Tutte le domande del quiz : Ragionamento critico verbaletratto da:Comune di Napoli / RIPAM Quiz - Concorso pubblico per il reclutamento di 94 istruttori socio-educativi (categoria C, posizione economica C1, codice concorso ISE/NAE)  Esercitati su questo Quiz  |
| RISPOSTA   Secondo un gruppo di scienziati del Goddard Space Flight Center della NASA, l'Oceano Pacifico potrebbe reagire da solo al riscaldamento del pianeta, aprendo un varco nella sua coltre di nuvole che trattengono il calore. Se questo effetto, che non viene tenuto in considerazione nei modelli attualmente in uso per prevedere l'effetto dei gas serra, venisse confermato, potrebbe ridimensionare sensibilmente le pessimistiche previsioni sull'andamento della temperatura del pianeta. Ciò che gli scienziati hanno osservato è che la copertura nuvolosa sulle regioni tropicali del Pacifico diminuisce sensibilmente tutte le volte che si alza la temperatura delle acque. In questo modo, viene permessa una maggiore dissipazione di energia tramite raggi ultravioletti, che si possono disperdere nello spazio senza essere catturati di nuovo dalle nuvole. Lo studio, pubblicato sul «Bulletin of the American Meteorological Society», è stato fatto nell'arco di 20 mesi confrontando i dati della copertura nuvolosa con quelli della temperatura delle acque. Ciò che i ricercatori hanno osservato è che i grandi cumuli producono una quantità minore di cirri di alta quota, quando si trovano sopra acque più calde. Normalmente, i cirri si formano alla sommità dei cumuli, dove le goccioline d'acqua prodotte dai moti convettivi congelano e vengono trasportate dal vento. Un solo grado di differenza fa sì che il rapporto fra l'area di un cumulo e quella dei cirri da esso generati si riduca anche del 27 per cento. Gli scienziati pensano che la temperatura dell'oceano influenzi direttamente la formazione delle nuvole. In pratica, le temperature più alte favoriscono la condensazione al di sotto dei cumuli e le precipitazioni sottraggono materiale alla formazione dei cirri. L'Oceano Pacifico, secondo una recente scoperta: |
| RISPOSTA   Secondo un gruppo di scienziati del Goddard Space Flight Center della NASA, l'Oceano Pacifico potrebbe reagire da solo al riscaldamento del pianeta, aprendo un varco nella sua coltre di nuvole che trattengono il calore. Se questo effetto, che non viene tenuto in considerazione nei modelli attualmente in uso per prevedere l'effetto dei gas serra, venisse confermato, potrebbe ridimensionare sensibilmente le pessimistiche previsioni sull'andamento della temperatura del pianeta. Ciò che gli scienziati hanno osservato è che la copertura nuvolosa sulle regioni tropicali del Pacifico diminuisce sensibilmente tutte le volte che si alza la temperatura delle acque. In questo modo, viene permessa una maggiore dissipazione di energia tramite raggi ultravioletti, che si possono disperdere nello spazio senza essere catturati di nuovo dalle nuvole. Lo studio, pubblicato sul «Bulletin of the American Meteorological Society», è stato fatto nell'arco di 20 mesi confrontando i dati della copertura nuvolosa con quelli della temperatura delle acque. Ciò che i ricercatori hanno osservato è che i grandi cumuli producono una quantità minore di cirri di alta quota, quando si trovano sopra acque più calde. Normalmente, i cirri si formano alla sommità dei cumuli, dove le goccioline d'acqua prodotte dai moti convettivi congelano e vengono trasportate dal vento. Un solo grado di differenza fa sì che il rapporto fra l'area di un cumulo e quella dei cirri da esso generati si riduca anche del 27 per cento. Gli scienziati pensano che la temperatura dell'oceano influenzi direttamente la formazione delle nuvole. In pratica, le temperature più alte favoriscono la condensazione al di sotto dei cumuli e le precipitazioni sottraggono materiale alla formazione dei cirri. Gli scienziati hanno appurato: |
