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Tutte le domande del quiz : Brani

tratto da:
Guardia di Finanza
Quiz - 631 allievi marescialli 2018 (90° corso) Concorso pubblico, per titoli ed esami, per 631 allievi marescialli 2018



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Personaggio considerato da molta storiografia tradizionale come emblema di ciò che il Risorgimento aveva di anticattolico e persino antireligioso, Garibaldi andrebbe � in verità � riportato ai contesti e alle diverse fasi del suo operare. Il suo mito, non di meno, inizia a diffondersi fin dagli anni sudamericani all'interno di un discorso "unico" del Risorgimento italiano, né anticattolico né anticlericale. Infatti, fin da prima del suo rientro in Italia, nel 1848, la figura del capo della Legione italiana a Montevideo non è molto caratterizzata in termini ideologici, ma rappresenta un po' per tutti l'uomo del riscatto dell'onore italiano. Lo stesso Garibaldi si descrive in questi termini nelle prime biografie affidate a Cuneo, Dumas, Carrano e i cui episodi salienti vennero talvolta ripresi da vari periodici italiani. La figura dominante è quella di un soldato volontario, che si batte per la libertà e che riscatta la cattiva opinione diffusa in Europa, secondo la quale la perdita della libertà ha significato per gli italiani la perdita della virilità. Gli italiani "non si battono", secondo la famosa definizione, che allude anche a una presunta rilassatezza morale. In questo contesto, la critica della "decadenza" italiana coinvolgeva la società non meno della famiglia. Sicché il mito di Garibaldi, fondato sulle sue imprese militari e sulla sua figura morale di uomo integerrimo, veniva a incontrare il discorso nazionale italiano, addensando sulla sua figura molte e diverse aspettative: dall'eroe al campione del riscatto militare, dall'uomo d'onore al combattente per la libertà.I maggiori tratti di tale costruzione retorica rispondono a "figure" diffuse dal clero patriottico. Mediante prediche, sermoni, quaresimali, abili predicatori trasformatisi in formidabili oratori politici, come i barnabiti Ugo Bassi e Alessandro Gavazzi, avevano percorso l'Italia del centro-nord denunciando la decadenza morale e additando il dovere di una rinascita civile e religiosa della patria Nazione. Per altro una nota pubblicazione come il "Panteon dei martiri della libertà italiana", uscita nel 1851, riassumeva quella fase di formazione della coscienza nazionale scrivendo che "la parola era per divenire una suprema potenza in Italia � il verbo dovea esser Dio". Va da sé che i predicatori patrioti, in questa fase, sono avvantaggiati: il loro abito li protegge e possono spesso eludere la sorveglianza poliziesca portandosi sul pulpito di Stati diversi, per quanto � in certi casi � mal tollerati dal clero conservatore. (Da: D. Mengozzi, "Il fascino di Garibaldi sul Clero italiano", storiaefuturo.eu) Quale delle seguenti affermazioni su Garibaldi è deducibile dal brano?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. Personaggio considerato da molta storiografia tradizionale come emblema di ciò che il Risorgimento aveva di anticattolico e persino antireligioso, Garibaldi andrebbe � in verità � riportato ai contesti e alle diverse fasi del suo operare. Il suo mito, non di meno, inizia a diffondersi fin dagli anni sudamericani all'interno di un discorso "unico" del Risorgimento italiano, né anticattolico né anticlericale. Infatti, fin da prima del suo rientro in Italia, nel 1848, la figura del capo della Legione italiana a Montevideo non è molto caratterizzata in termini ideologici, ma rappresenta un po' per tutti l'uomo del riscatto dell'onore italiano. Lo stesso Garibaldi si descrive in questi termini nelle prime biografie affidate a Cuneo, Dumas, Carrano e i cui episodi salienti vennero talvolta ripresi da vari periodici italiani. La figura dominante è quella di un soldato volontario, che si batte per la libertà e che riscatta la cattiva opinione diffusa in Europa, secondo la quale la perdita della libertà ha significato per gli italiani la perdita della virilità. Gli italiani "non si battono", secondo la famosa definizione, che allude anche a una presunta rilassatezza morale. In questo contesto, la critica della "decadenza" italiana coinvolgeva la società non meno della famiglia. Sicché il mito di Garibaldi, fondato sulle sue imprese militari e sulla sua figura morale di uomo integerrimo, veniva a incontrare il discorso nazionale italiano, addensando sulla sua figura molte e diverse aspettative: dall'eroe al campione del riscatto militare, dall'uomo d'onore al combattente per la libertà.I maggiori tratti di tale costruzione retorica rispondono a "figure" diffuse dal clero patriottico. Mediante prediche, sermoni, quaresimali, abili predicatori trasformatisi in formidabili oratori politici, come i barnabiti Ugo Bassi e Alessandro Gavazzi, avevano percorso l'Italia del centro-nord denunciando la decadenza morale e additando il dovere di una rinascita civile e religiosa della patria Nazione. Per altro una nota pubblicazione come il "Panteon dei martiri della libertà italiana", uscita nel 1851, riassumeva quella fase di formazione della coscienza nazionale scrivendo che "la parola era per divenire una suprema potenza in Italia � il verbo dovea esser Dio". Va da sé che i predicatori patrioti, in questa fase, sono avvantaggiati: il loro abito li protegge e possono spesso eludere la sorveglianza poliziesca portandosi sul pulpito di Stati diversi, per quanto � in certi casi � mal tollerati dal clero conservatore. (Da: D. Mengozzi, "Il fascino di Garibaldi sul Clero italiano", storiaefuturo.eu) L'argomento principale del brano riguarda:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Personaggio considerato da molta storiografia tradizionale come emblema di ciò che il Risorgimento aveva di anticattolico e persino antireligioso, Garibaldi andrebbe � in verità � riportato ai contesti e alle diverse fasi del suo operare. Il suo mito, non di meno, inizia a diffondersi fin dagli anni sudamericani all'interno di un discorso "unico" del Risorgimento italiano, né anticattolico né anticlericale. Infatti, fin da prima del suo rientro in Italia, nel 1848, la figura del capo della Legione italiana a Montevideo non è molto caratterizzata in termini ideologici, ma rappresenta un po' per tutti l'uomo del riscatto dell'onore italiano. Lo stesso Garibaldi si descrive in questi termini nelle prime biografie affidate a Cuneo, Dumas, Carrano e i cui episodi salienti vennero talvolta ripresi da vari periodici italiani. La figura dominante è quella di un soldato volontario, che si batte per la