Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Guardia di Finanza Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018  Esercitati su questo Quiz  |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Come si ricorderà, la fila delle bottegucce all'aperto che partiva dalla chiesa si svolgeva fino all'albergo Thénardier; quelle botteghe, per via del prossimo passaggio dei borghesi che si recavano alla messa di mezzanotte, eran tutte illuminate con candele che ardevano entro imbuti di carta, ciò che, come diceva il maestro di scuola, seduto a tavola in quel momento dai Thénardier, faceva "un effetto magico". In compenso, non si vedeva una sola stella in cielo. L'ultima di quelle baracche, proprio davanti alla porta dei Thénardier, era una bottega di chincaglieria [1], tutta rilucente d'orpelli, conterie e magnifici oggetti di latta. In prima fila davanti a tutto, il mercante aveva collocato, sopra uno sfondo di candidi tovaglioli, un'immensa bambola, alta quasi due piedi e vestita d'un abito di crespo rosa, colle spighe d'oro in capo e i capelli veri e occhi di smalto. Tutto il giorno quella meraviglia era stata esposta all'ammirazione dei passanti sotto i dieci anni, senza che si fosse trovata in Montfermeil una madre così ricca, o almeno così prodiga, da regalarla alla propria figlia. Eponina e Azelma avevan passato ore intere a contemplarla e perfino Cosette (furtivamente, è vero) aveva osato guardarla. Quando Cosette uscì, col secchio in mano, non poté trattenersi, benché triste ed accasciata, dall'alzare gli occhi verso quella prodigiosa bambola, la signora, com'ella la chiamava: e s'arrestò impietrita. Non l'aveva ancor vista da vicino: l'intera bottega le sembrava un palazzo e quella bambola era una visione. Eran la gioia, lo splendore, la ricchezza, la felicità che apparivano in una specie di chimerica luce a quell'infelice esserino [2] così profondamente immerso in una miseria gelida. Cosette misurava colla sagacità ingenua e triste dell'infanzia l'abisso che la separava da quella bambola e s'andava dicendo che bisognava essere una regina o almeno una principessa per avere una "cosa" come quella. Osservava quel bel vestito rosa, quei bei capelli lisci e pensava: "Come dev'essere felice, quella bambola!" Non poteva staccare gli occhi da quella bottega fantastica e, quanto più guardava, tanto più era abbacinata [3]: credeva di vedere il paradiso. Dietro la grande, vi erano altre bambole che le sembravan fate e geni; e il mercante che andava e veniva in fondo alla baracca le faceva un po' l'effetto d'essere il Padre Eterno. In quell'adorazione, dimenticava tutto, anche la commissione di cui era incaricata; all'improvviso, la voce rude della Thénardier la richiamò alla realtà: "Come! Non sei andata ancora, pettegola? Aspetta che vengo! Vorrei sapere cosa sta lì a fare! Va', mostriciattolo!". La Thénardier aveva dato un'occhiata sulla via ed aveva scorto Cosette in estasi. Ella scappò via col secchio, facendo i passi più lunghi che poteva". (Da: Hugo, "I Miserabili") Che cosa significa "chincaglieria" nel passaggio contrassegnato da [1]? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Come si ricorderà, la fila delle bottegucce all'aperto che partiva dalla chiesa si svolgeva fino all'albergo Thénardier; quelle botteghe, per via del prossimo passaggio dei borghesi che si recavano alla messa di mezzanotte, eran tutte illuminate con candele che ardevano entro imbuti di carta, ciò che, come diceva il maestro di scuola, seduto a tavola in quel momento dai Thénardier, faceva "un effetto magico". In compenso, non si vedeva una sola stella in cielo. L'ultima di quelle baracche, proprio davanti alla porta dei Thénardier, era una bottega di chincaglieria [1], tutta rilucente d'orpelli, conterie e magnifici oggetti di latta. In prima fila davanti a tutto, il mercante aveva collocato, sopra uno sfondo di candidi tovaglioli, un'immensa bambola, alta quasi due piedi e vestita d'un abito di crespo rosa, colle spighe d'oro in capo e i capelli veri e occhi di smalto. Tutto il giorno quella meraviglia era stata esposta all'ammirazione dei passanti sotto i dieci anni, senza che si fosse trovata in Montfermeil una madre così ricca, o almeno così prodiga, da regalarla alla propria figlia. Eponina e Azelma avevan passato ore intere a contemplarla e perfino Cosette (furtivamente, è vero) aveva osato guardarla. Quando Cosette uscì, col secchio in mano, non poté trattenersi, benché triste ed accasciata, dall'alzare gli occhi verso quella prodigiosa bambola, la signora, com'ella la chiamava: e s'arrestò impietrita. Non l'aveva ancor vista da vicino: l'intera bottega le sembrava un palazzo e quella bambola era una visione. Eran la gioia, lo splendore, la ricchezza, la felicità che apparivano in una specie di chimerica luce a quell'infelice esserino [2] così profondamente immerso in una miseria gelida. Cosette misurava colla sagacità ingenua e triste dell'infanzia l'abisso che la separava da quella bambola e s'andava dicendo che bisognava essere una regina o almeno una principessa per avere una "cosa" come quella. Osservava quel bel vestito rosa, quei bei capelli lisci e pensava: "Come dev'essere felice, quella bambola!" Non poteva staccare gli occhi da quella bottega fantastica e, quanto più guardava, tanto più era abbacinata [3]: credeva di vedere il paradiso. Dietro la grande, vi erano altre bambole che le sembravan fate e geni; e il mercante che andava e veniva in fondo alla baracca le faceva un po' l'effetto d'essere il Padre Eterno. In quell'adorazione, dimenticava tutto, anche la commissione di cui era incaricata; all'improvviso, la voce rude della Thénardier la richiamò alla realtà: "Come! Non sei andata ancora, pettegola? Aspetta che vengo! Vorrei sapere cosa sta lì a fare! Va', mostriciattolo!". La Thénardier aveva dato un'occhiata sulla via ed aveva scorto Cosette in estasi. Ella scappò via col secchio, facendo i passi più lunghi che poteva". (Da: Hugo, "I Miserabili") Quale delle seguenti affermazioni su Cosette è deducibile dal brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Come si ricorderà, la fila delle bottegucce all'aperto che partiva dalla chiesa si svolgeva fino all'albergo Thénardier; quelle botteghe, per via del prossimo passaggio dei borghesi che si recavano alla messa di mezzanotte, eran tutte illuminate con candele che ardevano entro imbuti di carta, ciò che, come diceva il maestro di scuola, seduto a tavola in quel momento dai Thénardier, faceva "un effetto magico". In compenso, non si vedeva una sola stella in cielo. L'ultima di quelle baracche, proprio davanti alla porta dei Thénardier, era una bottega di chincaglieria [1], tutta rilucente d'orpelli, conterie e magnifici oggetti di latta. In prima fila davanti a tutto, il mercante aveva collocato, sopra uno sfondo di candidi tovaglioli, un'immensa bambola, alta quasi due piedi e vestita d'un abito di crespo rosa, colle spighe d'oro in capo e i capelli veri e occhi di smalto. Tutto il giorno quella meraviglia era stata esposta all'ammirazione dei passanti sotto i dieci anni, senza che si fosse trovata in Montfermeil una madre così ricca, o almeno così prodiga, da regalarla alla propria figlia. Eponina e Azelma avevan passato ore intere a contemplarla e perfino Cosette (furtivamente, è vero) aveva osato guardarla. Quando Cosette uscì, col secchio in mano, non poté trattenersi, benché triste ed accasciata, dall'alzare gli occhi verso quella prodigiosa bambola, la signora, com'ella la chiamava: e s'arrestò impietrita. Non l'aveva ancor vista da vicino: l'intera bottega le sembrava un palazzo e quella bambola era una visione. Eran la gioia, lo splendore, la ricchezza, la felicità che apparivano in una specie di chimerica luce a quell'infelice esserino [2] così profondamente immerso in una miseria gelida. Cosette misurava colla sagacità ingenua e triste dell'infanzia l'abisso che la separava da quella bambola e s'andava