| RISPOSTA   Secondo un gruppo di scienziati del Goddard Space Flight Center della NASA, l'Oceano Pacifico potrebbe reagire da solo al riscaldamento del pianeta, aprendo un varco nella sua coltre di nuvole che trattengono il calore. Se questo effetto, che non viene tenuto in considerazione nei modelli attualmente in uso per prevedere l'effetto dei gas serra, venisse confermato, potrebbe ridimensionare sensibilmente le pessimistiche previsioni sull'andamento della temperatura del pianeta. Ciò che gli scienziati hanno osservato è che la copertura nuvolosa sulle regioni tropicali del Pacifico diminuisce sensibilmente tutte le volte che si alza la temperatura delle acque. In questo modo, viene permessa una maggiore dissipazione di energia tramite raggi ultravioletti, che si possono disperdere nello spazio senza essere catturati di nuovo dalle nuvole. Lo studio, pubblicato sul «Bulletin of the American Meteorological Society», è stato fatto nell'arco di 20 mesi confrontando i dati della copertura nuvolosa con quelli della temperatura delle acque. Ciò che i ricercatori hanno osservato è che i grandi cumuli producono una quantità minore di cirri di alta quota, quando si trovano sopra acque più calde. Normalmente, i cirri si formano alla sommità dei cumuli, dove le goccioline d'acqua prodotte dai moti convettivi congelano e vengono trasportate dal vento. Un solo grado di differenza fa sì che il rapporto fra l'area di un cumulo e quella dei cirri da esso generati si riduca anche del 27 per cento. Gli scienziati pensano che la temperatura dell'oceano influenzi direttamente la formazione delle nuvole. In pratica, le temperature più alte favoriscono la condensazione al di sotto dei cumuli e le precipitazioni sottraggono materiale alla formazione dei cirri. La temperatura media del pianeta: |
| RISPOSTA   Secondo un gruppo di scienziati del Goddard Space Flight Center della NASA, l'Oceano Pacifico potrebbe reagire da solo al riscaldamento del pianeta, aprendo un varco nella sua coltre di nuvole che trattengono il calore. Se questo effetto, che non viene tenuto in considerazione nei modelli attualmente in uso per prevedere l'effetto dei gas serra, venisse confermato, potrebbe ridimensionare sensibilmente le pessimistiche previsioni sull'andamento della temperatura del pianeta. Ciò che gli scienziati hanno osservato è che la copertura nuvolosa sulle regioni tropicali del Pacifico diminuisce sensibilmente tutte le volte che si alza la temperatura delle acque. In questo modo, viene permessa una maggiore dissipazione di energia tramite raggi ultravioletti, che si possono disperdere nello spazio senza essere catturati di nuovo dalle nuvole. Lo studio, pubblicato sul «Bulletin of the American Meteorological Society», è stato fatto nell'arco di 20 mesi confrontando i dati della copertura nuvolosa con quelli della temperatura delle acque. Ciò che i ricercatori hanno osservato è che i grandi cumuli producono una quantità minore di cirri di alta quota, quando si trovano sopra acque più calde. Normalmente, i cirri si formano alla sommità dei cumuli, dove le goccioline d'acqua prodotte dai moti convettivi congelano e vengono trasportate dal vento. Un solo grado di differenza fa sì che il rapporto fra l'area di un cumulo e quella dei cirri da esso generati si riduca anche del 27 per cento. Gli scienziati pensano che la temperatura dell'oceano influenzi direttamente la formazione delle nuvole. In pratica, le temperature più alte favoriscono la condensazione al di sotto dei cumuli e le precipitazioni sottraggono materiale alla formazione dei cirri. Una delle ipotesi formulate dagli scienziati: |
| RISPOSTA   Secondo un gruppo di scienziati del Goddard Space Flight Center della NASA, l'Oceano Pacifico potrebbe reagire da solo al riscaldamento del pianeta, aprendo un varco nella sua coltre di nuvole che trattengono il calore. Se questo effetto, che non viene tenuto in considerazione nei modelli attualmente in uso per prevedere l'effetto dei gas serra, venisse confermato, potrebbe ridimensionare sensibilmente le pessimistiche previsioni sull'andamento della temperatura del pianeta. Ciò che gli scienziati hanno osservato è che la copertura nuvolosa sulle regioni tropicali del Pacifico diminuisce sensibilmente tutte le volte che si alza la temperatura