Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Guardia di Finanza Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018  Esercitati su questo Quiz  |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le multinazionali del cibo tendono a essere maschili, ma nel mondo l'agricoltura è donna: il 70% è ancora frutto di piccole e medie attività spesso condotte solo da donne. Ma non è per questo che Evelyn Nguleka, quarantacinque anni, è diventata presidente dell'Organizzazione mondiale degli agricoltori (Wfo), che raccoglie le associazioni di oltre cinquanta Paesi ed ha sede a Roma. Evelyn Nguleka è agricoltore per scelta. Undici anni fa dopo la laurea in veterinaria all'università di Lusaka, ha deciso di cominciare ad allevare galline ovaiole. Oggi ne ha oltre 12mila, quindi significa che produce e vende 9mila uova al giorno. Della sua scelta racconta: "Posseggo tre ettari di terra e nel mio piccolo provo a sfruttarla nel modo più efficiente possibile. La mia non è un'attività di famiglia, ereditata dai genitori. La difficoltà più grande per me è conciliare la mia attività agricola con quella di moglie e mamma". C'è anche un'altra sfida per le donne imprenditrici che Evelyn ha dovuto affrontare: "Non abbiamo abbastanza accesso al denaro, ai finanziamenti. E non solo nel mio Paese". È così che, con le galline e la sua laurea, è diventata prima presidente del sindacato degli agricoltori dello Zambia. "Le donne non hanno idea dell'importanza del loro ruolo in agricoltura, penso soprattutto all'Africa e all'Asia, spesso non vanno neppure a scuola ma oggi senza conoscere la tecnologia non è più possibile lavorare". Se ormai non ci stupiamo di vedere prototipi come quello delle aziende agricole verticali, quei cubi presentati all'Expo nei quali non serve più la terra per coltivare ortaggi e cereali, è vero che in interi Paesi le donne non riescono neppure a sapere se l'indomani farà bel tempo o pioverà sui loro campi. Se dovesse scegliere le parole del suo mandato Evelyn Nguleka punterebbe su informazione, creatività e sicurezza alimentare: "Produrre cibo costa, produrre buon cibo ancora di più, mentre il mondo ci chiede di migliorare la qualità a un prezzo più basso". Per questo Evelyn Nguleka è andata alla conferenza sul Clima di Parigi a presentare le proposte degli agricoltori in termini di inquinamento. Lo aveva già fatto anche all'Expo di Milano sei mesi fa: "È presto però per dire se la discussione che si è avviata a Milano porterà frutti, ma sicuramente" spiega "il fatto che ci sia stata così tanta partecipazione ha aiutato a diffondere il messaggio". (da: "Se sono arrivata fin qui devo ringraziare le mie dodicimila galline", "Io Donna" ) Dove si trova la sede del Wfo? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le multinazionali del cibo tendono a essere maschili, ma nel mondo l'agricoltura è donna: il 70% è ancora frutto di piccole e medie attività spesso condotte solo da donne. Ma non è per questo che Evelyn Nguleka, quarantacinque anni, è diventata presidente dell'Organizzazione mondiale degli agricoltori (Wfo), che raccoglie le associazioni di oltre cinquanta Paesi ed ha sede a Roma. Evelyn Nguleka è agricoltore per scelta. Undici anni fa dopo la laurea in veterinaria all'università di Lusaka, ha deciso di cominciare ad allevare galline ovaiole. Oggi ne ha oltre 12mila, quindi significa che produce e vende 9mila uova al giorno. Della sua scelta racconta: "Posseggo tre ettari di terra e nel mio piccolo provo a sfruttarla nel modo più efficiente possibile. La mia non è un'attività di famiglia, ereditata dai genitori. La difficoltà più grande per me è conciliare la mia attività agricola con quella di moglie e mamma". C'è anche un'altra sfida per le donne imprenditrici che Evelyn ha dovuto affrontare: "Non abbiamo abbastanza accesso al denaro, ai finanziamenti. E non solo nel mio Paese". È così che, con le galline e la sua laurea, è diventata prima presidente del sindacato degli agricoltori dello Zambia. "Le donne non hanno idea dell'importanza del loro ruolo in agricoltura, penso soprattutto all'Africa e all'Asia, spesso non vanno neppure a scuola ma oggi senza conoscere la tecnologia non è più possibile lavorare". Se ormai non ci stupiamo di vedere prototipi come quello delle aziende agricole verticali, quei cubi presentati all'Expo nei quali non serve più la terra per coltivare ortaggi e cereali, è vero che in interi Paesi le donne non riescono neppure a sapere se l'indomani farà bel tempo o pioverà sui loro campi. Se dovesse scegliere le parole del suo mandato Evelyn Nguleka punterebbe su informazione, creatività e sicurezza alimentare: "Produrre cibo costa, produrre buon cibo ancora di più, mentre il mondo ci chiede di migliorare la qualità a un prezzo più basso". Per questo Evelyn Nguleka è andata alla conferenza sul Clima di Parigi a presentare le proposte degli agricoltori in termini di inquinamento. Lo aveva già fatto anche all'Expo di Milano sei mesi fa: "È presto però per dire se la discussione che si è avviata a Milano porterà frutti, ma sicuramente" spiega "il fatto che ci sia stata così tanta partecipazione ha aiutato a diffondere il messaggio". (da: "Se sono arrivata fin qui devo ringraziare le mie dodicimila galline", "Io Donna" ) Qual è la difficoltà più grande incontrata da Evelyn Nguleka? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le multinazionali del cibo tendono a essere maschili, ma nel mondo l'agricoltura è donna: il 70% è ancora frutto di piccole e medie attività spesso condotte solo da donne. Ma non è per questo che Evelyn Nguleka, quarantacinque anni, è diventata presidente dell'Organizzazione mondiale degli agricoltori (Wfo), che raccoglie le associazioni di oltre cinquanta Paesi ed ha sede a Roma. Evelyn Nguleka è agricoltore per scelta. Undici anni fa dopo la laurea in veterinaria all'università di Lusaka, ha deciso di cominciare ad allevare galline ovaiole. Oggi ne ha oltre 12mila, quindi significa che produce e vende 9mila uova al giorno. Della sua scelta racconta: "Posseggo tre ettari di terra e nel mio piccolo provo a sfruttarla nel modo più efficiente possibile. La mia non è un'attività di famiglia, ereditata dai genitori. La difficoltà più grande per me è conciliare la mia attività agricola con quella di moglie e mamma". C'è anche un'altra sfida per le donne imprenditrici che Evelyn ha dovuto affrontare: "Non abbiamo abbastanza accesso al denaro, ai finanziamenti. E non solo nel mio Paese". È così che, con le galline e la sua laurea, è diventata prima presidente del sindacato degli agricoltori dello Zambia. "Le donne non hanno idea dell'importanza del loro ruolo in agricoltura, penso soprattutto all'Africa e all'Asia, spesso non vanno neppure a scuola ma oggi senza conoscere la tecnologia non è più possibile lavorare". Se ormai non ci stupiamo di vedere prototipi come quello delle aziende agricole verticali, quei cubi presentati all'Expo nei quali non serve più la terra per coltivare ortaggi e cereali, è vero che in interi Paesi le donne non riescono neppure a sapere se l'indomani farà bel tempo o pioverà sui loro campi. Se dovesse scegliere le parole del suo mandato Evelyn Nguleka punterebbe su informazione, creatività e sicurezza alimentare: "Produrre cibo costa, produrre buon cibo ancora di più, mentre il mondo ci chiede di migliorare la qualità a un prezzo più basso". Per questo Evelyn Nguleka è andata alla conferenza sul Clima di Parigi a presentare le proposte degli agricoltori in termini di inquinamento. Lo aveva già fatto anche all'Expo di Milano sei mesi fa: "È presto però per dire se la discussione che si è avviata a Milano porterà frutti, ma sicuramente" spiega "il fatto che ci sia stata così tanta partecipazione ha aiutato a diffondere il messaggio". (da: "Se sono arrivata fin qui devo ringraziare le mie dodicimila galline", "Io Donna" ) Secondo Evelyn Nguleka cosa chiede il mondo oggi in merito al soggetto cibo? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le multinazionali del cibo tendono a essere maschili, ma nel mondo l'agricoltura è donna: il 70% è ancora frutto di piccole e medie attività spesso condotte solo da donne. Ma non è per questo che Evelyn Nguleka, quarantacinque anni, è diventata presidente dell'Organizzazione mondiale degli agricoltori (Wfo), che raccoglie le associazioni di oltre cinquanta Paesi ed ha sede a Roma. Evelyn Nguleka è agricoltore per scelta. Undici anni fa dopo la laurea in veterinaria all'università di Lusaka, ha deciso di cominciare ad allevare galline ovaiole. Oggi ne ha oltre 12mila, quindi significa che produce e vende 9mila uova al giorno. Della sua scelta racconta: "Posseggo tre ettari di terra e nel mio piccolo provo a sfruttarla nel modo più efficiente possibile. La mia non è un'attività di famiglia, ereditata dai genitori. La difficoltà più grande per me è conciliare la mia attività agricola con quella di moglie e mamma". C'è anche un'altra sfida per le donne imprenditrici che Evelyn ha dovuto affrontare: "Non abbiamo abbastanza accesso al denaro, ai finanziamenti. E non solo nel mio Paese". È così che, con le galline e la sua laurea, è diventata prima presidente del sindacato degli agricoltori dello Zambia. "Le donne non hanno idea dell'importanza del loro ruolo in agricoltura, penso soprattutto all'Africa e all'Asia, spesso non vanno neppure a scuola ma oggi senza conoscere la tecnologia non è più possibile lavorare". Se ormai non ci stupiamo di vedere prototipi come quello delle aziende agricole verticali, quei cubi presentati all'Expo nei quali non serve più la terra per coltivare ortaggi e cereali, è vero che in interi Paesi le donne non riescono neppure a sapere se l'indomani farà bel tempo o pioverà sui loro campi. Se dovesse scegliere le parole del suo mandato Evelyn Nguleka punterebbe su informazione, creatività e sicurezza alimentare: "Produrre cibo costa, produrre buon cibo ancora di più, mentre il mondo ci chiede di migliorare la qualità a un prezzo più basso". Per questo Evelyn Nguleka è andata alla conferenza sul Clima di Parigi a presentare le proposte degli agricoltori in termini di inquinamento. Lo aveva già fatto anche all'Expo di Milano sei mesi fa: "È presto però per dire se la discussione che si è avviata a Milano porterà frutti, ma sicuramente" spiega "il fatto che ci sia stata così tanta partecipazione ha aiutato a diffondere il messaggio". (da: "Se sono arrivata fin qui devo ringraziare le mie dodicimila galline", "Io Donna" ) Secondo quanto riportato nel brano, quale delle seguenti affermazioni è vera? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le multinazionali del cibo tendono a essere maschili, ma nel mondo l'agricoltura è donna: il 70% è ancora frutto di piccole e medie attività spesso condotte solo da donne. Ma non è per questo che Evelyn Nguleka, quarantacinque anni, è diventata presidente dell'Organizzazione mondiale degli agricoltori (Wfo), che raccoglie le associazioni di oltre cinquanta Paesi ed ha sede a Roma. Evelyn Nguleka è agricoltore per scelta. Undici anni fa dopo la laurea in veterinaria all'università di Lusaka, ha deciso di cominciare ad allevare galline ovaiole. Oggi ne ha oltre 12mila, quindi significa che produce e vende 9mila uova al giorno. Della sua scelta racconta: "Posseggo tre ettari di terra e nel mio piccolo provo a sfruttarla nel modo più efficiente possibile. La mia non è un'attività di famiglia, ereditata dai genitori. La difficoltà più grande per me è conciliare la mia attività agricola con quella di moglie e mamma". C'è anche un'altra sfida per le donne imprenditrici che Evelyn ha dovuto affrontare: "Non abbiamo abbastanza accesso al denaro, ai finanziamenti. E non solo nel mio Paese". È così che, con le galline e la sua laurea, è diventata prima presidente del sindacato degli agricoltori dello Zambia. "Le donne non hanno idea dell'importanza del loro ruolo in agricoltura, penso soprattutto all'Africa e all'Asia, spesso non vanno neppure a scuola ma oggi senza conoscere la tecnologia non è più possibile lavorare". Se ormai non ci stupiamo di vedere prototipi come quello delle aziende agricole verticali, quei cubi presentati all'Expo nei quali non serve più la terra per coltivare ortaggi e cereali, è vero che in interi Paesi le donne non riescono neppure a sapere se l'indomani farà bel tempo o pioverà sui loro campi. Se dovesse scegliere le parole del suo mandato Evelyn Nguleka punterebbe su informazione, creatività e sicurezza alimentare: "Produrre cibo costa, produrre buon cibo ancora di più, mentre il mondo ci chiede di migliorare la qualità a un prezzo più basso". Per questo Evelyn Nguleka è andata alla conferenza sul Clima di Parigi a presentare le proposte degli agricoltori in termini di inquinamento. Lo aveva già fatto anche all'Expo di Milano sei mesi fa: "È presto però per dire se la discussione che si è avviata a Milano porterà frutti, ma sicuramente" spiega "il fatto che ci sia stata così tanta partecipazione ha aiutato a diffondere il messaggio". (da: "Se sono arrivata fin qui devo ringraziare le mie dodicimila galline", "Io Donna" ) Dal brano si deduce che la definizione di agricoltura è: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le profonde riforme operate da Diocleziano e Costantino, seguite dalle modifiche introdotte dagli imperatori successivi e dai loro comandanti in capo, per fronteggiare una situazione che la crescente pressione delle popolazioni esterne e i problemi interni rendevano sempre più critica, resero l'esercito tardoromano assai diverso dall'armata legionaria del primo impero, sia per quanto riguarda la concezione strategica complessiva, sia sotto il profilo dell'organizzazione, delle tecniche di combattimento, della composizione etnica dei contingenti.La nuova concezione strategica distingueva le armate che presidiavano il confine appoggiandosi al sistema fortificato (Limitanei) da altri contingenti, distaccati dal limes o creati ex novo, che servivano come riserva mobile operante dove si rendesse necessario (Comitatenses); dapprima esclusivamente al seguito degli imperatori, queste truppe vennero presto suddivise per grandi aree regionali, offrendo una copertura a distanza dei diversi settori di confine. In effetti i dissesti del III secolo e le sperimentazioni effettuate con successo da alcuni protagonisti di quell'epoca, come Gallieno con le sue vexillationes, avevano reso evidente che il problema della difesa dell'impero non era geograficamente limitato alle province di confine, ma investiva tutto il territorio dello Stato e andava risolto mettendo al servizio dell'esercito tutte le risorse disponibili: un'impellenza gravida di conseguenze per la società e l'economia tardoantiche, che permise all'impero di durare più a lungo, ma determinò la militarizzazione di tutto il sistema.Nei primi secoli dell'impero, la fanteria pesante, fulcro dell'armata legionaria, era accompagnata, a seconda delle esigenze, da unità provinciali che nell'equipaggiamento si adeguavano meglio alle diverse tecniche di combattimento degli avversari; ora il processo di adattamento coinvolge tutto l'esercito e, sebbene le tattiche tradizionali non vengano del tutto abbandonate, l'influsso delle consuetudini germaniche, sarmatiche e dei Parti si fa preponderante. La cavalleria acquista un'importanza notevole perché risponde meglio alle esigenze della mobilità e perché indispensabile contro barbari che utilizzavano le tecniche del combattimento montato introdotte dai popoli delle steppe: ispirandosi ai Parti, si costituiscono unità di cavalleria pesante (cataphracti, clibanarii), introdotti dapprima per iniziativa di Alessandro Severo, di arcieri montati (equites sagittarii) e di lanceri (contarii), specialità che si rivelano assai efficaci quando vengono impiegate insieme. (da: "Milano capitale dell'impero romano", Silvana ed.) Relativamente ai Comitatenses, nel brano di dice che: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le profonde riforme operate da Diocleziano e Costantino, seguite dalle modifiche introdotte dagli imperatori successivi e dai loro comandanti in capo, per fronteggiare una situazione che la crescente pressione delle popolazioni esterne e i problemi interni rendevano sempre più critica, resero l'esercito tardoromano assai diverso dall'armata legionaria del primo impero, sia per quanto riguarda la concezione strategica complessiva, sia sotto il profilo dell'organizzazione, delle tecniche di combattimento, della composizione etnica dei contingenti.La nuova concezione strategica distingueva le armate che presidiavano il confine appoggiandosi al sistema fortificato (Limitanei) da altri contingenti, distaccati dal limes o creati ex novo, che servivano come riserva mobile operante dove si rendesse necessario (Comitatenses); dapprima esclusivamente al seguito degli imperatori, queste truppe vennero presto suddivise per grandi aree regionali, offrendo una copertura a distanza dei diversi settori di confine. In effetti i dissesti del III secolo e le sperimentazioni effettuate con successo da alcuni protagonisti di quell'epoca, come Gallieno con le sue vexillationes, avevano reso evidente che il problema della difesa dell'impero non era geograficamente limitato alle province di confine, ma investiva tutto il territorio dello Stato e andava risolto mettendo al servizio dell'esercito tutte le risorse disponibili: un'impellenza gravida di conseguenze per la società e l'economia tardoantiche, che permise all'impero di durare più a lungo, ma determinò la militarizzazione di tutto il sistema.Nei primi secoli dell'impero, la fanteria pesante, fulcro dell'armata legionaria, era accompagnata, a seconda delle esigenze, da unità provinciali che nell'equipaggiamento si adeguavano meglio alle diverse tecniche di combattimento degli avversari; ora il processo di adattamento coinvolge tutto l'esercito e, sebbene le tattiche tradizionali non vengano del tutto abbandonate, l'influsso delle consuetudini germaniche, sarmatiche e dei Parti si fa preponderante. La cavalleria acquista un'importanza notevole perché risponde meglio alle esigenze della mobilità e perché indispensabile contro barbari che utilizzavano le tecniche del combattimento montato introdotte dai popoli delle steppe: ispirandosi ai Parti, si costituiscono unità di cavalleria pesante (cataphracti, clibanarii), introdotti dapprima per iniziativa di Alessandro Severo, di arcieri montati (equites sagittarii) e di lanceri (contarii), specialità che si rivelano assai efficaci quando vengono impiegate insieme. (da: "Milano capitale dell'impero romano", Silvana ed.) Tra gli elementi che differenziano l'esercito tardoromano da quello del primo impero, NON si cita/citano: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le profonde riforme operate da Diocleziano e Costantino, seguite dalle modifiche introdotte dagli imperatori successivi e dai loro comandanti in capo, per fronteggiare una situazione che la crescente pressione delle popolazioni esterne e i problemi interni rendevano sempre più critica, resero l'esercito tardoromano assai diverso dall'armata legionaria del primo impero, sia per quanto riguarda la concezione strategica complessiva, sia sotto il profilo dell'organizzazione, delle tecniche di combattimento, della composizione etnica dei contingenti.La nuova concezione strategica distingueva le armate che presidiavano il confine appoggiandosi al sistema fortificato (Limitanei) da altri contingenti, distaccati dal limes o creati ex novo, che servivano come riserva mobile operante dove si rendesse necessario (Comitatenses); dapprima esclusivamente al seguito degli imperatori, queste truppe vennero presto suddivise per grandi aree regionali, offrendo una copertura a distanza dei diversi settori di confine. In effetti i dissesti del III secolo e le sperimentazioni effettuate con successo da alcuni protagonisti di quell'epoca, come Gallieno con le sue vexillationes, avevano reso evidente che il problema della difesa dell'impero non era geograficamente limitato alle province di confine, ma investiva tutto il territorio dello Stato e andava risolto mettendo al servizio dell'esercito tutte le risorse disponibili: un'impellenza gravida di conseguenze per la società e l'economia tardoantiche, che permise all'impero di durare più a lungo, ma determinò la militarizzazione di tutto il sistema.Nei primi secoli dell'impero, la fanteria pesante, fulcro dell'armata legionaria, era accompagnata, a seconda delle esigenze, da unità provinciali che nell'equipaggiamento si adeguavano meglio alle diverse tecniche di combattimento degli avversari; ora il processo di adattamento coinvolge tutto l'esercito e, sebbene le tattiche tradizionali non vengano del tutto abbandonate, l'influsso delle consuetudini germaniche, sarmatiche e dei Parti si fa preponderante. La cavalleria acquista un'importanza notevole perché risponde meglio alle esigenze della mobilità e perché indispensabile contro barbari che utilizzavano le tecniche del combattimento montato introdotte dai popoli delle steppe: ispirandosi ai Parti, si costituiscono unità di cavalleria pesante (cataphracti, clibanarii), introdotti dapprima per iniziativa di Alessandro Severo, di arcieri montati (equites sagittarii) e di lanceri (contarii), specialità che si rivelano assai efficaci quando vengono impiegate insieme. (da: "Milano capitale dell'impero romano", Silvana ed.) Per quale ragione l'esercito romano dell'alto impero faceva largo uso di unità provinciali? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le profonde riforme operate da Diocleziano e Costantino, seguite dalle modifiche introdotte dagli imperatori successivi e dai loro comandanti in capo, per fronteggiare una situazione che la crescente pressione delle popolazioni esterne e i problemi interni rendevano sempre più critica, resero l'esercito tardoromano assai diverso dall'armata legionaria del primo impero, sia per quanto riguarda la concezione strategica complessiva, sia sotto il profilo dell'organizzazione, delle tecniche di combattimento, della composizione etnica dei contingenti.La nuova concezione strategica distingueva le armate che presidiavano il confine appoggiandosi al sistema fortificato (Limitanei) da altri contingenti, distaccati dal limes o creati ex novo, che servivano come riserva mobile operante dove si rendesse necessario (Comitatenses); dapprima esclusivamente al seguito degli imperatori, queste truppe vennero presto suddivise per grandi aree regionali, offrendo una copertura a distanza dei diversi settori di confine. In effetti i dissesti del III secolo e le sperimentazioni effettuate con successo da alcuni protagonisti di quell'epoca, come Gallieno con le sue vexillationes, avevano reso evidente che il problema della difesa dell'impero non era geograficamente limitato alle province di confine, ma investiva tutto il territorio dello Stato e andava risolto mettendo al servizio dell'esercito tutte le risorse disponibili: un'impellenza gravida di conseguenze per la società e l'economia tardoantiche, che permise all'impero di durare più a lungo, ma determinò la militarizzazione di tutto il sistema.Nei primi secoli dell'impero, la fanteria pesante, fulcro dell'armata legionaria, era accompagnata, a seconda delle esigenze, da unità provinciali che nell'equipaggiamento si adeguavano meglio alle diverse tecniche di combattimento degli avversari; ora il processo di adattamento coinvolge tutto l'esercito e, sebbene le tattiche tradizionali non vengano del tutto abbandonate, l'influsso delle consuetudini germaniche, sarmatiche e dei Parti si fa preponderante. La cavalleria acquista un'importanza notevole perché risponde meglio alle esigenze della mobilità e perché indispensabile contro barbari che utilizzavano le tecniche del combattimento montato introdotte dai popoli delle steppe: ispirandosi ai Parti, si costituiscono unità di cavalleria pesante (cataphracti, clibanarii), introdotti dapprima per iniziativa di Alessandro Severo, di arcieri montati (equites sagittarii) e di lanceri (contarii), specialità che si rivelano assai efficaci quando vengono impiegate insieme. (da: "Milano capitale dell'impero romano", Silvana ed.) Secondo l'autore del brano, il prolungamento dell'esistenza dell'impero romano fu pagato con: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le profonde riforme operate da Diocleziano e Costantino, seguite dalle modifiche introdotte dagli imperatori successivi e dai loro comandanti in capo, per fronteggiare una situazione che la crescente pressione delle popolazioni esterne e i problemi interni rendevano sempre più critica, resero l'esercito tardoromano assai diverso dall'armata legionaria del primo impero, sia per quanto riguarda la concezione strategica complessiva, sia sotto il profilo dell'organizzazione, delle tecniche di combattimento, della composizione etnica dei contingenti.La nuova concezione strategica distingueva le armate che presidiavano il confine appoggiandosi al sistema fortificato (Limitanei) da altri contingenti, distaccati dal limes o creati ex novo, che servivano come riserva mobile operante dove si rendesse necessario (Comitatenses); dapprima esclusivamente al seguito degli imperatori, queste truppe vennero presto suddivise per grandi aree regionali, offrendo una copertura a distanza dei diversi settori di confine. In effetti i dissesti del III secolo e le sperimentazioni effettuate con successo da alcuni protagonisti di quell'epoca, come Gallieno con le sue vexillationes, avevano reso evidente che il problema della difesa dell'impero non era geograficamente limitato alle province di confine, ma investiva tutto il territorio dello Stato e andava risolto mettendo al servizio dell'esercito tutte le risorse disponibili: un'impellenza gravida di conseguenze per la società e l'economia tardoantiche, che permise all'impero di durare più a lungo, ma determinò la militarizzazione di tutto il sistema.Nei primi secoli dell'impero, la fanteria pesante, fulcro dell'armata legionaria, era accompagnata, a seconda delle esigenze, da unità provinciali che nell'equipaggiamento si adeguavano meglio alle diverse tecniche di combattimento degli avversari; ora il processo di adattamento coinvolge tutto l'esercito e, sebbene le tattiche tradizionali non vengano del tutto abbandonate, l'influsso delle consuetudini germaniche, sarmatiche e dei Parti si fa preponderante. La cavalleria acquista un'importanza notevole perché risponde meglio alle esigenze della mobilità e perché indispensabile contro barbari che utilizzavano le tecniche del combattimento montato introdotte dai popoli delle steppe: ispirandosi ai Parti, si costituiscono unità di cavalleria pesante (cataphracti, clibanarii), introdotti dapprima per iniziativa di Alessandro Severo, di arcieri montati (equites sagittarii) e di lanceri (contarii), specialità che si rivelano assai efficaci quando vengono impiegate insieme. (da: "Milano capitale dell'impero romano", Silvana ed.) Dal terzo secolo in poi, il problema militare dell'impero romano diventa: |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le scene di morte e miseria alle quali assistiamo e che si stanno verificando con frequenza crescente nelle acque del Mediterraneo e dell'Asia meridionale hanno riportato l'attenzione su una delle più antiche attività del genere umano: la migrazione. È giunto il momento di accettare la realtà: come le onde dei mari che molti migranti attraversano, il flusso e il riflusso dell'umano migrare è inarrestabile. È per questo motivo che la comunità internazionale deve occuparsi di migrazione e deve farlo con comprensione e compassione. Al momento sono circa 250 milioni i migranti che vivono e lavorano nel mondo, e nei prossimi mesi e anni sicuramente molti altri si aggiungeranno a loro.Dobbiamo pertanto predisporre politiche atte a gestire i flussi umani con modalità che arrechino benefici ai Paesi di origine, di transito e di destinazione dei migranti. E, naturalmente, dobbiamo garantire il loro stesso benessere. Tutto ciò ci sollecita a intervenire e, per cominciare, i leader dei Paesi di destinazione dei flussi migratori � a prescindere che si trovino in Europa, in Africa, nelle Americhe, in Asia o in Oceania � non dovrebbero voltare le spalle ai disperati e agli sventurati. Per molti burocrati eletti, le migrazioni pongono un complesso dilemma politico: come conciliare le rivendicazioni dei loro cittadini e gli interessi dei migranti. Devono quindi trovare il coraggio di addurre argomentazioni valide a favore di una politica umana per la migrazione. Troppo spesso, però, i migranti sono utilizzati come capri espiatori. Certo, gli immigrati devono accettare di adattarsi alle culture e alle consuetudini dei Paesi nei quali si stabiliscono. Ma, dal canto suo, l'opinione pubblica dei Paesi di destinazione dell'emigrazione deve riconoscere il ruolo cruciale che i nuovi arrivi possono rappresentare per l'economia del Paese. Di fatto, i migranti riempiono alcuni vuoti di competenze, svolgono mestieri dei quali altri non possono o non vogliono occuparsi, e sostituiscono una forza lavoro del Paese ospitante che invecchia o si riduce sempre più. Secondo l'Istituto per le ricerche economiche con sede a Monaco, la sola Germania entro il 2035 avrà bisogno di circa 32 milioni di immigrati, se intende mantenere un corretto equilibrio tra la sua popolazione in età da lavoro e quella non più in età da lavoro. (da: Kofi Annan, "Migranti, il realismo che serve") Qual è l'argomento del brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le scene di morte e miseria alle quali assistiamo e che si stanno verificando con frequenza crescente nelle acque del Mediterraneo e dell'Asia meridionale hanno riportato l'attenzione su una delle più antiche attività del genere umano: la migrazione. È giunto il momento di accettare la realtà: come le onde dei mari che molti migranti attraversano, il flusso e il riflusso dell'umano migrare è inarrestabile. È per questo motivo che la comunità internazionale deve occuparsi di migrazione e deve farlo con comprensione e compassione. Al momento sono circa 250 milioni i migranti che vivono e lavorano nel mondo, e nei prossimi mesi e anni sicuramente molti altri si aggiungeranno a loro.Dobbiamo pertanto predisporre politiche atte a gestire i flussi umani con modalità che arrechino benefici ai Paesi di origine, di transito e di destinazione dei migranti. E, naturalmente, dobbiamo garantire il loro stesso benessere. Tutto ciò ci sollecita a intervenire e, per cominciare, i leader dei Paesi di destinazione dei flussi migratori � a prescindere che si trovino in Europa, in Africa, nelle Americhe, in Asia o in Oceania � non dovrebbero voltare le spalle ai disperati e agli sventurati. Per molti burocrati eletti, le migrazioni pongono un complesso dilemma politico: come conciliare le rivendicazioni dei loro cittadini e gli interessi dei migranti. Devono quindi trovare il coraggio di addurre argomentazioni valide a favore di una politica umana per la migrazione. Troppo spesso, però, i migranti sono utilizzati come capri espiatori. Certo, gli immigrati devono accettare di adattarsi alle culture e alle consuetudini dei Paesi nei quali si stabiliscono. Ma, dal canto suo, l'opinione pubblica dei Paesi di destinazione dell'emigrazione deve riconoscere il ruolo cruciale che i nuovi arrivi possono rappresentare per l'economia del Paese. Di fatto, i migranti riempiono alcuni vuoti di competenze, svolgono mestieri dei quali altri non possono o non vogliono occuparsi, e sostituiscono una forza lavoro del Paese ospitante che invecchia o si riduce sempre più. Secondo l'Istituto per le ricerche economiche con sede a Monaco, la sola Germania entro il 2035 avrà bisogno di circa 32 milioni di immigrati, se intende mantenere un corretto equilibrio tra la sua popolazione in età da lavoro e quella non più in età da lavoro. (da: Kofi Annan, "Migranti, il realismo che serve") Secondo l'autore del brano, è necessario che la comunità internazionale affronti la tematica della migrazione perché: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le scene di morte e miseria alle quali assistiamo e che si stanno verificando con frequenza crescente nelle acque del Mediterraneo e dell'Asia meridionale hanno riportato l'attenzione su una delle più antiche attività del genere umano: la migrazione. È giunto il momento di accettare la realtà: come le onde dei mari che molti migranti attraversano, il flusso e il riflusso dell'umano migrare è inarrestabile. È per questo motivo che la comunità internazionale deve occuparsi di migrazione e deve farlo con comprensione e compassione. Al momento sono circa 250 milioni i migranti che vivono e lavorano nel mondo, e nei prossimi mesi e anni sicuramente molti altri si aggiungeranno a loro.Dobbiamo pertanto predisporre politiche atte a gestire i flussi umani con modalità che arrechino benefici ai Paesi di origine, di transito e di destinazione dei migranti. E, naturalmente, dobbiamo garantire il loro stesso benessere. Tutto ciò ci sollecita a intervenire e, per cominciare, i leader dei Paesi di destinazione dei flussi migratori � a prescindere che si trovino in Europa, in Africa, nelle Americhe, in Asia o in Oceania � non dovrebbero voltare le spalle ai disperati e agli sventurati. Per molti burocrati eletti, le migrazioni pongono un complesso dilemma politico: come conciliare le rivendicazioni dei loro cittadini e gli interessi dei migranti. Devono quindi trovare il coraggio di addurre argomentazioni valide a favore di una politica umana per la migrazione. Troppo spesso, però, i migranti sono utilizzati come capri espiatori. Certo, gli immigrati devono accettare di adattarsi alle culture e alle consuetudini dei Paesi nei quali si stabiliscono. Ma, dal canto suo, l'opinione pubblica dei Paesi di destinazione dell'emigrazione deve riconoscere il ruolo cruciale che i nuovi arrivi possono rappresentare per l'economia del Paese. Di fatto, i migranti riempiono alcuni vuoti di competenze, svolgono mestieri dei quali altri non possono o non vogliono occuparsi, e sostituiscono una forza lavoro del Paese ospitante che invecchia o si riduce sempre più. Secondo l'Istituto per le ricerche economiche con sede a Monaco, la sola Germania entro il 2035 avrà bisogno di circa 32 milioni di immigrati, se intende mantenere un corretto equilibrio tra la sua popolazione in età da lavoro e quella non più in età da lavoro. (da: Kofi Annan, "Migranti, il realismo che serve") Quale delle seguenti affermazioni NON è deducibile dal brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le scene di morte e miseria alle quali assistiamo e che si stanno verificando con frequenza crescente nelle acque del Mediterraneo e dell'Asia meridionale hanno riportato l'attenzione su una delle più antiche attività del genere umano: la migrazione. È giunto il momento di accettare la realtà: come le onde dei mari che molti migranti attraversano, il flusso e il riflusso dell'umano migrare è inarrestabile. È per questo motivo che la comunità internazionale deve occuparsi di migrazione e deve farlo con comprensione e compassione. Al momento sono circa 250 milioni i migranti che vivono e lavorano nel mondo, e nei prossimi mesi e anni sicuramente molti altri si aggiungeranno a loro.Dobbiamo pertanto predisporre politiche atte a gestire i flussi umani con modalità che arrechino benefici ai Paesi di origine, di transito e di destinazione dei migranti. E, naturalmente, dobbiamo garantire il loro stesso benessere. Tutto ciò ci sollecita a intervenire e, per cominciare, i leader dei Paesi di destinazione dei flussi migratori � a prescindere che si trovino in Europa, in Africa, nelle Americhe, in Asia o in Oceania � non dovrebbero voltare le spalle ai disperati e agli sventurati. Per molti burocrati eletti, le migrazioni pongono un complesso dilemma politico: come conciliare le rivendicazioni dei loro cittadini e gli interessi dei migranti. Devono quindi trovare il coraggio di addurre argomentazioni valide a favore di una politica umana per la migrazione. Troppo spesso, però, i migranti sono utilizzati come capri espiatori. Certo, gli immigrati devono accettare di adattarsi alle culture e alle consuetudini dei Paesi nei quali si stabiliscono. Ma, dal canto suo, l'opinione pubblica dei Paesi di destinazione dell'emigrazione deve riconoscere il ruolo cruciale che i nuovi arrivi possono rappresentare per l'economia del Paese. Di fatto, i migranti riempiono alcuni vuoti di competenze, svolgono mestieri dei quali altri non possono o non vogliono occuparsi, e sostituiscono una forza lavoro del Paese ospitante che invecchia o si riduce sempre più. Secondo l'Istituto per le ricerche economiche con sede a Monaco, la sola Germania entro il 2035 avrà bisogno di circa 32 milioni di immigrati, se intende mantenere un corretto equilibrio tra la sua popolazione in età da lavoro e quella non più in età da lavoro. (da: Kofi Annan, "Migranti, il realismo che serve") Quale delle seguenti affermazioni, in riferimento al brano, è corretta? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le scene di morte e miseria alle quali assistiamo e che si stanno verificando con frequenza crescente nelle acque del Mediterraneo e dell'Asia meridionale hanno riportato l'attenzione su una delle più antiche attività del genere umano: la migrazione. È giunto il momento di accettare la realtà: come le onde dei mari che molti migranti attraversano, il flusso e il riflusso dell'umano migrare è inarrestabile. È per questo motivo che la comunità internazionale deve occuparsi di migrazione e deve farlo con comprensione e compassione. Al momento sono circa 250 milioni i migranti che vivono e lavorano nel mondo, e nei prossimi mesi e anni sicuramente molti altri si aggiungeranno a loro.Dobbiamo pertanto predisporre politiche atte a gestire i flussi umani con modalità che arrechino benefici ai Paesi di origine, di transito e di destinazione dei migranti. E, naturalmente, dobbiamo garantire il loro stesso benessere. Tutto ciò ci sollecita a intervenire e, per cominciare, i leader dei Paesi di destinazione dei flussi migratori � a prescindere che si trovino in Europa, in Africa, nelle Americhe, in Asia o in Oceania � non dovrebbero voltare le spalle ai disperati e agli sventurati. Per molti burocrati eletti, le migrazioni pongono un complesso dilemma politico: come conciliare le rivendicazioni dei loro cittadini e gli interessi dei migranti. Devono quindi trovare il coraggio di addurre argomentazioni valide a favore di una politica umana per la migrazione. Troppo spesso, però, i migranti sono utilizzati come capri espiatori. Certo, gli immigrati devono accettare di adattarsi alle culture e alle consuetudini dei Paesi nei quali si stabiliscono. Ma, dal canto suo, l'opinione pubblica dei Paesi di destinazione dell'emigrazione deve riconoscere il ruolo cruciale che i nuovi arrivi possono rappresentare per l'economia del Paese. Di fatto, i migranti riempiono alcuni vuoti di competenze, svolgono mestieri dei quali altri non possono o non vogliono occuparsi, e sostituiscono una forza lavoro del Paese ospitante che invecchia o si riduce sempre più. Secondo l'Istituto per le ricerche economiche con sede a Monaco, la sola Germania entro il 2035 avrà bisogno di circa 32 milioni di immigrati, se intende mantenere un corretto equilibrio tra la sua popolazione in età da lavoro e quella non più in età da lavoro. (da: Kofi Annan, "Migranti, il realismo che serve") Quale delle seguenti affermazioni è deducibile dal brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le stupende pitture rupestri della grotta di Chauvet-Pont d'Arc, nella Francia meridionale, sono molto più antiche di quanto finora stimato. Risalirebbero infatti ad almeno 30.000 anni fa invece che a 22.000-18.000 anni fa. A stabilirlo è stato uno studio effettuato da un gruppo internazionale di ricercatori diretto da Anita Quiles, dell'Institut Français d'Archéologie Orientale del Cairo, e pubblicata sui "Proceedings of the National Academy of Sciences". Quiles e colleghi hanno confrontato 259 datazioni al radiocarbonio con i risultati ottenuti tramite altre tecniche di datazione. Sono così riusciti a ricostruire la storia dell'occupazione della grotta, che nel 2014 è stata riconosciuta dall'UNESCO patrimonio mondiale dell'umanità. I dati hanno confermato l'ipotesi di due distinte fasi di occupazione umana della grotta, ma retrodatandole: la prima sarebbe durata da 37.000 a 33.500 anni fa, e la seconda da 31.000 a 28.000 anni fa. La maggior parte delle ossa di animali trovate all'interno della grotta erano di orsi delle caverne, e risalgono tutte alla prima fase di occupazione, durante la quale forse la grotta non fu abitata in modo continuo, dato che la coabitazione di esseri umani e orsi è piuttosto improbabile. Inoltre, alcune pitture riportano graffiature sicuramente imputabili a unghie di orso. La fine della prima fase della storia della grotta sembrerebbe legata a una frana che si verificò circa 34.500 anni fa. Circa 28.000 anni fa fu nuovamente una frana che bloccò l'accesso alla grotta a segnare la fine del secondo periodo di occupazione umana.La precedente datazione delle pitture (22.000-18.000 anni fa) era basata sul confronto stilistico con pitture e graffiti di altri siti. Per quanto fossero state già eseguite datazioni al radiocarbonio che suggerivano una datazione anteriore, i risultati ottenuti erano discordanti e basati su un numero ridotto di campionamenti. Quiles e colleghi hanno quindi riesaminato tutte le singole datazioni finora eseguite, basate su campioni che spaziavano dai residui di carbone sul pavimento della caverna, ai disegni a carboncino alle incisioni sulle pareti fino alle ossa di animali trovati nella grotta. Hanno poi integrato queste datazioni con quelle ottenute con altre metodologie, da quella con termoluminescenza a quella al cloro-36. (Da: Redazione, Diecimila anni in più per le pitture rupestri di Chauvet, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Perché gli studiosi pensano che la prima fase di occupazione della grotta sia stata discontinua? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le stupende pitture rupestri della grotta di Chauvet-Pont d'Arc, nella Francia meridionale, sono molto più antiche di quanto finora stimato. Risalirebbero infatti ad almeno 30.000 anni fa invece che a 22.000-18.000 anni fa. A stabilirlo è stato uno studio effettuato da un gruppo internazionale di ricercatori diretto da Anita Quiles, dell'Institut Français d'Archéologie Orientale del Cairo, e pubblicata sui "Proceedings of the National Academy of Sciences". Quiles e colleghi hanno confrontato 259 datazioni al radiocarbonio con i risultati ottenuti tramite altre tecniche di datazione. Sono così riusciti a ricostruire la storia dell'occupazione della grotta, che nel 2014 è stata riconosciuta dall'UNESCO patrimonio mondiale dell'umanità. I dati hanno confermato l'ipotesi di due distinte fasi di occupazione umana della grotta, ma retrodatandole: la prima sarebbe durata da 37.000 a 33.500 anni fa, e la seconda da 31.000 a 28.000 anni fa. La maggior parte delle ossa di animali trovate all'interno della grotta erano di orsi delle caverne, e risalgono tutte alla prima fase di occupazione, durante la quale forse la grotta non fu abitata in modo continuo, dato che la coabitazione di esseri umani e orsi è piuttosto improbabile. Inoltre, alcune pitture riportano graffiature sicuramente imputabili a unghie di orso. La fine della prima fase della storia della grotta sembrerebbe legata a una frana che si verificò circa 34.500 anni fa. Circa 28.000 anni fa fu nuovamente una frana che bloccò l'accesso alla grotta a segnare la fine del secondo periodo di occupazione umana.La precedente datazione delle pitture (22.000-18.000 anni fa) era basata sul confronto stilistico con pitture e graffiti di altri siti. Per quanto fossero state già eseguite datazioni al radiocarbonio che suggerivano una datazione anteriore, i risultati ottenuti erano discordanti e basati su un numero ridotto di campionamenti. Quiles e colleghi hanno quindi riesaminato tutte le singole datazioni finora eseguite, basate su campioni che spaziavano dai residui di carbone sul pavimento della caverna, ai disegni a carboncino alle incisioni sulle pareti fino alle ossa di animali trovati nella grotta. Hanno poi integrato queste datazioni con quelle ottenute con altre metodologie, da quella con termoluminescenza a quella al cloro-36. (Da: Redazione, Diecimila anni in più per le pitture rupestri di Chauvet, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Nel brano si dice che la seconda frana: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le stupende pitture rupestri della grotta di Chauvet-Pont d'Arc, nella Francia meridionale, sono molto più antiche di quanto finora stimato. Risalirebbero infatti ad almeno 30.000 anni fa invece che a 22.000-18.000 anni fa. A stabilirlo è stato uno studio effettuato da un gruppo internazionale di ricercatori diretto da Anita Quiles, dell'Institut Français d'Archéologie Orientale del Cairo, e pubblicata sui "Proceedings of the National Academy of Sciences". Quiles e colleghi hanno confrontato 259 datazioni al radiocarbonio con i risultati ottenuti tramite altre tecniche di datazione. Sono così riusciti a ricostruire la storia dell'occupazione della grotta, che nel 2014 è stata riconosciuta dall'UNESCO patrimonio mondiale dell'umanità. I dati hanno confermato l'ipotesi di due distinte fasi di occupazione umana della grotta, ma retrodatandole: la prima sarebbe durata da 37.000 a 33.500 anni fa, e la seconda da 31.000 a 28.000 anni fa. La maggior parte delle ossa di animali trovate all'interno della grotta erano di orsi delle caverne, e risalgono tutte alla prima fase di occupazione, durante la quale forse la grotta non fu abitata in modo continuo, dato che la coabitazione di esseri umani e orsi è piuttosto improbabile. Inoltre, alcune pitture riportano graffiature sicuramente imputabili a unghie di orso. La fine della prima fase della storia della grotta sembrerebbe legata a una frana che si verificò circa 34.500 anni fa. Circa 28.000 anni fa fu nuovamente una frana che bloccò l'accesso alla grotta a segnare la fine del secondo periodo di occupazione umana.La precedente datazione delle pitture (22.000-18.000 anni fa) era basata sul confronto stilistico con pitture e graffiti di altri siti. Per quanto fossero state già eseguite datazioni al radiocarbonio che suggerivano una datazione anteriore, i risultati ottenuti erano discordanti e basati su un numero ridotto di campionamenti. Quiles e colleghi hanno quindi riesaminato tutte le singole datazioni finora eseguite, basate su campioni che spaziavano dai residui di carbone sul pavimento della caverna, ai disegni a carboncino alle incisioni sulle pareti fino alle ossa di animali trovati nella grotta. Hanno poi integrato queste datazioni con quelle ottenute con altre metodologie, da quella con termoluminescenza a quella al cloro-36. (Da: Redazione, Diecimila anni in più per le pitture rupestri di Chauvet, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Quale dei seguenti metodi NON è stato utilizzato per datare le pitture? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le stupende pitture rupestri della grotta di Chauvet-Pont d'Arc, nella Francia meridionale, sono molto più antiche di quanto finora stimato. Risalirebbero infatti ad almeno 30.000 anni fa invece che a 22.000-18.000 anni fa. A stabilirlo è stato uno studio effettuato da un gruppo internazionale di ricercatori diretto da Anita Quiles, dell'Institut Français d'Archéologie Orientale del Cairo, e pubblicata sui "Proceedings of the National Academy of Sciences". Quiles e colleghi hanno confrontato 259 datazioni al radiocarbonio con i risultati ottenuti tramite altre tecniche di datazione. Sono così riusciti a ricostruire la storia dell'occupazione della grotta, che nel 2014 è stata riconosciuta dall'UNESCO patrimonio mondiale dell'umanità. I dati hanno confermato l'ipotesi di due distinte fasi di occupazione umana della grotta, ma retrodatandole: la prima sarebbe durata da 37.000 a 33.500 anni fa, e la seconda da 31.000 a 28.000 anni fa. La maggior parte delle ossa di animali trovate all'interno della grotta erano di orsi delle caverne, e risalgono tutte alla prima fase di occupazione, durante la quale forse la grotta non fu abitata in modo continuo, dato che la coabitazione di esseri umani e orsi è piuttosto improbabile. Inoltre, alcune pitture riportano graffiature sicuramente imputabili a unghie di orso. La fine della prima fase della storia della grotta sembrerebbe legata a una frana che si verificò circa 34.500 anni fa. Circa 28.000 anni fa fu nuovamente una frana che bloccò l'accesso alla grotta a segnare la fine del secondo periodo di occupazione umana.La precedente datazione delle pitture (22.000-18.000 anni fa) era basata sul confronto stilistico con pitture e graffiti di altri siti. Per quanto fossero state già eseguite datazioni al radiocarbonio che suggerivano una datazione anteriore, i risultati ottenuti erano discordanti e basati su un numero ridotto di campionamenti. Quiles e colleghi hanno quindi riesaminato tutte le singole datazioni finora eseguite, basate su campioni che spaziavano dai residui di carbone sul pavimento della caverna, ai disegni a carboncino alle incisioni sulle pareti fino alle ossa di animali trovati nella grotta. Hanno poi integrato queste datazioni con quelle ottenute con altre metodologie, da quella con termoluminescenza a quella al cloro-36. (Da: Redazione, Diecimila anni in più per le pitture rupestri di Chauvet, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Quale delle seguenti affermazioni è desumibile dal brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Le stupende pitture rupestri della grotta di Chauvet-Pont d'Arc, nella Francia meridionale, sono molto più antiche di quanto finora stimato. Risalirebbero infatti ad almeno 30.000 anni fa invece che a 22.000-18.000 anni fa. A stabilirlo è stato uno studio effettuato da un gruppo internazionale di ricercatori diretto da Anita Quiles, dell'Institut Français d'Archéologie Orientale del Cairo, e pubblicata sui "Proceedings of the National Academy of Sciences". Quiles e colleghi hanno confrontato 259 datazioni al radiocarbonio con i risultati ottenuti tramite altre tecniche di datazione. Sono così riusciti a ricostruire la storia dell'occupazione della grotta, che nel 2014 è stata riconosciuta dall'UNESCO patrimonio mondiale dell'umanità. I dati hanno confermato l'ipotesi di due distinte fasi di occupazione umana della grotta, ma retrodatandole: la prima sarebbe durata da 37.000 a 33.500 anni fa, e la seconda da 31.000 a 28.000 anni fa. La maggior parte delle ossa di animali trovate all'interno della grotta erano di orsi delle caverne, e risalgono tutte alla prima fase di occupazione, durante la quale forse la grotta non fu abitata in modo continuo, dato che la coabitazione di esseri umani e orsi è piuttosto improbabile. Inoltre, alcune pitture riportano graffiature sicuramente imputabili a unghie di orso. La fine della prima fase della storia della grotta sembrerebbe legata a una frana che si verificò circa 34.500 anni fa. Circa 28.000 anni fa fu nuovamente una frana che bloccò l'accesso alla grotta a segnare la fine del secondo periodo di occupazione umana.La precedente datazione delle pitture (22.000-18.000 anni fa) era basata sul confronto stilistico con pitture e graffiti di altri siti. Per quanto fossero state già eseguite datazioni al radiocarbonio che suggerivano una datazione anteriore, i risultati ottenuti erano discordanti e basati su un numero ridotto di campionamenti. Quiles e colleghi hanno quindi riesaminato tutte le singole datazioni finora eseguite, basate su campioni che spaziavano dai residui di carbone sul pavimento della caverna, ai disegni a carboncino alle incisioni sulle pareti fino alle ossa di animali trovati nella grotta. Hanno poi integrato queste datazioni con quelle ottenute con altre metodologie, da quella con termoluminescenza a quella al cloro-36. (Da: Redazione, Diecimila anni in più per le pitture rupestri di Chauvet, "Le Scienze", Gedi Gruppo Editoriale Spa, 2017) Su cosa era basata la datazione delle pitture della grotta a 22.000-18.000 anni fa? |
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Leggere attentamente il seguente brano. Le profonde riforme operate da Diocleziano e Costantino, seguite dalle modifiche introdotte dagli imperatori successivi e dai loro comandanti in capo, per fronteggiare una situazione che la crescente pressione delle popolazioni esterne e i problemi interni rendevano sempre più critica, resero l'esercito tardoromano assai diverso dall'armata legionaria del primo impero, sia per quanto riguarda la concezione strategica complessiva, sia sotto il profilo dell'organizzazione, delle tecniche di combattimento, della composizione etnica dei contingenti.La nuova concezione strategica distingueva le armate che presidiavano il confine appoggiandosi al sistema fortificato (Limitanei) da altri contingenti, distaccati dal limes o creati ex novo, che servivano come riserva mobile operante dove si rendesse necessario (Comitatenses); dapprima esclusivamente al seguito degli imperatori, queste truppe vennero presto suddivise per grandi aree regionali, offrendo una copertura a distanza dei diversi settori di confine. In effetti i dissesti del III secolo e le sperimentazioni effettuate con successo da alcuni protagonisti di quell'epoca, come Gallieno con le sue vexillationes, avevano reso evidente che il problema della difesa dell'impero non era geograficamente limitato alle province di confine, ma investiva tutto il territorio dello Stato e andava risolto mettendo al servizio dell'esercito tutte le risorse disponibili: un'impellenza gravida di conseguenze per la società e l'economia tardoantiche, che permise all'impero di durare più a lungo, ma determinò la militarizzazione di tutto il sistema.Nei primi secoli dell'impero, la fanteria pesante, fulcro dell'armata legionaria, era accompagnata, a seconda delle esigenze, da unità provinciali che nell'equipaggiamento si adeguavano meglio alle diverse tecniche di combattimento degli avversari; ora il processo di adattamento coinvolge tutto l'esercito e, sebbene le tattiche tradizionali non vengano del tutto abbandonate, l'influsso delle consuetudini germaniche, sarmatiche e dei Parti si fa preponderante. La cavalleria acquista un'importanza notevole perché risponde meglio alle esigenze della mobilità e perché indispensabile contro barbari che utilizzavano le tecniche del combattimento montato introdotte dai popoli delle steppe: ispirandosi ai Parti, si costituiscono unità di cavalleria pesante (cataphracti, clibanarii), introdotti dapprima per iniziativa di Alessandro Severo, di arcieri montati (equites sagittarii) e di lanceri (contarii), specialità che si rivelano assai efficaci quando vengono impiegate insieme. (da: "Milano capitale dell'impero romano", Silvana ed.) Per quale ragione l'esercito romano dell'alto impero faceva largo uso di unità provinciali?