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Tutte le domande del quiz : Brani

tratto da:
Guardia di Finanza
Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La forma plantigrada dei piedi, caratteristica in comune tra gli Ursidi, è probabilmente associata alle grandi dimensioni. Infatti, si nota una tendenza alla plantigradia anche in altri mammiferi di grossa taglia o comunque pesanti. La plantigradia permette agli orsi di alzarsi sulle zampe posteriori, postura che assumono spesso sia per giocare e combattere tra loro, sia per incutere maggiore paura a un eventuale aggressore, come la tigre o un branco di lupi. Infatti, non è raro che predatori di specie diversa si affrontino per disputarsi una preda o una carogna.Altra caratteristica degli orsi è la dentatura fornita di un numero elevato di denti (quarantadue), con quattro premolari sia sopra sia sotto, due molari superiori e tre inferiori. Ciò è in linea con la loro dieta onnivora, se pensiamo che i Felidi, carnivori più specializzati, hanno denti meno numerosi ma particolarmente efficienti per sgozzare le prede. Le zampe degli orsi sono dotate di unghie grosse e appuntite che rappresentano una formidabile arma di difesa, considerando anche la forza dei loro colpi. Gli orsi sono animali territoriali e solitari. I maschi si accoppiano in modo poligamo con le femmine che incontrano. Dopo l'accoppiamento maschio e femmina si separano e mamma orsa porta avanti da sola l'allevamento dei piccoli. Essendo privi di istinto paterno, i maschi rappresentano un pericolo per i loro stessi figli e le femmine devono spesso difendere i cuccioli dal loro appetito. L'organo di senso più sviluppato è senza dubbio l'olfatto, come si può dedurre dal muso prominente e dalle larghe narici. La vista è carente e in alcune specie è molto debole.Gli orsi attualmente viventi appartengono a otto specie, sparse nei diversi continenti, eccetto l'Africa e l'Australia. La specie più settentrionale è quella dell'orso bianco o polare (Ursus maritimus): è diffuso intorno al Polo Nord ed è legato alle comunità biologiche del mare. Infatti, la sua alimentazione si basa sulle foche, che a loro volta si nutrono di pesci, crostacei e molluschi marini. (da: "Orsi, panda e orsetti lavatori" di Giuseppe M. Carpaneto, "Treccani � Enciclopedia dei ragazzi") Quale delle seguenti alternative è deducibile dal brano?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La forma plantigrada dei piedi, caratteristica in comune tra gli Ursidi, è probabilmente associata alle grandi dimensioni. Infatti, si nota una tendenza alla plantigradia anche in altri mammiferi di grossa taglia o comunque pesanti. La plantigradia permette agli orsi di alzarsi sulle zampe posteriori, postura che assumono spesso sia per giocare e combattere tra loro, sia per incutere maggiore paura a un eventuale aggressore, come la tigre o un branco di lupi. Infatti, non è raro che predatori di specie diversa si affrontino per disputarsi una preda o una carogna.Altra caratteristica degli orsi è la dentatura fornita di un numero elevato di denti (quarantadue), con quattro premolari sia sopra sia sotto, due molari superiori e tre inferiori. Ciò è in linea con la loro dieta onnivora, se pensiamo che i Felidi, carnivori più specializzati, hanno denti meno numerosi ma particolarmente efficienti per sgozzare le prede. Le zampe degli orsi sono dotate di unghie grosse e appuntite che rappresentano una formidabile arma di difesa, considerando anche la forza dei loro colpi. Gli orsi sono animali territoriali e solitari. I maschi si accoppiano in modo poligamo con le femmine che incontrano. Dopo l'accoppiamento maschio e femmina si separano e mamma orsa porta avanti da sola l'allevamento dei piccoli. Essendo privi di istinto paterno, i maschi rappresentano un pericolo per i loro stessi figli e le femmine devono spesso difendere i cuccioli dal loro appetito. L'organo di senso più sviluppato è senza dubbio l'olfatto, come si può dedurre dal muso prominente e dalle larghe narici. La vista è carente e in alcune specie è molto debole.Gli orsi attualmente viventi appartengono a otto specie, sparse nei diversi continenti, eccetto l'Africa e l'Australia. La specie più settentrionale è quella dell'orso bianco o polare (Ursus maritimus): è diffuso intorno al Polo Nord ed è legato alle comunità biologiche del mare. Infatti, la sua alimentazione si basa sulle foche, che a loro volta si nutrono di pesci, crostacei e molluschi marini. (da: "Orsi, panda e orsetti lavatori" di Giuseppe M. Carpaneto, "Treccani � Enciclopedia dei ragazzi") Quale delle seguenti affermazioni NON è deducibile dalla lettura del brano?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La forma plantigrada dei piedi, caratteristica in comune tra gli Ursidi, è probabilmente associata alle grandi dimensioni. Infatti, si nota una tendenza alla plantigradia anche in altri mammiferi di grossa taglia o comunque pesanti. La plantigradia permette agli orsi di alzarsi sulle zampe posteriori, postura che assumono spesso sia per giocare e combattere tra loro, sia per incutere maggiore paura a un eventuale aggressore, come la tigre o un branco di lupi. Infatti, non è raro che predatori di specie diversa si affrontino per disputarsi una preda o una carogna.Altra caratteristica degli orsi è la dentatura fornita di un numero elevato di denti (quarantadue), con quattro premolari sia sopra sia sotto, due molari superiori e tre inferiori. Ciò è in linea con la loro dieta onnivora, se pensiamo che i Felidi, carnivori più specializzati, hanno denti meno numerosi ma particolarmente efficienti per sgozzare le prede. Le zampe degli orsi sono dotate di unghie grosse e appuntite che rappresentano una formidabile arma di difesa, considerando anche la forza dei loro colpi. Gli orsi sono animali territoriali e solitari. I maschi si accoppiano in modo poligamo con le femmine