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Tutte le domande del quiz : Brani lunghi

tratto da:
Esercito Italiano
Quiz - Concorso per l'ammissione al 197° corso dell'Accademia Militare dell'Esercito - Anno accademico 2015/2016



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'invenzione della moneta è relativamente recente. Gli uomini primitivi non la conoscevano e utilizzavano il baratto come mezzo per lo scambio. Questo fu superato dall'introduzione della moneta naturale, consistente in un animale o in una cosa esistente in natura e considerata utile da tutti. Anticamente nel bacino del Mediterraneo si usava, per esempio, come moneta naturale, il bestiame. Le testimonianze di questa forma pre-monetale sono molte; basti ricordare che il termine latino pecunia (denaro) deriva dal vocabolo pecus, che significa gregge. Ben presto però apparve chiaro che questa forma di pre-moneta aveva grandi difetti: il bestiame, infatti, consentiva un accumulo di ricchezza, ma il suo mantenimento era costoso e impegnativo. Si passò allora alla cosiddetta moneta utensile, ovvero a oggetti lavorati, i quali mantenevano intatti nel tempo il loro valore. Ad esempio, nella Grecia antica la moneta utensile fu rappresentata principalmente dagli spiedi e dalle asce, mentre in Cina si usarono vanghe e coltelli. A poco a poco gli oggetti usati a questo scopo persero ogni funzione pratica, legata al lavoro, e diventarono puri mezzi di scambio. A modificare la storia dei mezzi di scambio fu la scoperta del metallo. Esso, fuso in forma di piccoli pani o lingotti, possedeva infatti tutti i requisiti necessari a diventare mezzo di scambio. L'introduzione della moneta di Stato rappresentò il punto di arrivo di un'evoluzione degli scambi commerciali del popolo greco. Nel corso del VII secolo a.C., infatti, i Greci emigrati verso le colonie del Mediterraneo diedero vita a un intenso rapporto commerciale con la madrepatria. Lo sviluppo degli scambi in termini quantitativi indusse gli operatori economici ad agevolare le contrattazioni adottando mezzi di pagamento più rapidi, diversi dalle forme di pre-moneta allora in uso. Nacque così la nuova merce-campione, costituita da globetti di metallo di dimensioni minime, più agili e facili da trattare rispetto ai pani di rame. I metalli nobili (l'oro, l'argento e l'elettro, una lega ottenuta dai due metalli precedenti) vennero preferiti agli altri per il fatto di essere rari, di essere pressoché inalterabili, in quanto non ossidabili, e di essere riconoscibili facilmente, oltre che dal suono e dall'aspetto, anche dal peso specifico, superiore a quello di tutti gli altri metalli allora conosciuti. L'uso quotidiano di pezzi del genere aveva però un limite. Non presentando, infatti, nessuna marca di valore e nessun segno di garanzia, ogni volta che venivano ricevuti in pagamento, i pezzi dovevano essere pesati per stabilirne il valore e saggiati per verificarne la purezza. Questo inconveniente fu superato con l'introduzione di globetti contromarcati garantiti da banchieri, mercanti o altri operatori economici. A questo punto (intorno al 620-600 a.C.) intervenne il governo di una delle città ioniche, forse Mileto, che si appropriò dell'idea emettendo una moneta statale con il suo simbolo. In circa un secolo, la moneta statale invase la Grecia continentale, poi divenne patrimonio di tutte le economie del Mediterraneo. Quella greca fu la prima moneta della storia, in tutte le altre aree la sua introduzione fu successiva. (Archivio Selexi) Nel brano si afferma che anticamente in Cina si utilizzarono:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'uomo del Rinascimento ha molti volti ben individuabili. [...] La donna del Rinascimento, invece, sembra quasi senza volto. Un uomo può essere principe o guerriero, artista o umanista, mercante o ecclesiastico, saggio o avventuriero. La donna assume solo raramente tali ruoli e, se lo fa, non sono questi i ruoli che la definiscono, ma altri: è madre o figlia o vedova; vergine o prostituta, santa o strega, Maria, o Eva, o Amazzone. Queste identità (che le derivano soltanto dal sesso a cui appartiene) la sommergono completamente ed estinguono qualsiasi altra personalità cui ella aspira. La donna, per tutto il periodo del Rinascimento, combatte per esprimere sé. Ma è una lotta destinata all'insuccesso, dato che, dalla fine del Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino. La gran parte delle donne del Rinascimento divennero madri, e la maternità ha costituito la loro professione. La loro vita adulta (dai venticinque anni circa nella maggior parte dei gruppi sociali, dall'adolescenza nelle élites) è tra un ciclo continuo di parti, allattamenti e ancora parti. Le donne che appartenevano alle classi superiori davano alla luce un figlio ogni ventiquattro o trenta mesi. Gli intervalli tra un parto o l'altro erano scanditi dai periodi di allattamento, che limitano la fertilità: quando il bambino era ormai svezzato, si poteva avere un nuovo concepimento. Le donne ricche partorivano anche più figli di quelle povere. Il bisogno di procurarsi un erede, corollario alla necessità di trasmettere efficacemente la ricchezza, le costringeva alla fertilità. Dato che esse non allattavano i loro bambini, gli intervalli tra un parto e l'altro potevano essere più brevi. [...] Portare un figlio è un privilegio e un fardello della donna. In Italia e in Francia, la donna che aveva appena partorito un bimbo veniva festeggiata e coccolata. Il canonico milanese Pietro Casola, nel 1494, descrive la camera di una donna della nobile famiglia Dolfin di Venezia che era appena divenuta madre. La stanza era stata addobbata con ornamenti del valore di almeno duemila ducati, mentre le donne che si prendevano cura della partoriente indossavano gioielli il cui valore raggiungeva almeno i centomila ducati. La donna che aveva appena partorito, come una sposa novella il giorno delle nozze, occupava per un momento transitorio una posizione di onore che non conosceva confronti. Essere incinte costituiva comunque un segno di onore. [...] Dalle donne delle classi superiori ci si aspettava anche che amassero i figli, e in effetti molte di loro lo facevano: nutrivano i figli e li educavano sino all'età di sette anni (le figlie fino al matrimonio) trovando così nella maternità un'occasione di creatività e di espressione. [...] La preoccupazione per la morte del bambino era sempre in agguato a ogni nascita. Il neonato era in qualche modo considerato dalle madri del Rinascimento come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. (Archivio Selexi) In base a quanto scritto nel brano, durante il Rinascimento la donna:
RISPOSTA   Domanda facile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'uomo del Rinascimento ha molti volti ben individuabili. [...] La donna del Rinascimento, invece, sembra quasi senza volto. Un uomo può essere principe o guerriero, artista o umanista, mercante o ecclesiastico, saggio o avventuriero. La donna assume solo raramente tali ruoli e, se lo fa, non sono questi i ruoli che la definiscono, ma altri: è madre o figlia o vedova; vergine o prostituta, santa o strega, Maria, o Eva, o Amazzone. Queste identità (che le derivano soltanto dal sesso a cui appartiene) la sommergono completamente ed estinguono qualsiasi altra personalità cui ella aspira. La donna, per tutto il periodo del Rinascimento, combatte per esprimere sé. Ma è una lotta destinata all'insuccesso, dato che, dalla fine del Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino. La gran parte delle donne del Rinascimento divennero madri, e la maternità ha costituito la loro professione. La loro vita adulta (dai venticinque anni circa nella maggior parte dei gruppi sociali, dall'adolescenza nelle élites) è tra un ciclo continuo di parti, allattamenti e ancora parti. Le donne che appartenevano alle classi superiori davano alla luce un figlio ogni ventiquattro o trenta mesi. Gli intervalli tra un parto o l'altro erano scanditi dai periodi di allattamento, che limitano la fertilità: quando il bambino era ormai svezzato, si poteva avere un nuovo concepimento. Le donne ricche partorivano anche più figli di quelle povere. Il bisogno di procurarsi un erede, corollario alla necessità di trasmettere efficacemente la ricchezza, le