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Tutte le domande del quiz : Brani

tratto da:
Guardia di Finanza
Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Dopo un periodo nel quale le relazioni internazionali e le dinamiche economiche si muovevano per lo più lungo altre rotte, negli ultimi anni il Mediterraneo è tornato prepotentemente sotto i riflettori: il dramma dei flussi migratori, il perdurare del conflitto arabo-israeliano e le cosiddette "Primavere arabe" trasmettono l'immagine di un'area complessa e in fermento. Anche nella sponda europea le acque sono agitate: gli effetti della crisi economica hanno generato turbolenze finanziarie che si sono abbattute in particolare su Cipro, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, mettendo a dura prova la tenuta della moneta unica e la solidarietà tra gli Stati membri.La complessità del Mediterraneo non è certamente un fenomeno recente, ma affonda le radici [1] nell'antico mosaico di culture e di civiltà che vi si affacciano. Questa complessità è stata narrata attraverso ricerche che l'hanno approfondita e scandagliata in modo ormai ricco e consolidato. Eppure, la presenza dell'Ue e del processo d'integrazione europea permette forse di allargare ancor di più la visuale e arricchire quindi ulteriormente il panorama degli studi. Perché l'Ue, per esempio, è uno dei principali promotori del dialogo tra le diverse sponde del Mediterraneo. Ma soprattutto perché, diversamente dagli studi che hanno posto l'accento sulla comparazione e sulla compenetrazione tra realtà nazionali o regionali diverse, ripercorrere il processo d'integrazione europea permette di raccontare l'evoluzione dell'Europa mediterranea nell'Ue da una prospettiva d'insieme che, partendo da un contenitore comune, mette in connessione istituzioni, politiche, culture, società, popoli, religioni, spazi ed economie.Non è solo lo stato dell'arte sull'Europa mediterranea a beneficiare dell'incontro tra la storia dell'integrazione europea e quella del Mediterraneo. È la stessa storiografia del processo d'integrazione ad arricchirsi di un approccio innovativo, che potrebbe essere definito "integrale", che intreccia e tiene insieme i filoni più tradizionali degli "European studies": i protagonisti, le istituzioni, i partiti e i movimenti, gli allargamenti e gli spazi geografici, le politiche comuni, l'impatto sulle società e sulle economie nazionali. Se è decollato lo studio, in un'ottica di lungo periodo, dell'integrazione europea e del suo impatto negli Stati membri, lo studio delle ripercussioni dell'integrazione europea su un gruppo di Paesi appartenenti alla stessa area geografica è ancora allo stato embrionale. (Da: "L'Europa mediterranea nell'integrazione europea: spazi e culture, economie e politiche", www.officinadellastoria.info) Gli "European Studies":
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Dopo un periodo nel quale le relazioni internazionali e le dinamiche economiche si muovevano per lo più lungo altre rotte, negli ultimi anni il Mediterraneo è tornato prepotentemente sotto i riflettori: il dramma dei flussi migratori, il perdurare del conflitto arabo-israeliano e le cosiddette "Primavere arabe" trasmettono l'immagine di un'area complessa e in fermento. Anche nella sponda europea le acque sono agitate: gli effetti della crisi economica hanno generato turbolenze finanziarie che si sono abbattute in particolare su Cipro, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, mettendo a dura prova la tenuta della moneta unica e la solidarietà tra gli Stati membri.La complessità del Mediterraneo non è certamente un fenomeno recente, ma affonda le radici [1] nell'antico mosaico di culture e di civiltà che vi si affacciano. Questa complessità è stata narrata attraverso ricerche che l'hanno approfondita e scandagliata in modo ormai ricco e consolidato. Eppure, la presenza dell'Ue e del processo d'integrazione europea permette forse di allargare ancor di più la visuale e arricchire quindi ulteriormente il panorama degli studi. Perché l'Ue, per esempio, è uno dei principali promotori del dialogo tra le diverse sponde del Mediterraneo. Ma soprattutto perché, diversamente dagli studi che hanno posto l'accento sulla comparazione e sulla compenetrazione tra realtà nazionali o regionali diverse, ripercorrere il processo d'integrazione europea permette di raccontare l'evoluzione dell'Europa mediterranea nell'Ue da una prospettiva d'insieme che, partendo da un contenitore comune, mette in connessione istituzioni, politiche, culture, società, popoli, religioni, spazi ed economie.Non è solo lo stato dell'arte sull'Europa mediterranea a beneficiare dell'incontro tra la storia dell'integrazione europea e quella del Mediterraneo. È la stessa storiografia del processo d'integrazione ad arricchirsi di un approccio innovativo, che potrebbe essere definito "integrale", che intreccia e tiene insieme i filoni più tradizionali degli "European studies": i protagonisti, le istituzioni, i partiti e i movimenti, gli allargamenti e gli spazi geografici, le politiche comuni, l'impatto sulle società e sulle economie nazionali. Se è decollato lo studio, in un'ottica di lungo periodo, dell'integrazione europea e del suo impatto negli Stati membri, lo studio delle ripercussioni dell'integrazione europea su un gruppo di Paesi appartenenti alla stessa area geografica è ancora allo stato embrionale. (Da: "L'Europa mediterranea nell'integrazione europea: spazi e culture, economie e politiche", www.officinadellastoria.info) L'UE:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Dopo un periodo nel quale le relazioni internazionali e le dinamiche economiche si muovevano per lo più lungo altre rotte, negli ultimi anni il Mediterraneo è tornato prepotentemente sotto i riflettori: il dramma dei flussi migratori, il perdurare del conflitto arabo-israeliano e le cosiddette "Primavere arabe" trasmettono l'immagine di un'area complessa e in fermento. Anche nella sponda europea le acque sono agitate: gli effetti della crisi economica hanno generato turbolenze finanziarie che si sono abbattute in particolare su Cipro, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, mettendo a dura prova la tenuta della moneta unica e la solidarietà tra gli Stati membri.La complessità del Mediterraneo non è certamente un fenomeno recente, ma affonda le radici [1] nell'antico mosaico di culture e di civiltà che vi si affacciano. Questa complessità è stata narrata attraverso ricerche che l'hanno approfondita