che incontrano. Dopo l'accoppiamento maschio e femmina si separano e mamma orsa porta avanti da sola l'allevamento dei piccoli. Essendo privi di istinto paterno, i maschi rappresentano un pericolo per i loro stessi figli e le femmine devono spesso difendere i cuccioli dal loro appetito. L'organo di senso più sviluppato è senza dubbio l'olfatto, come si può dedurre dal muso prominente e dalle larghe narici. La vista è carente e in alcune specie è molto debole.Gli orsi attualmente viventi appartengono a otto specie, sparse nei diversi continenti, eccetto l'Africa e l'Australia. La specie più settentrionale è quella dell'orso bianco o polare (Ursus maritimus): è diffuso intorno al Polo Nord ed è legato alle comunità biologiche del mare. Infatti, la sua alimentazione si basa sulle foche, che a loro volta si nutrono di pesci, crostacei e molluschi marini. (da: "Orsi, panda e orsetti lavatori" di Giuseppe M. Carpaneto, "Treccani � Enciclopedia dei ragazzi") Cosa si può dedurre dalla lettura del brano?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La forma plantigrada dei piedi, caratteristica in comune tra gli Ursidi, è probabilmente associata alle grandi dimensioni. Infatti, si nota una tendenza alla plantigradia anche in altri mammiferi di grossa taglia o comunque pesanti. La plantigradia permette agli orsi di alzarsi sulle zampe posteriori, postura che assumono spesso sia per giocare e combattere tra loro, sia per incutere maggiore paura a un eventuale aggressore, come la tigre o un branco di lupi. Infatti, non è raro che predatori di specie diversa si affrontino per disputarsi una preda o una carogna.Altra caratteristica degli orsi è la dentatura fornita di un numero elevato di denti (quarantadue), con quattro premolari sia sopra sia sotto, due molari superiori e tre inferiori. Ciò è in linea con la loro dieta onnivora, se pensiamo che i Felidi, carnivori più specializzati, hanno denti meno numerosi ma particolarmente efficienti per sgozzare le prede. Le zampe degli orsi sono dotate di unghie grosse e appuntite che rappresentano una formidabile arma di difesa, considerando anche la forza dei loro colpi. Gli orsi sono animali territoriali e solitari. I maschi si accoppiano in modo poligamo con le femmine che incontrano. Dopo l'accoppiamento maschio e femmina si separano e mamma orsa porta avanti da sola l'allevamento dei piccoli. Essendo privi di istinto paterno, i maschi rappresentano un pericolo per i loro stessi figli e le femmine devono spesso difendere i cuccioli dal loro appetito. L'organo di senso più sviluppato è senza dubbio l'olfatto, come si può dedurre dal muso prominente e dalle larghe narici. La vista è carente e in alcune specie è molto debole.Gli orsi attualmente viventi appartengono a otto specie, sparse nei diversi continenti, eccetto l'Africa e l'Australia. La specie più settentrionale è quella dell'orso bianco o polare (Ursus maritimus): è diffuso intorno al Polo Nord ed è legato alle comunità biologiche del mare. Infatti, la sua alimentazione si basa sulle foche, che a loro volta si nutrono di pesci, crostacei e molluschi marini. (da: "Orsi, panda e orsetti lavatori" di Giuseppe M. Carpaneto, "Treccani � Enciclopedia dei ragazzi") Quale di queste affermazioni NON è deducibile dalla lettura del brano?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La forma plantigrada dei piedi, caratteristica in comune tra gli Ursidi, è probabilmente associata alle grandi dimensioni. Infatti, si nota una tendenza alla plantigradia anche in altri mammiferi di grossa taglia o comunque pesanti. La plantigradia permette agli orsi di alzarsi sulle zampe posteriori, postura che assumono spesso sia per giocare e combattere tra loro, sia per incutere maggiore paura a un eventuale aggressore, come la tigre o un branco di lupi. Infatti, non è raro che predatori di specie diversa si affrontino per disputarsi una preda o una carogna.Altra caratteristica degli orsi è la dentatura fornita di un numero elevato di denti (quarantadue), con quattro premolari sia sopra sia sotto, due molari superiori e tre inferiori. Ciò è in linea con la loro dieta onnivora, se pensiamo che i Felidi, carnivori più specializzati, hanno denti meno numerosi ma particolarmente efficienti per sgozzare le prede. Le zampe degli orsi sono dotate di unghie grosse e appuntite che rappresentano una formidabile arma di difesa, considerando anche la forza dei loro colpi. Gli orsi sono animali territoriali e solitari. I maschi si accoppiano in modo poligamo con le femmine che incontrano. Dopo l'accoppiamento maschio e femmina si separano e mamma orsa porta avanti da sola l'allevamento dei piccoli. Essendo privi di istinto paterno, i maschi rappresentano un pericolo per i loro stessi figli e le femmine devono spesso difendere i cuccioli dal loro appetito. L'organo di senso più sviluppato è senza dubbio l'olfatto, come si può dedurre dal muso prominente e dalle larghe narici. La vista è carente e in alcune specie è molto debole.Gli orsi attualmente viventi appartengono a otto specie, sparse nei diversi continenti, eccetto l'Africa e l'Australia. La specie più settentrionale è quella dell'orso bianco o polare (Ursus maritimus): è diffuso intorno al Polo Nord ed è legato alle comunità biologiche del mare. Infatti, la sua alimentazione si basa sulle foche, che a loro volta si nutrono di pesci, crostacei e molluschi marini. (da: "Orsi, panda e orsetti lavatori" di Giuseppe M. Carpaneto, "Treccani � Enciclopedia dei ragazzi") Quale delle seguenti caratteristiche degli orsi è deducibile dal brano?