delle acque. In questo modo, viene permessa una maggiore dissipazione di energia tramite raggi ultravioletti, che si possono disperdere nello spazio senza essere catturati di nuovo dalle nuvole. Lo studio, pubblicato sul «Bulletin of the American Meteorological Society», è stato fatto nell'arco di 20 mesi confrontando i dati della copertura nuvolosa con quelli della temperatura delle acque. Ciò che i ricercatori hanno osservato è che i grandi cumuli producono una quantità minore di cirri di alta quota, quando si trovano sopra acque più calde. Normalmente, i cirri si formano alla sommità dei cumuli, dove le goccioline d'acqua prodotte dai moti convettivi congelano e vengono trasportate dal vento. Un solo grado di differenza fa sì che il rapporto fra l'area di un cumulo e quella dei cirri da esso generati si riduca anche del 27 per cento. Gli scienziati pensano che la temperatura dell'oceano influenzi direttamente la formazione delle nuvole. In pratica, le temperature più alte favoriscono la condensazione al di sotto dei cumuli e le precipitazioni sottraggono materiale alla formazione dei cirri. Una delle conclusioni cui sono giunti gli scienziati: |
RISPOSTA   Secondo un'idea diffusa e radicata, un'elevata densità di popolazione porterebbe inevitabilmente a un aumento di aggressività, negli animali come nell'uomo: questa ipotesi è la conseguenza di un esperimento che lo studioso di psicologia sperimentale John B. Calhoun condusse sui ratti nel 1962. Nell'esperimento gli animali, posti in un ambiente molto angusto, cominciavano dopo un po' di tempo a comportarsi in modo violento, fino a uccidersi e ad arrivare al cannibalismo. L'esperimento indusse Calhoun a parlare di «scadimento comportamentale» e il concetto venne ben presto indebitamente esteso anche all'uomo. Questa estrapolazione semplicistica non ha però in realtà alcuna giustificazione. Confrontando il tasso di omicidi pro capite e il numero di abitanti per chilometro quadrato non si è mai riscontrata alcuna differenza significativa: anzi, spesso sono le aree meno densamente popolate a presentare il maggior numero di omicidi e viceversa; è chiaro che se un legame esiste, esso non è così immediato, e che il modello di Calhoun sui ratti non è direttamente applicabile al comportamento umano. Studi recenti dicono invece che sia la competizione per le risorse, piuttosto che lo spazio a disposizione, a scatenare in modo più marcato l'aumento dell'aggressività. Nel 1962 uno studioso di psicologia sperimentale: |
RISPOSTA   Secondo un'idea diffusa e radicata, un'elevata densità di popolazione porterebbe inevitabilmente a un aumento di aggressività, negli animali come nell'uomo: questa ipotesi è la conseguenza di un esperimento che lo studioso di psicologia sperimentale John B. Calhoun condusse sui ratti nel 1962. Nell'esperimento gli animali, posti in un ambiente molto angusto, cominciavano dopo un po' di tempo a comportarsi in modo violento, fino a uccidersi e ad arrivare al cannibalismo. L'esperimento indusse Calhoun a parlare di «scadimento comportamentale» e il concetto venne ben presto indebitamente esteso anche all'uomo. Questa estrapolazione semplicistica non ha però in realtà alcuna giustificazione. Confrontando il tasso di omicidi pro capite e il numero di abitanti per chilometro quadrato non si è mai riscontrata alcuna differenza significativa: anzi, spesso sono le aree meno densamente popolate a presentare il maggior numero di omicidi e viceversa; è chiaro che se un legame esiste, esso non è così immediato, e che il modello di Calhoun sui ratti non è direttamente applicabile al comportamento umano. Studi recenti dicono invece che sia la competizione per le risorse, piuttosto che lo spazio a disposizione, a scatenare in modo più marcato l'aumento dell'aggressività. Uno degli errori commessi in seguito agli esperimenti di Calhoun è stato quello di: |