costringeva alla fertilità. Dato che esse non allattavano i loro bambini, gli intervalli tra un parto e l'altro potevano essere più brevi. [...] Portare un figlio è un privilegio e un fardello della donna. In Italia e in Francia, la donna che aveva appena partorito un bimbo veniva festeggiata e coccolata. Il canonico milanese Pietro Casola, nel 1494, descrive la camera di una donna della nobile famiglia Dolfin di Venezia che era appena divenuta madre. La stanza era stata addobbata con ornamenti del valore di almeno duemila ducati, mentre le donne che si prendevano cura della partoriente indossavano gioielli il cui valore raggiungeva almeno i centomila ducati. La donna che aveva appena partorito, come una sposa novella il giorno delle nozze, occupava per un momento transitorio una posizione di onore che non conosceva confronti. Essere incinte costituiva comunque un segno di onore. [...] Dalle donne delle classi superiori ci si aspettava anche che amassero i figli, e in effetti molte di loro lo facevano: nutrivano i figli e li educavano sino all'età di sette anni (le figlie fino al matrimonio) trovando così nella maternità un'occasione di creatività e di espressione. [...] La preoccupazione per la morte del bambino era sempre in agguato a ogni nascita. Il neonato era in qualche modo considerato dalle madri del Rinascimento come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. (Archivio Selexi) Secondo la tesi espressa nel brano, le donne rinascimentali di famiglia ricca:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'uomo del Rinascimento ha molti volti ben individuabili. [...] La donna del Rinascimento, invece, sembra quasi senza volto. Un uomo può essere principe o guerriero, artista o umanista, mercante o ecclesiastico, saggio o avventuriero. La donna assume solo raramente tali ruoli e, se lo fa, non sono questi i ruoli che la definiscono, ma altri: è madre o figlia o vedova; vergine o prostituta, santa o strega, Maria, o Eva, o Amazzone. Queste identità (che le derivano soltanto dal sesso a cui appartiene) la sommergono completamente ed estinguono qualsiasi altra personalità cui ella aspira. La donna, per tutto il periodo del Rinascimento, combatte per esprimere sé. Ma è una lotta destinata all'insuccesso, dato che, dalla fine del Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino. La gran parte delle donne del Rinascimento divennero madri, e la maternità ha costituito la loro professione. La loro vita adulta (dai venticinque anni circa nella maggior parte dei gruppi sociali, dall'adolescenza nelle élites) è tra un ciclo continuo di parti, allattamenti e ancora parti. Le donne che appartenevano alle classi superiori davano alla luce un figlio ogni ventiquattro o trenta mesi. Gli intervalli tra un parto o l'altro erano scanditi dai periodi di allattamento, che limitano la fertilità: quando il bambino era ormai svezzato, si poteva avere un nuovo concepimento. Le donne ricche partorivano anche più figli di quelle povere. Il bisogno di procurarsi un erede, corollario alla necessità di trasmettere efficacemente la ricchezza, le costringeva alla fertilità. Dato che esse non allattavano i loro bambini, gli intervalli tra un parto e l'altro potevano essere più brevi. [...] Portare un figlio è un privilegio e un fardello della donna. In Italia e in Francia, la donna che aveva appena partorito un bimbo veniva festeggiata e coccolata. Il canonico milanese Pietro Casola, nel 1494, descrive la camera di una donna della nobile famiglia Dolfin di Venezia che era appena divenuta madre. La stanza era stata addobbata con ornamenti del valore di almeno duemila ducati, mentre le donne che si prendevano cura della partoriente indossavano gioielli il cui valore raggiungeva almeno i centomila ducati. La donna che aveva appena partorito, come una sposa novella il giorno delle nozze, occupava per un momento transitorio una posizione di onore che non conosceva confronti. Essere incinte costituiva comunque un segno di onore. [...] Dalle donne delle classi superiori ci si aspettava anche che amassero i figli, e in effetti molte di loro lo facevano: nutrivano i figli e li educavano sino all'età di sette anni (le figlie fino al matrimonio) trovando così nella maternità un'occasione di creatività e di espressione. [...] La preoccupazione per la morte del bambino era sempre in agguato a ogni nascita. Il neonato era in qualche modo considerato dalle madri del Rinascimento come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. (Archivio Selexi) Quale affermazione, tra le seguenti, sulla condizione della donna del Rinascimento, può essere ricavata da quanto espresso nel brano?
RISPOSTA    Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La casa era fredda e deserta, e quasi subito Anderton cominciò i preparativi per il viaggio. Mentre faceva la valige, folli pensieri gli passavano per la mente. Forse si era sbagliato sul conto di Witwer ma come poteva esserne certo? In ogni modo, la cospirazione contro di lui era molto più complessa di quanto avesse pensato. Forse Witwer, in tutta questa situazione, era solo una marionetta insignificante manovrata da qualcun altro, da qualche figura distante e indistinta, appena visibile sullo sfondo. Mostrare la scheda a Lisa era stato un errore. Senza dubbio l'avrebbe descritta a Witwer in tutti i particolari. Non sarebbe mai riuscito a lasciare la Terra, non avrebbe mai avuto l'opportunità di scoprire com'era la vita su un pianeta di frontiera. Mentre era così preoccupato, sentì uno scricchiolio alle sue spalle. Si voltò dal letto, tenendo in mano una giacca a vento macchiata dalle intemperie, e si ritrovò la canna grigio-azzurra di una pistola A puntata contro di lui. «Non ci ha messo molto», disse guardando amareggiato l'uomo corpulento dalle labbra serrate. Indossava un cappotto marrone e impugnava la pistola con la mano guantata. «Non hai avuto neanche una piccola esitazione?». Il volto dell'intruso non mostrò alcun segno di reazione. «Non so di cosa sta parlando» disse «venga con me». Stupito Anderton lasciò cadere la giacca a vento «Lei non fa parte della mia agenzia? Non è un poliziotto». Nonostante le sue proteste, venne spinto, ancora sconvolto fuori di casa verso una limousine che li attendeva. Subito tre uomini armati sino ai denti si sedettero accanto a lui ai due lati del sedile. (Dicke, "Rapporto di minoranza e altri racconti", Fanucci) Che reazione ha Anderton al vedersi una pistola puntata contro?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La conoscenza ha due forme: o conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per la fantasia o conoscenza per l'intelletto; conoscenza dell'individuale o conoscenza dell'universale; delle cose singole ovvero delle loro relazioni; è, insomma, o produttrice d'immagini o produttrice di concetti.Continuamente si fa appello, nella vita ordinaria, alla conoscenza intuitiva. Si dice che di certe verità non si possono dare definizioni; che non si dimostrano per sillogismi; che conviene apprenderle intuitivamente. Il politico rimprovera l'astratto ragionatore, che non ha l'intuizione viva delle condizioni di fatto; il pedagogista batte sulla necessità di svolgere nell'educando anzitutto la facoltà intuitiva; il critico si tiene a onore di mettere da parte, innanzi a un'opera artistica, le teorie e le astrazioni e di giudicarla intuendola direttamente; l'uomo pratico, infine, professa di vivere d'intuizioni più che di ragionamenti.Ma, a questo ampio riconoscimento che la conoscenza intuitiva riceve nella vita ordinaria, non fa riscontro un pari e adeguato riconoscimento nel campo della teoria e della filosofia. Della conoscenza intellettiva c'è una scienza antichissima e ammessa indiscussamente da tutti, la logica; ma una scienza della conoscenza intuitiva è appena ammessa, e timidamente, da pochi. La conoscenza logica si è fatta la parte del leone; e, quando addirittura non divora la sua compagna, le concede appena un umile posticino di ancella o di portinaia. Che cosa è mai la conoscenza intuitiva senza il lume della intellettiva? È un servitore senza padrone: e, se al padrone occorre il servitore, è ben più necessario il primo al secondo, per campare la vita.L'intuizione è cieca; l'intelletto le presta gli occhi.Ora, il primo punto che bisogna fissare