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. La formazione delle nuove memorie richiede il silenziamento di numerosi geni. Nelle cellule cerebrali, infatti, sono attivi dei meccanismi che � se non vengono espressamente bloccati � tendono a far dimenticare quanto appena avvenuto. La scoperta è stata di un gruppo di ricercatori della Seoul National University che firmano un articolo pubblicato su "Science".Il passaggio delle informazioni dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine coinvolge un meccanismo di stabilizzazione delle sinapsi (i punti in cui i neuroni entrano in collegamento l'uno con l'altro) che sono state sollecitate durante l'apprendimento. I fattori cellulari e biomolecolari che intervengono in questo processo sono stati molto studiati, ma si sa molto meno degli aspetti genomici che sottostanno a questi meccanismi, ossia dei fattori di trascrizione e di traduzione dei geni che vengono mobilitati nei neuroni per portarlo a termine.Nel nuovo studio, Jun Cho e colleghi hanno identificato e definito i livelli di espressione degli RNA messaggeri espressi nei neuroni dell'ippocampo di un gruppo di topi prima, durante e dopo essere stati sottoposti a un condizionamento alla minaccia Il condizionamento avviene ponendo i topi in un ambiente in cui, poco dopo la presentazione di uno stimolo, come una luce o un suono, viene somministrata una scossa alle zampe. In breve i topi apprendono, e ricordano, che lo stimolo preannuncia la scossa e, se possono, mettono in atto comportamenti di difesa, per esempio spostandosi in un punto in cui la scossa non arriva. Da studi precedenti si sa che questo tipo di ricordi è conservato nell'ippocampo.Dall'analisi dei dati ottenuti i ricercatori hanno scoperto che in questo processo sono direttamente coinvolti 104 geni, metà dei quali però non sono attivati ma disattivati. In pratica, mentre metà dei geni è attivamente impegnata a produrre proteine che potenziano e stabilizzano le sinapsi, l'altra metà viene silenziata in modo che non produca proteine che tendono, al contrario, a rendere più fragili e instabili le sinapsi.Ulteriori indagini hanno permesso di scoprire che questi geni inibitori sono controllati da un recettore cellulare per gli estrogeni, chiamato ESR1 (recettore strogenico 1). I topi in cui veniva bloccato questo recettore non riuscivano a memorizzare a lungo termine l'associazione fra stimolo e scossa. (Tratto da: "Le Scienze", "50 geni da zittire per poter ricordare") I ricordi a lungo termine sono conservati:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Leggere attentamente il seguente brano. La formazione delle nuove memorie richiede il silenziamento di numerosi geni. Nelle cellule cerebrali, infatti, sono attivi dei meccanismi che � se non vengono espressamente bloccati � tendono a far dimenticare quanto appena avvenuto. La scoperta è stata di un gruppo di ricercatori della Seoul National University che firmano un articolo pubblicato su "Science".Il passaggio delle informazioni dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine coinvolge un meccanismo di stabilizzazione delle sinapsi (i punti in cui i neuroni entrano in collegamento l'uno con l'altro) che sono state sollecitate durante l'apprendimento. I fattori cellulari e biomolecolari che intervengono in questo processo sono stati molto studiati, ma si sa molto meno degli aspetti genomici che sottostanno a questi meccanismi, ossia dei fattori di trascrizione e di traduzione dei geni che vengono mobilitati nei neuroni per portarlo a termine.Nel nuovo studio, Jun Cho e colleghi hanno identificato e definito i livelli di espressione degli RNA messaggeri espressi nei neuroni dell'ippocampo di un gruppo di topi prima, durante e dopo essere stati sottoposti a un condizionamento alla minaccia Il condizionamento avviene ponendo i topi in un ambiente in cui, poco dopo la presentazione di uno stimolo, come una luce o un suono, viene somministrata una scossa alle zampe. In breve i topi apprendono, e ricordano, che lo stimolo preannuncia la scossa e, se possono, mettono in atto comportamenti di difesa, per esempio spostandosi in un punto in cui la scossa non arriva. Da studi precedenti si sa che questo tipo di ricordi è conservato nell'ippocampo.Dall'analisi dei dati ottenuti i ricercatori hanno scoperto che in questo processo sono direttamente coinvolti 104 geni, metà dei quali però non sono attivati ma disattivati. In pratica, mentre metà dei geni è attivamente impegnata a produrre proteine che potenziano e stabilizzano le sinapsi, l'altra metà viene silenziata in modo che non produca proteine che tendono, al contrario, a rendere più fragili e instabili le sinapsi.Ulteriori indagini hanno permesso di scoprire che questi geni inibitori sono controllati da un recettore cellulare per gli estrogeni, chiamato ESR1 (recettore strogenico 1). I topi in cui veniva bloccato questo recettore non riuscivano a memorizzare a lungo termine l'associazione fra stimolo e scossa. (Tratto da: "Le Scienze", "50 geni da zittire per poter ricordare") Nel meccanismo del ricordare sono coinvolti:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La formazione delle nuove memorie richiede il silenziamento di numerosi geni. Nelle cellule cerebrali, infatti, sono attivi dei meccanismi che � se non vengono espressamente bloccati � tendono a far dimenticare quanto appena avvenuto. La scoperta è stata di un gruppo di ricercatori della Seoul National University che firmano un articolo pubblicato su "Science".Il passaggio delle informazioni dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine coinvolge un meccanismo di stabilizzazione delle sinapsi (i punti in cui i neuroni entrano in collegamento l'uno con l'altro) che sono state sollecitate durante l'apprendimento. I fattori cellulari e biomolecolari che intervengono in questo processo sono stati molto studiati, ma si sa molto meno degli aspetti genomici che sottostanno a questi meccanismi, ossia dei fattori di trascrizione e di traduzione dei geni che vengono mobilitati nei neuroni per portarlo a termine.Nel nuovo studio, Jun Cho e colleghi hanno identificato e definito i livelli di espressione degli RNA messaggeri espressi nei neuroni dell'ippocampo