", all'interno di esperienze ripetibili e indipendenti da circostanze esterne e accidentali. Prendiamo ad esempio il gioco dei dadi: è possibile analizzare in modo sistematico le configurazioni che si possono presentare, effettuare calcoli, fare previsioni e verificarle attraverso delle prove; in una parola, è possibile e abbastanza naturale procedere in direzione di una matematizzazione. Altra cosa, ben diversa e ben più difficilmente formalizzabile, è fare previsioni e calcoli rispetto al prossimo raccolto di riso o rispetto alle reazioni della popolazione a un determinato provvedimento delle autorità. (Archivio Selexi) L'autore del brano sostiene che noi tutti "scommettiamo" perché:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Ma voglio dirvi prima, almeno in succinto, le pazzie che cominciai a fare per scoprire tutti quegli altri Moscarda che vivevano nei miei piú vicini conoscenti, e distruggerli a uno a uno. Pazzie per forza. Perché, non avendo mai pensato finora a costruire di me stesso un Moscarda che consistesse ai miei occhi e per mio conto in un modo d'essere che mi paresse da distinguere come a me proprio e particolare, s'intende che non mi era possibile agire con una qualche logica coerenza. Dovevo a volta a volta dimostrarmi il contrario di quel che ero o supponevo d'essere in questo e in quello dei miei conoscenti, dopo essermi sforzato di comprendere la realtà che m'avevano data: meschina, per forza, labile, volubile e quasi inconsistente. Però ecco: un certo aspetto, un certo senso, un certo valore dovevo pur averlo per gli altri, oltre che per le mie fattezze fuori della veduta mia e della mia estimativa, anche per tante cose a cui finora non avevo mai pensato. Pensarci e sentire un impeto di feroce ribellione fu tutt'uno. (Luigi Pirandello, "Uno, nessuno e centomila") Quale dei seguenti aggettivi definisce meglio il narratore per come lo conosciamo da questo estratto?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Nei primi anni del suo governo Mussolini avviò un programma di radicali trasformazioni istituzionali che alterarono profondamente il carattere liberale dello Stato.Il fascismo, che aveva sin dagli inizi manifestato il proprio aperto disprezzo nei confronti del Parlamento e delle altre istituzioni rappresentative, ne intaccò progressivamente le prerogative essenziali e le sostituì con nuovi organismi rispondenti alle necessità della nascente dittatura. Nacque così il Gran Consiglio del Fascismo, composto dai maggiori esponenti del partito e del governo, che fu investito di numerose funzioni prima attribuite al Parlamento, e la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, incaricata della difesa del nuovo regime, nella quale confluirono le squadre d'assalto.Nel paese intanto si applicavano sempre maggiori restrizioni alla libertà di stampa e di riunione. Le elezioni del 1924 assicurarono la vittoria al Listone, in cui confluirono fascisti e conservatori, grazie alle intimidazioni e ai brogli che ne accompagnarono lo svolgimento. Giacomo Matteotti, deputato socialista e segretario del PSU, che denunciò in Parlamento quanto si era verificato durante la campagna elettorale, fu rapito a Roma il 10 giugno 1924 da emissari fascisti e ucciso. Il delitto suscitò un'ondata di profonda indignazione in tutto il Paese, ma Mussolini, sebbene apparisse allora vacillante, ebbe ancora una volta l'appoggio del re Vittorio Emanuele III. La protesta morale di alcuni parlamentari che abbandonarono la Camera - la cosiddetta secessione dell'Aventino del 18 giugno 1924 - rimase un gesto simbolico senza conseguenze.Uno degli elementi di forza su cui poté contare il nuovo regime fu un sempre più aperto sostegno da parte della chiesa cattolica, che nel 1922 aveva elevato al soglio pontificio il cardinale Achille Ratti, che prese il nome di Pio XI. Ratti rappresentava l'area più conservatrice della gerarchia cattolica, profondamente avversa al socialismo e diffidente nei confronti della democrazia liberale. (A. De Bernardi, S. Guarracino, "La conoscenza storica") Quale evento portò alla secessione dell'Aventino?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Nel processo che conduce all'acquisizione di uno status adulto, il raggiungimento dell'autonomia abitativa si presenta come fase complessa, che coinvolge fattori strutturali connessi all'organizzazione del sistema scolastico e formativo, alle condizioni del mercato del lavoro, alle politiche sociali e abitative. [1] Nella molteplicità dei fattori in gioco, i modelli di relazione familiare costituiscono differenziali rilevanti per spiegare le diverse modalità di transizione nei vari Paesi. L'abbandono della famiglia d'origine, infatti, è una decisione che coinvolge genitori e figli. I genitori, in particolare, giocano un ruolo determinante nel favorire il distacco dei figli e nel promuoverne la definitiva uscita da casa. Essi abituano i figli a specifiche rappresentazioni sociali della transizione, generando in loro determinate aspettative circa la sequenza degli eventi biografici. Inoltre, possono facilitare l'abbandono della famiglia d'origine offrendo aiuti di tipo materiale.La classe sociale di appartenenza rappresenta un'altra variabile determinante per la strutturazione dei modelli e dei tempi entro cui avviene la transizione. In Italia, i giovani