| RISPOSTA   Secondo un'idea diffusa e radicata, un'elevata densità di popolazione porterebbe inevitabilmente a un aumento di aggressività, negli animali come nell'uomo: questa ipotesi è la conseguenza di un esperimento che lo studioso di psicologia sperimentale John B. Calhoun condusse sui ratti nel 1962. Nell'esperimento gli animali, posti in un ambiente molto angusto, cominciavano dopo un po' di tempo a comportarsi in modo violento, fino a uccidersi e ad arrivare al cannibalismo. L'esperimento indusse Calhoun a parlare di «scadimento comportamentale» e il concetto venne ben presto indebitamente esteso anche all'uomo. Questa estrapolazione semplicistica non ha però in realtà alcuna giustificazione. Confrontando il tasso di omicidi pro capite e il numero di abitanti per chilometro quadrato non si è mai riscontrata alcuna differenza significativa: anzi, spesso sono le aree meno densamente popolate a presentare il maggior numero di omicidi e viceversa; è chiaro che se un legame esiste, esso non è così immediato, e che il modello di Calhoun sui ratti non è direttamente applicabile al comportamento umano. Studi recenti dicono invece che sia la competizione per le risorse, piuttosto che lo spazio a disposizione, a scatenare in modo più marcato l'aumento dell'aggressività. Il concetto di "scadimento comportamentale": |
| RISPOSTA   Secondo un'idea diffusa e radicata, un'elevata densità di popolazione porterebbe inevitabilmente a un aumento di aggressività, negli animali come nell'uomo: questa ipotesi è la conseguenza di un esperimento che lo studioso di psicologia sperimentale John B. Calhoun condusse sui ratti nel 1962. Nell'esperimento gli animali, posti in un ambiente molto angusto, cominciavano dopo un po' di tempo a comportarsi in modo violento, fino a uccidersi e ad arrivare al cannibalismo. L'esperimento indusse Calhoun a parlare di «scadimento comportamentale» e il concetto venne ben presto indebitamente esteso anche all'uomo. Questa estrapolazione semplicistica non ha però in realtà alcuna giustificazione. Confrontando il tasso di omicidi pro capite e il numero di abitanti per chilometro quadrato non si è mai riscontrata alcuna differenza significativa: anzi, spesso sono le aree meno densamente popolate a presentare il maggior numero di omicidi e viceversa; è chiaro che se un legame esiste, esso non è così immediato, e che il modello di Calhoun sui ratti non è direttamente applicabile al comportamento umano. Studi recenti dicono invece che sia la competizione per le risorse, piuttosto che lo spazio a disposizione, a scatenare in modo più marcato l'aumento dell'aggressività. Studi recenti dicono che: |
RISPOSTA   Secondo un'idea diffusa e radicata, un'elevata densità di popolazione porterebbe inevitabilmente a un aumento di aggressività, negli animali come nell'uomo: questa ipotesi è la conseguenza di un esperimento che lo studioso di psicologia sperimentale John B. Calhoun condusse sui ratti nel 1962. Nell'esperimento gli animali, posti in un ambiente molto angusto, cominciavano dopo un po' di tempo a comportarsi in modo violento, fino a uccidersi e ad arrivare al cannibalismo. L'esperimento indusse Calhoun a parlare di «scadimento comportamentale» e il concetto venne ben presto indebitamente esteso anche all'uomo. Questa estrapolazione semplicistica non ha però in realtà alcuna giustificazione. Confrontando il tasso di omicidi pro capite e il numero di abitanti per chilometro quadrato non si è mai riscontrata alcuna differenza significativa: anzi, spesso sono le aree meno densamente popolate a presentare il maggior numero di omicidi e viceversa; è chiaro che se un legame esiste, esso non è così immediato, e che il modello di Calhoun sui ratti non è direttamente applicabile al comportamento umano. Studi recenti dicono invece che sia la competizione per le risorse, piuttosto che lo spazio a disposizione, a scatenare in modo più marcato l'aumento dell'aggressività. Confrontando il tasso di omicidi e il numero di abitanti per chilometro quadrato: |