bene in mente è che la conoscenza intuitiva non ha bisogno di padroni; non ha necessità di appoggiarsi ad alcuno; non deve chiedere in prestito gli occhi altrui perché ne ha in fronte di suoi propri, validissimi. E se è indubitabile che in molte intuizioni si possono trovare mescolati concetti, in altre non vi è traccia di un simile miscuglio; il che prova che esso non è necessario. L'impressione di un chiaro di luna, ritratta da un pittore; il contorno di un Paese, delineato da un cartografo; un motivo musicale, tenero o energico; le parole di una lirica sospirosa, o quelle con le quali chiediamo, e comandiamo e ci lamentiamo nella vita ordinaria, possono ben essere tutti fatti intuitivi senza ombra di riferimenti intellettuali. Ma, checché si pensi di questi esempi, e posto anche si voglia e debba sostenere che la maggior parte delle intuizioni dell'uomo civile siano impregnate di concetti, v'è ben altro, e di più importante e conclusivo, da osservare. I concetti che si trovano misti e fusi nelle intuizioni, in quanto vi sono davvero misti e fusi, non sono più concetti, avendo perduto ogni indipendenza e autonomia. Furono già concetti, ma sono diventati, ora, semplici elementi d'intuizione.L'attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime. Se questa proposizione suona paradossale, una delle cause di ciò è senza dubbio nell'abito di dare alla parola "espressione" un significato troppo ristretto, assegnandola alle sole espressioni che si dicono verbali; laddove esistono anche espressioni non verbali, come quelle di linee, colori, toni: tutte quante da includere nel concetto di espressione, che abbraccia perciò ogni sorta di manifestazioni dell'uomo, oratore, musico, pittore o altro che sia. (Archivio Selexi) L'autore del brano ricorre all'esempio del dipinto di un chiaro di luna per:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La conoscenza ha due forme: o conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per la fantasia o conoscenza per l'intelletto; conoscenza dell'individuale o conoscenza dell'universale; delle cose singole ovvero delle loro relazioni; è, insomma, o produttrice d'immagini o produttrice di concetti.Continuamente si fa appello, nella vita ordinaria, alla conoscenza intuitiva. Si dice che di certe verità non si possono dare definizioni; che non si dimostrano per sillogismi; che conviene apprenderle intuitivamente. Il politico rimprovera l'astratto ragionatore, che non ha l'intuizione viva delle condizioni di fatto; il pedagogista batte sulla necessità di svolgere nell'educando anzitutto la facoltà intuitiva; il critico si tiene a onore di mettere da parte, innanzi a un'opera artistica, le teorie e le astrazioni e di giudicarla intuendola direttamente; l'uomo pratico, infine, professa di vivere d'intuizioni più che di ragionamenti.Ma, a questo ampio riconoscimento che la conoscenza intuitiva riceve nella vita ordinaria, non fa riscontro un pari e adeguato riconoscimento nel campo della teoria e della filosofia. Della conoscenza intellettiva c'è una scienza antichissima e ammessa indiscussamente da tutti, la logica; ma una scienza della conoscenza intuitiva è appena ammessa, e timidamente, da pochi. La conoscenza logica si è fatta la parte del leone; e, quando addirittura non divora la sua compagna, le concede appena un umile posticino di ancella o di portinaia. Che cosa è mai la conoscenza intuitiva senza il lume della intellettiva? È un servitore senza padrone: e, se al padrone occorre il servitore, è ben più necessario il primo al secondo, per campare la vita.L'intuizione è cieca; l'intelletto le presta gli occhi.Ora, il primo punto che bisogna fissare bene in mente è che la conoscenza intuitiva non ha bisogno di padroni; non ha necessità di appoggiarsi ad alcuno; non deve chiedere in prestito gli occhi altrui perché ne ha in fronte di suoi propri, validissimi. E se è indubitabile che in molte intuizioni si possono trovare mescolati concetti, in altre non vi è traccia di un simile miscuglio; il che prova che esso non è necessario. L'impressione di un chiaro di luna, ritratta da un pittore; il contorno di un Paese, delineato da un cartografo; un motivo musicale, tenero o energico; le parole di una lirica sospirosa, o quelle con le quali chiediamo, e comandiamo e ci lamentiamo nella vita ordinaria, possono ben essere tutti fatti intuitivi senza ombra di riferimenti intellettuali. Ma, checché si pensi di questi esempi, e posto anche si voglia e debba sostenere che la maggior parte delle intuizioni dell'uomo civile siano impregnate di concetti, v'è ben altro, e di più importante e conclusivo, da osservare. I concetti che si trovano misti e fusi nelle intuizioni, in quanto vi sono davvero misti e fusi, non sono più concetti, avendo perduto ogni indipendenza e autonomia. Furono già concetti, ma sono diventati, ora, semplici elementi d'intuizione.L'attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime. Se questa proposizione suona paradossale, una delle cause di ciò è senza dubbio nell'abito di dare alla parola "espressione" un significato troppo ristretto, assegnandola alle sole espressioni che si dicono verbali; laddove esistono anche espressioni non verbali, come quelle di linee, colori, toni: tutte quante da includere nel concetto di espressione, che abbraccia perciò ogni sorta di manifestazioni dell'uomo, oratore, musico, pittore o altro che sia. (Archivio Selexi) Il brano, verosimilmente, potrebbe appartenere a un:
RISPOSTA    Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La costa deviava leggermente, e io virai in modo da oltrepassare la curva; così, anche prima di atterrare, avevamo perso di vista le imbarcazioni. Balzai fuori, e mi portai correndo, più avanti che mi fu dato osare, con un fazzolettone di seta sotto il cappello per raffrescarmi, e un paio di pistole pronte al fuoco, a mia salvaguardia. Non avevo percorso cento metri che giunsi al fortino. Ecco come era disposto, quasi sulla sommità di un monticello scaturiva una polla di acqua limpida. Orbene, sul monticello, includendovi la polla, era stata costruita una robusta ridotta di tronchi, capace di una quarantina di uomini con feritorie da fucilieri su ogni lato. Tutt'allintorno era stata ricavata una vasta radura, e la costruzione era stata completata con uno steccato alto sei piedi, senza porta o altra apertura, troppo solido per poter essere demolito senza tempo e fatica, e troppo aperto per proteggere gli assalitori. Chi si fosse trovato nel fortino, li aveva sotto tiro da qualsiasi posizione; standosene tranquillo al riparo poteva fulminarli come tante pernici. Quel che più mi sedusse fu la polla. Perché quantunque nella cabina della Hispaniola avessimo abbondanza di armi, munizioni e viveri una cosa vi era stata trascurata: non avevamo acqua. Stavo riflettendo su questo quando mi giunse, ripercosso attraverso l'isola, il grido di un uomo colpito a morte. Non sono un novizio in fatto di morti violente. È qualcosa esser stato combattente, ma qualcosa di più essere dottore. Non c'è tempo di gingillarsi nel nostro mestiere. Così io presi all'istante la mia decisione, e senza perdere un minuto tornai alla spiaggia e balzai nella barchetta. Trovai tutti assai scossi, come naturale. (Stevenson, "L'isola del tesoro", Einaudi) Che cosa colpisce maggiormente l'attenzione del protagonista mentre osserva il fortino?