e scandagliata in modo ormai ricco e consolidato. Eppure, la presenza dell'Ue e del processo d'integrazione europea permette forse di allargare ancor di più la visuale e arricchire quindi ulteriormente il panorama degli studi. Perché l'Ue, per esempio, è uno dei principali promotori del dialogo tra le diverse sponde del Mediterraneo. Ma soprattutto perché, diversamente dagli studi che hanno posto l'accento sulla comparazione e sulla compenetrazione tra realtà nazionali o regionali diverse, ripercorrere il processo d'integrazione europea permette di raccontare l'evoluzione dell'Europa mediterranea nell'Ue da una prospettiva d'insieme che, partendo da un contenitore comune, mette in connessione istituzioni, politiche, culture, società, popoli, religioni, spazi ed economie.Non è solo lo stato dell'arte sull'Europa mediterranea a beneficiare dell'incontro tra la storia dell'integrazione europea e quella del Mediterraneo. È la stessa storiografia del processo d'integrazione ad arricchirsi di un approccio innovativo, che potrebbe essere definito "integrale", che intreccia e tiene insieme i filoni più tradizionali degli "European studies": i protagonisti, le istituzioni, i partiti e i movimenti, gli allargamenti e gli spazi geografici, le politiche comuni, l'impatto sulle società e sulle economie nazionali. Se è decollato lo studio, in un'ottica di lungo periodo, dell'integrazione europea e del suo impatto negli Stati membri, lo studio delle ripercussioni dell'integrazione europea su un gruppo di Paesi appartenenti alla stessa area geografica è ancora allo stato embrionale. (Da: "L'Europa mediterranea nell'integrazione europea: spazi e culture, economie e politiche", www.officinadellastoria.info) L'autore del brano, riferendosi alle culture e civiltà che si affacciano sul Mediterraneo, usa la metafora "antico mosaico di culture", indicata con [1] nel brano, per sottolinearne:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Dopo un periodo nel quale le relazioni internazionali e le dinamiche economiche si muovevano per lo più lungo altre rotte, negli ultimi anni il Mediterraneo è tornato prepotentemente sotto i riflettori: il dramma dei flussi migratori, il perdurare del conflitto arabo-israeliano e le cosiddette "Primavere arabe" trasmettono l'immagine di un'area complessa e in fermento. Anche nella sponda europea le acque sono agitate: gli effetti della crisi economica hanno generato turbolenze finanziarie che si sono abbattute in particolare su Cipro, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, mettendo a dura prova la tenuta della moneta unica e la solidarietà tra gli Stati membri.La complessità del Mediterraneo non è certamente un fenomeno recente, ma affonda le radici [1] nell'antico mosaico di culture e di civiltà che vi si affacciano. Questa complessità è stata narrata attraverso ricerche che l'hanno approfondita e scandagliata in modo ormai ricco e consolidato. Eppure, la presenza dell'Ue e del processo d'integrazione europea permette forse di allargare ancor di più la visuale e arricchire quindi ulteriormente il panorama degli studi. Perché l'Ue, per esempio, è uno dei principali promotori del dialogo tra le diverse sponde del Mediterraneo. Ma soprattutto perché, diversamente dagli studi che hanno posto l'accento sulla comparazione e sulla compenetrazione tra realtà nazionali o regionali diverse, ripercorrere il processo d'integrazione europea permette di raccontare l'evoluzione dell'Europa mediterranea nell'Ue da una prospettiva d'insieme che, partendo da un contenitore comune, mette in connessione istituzioni, politiche, culture, società, popoli, religioni, spazi ed economie.Non è solo lo stato dell'arte sull'Europa mediterranea a beneficiare dell'incontro tra la storia dell'integrazione europea e quella del Mediterraneo. È la stessa storiografia del processo d'integrazione ad arricchirsi di un approccio innovativo, che potrebbe essere definito "integrale", che intreccia e tiene insieme i filoni più tradizionali degli "European studies": i protagonisti, le istituzioni, i partiti e i movimenti, gli allargamenti e gli spazi geografici, le politiche comuni, l'impatto sulle società e sulle economie nazionali. Se è decollato lo studio, in un'ottica di lungo periodo, dell'integrazione europea e del suo impatto negli Stati membri, lo studio delle ripercussioni dell'integrazione europea su un gruppo di Paesi appartenenti alla stessa area geografica è ancora allo stato embrionale. (Da: "L'Europa mediterranea nell'integrazione europea: spazi e culture, economie e politiche", www.officinadellastoria.info) L'argomento principale del brano è:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Dopo un periodo nel quale le relazioni internazionali e le dinamiche economiche si muovevano per lo più lungo altre rotte, negli ultimi anni il Mediterraneo è tornato prepotentemente sotto i riflettori: il dramma dei flussi migratori, il perdurare del conflitto arabo-israeliano e le cosiddette "Primavere arabe" trasmettono l'immagine di un'area complessa e in fermento. Anche nella sponda europea le acque sono agitate: gli effetti della crisi economica hanno generato turbolenze finanziarie che si sono abbattute in particolare su Cipro, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, mettendo a dura prova la tenuta della moneta unica e la solidarietà tra gli Stati membri.La complessità del Mediterraneo non è certamente un fenomeno recente, ma affonda le radici [1] nell'antico mosaico di culture e di civiltà che vi si affacciano. Questa complessità è stata narrata attraverso ricerche che l'hanno approfondita e scandagliata in modo ormai ricco e consolidato. Eppure, la presenza dell'Ue e del processo d'integrazione europea permette forse di allargare ancor di più la visuale e arricchire quindi ulteriormente il panorama degli studi. Perché l'Ue, per esempio, è uno dei principali promotori del dialogo tra le diverse sponde del Mediterraneo. Ma soprattutto perché, diversamente dagli studi che hanno posto l'accento sulla comparazione e sulla compenetrazione tra realtà nazionali o regionali diverse, ripercorrere il processo d'integrazione europea permette di raccontare l'evoluzione dell'Europa mediterranea nell'Ue da una prospettiva d'insieme che, partendo da un contenitore comune, mette in connessione istituzioni, politiche, culture, società, popoli, religioni, spazi ed economie.Non è solo lo stato dell'arte sull'Europa mediterranea a beneficiare dell'incontro tra la storia dell'integrazione europea e quella del Mediterraneo. È la stessa storiografia del processo d'integrazione ad arricchirsi di un approccio innovativo, che potrebbe essere definito "integrale", che intreccia e tiene insieme i filoni più tradizionali degli "European studies": i protagonisti, le istituzioni, i partiti e i movimenti, gli allargamenti e gli spazi geografici, le politiche comuni, l'impatto sulle società e sulle economie nazionali. Se è decollato lo studio, in un'ottica di lungo periodo, dell'integrazione europea e del suo impatto negli Stati membri, lo studio delle ripercussioni dell'integrazione europea su un gruppo di Paesi appartenenti alla stessa area geografica è ancora allo stato embrionale. (Da: "L'Europa mediterranea nell'integrazione europea: spazi e culture, economie e politiche", www.officinadellastoria.info) Quale delle seguenti affermazioni NON è deducibile dal brano?