Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Guardia di Finanza Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018  Esercitati su questo Quiz  |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A Greccio (RI) si tiene ogni anno la rievocazione storica di quello che è da tutti considerato il primo presepe vivente della storia, del 1223. Secondo la tradizione, questa rievocazione è stata allestita per la prima volta da San Francesco d'Assisi con l'aiuto del signore di Greccio, Giovanni Velita. Diversamente dagli altri presepi viventi, questo contiene anche elementi importanti della rievocazione storica del periodo del santo umbro ed è diviso in sei quadri "viventi". La prima scena è ambientata nel 1246, quando un gruppo di frati francescani, a vent'anni dalla morte di Francesco, decidono di riassumere gli episodi della sua vita monacale. Così inizia, nelle altre scene, il racconto dell'arrivo del santo a Greccio, dell'incontro con Velita e della realizzazione di un presepe vivente in una grotta che, a suo dire, era del tutto simile a quella di Betlemme, la stessa dove Francesco si raccoglieva in preghiera. Al di là dell'aspetto prettamente religioso, questa rievocazione storica permette di conoscere anche uno spaccato della vita francescana dell'epoca nel territorio umbro e reatino. Il primo appuntamento con il presepe di Greccio è il 24 dicembre alle 22.30, durante la notte della Vigilia. (Da: Paolo Ribichini, "Alla scoperta dei presepi viventi", "La Repubblica") La scelta di aggiungere elementi della storia francescana era presente fin dal principio? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A Greccio (RI) si tiene ogni anno la rievocazione storica di quello che è da tutti considerato il primo presepe vivente della storia, del 1223. Secondo la tradizione, questa rievocazione è stata allestita per la prima volta da San Francesco d'Assisi con l'aiuto del signore di Greccio, Giovanni Velita. Diversamente dagli altri presepi viventi, questo contiene anche elementi importanti della rievocazione storica del periodo del santo umbro ed è diviso in sei quadri "viventi". La prima scena è ambientata nel 1246, quando un gruppo di frati francescani, a vent'anni dalla morte di Francesco, decidono di riassumere gli episodi della sua vita monacale. Così inizia, nelle altre scene, il racconto dell'arrivo del santo a Greccio, dell'incontro con Velita e della realizzazione di un presepe vivente in una grotta che, a suo dire, era del tutto simile a quella di Betlemme, la stessa dove Francesco si raccoglieva in preghiera. Al di là dell'aspetto prettamente religioso, questa rievocazione storica permette di conoscere anche uno spaccato della vita francescana dell'epoca nel territorio umbro e reatino. Il primo appuntamento con il presepe di Greccio è il 24 dicembre alle 22.30, durante la notte della Vigilia. (Da: Paolo Ribichini, "Alla scoperta dei presepi viventi", "La Repubblica") Chi ha inventato il presepe? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A Greccio (RI) si tiene ogni anno la rievocazione storica di quello che è da tutti considerato il primo presepe vivente della storia, del 1223. Secondo la tradizione, questa rievocazione è stata allestita per la prima volta da San Francesco d'Assisi con l'aiuto del signore di Greccio, Giovanni Velita. Diversamente dagli altri presepi viventi, questo contiene anche elementi importanti della rievocazione storica del periodo del santo umbro ed è diviso in sei quadri "viventi". La prima scena è ambientata nel 1246, quando un gruppo di frati francescani, a vent'anni dalla morte di Francesco, decidono di riassumere gli episodi della sua vita monacale. Così inizia, nelle altre scene, il racconto dell'arrivo del santo a Greccio, dell'incontro con Velita e della realizzazione di un presepe vivente in una grotta che, a suo dire, era del tutto simile a quella di Betlemme, la stessa dove Francesco si raccoglieva in preghiera. Al di là dell'aspetto prettamente religioso, questa rievocazione storica permette di conoscere anche uno spaccato della vita francescana dell'epoca nel territorio umbro e reatino. Il primo appuntamento con il presepe di Greccio è il 24 dicembre alle 22.30, durante la notte della Vigilia. (Da: Paolo Ribichini, "Alla scoperta dei presepi viventi", "La Repubblica") In cosa differisce il presepe di Greccio dagli altri presepi viventi? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A Greccio (RI) si tiene ogni anno la rievocazione storica di quello che è da tutti considerato il primo presepe vivente della storia, del 1223. Secondo la tradizione, questa rievocazione è stata allestita per la prima volta da San Francesco d'Assisi con l'aiuto del signore di Greccio, Giovanni Velita. Diversamente dagli altri presepi viventi, questo contiene anche elementi importanti della rievocazione storica del periodo del santo umbro ed è diviso in sei quadri "viventi". La prima scena è ambientata nel 1246, quando un gruppo di frati francescani, a vent'anni dalla morte di Francesco, decidono di riassumere gli episodi della sua vita monacale. Così inizia, nelle altre scene, il racconto dell'arrivo del santo a Greccio, dell'incontro con Velita e della realizzazione di un presepe vivente in una grotta che, a suo dire, era del tutto simile a quella di Betlemme, la stessa dove Francesco si raccoglieva in preghiera. Al di là dell'aspetto prettamente religioso, questa rievocazione storica permette di conoscere anche uno spaccato della vita francescana dell'epoca nel territorio umbro e reatino. Il primo appuntamento con il presepe di Greccio è il 24 dicembre alle 22.30, durante la notte della Vigilia. (Da: Paolo Ribichini, "Alla scoperta dei presepi viventi", "La Repubblica") La tradizione del presepe vivente di Greccio è ancora attiva? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A Greccio (RI) si tiene ogni anno la rievocazione storica di quello che è da tutti considerato il primo presepe vivente della storia, del 1223. Secondo la tradizione, questa rievocazione è stata allestita per la prima volta da San Francesco d'Assisi con l'aiuto del signore di Greccio, Giovanni Velita. Diversamente dagli altri presepi viventi, questo contiene anche elementi importanti della rievocazione storica del periodo del santo umbro ed è diviso in sei quadri "viventi". La prima scena è ambientata nel 1246, quando un gruppo di frati francescani, a vent'anni dalla morte di Francesco, decidono di riassumere gli episodi della sua vita monacale. Così inizia, nelle altre scene, il racconto dell'arrivo del santo a Greccio, dell'incontro con Velita e della realizzazione di un presepe vivente in una grotta che, a suo dire, era del tutto simile a quella di Betlemme, la stessa dove Francesco si raccoglieva in preghiera. Al di là dell'aspetto prettamente religioso, questa rievocazione storica permette di conoscere anche uno spaccato della vita francescana dell'epoca nel territorio umbro e reatino. Il primo appuntamento con il presepe di Greccio è il 24 dicembre alle 22.30, durante la notte della Vigilia. (Da: Paolo Ribichini, "Alla scoperta dei presepi viventi", "La Repubblica") La rappresentazione risveglia l'interesse per motivi: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A metà degli anni Settanta in Sardegna si registrò l'avvento delle prime radio e televisioni private, in linea con quanto si stava verificando nel panorama nazionale. Invero, si trattava della maturazione di un percorso cominciato già qualche tempo prima, esattamente nel 1972, quando nel settore dei mass media si era formato un movimento di opinione politico, sindacale, professionale e culturale, che si poneva l'obiettivo di riformare il servizio pubblico radiofonico e televisivo della "Rai", dotandolo di maggiore autonomia dalla politica e di pluralismo.Lo scrittore Pier Paolo Pasolini, nel dicembre 1973, sulle colonne del "Corriere della Sera", esprimendo il suo rifiuto per la cultura e la civiltà di massa, aveva lanciato "Una sfida ai dirigenti della televisione" al fine di sottrarre il controllo di questo mezzo di comunicazione all'influsso del Governo. In questo quadro aveva preso corpo anche l'ipotesi di privatizzazione avanzata da Eugenio Scalfari, direttore del settimanale "L'Espresso", ed esposta nell'articolo "E ora, libertà d'antenna!". Il ragionamento di Scalfari era il seguente: la "Rai" risultava asservita al monopolio della Democrazia Cristiana; gli altri partiti politici, in particolare socialisti e comunisti, erano esclusi dalla gestione del mezzo radiotelevisivo. In assenza di un reale pluralismo, il monopolio pubblico equivaleva, di fatto, a un monopolio politico. Al contrario, osservava Scalfari, "un regime di libera concorrenza fra radiotelevisione pubblica e canali commerciali privati, presenterebbe sicuri vantaggi. Personalmente sono convinto che la sinistra debba impegnarsi a fondo in questa battaglia nella quale ha molto da guadagnare e, nella situazione presente, nulla da perdere".Anche la principale firma del "Corriere della Sera", Indro Montanelli, con un fondo in prima pagina, denunciò la pesante lottizzazione partitica in seno alla "Rai". Nel frattempo, il monopolio televisivo fu infranto da alcune sperimentazioni private "illegali" via cavo come quelle di "Telediffusione italiana" ("TeleNapoli") nel 1966 e, soprattutto, di "Telebiella" nel 1971. Dalla fine degli anni Sessanta, in alcune regioni dell'Italia settentrionale era inoltre possibile ricevere il segnale a colori di tre reti televisive straniere che trasmettevano in lingua italiana: "TeleMontecarlo", "TSI" ("Televisione della Svizzera Italiana") e "Tv Koper-Capodistria". (Da: A. Corda, "Origini e sviluppi delle emittenti radiotelevisive private in Sardegna negli anni Settanta e Ottanta", storiaefuturo.eu) Quale delle seguenti affermazioni è coerente con quanto riportato nel brano? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A metà degli anni Settanta in Sardegna si registrò l'avvento delle prime radio e televisioni private, in linea con quanto si stava verificando nel panorama nazionale. Invero, si trattava della maturazione di un percorso cominciato già qualche tempo prima, esattamente nel 1972, quando nel settore dei mass media si era formato un movimento di opinione politico, sindacale, professionale e culturale, che si poneva l'obiettivo di riformare il servizio pubblico radiofonico e televisivo della "Rai", dotandolo di maggiore autonomia dalla politica e di pluralismo.Lo scrittore Pier Paolo Pasolini, nel dicembre 1973, sulle colonne del "Corriere della Sera", esprimendo il suo rifiuto per la cultura e la civiltà di massa, aveva lanciato "Una sfida ai dirigenti della televisione" al fine di sottrarre il controllo di questo mezzo di comunicazione all'influsso del Governo. In questo quadro aveva preso corpo anche l'ipotesi di privatizzazione avanzata da Eugenio Scalfari, direttore del settimanale "L'Espresso", ed esposta nell'articolo "E ora, libertà d'antenna!". Il ragionamento di Scalfari era il seguente: la "Rai" risultava asservita al monopolio della Democrazia Cristiana; gli altri partiti politici, in particolare socialisti e comunisti, erano esclusi dalla gestione del mezzo radiotelevisivo. In assenza di un reale pluralismo, il monopolio pubblico equivaleva, di fatto, a un monopolio politico. Al contrario, osservava Scalfari, "un regime di libera concorrenza fra radiotelevisione pubblica e canali commerciali privati, presenterebbe sicuri vantaggi. Personalmente sono convinto che la sinistra debba impegnarsi a fondo in questa battaglia nella quale ha molto da guadagnare e, nella situazione presente, nulla da perdere".Anche la principale firma del "Corriere della Sera", Indro Montanelli, con un fondo in prima pagina, denunciò la pesante lottizzazione partitica in seno alla "Rai". Nel frattempo, il monopolio televisivo fu infranto da alcune sperimentazioni private "illegali" via cavo come quelle di "Telediffusione italiana" ("TeleNapoli") nel 1966 e, soprattutto, di "Telebiella" nel 1971. Dalla fine degli anni Sessanta, in alcune regioni dell'Italia settentrionale era inoltre possibile ricevere il segnale a colori di tre reti televisive straniere che trasmettevano in lingua italiana: "TeleMontecarlo", "TSI" ("Televisione della Svizzera Italiana") e "Tv Koper-Capodistria". (Da: A. Corda, "Origini e sviluppi delle emittenti radiotelevisive private in Sardegna negli anni Settanta e Ottanta", storiaefuturo.eu) I programmi delle prime televisioni private italiane cominciarono a essere trasmessi: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A metà degli anni Settanta in Sardegna si registrò l'avvento delle prime radio e televisioni private, in linea con quanto si stava verificando nel panorama nazionale. Invero, si trattava della maturazione di un percorso cominciato già qualche tempo prima, esattamente nel 1972, quando nel settore dei mass media si era formato un movimento di opinione politico, sindacale, professionale e culturale, che si poneva l'obiettivo di riformare il servizio pubblico radiofonico e televisivo della "Rai", dotandolo di maggiore autonomia dalla politica e di pluralismo.Lo scrittore Pier Paolo Pasolini, nel