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La difesa della proprietà privata è non soltanto uno dei cardini delle grandi rivoluzioni borghesi, ma è presente, alla pari di ogni altro diritto civile, nella totalità dei documenti costituzionali ispirati alla dottrina liberale, a cominciare dalla "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino" del 1789. Soltanto molto più tardi, nella costituzione di Weimar del 1919, si introdurranno le prime limitazioni dell'istituto e si farà riferimento agli obblighi dei proprietari, oltre che ai loro diritti, senza tuttavia minimamente contraddire i principi dell'economia di mercato. In realtà il binomio liberty and property è nelle concrete battaglie rivoluzionarie della nascente borghesia capitalistica, nei documenti e nei testi normativi più importanti del costituzionalismo moderno, oltre che nell'ideologia dei maggiori esponenti del pensiero liberale, qualcosa di assolutamente inscindibile. Sta qui, a mio parere, la radice del problema: il tema dell'uguaglianza solleva oggi questioni molto gravi sia nei confronti degli istituti giuridici che tutelano la proprietà privata, sia nei confronti degli istituti giuridici che tutelano le libertà individuali in senso stretto. Come è noto, la proprietà in quanto tale, e cioè come modalità di appropriazione in forma privata ed esclusiva di beni o di risorse, è stata oggetto di critiche di carattere morale fin dai primi secoli dell'era cristiana. La teologia patristica, riecheggiando insegnamenti evangelici, condanna la proprietà come un istituto che soddisfa l'egoismo dei ricchi e sanziona l'esclusione dei poveri. Questo perché un'esigenza di giustizia esige che tutto ciò che è superfluo per il singolo (proprietario) venga attribuito a chi manca del necessario per vivere. Questa ostilità morale nei confronti della proprietà e dei proprietari persiste lungamente nella tradizione cristiana e cattolica - si pensi, per tutti, ai movimenti pauperistici medievali e all'ascetismo francese - e alla fine si attenua e scompare del tutto con l'avvento dell'economia di mercato. In epoca moderna è Rousseau a rilanciare la critica dell'istituto proprietario e ad attribuirgli responsabilità non solo morali: la proprietà è per lui l'origine della disuguaglianza fra gli uomini. E non molto diversa è la posizione anarco-sociale di Proudhon, e in generale del socialismo critico-utopistico, per il quale, come è noto, la proprietà privata è intrisa di violenza e di sopraffazione e va soppressa ed eventualmente sostituita con forme di proprietà collettive.Da questa tradizione si distacca nettamente e consapevolmente l'analisi marxiana. Marx non ha mai criticato la proprietà come tale, né ha mai proposto una sua abolizione. La sua critica riguardava, come tutti sanno, la proprietà privata dei mezzi produttivi, che a suo giudizio era l'architrave dell'economia capitalistica. Riguardava proprio quella illimitata facoltà di possedere - non più proporzionata alla (limitata) capacità di consumo del proprietario e, soprattutto, alla sua (limitata) capacità di lavoro - che è teorizzata e moralmente giustificata dal padre fondatore del liberalismo, John Locke. E la critica marxiana riguardava in secondo luogo quella libertà di iniziativa economica che è il fulcro della teoria classica liberale, da Adam Smith a David Ricardo, a Stuart Mill. (D. Zolo, "Libertà, proprietà ed uguaglianza nella teoria dei diritti fondamentali. A proposito di un saggio di Luigi Ferrajoli", Laterza) Dal brano si può dedurre che:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La fine del XIX secolo è segnata dalla seconda rivoluzione industriale, che corrisponde all'era neotecnica (nata dall'utilizzazione dell'elettricità).L'elettricità è una nuova forma di energia facile da trasportare a grandi distanze e perciò utilizzabile in industrie molto lontane dalle fonti energetiche: ciò ha permesso di annullare uno dei più forti vincoli di localizzazione delle industrie.Paesi poveri di carbone ma ricchi di fiumi, come l'Italia, hanno avviato un sorprendente processo di industrializzazione sfruttando i salti d'acqua mediante turbine idrauliche per produrre energia idroelettrica.Nel XX secolo l'elettricità è entrata in tutte le fabbriche migliorando i metodi e i rendimenti; a loro volta il carbone e gli altri combustibili hanno conosciuto una crescente utilizzazione in apposite centrali per produrre energia termoelettrica.Nel 1860 venne brevettato il primo motore a scoppio e si avviò la produzione di benzina attraverso la raffinazione del petrolio; nel 1885 cominciarono a circolare le prime automobili; oggi si va affermando l'uso dell'energia nucleare e si cerca di utilizzare energie alternative e non inquinanti come quella solare e quella eolica.Se nella prima fase della rivoluzione industriale il reinvestimento dei profitti da parte degli imprenditori (autofinanziamento) era stato sufficiente ad assicurare lo sviluppo delle aziende, nell'era neotecnica l'impegno a mantenere il passo tecnologico costrinse le imprese a ricorrere al credito bancario: per finanziare le imprese industriali nacquero le società per azioni. (P. Dagradi, C. Cencini, "Compendio di geografia umana") L'annullamento di uno dei più forti vincoli di localizzazione delle industrie è avvenuto grazie:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La guerra mondiale fece precipitare la crisi nella quale si dibatteva da tempo l'Impero russo. Sarebbe naturalmente erroneo ritenere che il conflitto avesse in qualche misura determinato questa crisi; ma sarebbe altrettanto erroneo ritenere che esso abbia avuto una scarsa importanza nel determinare il collasso dell'autocrazia zarista, responsabile di uno stato di arretratezza che si traduceva in un'inferiorità tecnica e produttiva che era alla radice dei rovesci militari.I sintomi della debolezza dell'Impero zarista si erano registrati nei primi anni del secolo in occasione della guerra russo- giapponese: già allora la negativa prova militare aveva avuto come contraccolpo un'insurrezione che aveva denunciato il profondo fossato che divideva l'autocrazia del Paese, e aveva posto il problema di soddisfare non solo delle rivendicazioni di carattere sociale, ma anche delle fondamentali esigenze di natura politica.Un processo di industrializzazione era cominciato in Russia nell'ultimo ventennio dell'Ottocento. In connessione con l'inizio di questo processo, l'intellettualità si era resa conto che l'evoluzione del Paese non poteva essere frutto di azioni individuali sfocianti nel terrorismo, ma sarebbe stata frutto dell'evoluzione dei rapporti economici, i quali tuttavia erano segnati da un'intrinseca contraddizione, dal momento che nello stesso tempo in cui la politica economica si orientava verso l'industrializzazione, non si intendeva intaccare i rapporti di tipo precapitalistico esistenti nelle campagne. Il decollo industriale fu reso possibile dall'adozione di una politica protezionistica, dalla compressione dei salari operai e dall'ancoraggio del rublo all'oro, fattori che richiamarono in Russia capitali stranieri attratti dai profitti molto elevati che in tale contesto era possibile realizzare. Il settore che registrò gli investimenti più cospicui fu quello delle costruzioni ferroviarie: il suo sviluppo determinò l'incremento delle industrie estrattive del ferro e del carbone e la formazione d'una industria metalmeccanica, mentre si ebbero considerevoli progressi anche nel settore tessile e in quello della produzione petrolifera nella zona transcaucasica. L'afflusso del capitale estero fu molto massiccio: esso nel 1890 costituiva 1/3 del capitale delle società russe e nel 1900 addirittura il 50%.L'industria russa nacque con un alto livello di concentrazione, che non fu però determinata da un processo di selezione operato dalla concorrenza e venne a creare un forte squilibrio tra poche regioni industrializzate e il resto del Paese, nel quale rimasero pressochè intatti rapporti di produzione di tipo assolutamente arretrato. Questa situazione pose il problema dei rapporti tra un proletariato industriale dotato, per la sua stessa concentrazione, di una notevole forza d'urto sociale e politico, e un mondo contadino in preda a una profonda miseria e dotato di istituzioni e strutture comunitarie passibili, in prospettiva, di sviluppo o di distruzione. Si affacciò allora l'idea che non esistesse uno schema unico di sviluppo che obbligasse tutti i Paesi ad attraversare una fase capitalistica simile a quella che avevano attraversato i Paesi industrializzati dell'Europa occidentale, e che la Russia sarebbe potuta arrivare al socialismo percorrendo una via diversa.I “socialdemocratici” russi tuttavia, con alla testa Plechanov, criticarono questa prospettiva e sostennero che il passaggio attraverso uno stadio di capitalismo sviluppato sarebbe stato inevitabile anche per la società russa, e che quindi le forze veramente rivoluzionarie dovevano essere identificate nella borghesia liberale e nella classe operaia, mentre il proletariato doveva favorire la rivoluzione liberale borghese. (Archivio Selexi) Quale dei seguenti fattori NON ha giocato un ruolo nel determinare o nell'aggravare la crisi dell'Impero russo?