dicendo che bisognava essere una regina o almeno una principessa per avere una "cosa" come quella. Osservava quel bel vestito rosa, quei bei capelli lisci e pensava: "Come dev'essere felice, quella bambola!" Non poteva staccare gli occhi da quella bottega fantastica e, quanto più guardava, tanto più era abbacinata [3]: credeva di vedere il paradiso. Dietro la grande, vi erano altre bambole che le sembravan fate e geni; e il mercante che andava e veniva in fondo alla baracca le faceva un po' l'effetto d'essere il Padre Eterno. In quell'adorazione, dimenticava tutto, anche la commissione di cui era incaricata; all'improvviso, la voce rude della Thénardier la richiamò alla realtà: "Come! Non sei andata ancora, pettegola? Aspetta che vengo! Vorrei sapere cosa sta lì a fare! Va', mostriciattolo!". La Thénardier aveva dato un'occhiata sulla via ed aveva scorto Cosette in estasi. Ella scappò via col secchio, facendo i passi più lunghi che poteva". (Da: Hugo, "I Miserabili") Quale delle seguenti affermazioni è deducibile dal brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Come si ricorderà, la fila delle bottegucce all'aperto che partiva dalla chiesa si svolgeva fino all'albergo Thénardier; quelle botteghe, per via del prossimo passaggio dei borghesi che si recavano alla messa di mezzanotte, eran tutte illuminate con candele che ardevano entro imbuti di carta, ciò che, come diceva il maestro di scuola, seduto a tavola in quel momento dai Thénardier, faceva "un effetto magico". In compenso, non si vedeva una sola stella in cielo. L'ultima di quelle baracche, proprio davanti alla porta dei Thénardier, era una bottega di chincaglieria [1], tutta rilucente d'orpelli, conterie e magnifici oggetti di latta. In prima fila davanti a tutto, il mercante aveva collocato, sopra uno sfondo di candidi tovaglioli, un'immensa bambola, alta quasi due piedi e vestita d'un abito di crespo rosa, colle spighe d'oro in capo e i capelli veri e occhi di smalto. Tutto il giorno quella meraviglia era stata esposta all'ammirazione dei passanti sotto i dieci anni, senza che si fosse trovata in Montfermeil una madre così ricca, o almeno così prodiga, da regalarla alla propria figlia. Eponina e Azelma avevan passato ore intere a contemplarla e perfino Cosette (furtivamente, è vero) aveva osato guardarla. Quando Cosette uscì, col secchio in mano, non poté trattenersi, benché triste ed accasciata, dall'alzare gli occhi verso quella prodigiosa bambola, la signora, com'ella la chiamava: e s'arrestò impietrita. Non l'aveva ancor vista da vicino: l'intera bottega le sembrava un palazzo e quella bambola era una visione. Eran la gioia, lo splendore, la ricchezza, la felicità che apparivano in una specie di chimerica luce a quell'infelice esserino [2] così profondamente immerso in una miseria gelida. Cosette misurava colla sagacità ingenua e triste dell'infanzia l'abisso che la separava da quella bambola e s'andava dicendo che bisognava essere una regina o almeno una principessa per avere una "cosa" come quella. Osservava quel bel vestito rosa, quei bei capelli lisci e pensava: "Come dev'essere felice, quella bambola!" Non poteva staccare gli occhi da quella bottega fantastica e, quanto più guardava, tanto più era abbacinata [3]: credeva di vedere il paradiso. Dietro la grande, vi erano altre bambole che le sembravan fate e geni; e il mercante che andava e veniva in fondo alla baracca le faceva un po' l'effetto d'essere il Padre Eterno. In quell'adorazione, dimenticava tutto, anche la commissione di cui era incaricata; all'improvviso, la voce rude della Thénardier la richiamò alla realtà: "Come! Non sei andata ancora, pettegola? Aspetta che vengo! Vorrei sapere cosa sta lì a fare! Va', mostriciattolo!". La Thénardier aveva dato un'occhiata sulla via ed aveva scorto Cosette in estasi. Ella scappò via col secchio, facendo i passi più lunghi che poteva". (Da: Hugo, "I Miserabili") A chi si riferisce l'autore con l'espressione "infelice esserino" [2], e perché? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Come si ricorderà, la fila delle bottegucce all'aperto che partiva dalla chiesa si svolgeva fino all'albergo Thénardier; quelle botteghe, per via del prossimo passaggio dei borghesi che si recavano alla messa di mezzanotte, eran tutte illuminate con candele che ardevano entro imbuti di carta, ciò che, come diceva il maestro di scuola, seduto a tavola in quel momento dai Thénardier, faceva "un effetto magico". In compenso, non si vedeva una sola stella in cielo. L'ultima di quelle baracche, proprio davanti alla porta dei Thénardier, era una bottega di chincaglieria [1], tutta rilucente d'orpelli, conterie e magnifici oggetti di latta. In prima fila davanti a tutto, il mercante aveva collocato, sopra uno sfondo di candidi tovaglioli, un'immensa bambola, alta quasi due piedi e vestita d'un abito di crespo rosa, colle spighe d'oro in capo e i capelli veri e occhi di smalto. Tutto il giorno quella meraviglia era stata esposta all'ammirazione dei passanti sotto i dieci anni, senza che si fosse trovata in Montfermeil una madre così ricca, o almeno così prodiga, da regalarla alla propria figlia. Eponina e Azelma avevan passato ore intere a contemplarla e perfino Cosette (furtivamente, è vero) aveva osato guardarla. Quando Cosette uscì, col secchio in mano, non poté trattenersi, benché triste ed accasciata, dall'alzare gli occhi verso quella prodigiosa bambola, la signora, com'ella la chiamava: e s'arrestò impietrita. Non l'aveva ancor vista da vicino: l'intera bottega le sembrava un palazzo e quella bambola era una visione. Eran la gioia, lo splendore, la ricchezza, la felicità che apparivano in una specie di chimerica luce a quell'infelice esserino [2] così profondamente immerso in una miseria gelida. Cosette misurava colla sagacità ingenua e triste dell'infanzia l'abisso che la separava da quella bambola e s'andava dicendo che bisognava essere una regina o almeno una principessa per avere una "cosa" come quella. Osservava quel bel vestito rosa, quei bei capelli lisci e pensava: "Come dev'essere felice, quella bambola!" Non poteva staccare gli occhi da quella bottega fantastica e, quanto più guardava, tanto più era abbacinata [3]: credeva di vedere il paradiso. Dietro la grande, vi erano altre bambole che le sembravan fate e geni; e il mercante che andava e veniva in fondo alla baracca le faceva un po' l'effetto d'essere il Padre Eterno. In quell'adorazione, dimenticava tutto, anche la commissione di cui era incaricata; all'improvviso, la voce rude della Thénardier la richiamò alla realtà: "Come! Non sei andata ancora, pettegola? Aspetta che vengo! Vorrei sapere cosa sta lì a fare! Va', mostriciattolo!". La Thénardier aveva dato un'occhiata sulla via ed aveva scorto Cosette in estasi. Ella scappò via col secchio, facendo i passi più lunghi che poteva". (Da: Hugo, "I Miserabili") Quale alternativa rappresenta una coppia di sinonimi di "abbacinata" [3], secondo il significato che assume nel brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Come sono lieto di esser partito! Amico carissimo, che è mai il cuore dell'uomo! Ho lasciato te che amo tanto, dal quale ero inseparabile, e sono lieto! Pure so che tu mi perdonerai. Tutte le altre persone che conoscevamo non sembravano forse scelte apposta dal destino per angosciare un cuore come il mio? Povera Eleonora! Eppure io ero innocente. Che potevo fare se mentre le grazie capricciose di sua sorella mi procuravano un piacevole passatempo, in quel povero cuore nasceva una passione? Ma... sono proprio del tutto innocente? Non ho forse alimentato i suoi sentimenti? Non mi sono dilettato delle sue sincere, ingenue espressioni che tanto spesso ci facevano ridere, e che erano invece così poco risibili? Non ho io... Ah! L'uomo deve sempre piangere su se stesso! Io voglio, caro amico, e te lo prometto, io voglio emendarmi; non voglio più rimuginare quel po' di male che il destino mi manda, come