dicembre 1973, sulle colonne del "Corriere della Sera", esprimendo il suo rifiuto per la cultura e la civiltà di massa, aveva lanciato "Una sfida ai dirigenti della televisione" al fine di sottrarre il controllo di questo mezzo di comunicazione all'influsso del Governo. In questo quadro aveva preso corpo anche l'ipotesi di privatizzazione avanzata da Eugenio Scalfari, direttore del settimanale "L'Espresso", ed esposta nell'articolo "E ora, libertà d'antenna!". Il ragionamento di Scalfari era il seguente: la "Rai" risultava asservita al monopolio della Democrazia Cristiana; gli altri partiti politici, in particolare socialisti e comunisti, erano esclusi dalla gestione del mezzo radiotelevisivo. In assenza di un reale pluralismo, il monopolio pubblico equivaleva, di fatto, a un monopolio politico. Al contrario, osservava Scalfari, "un regime di libera concorrenza fra radiotelevisione pubblica e canali commerciali privati, presenterebbe sicuri vantaggi. Personalmente sono convinto che la sinistra debba impegnarsi a fondo in questa battaglia nella quale ha molto da guadagnare e, nella situazione presente, nulla da perdere".Anche la principale firma del "Corriere della Sera", Indro Montanelli, con un fondo in prima pagina, denunciò la pesante lottizzazione partitica in seno alla "Rai". Nel frattempo, il monopolio televisivo fu infranto da alcune sperimentazioni private "illegali" via cavo come quelle di "Telediffusione italiana" ("TeleNapoli") nel 1966 e, soprattutto, di "Telebiella" nel 1971. Dalla fine degli anni Sessanta, in alcune regioni dell'Italia settentrionale era inoltre possibile ricevere il segnale a colori di tre reti televisive straniere che trasmettevano in lingua italiana: "TeleMontecarlo", "TSI" ("Televisione della Svizzera Italiana") e "Tv Koper-Capodistria". (Da: A. Corda, "Origini e sviluppi delle emittenti radiotelevisive private in Sardegna negli anni Settanta e Ottanta", storiaefuturo.eu) La dichiarazione di Pasolini: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A metà degli anni Settanta in Sardegna si registrò l'avvento delle prime radio e televisioni private, in linea con quanto si stava verificando nel panorama nazionale. Invero, si trattava della maturazione di un percorso cominciato già qualche tempo prima, esattamente nel 1972, quando nel settore dei mass media si era formato un movimento di opinione politico, sindacale, professionale e culturale, che si poneva l'obiettivo di riformare il servizio pubblico radiofonico e televisivo della "Rai", dotandolo di maggiore autonomia dalla politica e di pluralismo.Lo scrittore Pier Paolo Pasolini, nel dicembre 1973, sulle colonne del "Corriere della Sera", esprimendo il suo rifiuto per la cultura e la civiltà di massa, aveva lanciato "Una sfida ai dirigenti della televisione" al fine di sottrarre il controllo di questo mezzo di comunicazione all'influsso del Governo. In questo quadro aveva preso corpo anche l'ipotesi di privatizzazione avanzata da Eugenio Scalfari, direttore del settimanale "L'Espresso", ed esposta nell'articolo "E ora, libertà d'antenna!". Il ragionamento di Scalfari era il seguente: la "Rai" risultava asservita al monopolio della Democrazia Cristiana; gli altri partiti politici, in particolare socialisti e comunisti, erano esclusi dalla gestione del mezzo radiotelevisivo. In assenza di un reale pluralismo, il monopolio pubblico equivaleva, di fatto, a un monopolio politico. Al contrario, osservava Scalfari, "un regime di libera concorrenza fra radiotelevisione pubblica e canali commerciali privati, presenterebbe sicuri vantaggi. Personalmente sono convinto che la sinistra debba impegnarsi a fondo in questa battaglia nella quale ha molto da guadagnare e, nella situazione presente, nulla da perdere".Anche la principale firma del "Corriere della Sera", Indro Montanelli, con un fondo in prima pagina, denunciò la pesante lottizzazione partitica in seno alla "Rai". Nel frattempo, il monopolio televisivo fu infranto da alcune sperimentazioni private "illegali" via cavo come quelle di "Telediffusione italiana" ("TeleNapoli") nel 1966 e, soprattutto, di "Telebiella" nel 1971. Dalla fine degli anni Sessanta, in alcune regioni dell'Italia settentrionale era inoltre possibile ricevere il segnale a colori di tre reti televisive straniere che trasmettevano in lingua italiana: "TeleMontecarlo", "TSI" ("Televisione della Svizzera Italiana") e "Tv Koper-Capodistria". (Da: A. Corda, "Origini e sviluppi delle emittenti radiotelevisive private in Sardegna negli anni Settanta e Ottanta", storiaefuturo.eu) Il titolo dell'articolo di Scalfari "E ora, libertà d'antenna!": |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A metà degli anni Settanta in Sardegna si registrò l'avvento delle prime radio e televisioni private, in linea con quanto si stava verificando nel panorama nazionale. Invero, si trattava della maturazione di un percorso cominciato già qualche tempo prima, esattamente nel 1972, quando nel settore dei mass media si era formato un movimento di opinione politico, sindacale, professionale e culturale, che si poneva l'obiettivo di riformare il servizio pubblico radiofonico e televisivo della "Rai", dotandolo di maggiore autonomia dalla politica e di pluralismo.Lo scrittore Pier Paolo Pasolini, nel dicembre 1973, sulle colonne del "Corriere della Sera", esprimendo il suo rifiuto per la cultura e la civiltà di massa, aveva lanciato "Una sfida ai dirigenti della televisione" al fine di sottrarre il controllo di questo mezzo di comunicazione all'influsso del Governo. In questo quadro aveva preso corpo anche l'ipotesi di privatizzazione avanzata da Eugenio Scalfari, direttore del settimanale "L'Espresso", ed esposta nell'articolo "E ora, libertà d'antenna!". Il ragionamento di Scalfari era il seguente: la "Rai" risultava asservita al monopolio della Democrazia Cristiana; gli altri partiti politici, in particolare socialisti e comunisti, erano esclusi dalla gestione del mezzo radiotelevisivo. In assenza di un reale pluralismo, il monopolio pubblico equivaleva, di fatto, a un monopolio politico. Al contrario, osservava Scalfari, "un regime di libera concorrenza fra radiotelevisione pubblica e canali commerciali privati, presenterebbe sicuri vantaggi. Personalmente sono convinto che la sinistra debba impegnarsi a fondo in questa battaglia nella quale ha molto da guadagnare e, nella situazione presente, nulla da perdere".Anche la principale firma del "Corriere della Sera", Indro Montanelli, con un fondo in prima pagina, denunciò la pesante lottizzazione partitica in seno alla "Rai". Nel frattempo, il monopolio televisivo fu infranto da alcune sperimentazioni private "illegali" via cavo come quelle di "Telediffusione italiana" ("TeleNapoli") nel 1966 e, soprattutto, di "Telebiella" nel 1971. Dalla fine degli anni Sessanta, in alcune regioni dell'Italia settentrionale era inoltre possibile ricevere il segnale a colori di tre reti televisive straniere che trasmettevano in lingua italiana: "TeleMontecarlo", "TSI" ("Televisione della Svizzera Italiana") e "Tv Koper-Capodistria". (Da: A. Corda, "Origini e sviluppi delle emittenti radiotelevisive private in Sardegna negli anni Settanta e Ottanta", storiaefuturo.eu) Quale delle seguenti affermazioni inerenti al pensiero dei tre intellettuali riportato è deducibile dal brano? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A novembre Twitter ha sostituito la sua icona a forma di stella con una a forma di cuore, e la decisione ha scatenato un vortice d'indignazione tra gli utenti più appassionati. Chi voleva solo dare un cenno d'approvazione ha scoperto all'improvviso che, anziché sul simbolo neutro di una stella, stava per cliccare su un piccolo cuore rosso. Quel giorno ho evitato di usare quella funzione, come avrei fatto prima, per segnalare un'immagine terribile, ritwittata da alcuni giornalisti, di un gruppo di uomini che filmavano con il telefono una donna che veniva lapidata per adulterio. Non volevo mettere un "like" sulla foto, ma avrei voluto segnarla come importante. Abbiamo bisogno di un sistema che ci permetta di ricordare le cose significative, non solo quelle piacevoli.Il cambiamento grafico è banale, ma il contesto in cui avviene non lo è. Le regole che usiamo per interagire con gli altri e con le notizie sui social network devono essere riscritte, per ragioni economiche e per senso civico. Le notizie serie che raccontano episodi terribili hanno bisogno di un linguaggio, anche visivo, che rispecchi la gravità e la complessità della situazione. Il cuore rivela che Twitter non vuole che parliamo di cose spiacevoli, nemmeno in modo veloce e casuale.La condizione al centro dei nuovi mezzi di comunicazione, compresi i giornali, è che solo le buone notizie portano soldi. E Twitter sa bene che uno dei limiti della sua crescita è rappresentato dalla vena polemica della sua comunità. L'azienda, quindi, si trova di fronte a un problema complesso: vorrebbe offrire una piattaforma per la libertà d'espressione, ma nasconde le cose meno allegre che possono mettere il discorso a dura prova.[1] A differenza dell'espressione libera, l'espressione efficace a livello commerciale è [1] asettica e depurata da ogni aggressione. Non riuscendo a far fronte ai comportamenti scorretti, Twitter ha limitato la sua utilità e forse anche la sua crescita, scoraggiando perfino i suoi utenti abituali. Per mantenere il suo valore economico deve diventare un luogo più accogliente. Dall'altra parte c'è Facebook, che sta sperimentando emoji diversi dal solito "like" perché ha capito che la gamma delle espressioni umane è fondamentalmente non binaria. Sul "New York Times" è uscito un editoriale che spiega che la recente ondata di violenze in Israele e Palestina è legata a una serie di conversazioni e di incitamenti all'odio sui social network, affermando che: "Facebook, Twitter e gli altri devono capire che la questione dell'incitamento all'odio sui social network non è solo logistica o economica, ma soprattutto morale". Per quanto la questione possa essere morale, alla fine sarà il denaro a risolverla, visto che raccogliendo dati su ogni aspetto del nostro stato emotivo si ottengono opportunità di guadagno. (da: "Cuori al posto di stelle", Emily Bell, "Internazionale") L'espressione "solo le buone notizie portano soldi" significa che: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A novembre Twitter ha sostituito la sua icona a forma di stella con una a forma di cuore, e la decisione ha scatenato un vortice d'indignazione tra gli utenti più appassionati. Chi voleva solo dare un cenno d'approvazione ha scoperto all'improvviso che, anziché sul simbolo neutro di una stella, stava per cliccare su un piccolo cuore rosso. Quel giorno ho evitato di usare quella funzione, come avrei fatto prima, per segnalare un'immagine terribile, ritwittata da alcuni giornalisti, di un gruppo di uomini che filmavano con il telefono una donna che veniva lapidata per adulterio. Non volevo mettere un "like" sulla foto, ma avrei voluto segnarla come importante. Abbiamo bisogno di un sistema che ci permetta di ricordare le cose significative, non solo quelle piacevoli.Il cambiamento grafico è banale, ma il contesto in cui avviene non lo è. Le regole che usiamo per interagire con gli altri e con le notizie sui social network devono essere riscritte, per ragioni economiche e per senso civico. Le notizie serie che raccontano episodi terribili hanno bisogno di un linguaggio, anche visivo, che rispecchi la gravità e la complessità della situazione. Il cuore rivela che Twitter non vuole che parliamo di cose spiacevoli, nemmeno in modo veloce e casuale.La condizione al centro dei nuovi mezzi di comunicazione, compresi i giornali, è che solo le buone notizie portano soldi. E Twitter sa bene che uno dei limiti della sua crescita è rappresentato dalla vena polemica della sua comunità. L'azienda, quindi, si trova di fronte a un problema complesso: vorrebbe offrire una piattaforma per la libertà d'espressione, ma nasconde le cose meno allegre che possono mettere il discorso a dura prova.[1] A differenza dell'espressione libera, l'espressione efficace a livello commerciale è [1] asettica e depurata da ogni aggressione. Non riuscendo a far fronte ai comportamenti scorretti, Twitter ha limitato la sua utilità e forse anche la sua crescita, scoraggiando perfino i suoi utenti abituali. Per mantenere il suo valore economico deve diventare un luogo più accogliente. Dall'altra parte c'è Facebook, che sta sperimentando emoji diversi dal solito "like" perché ha capito che la gamma delle espressioni umane è fondamentalmente non binaria. Sul "New York Times" è uscito un editoriale che spiega che la recente ondata di violenze in Israele e Palestina è legata a una serie di conversazioni e di incitamenti all'odio sui social network, affermando che: "Facebook, Twitter e gli altri devono capire che la questione dell'incitamento all'odio sui social network non è solo logistica o economica, ma soprattutto morale". Per quanto la questione possa essere morale, alla fine sarà il denaro a risolverla, visto che raccogliendo dati su ogni aspetto del nostro stato emotivo si ottengono