| RISPOSTA   Stando a quanto riferisce The Consumerist, un sito statunitense di tutela dei consumatori, ci sono due casi in cui la richiesta di assistenza in garanzia da parte di proprietari di computer è stata negata con una motivazione quantomeno bizzarra: "Contaminazione da fumo". Sembra uno scherzo ma è tutto vero e l'azienda in questione non è catena di assemblatori locali, ma quella più innovativa del panorama tecnologico: la Apple. E i portatili in questione sono i popolari Macbook e iMac. Insomma, il fumo nuoce alla salute del computer e si perde la garanzia se chi lo usa ha il vizio delle sigarette. Nonostante nel contratto di garanzia non si faccia alcun riferimento esplicito alle sigarette come comportamento pericoloso per la salute del computer, la casa di Cupertino, alla richiesta di chiarimenti, ha replicato così: la nicotina fa parte della lista delle sostante dannose stilata dall'Occupational Safety and Health Administration. La casa di Steve Jobs ha poi sottolineato che non chiederà ai suoi dipendenti di riparare qualcosa mettendo a rischio la loro salute. Questo perché, secondo gli esperti, il computer di un fumatore all'interno si può paragonare a un posacenere sporco. A parte la puzza e la polvere, l'accumulo di catrame è in grado mandare in tilt il pc. I due casi di cui parla The Consumerist si sono verificati qualche anno fa in due diversi Stati americani. Il primo risale all'aprile 2007, quando il pc venne portato in un Apple Store a West Des Moines, nell'Iowa: un anno in assistenza, poi la risposta che era stato usato in una casa di fumatori e questo faceva decadere la garanzia. L'assistenza di garanzia: |
| RISPOSTA   Stando a quanto riferisce The Consumerist, un sito statunitense di tutela dei consumatori, ci sono due casi in cui la richiesta di assistenza in garanzia da parte di proprietari di computer è stata negata con una motivazione quantomeno bizzarra: "Contaminazione da fumo". Sembra uno scherzo ma è tutto vero e l'azienda in questione non è catena di assemblatori locali, ma quella più innovativa del panorama tecnologico: la Apple. E i portatili in questione sono i popolari Macbook e iMac. Insomma, il fumo nuoce alla salute del computer e si perde la garanzia se chi lo usa ha il vizio delle sigarette. Nonostante nel contratto di garanzia non si faccia alcun riferimento esplicito alle sigarette come comportamento pericoloso per la salute del computer, la casa di Cupertino, alla richiesta di chiarimenti, ha replicato così: la nicotina fa parte della lista delle sostante dannose stilata dall'Occupational Safety and Health Administration. La casa di Steve Jobs ha poi sottolineato che non chiederà ai suoi dipendenti di riparare qualcosa mettendo a rischio la loro salute. Questo perché, secondo gli esperti, il computer di un fumatore all'interno si può paragonare a un posacenere sporco. A parte la puzza e la polvere, l'accumulo di catrame è in grado mandare in tilt il pc. I due casi di cui parla The Consumerist si sono verificati qualche anno fa in due diversi Stati americani. Il primo risale all'aprile 2007, quando il pc venne portato in un Apple Store a West Des Moines, nell'Iowa: un anno in assistenza, poi la risposta che era stato usato in una casa di fumatori e questo faceva decadere la garanzia. Macbook e Imac: |
| RISPOSTA   Stando a quanto riferisce The Consumerist, un sito statunitense di tutela dei consumatori, ci sono due casi in cui la richiesta di assistenza in garanzia da parte di proprietari di computer è stata negata con una motivazione quantomeno bizzarra: "Contaminazione da fumo". Sembra uno scherzo ma è tutto vero e l'azienda in questione non è catena di assemblatori locali, ma quella più innovativa del panorama tecnologico: la Apple. E i portatili in questione sono i popolari Macbook e iMac. Insomma, il fumo nuoce alla salute del computer e si perde la garanzia se chi lo usa ha il vizio delle sigarette. Nonostante nel contratto di garanzia non si faccia alcun riferimento esplicito alle sigarette come comportamento pericoloso per la salute del computer, la casa di Cupertino, alla richiesta di chiarimenti, ha replicato così: la nicotina fa parte della lista delle sostante dannose stilata dall'Occupational Safety and Health Administration. La casa di Steve Jobs ha poi sottolineato che non chiederà ai suoi dipendenti di riparare qualcosa mettendo a rischio la loro salute. Questo perché, secondo gli esperti, il computer di un fumatore all'interno si può paragonare a un posacenere sporco. A parte la puzza e la polvere, l'accumulo di catrame è in grado mandare in tilt il pc. I due casi di cui parla The Consumerist si sono verificati qualche anno fa in due diversi Stati americani. Il primo risale all'aprile 2007, quando il pc venne portato in un Apple Store a West Des Moines, nell'Iowa: un anno in assistenza, poi la risposta che era stato usato in una casa di fumatori e questo faceva decadere la garanzia. Il computer di un fumatore: |