libertà e che riscatta la cattiva opinione diffusa in Europa, secondo la quale la perdita della libertà ha significato per gli italiani la perdita della virilità. Gli italiani "non si battono", secondo la famosa definizione, che allude anche a una presunta rilassatezza morale. In questo contesto, la critica della "decadenza" italiana coinvolgeva la società non meno della famiglia. Sicché il mito di Garibaldi, fondato sulle sue imprese militari e sulla sua figura morale di uomo integerrimo, veniva a incontrare il discorso nazionale italiano, addensando sulla sua figura molte e diverse aspettative: dall'eroe al campione del riscatto militare, dall'uomo d'onore al combattente per la libertà.I maggiori tratti di tale costruzione retorica rispondono a "figure" diffuse dal clero patriottico. Mediante prediche, sermoni, quaresimali, abili predicatori trasformatisi in formidabili oratori politici, come i barnabiti Ugo Bassi e Alessandro Gavazzi, avevano percorso l'Italia del centro-nord denunciando la decadenza morale e additando il dovere di una rinascita civile e religiosa della patria Nazione. Per altro una nota pubblicazione come il "Panteon dei martiri della libertà italiana", uscita nel 1851, riassumeva quella fase di formazione della coscienza nazionale scrivendo che "la parola era per divenire una suprema potenza in Italia � il verbo dovea esser Dio". Va da sé che i predicatori patrioti, in questa fase, sono avvantaggiati: il loro abito li protegge e possono spesso eludere la sorveglianza poliziesca portandosi sul pulpito di Stati diversi, per quanto � in certi casi � mal tollerati dal clero conservatore. (Da: D. Mengozzi, "Il fascino di Garibaldi sul Clero italiano", storiaefuturo.eu) Quale delle seguenti affermazioni sull'Italia risorgimentale è coerente con quanto riportato nel brano?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. Personaggio considerato da molta storiografia tradizionale come emblema di ciò che il Risorgimento aveva di anticattolico e persino antireligioso, Garibaldi andrebbe � in verità � riportato ai contesti e alle diverse fasi del suo operare. Il suo mito, non di meno, inizia a diffondersi fin dagli anni sudamericani all'interno di un discorso "unico" del Risorgimento italiano, né anticattolico né anticlericale. Infatti, fin da prima del suo rientro in Italia, nel 1848, la figura del capo della Legione italiana a Montevideo non è molto caratterizzata in termini ideologici, ma rappresenta un po' per tutti l'uomo del riscatto dell'onore italiano. Lo stesso Garibaldi si descrive in questi termini nelle prime biografie affidate a Cuneo, Dumas, Carrano e i cui episodi salienti vennero talvolta ripresi da vari periodici italiani. La figura dominante è quella di un soldato volontario, che si batte per la libertà e che riscatta la cattiva opinione diffusa in Europa, secondo la quale la perdita della libertà ha significato per gli italiani la perdita della virilità. Gli italiani "non si battono", secondo la famosa definizione, che allude anche a una presunta rilassatezza morale. In questo contesto, la critica della "decadenza" italiana coinvolgeva la società non meno della famiglia. Sicché il mito di Garibaldi, fondato sulle sue imprese militari e sulla sua figura morale di uomo integerrimo, veniva a incontrare il discorso nazionale italiano, addensando sulla sua figura molte e diverse aspettative: dall'eroe al campione del riscatto militare, dall'uomo d'onore al combattente per la libertà.I maggiori tratti di tale costruzione retorica rispondono a "figure" diffuse dal clero patriottico. Mediante prediche, sermoni, quaresimali, abili predicatori trasformatisi in formidabili oratori politici, come i barnabiti Ugo Bassi e Alessandro Gavazzi, avevano percorso l'Italia del centro-nord denunciando la decadenza morale e additando il dovere di una rinascita civile e religiosa della patria Nazione. Per altro una nota pubblicazione come il "Panteon dei martiri della libertà italiana", uscita nel 1851, riassumeva quella fase di formazione della coscienza nazionale scrivendo che "la parola era per divenire una suprema potenza in Italia � il verbo dovea esser Dio". Va da sé che i predicatori patrioti, in questa fase, sono avvantaggiati: il loro abito li protegge e possono spesso eludere la sorveglianza poliziesca portandosi sul pulpito di Stati diversi, per quanto � in certi casi � mal tollerati dal clero conservatore. (Da: D. Mengozzi, "Il fascino di Garibaldi sul Clero italiano", storiaefuturo.eu) Il clero più conservatore:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. Personaggio considerato da molta storiografia tradizionale come emblema di ciò che il Risorgimento aveva di anticattolico e persino antireligioso, Garibaldi andrebbe � in verità � riportato ai contesti e alle diverse fasi del suo operare. Il suo mito, non di meno, inizia a diffondersi fin dagli anni sudamericani all'interno di un discorso "unico" del Risorgimento italiano, né anticattolico né anticlericale. Infatti, fin da prima del suo rientro in Italia, nel 1848, la figura del capo della Legione italiana a Montevideo non è molto caratterizzata in termini ideologici, ma rappresenta un po' per tutti l'uomo del riscatto dell'onore italiano. Lo stesso Garibaldi si descrive in questi termini nelle prime biografie affidate a Cuneo, Dumas, Carrano e i cui episodi salienti vennero talvolta ripresi da vari periodici italiani. La figura dominante è quella di un soldato volontario, che si batte per la libertà e che riscatta la cattiva opinione diffusa in Europa, secondo la quale la perdita della libertà ha significato per gli italiani la perdita della virilità. Gli italiani "non si battono", secondo la famosa definizione, che allude anche a una presunta rilassatezza morale. In questo contesto, la critica della "decadenza" italiana coinvolgeva la società non meno della famiglia. Sicché il mito di Garibaldi, fondato sulle sue imprese militari e sulla sua figura morale di uomo integerrimo, veniva a incontrare il discorso nazionale italiano, addensando sulla sua figura molte e diverse aspettative: dall'eroe al campione del riscatto militare, dall'uomo d'onore al combattente per la libertà.I maggiori tratti di tale costruzione retorica rispondono a "figure" diffuse dal clero patriottico. Mediante prediche, sermoni, quaresimali, abili predicatori trasformatisi in formidabili oratori politici, come i barnabiti Ugo Bassi e Alessandro Gavazzi, avevano percorso l'Italia del centro-nord denunciando la decadenza morale e additando il dovere di una rinascita civile e religiosa della patria Nazione. Per altro una nota pubblicazione come il "Panteon dei martiri della libertà