di un gruppo di topi prima, durante e dopo essere stati sottoposti a un condizionamento alla minaccia Il condizionamento avviene ponendo i topi in un ambiente in cui, poco dopo la presentazione di uno stimolo, come una luce o un suono, viene somministrata una scossa alle zampe. In breve i topi apprendono, e ricordano, che lo stimolo preannuncia la scossa e, se possono, mettono in atto comportamenti di difesa, per esempio spostandosi in un punto in cui la scossa non arriva. Da studi precedenti si sa che questo tipo di ricordi è conservato nell'ippocampo.Dall'analisi dei dati ottenuti i ricercatori hanno scoperto che in questo processo sono direttamente coinvolti 104 geni, metà dei quali però non sono attivati ma disattivati. In pratica, mentre metà dei geni è attivamente impegnata a produrre proteine che potenziano e stabilizzano le sinapsi, l'altra metà viene silenziata in modo che non produca proteine che tendono, al contrario, a rendere più fragili e instabili le sinapsi.Ulteriori indagini hanno permesso di scoprire che questi geni inibitori sono controllati da un recettore cellulare per gli estrogeni, chiamato ESR1 (recettore strogenico 1). I topi in cui veniva bloccato questo recettore non riuscivano a memorizzare a lungo termine l'associazione fra stimolo e scossa. (Tratto da: "Le Scienze", "50 geni da zittire per poter ricordare") Di cosa tratta principalmente il brano?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La formazione delle nuove memorie richiede il silenziamento di numerosi geni. Nelle cellule cerebrali, infatti, sono attivi dei meccanismi che � se non vengono espressamente bloccati � tendono a far dimenticare quanto appena avvenuto. La scoperta è stata di un gruppo di ricercatori della Seoul National University che firmano un articolo pubblicato su "Science".Il passaggio delle informazioni dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine coinvolge un meccanismo di stabilizzazione delle sinapsi (i punti in cui i neuroni entrano in collegamento l'uno con l'altro) che sono state sollecitate durante l'apprendimento. I fattori cellulari e biomolecolari che intervengono in questo processo sono stati molto studiati, ma si sa molto meno degli aspetti genomici che sottostanno a questi meccanismi, ossia dei fattori di trascrizione e di traduzione dei geni che vengono mobilitati nei neuroni per portarlo a termine.Nel nuovo studio, Jun Cho e colleghi hanno identificato e definito i livelli di espressione degli RNA messaggeri espressi nei neuroni dell'ippocampo di un gruppo di topi prima, durante e dopo essere stati sottoposti a un condizionamento alla minaccia Il condizionamento avviene ponendo i topi in un ambiente in cui, poco dopo la presentazione di uno stimolo, come una luce o un suono, viene somministrata una scossa alle zampe. In breve i topi apprendono, e ricordano, che lo stimolo preannuncia la scossa e, se possono, mettono in atto comportamenti di difesa, per esempio spostandosi in un punto in cui la scossa non arriva. Da studi precedenti si sa che questo tipo di ricordi è conservato nell'ippocampo.Dall'analisi dei dati ottenuti i ricercatori hanno scoperto che in questo processo sono direttamente coinvolti 104 geni, metà dei quali però non sono attivati ma disattivati. In pratica, mentre metà dei geni è attivamente impegnata a produrre proteine che potenziano e stabilizzano le sinapsi, l'altra metà viene silenziata in modo che non produca proteine che tendono, al contrario, a rendere più fragili e instabili le sinapsi.Ulteriori indagini hanno permesso di scoprire che questi geni inibitori sono controllati da un recettore cellulare per gli estrogeni, chiamato ESR1 (recettore strogenico 1). I topi in cui veniva bloccato questo recettore non riuscivano a memorizzare a lungo termine l'associazione fra stimolo e scossa. (Tratto da: "Le Scienze", "50 geni da zittire per poter ricordare") Perché alcuni geni sono disattivati durante la formazione della memoria?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La formazione delle nuove memorie richiede il silenziamento di numerosi geni. Nelle cellule cerebrali, infatti, sono attivi dei meccanismi che � se non vengono espressamente bloccati � tendono a far dimenticare quanto appena avvenuto. La scoperta è stata di un gruppo di ricercatori della Seoul National University che firmano un articolo pubblicato su "Science".Il passaggio delle informazioni dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine coinvolge un meccanismo di stabilizzazione delle sinapsi (i punti in cui i neuroni entrano in collegamento l'uno con l'altro) che sono state sollecitate durante l'apprendimento. I fattori cellulari e biomolecolari che intervengono in questo processo sono stati molto studiati, ma si sa molto meno degli aspetti genomici che sottostanno a questi meccanismi, ossia dei fattori di trascrizione e di traduzione dei geni che vengono mobilitati nei neuroni per portarlo a termine.Nel nuovo studio, Jun Cho e colleghi hanno identificato e definito i livelli di espressione degli RNA messaggeri espressi nei neuroni dell'ippocampo di un gruppo di topi prima, durante e dopo essere stati sottoposti a un condizionamento alla minaccia Il condizionamento avviene ponendo i topi in un ambiente in cui, poco dopo la presentazione di uno stimolo, come una luce o un suono, viene somministrata una scossa alle zampe. In breve i topi apprendono, e ricordano, che lo stimolo preannuncia la scossa e, se possono, mettono in atto comportamenti di difesa, per esempio spostandosi in un punto in cui la scossa non arriva. Da studi precedenti si sa che questo tipo di ricordi è conservato nell'ippocampo.Dall'analisi dei dati ottenuti i ricercatori hanno scoperto che in questo processo sono direttamente coinvolti 104 geni, metà dei quali però non sono attivati ma disattivati. In pratica, mentre metà dei geni è attivamente impegnata a produrre