Tutte le domande del quiz : Ragionamento critico verbaletratto da:Comune di Napoli / RIPAM Quiz - Concorso pubblico per il reclutamento di 11 maestre (categoria C, posizione economica C1, codice concorso DSI/NAE)  Esercitati su questo Quiz  |
RISPOSTA   Il deserto di Gobi si è rivelato una vera e propria miniera di fossili. Gli scavi di Ukhaa Tolgod hanno portato alla luce, dal 1993 a oggi, centinaia di scheletri di dinosauro perfettamente conservati, e anche vari mammiferi e altri rettili. I paleontologi dell'American Museum of Natural History non hanno ancora finito di godersi la gloria di tale straordinario ritrovamento che già progettano di scandagliare l'intero deserto. Ma questa volta con l'ausilio di uno strumento destinato a rivoluzionare i tradizionali metodi di ricerca. Non più ardimentosi viaggi guidati da mappe non sempre attendibili e su percorsi spesso inesistenti, attraverso tempeste di sabbia e a temperature diurne di 40°. Non più ripetuti scavi di ricognizione prima di individuare un potenziale sito di rilevanza archeologica. D'ora in poi sarà l'occhio plurispecializzato di un satellite NASA a «esplorare», da 750 chilometri di distanza, la regione e a segnalare ai ricercatori le zone promettenti. Dopo anni di esperienza, essi hanno infatti identificato alcune caratteristiche geografiche e fisiche che contraddistinguono le aree solitamente ricche di reperti fossili: la collocazione ai piedi di rilievi montuosi, la presenza di strati di roccia sedimentaria, di segni di erosione, di vegetazione sparsa. I sette sensori del Landsat 5 analizzano le diverse lunghezze d'onda della luce solare riflessa e il calore irradiato dalla superficie terrestre, elaborano un'immagine precisa della conformazione delle varie aree e forniscono quindi una specie di mappa multispettrale a colori del deserto. Il progresso tecnologico toglie forse un po' di romanticismo alla ricerca archeologica, ma la mappa satellitare consentirà di risparmiare tempo, denaro e le numerose difficoltà che i viaggi perlustrativi comportano. E secondo il team del museo sarà una vera mappa del tesoro. Un nuovo sito è già stato trovato attraverso le immagini satellitari, anche se meno generoso di quello di Ukhaa Tolgod, e le aspettative per il futuro sono molto ottimistiche. Il satellite che servirà a cambiare la modalità di analisi dei siti archeologici: |
RISPOSTA   Il deserto di Gobi si è rivelato una vera e propria miniera di fossili. Gli scavi di Ukhaa Tolgod hanno portato alla luce, dal 1993 a oggi, centinaia di scheletri di dinosauro perfettamente conservati, e anche vari mammiferi e altri rettili. I paleontologi dell'American Museum of Natural History non hanno ancora finito di godersi la gloria di tale straordinario ritrovamento che già progettano di scandagliare l'intero deserto. Ma questa volta con l'ausilio di uno strumento destinato a rivoluzionare i tradizionali metodi di ricerca. Non più ardimentosi viaggi guidati da mappe non sempre attendibili e su percorsi spesso inesistenti, attraverso tempeste di sabbia e a temperature diurne di 40°. Non più ripetuti scavi di ricognizione prima di individuare un potenziale sito di rilevanza archeologica. D'ora in poi sarà l'occhio plurispecializzato di un satellite NASA a «esplorare», da 750 chilometri di distanza, la regione e a segnalare ai ricercatori le zone promettenti. Dopo anni di esperienza, essi hanno infatti identificato alcune caratteristiche geografiche e fisiche che contraddistinguono le aree solitamente ricche di reperti fossili: la collocazione ai piedi di rilievi montuosi, la presenza di strati di roccia sedimentaria, di segni di erosione, di vegetazione sparsa. I sette sensori del Landsat 5 analizzano le diverse lunghezze d'onda della luce solare riflessa e il calore irradiato dalla superficie terrestre, elaborano un'immagine precisa della conformazione delle varie aree e forniscono quindi una specie di mappa multispettrale a colori del deserto. Il progresso tecnologico toglie forse un po' di romanticismo alla ricerca archeologica, ma la mappa satellitare consentirà di risparmiare tempo, denaro e le numerose difficoltà che i viaggi perlustrativi comportano. E secondo il team del museo sarà una vera mappa del tesoro. Un nuovo sito è già stato trovato attraverso le immagini satellitari, anche se meno generoso di quello di Ukhaa Tolgod, e le aspettative per il futuro sono molto ottimistiche. Gli scavi nel deserto di Gobi: |