italiana", uscita nel 1851, riassumeva quella fase di formazione della coscienza nazionale scrivendo che "la parola era per divenire una suprema potenza in Italia � il verbo dovea esser Dio". Va da sé che i predicatori patrioti, in questa fase, sono avvantaggiati: il loro abito li protegge e possono spesso eludere la sorveglianza poliziesca portandosi sul pulpito di Stati diversi, per quanto � in certi casi � mal tollerati dal clero conservatore. (Da: D. Mengozzi, "Il fascino di Garibaldi sul Clero italiano", storiaefuturo.eu) Dal brano si deduce che Ugo Bassi e Alessandro Gavazzi erano:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Piace per il suo coraggio, il suo credere fino in fondo a un ideale. A qualcuno piace santa, a qualcun altro peccatrice. Piacciono le sue visioni celesti, ma ancor più i diavolacci rossi che scendono a tentarla. Piace soprattutto perché Giovanna è una "Under 30" come loro, una ragazza piena di sogni, di fantasie, di follie. Persino innamorata di un principe azzurro a cui dovrà rinunciare. "Un vero peccato" commentano alcune fanciulle speranzose in un happy end. Niente da fare, Giovanna stavolta scampa il rogo e neppure cade in battaglia, come vorrebbe il libretto, ma morirà comunque, di consunzione [1], nel suo letto. "Primina" affollata quella di Giovanna d'Arco diretta ieri da Riccardo Chailly, felice prodromo dell'inaugurazione del 7 dicembre. Assente dalla Scala da 150 anni, l'opera verdiana suscita tra i giovani spettatori entusiasmi e dibattiti per la sua inattesa modernità."Giovanna somiglia a una ragazza di oggi � sostiene Michela, 19 anni �. Forte, intrepida, capace di battersi per le sue idee". Un modello da seguire? "Non del tutto � aggiunge l'amica al fianco �. Lei impugna la spada in nome di una fede estrema, e questo per noi suona davvero sinistro. La ammiro, ma davanti alla violenza sarebbe giusto fare un passo indietro". Un po' scandalizzato si dice Giovanni Battista, seminarista diciottenne. L'interpretazione dei registi Moshe Leiser e Patrice Caurier che presentano Giovanna come una nevrotica in preda a turbe erotiche e allucinazioni, non lo convince. "Ne hanno fatto una pazza, mentre lei era una martire. Il sentire le voci, il parlare con entità celesti fa parte della santità. Così hanno svilito il suo personaggio". Perplesso all'inizio, entusiasta alla fine si dichiara Gianluca, 20 anni. "Ci ho messo un po' a entrare nella storia. Non capivo perché la Pulzella fosse finita in una stanza ottocentesca. Poi mi sono reso conto che si trattava di una trasposizione nell'epoca di Verdi, dove Giovanna si trasforma in eroina dell'indipendenza, pronta a battersi per la sua patria". Qualche confusione corre sulle date. Qualcuno pensa che la Pulzella sia vissuta nel 1200, altri sono convinti che sia salita al rogo a trent'anni. Il libretto certo non aiuta a chiarire le idee, tanto meno la regia. Alla fine grandi applausi. Per Chailly, i registi e gli interpreti. (da: "Giovanna d'Arco alla Scala", "Corriere della Sera") Chi ha diretto musicalmente l'opera?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Piace per il suo coraggio, il suo credere fino in fondo a un ideale. A qualcuno piace santa, a qualcun altro peccatrice. Piacciono le sue visioni celesti, ma ancor più i diavolacci rossi che scendono a tentarla. Piace soprattutto perché Giovanna è una "Under 30" come loro, una ragazza piena di sogni, di fantasie, di follie. Persino innamorata di un principe azzurro a cui dovrà rinunciare. "Un vero peccato" commentano alcune fanciulle speranzose in un happy end. Niente da fare, Giovanna stavolta scampa il rogo e neppure cade in battaglia, come vorrebbe il libretto, ma morirà comunque, di consunzione [1], nel suo letto. "Primina" affollata quella di Giovanna d'Arco diretta ieri da Riccardo Chailly, felice prodromo dell'inaugurazione del 7 dicembre. Assente dalla Scala da 150 anni, l'opera verdiana suscita tra i giovani spettatori entusiasmi e dibattiti per la sua inattesa modernità."Giovanna somiglia a una ragazza di oggi � sostiene Michela, 19 anni �. Forte, intrepida, capace di battersi per le sue idee". Un modello da seguire? "Non del tutto � aggiunge l'amica al fianco �. Lei impugna la spada in nome di una fede estrema, e questo per noi suona davvero sinistro. La ammiro, ma davanti alla violenza sarebbe giusto fare un passo indietro". Un po' scandalizzato si dice Giovanni Battista, seminarista diciottenne. L'interpretazione dei registi Moshe Leiser e Patrice Caurier che presentano Giovanna come una nevrotica in preda a turbe erotiche e allucinazioni, non lo convince. "Ne hanno fatto una pazza, mentre lei era una martire. Il sentire le voci, il parlare con entità celesti fa parte della santità. Così hanno svilito il suo personaggio". Perplesso all'inizio, entusiasta alla fine si dichiara Gianluca, 20 anni. "Ci ho messo un po' a entrare nella storia. Non capivo perché la Pulzella fosse finita in una stanza ottocentesca. Poi mi sono reso conto che si trattava di una trasposizione nell'epoca di Verdi, dove Giovanna si trasforma in eroina dell'indipendenza, pronta a battersi per la sua patria". Qualche confusione corre sulle date. Qualcuno pensa che la Pulzella sia vissuta nel 1200, altri sono convinti che sia salita al rogo a trent'anni. Il libretto certo non aiuta a chiarire le idee, tanto meno la regia. Alla fine grandi applausi. Per Chailly, i registi e gli interpreti. (da: "Giovanna d'Arco alla Scala", "Corriere della Sera") Il termine "consunzione" [1], nel contesto del brano, significa:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Leggere attentamente il seguente brano. Piace per il suo coraggio, il suo credere fino in fondo a un ideale. A qualcuno piace santa, a qualcun altro peccatrice. Piacciono le sue visioni celesti, ma ancor più i diavolacci rossi che scendono a tentarla. Piace soprattutto perché Giovanna è una "Under 30" come loro, una ragazza piena di sogni, di fantasie, di follie. Persino innamorata di un principe azzurro a cui dovrà rinunciare. "Un vero peccato" commentano alcune fanciulle speranzose in un happy end. Niente da fare, Giovanna stavolta scampa il rogo e neppure cade in battaglia, come vorrebbe il libretto, ma morirà comunque, di consunzione [1], nel suo letto. "Primina" affollata quella di Giovanna d'Arco diretta ieri da Riccardo Chailly, felice prodromo dell'inaugurazione del 7 dicembre. Assente dalla Scala da 150 anni, l'opera verdiana suscita tra i giovani spettatori entusiasmi e dibattiti per la sua inattesa modernità."Giovanna somiglia a una ragazza di oggi � sostiene Michela, 19 anni �. Forte, intrepida, capace di battersi per le sue idee". Un modello da