proteine che potenziano e stabilizzano le sinapsi, l'altra metà viene silenziata in modo che non produca proteine che tendono, al contrario, a rendere più fragili e instabili le sinapsi.Ulteriori indagini hanno permesso di scoprire che questi geni inibitori sono controllati da un recettore cellulare per gli estrogeni, chiamato ESR1 (recettore strogenico 1). I topi in cui veniva bloccato questo recettore non riuscivano a memorizzare a lungo termine l'associazione fra stimolo e scossa. (Tratto da: "Le Scienze", "50 geni da zittire per poter ricordare") Il brano adduce come conferma al fatto che i topi ricordano l'associazione tra stimolo e scossa:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La grande spedizione in Oriente di Alessandro ebbe, fra l'altro, l'effetto di spostare il baricentro della cultura di lingua greca da Atene. Soprattutto quella scientifica trovò sede ideale in Alessandria. Qui, promosso dalla dinastia dei Tolomei, nacque il Museo (che significa "Istituzione sacra alle Muse"), cui era annessa la Biblioteca: il primo conteneva i laboratori scientifici, la seconda tutti i libri che era possibile raccogliere (parecchie centinaia di migliaia). Per effetto di queste istituzioni si assistette alla grande fioritura della scienza, che spaziò dalla filologia alla grammatica, dalla geografia alla medicina, dalla geometria alla meccanica e all'astronomia.Nella geometria svetta il nome di Euclide (vissuto intorno al 330-277), che nei suoi Elementi presentò in modo sistematico e rigoroso tutte le scoperte della geometria ellenica, secondo la metodologia fornita da Aristotele nella sua logica, ossia sulla base di definizioni, di postulati e assiomi (che sono specificazioni del principio di non contraddizione).Per quanto concerne la meccanica il nome di maggior spicco è quello di Archimede (287-212 circa a.C.), il quale fu un genio poliedrico [1], in quanto si occupò di idrostatica, di statica (scoprì le leggi della leva), di matematica e di ingegneria. Non privo di implicazioni filosofiche fu anche lo sviluppo della medicina (e in particolare degli studi anatomo-fisiologici) e della geografia che raggiunse una precisione di calcolo tale da consentire a Eratostene di stimare con buona approssimazione le dimensioni della Terra.In una valutazione complessiva della scienza ellenistica salta all'occhio il carattere specialistico [2] che essa assunse, nonché la sua autonomia sia nei confronti della religione sia nei confronti della filosofia. Ma l'indipendenza dalla filosofia vale solo quanto all'oggetto di indagine (che nel caso della scienza è parziale e specifico e nel caso della filosofia è universale e generale), e non quanto all'intenzione che restò contemplativa, cioè teoretica. (Da: Giovanni Reale, Dario Antiseri. "Manuale di filosofia" Editrice La Scuola, 2012, p. 366) All'epoca di Alessandro Magno:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La grande spedizione in Oriente di Alessandro ebbe, fra l'altro, l'effetto di spostare il baricentro della cultura di lingua greca da Atene. Soprattutto quella scientifica trovò sede ideale in Alessandria. Qui, promosso dalla dinastia dei Tolomei, nacque il Museo (che significa "Istituzione sacra alle Muse"), cui era annessa la Biblioteca: il primo conteneva i laboratori scientifici, la seconda tutti i libri che era possibile raccogliere (parecchie centinaia di migliaia). Per effetto di queste istituzioni si assistette alla grande fioritura della scienza, che spaziò dalla filologia alla grammatica, dalla geografia alla medicina, dalla geometria alla meccanica e all'astronomia.Nella geometria svetta il nome di Euclide (vissuto intorno al 330-277), che nei suoi Elementi presentò in modo sistematico e rigoroso tutte le scoperte della geometria ellenica, secondo la metodologia fornita da Aristotele nella sua logica, ossia sulla base di definizioni, di postulati e assiomi (che sono specificazioni del principio di non contraddizione).Per quanto concerne la meccanica il nome di maggior spicco è quello di Archimede (287-212 circa a.C.), il quale fu un genio poliedrico [1], in quanto si occupò di idrostatica, di statica (scoprì le leggi della leva), di matematica e di ingegneria. Non privo di implicazioni filosofiche fu anche lo sviluppo della medicina (e in particolare degli studi anatomo-fisiologici) e della geografia che raggiunse una precisione di calcolo tale da consentire a Eratostene di stimare con buona approssimazione le dimensioni della Terra.In una valutazione complessiva della scienza ellenistica salta all'occhio il carattere specialistico [2] che essa assunse, nonché la sua autonomia sia nei confronti della religione sia nei confronti della filosofia. Ma l'indipendenza dalla filosofia vale solo quanto all'oggetto di indagine (che nel caso della scienza è parziale e specifico e nel caso della filosofia è universale e generale), e non quanto all'intenzione che restò contemplativa, cioè teoretica. (Da: Giovanni Reale, Dario Antiseri. "Manuale di filosofia" Editrice La Scuola, 2012, p. 366) Euclide:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. La grande spedizione in Oriente di Alessandro ebbe, fra l'altro, l'effetto di spostare il baricentro della cultura di lingua greca da Atene. Soprattutto quella scientifica trovò sede ideale in Alessandria. Qui, promosso dalla dinastia dei Tolomei, nacque il Museo (che significa "Istituzione sacra alle Muse"), cui era annessa la Biblioteca: il primo conteneva i laboratori scientifici, la seconda tutti i libri che era possibile raccogliere (parecchie centinaia di migliaia). Per effetto di queste istituzioni si assistette alla grande fioritura della scienza, che spaziò dalla filologia alla grammatica, dalla geografia alla medicina, dalla geometria alla meccanica e all'astronomia.Nella geometria svetta il nome di Euclide (vissuto intorno al 330-277), che nei suoi Elementi presentò