RISPOSTA    Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La guerra mondiale fece precipitare la crisi nella quale si dibatteva da tempo l'Impero russo. Sarebbe naturalmente erroneo ritenere che il conflitto avesse in qualche misura determinato questa crisi; ma sarebbe altrettanto erroneo ritenere che esso abbia avuto una scarsa importanza nel determinare il collasso dell'autocrazia zarista, responsabile di uno stato di arretratezza che si traduceva in un'inferiorità tecnica e produttiva che era alla radice dei rovesci militari.I sintomi della debolezza dell'Impero zarista si erano registrati nei primi anni del secolo in occasione della guerra russo- giapponese: già allora la negativa prova militare aveva avuto come contraccolpo un'insurrezione che aveva denunciato il profondo fossato che divideva l'autocrazia del Paese, e aveva posto il problema di soddisfare non solo delle rivendicazioni di carattere sociale, ma anche delle fondamentali esigenze di natura politica.Un processo di industrializzazione era cominciato in Russia nell'ultimo ventennio dell'Ottocento. In connessione con l'inizio di questo processo, l'intellettualità si era resa conto che l'evoluzione del Paese non poteva essere frutto di azioni individuali sfocianti nel terrorismo, ma sarebbe stata frutto dell'evoluzione dei rapporti economici, i quali tuttavia erano segnati da un'intrinseca contraddizione, dal momento che nello stesso tempo in cui la politica economica si orientava verso l'industrializzazione, non si intendeva intaccare i rapporti di tipo precapitalistico esistenti nelle campagne. Il decollo industriale fu reso possibile dall'adozione di una politica protezionistica, dalla compressione dei salari operai e dall'ancoraggio del rublo all'oro, fattori che richiamarono in Russia capitali stranieri attratti dai profitti molto elevati che in tale contesto era possibile realizzare. Il settore che registrò gli investimenti più cospicui fu quello delle costruzioni ferroviarie: il suo sviluppo determinò l'incremento delle industrie estrattive del ferro e del carbone e la formazione d'una industria metalmeccanica, mentre si ebbero considerevoli progressi anche nel settore tessile e in quello della produzione petrolifera nella zona transcaucasica. L'afflusso del capitale estero fu molto massiccio: esso nel 1890 costituiva 1/3 del capitale delle società russe e nel 1900 addirittura il 50%.L'industria russa nacque con un alto livello di concentrazione, che non fu però determinata da un processo di selezione operato dalla concorrenza e venne a creare un forte squilibrio tra poche regioni industrializzate e il resto del Paese, nel quale rimasero pressochè intatti rapporti di produzione di tipo assolutamente arretrato. Questa situazione pose il problema dei rapporti tra un proletariato industriale dotato, per la sua stessa concentrazione, di una notevole forza d'urto sociale e politico, e un mondo contadino in preda a una profonda miseria e dotato di istituzioni e strutture comunitarie passibili, in prospettiva, di sviluppo o di distruzione. Si affacciò allora l'idea che non esistesse uno schema unico di sviluppo che obbligasse tutti i Paesi ad attraversare una fase capitalistica simile a quella che avevano attraversato i Paesi industrializzati dell'Europa occidentale, e che la Russia sarebbe potuta arrivare al socialismo percorrendo una via diversa.I “socialdemocratici” russi tuttavia, con alla testa Plechanov, criticarono questa prospettiva e sostennero che il passaggio attraverso uno stadio di capitalismo sviluppato sarebbe stato inevitabile anche per la società russa, e che quindi le forze veramente rivoluzionarie dovevano essere identificate nella borghesia liberale e nella classe operaia, mentre il proletariato doveva favorire la rivoluzione liberale borghese. (Archivio Selexi) Quale dei seguenti aggettivi descrive correttamente l'industria al momento della sua nascita in Russia?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La guerra mondiale fece precipitare la crisi nella quale si dibatteva da tempo l'Impero russo. Sarebbe naturalmente erroneo ritenere che il conflitto avesse in qualche misura determinato questa crisi; ma sarebbe altrettanto erroneo ritenere che esso abbia avuto una scarsa importanza nel determinare il collasso dell'autocrazia zarista, responsabile di uno stato di arretratezza che si traduceva in un'inferiorità tecnica e produttiva che era alla radice dei rovesci militari.I sintomi della debolezza dell'Impero zarista si erano registrati nei primi anni del secolo in occasione della guerra russo- giapponese: già allora la negativa prova militare aveva avuto come contraccolpo un'insurrezione che aveva denunciato il profondo fossato che divideva l'autocrazia del Paese, e aveva posto il problema di soddisfare non solo delle rivendicazioni di carattere sociale, ma anche delle fondamentali esigenze di natura politica.Un processo di industrializzazione era cominciato in Russia nell'ultimo ventennio dell'Ottocento. In connessione con l'inizio di questo processo, l'intellettualità si era resa conto che l'evoluzione del Paese non poteva essere frutto di azioni individuali sfocianti nel terrorismo, ma sarebbe stata frutto dell'evoluzione dei rapporti economici, i quali tuttavia erano segnati da un'intrinseca contraddizione, dal momento che nello stesso tempo in cui la politica economica si orientava verso l'industrializzazione, non si intendeva intaccare i rapporti di tipo precapitalistico esistenti nelle campagne. Il decollo industriale fu reso possibile dall'adozione di una politica protezionistica, dalla compressione dei salari operai e dall'ancoraggio del rublo all'oro, fattori che richiamarono in Russia capitali stranieri attratti dai profitti molto elevati che in tale contesto era possibile realizzare. Il settore che registrò gli investimenti più cospicui fu quello delle costruzioni ferroviarie: il suo sviluppo determinò l'incremento delle industrie estrattive del ferro e del carbone e la formazione d'una industria metalmeccanica, mentre si ebbero considerevoli progressi anche nel settore tessile e in quello della produzione petrolifera nella zona transcaucasica. L'afflusso del capitale estero fu molto massiccio: esso nel 1890 costituiva 1/3 del capitale delle società russe e nel 1900 addirittura il 50%.L'industria russa nacque con un alto livello di concentrazione, che non fu però determinata da un processo di selezione operato dalla concorrenza e venne a creare un forte squilibrio tra poche regioni industrializzate e il resto del Paese, nel quale rimasero pressochè intatti rapporti di produzione di tipo assolutamente arretrato. Questa situazione pose il problema dei rapporti tra un proletariato industriale dotato, per la sua stessa concentrazione, di una notevole forza d'urto sociale e politico, e un mondo contadino in preda a una profonda miseria e dotato di istituzioni e strutture comunitarie passibili, in prospettiva, di sviluppo o di distruzione. Si affacciò allora l'idea che non esistesse uno schema unico di sviluppo che obbligasse tutti i Paesi ad attraversare una fase capitalistica simile a quella che avevano attraversato i Paesi industrializzati dell'Europa occidentale, e che la Russia sarebbe potuta arrivare al socialismo percorrendo una via diversa.I “socialdemocratici” russi tuttavia, con alla testa Plechanov, criticarono questa prospettiva e sostennero che il passaggio attraverso uno stadio di capitalismo sviluppato sarebbe stato inevitabile anche per la società russa, e che quindi le forze veramente rivoluzionarie dovevano essere identificate nella borghesia liberale e nella classe operaia, mentre il proletariato doveva favorire la rivoluzione liberale borghese. (Archivio Selexi) Quale dei seguenti titoli meglio sintetizza il contenuto del brano?