ho fatto finora; voglio godere il presente e voglio che il passato sia per sempre passato. Senza dubbio tu hai ragione, carissimo, i dolori degli uomini sarebbero minori se essi - Dio sa perché, siamo fatti così! - se essi non si affaticassero con tanta forza di immaginazione a risuscitare i ricordi del male passato, piuttosto che sopportare un presente privo di cure. Sarai così buono da dire a mia madre che sbrigherò nel miglior modo possibile i suoi affari e gliene darò notizie quanto prima. Ho parlato con mia zia e non ho affatto trovato in lei quella donna cattiva che da noi si ritiene lei sia. È una donna ardente, passionale e di ottimo cuore.Le ho reso noti i lamenti di mia madre per la parte di eredità che lei ha trattenuta; me ne ha esposto le ragioni e mi ha detto a quali condizioni sarebbe pronta a rendere tutto, e anche più di quanto noi domandiamo. Basta, non voglio scrivere altro su questo; di' a mia madre che tutto andrà bene. Intanto, a proposito di questa piccola questione, ho osservato che l'incomprensione reciproca e l'indolenza [1] fanno forse più male nel mondo della malignità e della cattiveria. Almeno queste due ultime sono certo più rare. Del resto io qui mi trovo benissimo; la solitudine è un balsamo prezioso per il mio spirito in questo luogo di paradiso, e questa stagione di giovinezza riscalda potentemente il mio cuore che spesso rabbrividisce. Ogni albero, ogni siepe è un mazzo di fiori e io vorrei essere un maggiolino per librarmi in questo mare di profumi e potervi trovare tutto il mio nutrimento. La città in se stessa non è bella, ma la circonda un indicibile splendore di natura. Questo spinse il defunto Conte M. a piantare un giardino sopra una delle colline che graziosamente si intrecciano e formano leggiadrissime valli. Il giardino è semplice, e si sente fin dall'entrare che ne tracciò il piano non un abile giardiniere, ma un cuore sensibile che qui voleva godere se stesso. Ho già sparso lacrime su colui che non è più, in quel cadente gabinetto che era un giorno il suo posticino favorito e che ora è il mio.Presto sarò padrone del giardino; il giardiniere mi si è già affezionato in questi pochi giorni e non dovrà pentirsene. (Da: Goethe, "I dolori del giovane Werther") Dalla lettura del brano si evince che il suo protagonista: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Come sono lieto di esser partito! Amico carissimo, che è mai il cuore dell'uomo! Ho lasciato te che amo tanto, dal quale ero inseparabile, e sono lieto! Pure so che tu mi perdonerai. Tutte le altre persone che conoscevamo non sembravano forse scelte apposta dal destino per angosciare un cuore come il mio? Povera Eleonora! Eppure io ero innocente. Che potevo fare se mentre le grazie capricciose di sua sorella mi procuravano un piacevole passatempo, in quel povero cuore nasceva una passione? Ma... sono proprio del tutto innocente? Non ho forse alimentato i suoi sentimenti? Non mi sono dilettato delle sue sincere, ingenue espressioni che tanto spesso ci facevano ridere, e che erano invece così poco risibili? Non ho io... Ah! L'uomo deve sempre piangere su se stesso! Io voglio, caro amico, e te lo prometto, io voglio emendarmi; non voglio più rimuginare quel po' di male che il destino mi manda, come ho fatto finora; voglio godere il presente e voglio che il passato sia per sempre passato. Senza dubbio tu hai ragione, carissimo, i dolori degli uomini sarebbero minori se essi - Dio sa perché, siamo fatti così! - se essi non si affaticassero con tanta forza di immaginazione a risuscitare i ricordi del male passato, piuttosto che sopportare un presente privo di cure. Sarai così buono da dire a mia madre che sbrigherò nel miglior modo possibile i suoi affari e gliene darò notizie quanto prima. Ho parlato con mia zia e non ho affatto trovato in lei quella donna cattiva che da noi si ritiene lei sia. È una donna ardente, passionale e di ottimo cuore.Le ho reso noti i lamenti di mia madre per la parte di eredità che lei ha trattenuta; me ne ha esposto le ragioni e mi ha detto a quali condizioni sarebbe pronta a rendere tutto, e anche più di quanto noi domandiamo. Basta, non voglio scrivere altro su questo; di' a mia madre che tutto andrà bene. Intanto, a proposito di questa piccola questione, ho osservato che l'incomprensione reciproca e l'indolenza [1] fanno forse più male nel mondo della malignità e della cattiveria. Almeno queste due ultime sono certo più rare. Del resto io qui mi trovo benissimo; la solitudine è un balsamo prezioso per il mio spirito in questo luogo di paradiso, e questa stagione di giovinezza riscalda potentemente il mio cuore che spesso rabbrividisce. Ogni albero, ogni siepe è un mazzo di fiori e io vorrei essere un maggiolino per librarmi in questo mare di profumi e potervi trovare tutto il mio nutrimento. La città in se stessa non è bella, ma la circonda un indicibile splendore di natura. Questo spinse il defunto Conte M. a piantare un giardino sopra una delle colline che graziosamente si intrecciano e formano leggiadrissime valli. Il giardino è semplice, e si sente fin dall'entrare che ne tracciò il piano non un abile giardiniere, ma un cuore sensibile che qui voleva godere se stesso. Ho già sparso lacrime su colui che non è più, in quel cadente gabinetto che era un giorno il suo posticino favorito e che ora è il mio.Presto sarò padrone del giardino; il giardiniere mi si è già affezionato in questi pochi giorni e non dovrà pentirsene. (Da: Goethe, "I dolori del giovane Werther") Considerandone il tono e le forme espressive, il brano è verosimilmente tratto da: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Come sono lieto di esser partito! Amico carissimo, che è mai il cuore dell'uomo! Ho lasciato te che amo tanto, dal quale ero inseparabile, e sono lieto! Pure so che tu mi perdonerai. Tutte le altre persone che conoscevamo non sembravano forse scelte apposta dal destino per angosciare un cuore come il mio? Povera Eleonora! Eppure io ero innocente. Che potevo fare se mentre le grazie capricciose di sua sorella mi procuravano un piacevole passatempo, in quel povero cuore nasceva una passione? Ma... sono proprio del tutto innocente? Non ho forse alimentato i suoi sentimenti? Non mi sono dilettato delle sue sincere, ingenue espressioni che tanto spesso ci facevano ridere, e che erano invece così poco risibili? Non ho io... Ah! L'uomo deve sempre piangere su se stesso! Io voglio, caro amico, e te lo prometto, io voglio emendarmi; non voglio più rimuginare quel po' di male che il destino mi manda, come ho fatto finora; voglio godere il presente e voglio che il passato sia per sempre passato. Senza dubbio tu hai ragione, carissimo, i dolori degli uomini sarebbero minori se essi - Dio sa perché, siamo fatti così! - se essi non si affaticassero con tanta forza di immaginazione a risuscitare i ricordi del male passato, piuttosto che sopportare un presente privo di cure. Sarai così buono da dire a mia madre che sbrigherò nel miglior modo possibile i suoi affari e gliene darò notizie quanto prima. Ho parlato con mia zia e non ho affatto trovato in lei quella donna cattiva che da noi si ritiene lei sia. È una donna ardente, passionale e di ottimo cuore.Le ho reso noti i lamenti di mia madre per la parte di eredità che lei ha trattenuta; me ne ha esposto le ragioni e mi ha detto a quali condizioni sarebbe pronta a rendere tutto, e anche più di quanto noi domandiamo. Basta, non voglio scrivere altro su questo; di' a mia madre che tutto andrà bene. Intanto, a proposito di questa piccola questione, ho osservato che l'incomprensione reciproca e l'indolenza [1] fanno forse più male nel mondo della malignità e della cattiveria. Almeno queste due ultime sono certo più rare. Del resto io qui mi trovo benissimo; la solitudine è un balsamo prezioso per il mio spirito in questo luogo di paradiso, e questa stagione di giovinezza riscalda potentemente il mio cuore che spesso rabbrividisce. Ogni