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. È nei momenti più difficili che scopriamo di avere dentro di noi risorse insospettabili per affrontare le avversità e rialzarci in piedi. Ora un gruppo di ricercatori francesi è riuscito a dare una spiegazione scientifica alla forza che ci anima di fronte a un pericolo, scoprendo perché i nostri neuroni sembrano impegnarsi di più nella cattiva sorte che nella buona.Il segreto sta in quella specie di molla che scatta quando ci troviamo davanti a una minaccia: un sesto senso collocato in un'area precisa del cervello, in grado di captare un'insidia in modo automatico e ultraveloce. Bastano infatti duecento millisecondi perché questa antenna si attivi. E avere un carattere ansioso può aumentare la capacità di reagire.Sono queste le principali conclusioni del lavoro pubblicato su eLife, condotto dal team di Marwa El Zein dell'Inserme della Scuola Normale Superiore di Parigi Per la prima volta, una specifica area cerebrale viene collegata al senso del pericolo, e ciò che ha stupito ancora di più i ricercatori è l'avere osservato che, mentre nelle persone ansiose il segnale di allarme viene elaborato nella regione del cervello responsabile dell'azione, in soggetti più tranquilli viene processato dai circuiti deputati al riconoscimento facciale. E così, nella ricerca, è tracciato anche l'identikit del viso che viene percepito come minaccioso: ha l'espressione arrabbiata, e soprattutto guarda dritto verso di noi.L'équipe francese ha analizzato i segnali elettrici di un gruppo di volontari, mentre venivano mostrati loro visi modificati con strumenti digitali e veniva chiesto di definire l'emozione trasmessa da ogni volto. In alcuni casi l'espressione delle facce era la stessa, ma cambiava la direzione dello sguardo. In tutto sono state effettuate oltre mille test.Durante l'esperimento gli scienziati hanno anche osservato che, se una persona mostra paura e guarda in una direzione particolare, questo suo sentimento viene percepito in modo più rapido rispetto a quanto accadrebbe se quella trasmessa fosse un'emozione positiva. Per spiegarlo i ricercatori chiamano in causa l'evoluzione: quando sul pianeta l'uomo viveva fianco a fianco con predatori che potevano attaccarlo, morderlo o pungerlo, riconoscere la paura su un'altra faccia poteva aiutare a individuare il pericolo prima e a mettersi in salvo. I secoli sono passati e le minacce sono cambiate, ma quell'istinto di sopravvivenza primordiale ha lasciato una traccia nel nostro cervello. (da: "Uno speciale sesto senso ci informa di un pericolo imminente", focus.it) Quale conclusione, tra quelle elencate, NON è stata tratta dai ricercatori mediante l'esperimento?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. È nei momenti più difficili che scopriamo di avere dentro di noi risorse insospettabili per affrontare le avversità e rialzarci in piedi. Ora un gruppo di ricercatori francesi è riuscito a dare una spiegazione scientifica alla forza che ci anima di fronte a un pericolo, scoprendo perché i nostri neuroni sembrano impegnarsi di più nella cattiva sorte che nella buona.Il segreto sta in quella specie di molla che scatta quando ci troviamo davanti a una minaccia: un sesto senso collocato in un'area precisa del cervello, in grado di captare un'insidia in modo automatico e ultraveloce. Bastano infatti duecento millisecondi perché questa antenna si attivi. E avere un carattere ansioso può aumentare la capacità di reagire.Sono queste le principali conclusioni del lavoro pubblicato su eLife, condotto dal team di Marwa El Zein dell'Inserme della Scuola Normale Superiore di Parigi Per la prima volta, una specifica area cerebrale viene collegata al senso del pericolo, e ciò che ha stupito ancora di più i ricercatori è l'avere osservato che, mentre nelle persone ansiose il segnale di allarme viene elaborato nella regione del cervello responsabile dell'azione, in soggetti più tranquilli viene processato dai circuiti deputati al riconoscimento facciale. E così, nella ricerca, è tracciato anche l'identikit del viso che viene percepito come minaccioso: ha l'espressione arrabbiata, e soprattutto guarda dritto verso di noi.L'équipe francese ha analizzato i segnali elettrici di un gruppo di volontari, mentre venivano mostrati loro visi modificati con strumenti digitali e veniva chiesto di definire l'emozione trasmessa da ogni volto. In alcuni casi l'espressione delle facce era la stessa, ma cambiava la direzione dello sguardo. In tutto sono state effettuate oltre mille test.Durante l'esperimento gli scienziati hanno anche osservato che, se una persona mostra paura e guarda in una direzione particolare, questo suo sentimento viene percepito in modo più rapido rispetto a quanto accadrebbe se quella trasmessa fosse un'emozione positiva. Per spiegarlo i ricercatori chiamano in causa l'evoluzione: quando sul pianeta l'uomo viveva fianco a fianco con predatori che potevano attaccarlo, morderlo o pungerlo, riconoscere la paura su un'altra faccia poteva aiutare a individuare il pericolo prima e a mettersi in salvo. I secoli sono passati e le minacce sono cambiate, ma quell'istinto di sopravvivenza primordiale ha lasciato una traccia nel nostro cervello. (da: "Uno speciale sesto senso ci informa di un pericolo imminente", focus.it) Qual è l'argomento del brano?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. È nei momenti più difficili che scopriamo di avere dentro di noi risorse insospettabili per affrontare le avversità e rialzarci in piedi. Ora un gruppo di ricercatori francesi è riuscito a dare una spiegazione scientifica alla forza che ci anima di fronte a un pericolo, scoprendo perché i nostri neuroni sembrano impegnarsi di più nella cattiva sorte che nella buona.Il segreto sta in quella specie di molla che scatta quando ci troviamo davanti a una minaccia: un sesto senso collocato in un'area precisa del cervello, in grado di captare un'insidia in modo automatico e ultraveloce. Bastano infatti duecento millisecondi perché questa antenna si attivi. E avere un carattere ansioso può aumentare la capacità di reagire.Sono queste le principali conclusioni del lavoro pubblicato su eLife, condotto dal team di Marwa El Zein dell'Inserme della Scuola Normale Superiore di Parigi Per la prima volta, una specifica area cerebrale viene collegata al senso del pericolo, e ciò che ha stupito ancora di più i ricercatori è l'avere osservato che, mentre nelle persone ansiose il segnale di allarme viene elaborato nella regione del cervello responsabile dell'azione, in soggetti più tranquilli viene processato dai circuiti deputati al riconoscimento facciale. E così, nella ricerca, è tracciato anche l'identikit del viso che viene percepito come minaccioso: ha l'espressione arrabbiata, e soprattutto guarda dritto verso di noi.L'équipe francese ha analizzato i segnali elettrici di un gruppo di volontari, mentre venivano mostrati loro visi modificati con strumenti digitali e veniva chiesto di definire l'emozione trasmessa da ogni volto. In alcuni casi l'espressione delle facce era la stessa, ma cambiava la direzione dello sguardo. In tutto sono state effettuate oltre mille test.Durante l'esperimento gli scienziati hanno anche osservato che, se una persona mostra paura e guarda in una direzione particolare, questo suo sentimento viene percepito in modo più rapido rispetto a quanto accadrebbe se quella trasmessa fosse un'emozione positiva. Per spiegarlo i ricercatori chiamano in causa l'evoluzione: quando sul pianeta l'uomo viveva fianco a fianco con predatori che potevano attaccarlo, morderlo o pungerlo, riconoscere la paura su un'altra faccia poteva aiutare a individuare il pericolo prima e a mettersi in salvo. I secoli sono passati e le minacce sono cambiate, ma quell'istinto di sopravvivenza primordiale ha lasciato una traccia nel nostro cervello. (da: "Uno speciale sesto senso ci informa di un pericolo imminente", focus.it) Un gruppo di ricercatori francesi:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. È nei momenti più difficili che scopriamo di avere dentro di noi risorse insospettabili per affrontare le avversità e rialzarci in piedi. Ora un gruppo di ricercatori francesi è riuscito a dare una spiegazione scientifica alla forza che ci anima di fronte a un pericolo, scoprendo perché i nostri neuroni sembrano impegnarsi di più nella cattiva sorte che nella buona.Il segreto sta in quella specie di molla che scatta quando ci troviamo davanti a una minaccia: un sesto senso collocato in un'area precisa del cervello, in grado di captare un'insidia in modo automatico e ultraveloce. Bastano infatti duecento millisecondi perché questa antenna si attivi. E avere un carattere ansioso può aumentare la capacità di reagire.Sono queste le principali conclusioni del lavoro pubblicato su eLife, condotto dal team di Marwa El Zein dell'Inserme della Scuola Normale Superiore di Parigi Per la prima volta, una specifica area cerebrale viene collegata al senso del pericolo, e ciò che ha stupito ancora di più i ricercatori è l'avere osservato che, mentre nelle persone ansiose il segnale di allarme viene elaborato nella regione del cervello responsabile dell'azione, in soggetti più tranquilli viene processato dai circuiti deputati al riconoscimento facciale. E così, nella ricerca, è tracciato anche l'identikit del viso che viene percepito come minaccioso: ha l'espressione arrabbiata, e soprattutto guarda dritto verso di noi.L'équipe francese ha analizzato i segnali elettrici di un gruppo di volontari, mentre venivano mostrati loro visi modificati con strumenti digitali e veniva chiesto di definire l'emozione trasmessa da ogni volto. In alcuni casi l'espressione delle facce era la stessa, ma cambiava la direzione dello sguardo. In tutto sono state effettuate oltre mille test.Durante l'esperimento gli scienziati hanno anche osservato che, se una persona mostra paura e guarda in una direzione particolare, questo suo sentimento viene percepito in modo più rapido rispetto a quanto accadrebbe se quella trasmessa fosse un'emozione positiva. Per spiegarlo i ricercatori chiamano in causa l'evoluzione: quando sul pianeta l'uomo viveva fianco a fianco con predatori che potevano attaccarlo, morderlo o pungerlo, riconoscere la paura su un'altra faccia poteva aiutare a individuare il pericolo prima e a mettersi in salvo. I secoli sono passati e le minacce sono cambiate, ma quell'istinto di sopravvivenza primordiale ha lasciato una traccia nel nostro cervello. (da: "Uno speciale sesto senso ci informa di un pericolo imminente", focus.it) Quali delle seguenti affermazioni NON è deducibile dal brano?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. È nei momenti più difficili che scopriamo di avere dentro di noi risorse insospettabili per affrontare le avversità e rialzarci in piedi. Ora un gruppo di ricercatori francesi è riuscito a dare una spiegazione scientifica alla forza che ci anima di fronte a un pericolo, scoprendo perché i nostri neuroni sembrano impegnarsi di più nella cattiva sorte che nella buona.Il segreto sta in quella specie di molla che scatta quando ci troviamo davanti a una minaccia: un sesto senso collocato in un'area precisa del cervello, in grado di captare un'insidia in modo automatico e ultraveloce. Bastano infatti duecento millisecondi perché questa antenna si attivi. E avere un carattere ansioso può aumentare la capacità di reagire.Sono queste le principali conclusioni del lavoro pubblicato su eLife, condotto dal team di Marwa El Zein dell'Inserme della Scuola Normale Superiore di Parigi Per la prima volta, una specifica area cerebrale viene collegata al senso del pericolo, e ciò che ha stupito ancora di più i ricercatori è l'avere osservato che, mentre nelle persone ansiose il segnale di allarme viene elaborato nella regione del cervello responsabile dell'azione, in soggetti più tranquilli viene processato dai circuiti deputati al riconoscimento facciale. E così, nella ricerca, è tracciato anche l'identikit del viso che viene percepito come minaccioso: ha l'espressione arrabbiata, e soprattutto guarda dritto verso di noi.L'équipe francese ha analizzato