RISPOSTA    Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La luce e il calore che una stella emette nello spazio sono manifestazioni della sua presenza che ci permettono di percepire appunto l'esistenza dell'astro alla distanza di migliaia di anni luce se osserviamo a occhio, e di milioni se ci aiutiamo con i telescopi. Inoltre, se attorno alla stella si trovano dei pianeti, essa li illumina; nel caso della Terra questa luce è sorgente di vita. Quando all'interno di una stella hanno luogo processi energetici, si usa dire che la stella è "viva" anche se questi processi non hanno nulla a che fare con la vita in senso biologico.Ma la vita di una stella non dura in eterno. Tutte le stelle muoiono; dopo quanto tempo dalla loro nascita dipende solo dalla loro massa. Quelle di massa minore di quella del Sole possono vivere a lungo, anche decine di miliardi di anni; quelle della stessa massa del Sole una decina; quelle di massa superiore sono destinate a vita breve e a morte precoce. Una stella dieci volte più ricca di massa del Sole può vivere solo qualche decina di milioni di anni. Un nulla a confronto con i tempi in gioco nei fenomeni astronomici.Anche il modo con cui la stella perde vita, cioè cessa di produrre energia, è diverso dall'una all'altra e dipende solo dalla massa. Se questa è minore di quella solare la morte della stella interverrà per lenta estinzione. Nel caso del Sole, o di stelle di massa simile, la morte interviene dopo una serie di esplosioni che si susseguono a distanza di centinaia di milioni di anni (o qualche miliardo). Alla fine la stella si contrae in un astro di piccole dimensioni (per esempio circa come la Terra). Se la stella è di massa molto superiore a quella del Sole la fine è catastrofica: una colossale esplosione la dividerà in due parti: una che si contrae, al centro, in un astro di diametro di pochi chilometri e formato di materia iperdensa (un pulsar o addirittura un buco nero) e l'altra rappresentata da un involucro esterno che viene proiettato a distanza sotto forma di una gigantesca superficie sferica che continua a dilatarsi fino a disperdersi nello spazio interstellare.Qua e là, nello spazio, si osservano delle tenui nebulose a forma di bolla sferica, molto sottili e perlopiù trasparenti. Al centro di queste nebulose spesso si trova un pulsar che si può osservare per la sua radioemissione cadenzata e talvolta anche per la sua tenue luce.La costellazione del Cigno che si può osservare nelle calde notti d'estate fino all'inizio dell'autunno è una di quelle in cui è finita una stella che si è estinta per esplosione. Se il fenomeno è avvenuto di recente (per esempio meno di una decina di migliaia di anni), allora nel centro della nebulosa si troverà un pulsar che conferma l'origine della nebulosa. Se l'esplosione è più remota (come nel nostro caso), allora il pulsar può essersi estinto; in questo caso rimane solo la nebulosa ad anello. Per osservare l'anello del Cigno occorrono cieli dotati di estrema limpidezza e strumenti molto luminosi: per esempio un telescopio con un obbiettivo molto grande, almeno venti centimetri di diametro. La bellezza di questa nebulosa contrasta con la tragica fine che ha fatto la stella che le ha dato origine. E la stessa fine devono aver fatto i pianeti, se ce n'erano, che giravano attorno a essa. (Archivio Selexi) Dal brano si deduce che:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La luce e il calore che una stella emette nello spazio sono manifestazioni della sua presenza che ci permettono di percepire appunto l'esistenza dell'astro alla distanza di migliaia di anni luce se osserviamo a occhio, e di milioni se ci aiutiamo con i telescopi. Inoltre, se attorno alla stella si trovano dei pianeti, essa li illumina; nel caso della Terra questa luce è sorgente di vita. Quando all'interno di una stella hanno luogo processi energetici, si usa dire che la stella è "viva" anche se questi processi non hanno nulla a che fare con la vita in senso biologico.Ma la vita di una stella non dura in eterno. Tutte le stelle muoiono; dopo quanto tempo dalla loro nascita dipende solo dalla loro massa. Quelle di massa minore di quella del Sole possono vivere a lungo, anche decine di miliardi di anni; quelle della stessa massa del Sole una decina; quelle di massa superiore sono destinate a vita breve e a morte precoce. Una stella dieci volte più ricca di massa del Sole può vivere solo qualche decina di milioni di anni. Un nulla a confronto con i tempi in gioco nei fenomeni astronomici.Anche il modo con cui la stella perde vita, cioè cessa di produrre energia, è diverso dall'una all'altra e dipende solo dalla massa. Se questa è minore di quella solare la morte della stella interverrà per lenta estinzione. Nel caso del Sole, o di stelle di massa simile, la morte interviene dopo una serie di esplosioni che si susseguono a distanza di centinaia di milioni di anni (o qualche miliardo). Alla fine la stella si contrae in un astro di piccole dimensioni (per esempio circa come la Terra). Se la stella è di massa molto superiore a quella del Sole la fine è catastrofica: una colossale esplosione la dividerà in due parti: una che si contrae, al centro, in un astro di diametro di pochi chilometri e formato di materia iperdensa (un pulsar o addirittura un buco nero) e l'altra rappresentata da un involucro esterno che viene proiettato a distanza sotto forma di una gigantesca superficie sferica che continua a dilatarsi fino a disperdersi nello spazio interstellare.Qua e là, nello spazio, si osservano delle tenui nebulose a forma di bolla sferica, molto sottili e perlopiù trasparenti. Al centro di queste nebulose spesso si trova un pulsar che si può osservare per la sua radioemissione cadenzata e talvolta anche per la sua tenue luce.La costellazione del Cigno che si può osservare nelle calde notti d'estate fino all'inizio dell'autunno è una di quelle in cui è finita una stella che si è estinta per esplosione. Se il fenomeno è avvenuto di recente (per esempio meno di una decina di migliaia di anni), allora nel centro della nebulosa si troverà un pulsar che conferma l'origine della nebulosa. Se l'esplosione è più remota (come nel nostro caso), allora il pulsar può essersi estinto; in questo caso rimane solo la nebulosa ad anello. Per osservare l'anello del Cigno occorrono cieli dotati di estrema limpidezza e strumenti molto luminosi: per esempio un telescopio con un obbiettivo molto grande, almeno venti centimetri di diametro. La bellezza di questa nebulosa contrasta con la tragica fine che ha fatto la stella che le ha dato origine. E la stessa fine devono aver fatto i pianeti, se ce n'erano, che giravano attorno a essa. (Archivio Selexi) Il brano è stato verosimilmente scritto per:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La luce e il calore che una stella emette nello spazio sono manifestazioni della sua presenza che ci permettono di percepire appunto l'esistenza dell'astro alla distanza di migliaia di anni luce se osserviamo a occhio, e di milioni se ci aiutiamo con i telescopi. Inoltre, se attorno alla stella si trovano dei pianeti, essa li illumina; nel caso della Terra questa luce è sorgente di vita. Quando all'interno di una stella hanno luogo processi energetici, si usa dire che la stella è "viva" anche se questi processi non hanno nulla a che fare con la vita in senso biologico.Ma la vita di una stella non dura in eterno. Tutte le stelle muoiono; dopo quanto tempo dalla loro nascita dipende solo dalla loro massa. Quelle di massa minore di quella del Sole possono vivere a lungo, anche decine di miliardi di anni; quelle della stessa massa del Sole una decina; quelle di massa superiore sono destinate a vita breve e a morte precoce. Una stella dieci volte più ricca di massa del Sole può vivere solo qualche decina di milioni di anni. Un nulla a confronto con i tempi in gioco nei fenomeni astronomici.Anche il modo con cui la stella perde vita, cioè cessa di produrre energia, è diverso dall'una all'altra e dipende solo dalla massa. Se questa è minore di quella solare la morte della stella interverrà per lenta estinzione. Nel caso del Sole, o di stelle di massa simile, la morte interviene dopo una serie di esplosioni che si susseguono a distanza di centinaia di milioni di anni (o qualche miliardo). Alla fine la stella si contrae in un astro di piccole dimensioni (per esempio circa come la Terra). Se la stella è di massa molto superiore a quella del Sole la fine è catastrofica: una colossale esplosione la dividerà in due parti: una che si contrae, al centro, in un astro di diametro di pochi chilometri e formato di materia iperdensa (un pulsar o addirittura un buco nero) e l'altra rappresentata da un involucro esterno che viene proiettato a distanza sotto forma di una gigantesca superficie sferica che continua a dilatarsi fino a disperdersi nello spazio interstellare.Qua e là, nello spazio, si osservano delle tenui nebulose a forma di bolla sferica, molto sottili e perlopiù trasparenti. Al centro di queste nebulose spesso si trova un pulsar che si può osservare per la sua radioemissione cadenzata e talvolta anche per la sua tenue luce.La costellazione del Cigno che si può osservare nelle