opportunità di guadagno. (da: "Cuori al posto di stelle", Emily Bell, "Internazionale") Quale delle seguenti affermazioni è coerente con il contenuto del brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A novembre Twitter ha sostituito la sua icona a forma di stella con una a forma di cuore, e la decisione ha scatenato un vortice d'indignazione tra gli utenti più appassionati. Chi voleva solo dare un cenno d'approvazione ha scoperto all'improvviso che, anziché sul simbolo neutro di una stella, stava per cliccare su un piccolo cuore rosso. Quel giorno ho evitato di usare quella funzione, come avrei fatto prima, per segnalare un'immagine terribile, ritwittata da alcuni giornalisti, di un gruppo di uomini che filmavano con il telefono una donna che veniva lapidata per adulterio. Non volevo mettere un "like" sulla foto, ma avrei voluto segnarla come importante. Abbiamo bisogno di un sistema che ci permetta di ricordare le cose significative, non solo quelle piacevoli.Il cambiamento grafico è banale, ma il contesto in cui avviene non lo è. Le regole che usiamo per interagire con gli altri e con le notizie sui social network devono essere riscritte, per ragioni economiche e per senso civico. Le notizie serie che raccontano episodi terribili hanno bisogno di un linguaggio, anche visivo, che rispecchi la gravità e la complessità della situazione. Il cuore rivela che Twitter non vuole che parliamo di cose spiacevoli, nemmeno in modo veloce e casuale.La condizione al centro dei nuovi mezzi di comunicazione, compresi i giornali, è che solo le buone notizie portano soldi. E Twitter sa bene che uno dei limiti della sua crescita è rappresentato dalla vena polemica della sua comunità. L'azienda, quindi, si trova di fronte a un problema complesso: vorrebbe offrire una piattaforma per la libertà d'espressione, ma nasconde le cose meno allegre che possono mettere il discorso a dura prova.[1] A differenza dell'espressione libera, l'espressione efficace a livello commerciale è [1] asettica e depurata da ogni aggressione. Non riuscendo a far fronte ai comportamenti scorretti, Twitter ha limitato la sua utilità e forse anche la sua crescita, scoraggiando perfino i suoi utenti abituali. Per mantenere il suo valore economico deve diventare un luogo più accogliente. Dall'altra parte c'è Facebook, che sta sperimentando emoji diversi dal solito "like" perché ha capito che la gamma delle espressioni umane è fondamentalmente non binaria. Sul "New York Times" è uscito un editoriale che spiega che la recente ondata di violenze in Israele e Palestina è legata a una serie di conversazioni e di incitamenti all'odio sui social network, affermando che: "Facebook, Twitter e gli altri devono capire che la questione dell'incitamento all'odio sui social network non è solo logistica o economica, ma soprattutto morale". Per quanto la questione possa essere morale, alla fine sarà il denaro a risolverla, visto che raccogliendo dati su ogni aspetto del nostro stato emotivo si ottengono opportunità di guadagno. (da: "Cuori al posto di stelle", Emily Bell, "Internazionale") Secondo l'autrice c'è un'importante differenza tra Facebook e Twitter in termini di espressione degli utenti. Quale? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A novembre Twitter ha sostituito la sua icona a forma di stella con una a forma di cuore, e la decisione ha scatenato un vortice d'indignazione tra gli utenti più appassionati. Chi voleva solo dare un cenno d'approvazione ha scoperto all'improvviso che, anziché sul simbolo neutro di una stella, stava per cliccare su un piccolo cuore rosso. Quel giorno ho evitato di usare quella funzione, come avrei fatto prima, per segnalare un'immagine terribile, ritwittata da alcuni giornalisti, di un gruppo di uomini che filmavano con il telefono una donna che veniva lapidata per adulterio. Non volevo mettere un "like" sulla foto, ma avrei voluto segnarla come importante. Abbiamo bisogno di un sistema che ci permetta di ricordare le cose significative, non solo quelle piacevoli.Il cambiamento grafico è banale, ma il contesto in cui avviene non lo è. Le regole che usiamo per interagire con gli altri e con le notizie sui social network devono essere riscritte, per ragioni economiche e per senso civico. Le notizie serie che raccontano episodi terribili hanno bisogno di un linguaggio, anche visivo, che rispecchi la gravità e la complessità della situazione. Il cuore rivela che Twitter non vuole che parliamo di cose spiacevoli, nemmeno in modo veloce e casuale.La condizione al centro dei nuovi mezzi di comunicazione, compresi i giornali, è che solo le buone notizie portano soldi. E Twitter sa bene che uno dei limiti della sua crescita è rappresentato dalla vena polemica della sua comunità. L'azienda, quindi, si trova di fronte a un problema complesso: vorrebbe offrire una piattaforma per la libertà d'espressione, ma nasconde le cose meno allegre che possono mettere il discorso a dura prova.[1] A differenza dell'espressione libera, l'espressione efficace a livello commerciale è [1] asettica e depurata da ogni aggressione. Non riuscendo a far fronte ai comportamenti scorretti, Twitter ha limitato la sua utilità e forse anche la sua crescita, scoraggiando perfino i suoi utenti abituali. Per mantenere il suo valore economico deve diventare un luogo più accogliente. Dall'altra parte c'è Facebook, che sta sperimentando emoji diversi dal solito "like" perché ha capito che la gamma delle espressioni umane è fondamentalmente non binaria. Sul "New York Times" è uscito un editoriale che spiega che la recente ondata di violenze in Israele e Palestina è legata a una serie di conversazioni e di incitamenti all'odio sui social network, affermando che: "Facebook, Twitter e gli altri devono capire che la questione dell'incitamento all'odio sui social network non è solo logistica o economica, ma soprattutto morale". Per quanto la questione possa essere morale, alla fine sarà il denaro a risolverla, visto che raccogliendo dati su ogni aspetto del nostro stato emotivo si ottengono opportunità di guadagno. (da: "Cuori al posto di stelle", Emily Bell, "Internazionale") Qual è la conclusione dell'autrice? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A novembre Twitter ha sostituito la sua icona a forma di stella con una a forma di cuore, e la decisione ha scatenato un vortice d'indignazione tra gli utenti più appassionati. Chi voleva solo dare un cenno d'approvazione ha scoperto all'improvviso che, anziché sul simbolo neutro di una stella, stava per cliccare su un piccolo cuore rosso. Quel giorno ho evitato di usare quella funzione, come avrei fatto prima, per segnalare un'immagine terribile, ritwittata da alcuni giornalisti, di un gruppo di uomini che filmavano con il telefono una donna che veniva lapidata per adulterio. Non volevo mettere un "like" sulla foto, ma avrei voluto segnarla come importante. Abbiamo bisogno di un sistema che ci permetta di ricordare le cose significative, non solo quelle piacevoli.Il cambiamento grafico è banale, ma il contesto in cui avviene non lo è. Le regole che usiamo per interagire con gli altri e con le notizie sui social network devono essere riscritte, per ragioni economiche e per senso civico. Le notizie serie che raccontano episodi terribili hanno bisogno di un linguaggio, anche visivo, che rispecchi la gravità e la complessità della situazione. Il cuore rivela che Twitter non vuole che parliamo di cose spiacevoli, nemmeno in modo veloce e casuale.La condizione al centro dei nuovi mezzi di comunicazione, compresi i giornali, è che solo le buone notizie portano soldi. E Twitter sa bene che uno dei limiti della sua crescita è rappresentato dalla vena polemica della sua comunità. L'azienda, quindi, si trova di fronte a un problema complesso: vorrebbe offrire una piattaforma per la libertà d'espressione, ma nasconde le cose meno allegre che possono mettere il discorso a dura prova.[1] A differenza dell'espressione libera, l'espressione efficace a livello commerciale è [1] asettica e depurata da ogni aggressione. Non riuscendo a far fronte ai comportamenti scorretti, Twitter ha limitato la sua utilità e forse anche la sua crescita, scoraggiando perfino i suoi utenti abituali. Per mantenere il suo valore economico deve diventare un luogo più accogliente. Dall'altra parte c'è Facebook, che sta sperimentando emoji diversi dal solito "like" perché ha capito che la gamma delle espressioni umane è fondamentalmente non binaria. Sul "New York Times" è uscito un editoriale che spiega che la recente ondata di violenze in Israele e Palestina è legata a una serie di conversazioni e di incitamenti all'odio sui social network, affermando che: "Facebook, Twitter e gli altri devono capire che la questione dell'incitamento all'odio sui social network non è solo logistica o economica, ma soprattutto morale". Per quanto la questione possa essere morale, alla fine sarà il denaro a risolverla, visto che raccogliendo dati su ogni aspetto del nostro stato emotivo si ottengono opportunità di guadagno. (da: "Cuori al posto di stelle", Emily Bell, "Internazionale") Un sinonimo di "asettica", nel contesto della frase contrassegnata da [1], è: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A oltre ottant'anni dalla nascita delle prime emittenti, e dopo l'affermazione di alcuni media che sembravano destinati a ridimensionarne il ruolo, la radio si conferma tra i mezzi più seguiti in tutti i Paesi del mondo, grazie anche all'estrema capacità di adattamento dimostrata nei differenti contesti e nei vari momenti storici. Straordinario strumento di informazione in tempo reale, di divulgazione, di intrattenimento, di promozione della musica e delle culture, anche minoritarie, come pure della socialità nel senso più ampio, la radio è passata attraverso l'era della televisione e quella di Internet, ridefinendo di volta in volta il proprio ruolo e affinando la propria offerta, senza mai subire il declino che in molti si attendevano. Il percorso di adattamento vissuto dal mezzo è di per sé una testimonianza tra le più ricche e articolate sulle realtà politiche, sociali, economiche e culturali, a cui le emittenti radiofoniche appartengono e sono dirette, traducendo in suono i vari gusti musicali, gli orientamenti politici, i valori etici, i problemi di vita quotidiana, la richiesta di conoscenza e la voglia di condivisione. Le oltre 50.000 emittenti attive nel mondo ci restituiscono una varietà impressionante di tipologie di emittenza e di esperienze di produzione, di trasmissione, di ascolto. La maggior parte di esse opera in contesti economicamente sviluppati [1], e svolge con relativa tranquillità il proprio ruolo, fornendo compagnia agli ascoltatori, informandoli, intrattenendoli, stimolandoli. Ben diversa la situazione nella quale si muovono altre emittenti, le cui sorti si intersecano drammaticamente con le vicende storico-politiche dei propri Paesi di appartenenza: dalle radio che difendono la libertà di parola contro i governi autoritari, come Radio Haiti inter, chiusa nel 2002, due anni dopo l'assassinio di Jean Dominique, oppositore del regime e storica voce dell'emittente, ai 'media dell'odio' come la Radio télévision libre des Mille collines, i cui principali animatori sono stati condannati nel 2003 dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda per genocidio e crimini contro l'umanità. In generale, è possibile suddividere la radiofonia in tre diversi comparti: pubblico, commerciale e comunitario, dove il primo rappresenta l'area di attività delle emittenti statali, il secondo quella delle private a scopo di lucro, il terzo, infine, quella delle non-profit. (da: Giovanni Cordoni, "La radio nel mondo", Enciclopedia Treccani) Quale delle seguenti affermazioni NON si deduce dalla lettura del brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A oltre ottant'anni dalla nascita delle prime emittenti, e dopo l'affermazione di alcuni media che sembravano destinati a ridimensionarne il ruolo, la radio si conferma tra i mezzi più seguiti in tutti i Paesi del mondo, grazie anche all'estrema capacità di adattamento dimostrata nei differenti contesti e nei vari momenti storici. Straordinario strumento di informazione in tempo reale, di divulgazione, di intrattenimento, di promozione della musica e delle culture, anche minoritarie, come pure della socialità nel senso più ampio, la radio è passata attraverso l'era della televisione e quella di Internet, ridefinendo di volta in volta il proprio ruolo e affinando la propria offerta, senza mai subire il declino che in molti si attendevano. Il percorso di adattamento vissuto dal mezzo è di per sé una testimonianza tra le più ricche e articolate sulle realtà politiche, sociali, economiche e culturali, a cui le emittenti radiofoniche appartengono e sono dirette, traducendo in suono i vari gusti musicali, gli orientamenti politici, i valori etici, i problemi di vita quotidiana, la richiesta di conoscenza e la voglia di condivisione. Le oltre 50.000 emittenti attive nel mondo ci restituiscono una varietà impressionante di tipologie di emittenza e di esperienze di produzione, di trasmissione, di ascolto. La maggior