RISPOSTA   Il deserto di Gobi si è rivelato una vera e propria miniera di fossili. Gli scavi di Ukhaa Tolgod hanno portato alla luce, dal 1993 a oggi, centinaia di scheletri di dinosauro perfettamente conservati, e anche vari mammiferi e altri rettili. I paleontologi dell'American Museum of Natural History non hanno ancora finito di godersi la gloria di tale straordinario ritrovamento che già progettano di scandagliare l'intero deserto. Ma questa volta con l'ausilio di uno strumento destinato a rivoluzionare i tradizionali metodi di ricerca. Non più ardimentosi viaggi guidati da mappe non sempre attendibili e su percorsi spesso inesistenti, attraverso tempeste di sabbia e a temperature diurne di 40°. Non più ripetuti scavi di ricognizione prima di individuare un potenziale sito di rilevanza archeologica. D'ora in poi sarà l'occhio plurispecializzato di un satellite NASA a «esplorare», da 750 chilometri di distanza, la regione e a segnalare ai ricercatori le zone promettenti. Dopo anni di esperienza, essi hanno infatti identificato alcune caratteristiche geografiche e fisiche che contraddistinguono le aree solitamente ricche di reperti fossili: la collocazione ai piedi di rilievi montuosi, la presenza di strati di roccia sedimentaria, di segni di erosione, di vegetazione sparsa. I sette sensori del Landsat 5 analizzano le diverse lunghezze d'onda della luce solare riflessa e il calore irradiato dalla superficie terrestre, elaborano un'immagine precisa della conformazione delle varie aree e forniscono quindi una specie di mappa multispettrale a colori del deserto. Il progresso tecnologico toglie forse un po' di romanticismo alla ricerca archeologica, ma la mappa satellitare consentirà di risparmiare tempo, denaro e le numerose difficoltà che i viaggi perlustrativi comportano. E secondo il team del museo sarà una vera mappa del tesoro. Un nuovo sito è già stato trovato attraverso le immagini satellitari, anche se meno generoso di quello di Ukhaa Tolgod, e le aspettative per il futuro sono molto ottimistiche. Il sito archeologico di Ukhaa Tolgod: |
RISPOSTA   Il deserto di Gobi si è rivelato una vera e propria miniera di fossili. Gli scavi di Ukhaa Tolgod hanno portato alla luce, dal 1993 a oggi, centinaia di scheletri di dinosauro perfettamente conservati, e anche vari mammiferi e altri rettili. I paleontologi dell'American Museum of Natural History non hanno ancora finito di godersi la gloria di tale straordinario ritrovamento che già progettano di scandagliare l'intero deserto. Ma questa volta con l'ausilio di uno strumento destinato a rivoluzionare i tradizionali metodi di ricerca. Non più ardimentosi viaggi guidati da mappe non sempre attendibili e su percorsi spesso inesistenti, attraverso tempeste di sabbia e a temperature diurne di 40°. Non più ripetuti scavi di ricognizione prima di individuare un potenziale sito di rilevanza archeologica. D'ora in poi sarà l'occhio plurispecializzato di un satellite NASA a «esplorare», da 750 chilometri di distanza, la regione e a segnalare ai ricercatori le zone promettenti. Dopo anni di esperienza, essi hanno infatti identificato alcune caratteristiche geografiche e fisiche che contraddistinguono le aree solitamente ricche di reperti fossili: la collocazione ai piedi di rilievi montuosi, la presenza di strati di roccia sedimentaria, di segni di erosione, di vegetazione sparsa. I sette sensori del Landsat 5 analizzano le diverse lunghezze d'onda della luce solare riflessa e il calore irradiato dalla superficie terrestre, elaborano un'immagine precisa della conformazione delle varie aree e forniscono quindi una specie di mappa multispettrale a colori del deserto. Il progresso tecnologico toglie forse un po' di romanticismo alla ricerca archeologica, ma la mappa satellitare consentirà di risparmiare tempo, denaro e le numerose difficoltà che i viaggi perlustrativi comportano. E secondo il team del museo sarà una vera mappa del tesoro. Un nuovo sito è già stato trovato attraverso le immagini satellitari, anche se meno generoso di quello di Ukhaa Tolgod, e le aspettative per il futuro sono molto ottimistiche. L'utilizzo di tecnologie innovative nella ricerca archeologica: |