| RISPOSTA   Stando a quanto riferisce The Consumerist, un sito statunitense di tutela dei consumatori, ci sono due casi in cui la richiesta di assistenza in garanzia da parte di proprietari di computer è stata negata con una motivazione quantomeno bizzarra: "Contaminazione da fumo". Sembra uno scherzo ma è tutto vero e l'azienda in questione non è catena di assemblatori locali, ma quella più innovativa del panorama tecnologico: la Apple. E i portatili in questione sono i popolari Macbook e iMac. Insomma, il fumo nuoce alla salute del computer e si perde la garanzia se chi lo usa ha il vizio delle sigarette. Nonostante nel contratto di garanzia non si faccia alcun riferimento esplicito alle sigarette come comportamento pericoloso per la salute del computer, la casa di Cupertino, alla richiesta di chiarimenti, ha replicato così: la nicotina fa parte della lista delle sostante dannose stilata dall'Occupational Safety and Health Administration. La casa di Steve Jobs ha poi sottolineato che non chiederà ai suoi dipendenti di riparare qualcosa mettendo a rischio la loro salute. Questo perché, secondo gli esperti, il computer di un fumatore all'interno si può paragonare a un posacenere sporco. A parte la puzza e la polvere, l'accumulo di catrame è in grado mandare in tilt il pc. I due casi di cui parla The Consumerist si sono verificati qualche anno fa in due diversi Stati americani. Il primo risale all'aprile 2007, quando il pc venne portato in un Apple Store a West Des Moines, nell'Iowa: un anno in assistenza, poi la risposta che era stato usato in una casa di fumatori e questo faceva decadere la garanzia. La Apple: |
| RISPOSTA   Stando a quanto riferisce The Consumerist, un sito statunitense di tutela dei consumatori, ci sono due casi in cui la richiesta di assistenza in garanzia da parte di proprietari di computer è stata negata con una motivazione quantomeno bizzarra: "Contaminazione da fumo". Sembra uno scherzo ma è tutto vero e l'azienda in questione non è catena di assemblatori locali, ma quella più innovativa del panorama tecnologico: la Apple. E i portatili in questione sono i popolari Macbook e iMac. Insomma, il fumo nuoce alla salute del computer e si perde la garanzia se chi lo usa ha il vizio delle sigarette. Nonostante nel contratto di garanzia non si faccia alcun riferimento esplicito alle sigarette come comportamento pericoloso per la salute del computer, la casa di Cupertino, alla richiesta di chiarimenti, ha replicato così: la nicotina fa parte della lista delle sostante dannose stilata dall'Occupational Safety and Health Administration. La casa di Steve Jobs ha poi sottolineato che non chiederà ai suoi dipendenti di riparare qualcosa mettendo a rischio la loro salute. Questo perché, secondo gli esperti, il computer di un fumatore all'interno si può paragonare a un posacenere sporco. A parte la puzza e la polvere, l'accumulo di catrame è in grado mandare in tilt il pc. I due casi di cui parla The Consumerist si sono verificati qualche anno fa in due diversi Stati americani. Il primo risale all'aprile 2007, quando il pc venne portato in un Apple Store a West Des Moines, nell'Iowa: un anno in assistenza, poi la risposta che era stato usato in una casa di fumatori e questo faceva decadere la garanzia. La nicotina: |