i segnali elettrici di un gruppo di volontari, mentre venivano mostrati loro visi modificati con strumenti digitali e veniva chiesto di definire l'emozione trasmessa da ogni volto. In alcuni casi l'espressione delle facce era la stessa, ma cambiava la direzione dello sguardo. In tutto sono state effettuate oltre mille test.Durante l'esperimento gli scienziati hanno anche osservato che, se una persona mostra paura e guarda in una direzione particolare, questo suo sentimento viene percepito in modo più rapido rispetto a quanto accadrebbe se quella trasmessa fosse un'emozione positiva. Per spiegarlo i ricercatori chiamano in causa l'evoluzione: quando sul pianeta l'uomo viveva fianco a fianco con predatori che potevano attaccarlo, morderlo o pungerlo, riconoscere la paura su un'altra faccia poteva aiutare a individuare il pericolo prima e a mettersi in salvo. I secoli sono passati e le minacce sono cambiate, ma quell'istinto di sopravvivenza primordiale ha lasciato una traccia nel nostro cervello. (da: "Uno speciale sesto senso ci informa di un pericolo imminente", focus.it) Nel corso dell'esperimento è stato osservato che:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. È un volume essenziale, per questi tempi, e provocatorio quello di Chiara Saraceno: "Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi". Essenziale, perché indaga la recrudescenza delle condizioni di povertà nel vecchio continente, con la precisione chirurgica dei dati e con la forza argomentatrice dell'analisi sociale, ben piantata nelle forme di vita contemporanee. Provocatorio, perché si oppone con determinazione a quelle politiche pubbliche predominanti che riducono il Welfare a un Workfare oppressivo e vessatorio nei confronti di una società, italiana ed europea, sempre più attraversata dall'aumentata percezione individuale e collettiva di insicurezza economica e perciò impaurita.Chiara Saraceno poggia la sua ricostruzione su una notevole mole di dati e studi che evidenziano l'aumento della povertà alimentare e abitativa negli Usa e in Europa, il rischio di vulnerabilità ed esclusione sociale al quale possono incorrere le famiglie monoreddituali rispetto a spese impreviste, l'incertezza economica per minori e adulti, in seguito alla crescente instabilità coniugale, le condizioni di marginalità in cui vive parte della forza lavoro migrante, l'insicurezza esistenziale cui sono ridotti giovani senza lavoro, studio o formazione (Neet generation). Per tutte queste "nuove" povertà, che rischiano di mettere in crisi anche quel che rimane del ceto medio, la soluzione non passa attraverso l'artificiosa e faticosa creazione di posti di lavoro. "Pensare che l'aumento dell'occupazione generi automaticamente una riduzione della povertà può, infatti, essere un'illusione, se non si considera attentamente di che tipo di occupazione si tratta e chi è più probabile che benefici dell'aumento della domanda di lavoro". Dinanzi all'incidenza della povertà nonostante il lavoro, dei lavoratori poveri (working poors) e del ricatto del lavoro gratuito, il dogma "lavorista" delle recenti riforme sociali, italiane e non solo, diviene parte del problema e non la soluzione.Ma la situazione in Italia è ancora più drammatica, poiché si assiste a una scarsa efficienza delle politiche pubbliche il cui orientamento "unicamente lavoristico" è stato da ultimo confermato dal target dello sconto fiscale di ottanta euro mensili, "i lavoratori dipendenti a salario modesto", che è andato "a sostenere anche i redditi di famiglie dei decili più ricchi".Per invertire questa decennale tendenza occorre prevedere "forme di integrazione economica per chi ha un reddito insufficiente". Così Chiara Saraceno evoca il tentativo di introdurre un sostegno di inclusione attiva (Sia). Ma proprio in questi mesi sono state incardinate nel procedimento parlamentare le iniziative legislative per il reddito minimo garantito e reddito di cittadinanza, che la stessa Saraceno ricorda debbano prevedere forme universali di sostegno al reddito, perché "in attesa che le politiche del lavoro diano i propri frutti sperabilmente positivi sia sul piano dell'occupazione sia su quello del reddito da lavoro -- cosa che non sembra essere dietro l'angolo -- un Paese civile e non (ancora) povero dovrebbe affrontare la questione del diritto alla sussistenza dei suoi cittadini e di tutti coloro che vi risiedono legalmente". È il diritto a un'esistenza libera e dignitosa, che passa per un welfare state universalistico fondato sul reddito minimo garantito. (Da: "Chiara Saraceno e la fine della società salariale", di Giuseppe Allegri, in www.ilmanifesto.it) In che cosa consiste la "provocazione" dell'autrice del libro?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. È un volume essenziale, per questi tempi, e provocatorio quello di Chiara Saraceno: "Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi". Essenziale, perché indaga la recrudescenza delle condizioni di povertà nel vecchio continente, con la precisione chirurgica dei dati e con la forza argomentatrice dell'analisi sociale, ben piantata nelle forme di vita contemporanee. Provocatorio, perché si oppone con determinazione a quelle politiche pubbliche predominanti che riducono il Welfare a un Workfare oppressivo e vessatorio nei confronti di una società, italiana ed europea, sempre più attraversata dall'aumentata percezione individuale e collettiva di insicurezza economica e perciò impaurita.Chiara Saraceno poggia la sua ricostruzione su una notevole mole di dati e studi che evidenziano l'aumento della povertà alimentare e abitativa negli Usa e in Europa, il rischio di vulnerabilità ed esclusione sociale al quale possono incorrere le famiglie monoreddituali rispetto a spese impreviste, l'incertezza economica per minori e adulti, in seguito alla crescente instabilità coniugale, le condizioni di marginalità in cui vive parte della forza lavoro migrante, l'insicurezza esistenziale cui sono ridotti giovani senza lavoro, studio o formazione (Neet generation). Per tutte queste "nuove" povertà, che rischiano di mettere in crisi anche quel che rimane del ceto medio, la soluzione non passa attraverso l'artificiosa e faticosa creazione di posti di lavoro. "Pensare che l'aumento dell'occupazione generi automaticamente una riduzione della povertà può, infatti, essere un'illusione, se non si considera attentamente di che tipo di occupazione si tratta e chi è più probabile che benefici dell'aumento della domanda di lavoro". Dinanzi all'incidenza