seguire? "Non del tutto � aggiunge l'amica al fianco �. Lei impugna la spada in nome di una fede estrema, e questo per noi suona davvero sinistro. La ammiro, ma davanti alla violenza sarebbe giusto fare un passo indietro". Un po' scandalizzato si dice Giovanni Battista, seminarista diciottenne. L'interpretazione dei registi Moshe Leiser e Patrice Caurier che presentano Giovanna come una nevrotica in preda a turbe erotiche e allucinazioni, non lo convince. "Ne hanno fatto una pazza, mentre lei era una martire. Il sentire le voci, il parlare con entità celesti fa parte della santità. Così hanno svilito il suo personaggio". Perplesso all'inizio, entusiasta alla fine si dichiara Gianluca, 20 anni. "Ci ho messo un po' a entrare nella storia. Non capivo perché la Pulzella fosse finita in una stanza ottocentesca. Poi mi sono reso conto che si trattava di una trasposizione nell'epoca di Verdi, dove Giovanna si trasforma in eroina dell'indipendenza, pronta a battersi per la sua patria". Qualche confusione corre sulle date. Qualcuno pensa che la Pulzella sia vissuta nel 1200, altri sono convinti che sia salita al rogo a trent'anni. Il libretto certo non aiuta a chiarire le idee, tanto meno la regia. Alla fine grandi applausi. Per Chailly, i registi e gli interpreti. (da: "Giovanna d'Arco alla Scala", "Corriere della Sera") Come viene dipinta Giovanna d'Arco nello spettacolo teatrale?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. Piace per il suo coraggio, il suo credere fino in fondo a un ideale. A qualcuno piace santa, a qualcun altro peccatrice. Piacciono le sue visioni celesti, ma ancor più i diavolacci rossi che scendono a tentarla. Piace soprattutto perché Giovanna è una "Under 30" come loro, una ragazza piena di sogni, di fantasie, di follie. Persino innamorata di un principe azzurro a cui dovrà rinunciare. "Un vero peccato" commentano alcune fanciulle speranzose in un happy end. Niente da fare, Giovanna stavolta scampa il rogo e neppure cade in battaglia, come vorrebbe il libretto, ma morirà comunque, di consunzione [1], nel suo letto. "Primina" affollata quella di Giovanna d'Arco diretta ieri da Riccardo Chailly, felice prodromo dell'inaugurazione del 7 dicembre. Assente dalla Scala da 150 anni, l'opera verdiana suscita tra i giovani spettatori entusiasmi e dibattiti per la sua inattesa modernità."Giovanna somiglia a una ragazza di oggi � sostiene Michela, 19 anni �. Forte, intrepida, capace di battersi per le sue idee". Un modello da seguire? "Non del tutto � aggiunge l'amica al fianco �. Lei impugna la spada in nome di una fede estrema, e questo per noi suona davvero sinistro. La ammiro, ma davanti alla violenza sarebbe giusto fare un passo indietro". Un po' scandalizzato si dice Giovanni Battista, seminarista diciottenne. L'interpretazione dei registi Moshe Leiser e Patrice Caurier che presentano Giovanna come una nevrotica in preda a turbe erotiche e allucinazioni, non lo convince. "Ne hanno fatto una pazza, mentre lei era una martire. Il sentire le voci, il parlare con entità celesti fa parte della santità. Così hanno svilito il suo personaggio". Perplesso all'inizio, entusiasta alla fine si dichiara Gianluca, 20 anni. "Ci ho messo un po' a entrare nella storia. Non capivo perché la Pulzella fosse finita in una stanza ottocentesca. Poi mi sono reso conto che si trattava di una trasposizione nell'epoca di Verdi, dove Giovanna si trasforma in eroina dell'indipendenza, pronta a battersi per la sua patria". Qualche confusione corre sulle date. Qualcuno pensa che la Pulzella sia vissuta nel 1200, altri sono convinti che sia salita al rogo a trent'anni. Il libretto certo non aiuta a chiarire le idee, tanto meno la regia. Alla fine grandi applausi. Per Chailly, i registi e gli interpreti. (da: "Giovanna d'Arco alla Scala", "Corriere della Sera") L'autrice del brano, a un certo punto, segnala una forte dicotomia nella vita di Giovanna d'Arco, così come rappresentata sulla scena. Si verifica tra:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Piace per il suo coraggio, il suo credere fino in fondo a un ideale. A qualcuno piace santa, a qualcun altro peccatrice. Piacciono le sue visioni celesti, ma ancor più i diavolacci rossi che scendono a tentarla. Piace soprattutto perché Giovanna è una "Under 30" come loro, una ragazza piena di sogni, di fantasie, di follie. Persino innamorata di un principe azzurro a cui dovrà rinunciare. "Un vero peccato" commentano alcune fanciulle speranzose in un happy end. Niente da fare, Giovanna stavolta scampa il rogo e neppure cade in battaglia, come vorrebbe il libretto, ma morirà comunque, di consunzione [1], nel suo letto. "Primina" affollata quella di Giovanna d'Arco diretta ieri da Riccardo Chailly, felice prodromo dell'inaugurazione del 7 dicembre. Assente dalla Scala da 150 anni, l'opera verdiana suscita tra i giovani spettatori entusiasmi e dibattiti per la sua inattesa modernità."Giovanna somiglia a una ragazza di oggi � sostiene Michela, 19 anni �. Forte, intrepida, capace di battersi per le sue idee". Un modello da seguire? "Non del tutto � aggiunge l'amica al fianco �. Lei impugna la spada in nome di una fede estrema, e questo per noi suona davvero sinistro. La ammiro, ma davanti alla violenza sarebbe giusto fare un passo indietro". Un po' scandalizzato si dice Giovanni Battista, seminarista diciottenne. L'interpretazione dei registi Moshe Leiser e Patrice Caurier che presentano Giovanna come una nevrotica in preda a turbe erotiche e allucinazioni, non lo convince. "Ne hanno fatto una pazza, mentre lei era una martire. Il sentire le voci, il parlare con entità celesti fa parte della santità. Così hanno svilito il suo personaggio". Perplesso all'inizio, entusiasta alla fine si dichiara Gianluca, 20 anni. "Ci ho messo un po' a entrare nella storia. Non capivo perché la Pulzella fosse finita in una stanza ottocentesca. Poi mi sono reso conto che si trattava di una trasposizione nell'epoca di Verdi, dove Giovanna si trasforma in eroina dell'indipendenza, pronta a battersi per la sua patria". Qualche confusione corre sulle date. Qualcuno pensa che la Pulzella sia vissuta nel 1200, altri sono convinti che sia salita al rogo a trent'anni. Il libretto certo non aiuta a chiarire le idee, tanto meno la regia. Alla fine grandi applausi. Per Chailly, i registi e gli interpreti. (da: "Giovanna d'Arco alla Scala", "Corriere della Sera") In quale periodo storico è ambientata l'opera rappresentata alla Scala?