albero, ogni siepe è un mazzo di fiori e io vorrei essere un maggiolino per librarmi in questo mare di profumi e potervi trovare tutto il mio nutrimento. La città in se stessa non è bella, ma la circonda un indicibile splendore di natura. Questo spinse il defunto Conte M. a piantare un giardino sopra una delle colline che graziosamente si intrecciano e formano leggiadrissime valli. Il giardino è semplice, e si sente fin dall'entrare che ne tracciò il piano non un abile giardiniere, ma un cuore sensibile che qui voleva godere se stesso. Ho già sparso lacrime su colui che non è più, in quel cadente gabinetto che era un giorno il suo posticino favorito e che ora è il mio.Presto sarò padrone del giardino; il giardiniere mi si è già affezionato in questi pochi giorni e non dovrà pentirsene. (Da: Goethe, "I dolori del giovane Werther") A chi si rivolge l'io narrante del brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Come sono lieto di esser partito! Amico carissimo, che è mai il cuore dell'uomo! Ho lasciato te che amo tanto, dal quale ero inseparabile, e sono lieto! Pure so che tu mi perdonerai. Tutte le altre persone che conoscevamo non sembravano forse scelte apposta dal destino per angosciare un cuore come il mio? Povera Eleonora! Eppure io ero innocente. Che potevo fare se mentre le grazie capricciose di sua sorella mi procuravano un piacevole passatempo, in quel povero cuore nasceva una passione? Ma... sono proprio del tutto innocente? Non ho forse alimentato i suoi sentimenti? Non mi sono dilettato delle sue sincere, ingenue espressioni che tanto spesso ci facevano ridere, e che erano invece così poco risibili? Non ho io... Ah! L'uomo deve sempre piangere su se stesso! Io voglio, caro amico, e te lo prometto, io voglio emendarmi; non voglio più rimuginare quel po' di male che il destino mi manda, come ho fatto finora; voglio godere il presente e voglio che il passato sia per sempre passato. Senza dubbio tu hai ragione, carissimo, i dolori degli uomini sarebbero minori se essi - Dio sa perché, siamo fatti così! - se essi non si affaticassero con tanta forza di immaginazione a risuscitare i ricordi del male passato, piuttosto che sopportare un presente privo di cure. Sarai così buono da dire a mia madre che sbrigherò nel miglior modo possibile i suoi affari e gliene darò notizie quanto prima. Ho parlato con mia zia e non ho affatto trovato in lei quella donna cattiva che da noi si ritiene lei sia. È una donna ardente, passionale e di ottimo cuore.Le ho reso noti i lamenti di mia madre per la parte di eredità che lei ha trattenuta; me ne ha esposto le ragioni e mi ha detto a quali condizioni sarebbe pronta a rendere tutto, e anche più di quanto noi domandiamo. Basta, non voglio scrivere altro su questo; di' a mia madre che tutto andrà bene. Intanto, a proposito di questa piccola questione, ho osservato che l'incomprensione reciproca e l'indolenza [1] fanno forse più male nel mondo della malignità e della cattiveria. Almeno queste due ultime sono certo più rare. Del resto io qui mi trovo benissimo; la solitudine è un balsamo prezioso per il mio spirito in questo luogo di paradiso, e questa stagione di giovinezza riscalda potentemente il mio cuore che spesso rabbrividisce. Ogni albero, ogni siepe è un mazzo di fiori e io vorrei essere un maggiolino per librarmi in questo mare di profumi e potervi trovare tutto il mio nutrimento. La città in se stessa non è bella, ma la circonda un indicibile splendore di natura. Questo spinse il defunto Conte M. a piantare un giardino sopra una delle colline che graziosamente si intrecciano e formano leggiadrissime valli. Il giardino è semplice, e si sente fin dall'entrare che ne tracciò il piano non un abile giardiniere, ma un cuore sensibile che qui voleva godere se stesso. Ho già sparso lacrime su colui che non è più, in quel cadente gabinetto che era un giorno il suo posticino favorito e che ora è il mio.Presto sarò padrone del giardino; il giardiniere mi si è già affezionato in questi pochi giorni e non dovrà pentirsene. (Da: Goethe, "I dolori del giovane Werther") Quale dei seguenti termini è un sinonimo di "indolenza" [1]? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Come sono lieto di esser partito! Amico carissimo, che è mai il cuore dell'uomo! Ho lasciato te che amo tanto, dal quale ero inseparabile, e sono lieto! Pure so che tu mi perdonerai. Tutte le altre persone che conoscevamo non sembravano forse scelte apposta dal destino per angosciare un cuore come il mio? Povera Eleonora! Eppure io ero innocente. Che potevo fare se mentre le grazie capricciose di sua sorella mi procuravano un piacevole passatempo, in quel povero cuore nasceva una passione? Ma... sono proprio del tutto innocente? Non ho forse alimentato i suoi sentimenti? Non mi sono dilettato delle sue sincere, ingenue espressioni che tanto spesso ci facevano ridere, e che erano invece così poco risibili? Non ho io... Ah! L'uomo deve sempre piangere su se stesso! Io voglio, caro amico, e te lo prometto, io voglio emendarmi; non voglio più rimuginare quel po' di male che il destino mi manda, come ho fatto finora; voglio godere il presente e voglio che il passato sia per sempre passato. Senza dubbio tu hai ragione, carissimo, i dolori degli uomini sarebbero minori se essi - Dio sa perché, siamo fatti così! - se essi non si affaticassero con tanta forza di immaginazione a risuscitare i ricordi del male passato, piuttosto che sopportare un presente privo di cure. Sarai così buono da dire a mia madre che sbrigherò nel miglior modo possibile i suoi affari e gliene darò notizie quanto prima. Ho parlato con mia zia e non ho affatto trovato in lei quella donna cattiva che da noi si ritiene lei sia. È una donna ardente, passionale e di ottimo cuore.Le ho reso noti i lamenti di mia madre per la parte di eredità che lei ha trattenuta; me ne ha esposto le ragioni e mi ha detto a quali condizioni sarebbe pronta a rendere tutto, e anche più di quanto noi domandiamo. Basta, non voglio scrivere altro su questo; di' a mia madre che tutto andrà bene. Intanto, a proposito di questa piccola questione, ho osservato che l'incomprensione reciproca e l'indolenza [1] fanno forse più male nel mondo della malignità e della cattiveria. Almeno queste due ultime sono certo più rare. Del resto io qui mi trovo benissimo; la solitudine è un balsamo prezioso per il mio spirito in questo luogo di paradiso, e questa stagione di giovinezza riscalda potentemente il mio cuore che spesso rabbrividisce. Ogni albero, ogni siepe è un mazzo di fiori e io vorrei essere un maggiolino per librarmi in questo mare di profumi e potervi trovare tutto il mio nutrimento. La città in se stessa non è bella, ma la circonda un indicibile splendore di natura. Questo spinse il defunto Conte M. a piantare un giardino sopra una delle colline che graziosamente si intrecciano e formano leggiadrissime valli. Il giardino è semplice, e si sente fin dall'entrare che ne tracciò il piano non un abile giardiniere, ma un cuore sensibile che qui voleva godere se stesso. Ho già sparso lacrime su colui che non è più, in quel cadente gabinetto che era un giorno il suo posticino favorito e che ora è il mio.Presto sarò padrone del giardino; il giardiniere mi si è già affezionato in questi pochi giorni e non dovrà pentirsene. (Da: Goethe, "I dolori del giovane Werther") La voce narrante concorda con il proprio interlocutore rispetto al fatto che: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Con i "se" non si fa la storia. Eppure il cinema ogni tanto ci riesce, se non a cambiarne il corso per lo meno a farci vedere cosa potrebbe succedere se... È questo uno dei meriti del film "Il figlio dell'altra" di Lorraine Lévy, regista ebrea residente a Parigi, che ha rielaborato uno spunto di cronaca per costruirne una storia esemplare della serie "cosa potrebbe succedere se...". Nella finzione cinematografica tutto comincia quando il diciannovenne Joseph Silberg (Jules Sitruk) deve fare le visite mediche per il servizio militare. E alla madre (Emmanuelle Devos), medico lei pure, non sfugge che avendo due genitori di gruppo sanguigno "A negativo" lui non può risultare "A positivo". Nuove analisi e nuova, definitiva conferma: "A positivo". Il primo dubbio, del marito (Pascal Elbé) e del medico curante, è quello di un tradimento consumato vent'anni prima, ma la donna nega con certezza (e sincerità) questa ipotesi. La spiegazione viene pian piano a galla: il giorno della nascita di Joseph, nel 1991, l'ospedale di Haifa era sotto il pericolo di un attacco di Scud iraniani (erano i giorni della prima guerra del Golfo) e la nursery era stata evacuata in tutta fretta. Troppo in fretta, evidentemente, perché il figlio dei signori Silberg era stato scambiato con quello dei signori Al Bezaaz. Non più ebrei, ma palestinesi. La scelta vincente della regista, a questo punto, è quella di raccontare abbastanza in fretta lo scambio, senza perdersi in tante ricostruzioni o giustificazioni, per concentrarsi prima sulle reazioni degli adulti e poi su quelle dei due ragazzi di fronte a questa scoperta. Perché dopo aver fatto la conoscenza di Joseph, facciamo anche quella di Yacine (Mehdi Dehbi), figlio esemplare [1] di una povera famiglia palestinese (povera perché rovinata dalla politica isolazionista di Israele che ha "costretto" il padre di Yacine a fare il meccanico per vivere nonostante la laurea in ingegneria). Il ragazzo palestinese si è appena diplomato a Parigi, dove vive una zia, e vuole fare il medico per poter aprire un ospedale popolare nel suo quartiere. I due padri diventano i simboli di due comunità che hanno introiettato il sospetto e il rancore reciproco. Le madri invece sono meno segnate dalle ragioni della politica e cominciano a fare i conti con quelle del cuore e della carne. [2] Allo stesso modo i due ragazzi, che diventano simbolo di pacificazione futura, cominciano a frequentarsi e a fare i conti con un'idea di vita diversa da quella che hanno sempre vissuto fino ad allora. Tutti questi temi prima si intrecciano nella mente dello spettatore e poi pian piano prendono nuova forma e diversa importanza.Non è più solo questione di amori materni e rigidità personali, bisogna anche fare i conti con le leggi della comunità, il giudizio degli amici, l'invasione della politica. È un mondo di abitudini e di comportamenti che viene messo in crisi dallo scambio di identità, portando i personaggi (e lo spettatore con loro) a riflettere su una vita che a volte sembra assolutamente "normale", e altre volte appare in tutta la sua crudeltà e sofferenza. (Adattato da: "Il figlio dell'altra", Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, 12 marzo 2013) La trama del film, in base a questa recensione: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Con i "se" non si fa la storia. Eppure il cinema ogni tanto ci riesce, se non a cambiarne il corso per lo meno a farci vedere cosa potrebbe succedere se... È questo uno dei meriti del film "Il figlio dell'altra" di Lorraine Lévy, regista ebrea residente a Parigi, che ha rielaborato uno spunto di cronaca per costruirne una storia esemplare della serie "cosa potrebbe succedere se...". Nella finzione cinematografica tutto comincia quando il diciannovenne Joseph Silberg (Jules Sitruk) deve fare le visite mediche per il servizio militare. E alla madre (Emmanuelle Devos), medico lei pure, non sfugge che avendo due genitori di gruppo sanguigno "A negativo" lui non può risultare "A positivo". Nuove analisi e nuova, definitiva conferma: "A positivo". Il primo dubbio, del marito (Pascal Elbé) e del medico curante, è quello di un tradimento consumato vent'anni prima, ma la donna nega con certezza (e sincerità) questa ipotesi. La spiegazione viene pian piano a galla: il giorno della nascita di Joseph, nel 1991, l'ospedale di Haifa era sotto il pericolo di un attacco di Scud iraniani (erano i giorni della prima guerra del Golfo) e la nursery era stata evacuata in tutta fretta. Troppo in fretta, evidentemente, perché il figlio dei signori Silberg era stato scambiato con quello dei signori Al Bezaaz. Non più ebrei, ma palestinesi. La scelta vincente della regista, a questo punto, è quella di raccontare abbastanza in fretta lo scambio, senza perdersi in tante ricostruzioni o giustificazioni, per concentrarsi prima sulle reazioni degli adulti e poi su quelle dei due ragazzi di fronte a questa scoperta. Perché dopo aver fatto la conoscenza di Joseph, facciamo anche quella di Yacine (Mehdi Dehbi), figlio esemplare [1] di una povera famiglia palestinese (povera perché rovinata dalla politica isolazionista di Israele che ha "costretto" il padre di Yacine a fare il meccanico per vivere nonostante la laurea in ingegneria). Il ragazzo palestinese si è appena diplomato a Parigi, dove vive una zia, e vuole fare il medico per poter aprire un ospedale popolare nel suo quartiere. I due padri diventano i simboli di due comunità che hanno introiettato il sospetto e il rancore reciproco. Le madri invece sono meno segnate dalle ragioni della politica e cominciano a fare i conti con quelle del cuore e della carne. [2] Allo stesso modo i due ragazzi, che diventano simbolo di pacificazione futura, cominciano a frequentarsi e a fare i conti con un'idea di vita diversa da quella che hanno sempre vissuto fino ad allora. Tutti questi temi prima si intrecciano nella mente dello spettatore e poi pian piano prendono nuova forma e diversa importanza.Non è più solo questione di amori materni e rigidità personali, bisogna anche fare i conti con le leggi della comunità, il giudizio degli amici, l'invasione della politica. È un mondo di abitudini e di comportamenti che viene messo in crisi dallo scambio di identità, portando i personaggi (e lo spettatore con loro) a riflettere su una vita che a volte sembra assolutamente "normale", e altre volte appare in tutta la sua crudeltà e sofferenza. (Adattato da: "Il figlio dell'altra", Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, 12 marzo 2013) Il film recensito in questo brano narra: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Con i "se" non si fa la storia. Eppure il cinema ogni tanto ci riesce, se non a cambiarne il corso per lo meno a farci vedere cosa potrebbe succedere se... È questo uno dei meriti del film "Il figlio dell'altra" di Lorraine Lévy, regista ebrea residente a Parigi, che ha rielaborato uno spunto di cronaca per costruirne una storia esemplare della serie "cosa potrebbe succedere se...". Nella finzione cinematografica tutto comincia quando il diciannovenne Joseph Silberg (Jules Sitruk) deve fare le visite mediche per il servizio militare. E alla madre (Emmanuelle Devos), medico lei pure, non sfugge che avendo due genitori di gruppo sanguigno "A negativo" lui non può risultare "A positivo". Nuove analisi e nuova, definitiva conferma: "A positivo". Il primo dubbio, del marito (Pascal Elbé) e del medico curante, è quello di un tradimento consumato vent'anni prima, ma la donna nega con certezza (e sincerità) questa ipotesi. La spiegazione viene pian piano a galla: il giorno della nascita di Joseph, nel 1991, l'ospedale di Haifa era sotto il pericolo di un attacco di Scud iraniani (erano i giorni della prima guerra del Golfo) e la nursery era stata evacuata in tutta fretta. Troppo in fretta, evidentemente, perché il figlio dei signori Silberg era stato scambiato con quello dei signori Al Bezaaz. Non più ebrei, ma palestinesi. La scelta vincente della regista, a questo punto, è quella di raccontare abbastanza in fretta lo scambio, senza perdersi in tante ricostruzioni o giustificazioni, per concentrarsi prima sulle reazioni degli adulti e poi su quelle dei due ragazzi di fronte a questa scoperta. Perché dopo aver fatto la conoscenza di Joseph, facciamo anche quella di Yacine (Mehdi Dehbi), figlio esemplare [1] di una povera famiglia palestinese (povera perché rovinata dalla politica isolazionista di Israele che ha "costretto" il padre di Yacine a fare il meccanico per vivere nonostante la laurea in ingegneria). Il ragazzo palestinese si è appena diplomato a Parigi, dove vive una zia, e vuole fare il medico per poter aprire un ospedale popolare nel suo quartiere. I due padri diventano i simboli di due comunità che hanno introiettato il sospetto e il rancore reciproco. Le madri invece sono meno segnate dalle ragioni della politica e cominciano a fare i conti con quelle del cuore e della carne. [2] Allo stesso modo i due ragazzi, che diventano simbolo di pacificazione futura, cominciano a frequentarsi e a fare i conti con un'idea di vita diversa da quella che hanno sempre vissuto fino ad allora. Tutti questi temi prima si intrecciano nella mente dello spettatore e poi pian piano prendono nuova forma e diversa importanza.Non è più solo questione di amori materni e rigidità personali, bisogna anche fare i conti con le leggi della comunità, il giudizio degli amici, l'invasione della politica. È un mondo di abitudini e di comportamenti che viene messo in crisi dallo scambio di identità, portando i personaggi (e lo spettatore con loro) a riflettere su una vita che a volte sembra assolutamente "normale", e altre volte appare in tutta la sua crudeltà e sofferenza. (Adattato da: "Il figlio dell'altra", Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, 12 marzo 2013) I due ragazzi protagonisti del film: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Con i "se" non si fa la storia. Eppure il cinema ogni tanto ci riesce, se non a cambiarne il corso per lo meno a farci vedere cosa potrebbe succedere se... È questo uno dei meriti del film "Il figlio dell'altra" di Lorraine Lévy, regista ebrea residente a Parigi, che ha rielaborato uno spunto di cronaca per costruirne una storia esemplare della serie "cosa potrebbe succedere se...". Nella finzione cinematografica tutto comincia quando il diciannovenne Joseph Silberg (Jules Sitruk) deve fare le visite mediche per il servizio militare. E alla madre (Emmanuelle Devos), medico lei pure, non sfugge che avendo due genitori di gruppo sanguigno "A negativo" lui non può risultare "A positivo". Nuove analisi e nuova, definitiva conferma: "A positivo". Il primo dubbio, del marito (Pascal Elbé) e del medico curante, è quello di un tradimento consumato vent'anni prima, ma la donna nega con certezza (e sincerità) questa ipotesi. La spiegazione viene pian piano a galla: il giorno della nascita di Joseph, nel 1991, l'ospedale di Haifa era sotto il pericolo di un attacco di Scud iraniani (erano i giorni della prima guerra del Golfo) e la nursery era stata evacuata in tutta fretta. Troppo in fretta, evidentemente, perché il figlio dei signori Silberg era stato scambiato con quello dei signori Al Bezaaz. Non più ebrei, ma palestinesi. La scelta vincente della regista, a questo punto, è quella di raccontare abbastanza in fretta lo scambio, senza perdersi in tante ricostruzioni o giustificazioni, per concentrarsi prima sulle reazioni degli adulti e poi su quelle dei due ragazzi di fronte a questa scoperta. Perché dopo aver fatto la conoscenza di Joseph, facciamo anche quella di Yacine (Mehdi Dehbi), figlio esemplare [1] di una povera famiglia palestinese (povera perché rovinata dalla politica isolazionista di Israele che ha "costretto" il padre di Yacine a fare il meccanico per vivere nonostante la laurea in ingegneria). Il ragazzo palestinese si è appena diplomato a Parigi, dove vive una zia, e vuole fare il medico per poter aprire un ospedale popolare nel suo quartiere. I due padri diventano i simboli di due comunità che hanno introiettato il sospetto e il rancore reciproco. Le madri invece sono meno segnate dalle ragioni della politica e cominciano a fare i conti con quelle del cuore e della carne. [2] Allo stesso modo i due ragazzi, che diventano simbolo di pacificazione futura, cominciano a frequentarsi e a fare i conti con un'idea di vita diversa da quella che hanno sempre vissuto fino ad allora. Tutti questi temi prima si intrecciano nella mente dello spettatore e poi pian piano prendono nuova forma e diversa importanza.Non è più solo questione di amori materni e rigidità personali, bisogna anche fare i conti con le leggi della comunità, il giudizio degli amici, l'invasione della politica. È un mondo di abitudini e di comportamenti che viene messo in crisi dallo scambio di identità, portando i personaggi (e lo spettatore con loro) a riflettere su una vita che a volte sembra assolutamente "normale", e altre volte appare in tutta la sua crudeltà e sofferenza. (Adattato da: "Il figlio dell'altra", Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, 12 marzo 2013) Nella frase contrassegnata con [2] che cosa intende l'autore del brano con "cominciano a frequentarsi e a fare i conti con un'idea di vita diversa da quella che hanno sempre vissuto fino ad allora"? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Con i "se" non si fa la storia. Eppure il cinema ogni tanto ci riesce, se non a cambiarne il corso per lo meno a farci vedere cosa potrebbe succedere se... È questo uno dei meriti del film "Il figlio dell'altra" di Lorraine Lévy, regista ebrea residente a Parigi, che ha rielaborato uno spunto di cronaca per costruirne una storia esemplare della serie "cosa potrebbe succedere se...". Nella finzione cinematografica tutto comincia quando il diciannovenne Joseph Silberg (Jules Sitruk) deve fare le visite mediche per il servizio militare. E alla madre (Emmanuelle Devos), medico lei pure, non sfugge che avendo due genitori di gruppo sanguigno "A negativo" lui non può risultare "A positivo". Nuove analisi e nuova, definitiva conferma: "A positivo". Il primo dubbio, del marito (Pascal Elbé) e del medico curante, è quello di un tradimento consumato vent'anni prima, ma la donna nega con certezza (e sincerità) questa ipotesi. La spiegazione viene pian piano a galla: il giorno della nascita di Joseph, nel 1991, l'ospedale di Haifa era sotto il pericolo di un attacco di Scud iraniani (erano i giorni della prima guerra del Golfo) e la nursery era stata evacuata in tutta fretta. Troppo in fretta, evidentemente, perché il figlio dei signori Silberg era stato scambiato con quello dei signori Al Bezaaz. Non più ebrei, ma palestinesi. La scelta vincente della regista, a questo punto, è quella di raccontare abbastanza in fretta lo scambio, senza perdersi in tante ricostruzioni o giustificazioni, per concentrarsi prima sulle reazioni degli adulti e poi su quelle dei due ragazzi di fronte a questa scoperta. Perché dopo aver fatto la conoscenza di Joseph, facciamo anche quella di Yacine (Mehdi Dehbi), figlio esemplare [1] di una povera famiglia palestinese (povera perché rovinata dalla politica isolazionista di Israele che ha "costretto" il padre di Yacine a fare il meccanico per vivere nonostante la laurea in ingegneria). Il ragazzo palestinese si è appena diplomato a Parigi, dove vive una zia, e vuole fare il medico per poter aprire un ospedale popolare nel suo quartiere. I due padri diventano i simboli di due comunità che hanno introiettato il sospetto e il rancore reciproco. Le madri invece sono meno segnate dalle ragioni della politica e cominciano a fare i conti con quelle del cuore e della carne. [2] Allo stesso modo i due ragazzi, che diventano simbolo di pacificazione futura, cominciano a frequentarsi e a fare i conti con un'idea di vita diversa da quella che hanno sempre vissuto fino ad allora. Tutti questi temi prima si intrecciano nella mente dello spettatore e poi pian piano prendono nuova forma e diversa importanza.Non è più solo questione di amori materni e rigidità personali, bisogna anche fare i conti con le leggi della comunità, il giudizio degli amici, l'invasione della politica. È un mondo di abitudini e di comportamenti che viene messo in crisi dallo scambio di identità, portando i personaggi (e lo spettatore con loro) a riflettere su una vita che a volte sembra assolutamente "normale", e altre volte appare in tutta la sua crudeltà e sofferenza. (Adattato da: "Il figlio dell'altra", Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, 12 marzo 2013) Qual è nel contesto della frase contrassegnata con [1] un sinonimo del termine "esemplare"? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Con il caldo, l'asfalto rilascia gas tossici. Per di più deriva dal petrolio e per rivestire un chilometro di strada ne servono 320 barili: una bella spesa. Si capisce che i sindaci la rimandino, anche perché Thomas Kosbau e Andrew Wetzler hanno inventato una soluzione a base di sabbia e acqua addizionata con il Bacillus pasteurii che dal camion miscelatore scende direttamente sulla strada e indurisce. Sana ed economica, ha appena ricevuto il premio Iida dato dalla Corea ai "progetti verdi".Gli studenti di Jennifer Hallinan, all'Università di Newcastle, hanno invece manipolato i geni del Bacillus subtilis, che in natura vive nei terreni, per fargli riparare le crepe del manto stradale o degli edifici prima che diventino voragini. Appena il bacillo trova del cemento � [1] lo riconosce dall'acidità � s'infila in fondo alle crepe, dove si moltiplica in tre tipi di cellule diverse. Alcune producono il carbonato di calcio, altre la colla e altre ancora filamenti fibrosi, finché l'impasto riempie tutto lo spazio libero. La miscela, una volta asciutta, è solida come il cemento e imprigiona per sempre il bacillo. Da vivo e sospeso nell'acqua, si potrà spruzzare nei viali o sulle pareti degli edifici. Oltretutto, se non incontra il pH per il quale è progettato, attiva il gene del suicidio con un altruismo che gli ha fatto vincere nel 2010 il concorso internazionale delle "Macchine geneticamente modificate".Dopo che Giancarlo Ranalli dell'Università del Molise ha liberato una parete della cattedrale di Matera dalle incrostazioni di nitrati, solfati, fuliggine e altre polveri inquinanti, si diffonde l'uso di microbi per pulire edifici storici e sculture troppo delicate per una sabbiatura con getti d'acqua, o troppo estese per una pulizia con lo spazzolino. Sulla superficie si applica per poche ore una pellicola facile da rimuovere, con batteri che ingeriscono lo sporco senza intaccare la "patina nobile" acquisita dalla pietra nel tempo.Insieme a Francesca Cappitelli dell'Università di Milano, Giancarlo Ranalli ha sperimentato il procedimento a base di Pseudomonas stutzeri e di Desulfovibrio desulfuricans sulle lunette del Duomo di Milano, sul basamento della Pietà Rondanini, sugli affreschi del Camposanto di Pisa e sulle statue nel giardino del Castello del Buon Consiglio a Trento, con soddisfazione di tutti. (da: "Ventiquattro", Magazine de "Il Sole 24 Ore") Stando al contenuto del brano, il Bacillus subtilis: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Con il caldo, l'asfalto rilascia gas tossici. Per di più deriva dal petrolio e per rivestire un chilometro di strada ne servono 320 barili: una bella spesa. Si capisce che i sindaci la rimandino, anche perché Thomas Kosbau e Andrew Wetzler hanno inventato una soluzione a base di sabbia e acqua addizionata con il Bacillus pasteurii che dal camion miscelatore scende direttamente sulla strada e indurisce. Sana ed economica, ha appena ricevuto il premio Iida dato dalla Corea ai "progetti verdi".Gli studenti di Jennifer Hallinan, all'Università di Newcastle, hanno invece manipolato i geni del Bacillus subtilis, che in natura vive nei terreni, per fargli riparare le crepe del manto stradale o degli edifici prima che diventino voragini. Appena il bacillo trova del cemento � [1] lo riconosce dall'acidità � s'infila in fondo alle crepe, dove si moltiplica in tre tipi di cellule diverse. Alcune producono il carbonato di calcio, altre la colla e altre ancora filamenti fibrosi, finché l'impasto riempie tutto lo spazio libero. La miscela, una volta asciutta, è solida come il cemento e imprigiona per sempre il bacillo. Da vivo e sospeso nell'acqua, si potrà spruzzare nei viali o sulle pareti degli edifici. Oltretutto, se non incontra il pH per il quale è progettato, attiva il gene del suicidio con un altruismo che gli ha fatto vincere nel 2010 il concorso internazionale delle "Macchine geneticamente modificate".Dopo che Giancarlo Ranalli dell'Università del Molise ha liberato una parete della cattedrale di Matera dalle incrostazioni di nitrati, solfati, fuliggine e altre polveri inquinanti, si diffonde l'uso di microbi per pulire edifici storici e sculture troppo delicate per una sabbiatura con getti d'acqua, o troppo estese per una pulizia con lo spazzolino. Sulla superficie si applica per poche ore una pellicola facile da rimuovere, con batteri che ingeriscono lo sporco senza intaccare la "patina nobile" acquisita dalla pietra nel tempo.Insieme a Francesca Cappitelli dell'Università di Milano, Giancarlo Ranalli ha sperimentato il procedimento a base di Pseudomonas stutzeri e di Desulfovibrio desulfuricans sulle lunette del Duomo di Milano, sul basamento della Pietà Rondanini, sugli affreschi del Camposanto di Pisa e sulle statue nel giardino del Castello del Buon Consiglio a Trento, con soddisfazione di tutti. (da: "Ventiquattro", Magazine de "Il Sole 24 Ore") Come funziona il procedimento sperimentato da Giancarlo Ranalli sulla cattedrale di Matera? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Con il caldo, l'asfalto rilascia gas tossici. Per di più deriva dal petrolio e per rivestire un chilometro di strada ne servono 320 barili: una bella spesa. Si capisce che i sindaci la rimandino, anche perché Thomas Kosbau e Andrew Wetzler hanno inventato una soluzione a base di sabbia e acqua addizionata con il Bacillus pasteurii che dal camion miscelatore scende direttamente sulla strada e indurisce. Sana ed economica, ha appena ricevuto il premio Iida dato dalla Corea ai "progetti verdi".Gli studenti di Jennifer Hallinan, all'Università di Newcastle, hanno invece manipolato i geni del Bacillus subtilis, che in natura vive nei terreni, per fargli riparare le crepe del manto stradale o degli edifici prima che diventino voragini. Appena il bacillo trova del cemento � [1] lo riconosce dall'acidità � s'infila in fondo alle crepe, dove si moltiplica in tre tipi di cellule diverse. Alcune producono il carbonato di calcio, altre la colla e altre ancora filamenti fibrosi, finché l'impasto riempie tutto lo spazio libero. La miscela, una volta asciutta, è solida come il cemento e imprigiona per sempre il bacillo. Da vivo e sospeso nell'acqua, si potrà spruzzare nei viali o sulle pareti degli edifici. Oltretutto, se non incontra il pH per il quale è progettato, attiva il gene del suicidio con un altruismo che gli ha fatto vincere nel 2010 il concorso internazionale delle "Macchine geneticamente modificate".Dopo che Giancarlo Ranalli dell'Università del Molise ha liberato una parete della cattedrale di Matera dalle incrostazioni di nitrati, solfati, fuliggine e altre polveri inquinanti, si diffonde l'uso di microbi per pulire edifici storici e sculture troppo delicate per una sabbiatura con getti d'acqua, o troppo estese per una pulizia con lo spazzolino. Sulla superficie si applica per poche ore una pellicola facile da rimuovere, con batteri che ingeriscono lo sporco senza intaccare la "patina nobile" acquisita dalla pietra nel tempo.Insieme a Francesca Cappitelli dell'Università di Milano, Giancarlo Ranalli ha sperimentato il procedimento a base di Pseudomonas stutzeri e di Desulfovibrio desulfuricans sulle lunette del Duomo di Milano, sul basamento della Pietà Rondanini, sugli affreschi del Camposanto di Pisa e sulle statue nel giardino del Castello del Buon Consiglio a Trento, con soddisfazione di tutti. (da: "Ventiquattro", Magazine de "Il Sole 24 Ore") Quale dei bacilli citati ha la caratteristica di essere altruista? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Con il caldo, l'asfalto rilascia gas tossici. Per di più deriva dal petrolio e per rivestire un chilometro di strada ne servono 320 barili: una bella spesa. Si capisce che i sindaci la rimandino, anche perché Thomas Kosbau e Andrew Wetzler hanno inventato una soluzione a base di sabbia e acqua addizionata con il Bacillus pasteurii che dal camion miscelatore scende direttamente sulla strada e indurisce. Sana ed economica, ha appena ricevuto il premio Iida dato dalla Corea ai "progetti verdi".Gli studenti di Jennifer Hallinan, all'Università di Newcastle, hanno invece manipolato i geni del Bacillus subtilis, che in natura vive nei terreni, per fargli riparare le crepe del manto stradale o degli edifici prima che diventino voragini. Appena il bacillo trova del cemento � [1] lo riconosce dall'acidità � s'infila in fondo alle crepe, dove si moltiplica in tre tipi di cellule diverse. Alcune producono il carbonato di calcio, altre la colla e altre ancora filamenti fibrosi, finché l'impasto riempie tutto lo spazio libero. La miscela, una volta asciutta, è solida come il cemento e imprigiona per sempre il bacillo. Da vivo e sospeso nell'acqua, si potrà spruzzare nei viali o sulle pareti degli edifici. Oltretutto, se non incontra il pH per il quale è progettato, attiva il gene del suicidio con un altruismo che gli ha fatto vincere nel 2010 il concorso internazionale delle "Macchine geneticamente modificate".Dopo che Giancarlo Ranalli dell'Università del Molise ha liberato una parete della cattedrale di Matera dalle incrostazioni di nitrati, solfati, fuliggine e altre polveri inquinanti, si diffonde l'uso di microbi per pulire edifici storici e sculture troppo delicate per una sabbiatura con getti d'acqua, o troppo estese per una pulizia con lo spazzolino. Sulla superficie si applica per poche ore una pellicola facile da rimuovere, con batteri che ingeriscono lo sporco senza intaccare la "patina nobile" acquisita dalla pietra nel tempo.Insieme a Francesca Cappitelli dell'Università di Milano, Giancarlo Ranalli ha sperimentato il procedimento a base di Pseudomonas stutzeri e di Desulfovibrio desulfuricans sulle lunette del Duomo di Milano, sul basamento della Pietà Rondanini, sugli affreschi del Camposanto di Pisa e sulle statue nel giardino del Castello del Buon Consiglio a Trento, con soddisfazione di tutti. (da: "Ventiquattro", Magazine de "Il Sole 24 Ore") La frase contrassegnata da [1], "lo riconosce dall'acidità", è una proposizione: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Con il caldo, l'asfalto rilascia gas tossici. Per di più deriva dal petrolio e per rivestire un chilometro di strada ne servono 320 barili: una bella spesa. Si capisce che i sindaci la rimandino, anche perché Thomas Kosbau e Andrew Wetzler hanno inventato una soluzione a base di sabbia e acqua addizionata con il Bacillus pasteurii che dal camion miscelatore scende direttamente sulla strada e indurisce. Sana ed economica, ha appena ricevuto il premio Iida dato dalla Corea ai "progetti verdi".Gli studenti di Jennifer Hallinan, all'Università di Newcastle, hanno invece manipolato i geni del Bacillus subtilis, che in natura vive nei terreni, per fargli riparare le crepe del manto stradale o degli edifici prima che diventino voragini. Appena il bacillo trova del cemento � [1] lo riconosce dall'acidità � s'infila in fondo alle crepe, dove si moltiplica in tre tipi di cellule diverse. Alcune producono il carbonato di calcio, altre la colla e altre ancora filamenti fibrosi, finché l'impasto riempie tutto lo spazio libero. La miscela, una volta asciutta, è solida come il cemento e imprigiona per sempre il bacillo. Da vivo e sospeso nell'acqua, si potrà spruzzare nei viali o sulle pareti degli edifici. Oltretutto, se non incontra il pH per il quale è progettato, attiva il gene del suicidio con un altruismo che gli ha fatto vincere nel 2010 il concorso internazionale delle "Macchine geneticamente modificate".Dopo che Giancarlo Ranalli dell'Università del Molise ha liberato una parete della cattedrale di Matera dalle incrostazioni di nitrati, solfati, fuliggine e altre polveri inquinanti, si diffonde l'uso di microbi per pulire edifici storici e sculture troppo delicate per una sabbiatura con getti d'acqua, o troppo estese per una pulizia con lo spazzolino. Sulla superficie si applica per poche ore una pellicola facile da rimuovere, con batteri che ingeriscono lo sporco senza intaccare la "patina nobile" acquisita dalla pietra nel tempo.Insieme a Francesca Cappitelli dell'Università di Milano, Giancarlo Ranalli ha sperimentato il procedimento a base di Pseudomonas stutzeri e di Desulfovibrio desulfuricans sulle lunette del Duomo di Milano, sul basamento della Pietà Rondanini, sugli affreschi del Camposanto di Pisa e sulle statue nel giardino del Castello del Buon Consiglio a Trento, con soddisfazione di tutti. (da: "Ventiquattro", Magazine de "Il Sole 24 Ore") Quale tra le seguenti informazioni NON è deducibile dal testo? |
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Leggere attentamente il seguente brano. Come si ricorderà, la fila delle bottegucce all'aperto che partiva dalla chiesa si svolgeva fino all'albergo Thénardier; quelle botteghe, per via del prossimo passaggio dei borghesi che si recavano alla messa di mezzanotte, eran tutte illuminate con candele che ardevano entro imbuti di carta, ciò che, come diceva il maestro di scuola, seduto a tavola in quel momento dai Thénardier, faceva "un effetto magico". In compenso, non si vedeva una sola stella in cielo. L'ultima di quelle baracche, proprio davanti alla porta dei Thénardier, era una bottega di chincaglieria [1], tutta rilucente d'orpelli, conterie e magnifici oggetti di latta. In prima fila davanti a tutto, il mercante aveva collocato, sopra uno sfondo di candidi tovaglioli, un'immensa bambola, alta quasi due piedi e vestita d'un abito di crespo rosa, colle spighe d'oro in capo e i capelli veri e occhi di smalto. Tutto il giorno quella meraviglia era stata esposta all'ammirazione dei passanti sotto i dieci anni, senza che si fosse trovata in Montfermeil una madre così ricca, o almeno così prodiga, da regalarla alla propria figlia. Eponina e Azelma avevan passato ore intere a contemplarla e perfino Cosette (furtivamente, è vero) aveva osato guardarla. Quando Cosette uscì, col secchio in mano, non poté trattenersi, benché triste ed accasciata, dall'alzare gli occhi verso quella prodigiosa bambola, la signora, com'ella la chiamava: e s'arrestò impietrita. Non l'aveva ancor vista da vicino: l'intera bottega le sembrava un palazzo e quella bambola era una visione. Eran la gioia, lo splendore, la ricchezza, la felicità che apparivano in una specie di chimerica luce a quell'infelice esserino [2] così profondamente immerso in una miseria gelida. Cosette misurava colla sagacità ingenua e triste dell'infanzia l'abisso che la separava da quella bambola e s'andava dicendo che bisognava essere una regina o almeno una principessa per avere una "cosa" come quella. Osservava quel bel vestito rosa, quei bei capelli lisci e pensava: "Come dev'essere felice, quella bambola!" Non poteva staccare gli occhi da quella bottega fantastica e, quanto più guardava, tanto più era abbacinata [3]: credeva di vedere il paradiso. Dietro la grande, vi erano altre bambole che le sembravan fate e geni; e il mercante che andava e veniva in fondo alla baracca le faceva un po' l'effetto d'essere il Padre Eterno. In quell'adorazione, dimenticava tutto, anche la commissione di cui era incaricata; all'improvviso, la voce rude della Thénardier la richiamò alla realtà: "Come! Non sei andata ancora, pettegola? Aspetta che vengo! Vorrei sapere cosa sta lì a fare! Va', mostriciattolo!". La Thénardier aveva dato un'occhiata sulla via ed aveva scorto Cosette in estasi. Ella scappò via col secchio, facendo i passi più lunghi che poteva". (Da: Hugo, "I Miserabili") Che cosa significa "chincaglieria" nel passaggio contrassegnato da [1]?