della povertà nonostante il lavoro, dei lavoratori poveri (working poors) e del ricatto del lavoro gratuito, il dogma "lavorista" delle recenti riforme sociali, italiane e non solo, diviene parte del problema e non la soluzione.Ma la situazione in Italia è ancora più drammatica, poiché si assiste a una scarsa efficienza delle politiche pubbliche il cui orientamento "unicamente lavoristico" è stato da ultimo confermato dal target dello sconto fiscale di ottanta euro mensili, "i lavoratori dipendenti a salario modesto", che è andato "a sostenere anche i redditi di famiglie dei decili più ricchi".Per invertire questa decennale tendenza occorre prevedere "forme di integrazione economica per chi ha un reddito insufficiente". Così Chiara Saraceno evoca il tentativo di introdurre un sostegno di inclusione attiva (Sia). Ma proprio in questi mesi sono state incardinate nel procedimento parlamentare le iniziative legislative per il reddito minimo garantito e reddito di cittadinanza, che la stessa Saraceno ricorda debbano prevedere forme universali di sostegno al reddito, perché "in attesa che le politiche del lavoro diano i propri frutti sperabilmente positivi sia sul piano dell'occupazione sia su quello del reddito da lavoro -- cosa che non sembra essere dietro l'angolo -- un Paese civile e non (ancora) povero dovrebbe affrontare la questione del diritto alla sussistenza dei suoi cittadini e di tutti coloro che vi risiedono legalmente". È il diritto a un'esistenza libera e dignitosa, che passa per un welfare state universalistico fondato sul reddito minimo garantito. (Da: "Chiara Saraceno e la fine della società salariale", di Giuseppe Allegri, in www.ilmanifesto.it) Una tra le possibili soluzioni al problema dell'aumento della povertà, nel pensiero di Chiara Saraceno riportato nel brano, è:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. È un volume essenziale, per questi tempi, e provocatorio quello di Chiara Saraceno: "Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi". Essenziale, perché indaga la recrudescenza delle condizioni di povertà nel vecchio continente, con la precisione chirurgica dei dati e con la forza argomentatrice dell'analisi sociale, ben piantata nelle forme di vita contemporanee. Provocatorio, perché si oppone con determinazione a quelle politiche pubbliche predominanti che riducono il Welfare a un Workfare oppressivo e vessatorio nei confronti di una società, italiana ed europea, sempre più attraversata dall'aumentata percezione individuale e collettiva di insicurezza economica e perciò impaurita.Chiara Saraceno poggia la sua ricostruzione su una notevole mole di dati e studi che evidenziano l'aumento della povertà alimentare e abitativa negli Usa e in Europa, il rischio di vulnerabilità ed esclusione sociale al quale possono incorrere le famiglie monoreddituali rispetto a spese impreviste, l'incertezza economica per minori e adulti, in seguito alla crescente instabilità coniugale, le condizioni di marginalità in cui vive parte della forza lavoro migrante, l'insicurezza esistenziale cui sono ridotti giovani senza lavoro, studio o formazione (Neet generation). Per tutte queste "nuove" povertà, che rischiano di mettere in crisi anche quel che rimane del ceto medio, la soluzione non passa attraverso l'artificiosa e faticosa creazione di posti di lavoro. "Pensare che l'aumento dell'occupazione generi automaticamente una riduzione della povertà può, infatti, essere un'illusione, se non si considera attentamente di che tipo di occupazione si tratta e chi è più probabile che benefici dell'aumento della domanda di lavoro". Dinanzi all'incidenza della povertà nonostante il lavoro, dei lavoratori poveri (working poors) e del ricatto del lavoro gratuito, il dogma "lavorista" delle recenti riforme sociali, italiane e non solo, diviene parte del problema e non la soluzione.Ma la situazione in Italia è ancora più drammatica, poiché si assiste a una scarsa efficienza delle politiche pubbliche il cui orientamento "unicamente lavoristico" è stato da ultimo confermato dal target dello sconto fiscale di ottanta euro mensili, "i lavoratori dipendenti a salario modesto", che è andato "a sostenere anche i redditi di famiglie dei decili più ricchi".Per invertire questa decennale tendenza occorre prevedere "forme di integrazione economica per chi ha un reddito insufficiente". Così Chiara Saraceno evoca il tentativo di introdurre un sostegno di inclusione attiva (Sia). Ma proprio in questi mesi sono state incardinate nel procedimento parlamentare le iniziative legislative per il reddito minimo garantito e reddito di cittadinanza, che la stessa Saraceno ricorda debbano prevedere forme universali di sostegno al reddito, perché "in attesa che le politiche del lavoro diano i propri frutti sperabilmente positivi sia sul piano dell'occupazione sia su quello del reddito da lavoro -- cosa che non sembra essere dietro l'angolo -- un Paese civile e non (ancora) povero dovrebbe affrontare la questione del diritto alla sussistenza dei suoi cittadini e di tutti coloro che vi risiedono legalmente". È il diritto a un'esistenza libera e dignitosa, che passa per un welfare state universalistico fondato sul reddito minimo garantito. (Da: "Chiara Saraceno e la fine della società salariale", di Giuseppe Allegri, in www.ilmanifesto.it) Le società europee e statunitensi, stando al contenuto del brano, sono oggi caratterizzate da:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. È un volume essenziale, per questi tempi, e provocatorio quello di Chiara Saraceno: "Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi". Essenziale, perché indaga la recrudescenza delle condizioni di povertà nel vecchio continente, con la precisione chirurgica dei dati e con la forza argomentatrice dell'analisi sociale, ben piantata nelle forme di vita contemporanee. Provocatorio, perché si oppone con determinazione a quelle politiche pubbliche predominanti che riducono il Welfare a un Workfare oppressivo e vessatorio nei confronti di una società, italiana ed europea, sempre più attraversata dall'aumentata percezione individuale e collettiva di insicurezza economica e perciò impaurita.Chiara Saraceno poggia la sua ricostruzione su una notevole mole di dati e studi che evidenziano l'aumento della povertà alimentare e abitativa negli Usa e in Europa, il rischio di vulnerabilità ed esclusione sociale al quale possono incorrere le famiglie monoreddituali rispetto a spese impreviste, l'incertezza economica per minori e adulti, in seguito alla crescente instabilità coniugale, le condizioni di marginalità in cui vive parte della forza lavoro migrante, l'insicurezza esistenziale cui sono ridotti giovani senza lavoro, studio o formazione (Neet generation). Per tutte queste "nuove" povertà, che rischiano di mettere in crisi anche quel che rimane del ceto medio, la soluzione non passa attraverso l'artificiosa e faticosa creazione di posti di lavoro. "Pensare che l'aumento dell'occupazione generi automaticamente una riduzione della povertà può, infatti, essere un'illusione, se non si considera attentamente di che tipo di occupazione si tratta e chi è più probabile che benefici dell'aumento della domanda di lavoro". Dinanzi all'incidenza della povertà nonostante il lavoro, dei lavoratori poveri (working poors) e del ricatto del lavoro gratuito, il dogma "lavorista" delle recenti riforme sociali, italiane e non solo, diviene parte del problema e non la soluzione.Ma la situazione in Italia è ancora più drammatica, poiché si assiste a una scarsa efficienza delle politiche pubbliche il cui orientamento "unicamente lavoristico" è stato da ultimo confermato dal target dello sconto fiscale di ottanta euro mensili, "i lavoratori dipendenti a salario modesto", che è andato "a sostenere anche i redditi di famiglie dei decili più ricchi".Per invertire questa decennale tendenza occorre prevedere "forme di integrazione economica per chi ha un reddito insufficiente". Così Chiara Saraceno evoca il tentativo di introdurre un sostegno di inclusione attiva (Sia). Ma proprio in questi mesi sono state incardinate nel procedimento parlamentare le iniziative legislative per il reddito minimo garantito e reddito di cittadinanza, che la stessa Saraceno ricorda debbano prevedere forme universali di sostegno al reddito, perché "in attesa che le politiche del lavoro diano i propri frutti sperabilmente positivi sia sul piano dell'occupazione sia su quello del reddito da lavoro -- cosa che non sembra essere dietro l'angolo -- un Paese civile e non (ancora) povero dovrebbe affrontare la questione del diritto alla sussistenza dei suoi cittadini e di tutti coloro che vi risiedono legalmente". È il diritto a un'esistenza libera e dignitosa, che passa per un welfare state universalistico fondato sul reddito minimo garantito. (Da: "Chiara Saraceno e la fine della società salariale", di Giuseppe Allegri, in www.ilmanifesto.it) L'aumento dell'offerta di posti di lavoro, secondo quanto riportato nel brano:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. È un volume essenziale, per questi tempi, e provocatorio quello di Chiara Saraceno: "Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi". Essenziale, perché indaga la recrudescenza delle condizioni di povertà nel vecchio continente, con la precisione chirurgica dei dati e con la forza argomentatrice dell'analisi sociale, ben piantata nelle forme di vita contemporanee. Provocatorio, perché si oppone con determinazione a quelle politiche pubbliche predominanti che riducono il Welfare a un Workfare oppressivo e vessatorio nei confronti di una società, italiana ed europea, sempre più attraversata dall'aumentata percezione individuale e collettiva di insicurezza economica e perciò impaurita.Chiara Saraceno poggia la sua ricostruzione su una notevole mole di dati e studi che evidenziano l'aumento della povertà alimentare e abitativa negli Usa e in Europa, il rischio di vulnerabilità ed esclusione sociale al quale possono incorrere le famiglie monoreddituali rispetto a spese impreviste, l'incertezza economica per minori e adulti, in seguito alla crescente instabilità coniugale, le condizioni di marginalità in cui vive parte della forza lavoro migrante, l'insicurezza esistenziale cui sono ridotti giovani senza lavoro, studio o formazione (Neet generation). Per tutte queste "nuove" povertà, che rischiano di mettere in crisi anche quel che rimane del ceto medio, la soluzione non passa attraverso l'artificiosa e faticosa creazione di posti di lavoro. "Pensare che l'aumento dell'occupazione generi automaticamente una riduzione della povertà può, infatti, essere un'illusione, se non si considera attentamente di che tipo di occupazione si tratta e chi è più probabile che benefici dell'aumento della domanda di lavoro". Dinanzi all'incidenza della povertà nonostante il lavoro, dei lavoratori poveri (working poors) e del ricatto del lavoro gratuito, il dogma "lavorista" delle recenti riforme sociali, italiane e non solo, diviene parte del problema e non la soluzione.Ma la situazione in Italia è ancora più drammatica, poiché si assiste a una scarsa efficienza delle politiche pubbliche il cui orientamento "unicamente lavoristico" è stato da ultimo confermato dal target dello sconto fiscale di ottanta euro mensili, "i lavoratori dipendenti a salario modesto", che è andato "a sostenere anche i redditi di famiglie dei decili più ricchi".Per invertire questa decennale tendenza occorre prevedere "forme di integrazione economica per chi ha un reddito insufficiente". Così Chiara Saraceno evoca il tentativo di introdurre un sostegno di inclusione attiva (Sia). Ma proprio in questi mesi sono state incardinate nel procedimento parlamentare le iniziative legislative per il reddito minimo garantito e reddito di cittadinanza, che la stessa Saraceno ricorda debbano prevedere forme universali di sostegno al reddito, perché "in attesa che le politiche del lavoro diano i propri frutti sperabilmente positivi sia sul piano dell'occupazione sia su quello del reddito da lavoro -- cosa che non sembra essere dietro l'angolo -- un Paese civile e non (ancora) povero dovrebbe affrontare la questione del diritto alla sussistenza dei suoi cittadini e di tutti coloro che vi risiedono legalmente". È il diritto a un'esistenza libera e dignitosa, che passa per un welfare state universalistico fondato sul reddito minimo garantito. (Da: "Chiara Saraceno e la fine della società salariale", di Giuseppe Allegri, in www.ilmanifesto.it) Qual è, all'interno del brano, un esempio di politica pubblica inefficace rispetto al macro problema dell'aumento della povertà nelle fasce di reddito più basse?