parte di esse opera in contesti economicamente sviluppati [1], e svolge con relativa tranquillità il proprio ruolo, fornendo compagnia agli ascoltatori, informandoli, intrattenendoli, stimolandoli. Ben diversa la situazione nella quale si muovono altre emittenti, le cui sorti si intersecano drammaticamente con le vicende storico-politiche dei propri Paesi di appartenenza: dalle radio che difendono la libertà di parola contro i governi autoritari, come Radio Haiti inter, chiusa nel 2002, due anni dopo l'assassinio di Jean Dominique, oppositore del regime e storica voce dell'emittente, ai 'media dell'odio' come la Radio télévision libre des Mille collines, i cui principali animatori sono stati condannati nel 2003 dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda per genocidio e crimini contro l'umanità. In generale, è possibile suddividere la radiofonia in tre diversi comparti: pubblico, commerciale e comunitario, dove il primo rappresenta l'area di attività delle emittenti statali, il secondo quella delle private a scopo di lucro, il terzo, infine, quella delle non-profit. (da: Giovanni Cordoni, "La radio nel mondo", Enciclopedia Treccani) Quale di queste affermazioni è deducibile dalla lettura del brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A oltre ottant'anni dalla nascita delle prime emittenti, e dopo l'affermazione di alcuni media che sembravano destinati a ridimensionarne il ruolo, la radio si conferma tra i mezzi più seguiti in tutti i Paesi del mondo, grazie anche all'estrema capacità di adattamento dimostrata nei differenti contesti e nei vari momenti storici. Straordinario strumento di informazione in tempo reale, di divulgazione, di intrattenimento, di promozione della musica e delle culture, anche minoritarie, come pure della socialità nel senso più ampio, la radio è passata attraverso l'era della televisione e quella di Internet, ridefinendo di volta in volta il proprio ruolo e affinando la propria offerta, senza mai subire il declino che in molti si attendevano. Il percorso di adattamento vissuto dal mezzo è di per sé una testimonianza tra le più ricche e articolate sulle realtà politiche, sociali, economiche e culturali, a cui le emittenti radiofoniche appartengono e sono dirette, traducendo in suono i vari gusti musicali, gli orientamenti politici, i valori etici, i problemi di vita quotidiana, la richiesta di conoscenza e la voglia di condivisione. Le oltre 50.000 emittenti attive nel mondo ci restituiscono una varietà impressionante di tipologie di emittenza e di esperienze di produzione, di trasmissione, di ascolto. La maggior parte di esse opera in contesti economicamente sviluppati [1], e svolge con relativa tranquillità il proprio ruolo, fornendo compagnia agli ascoltatori, informandoli, intrattenendoli, stimolandoli. Ben diversa la situazione nella quale si muovono altre emittenti, le cui sorti si intersecano drammaticamente con le vicende storico-politiche dei propri Paesi di appartenenza: dalle radio che difendono la libertà di parola contro i governi autoritari, come Radio Haiti inter, chiusa nel 2002, due anni dopo l'assassinio di Jean Dominique, oppositore del regime e storica voce dell'emittente, ai 'media dell'odio' come la Radio télévision libre des Mille collines, i cui principali animatori sono stati condannati nel 2003 dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda per genocidio e crimini contro l'umanità. In generale, è possibile suddividere la radiofonia in tre diversi comparti: pubblico, commerciale e comunitario, dove il primo rappresenta l'area di attività delle emittenti statali, il secondo quella delle private a scopo di lucro, il terzo, infine, quella delle non-profit. (da: Giovanni Cordoni, "La radio nel mondo", Enciclopedia Treccani) Qual è il tema principale del brano? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A oltre ottant'anni dalla nascita delle prime emittenti, e dopo l'affermazione di alcuni media che sembravano destinati a ridimensionarne il ruolo, la radio si conferma tra i mezzi più seguiti in tutti i Paesi del mondo, grazie anche all'estrema capacità di adattamento dimostrata nei differenti contesti e nei vari momenti storici. Straordinario strumento di informazione in tempo reale, di divulgazione, di intrattenimento, di promozione della musica e delle culture, anche minoritarie, come pure della socialità nel senso più ampio, la radio è passata attraverso l'era della televisione e quella di Internet, ridefinendo di volta in volta il proprio ruolo e affinando la propria offerta, senza mai subire il declino che in molti si attendevano. Il percorso di adattamento vissuto dal mezzo è di per sé una testimonianza tra le più ricche e articolate sulle realtà politiche, sociali, economiche e culturali, a cui le emittenti radiofoniche appartengono e sono dirette, traducendo in suono i vari gusti musicali, gli orientamenti politici, i valori etici, i problemi di vita quotidiana, la richiesta di conoscenza e la voglia di condivisione. Le oltre 50.000 emittenti attive nel mondo ci restituiscono una varietà impressionante di tipologie di emittenza e di esperienze di produzione, di trasmissione, di ascolto. La maggior parte di esse opera in contesti economicamente sviluppati [1], e svolge con relativa tranquillità il proprio ruolo, fornendo compagnia agli ascoltatori, informandoli, intrattenendoli, stimolandoli. Ben diversa la situazione nella quale si muovono altre emittenti, le cui sorti si intersecano drammaticamente con le vicende storico-politiche dei propri Paesi di appartenenza: dalle radio che difendono la libertà di parola contro i governi autoritari, come Radio Haiti inter, chiusa nel 2002, due anni dopo l'assassinio di Jean Dominique, oppositore del regime e storica voce dell'emittente, ai 'media dell'odio' come la Radio télévision libre des Mille collines, i cui principali animatori sono stati condannati nel 2003 dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda per genocidio e crimini contro l'umanità. In generale, è possibile suddividere la radiofonia in tre diversi comparti: pubblico, commerciale e comunitario, dove il primo rappresenta l'area di attività delle emittenti statali, il secondo quella delle private a scopo di lucro, il terzo, infine, quella delle non-profit. (da: Giovanni Cordoni, "La radio nel mondo", Enciclopedia Treccani) Quale dei seguenti comparti, leggendo il brano, NON appartiene alla radiofonia? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. A oltre ottant'anni dalla nascita delle prime emittenti, e dopo l'affermazione di alcuni media che sembravano destinati a ridimensionarne il ruolo, la radio si conferma tra i mezzi più seguiti in tutti i Paesi del mondo, grazie anche all'estrema capacità di adattamento dimostrata nei differenti contesti e nei vari momenti storici. Straordinario strumento di informazione in tempo reale, di divulgazione, di intrattenimento, di promozione della musica e delle culture, anche minoritarie, come pure della socialità nel senso più ampio, la radio è passata attraverso l'era della televisione e quella di Internet, ridefinendo di volta in volta il proprio ruolo e affinando la propria offerta, senza mai subire il declino che in molti si attendevano. Il percorso di adattamento vissuto dal mezzo è di per sé una testimonianza tra le più ricche e articolate sulle realtà politiche, sociali, economiche e culturali, a cui le emittenti radiofoniche appartengono e sono dirette, traducendo in suono i vari gusti musicali, gli orientamenti politici, i valori etici, i problemi di vita quotidiana, la richiesta di conoscenza e la voglia di condivisione. Le oltre 50.000 emittenti attive nel mondo ci restituiscono una varietà impressionante di tipologie di emittenza e di esperienze di produzione, di trasmissione, di ascolto. La maggior parte di esse opera in contesti economicamente sviluppati [1], e svolge con relativa tranquillità il proprio ruolo, fornendo compagnia agli ascoltatori, informandoli, intrattenendoli, stimolandoli. Ben diversa la situazione nella quale si muovono altre emittenti, le cui sorti si intersecano drammaticamente con le vicende storico-politiche dei propri Paesi di appartenenza: dalle radio che difendono la libertà di parola contro i governi autoritari, come Radio Haiti inter, chiusa nel 2002, due anni dopo l'assassinio di Jean Dominique, oppositore del regime e storica voce dell'emittente, ai 'media dell'odio' come la Radio télévision libre des Mille collines, i cui principali animatori sono stati condannati nel 2003 dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda per genocidio e crimini contro l'umanità. In generale, è possibile suddividere la radiofonia in tre diversi comparti: pubblico, commerciale e comunitario, dove il primo rappresenta l'area di attività delle emittenti statali, il secondo quella delle private a scopo di lucro, il terzo, infine, quella delle non-profit. (da: Giovanni Cordoni, "La radio nel mondo", Enciclopedia Treccani) Nella frase "La maggior parte di esse opera in contesti economicamente sviluppati" [1] "di esse" è un complemento: |
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Leggere attentamente il seguente brano. A Greccio (RI) si tiene ogni anno la rievocazione storica di quello che è da tutti considerato il primo presepe vivente della storia, del 1223. Secondo la tradizione, questa rievocazione è stata allestita per la prima volta da San Francesco d'Assisi con l'aiuto del signore di Greccio, Giovanni Velita. Diversamente dagli altri presepi viventi, questo contiene anche elementi importanti della rievocazione storica del periodo del santo umbro ed è diviso in sei quadri "viventi". La prima scena è ambientata nel 1246, quando un gruppo di frati francescani, a vent'anni dalla morte di Francesco, decidono di riassumere gli episodi della sua vita monacale. Così inizia, nelle altre scene, il racconto dell'arrivo del santo a Greccio, dell'incontro con Velita e della realizzazione di un presepe vivente in una grotta che, a suo dire, era del tutto simile a quella di Betlemme, la stessa dove Francesco si raccoglieva in preghiera. Al di là dell'aspetto prettamente religioso, questa rievocazione storica permette di conoscere anche uno spaccato della vita francescana dell'epoca nel territorio umbro e reatino. Il primo appuntamento con il presepe di Greccio è il 24 dicembre alle 22.30, durante la notte della Vigilia. (Da: Paolo Ribichini, "Alla scoperta dei presepi viventi", "La Repubblica") La scelta di aggiungere elementi della storia francescana era presente fin dal principio?
Leggere attentamente il seguente brano. A oltre ottant'anni dalla nascita delle prime emittenti, e dopo l'affermazione di alcuni media che sembravano destinati a ridimensionarne il ruolo, la radio si conferma tra i mezzi più seguiti in tutti i Paesi del mondo, grazie anche all'estrema capacità di adattamento dimostrata nei differenti contesti e nei vari momenti storici. Straordinario strumento di informazione in tempo reale, di divulgazione, di intrattenimento, di promozione della musica e delle culture, anche minoritarie, come pure della socialità nel senso più ampio, la radio è passata attraverso l'era della televisione e quella di Internet, ridefinendo di volta in volta il proprio ruolo e affinando la propria offerta, senza mai subire il declino che in molti si attendevano. Il percorso di adattamento vissuto dal mezzo è di per sé una testimonianza tra le più ricche e articolate sulle realtà politiche, sociali, economiche e culturali, a cui le emittenti radiofoniche appartengono e sono dirette, traducendo in suono i vari gusti musicali, gli orientamenti politici, i valori etici, i problemi di vita quotidiana, la richiesta di conoscenza e la voglia di condivisione. Le oltre 50.000 emittenti attive nel mondo ci restituiscono una varietà impressionante di tipologie di emittenza e di esperienze di produzione, di trasmissione, di ascolto. La maggior parte di esse opera in contesti economicamente sviluppati [1], e svolge con relativa tranquillità il proprio ruolo, fornendo compagnia agli ascoltatori, informandoli, intrattenendoli, stimolandoli. Ben diversa la situazione nella quale si muovono altre emittenti, le cui sorti si intersecano drammaticamente con le vicende storico-politiche dei propri Paesi di appartenenza: dalle radio che difendono la libertà di parola contro i governi autoritari, come Radio Haiti inter, chiusa nel 2002, due anni dopo l'assassinio di Jean Dominique, oppositore del regime e storica voce dell'emittente, ai 'media dell'odio' come la Radio télévision libre des Mille collines, i cui principali animatori sono stati condannati nel 2003 dal Tribunale penale internazionale per il Ruanda per genocidio e crimini contro l'umanità. In generale, è possibile suddividere la radiofonia in tre diversi comparti: pubblico, commerciale e comunitario, dove il primo rappresenta l'area di attività delle emittenti statali, il secondo quella delle private a scopo di lucro, il terzo, infine, quella delle non-profit. (da: Giovanni Cordoni, "La radio nel mondo", Enciclopedia Treccani) Quale dei seguenti comparti, leggendo il brano, NON appartiene alla radiofonia?