calde notti d'estate fino all'inizio dell'autunno è una di quelle in cui è finita una stella che si è estinta per esplosione. Se il fenomeno è avvenuto di recente (per esempio meno di una decina di migliaia di anni), allora nel centro della nebulosa si troverà un pulsar che conferma l'origine della nebulosa. Se l'esplosione è più remota (come nel nostro caso), allora il pulsar può essersi estinto; in questo caso rimane solo la nebulosa ad anello. Per osservare l'anello del Cigno occorrono cieli dotati di estrema limpidezza e strumenti molto luminosi: per esempio un telescopio con un obbiettivo molto grande, almeno venti centimetri di diametro. La bellezza di questa nebulosa contrasta con la tragica fine che ha fatto la stella che le ha dato origine. E la stessa fine devono aver fatto i pianeti, se ce n'erano, che giravano attorno a essa. (Archivio Selexi) Il tema centrale del brano è:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La metacognizione è la consapevolezza che l'individuo ha dei processi cognitivi, che si manifesta sia nella conoscenza delle operazioni e dei procedimenti di cui fa uso, sia nella capacità di osservarsi mentre esegue un compito, ponendolo sotto controllo. Grazie all'attività metacognitiva, il soggetto è in grado di riconoscere che cosa sta facendo, interviene per scegliere la strategia più adatta in ogni fase del compito, ne controlla l'applicazione, verifica se i risultati sono soddisfacenti e se il lavoro può ritenersi concluso, e così via. Varie ricerche sperimentali hanno dimostrato che nell'esecuzione delle attività complesse riescono meglio quei soggetti che impiegano più tempo nelle fasi di riflessione e di controllo e, relativamente, un tempo minore in quelle di esecuzione. Gli apprendimenti innescati con largo impiego di capacità metacognitive sarebbero, inoltre, più duraturi.Per quanto riguarda in particolare la scrittura, molti sostengono che prendere coscienza dei propri processi cognitivi sarebbe una base importante per lo sviluppo di una competenza matura. Gli studenti, difatti, assumerebbero un ruolo più attivo e motivato nelle attività di composizione e, soprattutto, il loro sforzo per acquisire strategie più complesse acquisterebbe un significato grazie alla consapevolezza degli obiettivi cognitivi che si propongono, delle potenzialità delle strategie che ancora non padroneggiano e dei progressi via via realizzati. Si può concludere, di qui, che non è sufficiente che gli studenti imparino a usare delle tecniche. Occorre, anche, che ne divengano coscienti e acquisiscano la conoscenza del processo di composizione nelle sue varie componenti, così da essere in grado di governarlo.La scrittura non è infatti un'attività compatta e indivisibile, ma un'azione complessa che coinvolge una pluralità di operazioni: costituisce un processo. L'idea che essa comprenda più fasi risale tuttavia alla retorica classica, che distingueva, come è noto, cinque stadi operativi: l'inventio (reperimento delle idee e dei dati), la dispositio (organizzazione e ordinamento dei materiali in funzione dello sviluppo del discorso), l'elocutio (messa a punto verbale), la memoria (memorizzazione del discorso) e l'actio (esecuzione conclusiva). Di questi cinque stadi, solo i primi tre interessano direttamente la composizione. Gli ultimi due, infatti, sono riferiti all'esecuzione del testo, destinato a una pubblica performance orale nelle assemblee politiche o giudiziarie.Nel quadro di tale impostazione si collocano anche le proposte, più recenti, della manualistica neo-retorica, diffusa soprattutto in ambiente anglo-americano. Il modello classico viene qui però ulteriormente articolato, con l'attribuzione di uno spazio specifico all'attività di revisione del testo prodotto. Questa concezione tradizionale è alla base di tutte le elaborazioni successive, che si propongono tuttavia di superarne la staticità. Nell'impianto retorico vi è l'idea infatti che le diverse attività implicate nello scrivere si susseguano in modo rigidamente lineare e che ciascuna di esse rappresenti un momento chiuso del processo complessivo. Chi scrive, invece, non segue una sequenza di tipo rigorosamente progressivo, ma si muove con una certa libertà da uno stadio all'altro, torna su stadi precedenti, anticipa stadi successivi. Per esempio, dopo aver preparato la "scaletta" e aver dato inizio alla stesura del testo, può avere ripensamenti e modificare di conseguenza il piano precedentemente elaborato. Oppure, durante la fase di revisione, può cogliere un vuoto informativo e retrocedere alla ricerca di dati e di idee. Le operazioni di scrittura, insomma, non vengono affrontate in sequenza lineare, ma piuttosto in maniera ricorsiva.Oggi si preferisce perciò considerare la composizione come un processo costituito di sotto-processi, ognuno dei quali si distingue per un compito specifico che viene affrontato (per esempio elaborare idee, pianificare, revisionare), ma non è vincolato a una posizione rigida in una sequenza di atti scritturali. Chi scrive spezza l'azione complessiva in sotto-azioni, per ridurre la complessità del compito, ma si muove in modo elastico e flessibile fra le diverse componenti operative, coordinandole mediante un sistema di regolazione che gli permette di tenere sotto controllo l'insieme dell'attività. (Archivio Selexi) Secondo l'autore del brano, attualmente si tende a considerare la composizione scritta come:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La metacognizione è la consapevolezza che l'individuo ha dei processi cognitivi, che si manifesta sia nella conoscenza delle operazioni e dei procedimenti di cui fa uso, sia nella capacità di osservarsi mentre esegue un compito, ponendolo sotto controllo. Grazie all'attività metacognitiva, il soggetto è in grado di riconoscere che cosa sta facendo, interviene per scegliere la strategia più adatta in ogni fase del compito, ne controlla l'applicazione, verifica se i risultati sono soddisfacenti e se il lavoro può ritenersi concluso, e così via. Varie ricerche sperimentali hanno dimostrato che nell'esecuzione delle attività complesse riescono meglio quei soggetti che impiegano più tempo nelle fasi di riflessione e di controllo e, relativamente, un tempo minore in quelle di esecuzione. Gli apprendimenti innescati con largo impiego di capacità metacognitive sarebbero, inoltre, più duraturi.Per quanto riguarda in particolare la scrittura, molti sostengono che prendere coscienza dei propri processi cognitivi sarebbe una base importante per lo sviluppo di una competenza matura. Gli studenti, difatti, assumerebbero un ruolo più attivo e motivato nelle attività di composizione e, soprattutto, il loro sforzo per acquisire strategie più complesse acquisterebbe un significato grazie alla consapevolezza degli obiettivi cognitivi che si propongono, delle potenzialità delle strategie che ancora non padroneggiano e dei progressi via via realizzati. Si può concludere, di qui, che non è sufficiente che gli studenti imparino a usare delle tecniche. Occorre, anche, che ne divengano coscienti e acquisiscano la conoscenza del processo di composizione nelle sue varie componenti, così da essere in grado di governarlo.La scrittura non è infatti un'attività compatta e indivisibile, ma un'azione complessa che coinvolge una pluralità di operazioni: costituisce un processo. L'idea che essa comprenda più fasi risale tuttavia alla retorica classica, che distingueva, come è noto, cinque stadi operativi: l'inventio (reperimento delle idee e dei dati), la dispositio (organizzazione e ordinamento dei materiali in funzione dello sviluppo del discorso), l'elocutio (messa a punto verbale), la memoria (memorizzazione del discorso) e l'actio (esecuzione conclusiva). Di questi cinque stadi, solo i primi tre interessano direttamente la composizione. Gli ultimi due, infatti, sono riferiti all'esecuzione del testo, destinato a una pubblica performance orale nelle assemblee politiche o giudiziarie.Nel quadro di tale impostazione si collocano anche le proposte, più recenti, della manualistica neo-retorica, diffusa soprattutto in ambiente anglo-americano. Il modello classico viene qui però ulteriormente articolato, con l'attribuzione di uno spazio specifico all'attività di revisione del testo prodotto. Questa concezione tradizionale è alla base di tutte le elaborazioni successive, che si propongono tuttavia di superarne la staticità. Nell'impianto retorico vi è l'idea infatti che le diverse attività implicate nello scrivere si susseguano in modo rigidamente lineare e che ciascuna di esse rappresenti un momento chiuso del processo complessivo. Chi scrive, invece, non segue una sequenza di tipo rigorosamente progressivo, ma si muove con una certa libertà da uno stadio all'altro, torna su stadi precedenti, anticipa stadi successivi. Per esempio, dopo aver preparato la "scaletta" e aver dato inizio alla stesura del testo, può avere ripensamenti e modificare di conseguenza il piano precedentemente elaborato. Oppure, durante la fase di revisione, può cogliere un vuoto informativo e retrocedere alla ricerca di dati e di idee. Le operazioni di scrittura, insomma, non vengono affrontate in sequenza lineare, ma piuttosto in maniera