che prolungano maggiormente il periodo di convivenza con i genitori provengono da famiglie di classe media e superiore. All'opposto, nei Paesi dell'Europa centro-settentrionale sono i giovani di classe medio-alta a conquistare precocemente l'autonomia abitativa, allontanandosi dalla casa dei genitori all'inizio degli studi universitari. L'esperienza precoce di distacco dalla famiglia consente a questi giovani di assumersi responsabilità e compiti "quasi adulti". [2] Indipendentemente dal suo carattere transitorio, la sperimentazione di periodi di lontananza dalla famiglia rende più graduale il definitivo distacco dai genitori. L'assenza di questi periodi sperimentali e preparatori prima dell'abbandono della famiglia d'origine è in parte responsabile delle difficoltà incontrate dai giovani italiani a completare il processo di transizione all'età adulta. (Archivio Selexi) In base a quanto scritto nel brano, quale alternativa riporta in modo esaustivo i principali fattori che influiscono sul raggiungimento dell'autonomia abitativa da parte dei giovani?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Nel processo che conduce all'acquisizione di uno status adulto, il raggiungimento dell'autonomia abitativa si presenta come fase complessa, che coinvolge fattori strutturali connessi all'organizzazione del sistema scolastico e formativo, alle condizioni del mercato del lavoro, alle politiche sociali e abitative. [1] Nella molteplicità dei fattori in gioco, i modelli di relazione familiare costituiscono differenziali rilevanti per spiegare le diverse modalità di transizione nei vari Paesi. L'abbandono della famiglia d'origine, infatti, è una decisione che coinvolge genitori e figli. I genitori, in particolare, giocano un ruolo determinante nel favorire il distacco dei figli e nel promuoverne la definitiva uscita da casa. Essi abituano i figli a specifiche rappresentazioni sociali della transizione, generando in loro determinate aspettative circa la sequenza degli eventi biografici. Inoltre, possono facilitare l'abbandono della famiglia d'origine offrendo aiuti di tipo materiale.La classe sociale di appartenenza rappresenta un'altra variabile determinante per la strutturazione dei modelli e dei tempi entro cui avviene la transizione. In Italia, i giovani che prolungano maggiormente il periodo di convivenza con i genitori provengono da famiglie di classe media e superiore. All'opposto, nei Paesi dell'Europa centro-settentrionale sono i giovani di classe medio-alta a conquistare precocemente l'autonomia abitativa, allontanandosi dalla casa dei genitori all'inizio degli studi universitari. L'esperienza precoce di distacco dalla famiglia consente a questi giovani di assumersi responsabilità e compiti "quasi adulti". [2] Indipendentemente dal suo carattere transitorio, la sperimentazione di periodi di lontananza dalla famiglia rende più graduale il definitivo distacco dai genitori. L'assenza di questi periodi sperimentali e preparatori prima dell'abbandono della famiglia d'origine è in parte responsabile delle difficoltà incontrate dai giovani italiani a completare il processo di transizione all'età adulta. (Archivio Selexi) Nel brano si afferma che:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Nell'India tradizionale, il padre entra a far parte della vita del figlio maschio in maniera preponderante solo negli ultimi anni della sua infanzia. Nei primi anni e in quelli centrali il rapporto tra i due era un tempo (e in gran parte del Paese continua a esserlo) caratterizzato dalla formalità e dalla superficialità del contatto sociale quotidiano. Negli antichi racconti autobiografici i padri, siano essi severi o permissivi, freddi o affettuosi, sono costantemente ritratti come distanti. La voce del padre, modello primario per la costruzione del senso d'identità di un uomo, si perde tra le voci dei numerosi componenti maschili della famiglia, la sua paternità individuale è smorzata.Le ragioni per cui un padre tradizionale non assume un ruolo apertamente attivo nell'educazione del figlio non sono poi così difficili da comprendere. Un padre tradizionale agisce sotto la logica della famiglia allargata. Questa esige che, allo scopo di impedire la costituzione di cellule nucleari all'interno della famiglia, che ne distruggerebbero la coesione, un padre si trattenga in presenza del figlio, e divida il suo interesse e il suo sostegno in maniera equa tra i propri bambini e quelli dei suoi fratelli. Inoltre può capitare che un giovane padre sia imbarazzato a tenere in braccio il figlioletto di fronte ai membri più anziani della famiglia, poiché quel frutto dei suoi lombi è una prova inequivocabile della sua attività, per l'appunto, “lombare". Un altro fatto che condiziona i padri tradizionali in India (ma comune anche ad altre società patriarcali) è la dicotomia di genere sui ruoli e sui doveri dei genitori: vi sono cioè idee ben precise su cosa gli uomini debbano e non debbano fare nella cura della casa e dei bambini. Giocare o prendersi cura dei propri bambini e dei neonati non rientra nelle cose che il padre deve fare, dal momento che il suo ruolo principale consiste nell'impartire al figlio la disciplina. Come recita un proverbio indiano del nord: “Tratta un figlio come un re per i primi cinque anni, come uno schiavo per gli altri dieci, e da quel momento in poi come un amico". (Da: "Gli Indiani - Ritratto di un popolo" di Sudhir e Katharina Kakar, Neri Pozza Editore, Vicenza) Qual è il significato dell'espressione "dicotomia di genere" (paragrafo 3)?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Nell'ottobre 1918 Wilson, in occasione delle elezioni per il Congresso, si rivolse agli elettori statunitensi chiedendo loro un voto massiccio per il partito democratico; fu clamorosamente sconfessato e i repubblicani conquistarono la maggioranza sia al Senato sia alla Camera dei rappresentanti. La sconfitta del presidente, che era stato eletto anche in base alla convinzione che egli avrebbe tenuto il Paese fuori del conflitto, fu probabilmente dovuta al modo in cui la politica interna era stata condotta durante i due anni di guerra e al suo atteggiamento che mostrava di voler monopolizzare la vittoria imminente e la pace futura a vantaggio della propria parte politica.Per tutta la durata dell'impegno bellico americano la "nuova libertà" teorizzata da Wilson era stata messa da parte e una pesante legislazione repressiva aveva intaccato alcuni capisaldi della tradizione politica statunitense, colpendo vessatoriamente cittadini classificati bravamente come responsabili di reati "antipatriottici" e che al massimo potevano essere accusati di avere opinioni non conformiste. Quando il presidente partì per l'Europa per partecipare alla conferenza della pace, fu accompagnato dall'avvertimento di Teodoro Roosevelt che le sue enunciazioni e i suoi ormai famosi "quattordici punti" non rappresentavano affatto l'espressione della volontà dei cittadini degli Stati Uniti. Quando tornò con il trattato di Versailles e con il "covenant" della Società delle Nazioni le sue speranze di vederli ratificati dalla nuova maggioranza repubblicana erano puramente illusorie: il minimo che si potesse dire era che, a parte un ristretto numero di suoi fedelissimi seguaci, entrambi i rami del Congresso non intendevano approvare il trattato nella forma che esso aveva. Il clima di crociata democratica era mutato, sia per la fine dell'artificioso entusiasmo che aveva contraddistinto l'intervento, sia per i risultati delle trattative di pace, sia per il diffuso timore di un possibile coinvolgimento in futuri conflitti che non mettevano in gioco interessi americani. Le argomentazioni repubblicane contro la Società delle Nazioni erano in parte speciose, ma destinate a far breccia nell'opinione pubblica: "... quando avrete impegnato questa repubblica a un piano di controllo mondiale fondato sulla forza, sulla forza militare unita delle quattro grandi nazioni del mondo - argomentava il senatore W. E. Borah, il principale oppositore di Wilson in questa materia, - voi avrete per ciò stesso distrutto l'atmosfera di libertà, di fiducia nella capacità di autogoverno delle masse in cui soltanto la democrazia può allignare. Quando questa coalizione sarà formata, quattro grandi potenze, che rappresenteranno i dominatori, governeranno metà degli abitanti della Terra: sarà un governo fondato sulla forza e noi ne faremo parte".Per i repubblicani non si trattava soltanto di questioni di principio (per esempio il diritto del popolo di decidere della guerra e della pace), ma anche di una valutazione strettamente politica del trattato che "con inaudita spietatezza" violava almeno in una dozzina di casi "la divina legge della nazionalità" e precostituiva così i fomiti di un nuovo conflitto: quantunque enfaticamente espressa, la loro convinzione che la Società delle Nazioni rappresentasse la garanzia dell'ordine ("ingiusto") di Versailles non era fondamentalmente sbagliata; dove essi si sbagliavano era nel ritenere che gli Stati Uniti potessero effettivamente condurre una politica isolazionistica, ma probabilmente non era questo il senso da attribuire alla loro volontà di non compromettersi in alleanze. (Archivio Selexi) Quale dei seguenti temi è dominante nel brano?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Nell'ottobre 1918 Wilson, in occasione delle elezioni per il Congresso, si rivolse agli elettori statunitensi chiedendo loro un voto massiccio per il partito democratico; fu clamorosamente sconfessato e i repubblicani conquistarono la maggioranza sia al Senato sia alla Camera dei rappresentanti. La sconfitta del presidente, che era stato eletto anche in base alla convinzione che egli avrebbe tenuto il Paese fuori del conflitto, fu probabilmente dovuta al modo in cui la politica interna era stata condotta durante i due anni di guerra e al suo atteggiamento che mostrava di voler monopolizzare la vittoria imminente e la pace futura a vantaggio della propria parte politica.Per tutta la durata dell'impegno bellico americano la "nuova libertà" teorizzata da Wilson era stata messa da parte e una pesante legislazione repressiva aveva intaccato alcuni capisaldi della tradizione politica statunitense, colpendo vessatoriamente cittadini classificati bravamente come responsabili di reati "antipatriottici" e che al massimo potevano essere accusati di avere opinioni non conformiste. Quando il presidente partì per l'Europa per partecipare alla conferenza della pace, fu accompagnato dall'avvertimento di Teodoro Roosevelt che le sue enunciazioni e i suoi ormai famosi "quattordici punti" non rappresentavano affatto l'espressione della volontà dei cittadini degli Stati Uniti. Quando tornò con il trattato di Versailles e con il "covenant" della Società delle Nazioni le sue speranze di vederli ratificati dalla nuova maggioranza repubblicana erano puramente illusorie: il minimo che si potesse dire era che, a parte un ristretto numero di suoi fedelissimi seguaci, entrambi i rami del Congresso non intendevano approvare il trattato nella forma che esso aveva. Il clima di crociata democratica era mutato, sia per la fine dell'artificioso entusiasmo che aveva contraddistinto l'intervento, sia per i risultati delle trattative di pace, sia per il diffuso timore di un possibile coinvolgimento in futuri conflitti che non mettevano in gioco interessi americani. Le argomentazioni repubblicane contro la Società delle Nazioni erano in parte speciose, ma destinate a far breccia nell'opinione pubblica: "... quando avrete impegnato questa repubblica a un piano di controllo mondiale fondato sulla forza, sulla forza militare unita delle quattro grandi nazioni del mondo - argomentava il senatore W. E. Borah, il principale oppositore di Wilson in questa materia, - voi avrete per ciò stesso distrutto l'atmosfera di libertà, di fiducia nella capacità di autogoverno delle masse in cui soltanto la democrazia può allignare. Quando questa coalizione sarà formata, quattro grandi potenze, che rappresenteranno i dominatori, governeranno metà degli abitanti della Terra: sarà un governo fondato sulla forza e noi ne faremo parte".Per i repubblicani non si trattava soltanto di questioni di principio (per esempio il diritto del popolo di decidere della guerra e della pace), ma anche di una valutazione strettamente politica del trattato che "con inaudita spietatezza" violava almeno in una dozzina di casi "la divina legge della nazionalità" e precostituiva così i fomiti di un nuovo conflitto: quantunque enfaticamente espressa, la loro convinzione che la Società delle Nazioni rappresentasse la garanzia dell'ordine ("ingiusto") di Versailles non era fondamentalmente sbagliata; dove essi si sbagliavano era nel ritenere che gli Stati Uniti potessero effettivamente condurre una politica isolazionistica, ma probabilmente non era questo il senso da attribuire alla loro volontà di non compromettersi in alleanze. (Archivio Selexi) Dal brano si può dedurre che:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Nell'ottobre 1918 Wilson, in occasione delle elezioni per il Congresso, si rivolse agli elettori statunitensi chiedendo loro un voto massiccio per il partito democratico; fu clamorosamente sconfessato e i repubblicani conquistarono la maggioranza sia al Senato sia alla Camera dei rappresentanti. La sconfitta del presidente, che era stato eletto anche in base alla convinzione che egli avrebbe tenuto il Paese fuori del conflitto, fu probabilmente dovuta al modo in cui la politica interna era stata condotta durante i due anni di guerra e al suo atteggiamento che mostrava di voler monopolizzare la vittoria imminente e la pace futura a vantaggio della propria parte politica.Per tutta la durata dell'impegno bellico americano la "nuova libertà" teorizzata da Wilson era stata messa da parte e una pesante legislazione repressiva aveva intaccato alcuni capisaldi della tradizione politica statunitense, colpendo vessatoriamente cittadini classificati bravamente come responsabili di reati "antipatriottici" e che al massimo potevano essere accusati di avere opinioni non conformiste. Quando il presidente partì per l'Europa per partecipare alla conferenza della pace, fu accompagnato dall'avvertimento di Teodoro Roosevelt che le sue enunciazioni e i suoi ormai famosi "quattordici punti" non rappresentavano affatto l'espressione della volontà dei cittadini degli Stati Uniti. Quando tornò con il trattato di Versailles e con il "covenant" della Società delle Nazioni le sue speranze di vederli ratificati dalla nuova maggioranza repubblicana erano puramente illusorie: il minimo che si potesse dire era che, a parte un ristretto numero di suoi fedelissimi seguaci, entrambi i rami del Congresso non intendevano approvare il trattato nella forma che esso aveva. Il clima di crociata democratica era mutato, sia per la fine dell'artificioso entusiasmo che aveva contraddistinto l'intervento, sia per i risultati delle trattative di pace, sia per il diffuso timore di un possibile coinvolgimento in futuri conflitti che non mettevano in gioco interessi americani. Le argomentazioni repubblicane contro la Società delle Nazioni erano in parte speciose, ma destinate a far breccia nell'opinione pubblica: "... quando avrete impegnato questa repubblica a un piano di controllo mondiale fondato sulla forza, sulla forza militare unita delle quattro grandi nazioni del mondo - argomentava il senatore W. E. Borah, il principale oppositore di Wilson in questa materia, - voi avrete per ciò stesso distrutto l'atmosfera di libertà, di fiducia nella capacità di autogoverno delle masse in cui soltanto la democrazia può allignare. Quando questa coalizione sarà formata, quattro grandi potenze, che rappresenteranno i dominatori, governeranno metà degli abitanti della Terra: sarà un governo fondato sulla forza e noi ne faremo parte".Per i repubblicani non si trattava soltanto di questioni di principio (per esempio il diritto del popolo di decidere della guerra e della pace), ma anche di una valutazione strettamente politica del trattato che "con inaudita spietatezza" violava almeno in una dozzina di casi "la divina legge della nazionalità" e precostituiva così i fomiti di un nuovo conflitto: quantunque enfaticamente espressa, la loro convinzione che la Società delle Nazioni rappresentasse la garanzia dell'ordine ("ingiusto") di Versailles non era fondamentalmente sbagliata; dove essi si sbagliavano era nel ritenere che gli Stati Uniti potessero effettivamente condurre una politica isolazionistica, ma probabilmente non era questo il senso da attribuire alla loro volontà di non compromettersi in alleanze. (Archivio Selexi) Qual è il significato del termine "speciose" utilizzato dall'autore con riferimento alle argomentazioni repubblicane contro la Società delle Nazioni?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Nella nostra società come in tutte le altre, l'educazione, la trasmissione dei valori e dei principi che assicurano la continuità di una cultura si basano sulla riproduzione [1] e sulla trasmissione dei suoi miti fondanti. Così, nella cultura occidentale, educare significa invitare l'altro, il giovane, a intraprendere con impegno un determinato cammino: quello della promessa che conduceva a quel futuro che attendeva e che consentiva di sentirsi parte integrante, ognuno nel suo ambito, di un progetto comune. E allora come è possibile ormai educare, trasmettere e integrare i giovani in una cultura che non solo ha perduto il proprio fondamento principale ma l'ha visto trasformarsi nel suo contrario, nel momento in cui il "futuro-promessa" è diventato "futuro-minaccia"? Alla fine la cosa più strana è che questo cambiamento passi pressoché inosservato. [2] Le diverse istituzioni deputate a educare, a trasmettere e a curare ciò che va male agiscono come se non ci fosse alcuna crisi, come se ci fossero solo delle difficoltà da superare, con l'aiuto della tecnica e un po' di buona volontà. (Miguel Benasayag, Gerard Schmit, "L'epoca delle passioni tristi", Feltrinelli) Secondo l'autore del brano, che cosa significa "educare"?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Nessuno lo vide sbarcare nella notte unanime, nessuno vide la canoa di bambù incagliarsi nel fondo sacro; ma pochi giorni dopo, nessuno ignorava che l'uomo taciturno veniva dal Sud e che la sua patria era uno degli infiniti villaggi che sono a monte del fiume, nel fianco violento della montagna, dove l'idioma zend non è contaminato dal greco, e dove la lebbra è infrequente. L'uomo grigio baciò il fango, montò sulla riva senza scostare (probabilmente senza sentire) i rovi che gli laceravano le carni, e si ritrasse melmoso e insanguinato fino al recinto circolare che corona una tigre o cavallo di pietra, che fu una volta del colore del fuoco ed è ora di quello della cenere. Questa rotonda è ciò che resta d'un tempio che antichi incendi divorarono, che profanò la vegetazione delle paludi, e il cui dio non riceve più onori dagli uomini. Lo straniero si stese ai piedi della statua. Constatò senza stupore che le ferite s'erano cicatrizzate; chiuse gli occhi pallidi e dormì, non per stanchezza della carne ma per determinazione della volontà. Sapeva che questo tempio era il luogo che conveniva al suo invincibile proposito: sapeva che gli alberi incessanti non erano riusciti a soffocare, più a valle, le rovine d'un altro tempio propizio, anch'esso di dei incendiati e morti; sapeva che il suo obbligo immediato era il sonno. Verso la mezzanotte lo svegliò il grido inconsolabile d'un uccello. Sentì il freddo della paura e cercò nella muraglia dilapidata una nicchia sepolcrale, si coprì con foglie sconosciute. Il proposito che lo guidava non era impossibile, anche se soprannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo nella realtà. (Borges, "Finzioni", Einaudi) Per quale motivo l'uomo si reca presso i resti del tempio?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Nessuno lo vide sbarcare nella notte unanime, nessuno vide la canoa di bambù incagliarsi nel fondo sacro; ma pochi giorni dopo, nessuno ignorava che l'uomo taciturno veniva dal Sud e che la sua patria era uno degli infiniti villaggi che sono a monte del fiume, nel fianco violento della montagna, dove l'idioma zend non è contaminato dal greco, e dove la lebbra è infrequente. L'uomo grigio baciò il fango, montò sulla riva senza scostare (probabilmente senza sentire) i rovi che gli laceravano le carni, e si ritrasse melmoso e insanguinato fino al recinto circolare che corona una tigre o cavallo di pietra, che fu una volta del colore del fuoco ed è ora di quello della cenere. Questa rotonda è ciò che resta d'un tempio che antichi incendi divorarono, che profanò la vegetazione delle paludi, e il cui dio non riceve più onori dagli uomini. Lo straniero si stese ai piedi della statua. Constatò senza stupore che le ferite s'erano cicatrizzate; chiuse gli occhi pallidi e dormì, non per stanchezza della carne ma per determinazione della volontà. Sapeva che questo tempio era il luogo che conveniva al suo invincibile proposito: sapeva che gli alberi incessanti non erano riusciti a soffocare, più a valle, le rovine d'un altro tempio propizio, anch'esso di dei incendiati e morti; sapeva che il suo obbligo immediato era il sonno. Verso la mezzanotte lo svegliò il grido inconsolabile d'un uccello. Sentì il freddo della paura e cercò nella muraglia dilapidata una nicchia sepolcrale, si coprì con foglie sconosciute. Il proposito che lo guidava non era impossibile, anche se soprannaturale. Voleva sognare un uomo: voleva sognarlo con minuziosa interezza e imporlo nella realtà. (Borges, "Finzioni", Einaudi) Che cosa resta dell'antico tempio dove si reca l'uomo?