in modo sistematico e rigoroso tutte le scoperte della geometria ellenica, secondo la metodologia fornita da Aristotele nella sua logica, ossia sulla base di definizioni, di postulati e assiomi (che sono specificazioni del principio di non contraddizione).Per quanto concerne la meccanica il nome di maggior spicco è quello di Archimede (287-212 circa a.C.), il quale fu un genio poliedrico [1], in quanto si occupò di idrostatica, di statica (scoprì le leggi della leva), di matematica e di ingegneria. Non privo di implicazioni filosofiche fu anche lo sviluppo della medicina (e in particolare degli studi anatomo-fisiologici) e della geografia che raggiunse una precisione di calcolo tale da consentire a Eratostene di stimare con buona approssimazione le dimensioni della Terra.In una valutazione complessiva della scienza ellenistica salta all'occhio il carattere specialistico [2] che essa assunse, nonché la sua autonomia sia nei confronti della religione sia nei confronti della filosofia. Ma l'indipendenza dalla filosofia vale solo quanto all'oggetto di indagine (che nel caso della scienza è parziale e specifico e nel caso della filosofia è universale e generale), e non quanto all'intenzione che restò contemplativa, cioè teoretica. (Da: Giovanni Reale, Dario Antiseri. "Manuale di filosofia" Editrice La Scuola, 2012, p. 366) Cosa si intende nel testo con l'espressione "genio poliedrico" [1]?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. La grande spedizione in Oriente di Alessandro ebbe, fra l'altro, l'effetto di spostare il baricentro della cultura di lingua greca da Atene. Soprattutto quella scientifica trovò sede ideale in Alessandria. Qui, promosso dalla dinastia dei Tolomei, nacque il Museo (che significa "Istituzione sacra alle Muse"), cui era annessa la Biblioteca: il primo conteneva i laboratori scientifici, la seconda tutti i libri che era possibile raccogliere (parecchie centinaia di migliaia). Per effetto di queste istituzioni si assistette alla grande fioritura della scienza, che spaziò dalla filologia alla grammatica, dalla geografia alla medicina, dalla geometria alla meccanica e all'astronomia.Nella geometria svetta il nome di Euclide (vissuto intorno al 330-277), che nei suoi Elementi presentò in modo sistematico e rigoroso tutte le scoperte della geometria ellenica, secondo la metodologia fornita da Aristotele nella sua logica, ossia sulla base di definizioni, di postulati e assiomi (che sono specificazioni del principio di non contraddizione).Per quanto concerne la meccanica il nome di maggior spicco è quello di Archimede (287-212 circa a.C.), il quale fu un genio poliedrico [1], in quanto si occupò di idrostatica, di statica (scoprì le leggi della leva), di matematica e di ingegneria. Non privo di implicazioni filosofiche fu anche lo sviluppo della medicina (e in particolare degli studi anatomo-fisiologici) e della geografia che raggiunse una precisione di calcolo tale da consentire a Eratostene di stimare con buona approssimazione le dimensioni della Terra.In una valutazione complessiva della scienza ellenistica salta all'occhio il carattere specialistico [2] che essa assunse, nonché la sua autonomia sia nei confronti della religione sia nei confronti della filosofia. Ma l'indipendenza dalla filosofia vale solo quanto all'oggetto di indagine (che nel caso della scienza è parziale e specifico e nel caso della filosofia è universale e generale), e non quanto all'intenzione che restò contemplativa, cioè teoretica. (Da: Giovanni Reale, Dario Antiseri. "Manuale di filosofia" Editrice La Scuola, 2012, p. 366) La scienza ellenistica viene definita "specialistica" [2] perché:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La grande spedizione in Oriente di Alessandro ebbe, fra l'altro, l'effetto di spostare il baricentro della cultura di lingua greca da Atene. Soprattutto quella scientifica trovò sede ideale in Alessandria. Qui, promosso dalla dinastia dei Tolomei, nacque il Museo (che significa "Istituzione sacra alle Muse"), cui era annessa la Biblioteca: il primo conteneva i laboratori scientifici, la seconda tutti i libri che era possibile raccogliere (parecchie centinaia di migliaia). Per effetto di queste istituzioni si assistette alla grande fioritura della scienza, che spaziò dalla filologia alla grammatica, dalla geografia alla medicina, dalla geometria alla meccanica e all'astronomia.Nella geometria svetta il nome di Euclide (vissuto intorno al 330-277), che nei suoi Elementi presentò in modo sistematico e rigoroso tutte le scoperte della geometria ellenica, secondo la metodologia fornita da Aristotele nella sua logica, ossia sulla base di definizioni, di postulati e assiomi (che sono specificazioni del principio di non contraddizione).Per quanto concerne la meccanica il nome di maggior spicco è quello di Archimede (287-212 circa a.C.), il quale fu un genio poliedrico [1], in quanto si occupò di idrostatica, di statica (scoprì le leggi della leva), di matematica e di ingegneria. Non privo di implicazioni filosofiche fu anche lo sviluppo della medicina (e in particolare degli studi anatomo-fisiologici) e della geografia che raggiunse una precisione di calcolo tale da consentire a Eratostene di stimare con buona approssimazione le dimensioni della Terra.In una valutazione complessiva della scienza ellenistica salta all'occhio il carattere specialistico [2] che essa assunse, nonché la sua autonomia sia nei confronti della religione sia nei confronti della filosofia. Ma l'indipendenza dalla filosofia vale solo quanto all'oggetto di indagine (che nel caso della scienza è parziale e specifico e nel caso della filosofia è universale e generale), e non quanto all'intenzione che restò contemplativa, cioè teoretica. (Da: Giovanni Reale, Dario Antiseri. "Manuale di filosofia" Editrice La Scuola, 2012, p. 366) Indicare quale delle seguenti affermazioni è corretta.