ricorsiva.Oggi si preferisce perciò considerare la composizione come un processo costituito di sotto-processi, ognuno dei quali si distingue per un compito specifico che viene affrontato (per esempio elaborare idee, pianificare, revisionare), ma non è vincolato a una posizione rigida in una sequenza di atti scritturali. Chi scrive spezza l'azione complessiva in sotto-azioni, per ridurre la complessità del compito, ma si muove in modo elastico e flessibile fra le diverse componenti operative, coordinandole mediante un sistema di regolazione che gli permette di tenere sotto controllo l'insieme dell'attività. (Archivio Selexi) L'autore del brano afferma che:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La metacognizione è la consapevolezza che l'individuo ha dei processi cognitivi, che si manifesta sia nella conoscenza delle operazioni e dei procedimenti di cui fa uso, sia nella capacità di osservarsi mentre esegue un compito, ponendolo sotto controllo. Grazie all'attività metacognitiva, il soggetto è in grado di riconoscere che cosa sta facendo, interviene per scegliere la strategia più adatta in ogni fase del compito, ne controlla l'applicazione, verifica se i risultati sono soddisfacenti e se il lavoro può ritenersi concluso, e così via. Varie ricerche sperimentali hanno dimostrato che nell'esecuzione delle attività complesse riescono meglio quei soggetti che impiegano più tempo nelle fasi di riflessione e di controllo e, relativamente, un tempo minore in quelle di esecuzione. Gli apprendimenti innescati con largo impiego di capacità metacognitive sarebbero, inoltre, più duraturi.Per quanto riguarda in particolare la scrittura, molti sostengono che prendere coscienza dei propri processi cognitivi sarebbe una base importante per lo sviluppo di una competenza matura. Gli studenti, difatti, assumerebbero un ruolo più attivo e motivato nelle attività di composizione e, soprattutto, il loro sforzo per acquisire strategie più complesse acquisterebbe un significato grazie alla consapevolezza degli obiettivi cognitivi che si propongono, delle potenzialità delle strategie che ancora non padroneggiano e dei progressi via via realizzati. Si può concludere, di qui, che non è sufficiente che gli studenti imparino a usare delle tecniche. Occorre, anche, che ne divengano coscienti e acquisiscano la conoscenza del processo di composizione nelle sue varie componenti, così da essere in grado di governarlo.La scrittura non è infatti un'attività compatta e indivisibile, ma un'azione complessa che coinvolge una pluralità di operazioni: costituisce un processo. L'idea che essa comprenda più fasi risale tuttavia alla retorica classica, che distingueva, come è noto, cinque stadi operativi: l'inventio (reperimento delle idee e dei dati), la dispositio (organizzazione e ordinamento dei materiali in funzione dello sviluppo del discorso), l'elocutio (messa a punto verbale), la memoria (memorizzazione del discorso) e l'actio (esecuzione conclusiva). Di questi cinque stadi, solo i primi tre interessano direttamente la composizione. Gli ultimi due, infatti, sono riferiti all'esecuzione del testo, destinato a una pubblica performance orale nelle assemblee politiche o giudiziarie.Nel quadro di tale impostazione si collocano anche le proposte, più recenti, della manualistica neo-retorica, diffusa soprattutto in ambiente anglo-americano. Il modello classico viene qui però ulteriormente articolato, con l'attribuzione di uno spazio specifico all'attività di revisione del testo prodotto. Questa concezione tradizionale è alla base di tutte le elaborazioni successive, che si propongono tuttavia di superarne la staticità. Nell'impianto retorico vi è l'idea infatti che le diverse attività implicate nello scrivere si susseguano in modo rigidamente lineare e che ciascuna di esse rappresenti un momento chiuso del processo complessivo. Chi scrive, invece, non segue una sequenza di tipo rigorosamente progressivo, ma si muove con una certa libertà da uno stadio all'altro, torna su stadi precedenti, anticipa stadi successivi. Per esempio, dopo aver preparato la "scaletta" e aver dato inizio alla stesura del testo, può avere ripensamenti e modificare di conseguenza il piano precedentemente elaborato. Oppure, durante la fase di revisione, può cogliere un vuoto informativo e retrocedere alla ricerca di dati e di idee. Le operazioni di scrittura, insomma, non vengono affrontate in sequenza lineare, ma piuttosto in maniera ricorsiva.Oggi si preferisce perciò considerare la composizione come un processo costituito di sotto-processi, ognuno dei quali si distingue per un compito specifico che viene affrontato (per esempio elaborare idee, pianificare, revisionare), ma non è vincolato a una posizione rigida in una sequenza di atti scritturali. Chi scrive spezza l'azione complessiva in sotto-azioni, per ridurre la complessità del compito, ma si muove in modo elastico e flessibile fra le diverse componenti operative, coordinandole mediante un sistema di regolazione che gli permette di tenere sotto controllo l'insieme dell'attività. (Archivio Selexi) Il brano è verosimilmente tratto da:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La pace con la Russia rendeva ora finalmente possibile ai tedeschi di volgere tutte le proprie forze verso occidente.Nonostante le perdite, l'esercito tedesco era ancora un possente organismo militare che non aveva subito mai vere sconfitte. Fra il 21 marzo e il 17 luglio 1918 i tedeschi rinnovarono le loro offensive in Piccardia e nella Champagne contro le posizioni nemiche. Essi ottennero una serie di brillanti vittorie parziali, anche grazie al fatto che disponevano della superiorità numerica in conseguenza dell'afflusso di truppe da quello che era stato il fronte orientale. In giugno avevano fatto centinaia di migliaia di prigionieri e si erano impadroniti di circa 2.500 cannoni. Eppure il fronte occidentale non cedette. I franco-britannici riorganizzarono alla fine di marzo i loro comandi affidando il comando supremo al maresciallo francese Foch. Nel frattempo, sotto la spinta del gigantesco urto offensivo tedesco, gli americani accelerarono l'invio di truppe. In sostanza, alla fine di giugno si ripeteva la situazione che era stata propria delle grandi offensive occidentali tedesche dell'inizio della guerra. I tedeschi avevano conseguito brillanti successi parziali, senza però riuscire a raggiungere l'obiettivo dello sfondamento, la conquista di Parigi o di Calais (così da isolare gli inglesi dai francesi). Il 15 luglio essi sferrarono l'ultimo colpo, decisivo per le sorti future della guerra, e attaccarono in direzione della Marna. Era questa la seconda battaglia della Marna, dopo quella del 1914. Foch il 17 luglio contrattaccò con le sue riserve, costringendo gli esausti tedeschi a indietreggiare e iniziando una controffensiva generale. Inglesi, francesi e americani poterono contare su una schiacciante superiorità di mezzi. Le truppe alleate gettarono nella lotta un gran numero di carri armati e di aerei, senza che i tedeschi potessero contrapporre mezzi analoghi. I tedeschi subirono così, fra la metà di luglio e la metà di agosto, la loro prima grande disfatta. Nella battaglia di Amiens (8-11 agosto) gli inglesi fecero una profonda breccia nelle linee tedesche gettando nella fornace 450 carri armati. Il generale Ludendorff definì quella battaglia la "giornata nera" dell'esercito tedesco. Le truppe ebbero cedimenti su vasta scala e sintomi di ribellione aperta misero a nudo come anche per i soldati tedeschi fosse venuto il momento della rivolta contro la guerra e le sue stragi. Il 14 agosto Guglielmo II prese in considerazione la possibilità di intavolare, con la mediazione dell'Olanda, trattative di pace. Ma gli alleati, ormai forti della loro superiorità, pretendevano la capitolazione totale degli Imperi centrali; il che la Germania non intendeva accettare. La situazione dei tedeschi era ulteriormente aggravata dal fatto che i loro alleati, l'Impero austro-ungarico, la Turchia e la Bulgaria, si trovavano ormai in uno stato di crisi vicino al collasso. Mentre in Siria e in Palestina i turchi subivano continue disfatte a opera degli inglesi, truppe alleate si apprestavano all'attacco finale contro la Bulgaria, la quale capitolò il 24 settembre 1918. Francesi e inglesi poterono contare in agosto, quando il generalissimo Foch diede inizio all'avanzata che doveva culminare nell'ordine di offensiva generale del settembre, sull'appoggio di un milione di soldati americani e su un gigantesco aiuto materiale degli USA (armamenti, viveri ecc.). I tedeschi non erano più assolutamente in condizione di resistere. Pur senza abbandonarsi al panico e retrocedendo disciplinatamente e ordinatamente, furono costretti a sgomberare le zone occupate della Francia del Nord e il Belgio occidentale.La catastrofe militare imminente ebbe profondi riflessi nella politica interna. Mentre l'imperatore Guglielmo II entrava nell'ombra, si formò agli inizi di ottobre un governo presieduto dal principe Max von Baden, che godeva fama di essere di orientamenti democratici. (Archivio Selexi) Scopo del brano, verosimilmente, è di:

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