| RISPOSTA   Un nuovo settore di ricerca, le Scienze del Sistema Terra, al quale collaboreranno geologi, climatologi, biologi ma anche antropologi e altri scienziati sociali, servirà a studiare le interazioni tra uomo e ambiente e i cambiamenti climatici globali. La nuova disciplina è stata presentata in un convegno negli Stati Uniti. In occasione dell'incontro sono stati presentati anche i dati relativi allo scioglimento dei ghiacciai andini del Perù e quelli relativi al Kilimanjaro in Africa orientale. "Il ritmo con cui si stanno ritirando, fa pensare che potrebbero scomparire nei prossimi 15-20 anni", hanno affermato gli studiosi, che hanno condotto le ricerche nell'ambito del Programma Internazionale Geosfera-Biosfera (Igbp). A partire dal 1912, infatti, i ghiacciai del Kilimanjaro si sono ridotti dell'80 per cento ed entro il 2020 molti potrebbero addirittura scomparire. Il riscaldamento globale sta infatti trasformando profondamente la superficie terrestre, minacciando la biodiversità e il suolo. "Grandi cambiamenti in una parte del sistema possono avere ripercussioni su altri aspetti e comprendere la dinamica di queste interazioni non è affatto semplice", ha dichiarato nel suo intervento il responsabile dell'Igbp a Stoccolma, spiegando quindi la necessità di istituire una disciplina come le Scienze del Sistema Terra. Gli studiosi che hanno collaborato al programma lgbp: |
| RISPOSTA   Un nuovo settore di ricerca, le Scienze del Sistema Terra, al quale collaboreranno geologi, climatologi, biologi ma anche antropologi e altri scienziati sociali, servirà a studiare le interazioni tra uomo e ambiente e i cambiamenti climatici globali. La nuova disciplina è stata presentata in un convegno negli Stati Uniti. In occasione dell'incontro sono stati presentati anche i dati relativi allo scioglimento dei ghiacciai andini del Perù e quelli relativi al Kilimanjaro in Africa orientale. "Il ritmo con cui si stanno ritirando, fa pensare che potrebbero scomparire nei prossimi 15-20 anni", hanno affermato gli studiosi, che hanno condotto le ricerche nell'ambito del Programma Internazionale Geosfera-Biosfera (Igbp). A partire dal 1912, infatti, i ghiacciai del Kilimanjaro si sono ridotti dell'80 per cento ed entro il 2020 molti potrebbero addirittura scomparire. Il riscaldamento globale sta infatti trasformando profondamente la superficie terrestre, minacciando la biodiversità e il suolo. "Grandi cambiamenti in una parte del sistema possono avere ripercussioni su altri aspetti e comprendere la dinamica di queste interazioni non è affatto semplice", ha dichiarato nel suo intervento il responsabile dell'Igbp a Stoccolma, spiegando quindi la necessità di istituire una disciplina come le Scienze del Sistema Terra. Il nuovo settore di ricerca chiamato Scienza del Sistema Terra: |
| RISPOSTA   Un nuovo settore di ricerca, le Scienze del Sistema Terra, al quale collaboreranno geologi, climatologi, biologi ma anche antropologi e altri scienziati sociali, servirà a studiare le interazioni tra uomo e ambiente e i cambiamenti climatici globali. La nuova disciplina è stata presentata in un convegno negli Stati Uniti. In occasione dell'incontro sono stati presentati anche i dati relativi allo scioglimento dei ghiacciai andini del Perù e quelli relativi al Kilimanjaro in Africa orientale. "Il ritmo con cui si stanno ritirando, fa pensare che potrebbero scomparire nei prossimi 15-20 anni", hanno affermato gli studiosi, che hanno condotto le ricerche nell'ambito del Programma Internazionale Geosfera-Biosfera (Igbp). A partire dal 1912, infatti, i ghiacciai del Kilimanjaro si sono ridotti dell'80 per cento ed entro il 2020 molti potrebbero addirittura scomparire. Il riscaldamento globale sta infatti trasformando profondamente la superficie terrestre, minacciando la biodiversità e il suolo. "Grandi cambiamenti in una parte del sistema possono avere ripercussioni su altri aspetti e comprendere la dinamica di queste interazioni non è affatto semplice", ha dichiarato nel suo intervento il responsabile dell'Igbp a Stoccolma, spiegando quindi la necessità di istituire una disciplina come le Scienze del Sistema Terra. Nel nuovo settore di ricerca denominato Scienze del Sistema Terra: |
