Assumere una maschera triste oppure allegra, così come travestirsi con abiti aristocratici o plebei, implica una scelta di ruolo; chiunque abbia partecipato a una festa in maschera, al Carnevale di Venezia, alla sfilata di Viareggio, sa che il comportamento di ciascuno si modella sul personaggio interpretato. A loro volta gli osservatori si attendono che Arlecchino sia saltellante, il Vampiro terrifico, Messalina seducente, il Doge regale. Nell'assunzione del ruolo si esprime una ricerca di identificazione, spesso il desiderio di sperimentare, sia pure per un breve tempo e in un contesto particolare, un'altra vita. Desiderio di tutti e di tutte le epoche, come è testimoniato dalle rappresentazioni drammatiche e teatrali e, perché no, dalla complicità con cui vengono accolte le maschere. Il travestimento è una cosa seria. Bisogna stare al gioco sia da interpreti che da spettatori. Si dà luogo a un effetto catartico, di scarica delle tensioni cui condanna la consueta realtà: il dirigente d'azienda si veste da Pierrot e l'educatrice da Angelica o da Gianburrasca; a loro volta uno studente del primo anno di fisica può impersonare Einstein, manifestando un'ambizione che non confesserebbe neppure a sé stesso, e un impiegato di banca travestirsi da Gengis Khan. Per qualche ora, per un giorno, ciò è perfettamente lecito. Dà il piacere dell'insolito. Permette all'altra parte di sé di manifestarsi e l'esperienza non è fonte di ansia perché non viene posto davvero in discussione il proprio modo di essere. Gli altri non conoscono la nostra vera identità; si può ridere, parlare forte, lasciarsi andare a scherzi un po' spinti. E se la conoscono fa lo stesso. Tutti stanno al gioco. A questo complesso di sensazioni proprie e altrui si deve probabilmente l'immenso successo delle celebrazioni di Carnevale che ogni anno coinvolgono uomini e donne a milioni in una sarabanda di canti, di colori, di clamore. Purtroppo l'allentarsi delle inibizioni può anche condurre a eccessi pericolosi e asociali. Non a caso l'indossare in pubblico una maschera è vietato da molte legislazioni. Mutarsi il volto con un'immagine tragica o buffonesca sia pure di cartapesta, con un viso anonimo o celebre, costituisce anche una rivalsa della gente comune. Come sarebbe altrimenti possibile a chi non è professionista della parola e del gesto impersonare dignitosamente stati d'animo, personaggi, situazioni? La maschera dà sicurezza, permette di calarsi nella parte prescelta senza troppi problemi e di tornare se stessi in modo assai semplice: basta toglierla. Addestramento e sensibilità interpretativa sono invece richiesti in abbondanza agli attori. Essi devono saper evidenziare le azioni (movimenti, parole, discorsi) che le persone pongono in essere per averle coscientemente apprese oppure assimilate in maniera inconsapevole o perché innate. E così pure devono individuare gli atti, ovvero i contenuti intenzionali delle azioni. Accentuare taluni aspetti o certi altri, a seconda dei casi, significa interpretare tipi umani diversi. Nell'osservazione del comportamento altrui l'attore si comporta dunque come un etologo attento a cogliere azioni, atti, gesti caratteristici. E su questi ultimi si sofferma specialmente quel tipo particolare di attore che è il mimo. Egli infatti comunica con il pubblico mediante idonei segnali visivi che, secondo le classificazioni proposte dal noto etologo Desmond Morris, rientrano principalmente nelle categorie dei gesti espressivi, schematici, simbolici e propriamente mimici. |
Il gioco delle maschere |
Risposta tratta da : Brani Esercito Italiano Quiz - Concorso per l'ammissione di 41 allievi al 7° corso Allievi Ufficiali in Ferma Prefissata (A.U.F.P.) dell'Esercito per il conseguimento della nomina a Tenente in Ferma Prefissata, ausiliario del ruolo normale del Corpo degli Ingegneri, del Corpo di Commissariato e del Corpo Sanitario dell'Esercito |
di seguito le risposte errate:
 Modelli comportamentali ed etologia
 È sufficiente una bella maschera per diventare attori?
 Tutto è possibile, a Venezia