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Poco importa che sia un mondo a parte, sperduto in mezzo al Pacifico a più di 3500 km dal Corno Sud americano. Ogni volta che gli abitanti dell'Isola di Pasqua, poco meno di seimila, provano a far sentire la loro voce, ci pensa il governo cileno a dire che non se ne parla nemmeno di rivedere l'organizzazione amministrativa del territorio d'oltremare sotto la giurisdizione di Santiago dal 1888 e, da quasi 50 anni, parte della lontanissima provincia di Valparaíso. È da allora, dal 1966, che i rapanui sono cittadini cileni di pieno diritto, ma non si sono mai sentiti tali fino in fondo, tanto che ad ogni occasione il sogno indipendentista riprende corpo. Ultimo motivo di frizione la consultazione indigena convocata dal Conaf, il Comitato nazionale forestale dipendente dal Ministero dell'Agricoltura di Santiago, per definire il futuro della gestione del parco nazionale Rapa Nui (creato soprattutto per garantire il bene più prezioso dell'isola, i 638 celebri Moai, le statue monolitiche realizzate tra l'XI e il XVI secolo dalle originarie popolazioni polinesiane, che secondo la tradizione rappresenterebbero i capi tribù indigeni morti). Il risultato del voto è stato schiacciante: 86% a favore di un'amministrazione del parco condivisa tra cileni e popolazione locale. Un segnale della volontà di rompere il cordone ombelicale che lega l'isola di Pasqua a Santiago, osservano alcuni. Ma c'è chi fa notare che la percentuale è insignificante, posto che sono andati alle urne solo 333 cittadini, il 15% dell'elettorato. La disputa tra centro e periferia, ad ogni modo, si riaccende e sull'isola attendono una visita dell'ong Indian Law, specializzata nell'assistenza alle comunità indigene che aspirano alla decolonizzazione. In più, sono in corso contatti con il governo boliviano per studiare la possibilità di un ricorso alla commissione Decolonizzazione delle Nazioni Unite nella speranza di avviare presto un processo indipendentista.Alcuni giuristi ammettono che l'isola possa quantomeno puntare a ottenere un nuovo status, con un livello di autonomia che riconosca la sua singolarità culturale: più autogoverno, come se fosse una regione, ma senza riconoscere al momento l'indipendenza. Un compromesso che probabilmente non soddisferà nessuno e non farà che rinviare il problema. (da: "L'Isola di Pasqua", "la Repubblica") Dal brano si evidenzia che i rapanui:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Poco importa che sia un mondo a parte, sperduto in mezzo al Pacifico a più di 3500 km dal Corno Sud americano. Ogni volta che gli abitanti dell'Isola di Pasqua, poco meno di seimila, provano a far sentire la loro voce, ci pensa il governo cileno a dire che non se ne parla nemmeno di rivedere l'organizzazione amministrativa del territorio d'oltremare sotto la giurisdizione di Santiago dal 1888 e, da quasi 50 anni, parte della lontanissima provincia di Valparaíso. È da allora, dal 1966, che i rapanui sono cittadini cileni di pieno diritto, ma non si sono mai sentiti tali fino in fondo, tanto che ad ogni occasione il sogno indipendentista riprende corpo. Ultimo motivo di frizione la consultazione indigena convocata dal Conaf, il Comitato nazionale forestale dipendente dal Ministero dell'Agricoltura di Santiago, per definire il futuro della gestione del parco nazionale Rapa Nui (creato soprattutto per garantire il bene più prezioso dell'isola, i 638 celebri Moai, le statue monolitiche realizzate tra l'XI e il XVI secolo dalle originarie popolazioni polinesiane, che secondo la tradizione rappresenterebbero i capi tribù indigeni morti). Il risultato del voto è stato schiacciante: 86% a favore di un'amministrazione del parco condivisa tra cileni e popolazione locale. Un segnale della volontà di rompere il cordone ombelicale che lega l'isola di Pasqua a Santiago, osservano alcuni. Ma c'è chi fa notare che la percentuale è insignificante, posto che sono andati alle urne solo 333 cittadini, il 15% dell'elettorato. La disputa tra centro e periferia, ad ogni modo, si riaccende e sull'isola attendono una visita dell'ong Indian Law, specializzata nell'assistenza alle comunità indigene che aspirano alla decolonizzazione. In più, sono in corso contatti con il governo boliviano per studiare la possibilità di un ricorso alla commissione Decolonizzazione delle Nazioni Unite nella speranza di avviare presto un processo indipendentista.Alcuni giuristi ammettono che l'isola possa quantomeno puntare a ottenere un nuovo status, con un livello di autonomia che riconosca la sua singolarità culturale: più autogoverno, come se fosse una regione, ma senza riconoscere al momento l'indipendenza. Un compromesso che probabilmente non soddisferà nessuno e non farà che rinviare il problema. (da: "L'Isola di Pasqua", "la Repubblica") Cos'è il Conaf?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. Poco importa che sia un mondo a parte, sperduto in mezzo al Pacifico a più di 3500 km dal Corno Sud americano. Ogni volta che gli abitanti dell'Isola di Pasqua, poco meno di seimila, provano a far sentire la loro voce, ci pensa il governo cileno a dire che non se ne parla nemmeno di rivedere l'organizzazione amministrativa del territorio d'oltremare sotto la giurisdizione di Santiago dal 1888 e, da quasi 50 anni, parte della lontanissima provincia di Valparaíso. È da allora, dal 1966, che i rapanui sono cittadini cileni di pieno diritto, ma non si sono mai sentiti tali fino in fondo, tanto che ad ogni occasione il sogno indipendentista riprende corpo. Ultimo motivo di frizione la consultazione indigena convocata dal Conaf, il Comitato nazionale forestale dipendente dal Ministero dell'Agricoltura di Santiago, per definire il futuro della gestione del parco nazionale Rapa Nui (creato soprattutto per garantire il bene più prezioso dell'isola, i 638 celebri Moai, le statue monolitiche realizzate tra l'XI e il XVI secolo dalle originarie popolazioni polinesiane, che secondo la tradizione rappresenterebbero i capi tribù indigeni morti). Il risultato del voto è stato schiacciante: 86% a favore di un'amministrazione del parco condivisa tra cileni e popolazione locale. Un segnale della volontà di rompere il cordone ombelicale che lega l'isola di Pasqua a Santiago, osservano alcuni. Ma c'è chi fa notare che la percentuale è insignificante, posto che sono andati alle urne solo 333 cittadini, il 15% dell'elettorato. La disputa tra centro e periferia, ad ogni modo, si riaccende e sull'isola attendono una visita dell'ong Indian Law, specializzata nell'assistenza alle comunità indigene che aspirano alla decolonizzazione. In più, sono in corso contatti con il governo boliviano per studiare la possibilità di un ricorso alla commissione Decolonizzazione delle Nazioni Unite nella speranza di avviare presto un processo indipendentista.Alcuni giuristi ammettono che l'isola possa quantomeno puntare a ottenere un nuovo status, con un livello di autonomia che riconosca la sua singolarità culturale: più autogoverno, come se fosse una regione, ma senza riconoscere al momento l'indipendenza. Un compromesso che probabilmente non soddisferà nessuno e non farà che rinviare il problema. (da: "L'Isola di Pasqua", "la Repubblica") Che cosa rappresentano i Moai?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Poco importa che sia un mondo a parte, sperduto in mezzo al Pacifico a più di 3500 km dal Corno Sud americano. Ogni volta che gli abitanti dell'Isola di Pasqua, poco meno di seimila, provano a far sentire la loro voce, ci pensa il governo cileno a dire che non se ne parla nemmeno di rivedere l'organizzazione amministrativa del territorio d'oltremare sotto la giurisdizione di Santiago dal 1888 e, da quasi 50 anni, parte della lontanissima provincia di Valparaíso. È da allora, dal 1966, che i rapanui sono cittadini cileni di pieno diritto, ma non si sono mai sentiti tali fino in fondo, tanto che ad ogni occasione il sogno indipendentista riprende corpo. Ultimo motivo di frizione la consultazione indigena convocata dal Conaf, il Comitato nazionale forestale dipendente dal Ministero dell'Agricoltura di Santiago, per definire il futuro della gestione del parco nazionale Rapa Nui (creato soprattutto per garantire il bene più prezioso dell'isola, i 638 celebri Moai, le statue monolitiche realizzate tra l'XI e il XVI secolo dalle originarie popolazioni polinesiane, che secondo la tradizione rappresenterebbero i capi tribù indigeni morti). Il risultato del voto è stato schiacciante: 86% a favore di un'amministrazione del parco condivisa tra cileni e popolazione locale. Un segnale della volontà di rompere il cordone ombelicale che lega l'isola di Pasqua a Santiago, osservano alcuni. Ma c'è chi fa notare che la percentuale è insignificante, posto che sono andati alle urne solo 333 cittadini, il 15% dell'elettorato. La disputa tra centro e periferia, ad ogni modo, si riaccende e sull'isola attendono una visita dell'ong Indian Law, specializzata nell'assistenza alle comunità indigene che aspirano alla decolonizzazione. In più, sono in corso contatti con il governo boliviano per studiare la possibilità di un ricorso alla commissione Decolonizzazione delle Nazioni Unite nella speranza di avviare presto un processo indipendentista.Alcuni giuristi ammettono che l'isola possa quantomeno puntare a ottenere un nuovo status, con un livello di autonomia che riconosca la sua singolarità culturale: più autogoverno, come se fosse una regione, ma senza riconoscere al momento l'indipendenza. Un compromesso che probabilmente non soddisferà nessuno e non farà che rinviare il problema. (da: "L'Isola di Pasqua", "la Repubblica") Il risultato del voto pari all'86% a favore di un'amministrazione del parco condivisa tra cileni e popolazione locale, cosa rappresenta?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Poco importa che sia un mondo a parte, sperduto in mezzo al Pacifico a più di 3500 km dal Corno Sud americano. Ogni volta che gli abitanti dell'Isola di Pasqua, poco meno di seimila, provano a far sentire la loro voce, ci pensa il governo cileno a dire che non se ne parla nemmeno di rivedere l'organizzazione amministrativa del territorio d'oltremare sotto la giurisdizione di Santiago dal 1888 e, da quasi 50 anni, parte della lontanissima provincia di Valparaíso. È da allora, dal 1966, che i rapanui sono cittadini cileni di pieno diritto, ma non si sono mai sentiti tali fino in fondo, tanto che ad ogni occasione il sogno indipendentista riprende corpo. Ultimo motivo di frizione la consultazione indigena convocata dal Conaf, il Comitato nazionale forestale dipendente dal Ministero dell'Agricoltura di Santiago, per definire il futuro della gestione del parco nazionale Rapa Nui (creato soprattutto per garantire il bene più prezioso dell'isola, i 638 celebri Moai, le statue monolitiche realizzate tra l'XI e il XVI secolo dalle originarie popolazioni polinesiane, che secondo la tradizione rappresenterebbero i capi tribù indigeni morti). Il risultato del voto è stato schiacciante: 86% a favore di un'amministrazione del parco condivisa tra cileni e popolazione locale. Un segnale della volontà di rompere il cordone ombelicale che lega l'isola di Pasqua a Santiago, osservano alcuni. Ma c'è chi fa notare che la percentuale è insignificante, posto che sono andati alle urne solo 333 cittadini, il 15% dell'elettorato. La disputa tra centro e periferia, ad ogni modo, si riaccende e sull'isola attendono una visita dell'ong Indian Law, specializzata nell'assistenza alle comunità indigene che aspirano alla decolonizzazione. In più, sono in corso contatti con il governo boliviano per studiare la possibilità di un ricorso alla commissione Decolonizzazione delle Nazioni Unite nella speranza di avviare presto un processo indipendentista.Alcuni giuristi ammettono che l'isola possa quantomeno puntare a ottenere un nuovo status, con un livello di autonomia che riconosca la sua singolarità culturale: più autogoverno, come se fosse una regione, ma senza riconoscere al momento l'indipendenza. Un compromesso che probabilmente non soddisferà nessuno e non farà che rinviare il problema. (da: "L'Isola di Pasqua", "la Repubblica") Dal brano si deduce che il probabile compromesso tra l'isola di Pasqua e Santiago porterà a:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Popolazioni umane preistoriche di cacciatori-raccoglitori che abitavano il Nord America sono cresciute allo stesso ritmo delle società basate sull'agricoltura in Europa. È la conclusione di uno studio pubblicato da ricercatori dell'Università del Wyoming, che mette in discussione una teoria consolidata secondo cui l'adozione dell'agricoltura, iniziata tra 10.000 e 12.000 anni fa, avrebbe accelerato la crescita della popolazione umana.Secondo precedenti ricerche, a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, la crescita della popolazione umana sul lungo termine è stata dello 0,04 per cento per anno. Si tratta di un valore che si riscontra in diverse parti del mondo con differenti condizioni climatiche, e che è rimasto di fatto invariato fino a circa 200 anni fa, quando una serie di fattori ha portato a tassi di crescita più elevati. Attualmente, la popolazione umana mondiale cresce a un tasso medio dell'uno per cento per anno.Gli autori hanno effettuato un'analisi statistica delle datazioni al radiocarbonio dei resti fossili relativi a insediamenti preistorici di popolazioni di cacciatori-raccoglitori vissute tra 6.000 e 13.000 anni fa in una regione che si trova a cavallo tra gli