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Nettamente distinto in tre episodi di uguale durata (circa 20 min. ciascuno), "Fear and Desire" propone, con tutti i limiti propri di un'inesperta opera giovanile, la poetica completa di Kubrick. Se il futuro grande autore non esordisce con una pellicola eccezionale (peraltro anche il successivo "Killer's Kiss" non è un lavoro memorabile), ciononostante i temi appaiono già estremamente ben delineati, al punto che essi non subiranno più sostanziali mutamenti di prospettiva, limitandosi Kubrick a un loro ossessivo approfondimento e ampliamento, mediante anche una loro continua ricollocazione in differenti coordinate spazio-temporali. Laddove Fellini, Antonioni, Pasolini o Visconti esordiscono con opere prime sorprendenti, che segnalano autori già fortemente caratterizzati, Kubrick, pur tentando anch'egli fin dall'inizio "l'opera d'arte" alta e personale seppur travestita da film bellico, approda però a un esito modesto, penalizzato soprattutto dai dialoghi verbosi e letterari.Ciò che colpisce, col senno di poi, è la presenza delle tematiche fondamentali del suo futuro cinema. Il film dipinge l'uomo quale pura aggressività, quale spietata macchina da guerra: nella prima parte la spinta alla sopraffazione agisce in relazione alla fame (l'assalto alla pattuglia nemica, l'appropriarsi del loro "stufato" dopo averli uccisi); nella seconda essa agisce in rapporto all'istinto sessuale (la cattura della ragazza, la tentata violenza, la fuga e la morte della giovane); nella terza essa si manifesta sia come ossessione/competizione/duello (nell'impresa contro il Generale, Mac sembra dare un senso alla propria "inutile" esistenza), sia come istinto di autoconservazione (il furto dell'aeroplano e la salvezza).La concezione hobbesiana della vita come lotta senza quartiere, come guerra di tutti contro tutti, esordisce ora nel cinema di Kubrick per rimanervi, radicata e centrale, fino ad "Eyes Wide Shut". Nell'astratta foresta, luogo universale dell'esistere, attraversata da un fiume il cui scorrere allude all'indifferente passare delle ore e dei giorni, gli uomini si affrontano decisi a combattere per soddisfare le proprie pulsioni primarie: la fame, il desiderio sessuale, l'istinto aggressivo finalizzato alla propria autoconservazione ovvero il duello "utile alla vita" oltre che manifestazione ineludibile dell'umano spirito di competizione. (da: G. Rausa, "Fear and Desire: pulsioni primarie in uno schizzo d'autore (1953)" http://www.giusepperausa.it) Quale, tra i seguenti, NON è un tema affrontato da Kubrick in “Fear and desire"?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Nettamente distinto in tre episodi di uguale durata (circa 20 min. ciascuno), "Fear and Desire" propone, con tutti i limiti propri di un'inesperta opera giovanile, la poetica completa di Kubrick. Se il futuro grande autore non esordisce con una pellicola eccezionale (peraltro anche il successivo "Killer's Kiss" non è un lavoro memorabile), ciononostante i temi appaiono già estremamente ben delineati, al punto che essi non subiranno più sostanziali mutamenti di prospettiva, limitandosi Kubrick a un loro ossessivo approfondimento e ampliamento, mediante anche una loro continua ricollocazione in differenti coordinate spazio-temporali. Laddove Fellini, Antonioni, Pasolini o Visconti esordiscono con opere prime sorprendenti, che segnalano autori già fortemente caratterizzati, Kubrick, pur tentando anch'egli fin dall'inizio "l'opera d'arte" alta e personale seppur travestita da film bellico, approda però a un esito modesto, penalizzato soprattutto dai dialoghi verbosi e letterari.Ciò che colpisce, col senno di poi, è la presenza delle tematiche fondamentali del suo futuro cinema. Il film dipinge l'uomo quale pura aggressività, quale spietata macchina da guerra: nella prima parte la spinta alla sopraffazione agisce in relazione alla fame (l'assalto alla pattuglia nemica, l'appropriarsi del loro "stufato" dopo averli uccisi); nella seconda essa agisce in rapporto all'istinto sessuale (la cattura della ragazza, la tentata violenza, la fuga e la morte della giovane); nella terza essa si manifesta sia come ossessione/competizione/duello (nell'impresa contro il Generale, Mac sembra dare un senso alla propria "inutile" esistenza), sia come istinto di autoconservazione (il furto dell'aeroplano e la salvezza).La concezione hobbesiana della vita come lotta senza quartiere, come guerra di tutti contro tutti, esordisce ora nel cinema di Kubrick per rimanervi, radicata e centrale, fino ad "Eyes Wide Shut". Nell'astratta foresta, luogo universale dell'esistere, attraversata da un fiume il cui scorrere allude all'indifferente passare delle ore e dei giorni, gli uomini si affrontano decisi a combattere per soddisfare le proprie pulsioni primarie: la fame, il desiderio sessuale, l'istinto aggressivo finalizzato alla propria autoconservazione ovvero il duello "utile alla vita" oltre che manifestazione ineludibile dell'umano spirito di competizione. (da: G. Rausa, "Fear and Desire: pulsioni primarie in uno schizzo d'autore (1953)" http://www.giusepperausa.it) Quale delle seguenti affermazioni sulla visione di Kubrick della natura umana è coerente con quanto esposto nel brano?