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La lotta alla sporcizia è sempre stata un impegno quotidiano, per il corpo e per la casa. Pure gli animali, del resto, sanno pulire. Tane e nidi vengono spesso sgombrati da deiezioni e avanzi di cibo. I felini si lavano leccandosi, gli scimpanzé si puliscono il pelo reciprocamente (un comportamento definito grooming), passando in questo modo circa un quinto della loro vita.Pulire e pulirsi sembra proprio un dovere, in natura. In un saggio dell'antropologa Virginia Smith ("Clean, A History of Personal Hygiene and Purity, Oxford University Press") si argomenta che noi umani sin dalla preistoria ci adoperiamo per allontanare rifiuti e altri maleodoranti materiali, provvedendo a controllare sia l'aspetto sia l'odore che emettiamo, in un istintivo bisogno di sentirci puliti. Ma non sempre abbiamo avuto una visione univoca su che cosa sia "sporco". Non sempre, nella storia dell'igiene, acqua, sapone e disinfettanti furono rimedi riconosciuti. I Greci e i Romani, non usavano il sapone, ma uno strumento di legno per raschiare la pelle (lo strigile), pur ricorrendo a frequenti bagni e oli profumati.Fino all'Illuminismo, in Europa l'uso dell'acqua per bagnarsi era scoraggiato o addirittura vietato dai medici: l'acqua, secondo loro, apriva i pori della pelle attraverso i quali potevano entrare gravi malattie. Se un bagno veniva concesso, era poi consigliato un giorno di riposo a letto per recuperare il presunto indebolimento del corpo.All'epoca, in Europa, si faceva largo uso di profumi e ci si puliva "a secco", con crusca, sabbia e cipria, mentre gli indios dell'Amazzonia si curavano la pelle con la cenere e andavano allegramente in acqua.A Pompei, si può ancora vedere come sia relativo a volte il rapporto con la sporcizia. Fra i resti preservati dalle ceneri del Vesuvio, s'incontrano spesso anfore semi-interrate: il viandante del 79 d. C. era invitato a chiare lettere latine a utilizzarle come orinali. L'urina umana era molto ricercata perché veniva utilizzata dai fulloni [1] per conciare le pelli a causa del contenuto di ammoniaca. Il rapporto con la pipì era così proficuo, per gli artigiani di concerie e tintorie, che l'imperatore Vespasiano decise di mettere una tassa sull'urina. Alle proteste in difesa della gratuità di questo semplice rifiuto corporeo, lui rispose con la storica frase: pecunia non olet (i soldi non puzzano).La sporcizia è vista nelle varie culture umane come "materia fuori posto", a prescindere dalla sua pericolosità. (Tratto da: "Focus", "La storia dell'igiene") Dal testo si può dedurre che:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La lotta alla sporcizia è sempre stata un impegno quotidiano, per il corpo e per la casa. Pure gli animali, del resto, sanno pulire. Tane e nidi vengono spesso sgombrati da deiezioni e avanzi di cibo. I felini si lavano leccandosi, gli scimpanzé si puliscono il pelo reciprocamente (un comportamento definito grooming), passando in questo modo circa un quinto della loro vita.Pulire e pulirsi sembra proprio un dovere, in natura. In un saggio dell'antropologa Virginia Smith ("Clean, A History of Personal Hygiene and Purity, Oxford University Press") si argomenta che noi umani sin dalla preistoria ci adoperiamo per allontanare rifiuti e altri maleodoranti materiali, provvedendo a controllare sia l'aspetto sia l'odore che emettiamo, in un istintivo bisogno di sentirci puliti. Ma non sempre abbiamo avuto una visione univoca su che cosa sia "sporco". Non sempre, nella storia dell'igiene, acqua, sapone e disinfettanti furono rimedi riconosciuti. I Greci e i Romani, non usavano il sapone, ma uno strumento di legno per raschiare la pelle (lo strigile), pur ricorrendo a frequenti bagni e oli profumati.Fino all'Illuminismo, in Europa l'uso dell'acqua per bagnarsi era scoraggiato o addirittura vietato dai medici: l'acqua, secondo loro, apriva i pori della pelle attraverso i quali potevano entrare gravi malattie. Se un bagno veniva concesso, era poi consigliato un giorno di riposo a letto per recuperare il presunto indebolimento del corpo.All'epoca, in Europa, si faceva largo uso di profumi e ci si puliva "a secco", con crusca, sabbia e cipria, mentre gli indios dell'Amazzonia si curavano la pelle con la cenere e andavano allegramente in acqua.A Pompei, si può ancora vedere come sia relativo a volte il rapporto con la sporcizia. Fra i resti preservati dalle ceneri del Vesuvio, s'incontrano spesso anfore semi-interrate: il viandante del 79 d. C. era invitato a chiare lettere latine a utilizzarle come orinali. L'urina umana era molto ricercata perché veniva utilizzata dai fulloni [1] per conciare le pelli a causa del contenuto di ammoniaca. Il rapporto con la pipì era così proficuo, per gli artigiani di concerie e tintorie, che l'imperatore Vespasiano decise di mettere una tassa sull'urina. Alle proteste in difesa della gratuità di questo semplice rifiuto corporeo, lui rispose con la storica frase: pecunia non olet (i soldi non puzzano).La sporcizia è vista nelle varie culture umane come "materia fuori posto", a prescindere dalla sua pericolosità. (Tratto da: "Focus", "La storia dell'igiene") Quale dei seguenti comportamenti del mondo animale NON viene indicato nel brano come esempio di pulizia?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La lotta alla sporcizia è sempre stata un impegno quotidiano, per il corpo e per la casa. Pure gli animali, del resto, sanno pulire. Tane e nidi vengono spesso sgombrati da deiezioni e avanzi di cibo. I felini si lavano leccandosi, gli scimpanzé si puliscono il pelo reciprocamente (un comportamento definito grooming), passando in questo modo circa un quinto della loro vita.Pulire e pulirsi sembra proprio un dovere, in natura. In un saggio dell'antropologa Virginia Smith ("Clean, A History of Personal Hygiene and Purity, Oxford University Press") si argomenta che noi umani sin dalla preistoria ci adoperiamo per allontanare rifiuti e altri maleodoranti materiali, provvedendo a controllare sia l'aspetto sia l'odore che emettiamo, in un istintivo bisogno di sentirci puliti. Ma non sempre abbiamo avuto una visione univoca su che cosa sia "sporco". Non sempre, nella storia dell'igiene, acqua, sapone e disinfettanti furono rimedi riconosciuti. I Greci e i Romani, non usavano il sapone, ma uno strumento di legno per raschiare la pelle (lo strigile), pur ricorrendo a frequenti bagni e oli profumati.Fino all'Illuminismo, in Europa l'uso dell'acqua per bagnarsi era scoraggiato o addirittura vietato dai medici: l'acqua, secondo loro, apriva i pori della pelle attraverso i quali potevano entrare gravi malattie. Se un bagno veniva concesso, era poi consigliato un giorno di riposo a letto per recuperare il presunto indebolimento del corpo.All'epoca, in Europa, si faceva largo uso di profumi e ci si puliva "a secco", con crusca, sabbia e cipria, mentre gli indios dell'Amazzonia si curavano la pelle con la cenere e andavano allegramente in acqua.A Pompei, si può ancora vedere come sia relativo a volte il rapporto con la sporcizia. Fra i resti preservati dalle ceneri del Vesuvio, s'incontrano spesso anfore semi-interrate: il viandante del 79 d. C. era invitato a chiare lettere latine a utilizzarle come orinali. L'urina umana era molto ricercata perché veniva utilizzata dai fulloni [1] per conciare le pelli a causa del contenuto di ammoniaca. Il rapporto con la pipì era così proficuo, per gli artigiani di concerie e tintorie, che l'imperatore Vespasiano decise di mettere una tassa sull'urina. Alle proteste in difesa della gratuità di questo semplice rifiuto corporeo, lui rispose con la storica frase: pecunia non olet (i soldi non puzzano).La sporcizia è vista nelle varie culture umane come "materia fuori posto", a prescindere dalla sua pericolosità. (Tratto da: "Focus", "La storia dell'igiene") Perché nel brano viene citato lo strigile?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La lotta alla sporcizia è sempre stata un impegno quotidiano, per il corpo e per la casa. Pure gli animali, del resto, sanno pulire. Tane e nidi vengono spesso sgombrati da deiezioni e avanzi di cibo. I felini si lavano leccandosi, gli scimpanzé si puliscono il pelo reciprocamente (un comportamento definito grooming), passando in questo modo circa un quinto della loro vita.Pulire e pulirsi sembra proprio un dovere, in natura. In un saggio dell'antropologa Virginia Smith ("Clean, A History of Personal Hygiene and Purity, Oxford University Press") si argomenta che noi umani sin dalla preistoria ci adoperiamo per allontanare rifiuti e altri maleodoranti materiali, provvedendo a controllare sia l'aspetto sia l'odore che emettiamo, in un istintivo bisogno di sentirci puliti. Ma non sempre abbiamo avuto una visione univoca su che cosa sia "sporco". Non sempre, nella storia dell'igiene, acqua, sapone e disinfettanti furono rimedi riconosciuti. I Greci e i Romani, non usavano il sapone, ma uno strumento di legno per raschiare la pelle (lo strigile), pur ricorrendo a frequenti bagni e oli profumati.Fino all'Illuminismo, in Europa l'uso dell'acqua per bagnarsi era scoraggiato o addirittura vietato dai medici: l'acqua, secondo loro, apriva i pori della pelle attraverso i quali potevano entrare gravi malattie. Se un bagno veniva concesso, era poi consigliato un giorno di riposo a letto per recuperare il presunto indebolimento del corpo.All'epoca, in Europa, si faceva largo uso di profumi e ci si puliva "a secco", con crusca, sabbia e cipria, mentre gli indios dell'Amazzonia si curavano la pelle con la cenere e andavano allegramente in acqua.A Pompei, si può ancora vedere come sia relativo a volte il rapporto con la sporcizia. Fra i resti preservati dalle ceneri del Vesuvio, s'incontrano spesso anfore semi-interrate: il viandante del 79 d. C. era invitato a chiare lettere latine a utilizzarle come orinali. L'urina umana era molto ricercata perché veniva utilizzata dai fulloni [1] per conciare le pelli a causa del contenuto di ammoniaca. Il rapporto con la pipì era così proficuo, per gli artigiani di concerie e tintorie, che l'imperatore Vespasiano decise di mettere una tassa sull'urina. Alle proteste in difesa della gratuità di questo semplice rifiuto corporeo, lui rispose con la storica frase: pecunia non olet (i soldi non puzzano).La sporcizia è vista nelle varie culture umane come "materia fuori posto", a prescindere dalla sua pericolosità. (Tratto da: "Focus", "La storia dell'igiene") Perché Vespasiano decise di mettere una tassa sull'urina?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. La lotta alla sporcizia è sempre stata un impegno quotidiano, per il corpo e per la casa. Pure gli animali, del resto, sanno pulire. Tane e nidi vengono spesso sgombrati da deiezioni e avanzi di cibo. I felini si lavano leccandosi, gli scimpanzé si puliscono il pelo reciprocamente (un comportamento definito grooming), passando in questo modo circa un quinto della loro vita.Pulire e pulirsi sembra proprio un dovere, in natura. In un saggio dell'antropologa Virginia Smith ("Clean, A History of Personal Hygiene and Purity, Oxford University Press") si argomenta che noi umani sin dalla preistoria ci adoperiamo per allontanare rifiuti e altri maleodoranti materiali, provvedendo a controllare sia l'aspetto sia l'odore che emettiamo, in un istintivo bisogno di sentirci puliti. Ma non sempre abbiamo avuto una visione univoca su che cosa sia "sporco". Non sempre, nella storia dell'igiene, acqua, sapone e disinfettanti furono rimedi riconosciuti. I Greci e i Romani, non usavano il sapone, ma uno strumento di legno per raschiare la pelle (lo strigile), pur ricorrendo a frequenti bagni e oli profumati.Fino all'Illuminismo, in Europa l'uso dell'acqua per bagnarsi era scoraggiato o addirittura vietato dai medici: l'acqua, secondo loro, apriva i pori della pelle attraverso i quali potevano entrare gravi malattie. Se un bagno veniva concesso, era poi consigliato un giorno di riposo a letto per recuperare il presunto indebolimento del corpo.All'epoca, in Europa, si faceva largo uso di profumi e ci si puliva "a secco", con crusca, sabbia e cipria, mentre gli indios dell'Amazzonia si curavano la pelle con la cenere e andavano allegramente in acqua.A Pompei, si può ancora vedere come sia relativo a volte il rapporto con la sporcizia. Fra i resti preservati dalle ceneri del Vesuvio, s'incontrano spesso anfore semi-interrate: il viandante del 79 d. C. era invitato a chiare lettere latine a utilizzarle come orinali. L'urina umana era molto ricercata perché veniva utilizzata dai fulloni [1] per conciare le pelli a causa del contenuto di ammoniaca. Il rapporto con la pipì era così proficuo, per gli artigiani di concerie e tintorie, che l'imperatore Vespasiano decise di mettere una tassa sull'urina. Alle proteste in difesa della gratuità di questo semplice rifiuto corporeo, lui rispose con la storica frase: pecunia non olet (i soldi non puzzano).La sporcizia è vista nelle varie culture umane come "materia fuori posto", a prescindere dalla sua pericolosità. (Tratto da: "Focus", "La storia dell'igiene") I "fulloni" erano nel mondo romano:

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