Stati del Wyoming e del Colorado. Questi dati forniscono una documentazione piuttosto precisa della dimensione di queste popolazioni e quindi anche del loro tasso di crescita annuo, risultato pari allo 0,041 per cento, in linea con la crescita di altre regioni in tutto il Nord America, pur con fluttuazioni a breve termine che durano da alcune centinaia a mille anni in specifiche regioni. Nello stesso periodo, le popolazioni europee erano già passate a un sostentamento basato sull'agricoltura, ma il loro tasso di crescita era praticamente lo stesso."Questa somiglianza nei tassi di crescita indica che gli esseri umani preistorici erano efficacemente adattati al loro ambiente, al punto che la pressione ambientale specifica di ogni regione non era il principale meccanismo di regolazione della crescita della popolazione a lungo termine", scrivono gli autori.In definitiva, l'introduzione dell'agricoltura non può essere collegata a un aumento del tasso annuo a lungo termine della crescita della popolazione. Probabilmente, i fattori determinanti erano di natura globale ed erano connessi al cambiamento climatico, o a fattori biologici che influenzano l'aspettativa di vita o il tasso di fecondità, come per esempio le malattie. (Da: "Agricoltura e crescita delle popolazioni preistoriche", www.lescienze.it) La teoria che viene confutata è quella secondo cui:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Popolazioni umane preistoriche di cacciatori-raccoglitori che abitavano il Nord America sono cresciute allo stesso ritmo delle società basate sull'agricoltura in Europa. È la conclusione di uno studio pubblicato da ricercatori dell'Università del Wyoming, che mette in discussione una teoria consolidata secondo cui l'adozione dell'agricoltura, iniziata tra 10.000 e 12.000 anni fa, avrebbe accelerato la crescita della popolazione umana.Secondo precedenti ricerche, a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, la crescita della popolazione umana sul lungo termine è stata dello 0,04 per cento per anno. Si tratta di un valore che si riscontra in diverse parti del mondo con differenti condizioni climatiche, e che è rimasto di fatto invariato fino a circa 200 anni fa, quando una serie di fattori ha portato a tassi di crescita più elevati. Attualmente, la popolazione umana mondiale cresce a un tasso medio dell'uno per cento per anno.Gli autori hanno effettuato un'analisi statistica delle datazioni al radiocarbonio dei resti fossili relativi a insediamenti preistorici di popolazioni di cacciatori-raccoglitori vissute tra 6.000 e 13.000 anni fa in una regione che si trova a cavallo tra gli Stati del Wyoming e del Colorado. Questi dati forniscono una documentazione piuttosto precisa della dimensione di queste popolazioni e quindi anche del loro tasso di crescita annuo, risultato pari allo 0,041 per cento, in linea con la crescita di altre regioni in tutto il Nord America, pur con fluttuazioni a breve termine che durano da alcune centinaia a mille anni in specifiche regioni. Nello stesso periodo, le popolazioni europee erano già passate a un sostentamento basato sull'agricoltura, ma il loro tasso di crescita era praticamente lo stesso."Questa somiglianza nei tassi di crescita indica che gli esseri umani preistorici erano efficacemente adattati al loro ambiente, al punto che la pressione ambientale specifica di ogni regione non era il principale meccanismo di regolazione della crescita della popolazione a lungo termine", scrivono gli autori.In definitiva, l'introduzione dell'agricoltura non può essere collegata a un aumento del tasso annuo a lungo termine della crescita della popolazione. Probabilmente, i fattori determinanti erano di natura globale ed erano connessi al cambiamento climatico, o a fattori biologici che influenzano l'aspettativa di vita o il tasso di fecondità, come per esempio le malattie. (Da: "Agricoltura e crescita delle popolazioni preistoriche", www.lescienze.it) Il principale obiettivo del brano è quello di:
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Popolazioni umane preistoriche di cacciatori-raccoglitori che abitavano il Nord America sono cresciute allo stesso ritmo delle società basate sull'agricoltura in Europa. È la conclusione di uno studio pubblicato da ricercatori dell'Università del Wyoming, che mette in discussione una teoria consolidata secondo cui l'adozione dell'agricoltura, iniziata tra 10.000 e 12.000 anni fa, avrebbe accelerato la crescita della popolazione umana.Secondo precedenti ricerche, a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, la crescita della popolazione umana sul lungo termine è stata dello 0,04 per cento per anno. Si tratta di un valore che si riscontra in diverse parti del mondo con differenti condizioni climatiche, e che è rimasto di fatto invariato fino a circa 200 anni fa, quando una serie di fattori ha portato a tassi di crescita più elevati. Attualmente, la popolazione umana mondiale cresce a un tasso medio dell'uno per cento per anno.Gli autori hanno effettuato un'analisi statistica delle datazioni al radiocarbonio dei resti fossili relativi a insediamenti preistorici di popolazioni di cacciatori-raccoglitori vissute tra 6.000 e 13.000 anni fa in una regione che si trova a cavallo tra gli Stati del Wyoming e del Colorado. Questi dati forniscono una documentazione piuttosto precisa della dimensione di queste popolazioni e quindi anche del loro tasso di crescita annuo, risultato pari allo 0,041 per cento, in linea con la crescita di altre regioni in tutto il Nord America, pur con fluttuazioni a breve termine che durano da alcune centinaia a mille anni in specifiche regioni. Nello stesso periodo, le popolazioni europee erano già passate a un sostentamento basato sull'agricoltura, ma il loro tasso di crescita era praticamente lo stesso."Questa somiglianza nei tassi di crescita indica che gli esseri umani preistorici erano efficacemente adattati al loro ambiente, al punto che la pressione ambientale specifica di ogni regione non era il principale meccanismo di regolazione della crescita della popolazione a lungo termine", scrivono gli autori.In definitiva, l'introduzione dell'agricoltura non può essere collegata a un aumento del tasso annuo a lungo termine della crescita della popolazione. Probabilmente, i fattori determinanti erano di natura globale ed erano connessi al cambiamento climatico, o a fattori biologici che influenzano l'aspettativa di vita o il tasso di fecondità, come per esempio le malattie. (Da: "Agricoltura e crescita delle popolazioni preistoriche", www.lescienze.it) Qual è stato il principale metodo d'indagine usato per la ricerca di cui si parla nel brano?
RISPOSTA    Leggere attentamente il seguente brano. Popolazioni umane preistoriche di cacciatori-raccoglitori che abitavano il Nord America sono cresciute allo stesso ritmo delle società basate sull'agricoltura in Europa. È la conclusione di uno studio pubblicato da ricercatori dell'Università del Wyoming, che mette in discussione una teoria consolidata secondo cui l'adozione dell'agricoltura, iniziata tra 10.000 e 12.000 anni fa, avrebbe accelerato la crescita della popolazione umana.Secondo precedenti ricerche, a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, la crescita della popolazione umana sul lungo termine è stata dello 0,04 per cento per anno. Si tratta di un valore che si riscontra in diverse parti del mondo con differenti condizioni climatiche, e che è rimasto di fatto invariato fino a circa 200 anni fa, quando una serie di fattori ha portato a tassi di crescita più elevati. Attualmente, la popolazione umana mondiale cresce a un tasso medio dell'uno per cento per anno.Gli autori hanno effettuato un'analisi statistica delle datazioni al radiocarbonio dei resti fossili relativi a insediamenti preistorici di popolazioni di cacciatori-raccoglitori vissute tra 6.000 e 13.000 anni fa in una regione che si trova a cavallo tra gli Stati del Wyoming e del Colorado. Questi dati forniscono una documentazione piuttosto precisa della dimensione di queste popolazioni e quindi anche del loro tasso di crescita annuo, risultato pari allo 0,041 per cento, in linea con la crescita di altre regioni in tutto il Nord America, pur con fluttuazioni a breve termine che durano da alcune centinaia a mille anni in specifiche regioni. Nello stesso periodo, le popolazioni europee erano già passate a un sostentamento basato sull'agricoltura, ma il loro tasso di crescita era praticamente lo stesso."Questa somiglianza nei tassi di crescita indica che gli esseri umani preistorici erano efficacemente adattati al loro ambiente, al punto che la pressione ambientale specifica di ogni regione non era il principale meccanismo di regolazione della crescita della popolazione a lungo termine", scrivono gli autori.In definitiva, l'introduzione dell'agricoltura non può essere collegata a un aumento del tasso annuo a lungo termine della crescita della popolazione. Probabilmente, i fattori determinanti erano di natura globale ed erano connessi al cambiamento climatico, o a fattori biologici che influenzano l'aspettativa di vita o il tasso di fecondità, come per esempio le malattie. (Da: "Agricoltura e crescita delle popolazioni preistoriche", www.lescienze.it) Che differenza intercorreva, secondo quanto si evince dal brano, tra le popolazioni europee e quelle del Nord America di 10.000 � 12.000 anni fa?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere attentamente il seguente brano. Popolazioni umane preistoriche di cacciatori-raccoglitori che abitavano il Nord America sono cresciute allo stesso ritmo delle società basate sull'agricoltura in Europa. È la conclusione di uno studio pubblicato da ricercatori dell'Università del Wyoming, che mette in discussione una teoria consolidata secondo cui l'adozione dell'agricoltura, iniziata tra 10.000 e 12.000 anni fa, avrebbe accelerato la crescita della popolazione umana.Secondo precedenti ricerche, a partire dalla fine dell'ultima glaciazione, la crescita della popolazione umana sul lungo termine è stata dello 0,04 per cento per anno. Si tratta di un valore che si riscontra in diverse parti del mondo con differenti condizioni climatiche, e che è rimasto di fatto invariato fino a circa 200 anni fa, quando una serie di fattori ha portato a tassi di crescita più elevati. Attualmente, la popolazione umana mondiale cresce a un tasso medio dell'uno per cento per anno.Gli autori hanno effettuato un'analisi statistica delle datazioni al radiocarbonio dei resti fossili relativi a insediamenti preistorici di popolazioni di cacciatori-raccoglitori vissute tra 6.000 e 13.000 anni fa in una regione che si trova a cavallo tra gli Stati del Wyoming e del Colorado. Questi dati forniscono una documentazione piuttosto precisa della dimensione di queste popolazioni e quindi anche del loro tasso di crescita annuo, risultato pari allo 0,041 per cento, in linea con la crescita di altre regioni in tutto il Nord America, pur con fluttuazioni a breve termine che durano da alcune centinaia a mille anni in specifiche regioni. Nello stesso periodo, le popolazioni europee erano già passate a un sostentamento basato sull'agricoltura, ma il loro tasso di crescita era praticamente lo stesso."Questa somiglianza nei tassi di crescita indica che gli esseri umani preistorici erano efficacemente adattati al loro ambiente, al punto che la pressione ambientale specifica di ogni regione non era il principale meccanismo di regolazione della crescita della popolazione a lungo termine", scrivono gli autori.In definitiva, l'introduzione dell'agricoltura non può essere collegata a un aumento del tasso annuo a lungo termine della crescita della popolazione. Probabilmente, i fattori determinanti erano di natura globale ed erano connessi al cambiamento climatico, o a fattori biologici che influenzano l'aspettativa di vita o il tasso di fecondità, come per esempio le malattie. (Da: "Agricoltura e crescita delle popolazioni preistoriche", www.lescienze.it) Qual è il tasso di crescita annuo medio della popolazione mondiale oggi?

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