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Ecco come viene descritta questa zona a sud di Roma, in uno stradario del 1922: "Magliana � così viene chiamata la borgata a otto chilometri da Porta Portese nella quale sorge il casale omonimo, oggi chiamata a nuova vita [1] dalla bonifica Pino-Lecce. Il più insigne dei casali-castelli della Campagna Romana è certamente quello della Magliana. Nel secolo IV la località, dove ora sorge il casale, era detta super Philippi. I fondi nel Medioevo conservavano molti nomi degli antichi romani, come Manlianus. Quando vi era memoria di un praedium si mantenne il nome in genere neutro (Manlianum, della gens Manlia). Il neutro latino fu, dai possidenti e notai, spesso tradotto al femminile, supponendosi sottintesa la voce possessione, onde la denominazione Manliana. In questa località, nel 1868, De Rossi scoprì, nel cimitero di Generosa, l'insigne Piccola Basilica, che San Damaso edificò sul sepolcro dei martiri SS. Simplicio e Faustino. Questi, durante la persecuzione di Diocleziano, furono affogati nel Tevere, che ivi formando un'ampia insenatura scorre vicinissimo a questo luogo, e donde i loro corpi furono ripescati dalla sorella Beatrice o Viatrise e da due preti, Crispo e Giovanni". (Da: Giovanni Bianconi, "Ragazzi di malavita", Baldini-Castoldi) SS. Simplicio e Faustino sono:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Ecco come viene descritta questa zona a sud di Roma, in uno stradario del 1922: "Magliana � così viene chiamata la borgata a otto chilometri da Porta Portese nella quale sorge il casale omonimo, oggi chiamata a nuova vita [1] dalla bonifica Pino-Lecce. Il più insigne dei casali-castelli della Campagna Romana è certamente quello della Magliana. Nel secolo IV la località, dove ora sorge il casale, era detta super Philippi. I fondi nel Medioevo conservavano molti nomi degli antichi romani, come Manlianus. Quando vi era memoria di un praedium si mantenne il nome in genere neutro (Manlianum, della gens Manlia). Il neutro latino fu, dai possidenti e notai, spesso tradotto al femminile, supponendosi sottintesa la voce possessione, onde la denominazione Manliana. In questa località, nel 1868, De Rossi scoprì, nel cimitero di Generosa, l'insigne Piccola Basilica, che San Damaso edificò sul sepolcro dei martiri SS. Simplicio e Faustino. Questi, durante la persecuzione di Diocleziano, furono affogati nel Tevere, che ivi formando un'ampia insenatura scorre vicinissimo a questo luogo, e donde i loro corpi furono ripescati dalla sorella Beatrice o Viatrise e da due preti, Crispo e Giovanni". (Da: Giovanni Bianconi, "Ragazzi di malavita", Baldini-Castoldi) Magliana è il nome di:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Leggere attentamente il seguente brano. Ecco come viene descritta questa zona a sud di Roma, in uno stradario del 1922: "Magliana � così viene chiamata la borgata a otto chilometri da Porta Portese nella quale sorge il casale omonimo, oggi chiamata a nuova vita [1] dalla bonifica Pino-Lecce. Il più insigne dei casali-castelli della Campagna Romana è certamente quello della Magliana. Nel secolo IV la località, dove ora sorge il casale, era detta super Philippi. I fondi nel Medioevo conservavano molti nomi degli antichi romani, come Manlianus. Quando vi era memoria di un praedium si mantenne il nome in genere neutro (Manlianum, della gens Manlia). Il neutro latino fu, dai possidenti e notai, spesso tradotto al femminile, supponendosi sottintesa la voce possessione, onde la denominazione Manliana. In questa località, nel 1868, De Rossi scoprì, nel cimitero di Generosa, l'insigne Piccola Basilica, che San Damaso edificò sul sepolcro dei martiri SS. Simplicio e Faustino. Questi, durante la persecuzione di Diocleziano, furono affogati nel Tevere, che ivi formando un'ampia insenatura scorre vicinissimo a questo luogo, e donde i loro corpi furono ripescati dalla sorella Beatrice o Viatrise e da due preti, Crispo e Giovanni". (Da: Giovanni Bianconi, "Ragazzi di malavita", Baldini-Castoldi) La Magliana si trova:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Ecco come viene descritta questa zona a sud di Roma, in uno stradario del 1922: "Magliana � così viene chiamata la borgata a otto chilometri da Porta Portese nella quale sorge il casale omonimo, oggi chiamata a nuova vita [1] dalla bonifica Pino-Lecce. Il più insigne dei casali-castelli della Campagna Romana è certamente quello della Magliana. Nel secolo IV la località, dove ora sorge il casale, era detta super Philippi. I fondi nel Medioevo conservavano molti nomi degli antichi romani, come Manlianus. Quando vi era memoria di un praedium si mantenne il nome in genere neutro (Manlianum, della gens Manlia). Il neutro latino fu, dai possidenti e notai, spesso tradotto al femminile, supponendosi sottintesa la voce possessione, onde la denominazione Manliana. In questa località, nel 1868, De Rossi scoprì, nel cimitero di Generosa, l'insigne Piccola Basilica, che San Damaso edificò sul sepolcro dei martiri SS. Simplicio e Faustino. Questi, durante la persecuzione di Diocleziano, furono affogati nel Tevere, che ivi formando un'ampia insenatura scorre vicinissimo a questo luogo, e donde i loro corpi furono ripescati dalla sorella Beatrice o Viatrise e da due preti, Crispo e Giovanni". (Da: Giovanni Bianconi, "Ragazzi di malavita", Baldini-Castoldi) La Magliana era detta super Philippi:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Ecco come viene descritta questa zona a sud di Roma, in uno stradario del 1922: "Magliana � così viene chiamata la borgata a otto chilometri da Porta Portese nella quale sorge il casale omonimo, oggi chiamata a nuova vita [1] dalla bonifica Pino-Lecce. Il più insigne dei casali-castelli della Campagna Romana è certamente quello della Magliana. Nel secolo IV la località, dove ora sorge il casale, era detta super Philippi. I fondi nel Medioevo conservavano molti nomi degli antichi romani, come Manlianus. Quando vi era memoria di un praedium si mantenne il nome in genere neutro (Manlianum, della gens Manlia). Il neutro latino fu, dai possidenti e notai, spesso tradotto al femminile, supponendosi sottintesa la voce possessione, onde la denominazione Manliana. In questa località, nel 1868, De Rossi scoprì, nel cimitero di Generosa, l'insigne Piccola Basilica, che San Damaso edificò sul sepolcro dei martiri SS. Simplicio e Faustino. Questi, durante la persecuzione di Diocleziano, furono affogati nel Tevere, che ivi formando un'ampia insenatura scorre vicinissimo a questo luogo, e donde i loro corpi furono ripescati dalla sorella Beatrice o Viatrise e da due preti, Crispo e Giovanni". (Da: Giovanni Bianconi, "Ragazzi di malavita", Baldini-Castoldi) Come si potrebbe sostituire l'espressione "chiamata a nuova vita" [1] senza modificare il senso della frase?

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