| RISPOSTA   Un nuovo settore di ricerca, le Scienze del Sistema Terra, al quale collaboreranno geologi, climatologi, biologi ma anche antropologi e altri scienziati sociali, servirà a studiare le interazioni tra uomo e ambiente e i cambiamenti climatici globali. La nuova disciplina è stata presentata in un convegno negli Stati Uniti. In occasione dell'incontro sono stati presentati anche i dati relativi allo scioglimento dei ghiacciai andini del Perù e quelli relativi al Kilimanjaro in Africa orientale. "Il ritmo con cui si stanno ritirando, fa pensare che potrebbero scomparire nei prossimi 15-20 anni", hanno affermato gli studiosi, che hanno condotto le ricerche nell'ambito del Programma Internazionale Geosfera-Biosfera (Igbp). A partire dal 1912, infatti, i ghiacciai del Kilimanjaro si sono ridotti dell'80 per cento ed entro il 2020 molti potrebbero addirittura scomparire. Il riscaldamento globale sta infatti trasformando profondamente la superficie terrestre, minacciando la biodiversità e il suolo. "Grandi cambiamenti in una parte del sistema possono avere ripercussioni su altri aspetti e comprendere la dinamica di queste interazioni non è affatto semplice", ha dichiarato nel suo intervento il responsabile dell'Igbp a Stoccolma, spiegando quindi la necessità di istituire una disciplina come le Scienze del Sistema Terra. La dinamica delle interazioni tra diversi sistemi in campo ambientale: |
| RISPOSTA   Un nuovo settore di ricerca, le Scienze del Sistema Terra, al quale collaboreranno geologi, climatologi, biologi ma anche antropologi e altri scienziati sociali, servirà a studiare le interazioni tra uomo e ambiente e i cambiamenti climatici globali. La nuova disciplina è stata presentata in un convegno negli Stati Uniti. In occasione dell'incontro sono stati presentati anche i dati relativi allo scioglimento dei ghiacciai andini del Perù e quelli relativi al Kilimanjaro in Africa orientale. "Il ritmo con cui si stanno ritirando, fa pensare che potrebbero scomparire nei prossimi 15-20 anni", hanno affermato gli studiosi, che hanno condotto le ricerche nell'ambito del Programma Internazionale Geosfera-Biosfera (Igbp). A partire dal 1912, infatti, i ghiacciai del Kilimanjaro si sono ridotti dell'80 per cento ed entro il 2020 molti potrebbero addirittura scomparire. Il riscaldamento globale sta infatti trasformando profondamente la superficie terrestre, minacciando la biodiversità e il suolo. "Grandi cambiamenti in una parte del sistema possono avere ripercussioni su altri aspetti e comprendere la dinamica di queste interazioni non è affatto semplice", ha dichiarato nel suo intervento il responsabile dell'Igbp a Stoccolma, spiegando quindi la necessità di istituire una disciplina come le Scienze del Sistema Terra. Recenti studi relativi ai ghiacciai: |
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Secondo un'idea diffusa e radicata, un'elevata densità di popolazione porterebbe inevitabilmente a un aumento di aggressività, negli animali come nell'uomo: questa ipotesi è la conseguenza di un esperimento che lo studioso di psicologia sperimentale John B. Calhoun condusse sui ratti nel 1962. Nell'esperimento gli animali, posti in un ambiente molto angusto, cominciavano dopo un po' di tempo a comportarsi in modo violento, fino a uccidersi e ad arrivare al cannibalismo. L'esperimento indusse Calhoun a parlare di «scadimento comportamentale» e il concetto venne ben presto indebitamente esteso anche all'uomo. Questa estrapolazione semplicistica non ha però in realtà alcuna giustificazione. Confrontando il tasso di omicidi pro capite e il numero di abitanti per chilometro quadrato non si è mai riscontrata alcuna differenza significativa: anzi, spesso sono le aree meno densamente popolate a presentare il maggior numero di omicidi e viceversa; è chiaro che se un legame esiste, esso non è così immediato, e che il modello di Calhoun sui ratti non è direttamente applicabile al comportamento umano. Studi recenti dicono invece che sia la competizione per le risorse, piuttosto che lo spazio a disposizione, a scatenare in modo più marcato l'aumento dell'aggressività. Nel 1962 uno studioso di psicologia sperimentale: