Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Guardia di Finanza Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018  Esercitati su questo Quiz  |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nell'estate del 2011, quando i mercati finanziari di tutto il mondo hanno cominciato a scommettere contro l'Italia e la sostenibilità del suo debito pubblico, tra le società che hanno maggiormente sofferto per le perdite di valore di BOT e CCT ci sono state le Generali. Le azioni della compagnia triestina, il terzo gruppo assicurativo europeo dopo Allianz e Axa, sono scese fino al 20% in Borsa, penalizzate dalla presenza di un largo portafoglio di obbligazioni della repubblica (circa 50 miliardi di euro). Fino a poco tempo prima quegli investimenti, necessari a fronteggiare gli impegni che il Leone triestino ha nei confronti dei suoi clienti italiani, erano considerati dagli analisti particolarmente prudenti e 'sicuri', ma la crisi delle economie europee ne ha improvvisamente mostrato un lato nascosto. E i manager delle Generali hanno avuto la conferma di una dipendenza dall'Italia (e dal suo debito pubblico) che da tempo giudicano eccessiva. Le previsioni di crescita delle economie mature europee, crisi a parte, sono modeste e così l'espansione all'estero è divenuta da anni una scelta obbligata per assicurare alla compagnia un orizzonte di sviluppo a lungo termine. Se nel 2003 la percentuale dei premi raccolti nel mercato domestico [1] era pari al 39%, nel primo semestre del 2011 la stessa quota era scesa al 27,7%. Nel corso del tempo le Generali sono divenute il secondo assicuratore in Francia e Germania e in molti altri Paesi, soprattutto in Europa, lottano per le prime posizioni. Le nuove direttrici di marcia guardano soprattutto alla Cina, all'India, all'Europa orientale. Il clamoroso scontro al vertice che nel 2011 ha caratterizzato le vicende del Leone italiano, con il dimissionamento del presidente del gruppo Cesare Geronzi a meno di un anno dal suo insediamento, può essere almeno in parte spiegato anche alla luce degli obiettivi di crescita all'estero. Non che Geronzi si sia mai dichiarato contrario a quell'indirizzo, ma all'inizio del suo mandato aveva parlato del futuro della società soprattutto al servizio di un "ruolo di sistema" in Italia. E nell'intervista rilasciata nel febbraio del 2011 al Financial Times, in seguito alla quale il Consiglio di amministrazione gli ha revocato la fiducia, Geronzi ipotizzava investimenti nel settore del credito nella penisola. (da: Riccardo Sabbatini, "Il Leone nella tempesta") Cosa si può intuire dalla lettura del brano? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nell'estate del 2011, quando i mercati finanziari di tutto il mondo hanno cominciato a scommettere contro l'Italia e la sostenibilità del suo debito pubblico, tra le società che hanno maggiormente sofferto per le perdite di valore di BOT e CCT ci sono state le Generali. Le azioni della compagnia triestina, il terzo gruppo assicurativo europeo dopo Allianz e Axa, sono scese fino al 20% in Borsa, penalizzate dalla presenza di un largo portafoglio di obbligazioni della repubblica (circa 50 miliardi di euro). Fino a poco tempo prima quegli investimenti, necessari a fronteggiare gli impegni che il Leone triestino ha nei confronti dei suoi clienti italiani, erano considerati dagli analisti particolarmente prudenti e 'sicuri', ma la crisi delle economie europee ne ha improvvisamente mostrato un lato nascosto. E i manager delle Generali hanno avuto la conferma di una dipendenza dall'Italia (e dal suo debito pubblico) che da tempo giudicano eccessiva. Le previsioni di crescita delle economie mature europee, crisi a parte, sono modeste e così l'espansione all'estero è divenuta da anni una scelta obbligata per assicurare alla compagnia un orizzonte di sviluppo a lungo termine. Se nel 2003 la percentuale dei premi raccolti nel mercato domestico [1] era pari al 39%, nel primo semestre del 2011 la stessa quota era scesa al 27,7%. Nel corso del tempo le Generali sono divenute il secondo assicuratore in Francia e Germania e in molti altri Paesi, soprattutto in Europa, lottano per le prime posizioni. Le nuove direttrici di marcia guardano soprattutto alla Cina, all'India, all'Europa orientale. Il clamoroso scontro al vertice che nel 2011 ha caratterizzato le vicende del Leone italiano, con il dimissionamento del presidente del gruppo Cesare Geronzi a meno di un anno dal suo insediamento, può essere almeno in parte spiegato anche alla luce degli obiettivi di crescita all'estero. Non che Geronzi si sia mai dichiarato contrario a quell'indirizzo, ma all'inizio del suo mandato aveva parlato del futuro della società soprattutto al servizio di un "ruolo di sistema" in Italia. E nell'intervista rilasciata nel febbraio del 2011 al Financial Times, in seguito alla quale il Consiglio di amministrazione gli ha revocato la fiducia, Geronzi ipotizzava investimenti nel settore del credito nella penisola. (da: Riccardo Sabbatini, "Il Leone nella tempesta") Dalla lettura del brano si evince che prevalentemente si parla di: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nell'estate del 2011, quando i mercati finanziari di tutto il mondo hanno cominciato a scommettere contro l'Italia e la sostenibilità del suo debito pubblico, tra le società che hanno maggiormente sofferto per le perdite di valore di BOT e CCT ci sono state le Generali. Le azioni della compagnia triestina, il terzo gruppo assicurativo europeo dopo Allianz e Axa, sono scese fino al 20% in Borsa, penalizzate dalla presenza di un largo portafoglio di obbligazioni della repubblica (circa 50 miliardi di euro). Fino a poco tempo prima quegli investimenti, necessari a fronteggiare gli impegni che il Leone triestino ha nei confronti dei suoi clienti italiani, erano considerati dagli analisti particolarmente prudenti e 'sicuri', ma la crisi delle economie europee ne ha improvvisamente mostrato un lato nascosto. E i manager delle Generali hanno avuto la conferma di una dipendenza dall'Italia (e dal suo debito pubblico) che da tempo giudicano eccessiva. Le previsioni di crescita delle economie mature europee, crisi a parte, sono modeste e così l'espansione all'estero è divenuta da anni una scelta obbligata per assicurare alla compagnia un orizzonte di sviluppo a lungo termine. Se nel 2003 la percentuale dei premi raccolti nel mercato domestico [1] era pari al 39%, nel primo semestre del 2011 la stessa quota era scesa al 27,7%. Nel corso del tempo le Generali sono divenute il secondo assicuratore in Francia e Germania e in molti altri Paesi, soprattutto in Europa, lottano per le prime posizioni. Le nuove direttrici di marcia guardano soprattutto alla Cina, all'India, all'Europa orientale. Il clamoroso scontro al vertice che nel 2011 ha caratterizzato le vicende del Leone italiano, con il dimissionamento del presidente del gruppo Cesare Geronzi a meno di un anno dal suo insediamento, può essere almeno in parte spiegato anche alla luce degli obiettivi di crescita all'estero. Non che Geronzi si sia mai dichiarato contrario a quell'indirizzo, ma all'inizio del suo mandato aveva parlato del futuro della società soprattutto al servizio di un "ruolo di sistema" in Italia. E nell'intervista rilasciata nel febbraio del 2011 al Financial Times, in seguito alla quale il Consiglio di amministrazione gli ha revocato la fiducia, Geronzi ipotizzava investimenti nel settore del credito nella penisola. (da: Riccardo Sabbatini, "Il Leone nella tempesta") Quale delle seguenti affermazioni NON è contenuta nel brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nell'estate del 2011, quando i mercati finanziari di tutto il mondo hanno cominciato a scommettere contro l'Italia e la sostenibilità del suo debito pubblico, tra le società che hanno maggiormente sofferto per le perdite di valore di BOT e CCT ci sono state le Generali. Le azioni della compagnia triestina, il terzo gruppo assicurativo europeo dopo Allianz e Axa, sono scese fino al 20% in Borsa, penalizzate dalla presenza di un largo portafoglio di obbligazioni della repubblica (circa 50 miliardi di euro). Fino a poco tempo prima quegli investimenti, necessari a fronteggiare gli impegni che il Leone triestino ha nei confronti dei suoi clienti italiani, erano considerati dagli analisti particolarmente prudenti e 'sicuri', ma la crisi delle economie europee ne ha improvvisamente mostrato un lato nascosto. E i manager delle Generali hanno avuto la conferma di una dipendenza dall'Italia (e dal suo debito pubblico) che da tempo giudicano eccessiva. Le previsioni di crescita delle economie mature europee, crisi a parte, sono modeste e così l'espansione all'estero è divenuta da anni una scelta obbligata per assicurare alla compagnia un orizzonte di sviluppo a lungo termine. Se nel 2003 la percentuale dei premi raccolti nel mercato domestico [1] era pari al 39%, nel primo semestre del 2011 la stessa quota era scesa al 27,7%. Nel corso del tempo le Generali sono divenute il secondo assicuratore in Francia e Germania e in molti altri Paesi, soprattutto in Europa, lottano per le prime posizioni. Le nuove direttrici di marcia guardano soprattutto alla Cina, all'India, all'Europa orientale. Il clamoroso scontro al vertice che nel 2011 ha caratterizzato le vicende del Leone italiano, con il dimissionamento del presidente del gruppo Cesare Geronzi a meno di un anno dal suo insediamento, può essere almeno in parte spiegato anche alla luce degli obiettivi di crescita all'estero. Non che Geronzi si sia mai dichiarato contrario a quell'indirizzo, ma all'inizio del suo mandato aveva parlato del futuro della società soprattutto al servizio di un "ruolo di sistema" in Italia. E nell'intervista rilasciata nel febbraio del 2011 al Financial Times, in seguito alla quale il Consiglio di amministrazione gli ha revocato la fiducia, Geronzi ipotizzava investimenti nel settore del credito nella penisola. (da: Riccardo Sabbatini, "Il Leone nella tempesta") Cosa si può dedurre dalla lettura del brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nell'estate del 2011, quando i mercati finanziari di tutto il mondo hanno cominciato a scommettere contro l'Italia e la sostenibilità del suo debito pubblico, tra le società che hanno maggiormente sofferto per le perdite di valore di BOT e CCT ci sono state le Generali. Le azioni della compagnia triestina, il terzo gruppo assicurativo europeo dopo Allianz e Axa, sono scese fino al 20% in Borsa, penalizzate dalla presenza di un largo portafoglio di obbligazioni della repubblica (circa 50 miliardi di euro). Fino a poco tempo prima quegli investimenti, necessari a fronteggiare gli impegni che il Leone triestino ha nei confronti dei suoi clienti italiani, erano considerati dagli analisti particolarmente prudenti e 'sicuri', ma la crisi delle economie europee ne ha improvvisamente mostrato un lato nascosto. E i manager delle Generali hanno avuto la conferma di una dipendenza dall'Italia (e dal suo debito pubblico) che da tempo giudicano eccessiva. Le previsioni di crescita delle economie mature europee, crisi a parte, sono modeste e così l'espansione all'estero è divenuta da anni una scelta obbligata per assicurare alla compagnia un orizzonte di sviluppo a lungo termine. Se nel 2003 la percentuale dei premi raccolti nel mercato domestico [1] era pari al 39%, nel primo semestre del 2011 la stessa quota era scesa al 27,7%. Nel corso del tempo le Generali sono divenute il secondo assicuratore in Francia e Germania e in molti altri Paesi, soprattutto in Europa, lottano per le prime posizioni. Le nuove direttrici di marcia guardano soprattutto alla Cina, all'India, all'Europa orientale. Il clamoroso scontro al vertice che nel 2011 ha caratterizzato le vicende del Leone italiano, con il dimissionamento del presidente del gruppo Cesare Geronzi a meno di un anno dal suo insediamento, può essere almeno in parte spiegato anche alla luce degli obiettivi di crescita all'estero. Non che Geronzi si sia mai dichiarato contrario a quell'indirizzo, ma all'inizio del suo mandato aveva parlato del futuro della società soprattutto al servizio di un "ruolo di sistema" in Italia. E nell'intervista rilasciata nel febbraio del 2011 al Financial Times, in seguito alla quale il Consiglio di amministrazione gli ha revocato la fiducia, Geronzi ipotizzava investimenti nel settore del credito nella penisola. (da: Riccardo Sabbatini, "Il Leone nella tempesta") Quale significato ha, nel contesto, il termine "domestico" [1]? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nell'ottava bolgia, delle dieci dell'ottavo cerchio del suo Inferno, Dante condanna senza mezzi termini i consiglieri fraudolenti [1] della sua Firenze. Li paragona a "lingue di fuoco", perché ha voluto creare un contrappasso adeguato alla complessità della colpa di questi "ladron", che ingannarono le loro vittime (soprattutto con l'arte oratoria), nascondendo dietro false intenzioni il loro vero scopo, per cui adesso sono costretti a restare nascosti per sempre da un fuoco che li brucia dolorosamente, rubando l'immagine della loro forma fisica, così come nella loro vita essi furono ladri della buona fede altrui. Ma quando viene a sapere che tra i dannati vi è pure Ulisse, l'atteggiamento di Dante cambia completamente. Al pari degli altri dannati, Ulisse viene presentato come un uomo chiuso in se stesso, anche se in quel momento è desideroso di parlare coi due inaspettati ospiti (Dante e Virgilio). Di fronte alla grandezza d'un personaggio del genere, osannato [2] da tutta la letteratura greca e latina, Dante si sente piccolo e avverte di dover fare molta attenzione a misurarsi con lui. Anzi, temendo troppo il confronto con un personaggio del genere, il poeta non s'arrischia neppure d'interrogarlo e lascia che al suo posto lo faccia Virgilio. [...] Ulisse viene messo all'Inferno per delle colpe che costituirono tra gli intellettuali, i politici, i militari dell'antichità un motivo di vanto o comunque una necessità del tutto scusabile, specie se in condizioni di guerra o di pericolo; per delle colpe che forse avrebbero dovuto essere controbilanciate dai suoi meriti personali (Ulisse in fondo era simbolo del coraggio, della ragione, dell'astuzia, della ricerca, della curiosità, della esplorazione...); per delle colpe che per un eroe "pagano" erano tali sino a un certo punto e forse per le quali avrebbe meritato il Purgatorio. Dante sa bene d'aver subito in gioventù il fascino della personalità dell'eroe omerico, esattamente come tutti gli intellettuali che l'avevano preceduto, da Orazio a Seneca, a Cicerone, che avevano sottolineato di Ulisse il patrimonio di conoscenze e di saggezza conquistato nel suo avventuroso viaggio e ne avevano fatto il simbolo della virtù (humanitas) intesa come profondo ed insaziabile desiderio dell'uomo della conoscenza. [...] Orazio definisce Ulisse "modello di virtù e di sapienza". Seneca accosta Ulisse ed Ercole celebrandoli come uomini "vincitori di ogni genere di paure". Soprattutto Cicerone, commentando l'episodio dell'incontro di Ulisse con le Sirene dice dell'eroe: "le Sirene gli promettono la conoscenza: non deve quindi meravigliare se ad Ulisse, questa apparisse più cara della patria, tanto era desideroso di conoscenza". Il motivo di fondo per cui Dante mette Ulisse all'Inferno non è semplicemente per il suo ateismo o per il fatto che avesse una concezione del tutto formale della religiosità, ma per il fatto che nel proprio ateismo egli non tenesse in alcuna considerazione gli umani sentimenti. Non dobbiamo dimenticare che Dante, pur non essendo un cattolico integralista, non era neppure un laico. Egli è consapevole di non poter condannare all'Inferno un uomo che tentò di attraversare lo stretto di Gibilterra, ma il dovere "religioso" gli impone di doverlo fare, in quanto l'Ulisse ateo mandò a morte i suoi compagni. (Da: "L'Ulisse di Dante", http://www.homolaicus.com/) Quale delle seguenti affermazioni NON è deducibile dal brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nell'ottava bolgia, delle dieci dell'ottavo cerchio del suo Inferno, Dante condanna senza mezzi termini i consiglieri fraudolenti [1] della sua Firenze. Li paragona a "lingue di fuoco", perché ha voluto creare un contrappasso adeguato alla complessità della colpa di questi "ladron", che ingannarono le loro vittime (soprattutto con l'arte oratoria), nascondendo dietro false intenzioni il loro vero scopo, per cui adesso sono costretti a restare nascosti per sempre da un fuoco che li brucia dolorosamente, rubando l'immagine della loro forma fisica, così come nella loro vita essi furono ladri della buona fede altrui. Ma quando viene a sapere che tra i dannati vi è pure Ulisse, l'atteggiamento di Dante cambia completamente. Al pari degli altri dannati, Ulisse viene presentato come un uomo chiuso in se stesso, anche se in quel momento è desideroso di parlare coi due inaspettati ospiti (Dante e Virgilio). Di fronte alla grandezza d'un personaggio del genere, osannato [2] da tutta la letteratura greca e latina, Dante si sente piccolo e avverte di dover fare molta attenzione a misurarsi con lui. Anzi, temendo troppo il confronto con un personaggio del genere, il poeta non s'arrischia neppure d'interrogarlo e lascia che al suo posto lo faccia Virgilio. [...] Ulisse viene messo all'Inferno per delle colpe che costituirono tra gli intellettuali, i politici, i militari dell'antichità un motivo di vanto o comunque una necessità del tutto scusabile, specie se in condizioni di guerra o di pericolo; per delle colpe che forse avrebbero dovuto essere controbilanciate dai suoi meriti personali (Ulisse in fondo era simbolo del coraggio, della ragione, dell'astuzia, della ricerca, della curiosità, della esplorazione...); per delle colpe che per un eroe "pagano" erano tali sino a un certo punto e forse per le quali avrebbe meritato il Purgatorio. Dante sa bene d'aver subito in gioventù il fascino della personalità dell'eroe omerico, esattamente come tutti gli intellettuali che l'avevano preceduto, da Orazio a Seneca, a Cicerone, che avevano sottolineato di Ulisse il patrimonio di conoscenze e di saggezza conquistato nel suo avventuroso viaggio e ne avevano fatto il simbolo della virtù (humanitas) intesa come profondo ed insaziabile desiderio dell'uomo della conoscenza. [...] Orazio definisce Ulisse "modello di virtù e di sapienza". Seneca accosta Ulisse ed Ercole celebrandoli come uomini "vincitori di ogni genere di paure". Soprattutto Cicerone, commentando l'episodio dell'incontro di Ulisse con le Sirene dice dell'eroe: "le Sirene gli promettono la conoscenza: non deve quindi meravigliare se ad Ulisse, questa apparisse più cara della patria, tanto era desideroso di conoscenza". Il motivo di fondo per cui Dante mette Ulisse all'Inferno non è semplicemente per il suo ateismo o per il fatto che avesse una concezione del tutto formale della religiosità, ma per il fatto che nel proprio ateismo egli non tenesse in alcuna considerazione gli umani sentimenti. Non dobbiamo dimenticare che Dante, pur non essendo un cattolico integralista, non era neppure un laico. Egli è consapevole di non poter condannare all'Inferno un uomo che tentò di attraversare lo stretto di Gibilterra, ma il dovere "religioso" gli impone di doverlo fare, in quanto l'Ulisse ateo mandò a morte i suoi compagni. (Da: "L'Ulisse di Dante", http://www.homolaicus.com/) Quale delle seguenti affermazioni è deducibile dal brano? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nell'ottava bolgia, delle dieci dell'ottavo cerchio del suo Inferno, Dante condanna senza mezzi termini i consiglieri fraudolenti [1] della sua Firenze. Li paragona a "lingue di fuoco", perché ha voluto creare un contrappasso adeguato alla complessità della colpa di questi "ladron", che ingannarono le loro vittime (soprattutto con l'arte oratoria), nascondendo dietro false intenzioni il loro vero scopo, per cui adesso sono costretti a restare nascosti per sempre da un fuoco che li brucia dolorosamente, rubando l'immagine della loro forma fisica, così come nella loro vita essi furono ladri della buona fede altrui. Ma quando viene a sapere che tra i dannati vi è pure Ulisse, l'atteggiamento di Dante cambia completamente. Al pari degli altri dannati, Ulisse viene presentato come un uomo chiuso in se stesso, anche se in quel momento è desideroso di parlare coi due inaspettati ospiti (Dante e Virgilio). Di fronte alla grandezza d'un personaggio del genere, osannato [2] da tutta la letteratura greca e latina, Dante si sente piccolo e avverte di dover fare molta attenzione a misurarsi con lui. Anzi, temendo troppo il confronto con un personaggio del genere, il poeta non s'arrischia neppure d'interrogarlo e lascia che al suo posto lo faccia Virgilio. [...] Ulisse viene messo all'Inferno per delle colpe che costituirono tra gli intellettuali, i politici, i militari dell'antichità un motivo di vanto o comunque una necessità del tutto scusabile, specie se in condizioni di guerra o di pericolo; per delle colpe che forse avrebbero dovuto essere controbilanciate dai suoi meriti personali (Ulisse in fondo era simbolo del coraggio, della ragione, dell'astuzia, della ricerca, della curiosità, della esplorazione...); per delle colpe che per un eroe "pagano" erano tali sino a un certo punto e forse per le quali avrebbe meritato il Purgatorio. Dante sa bene d'aver subito in gioventù il fascino della personalità dell'eroe omerico, esattamente come tutti gli intellettuali che l'avevano preceduto, da Orazio a Seneca, a Cicerone, che avevano sottolineato di Ulisse il patrimonio di conoscenze e di saggezza conquistato nel suo avventuroso viaggio e ne avevano fatto il simbolo della virtù (humanitas) intesa come profondo ed insaziabile desiderio dell'uomo della conoscenza. [...] Orazio definisce Ulisse "modello di virtù e di sapienza". Seneca accosta Ulisse ed Ercole celebrandoli come uomini "vincitori di ogni genere di paure". Soprattutto Cicerone, commentando l'episodio dell'incontro di Ulisse con le Sirene dice dell'eroe: "le Sirene gli promettono la conoscenza: non deve quindi meravigliare se ad Ulisse, questa apparisse più cara della patria, tanto era desideroso di conoscenza". Il motivo di fondo per cui Dante mette Ulisse all'Inferno non è semplicemente per il suo ateismo o per il fatto che avesse una concezione del tutto formale della religiosità, ma per il fatto che nel proprio ateismo egli non tenesse in alcuna considerazione gli umani sentimenti. Non dobbiamo dimenticare che Dante, pur non essendo un cattolico integralista, non era neppure un laico. Egli è consapevole di non poter condannare all'Inferno un uomo che tentò di attraversare lo stretto di Gibilterra, ma il dovere "religioso" gli impone di doverlo fare, in quanto l'Ulisse ateo mandò a morte i suoi compagni. (Da: "L'Ulisse di Dante", http://www.homolaicus.com/) Quale dei seguenti termini può sostituire il termine "osannato" [2] senza cambiare il senso della frase? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nell'ottava bolgia, delle dieci dell'ottavo cerchio del suo Inferno, Dante condanna senza mezzi termini i consiglieri fraudolenti [1] della sua Firenze. Li paragona a "lingue di fuoco", perché ha voluto creare un contrappasso adeguato alla complessità della colpa di questi "ladron", che ingannarono le loro vittime (soprattutto con l'arte oratoria), nascondendo dietro false intenzioni il loro vero scopo, per cui adesso sono costretti a restare nascosti per sempre da un fuoco che li brucia dolorosamente, rubando l'immagine della loro forma fisica, così come nella loro vita essi furono ladri della buona fede altrui. Ma quando viene a sapere che tra i dannati vi è pure Ulisse, l'atteggiamento di Dante cambia completamente. Al pari degli altri dannati, Ulisse viene presentato come un uomo chiuso in se stesso, anche se in quel momento è desideroso di parlare coi due inaspettati ospiti (Dante e Virgilio). Di fronte alla grandezza d'un personaggio del genere, osannato [2] da tutta la letteratura greca e latina, Dante si sente piccolo e avverte di dover fare molta attenzione a misurarsi con lui. Anzi, temendo troppo il confronto con un personaggio del genere, il poeta non s'arrischia neppure d'interrogarlo e lascia che al suo posto lo faccia Virgilio. [...] Ulisse viene messo all'Inferno per delle colpe che costituirono tra gli intellettuali, i politici, i militari dell'antichità un motivo di vanto o comunque una necessità del tutto scusabile, specie se in condizioni di guerra o di pericolo; per delle colpe che forse avrebbero dovuto essere controbilanciate dai suoi meriti personali (Ulisse in fondo era simbolo del coraggio, della ragione, dell'astuzia, della ricerca, della curiosità, della esplorazione...); per delle colpe che per un eroe "pagano" erano tali sino a un certo punto e forse per le quali avrebbe meritato il Purgatorio. Dante sa bene d'aver subito in gioventù il fascino della personalità dell'eroe omerico, esattamente come tutti gli intellettuali che l'avevano preceduto, da Orazio a Seneca, a Cicerone, che avevano sottolineato di Ulisse il patrimonio di conoscenze e di saggezza conquistato nel suo avventuroso viaggio e ne avevano fatto il simbolo della virtù (humanitas) intesa come profondo ed insaziabile desiderio dell'uomo della conoscenza. [...] Orazio definisce Ulisse "modello di virtù e di sapienza". Seneca accosta Ulisse ed Ercole celebrandoli come uomini "vincitori di ogni genere di paure". Soprattutto Cicerone, commentando l'episodio dell'incontro di Ulisse con le Sirene dice dell'eroe: "le Sirene gli promettono la conoscenza: non deve quindi meravigliare se ad Ulisse, questa apparisse più cara della patria, tanto era desideroso di conoscenza". Il motivo di fondo per cui Dante mette Ulisse all'Inferno non è semplicemente per il suo ateismo o per il fatto che avesse una concezione del tutto formale della religiosità, ma per il fatto che nel proprio ateismo egli non tenesse in alcuna considerazione gli umani sentimenti. Non dobbiamo dimenticare che Dante, pur non essendo un cattolico integralista, non era neppure un laico. Egli è consapevole di non poter condannare all'Inferno un uomo che tentò di attraversare lo stretto di Gibilterra, ma il dovere "religioso" gli impone di doverlo fare, in quanto l'Ulisse ateo mandò a morte i suoi compagni. (Da: "L'Ulisse di Dante", http://www.homolaicus.com/) Cosa intende Dante per "consiglieri fraudolenti" [1]? |
RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nell'ottava bolgia, delle dieci dell'ottavo cerchio del suo Inferno, Dante condanna senza mezzi termini i consiglieri fraudolenti [1] della sua Firenze. Li paragona a "lingue di fuoco", perché ha voluto creare un contrappasso adeguato alla complessità della colpa di questi "ladron", che ingannarono le loro vittime (soprattutto con l'arte oratoria), nascondendo dietro false intenzioni il loro vero scopo, per cui adesso sono costretti a restare nascosti per sempre da un fuoco che li brucia dolorosamente, rubando l'immagine della loro forma fisica, così come nella loro vita essi furono ladri della buona fede altrui. Ma quando viene a sapere che tra i dannati vi è pure Ulisse, l'atteggiamento di Dante cambia completamente. Al pari degli altri dannati, Ulisse viene presentato come un uomo chiuso in se stesso, anche se in quel momento è desideroso di parlare coi due inaspettati ospiti (Dante e Virgilio). Di fronte alla grandezza d'un personaggio del genere, osannato [2] da tutta la letteratura greca e latina, Dante si sente piccolo e avverte di dover fare molta attenzione a misurarsi con lui. Anzi, temendo troppo il confronto con un personaggio del genere, il poeta non s'arrischia neppure d'interrogarlo e lascia che al suo posto lo faccia Virgilio. [...] Ulisse viene messo all'Inferno per delle colpe che costituirono tra gli intellettuali, i politici, i militari dell'antichità un motivo di vanto o comunque una necessità del tutto scusabile, specie se in condizioni di guerra o di pericolo; per delle colpe che forse avrebbero dovuto essere controbilanciate dai suoi meriti personali (Ulisse in fondo era simbolo del coraggio, della ragione, dell'astuzia, della ricerca, della curiosità, della esplorazione...); per delle colpe che per un eroe "pagano" erano tali sino a un certo punto e forse per le quali avrebbe meritato il Purgatorio. Dante sa bene d'aver subito in gioventù il fascino della personalità dell'eroe omerico, esattamente come tutti gli intellettuali che l'avevano preceduto, da Orazio a Seneca, a Cicerone, che avevano sottolineato di Ulisse il patrimonio di conoscenze e di saggezza conquistato nel suo avventuroso viaggio e ne avevano fatto il simbolo della virtù (humanitas) intesa come profondo ed insaziabile desiderio dell'uomo della conoscenza. [...] Orazio definisce Ulisse "modello di virtù e di sapienza". Seneca accosta Ulisse ed Ercole celebrandoli come uomini "vincitori di ogni genere di paure". Soprattutto Cicerone, commentando l'episodio dell'incontro di Ulisse con le Sirene dice dell'eroe: "le Sirene gli promettono la conoscenza: non deve quindi meravigliare se ad Ulisse, questa apparisse più cara della patria, tanto era desideroso di conoscenza". Il motivo di fondo per cui Dante mette Ulisse all'Inferno non è semplicemente per il suo ateismo o per il fatto che avesse una concezione del tutto formale della religiosità, ma per il fatto che nel proprio ateismo egli non tenesse in alcuna considerazione gli umani sentimenti. Non dobbiamo dimenticare che Dante, pur non essendo un cattolico integralista, non era neppure un laico. Egli è consapevole di non poter condannare all'Inferno un uomo che tentò di attraversare lo stretto di Gibilterra, ma il dovere "religioso" gli impone di doverlo fare, in quanto l'Ulisse ateo mandò a morte i suoi compagni. (Da: "L'Ulisse di Dante", http://www.homolaicus.com/) Perché Dante colloca Ulisse all'Inferno? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nella seconda metà del Settecento era una vera impresa viaggiare per l'Europa. Non solo per l'assenza dell'euro, ma soprattutto per la qualità delle strade e dei mezzi di locomozione. Non c'erano ancora le furbe diesel tedesche che inquinano all'impazzata, spernacchiando tutte le norme del pianeta. Se poi a muoversi era una giovane donna con a carico figlia, baby-sitter e un certo quantitativo di tele, pennelli e colori, la faccenda si faceva ancora più seria. Eppure le difficoltà non hanno fermato Elisabeth Louise Vigée Le Brun nel suo tour da Parigi all'Italia e ritorno con deviazione verso Vienna, Berlino, San Pietroburgo, Mosca. I grandi quadri che portava con sé le servivano come biglietto da visita presso le corti dove, per mantenersi, cercava di conquistare qualche ricco committente, grazie alla sua fama di ritrattista. Per Elisabeth era già stato molto difficile diventare una pittrice affermata, visto che l'Accademia parigina non accettava le donne e i collezionisti le consideravano artiste di serie B. Ma per lei dipingere era una questione di vita e di morte, non si sarebbe fermata davanti a nulla. E poi la freschezza dei sui ritratti era unica: volti espressivi, sguardi intensi, personalità così accese e verosimili da attrarre Maria Antonietta in persona che, da tempo, cercava un ritrattista degno di questo nome. Sua madre, Maria Teresa d'Austria, aspettava da tempo un ritratto degno di questa figlia che non vedeva da quando l'aveva spedita in sposa appena adolescente al Delfino di Francia e che ora era la donna più potente d'Europa. Quando il quadro arrivò alla corte di Vienna, Maria Teresa si commosse e riempì di lodi l'arte della pittrice. Per Elisabeth fu il successo definitivo: tutta la corte voleva essere ritratta dalla giovane artista. ma sul più bello scoppiò la rivoluzione. Elisabeth capì di essere stata troppo vicino al mondo del potere per non correre grandi pericoli. Così impacchettò pennelli e tavolozza e partì in tour per il suo esilio volontario. Attraverso le sue opere, oggi riunite in una personale al Gran Palais a Parigi (fino all'11 gennaio 2016), sembra di sfogliare una collezione di fotografie, oggi diremmo di selfie, che riescono a raccontare un'epoca più di tanti libri. Come, per esempio, il ritratto della leggendaria lady Emma Hamilton che, con la sua bellezza e le sue "prodezze" all'ombra del Vesuvio, aveva conquistato il Regno delle Due Sicilie. (da: "Selfie settecenteschi", "Io Donna") Perché l'autrice del brano definisce le opere di Lady Le Brun "selfie"? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nella seconda metà del Settecento era una vera impresa viaggiare per l'Europa. Non solo per l'assenza dell'euro, ma soprattutto per la qualità delle strade e dei mezzi di locomozione. Non c'erano ancora le furbe diesel tedesche che inquinano all'impazzata, spernacchiando tutte le norme del pianeta. Se poi a muoversi era una giovane donna con a carico figlia, baby-sitter e un certo quantitativo di tele, pennelli e colori, la faccenda si faceva ancora più seria. Eppure le difficoltà non hanno fermato Elisabeth Louise Vigée Le Brun nel suo tour da Parigi all'Italia e ritorno con deviazione verso Vienna, Berlino, San Pietroburgo, Mosca. I grandi quadri che portava con sé le servivano come biglietto da visita presso le corti dove, per mantenersi, cercava di conquistare qualche ricco committente, grazie alla sua fama di ritrattista. Per Elisabeth era già stato molto difficile diventare una pittrice affermata, visto che l'Accademia parigina non accettava le donne e i collezionisti le consideravano artiste di serie B. Ma per lei dipingere era una questione di vita e di morte, non si sarebbe fermata davanti a nulla. E poi la freschezza dei sui ritratti era unica: volti espressivi, sguardi intensi, personalità così accese e verosimili da attrarre Maria Antonietta in persona che, da tempo, cercava un ritrattista degno di questo nome. Sua madre, Maria Teresa d'Austria, aspettava da tempo un ritratto degno di questa figlia che non vedeva da quando l'aveva spedita in sposa appena adolescente al Delfino di Francia e che ora era la donna più potente d'Europa. Quando il quadro arrivò alla corte di Vienna, Maria Teresa si commosse e riempì di lodi l'arte della pittrice. Per Elisabeth fu il successo definitivo: tutta la corte voleva essere ritratta dalla giovane artista. ma sul più bello scoppiò la rivoluzione. Elisabeth capì di essere stata troppo vicino al mondo del potere per non correre grandi pericoli. Così impacchettò pennelli e tavolozza e partì in tour per il suo esilio volontario. Attraverso le sue opere, oggi riunite in una personale al Gran Palais a Parigi (fino all'11 gennaio 2016), sembra di sfogliare una collezione di fotografie, oggi diremmo di selfie, che riescono a raccontare un'epoca più di tanti libri. Come, per esempio, il ritratto della leggendaria lady Emma Hamilton che, con la sua bellezza e le sue "prodezze" all'ombra del Vesuvio, aveva conquistato il Regno delle Due Sicilie. (da: "Selfie settecenteschi", "Io Donna") Chi è Elisabeth Louise Vigée Le Brun? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nella seconda metà del Settecento era una vera impresa viaggiare per l'Europa. Non solo per l'assenza dell'euro, ma soprattutto per la qualità delle strade e dei mezzi di locomozione. Non c'erano ancora le furbe diesel tedesche che inquinano all'impazzata, spernacchiando tutte le norme del pianeta. Se poi a muoversi era una giovane donna con a carico figlia, baby-sitter e un certo quantitativo di tele, pennelli e colori, la faccenda si faceva ancora più seria. Eppure le difficoltà non hanno fermato Elisabeth Louise Vigée Le Brun nel suo tour da Parigi all'Italia e ritorno con deviazione verso Vienna, Berlino, San Pietroburgo, Mosca. I grandi quadri che portava con sé le servivano come biglietto da visita presso le corti dove, per mantenersi, cercava di conquistare qualche ricco committente, grazie alla sua fama di ritrattista. Per Elisabeth era già stato molto difficile diventare una pittrice affermata, visto che l'Accademia parigina non accettava le donne e i collezionisti le consideravano artiste di serie B. Ma per lei dipingere era una questione di vita e di morte, non si sarebbe fermata davanti a nulla. E poi la freschezza dei sui ritratti era unica: volti espressivi, sguardi intensi, personalità così accese e verosimili da attrarre Maria Antonietta in persona che, da tempo, cercava un ritrattista degno di questo nome. Sua madre, Maria Teresa d'Austria, aspettava da tempo un ritratto degno di questa figlia che non vedeva da quando l'aveva spedita in sposa appena adolescente al Delfino di Francia e che ora era la donna più potente d'Europa. Quando il quadro arrivò alla corte di Vienna, Maria Teresa si commosse e riempì di lodi l'arte della pittrice. Per Elisabeth fu il successo definitivo: tutta la corte voleva essere ritratta dalla giovane artista. ma sul più bello scoppiò la rivoluzione. Elisabeth capì di essere stata troppo vicino al mondo del potere per non correre grandi pericoli. Così impacchettò pennelli e tavolozza e partì in tour per il suo esilio volontario. Attraverso le sue opere, oggi riunite in una personale al Gran Palais a Parigi (fino all'11 gennaio 2016), sembra di sfogliare una collezione di fotografie, oggi diremmo di selfie, che riescono a raccontare un'epoca più di tanti libri. Come, per esempio, il ritratto della leggendaria lady Emma Hamilton che, con la sua bellezza e le sue "prodezze" all'ombra del Vesuvio, aveva conquistato il Regno delle Due Sicilie. (da: "Selfie settecenteschi", "Io Donna") Quale evento porta Lady Le Brun ad intraprendere l'esilio volontario? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nella seconda metà del Settecento era una vera impresa viaggiare per l'Europa. Non solo per l'assenza dell'euro, ma soprattutto per la qualità delle strade e dei mezzi di locomozione. Non c'erano ancora le furbe diesel tedesche che inquinano all'impazzata, spernacchiando tutte le norme del pianeta. Se poi a muoversi era una giovane donna con a carico figlia, baby-sitter e un certo quantitativo di tele, pennelli e colori, la faccenda si faceva ancora più seria. Eppure le difficoltà non hanno fermato Elisabeth Louise Vigée Le Brun nel suo tour da Parigi all'Italia e ritorno con deviazione verso Vienna, Berlino, San Pietroburgo, Mosca. I grandi quadri che portava con sé le servivano come biglietto da visita presso le corti dove, per mantenersi, cercava di conquistare qualche ricco committente, grazie alla sua fama di ritrattista. Per Elisabeth era già stato molto difficile diventare una pittrice affermata, visto che l'Accademia parigina non accettava le donne e i collezionisti le consideravano artiste di serie B. Ma per lei dipingere era una questione di vita e di morte, non si sarebbe fermata davanti a nulla. E poi la freschezza dei sui ritratti era unica: volti espressivi, sguardi intensi, personalità così accese e verosimili da attrarre Maria Antonietta in persona che, da tempo, cercava un ritrattista degno di questo nome. Sua madre, Maria Teresa d'Austria, aspettava da tempo un ritratto degno di questa figlia che non vedeva da quando l'aveva spedita in sposa appena adolescente al Delfino di Francia e che ora era la donna più potente d'Europa. Quando il quadro arrivò alla corte di Vienna, Maria Teresa si commosse e riempì di lodi l'arte della pittrice. Per Elisabeth fu il successo definitivo: tutta la corte voleva essere ritratta dalla giovane artista. ma sul più bello scoppiò la rivoluzione. Elisabeth capì di essere stata troppo vicino al mondo del potere per non correre grandi pericoli. Così impacchettò pennelli e tavolozza e partì in tour per il suo esilio volontario. Attraverso le sue opere, oggi riunite in una personale al Gran Palais a Parigi (fino all'11 gennaio 2016), sembra di sfogliare una collezione di fotografie, oggi diremmo di selfie, che riescono a raccontare un'epoca più di tanti libri. Come, per esempio, il ritratto della leggendaria lady Emma Hamilton che, con la sua bellezza e le sue "prodezze" all'ombra del Vesuvio, aveva conquistato il Regno delle Due Sicilie. (da: "Selfie settecenteschi", "Io Donna") In quali città, citate nel brano, si ferma Elisabeth durante il tour? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nella seconda metà del Settecento era una vera impresa viaggiare per l'Europa. Non solo per l'assenza dell'euro, ma soprattutto per la qualità delle strade e dei mezzi di locomozione. Non c'erano ancora le furbe diesel tedesche che inquinano all'impazzata, spernacchiando tutte le norme del pianeta. Se poi a muoversi era una giovane donna con a carico figlia, baby-sitter e un certo quantitativo di tele, pennelli e colori, la faccenda si faceva ancora più seria. Eppure le difficoltà non hanno fermato Elisabeth Louise Vigée Le Brun nel suo tour da Parigi all'Italia e ritorno con deviazione verso Vienna, Berlino, San Pietroburgo, Mosca. I grandi quadri che portava con sé le servivano come biglietto da visita presso le corti dove, per mantenersi, cercava di conquistare qualche ricco committente, grazie alla sua fama di ritrattista. Per Elisabeth era già stato molto difficile diventare una pittrice affermata, visto che l'Accademia parigina non accettava le donne e i collezionisti le consideravano artiste di serie B. Ma per lei dipingere era una questione di vita e di morte, non si sarebbe fermata davanti a nulla. E poi la freschezza dei sui ritratti era unica: volti espressivi, sguardi intensi, personalità così accese e verosimili da attrarre Maria Antonietta in persona che, da tempo, cercava un ritrattista degno di questo nome. Sua madre, Maria Teresa d'Austria, aspettava da tempo un ritratto degno di questa figlia che non vedeva da quando l'aveva spedita in sposa appena adolescente al Delfino di Francia e che ora era la donna più potente d'Europa. Quando il quadro arrivò alla corte di Vienna, Maria Teresa si commosse e riempì di lodi l'arte della pittrice. Per Elisabeth fu il successo definitivo: tutta la corte voleva essere ritratta dalla giovane artista. ma sul più bello scoppiò la rivoluzione. Elisabeth capì di essere stata troppo vicino al mondo del potere per non correre grandi pericoli. Così impacchettò pennelli e tavolozza e partì in tour per il suo esilio volontario. Attraverso le sue opere, oggi riunite in una personale al Gran Palais a Parigi (fino all'11 gennaio 2016), sembra di sfogliare una collezione di fotografie, oggi diremmo di selfie, che riescono a raccontare un'epoca più di tanti libri. Come, per esempio, il ritratto della leggendaria lady Emma Hamilton che, con la sua bellezza e le sue "prodezze" all'ombra del Vesuvio, aveva conquistato il Regno delle Due Sicilie. (da: "Selfie settecenteschi", "Io Donna") Quali sono le caratteristiche principali dei ritratti di Lady Le Brun? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nelle scuole e nelle università dei paesi di lingua inglese esiste una materia chiamata "inglese". L'inglese significa in primo luogo la lingua madre. In quanto tale è la materia più utile che esista: senza di essa non si può capire nulla né occupare alcun posto nella società. Dovunque si presenti, il problema dell'analfabetismo è una piaga grave quanto la mancanza di cibo o alloggio. La lingua madre ha la precedenza su ogni altra materia scolastica; sul piano pratico nulla regge al suo confronto. Ma poi si scopre che, in qualsiasi società evoluta o civilizzata, la lingua madre si trasforma in qualcosa che si chiama letteratura. Se si approfondisce lo studio dell'inglese ci si trova a cercare di leggere Shakespeare e Milton.Ci vien detto che la letteratura è un'arte, al pari della pittura e della musica e, dopo aver consultato il dizionario per conoscere il significato delle parole difficili, identificato le allusioni classiche e compreso ciò che si intende con le parole quali "immagine" e "stile poetico", la facoltà di cui si fa uso per capire tutto questo, almeno così si dice, costituisce l'immaginazione. A questo punto, si avrà la sensazione di non muoversi più nello stesso ambito di cognizioni pratiche e utili; le opere di Shakespeare e di Milton, qualunque sia il loro valore, non costituiscono quel bagaglio di conoscenze necessarie per occupare un posto nella società. (Da: Frye, "L'immaginazione coltivata", Longanesi) Quale delle seguenti NON può essere considerata un'opinione dell'autore? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nelle scuole e nelle università dei paesi di lingua inglese esiste una materia chiamata "inglese". L'inglese significa in primo luogo la lingua madre. In quanto tale è la materia più utile che esista: senza di essa non si può capire nulla né occupare alcun posto nella società. Dovunque si presenti, il problema dell'analfabetismo è una piaga grave quanto la mancanza di cibo o alloggio. La lingua madre ha la precedenza su ogni altra materia scolastica; sul piano pratico nulla regge al suo confronto. Ma poi si scopre che, in qualsiasi società evoluta o civilizzata, la lingua madre si trasforma in qualcosa che si chiama letteratura. Se si approfondisce lo studio dell'inglese ci si trova a cercare di leggere Shakespeare e Milton.Ci vien detto che la letteratura è un'arte, al pari della pittura e della musica e, dopo aver consultato il dizionario per conoscere il significato delle parole difficili, identificato le allusioni classiche e compreso ciò che si intende con le parole quali "immagine" e "stile poetico", la facoltà di cui si fa uso per capire tutto questo, almeno così si dice, costituisce l'immaginazione. A questo punto, si avrà la sensazione di non muoversi più nello stesso ambito di cognizioni pratiche e utili; le opere di Shakespeare e di Milton, qualunque sia il loro valore, non costituiscono quel bagaglio di conoscenze necessarie per occupare un posto nella società. (Da: Frye, "L'immaginazione coltivata", Longanesi) L'autore giudica lo studio della lingua madre: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nelle scuole e nelle università dei paesi di lingua inglese esiste una materia chiamata "inglese". L'inglese significa in primo luogo la lingua madre. In quanto tale è la materia più utile che esista: senza di essa non si può capire nulla né occupare alcun posto nella società. Dovunque si presenti, il problema dell'analfabetismo è una piaga grave quanto la mancanza di cibo o alloggio. La lingua madre ha la precedenza su ogni altra materia scolastica; sul piano pratico nulla regge al suo confronto. Ma poi si scopre che, in qualsiasi società evoluta o civilizzata, la lingua madre si trasforma in qualcosa che si chiama letteratura. Se si approfondisce lo studio dell'inglese ci si trova a cercare di leggere Shakespeare e Milton.Ci vien detto che la letteratura è un'arte, al pari della pittura e della musica e, dopo aver consultato il dizionario per conoscere il significato delle parole difficili, identificato le allusioni classiche e compreso ciò che si intende con le parole quali "immagine" e "stile poetico", la facoltà di cui si fa uso per capire tutto questo, almeno così si dice, costituisce l'immaginazione. A questo punto, si avrà la sensazione di non muoversi più nello stesso ambito di cognizioni pratiche e utili; le opere di Shakespeare e di Milton, qualunque sia il loro valore, non costituiscono quel bagaglio di conoscenze necessarie per occupare un posto nella società. (Da: Frye, "L'immaginazione coltivata", Longanesi) A detta dell'autore, qual è la sensazione a cui giunge chi approfondisce lo studio della lingua madre? |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nelle scuole e nelle università dei paesi di lingua inglese esiste una materia chiamata "inglese". L'inglese significa in primo luogo la lingua madre. In quanto tale è la materia più utile che esista: senza di essa non si può capire nulla né occupare alcun posto nella società. Dovunque si presenti, il problema dell'analfabetismo è una piaga grave quanto la mancanza di cibo o alloggio. La lingua madre ha la precedenza su ogni altra materia scolastica; sul piano pratico nulla regge al suo confronto. Ma poi si scopre che, in qualsiasi società evoluta o civilizzata, la lingua madre si trasforma in qualcosa che si chiama letteratura. Se si approfondisce lo studio dell'inglese ci si trova a cercare di leggere Shakespeare e Milton.Ci vien detto che la letteratura è un'arte, al pari della pittura e della musica e, dopo aver consultato il dizionario per conoscere il significato delle parole difficili, identificato le allusioni classiche e compreso ciò che si intende con le parole quali "immagine" e "stile poetico", la facoltà di cui si fa uso per capire tutto questo, almeno così si dice, costituisce l'immaginazione. A questo punto, si avrà la sensazione di non muoversi più nello stesso ambito di cognizioni pratiche e utili; le opere di Shakespeare e di Milton, qualunque sia il loro valore, non costituiscono quel bagaglio di conoscenze necessarie per occupare un posto nella società. (Da: Frye, "L'immaginazione coltivata", Longanesi) Secondo l'autore, il ricorso all'immaginazione: |
| RISPOSTA   Leggere attentamente il seguente brano. Nelle scuole e nelle università dei paesi di lingua inglese esiste una materia chiamata "inglese". L'inglese significa in primo luogo la lingua madre. In quanto tale è la materia più utile che esista: senza di essa non si può capire nulla né occupare alcun posto nella società. Dovunque si presenti, il problema dell'analfabetismo è una piaga grave quanto la mancanza di cibo o alloggio. La lingua madre ha la precedenza su ogni altra materia scolastica; sul piano pratico nulla regge al suo confronto. Ma poi si scopre che, in qualsiasi società evoluta o civilizzata, la lingua madre si trasforma in qualcosa che si chiama letteratura. Se si approfondisce lo studio dell'inglese ci si trova a cercare di leggere Shakespeare e Milton.Ci vien detto che la letteratura è un'arte, al pari della pittura e della musica e, dopo aver consultato il dizionario per conoscere il significato delle parole difficili, identificato le allusioni classiche e compreso ciò che si intende con le parole quali "immagine" e "stile poetico", la facoltà di cui si fa uso per capire tutto questo, almeno così si dice, costituisce l'immaginazione. A questo punto, si avrà la sensazione di non muoversi più nello stesso ambito di cognizioni pratiche e utili; le opere di Shakespeare e di Milton, qualunque sia il loro valore, non costituiscono quel bagaglio di conoscenze necessarie per occupare un posto nella società. (Da: Frye, "L'immaginazione coltivata", Longanesi) Cosa significa che la conoscenza della lingua madre consente di occupare un posto nella società? |
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Leggere attentamente il seguente brano. Nell'estate del 2011, quando i mercati finanziari di tutto il mondo hanno cominciato a scommettere contro l'Italia e la sostenibilità del suo debito pubblico, tra le società che hanno maggiormente sofferto per le perdite di valore di BOT e CCT ci sono state le Generali. Le azioni della compagnia triestina, il terzo gruppo assicurativo europeo dopo Allianz e Axa, sono scese fino al 20% in Borsa, penalizzate dalla presenza di un largo portafoglio di obbligazioni della repubblica (circa 50 miliardi di euro). Fino a poco tempo prima quegli investimenti, necessari a fronteggiare gli impegni che il Leone triestino ha nei confronti dei suoi clienti italiani, erano considerati dagli analisti particolarmente prudenti e 'sicuri', ma la crisi delle economie europee ne ha improvvisamente mostrato un lato nascosto. E i manager delle Generali hanno avuto la conferma di una dipendenza dall'Italia (e dal suo debito pubblico) che da tempo giudicano eccessiva. Le previsioni di crescita delle economie mature europee, crisi a parte, sono modeste e così l'espansione all'estero è divenuta da anni una scelta obbligata per assicurare alla compagnia un orizzonte di sviluppo a lungo termine. Se nel 2003 la percentuale dei premi raccolti nel mercato domestico [1] era pari al 39%, nel primo semestre del 2011 la stessa quota era scesa al 27,7%. Nel corso del tempo le Generali sono divenute il secondo assicuratore in Francia e Germania e in molti altri Paesi, soprattutto in Europa, lottano per le prime posizioni. Le nuove direttrici di marcia guardano soprattutto alla Cina, all'India, all'Europa orientale. Il clamoroso scontro al vertice che nel 2011 ha caratterizzato le vicende del Leone italiano, con il dimissionamento del presidente del gruppo Cesare Geronzi a meno di un anno dal suo insediamento, può essere almeno in parte spiegato anche alla luce degli obiettivi di crescita all'estero. Non che Geronzi si sia mai dichiarato contrario a quell'indirizzo, ma all'inizio del suo mandato aveva parlato del futuro della società soprattutto al servizio di un "ruolo di sistema" in Italia. E nell'intervista rilasciata nel febbraio del 2011 al Financial Times, in seguito alla quale il Consiglio di amministrazione gli ha revocato la fiducia, Geronzi ipotizzava investimenti nel settore del credito nella penisola. (da: Riccardo Sabbatini, "Il Leone nella tempesta") Dalla lettura del brano si evince che prevalentemente si parla di:
Leggere attentamente il seguente brano. Nell'ottava bolgia, delle dieci dell'ottavo cerchio del suo Inferno, Dante condanna senza mezzi termini i consiglieri fraudolenti [1] della sua Firenze. Li paragona a "lingue di fuoco", perché ha voluto creare un contrappasso adeguato alla complessità della colpa di questi "ladron", che ingannarono le loro vittime (soprattutto con l'arte oratoria), nascondendo dietro false intenzioni il loro vero scopo, per cui adesso sono costretti a restare nascosti per sempre da un fuoco che li brucia dolorosamente, rubando l'immagine della loro forma fisica, così come nella loro vita essi furono ladri della buona fede altrui. Ma quando viene a sapere che tra i dannati vi è pure Ulisse, l'atteggiamento di Dante cambia completamente. Al pari degli altri dannati, Ulisse viene presentato come un uomo chiuso in se stesso, anche se in quel momento è desideroso di parlare coi due inaspettati ospiti (Dante e Virgilio). Di fronte alla grandezza d'un personaggio del genere, osannato [2] da tutta la letteratura greca e latina, Dante si sente piccolo e avverte di dover fare molta attenzione a misurarsi con lui. Anzi, temendo troppo il confronto con un personaggio del genere, il poeta non s'arrischia neppure d'interrogarlo e lascia che al suo posto lo faccia Virgilio. [...] Ulisse viene messo all'Inferno per delle colpe che costituirono tra gli intellettuali, i politici, i militari dell'antichità un motivo di vanto o comunque una necessità del tutto scusabile, specie se in condizioni di guerra o di pericolo; per delle colpe che forse avrebbero dovuto essere controbilanciate dai suoi meriti personali (Ulisse in fondo era simbolo del coraggio, della ragione, dell'astuzia, della ricerca, della curiosità, della esplorazione...); per delle colpe che per un eroe "pagano" erano tali sino a un certo punto e forse per le quali avrebbe meritato il Purgatorio. Dante sa bene d'aver subito in gioventù il fascino della personalità dell'eroe omerico, esattamente come tutti gli intellettuali che l'avevano preceduto, da Orazio a Seneca, a Cicerone, che avevano sottolineato di Ulisse il patrimonio di conoscenze e di saggezza conquistato nel suo avventuroso viaggio e ne avevano fatto il simbolo della virtù (humanitas) intesa come profondo ed insaziabile desiderio dell'uomo della conoscenza. [...] Orazio definisce Ulisse "modello di virtù e di sapienza". Seneca accosta Ulisse ed Ercole celebrandoli come uomini "vincitori di ogni genere di paure". Soprattutto Cicerone, commentando l'episodio dell'incontro di Ulisse con le Sirene dice dell'eroe: "le Sirene gli promettono la conoscenza: non deve quindi meravigliare se ad Ulisse, questa apparisse più cara della patria, tanto era desideroso di conoscenza". Il motivo di fondo per cui Dante mette Ulisse all'Inferno non è semplicemente per il suo ateismo o per il fatto che avesse una concezione del tutto formale della religiosità, ma per il fatto che nel proprio ateismo egli non tenesse in alcuna considerazione gli umani sentimenti. Non dobbiamo dimenticare che Dante, pur non essendo un cattolico integralista, non era neppure un laico. Egli è consapevole di non poter condannare all'Inferno un uomo che tentò di attraversare lo stretto di Gibilterra, ma il dovere "religioso" gli impone di doverlo fare, in quanto l'Ulisse ateo mandò a morte i suoi compagni. (Da: "L'Ulisse di Dante", http://www.homolaicus.com/) Perché Dante colloca Ulisse all'Inferno?