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Oggi, nella maggior parte dei paesi avanzati, il calcolo del tasso di disoccupazione si basa sulle indagini sulle famiglie. In Europa, questa indagine è chiamata “Labour Force Survey" (Lfs) ed è basata su interviste a un campione rappresentativo di individui. Ogni persona viene classificata come occupata se, nella settimana che precede quella in cui viene condotta l'intervista, ha svolto almeno un'ora di lavoro retribuito in una qualsiasi attività. Nell'Unione Europea, stime basate su Lfs mostrano che, nel 2008, il tasso medio di disoccupazione era pari al 7,1%. Negli Stati Uniti, viene condotta un'indagine chiamata “Current Population Survey" (Cps), basata su interviste mensili a 50.000 famiglie. L'indagine classifica un individuo come occupato se svolge attività lavorativa al momento dell'intervista e come disoccupato se non ha un lavoro ma ha compiuto almeno un'azione di ricerca nelle ultime quattro settimane. Stime basate sul Cps mostrano che, nel 2006, 144,4 milioni di persone in media erano occupate e sette milioni disoccupate, quindi il tasso di disoccupazione era pari al 4,6% circa.Notate che solo chi è in cerca di un lavoro è considerato disoccupato; coloro che invece non lavorano, ma non stanno nemmeno cercando un lavoro, sono considerati fuori dalla forza lavoro. Quando la disoccupazione è alta, alcune delle persone senza un lavoro smettono di cercarne uno e quindi non sono più considerate disoccupate. Queste persone prendono il nome di “lavoratori scoraggiati". Considerate un esempio estremo: se tutti i lavoratori senza un'occupazione rinunciassero a cercarne una, il tasso di disoccupazione sarebbe uguale a zero. Questo farebbe del tasso di disoccupazione un indicatore poco affidabile di cosa sta succedendo nel mercato del lavoro. L'esempio è evidentemente estremo; in pratica, quando l'economia rallenta, di solito si osserva sia un aumento della disoccupazione sia un aumento del numero di persone che escono dalla forza lavoro. (da: O. Blanchard, A. Amighini, F. Giavazzi, “Scoprire la macroeconomia", Il Mulino, 2010) Secondo le indagini di cui si parla nel brano, i “lavoratori scoraggiati" sono:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Ogni volta che qualcuno mi chiede di parlare del metodo scientifico sono in imbarazzo. Non tanto perché nutra dubbi fayerabendiani sull'esistenza del metodo, quanto perché non so bene né di che cosa il mio interlocutore vuole che parli, né se vuole che ne parli in senso storico.Che cosa si intende quando si chiede qualcosa intorno al metodo? Forse quali sono le regole grazie alle quali uno scienziato persegue un suo qualche fine da identificare? Forse proprio qualcosa intorno a tale fine? O forse qualcosa di più generale? Si vuole una storia del metodo scientifico attraverso i secoli? Si vuole la situazione dello stato dell'arte?Perché tutte queste domande per una richiesta apparentemente non ambigua, almeno stando all'intendere comune? Ebbene perché l'intendere comune, qui in Italia, è stato viziato da un'educazione non perfettamente in linea con ciò che si fa e si discute quando realmente ci si occupa di filosofia della scienza.Innanzitutto la filosofia della scienza non è solo lo studio del metodo scientifico inteso quale insieme di ricette più o meno definite o definibili che indicano prescrittivamente o descrittivamente il processo della ricerca scientifica. In secondo luogo, anche chi si occupa di metodologia non è detto che si debba occupare di metodo. Infatti con "metodologia" si dovrebbe intendere la "filosofia della scienza generale", per distinguerla dalla "filosofia delle scienze particolari".La "filosofia della scienza generale" si occupa di problemi riguardanti concetti che, più o meno, sono presenti in ogni ambito scientifico: la spiegazione, il realismo con i connessi problemi della sottodeterminazione teorica a causa dei dati, il problema delle notazioni equivalenti, l'inferenza alla miglior spiegazione o alla miglior causa o alla miglior corroborazione, la natura delle leggi di natura, il problema della controfattualità, la teoreticità della conoscenza e il problema del confronto fra teorie diverse, il progresso scientifico, i rapporti fra scienza e altri domini conoscitivi o valutativi ecc. Invece la "filosofia delle scienze particolari" si occupa dell'analisi filosofica di concetti di particolari ambiti scientifici (il problema della massa, del tempo, dello spazio ecc.) o di particolari teorie scientifiche (i problemi filosofici della relatività, della meccanica quantistica, della biologia teorica ecc.).Una volta specificato quanto sopra, mi è più facile proporre delle riflessioni sullo snodo metodo/scienza/filosofia. Dapprima parlerò della "filosofia" che di principio non dovrebbe essere fatta senza scienza, ossia della filosofia della scienza. Così discuterò dell'utilità di soffermarsi ancora sul metodo e delle due fallacie che derivano dal fare filosofia della scienza senza scienza e filosofia della scienza senza filosofia. Infine, brevemente, mi soffermerò sulla questione se sia possibile fare scienza senza filosofia e filosofia senza scienza.Affrontare la questione del metodo scientifico comporta innanzitutto trovarsi davanti a un trivio: fare storia del metodo? Utilizzare un approccio descrittivista? Proporre una via prescrittivista?Inoltrarsi lungo la prima possibilità significa vestire i panni dello storico e tentare di capire qual è il metodo scientifico teorizzato da un particolare autore in una particolare epoca, oppure vedere come all'interno di una data comunità scientifica, ben localizzata temporalmente, gli scienziati si sono comportati.Un lavoro quindi perfettamente legittimo, che vede storici delle idee, storici della filosofia e storici della scienza al lavoro. Si studia qual era il metodo cartesiano, o quello baconiano. Si analizza il dibattito che c'è stato in Inghilterra nella prima metà dell'800 fra John F.W. Herschel, William Whewell e John Stuart Mill. Oppure le discussioni, ormai avvenute quasi una trentina di anni fa, fra, da una parte Karl Popper e dall'altra Paul K. Feyerabend, Imre Lakatos e Thomas S. Kuhn. (Archivio Selexi) Quale potrebbe essere verosimilmente il titolo del brano?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Ogni volta che qualcuno mi chiede di parlare del metodo scientifico sono in imbarazzo. Non tanto perché nutra dubbi fayerabendiani sull'esistenza del metodo, quanto perché non so bene né di che cosa il mio interlocutore vuole che parli, né se vuole che ne parli in senso storico.Che cosa si intende quando si chiede qualcosa intorno al metodo? Forse quali sono le regole grazie alle quali uno scienziato persegue un suo qualche fine da identificare? Forse proprio qualcosa intorno a tale fine? O forse qualcosa di più generale? Si vuole una storia del metodo scientifico attraverso i secoli? Si vuole la situazione dello stato dell'arte?Perché tutte queste domande per una richiesta apparentemente non ambigua, almeno stando all'intendere comune? Ebbene perché l'intendere comune, qui in Italia, è stato viziato da un'educazione non perfettamente in linea con ciò che si fa e si discute quando realmente ci si occupa di filosofia della scienza.Innanzitutto la filosofia della scienza non è solo lo studio del metodo scientifico inteso quale insieme di ricette più o meno definite o definibili che indicano prescrittivamente o descrittivamente il processo della ricerca scientifica. In secondo luogo, anche chi si occupa di metodologia non è detto che si debba occupare di metodo. Infatti con "metodologia" si dovrebbe intendere la "filosofia della scienza generale", per distinguerla dalla "filosofia delle scienze particolari".La "filosofia della scienza generale" si occupa di problemi riguardanti concetti che, più o meno, sono presenti in ogni ambito scientifico: la spiegazione, il realismo con i connessi problemi della sottodeterminazione teorica a causa dei dati, il problema delle notazioni equivalenti, l'inferenza alla miglior spiegazione o alla miglior causa o alla miglior corroborazione, la natura delle leggi di natura, il problema della controfattualità, la teoreticità della conoscenza e il problema del confronto fra teorie diverse, il progresso scientifico, i rapporti fra scienza e altri domini conoscitivi o valutativi ecc. Invece la "filosofia delle scienze particolari" si occupa dell'analisi filosofica di concetti di particolari ambiti scientifici (il problema della massa, del tempo, dello spazio ecc.) o di particolari teorie scientifiche (i problemi filosofici della relatività, della meccanica quantistica, della biologia teorica ecc.).Una volta specificato quanto sopra, mi è più facile proporre delle riflessioni sullo snodo metodo/scienza/filosofia. Dapprima parlerò della "filosofia" che di principio non dovrebbe essere fatta senza scienza, ossia della filosofia della scienza. Così discuterò dell'utilità di soffermarsi ancora sul metodo e delle due fallacie che derivano dal fare filosofia della scienza senza scienza e filosofia della scienza senza filosofia. Infine, brevemente, mi soffermerò sulla questione se sia possibile fare scienza senza filosofia e filosofia senza scienza.Affrontare la questione del metodo scientifico comporta innanzitutto trovarsi davanti a un trivio: fare storia del metodo? Utilizzare un approccio descrittivista? Proporre una via prescrittivista?Inoltrarsi lungo la prima possibilità significa vestire i panni dello storico e tentare di capire qual è il metodo scientifico teorizzato da un particolare autore in una particolare epoca, oppure vedere come all'interno di una data comunità scientifica, ben localizzata temporalmente, gli scienziati si sono comportati.Un lavoro quindi perfettamente legittimo, che vede storici delle idee, storici della filosofia e storici della scienza al lavoro. Si studia qual era il metodo cartesiano, o quello baconiano. Si analizza il dibattito che c'è stato in Inghilterra nella prima metà dell'800 fra John F.W. Herschel, William Whewell e John Stuart Mill. Oppure le discussioni, ormai avvenute quasi una trentina di anni fa, fra, da una parte Karl Popper e dall'altra Paul K. Feyerabend, Imre Lakatos e Thomas S. Kuhn. (Archivio Selexi) L'autore del brano è presumibilmente:

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