RISPOSTA   Il deserto di Gobi si è rivelato una vera e propria miniera di fossili. Gli scavi di Ukhaa Tolgod hanno portato alla luce, dal 1993 a oggi, centinaia di scheletri di dinosauro perfettamente conservati, e anche vari mammiferi e altri rettili. I paleontologi dell'American Museum of Natural History non hanno ancora finito di godersi la gloria di tale straordinario ritrovamento che già progettano di scandagliare l'intero deserto. Ma questa volta con l'ausilio di uno strumento destinato a rivoluzionare i tradizionali metodi di ricerca. Non più ardimentosi viaggi guidati da mappe non sempre attendibili e su percorsi spesso inesistenti, attraverso tempeste di sabbia e a temperature diurne di 40°. Non più ripetuti scavi di ricognizione prima di individuare un potenziale sito di rilevanza archeologica. D'ora in poi sarà l'occhio plurispecializzato di un satellite NASA a «esplorare», da 750 chilometri di distanza, la regione e a segnalare ai ricercatori le zone promettenti. Dopo anni di esperienza, essi hanno infatti identificato alcune caratteristiche geografiche e fisiche che contraddistinguono le aree solitamente ricche di reperti fossili: la collocazione ai piedi di rilievi montuosi, la presenza di strati di roccia sedimentaria, di segni di erosione, di vegetazione sparsa. I sette sensori del Landsat 5 analizzano le diverse lunghezze d'onda della luce solare riflessa e il calore irradiato dalla superficie terrestre, elaborano un'immagine precisa della conformazione delle varie aree e forniscono quindi una specie di mappa multispettrale a colori del deserto. Il progresso tecnologico toglie forse un po' di romanticismo alla ricerca archeologica, ma la mappa satellitare consentirà di risparmiare tempo, denaro e le numerose difficoltà che i viaggi perlustrativi comportano. E secondo il team del museo sarà una vera mappa del tesoro. Un nuovo sito è già stato trovato attraverso le immagini satellitari, anche se meno generoso di quello di Ukhaa Tolgod, e le aspettative per il futuro sono molto ottimistiche. Uno dei primi risultati dell'utilizzo di tecnologie satellitari: |
RISPOSTA   Il dinosauro più grande e completo mai trovato in Italia, a Trieste nel 1996, è un adrosauro, fossilizzato in una roccia e perfettamente conservato. La scoperta è eccezionale per molti aspetti: oltre ad avere dimensioni record rispetto a tutti gli altri dinosauri italiani, è anche unico nel suo genere; fino ad oggi in varie zone d'Europa, sono stati trovati svariati frammenti di adrosauri, ma non abbastanza da mettere insieme un cranio. Le sue caratteristiche fisionomiche, sebbene simili a quelle degli altri adrosauri conosciuti, presentavano differenze inaspettate. Le zampe anteriori, per esempio, hanno solo tre dita, contro le quattro tipiche di questa specie di animali. Questo può voler dire, secondo gli esperti, che si è evoluto per perdere l'uso delle "mani" ed ha concentrato la sua forza sulla corsa. La stessa cosa è successa ai cavalli: prima che facesse la comparsa lo zoccolo, avevano zampe con cinque dita. Questo esemplare, quindi, rappresenta una nuova specie di adrosauro ed un anello mancante nella storia del Cretaceo, il periodo geologico nel quale i dinosauri scomparvero dal pianeta, 65 milioni di anni fa. Lo stato di conservazione del fossile è così buono che, quando viene sottoposto al microscopio a scansione, si riescono ancora a vedere le strutture cellulari e proteiche e proprio lo studio del Dna fornirà certamente molte risposte. Un'informazione importante, comunque, questo esemplare l'ha già fornita: la presenza di un adrosauro a Trieste ci costringe a ridisegnare i confini paleogeografici dell'intero Nord-Est italiano. Prima del suo ritrovamento, infatti, la mancanza di reperti aveva fatto escludere la presenza preistorica di dinosauri nella zona del Carso triestino. Per questo si pensava che lì, durante il Cretaceo superiore, 80 milioni di anni fa, ci fosse solo mare. Ora, invece, sappiamo che nell'area si estendevano vaste praterie sulle quali si muovevano branchi di adrosauri. Prima di questo ritrovamento, altri fossili di adrosauro erano stati ritrovati in Europa, ma si trattava di esemplari: |
RISPOSTA   Il dinosauro più grande e completo mai trovato in Italia, a Trieste nel 1996, è un adrosauro, fossilizzato in una roccia e perfettamente conservato. La scoperta è eccezionale per molti aspetti: oltre ad avere dimensioni record rispetto a tutti gli altri dinosauri italiani, è anche unico nel suo genere; fino ad oggi in varie zone d'Europa, sono stati trovati svariati frammenti di adrosauri, ma non abbastanza da mettere insieme un cranio. Le sue caratteristiche fisionomiche, sebbene simili a quelle degli altri adrosauri conosciuti, presentavano differenze inaspettate. Le zampe anteriori, per esempio, hanno solo tre dita, contro le quattro tipiche di questa specie di animali. Questo può voler dire, secondo gli esperti, che si è evoluto per perdere l'uso delle "mani" ed ha concentrato la sua forza sulla corsa. La stessa cosa è successa ai cavalli: prima che facesse la comparsa lo zoccolo, avevano zampe con cinque dita. Questo esemplare, quindi, rappresenta una nuova specie di adrosauro ed un anello mancante nella storia del Cretaceo, il periodo geologico nel quale i dinosauri scomparvero dal pianeta, 65 milioni di anni fa. Lo stato di conservazione del fossile è così buono che, quando viene sottoposto al microscopio a scansione, si riescono ancora a vedere le strutture cellulari e proteiche e proprio lo studio del Dna fornirà certamente molte risposte. Un'informazione importante, comunque, questo esemplare l'ha già fornita: la presenza di un adrosauro a Trieste ci costringe a ridisegnare i confini paleogeografici dell'intero Nord-Est italiano. Prima del suo ritrovamento, infatti, la mancanza di reperti aveva fatto escludere la presenza preistorica di dinosauri nella zona del Carso triestino. Per questo si pensava che lì, durante il Cretaceo superiore, 80 milioni di anni fa, ci fosse solo mare. Ora, invece, sappiamo che nell'area si estendevano vaste praterie sulle quali si muovevano branchi di adrosauri. Quale caratteristica fisionomica, mai riscontrata fino ad oggi, presenta il fossile? |
RISPOSTA   Il dinosauro più grande e completo mai trovato in Italia, a Trieste nel 1996, è un adrosauro, fossilizzato in una roccia e perfettamente conservato. La scoperta è eccezionale per molti aspetti: oltre ad avere dimensioni record rispetto a tutti gli altri dinosauri italiani, è anche unico nel suo genere; fino ad oggi in varie zone d'Europa, sono stati trovati svariati frammenti di adrosauri, ma non abbastanza da mettere insieme un cranio. Le sue caratteristiche fisionomiche, sebbene simili a quelle degli altri adrosauri conosciuti, presentavano differenze inaspettate. Le zampe anteriori, per esempio, hanno solo tre dita, contro le quattro tipiche di questa specie di animali. Questo può voler dire, secondo gli esperti, che si è evoluto per perdere l'uso delle "mani" ed ha concentrato la sua forza sulla corsa. La stessa cosa è successa ai cavalli: prima che facesse la comparsa lo zoccolo, avevano zampe con cinque dita. Questo esemplare, quindi, rappresenta una nuova specie di adrosauro ed un anello mancante nella storia del Cretaceo, il periodo geologico nel quale i dinosauri scomparvero dal pianeta, 65 milioni di anni fa. Lo stato di conservazione del fossile è così buono che, quando viene sottoposto al microscopio a scansione, si riescono ancora a vedere le strutture cellulari e proteiche e proprio lo studio del Dna fornirà certamente molte risposte. Un'informazione importante, comunque, questo esemplare l'ha già fornita: la presenza di un adrosauro a Trieste ci costringe a ridisegnare i confini paleogeografici dell'intero Nord-Est italiano. Prima del suo ritrovamento, infatti, la mancanza di reperti aveva fatto escludere la presenza preistorica di dinosauri nella zona del Carso triestino. Per questo si pensava che lì, durante il Cretaceo superiore, 80 milioni di anni fa, ci fosse solo mare. Ora, invece, sappiamo che nell'area si estendevano vaste praterie sulle quali si muovevano branchi di adrosauri. Uno dei motivi per cui questo ritrovamento è stato ritenuto eccezionale dagli stessi studiosi, è che: |
RISPOSTA   Il dinosauro più grande e completo mai trovato in Italia, a Trieste nel 1996, è un adrosauro, fossilizzato in una roccia e perfettamente conservato. La scoperta è eccezionale per molti aspetti: oltre ad avere dimensioni record rispetto a tutti gli altri dinosauri italiani, è anche unico nel suo genere; fino ad oggi in varie zone d'Europa, sono stati trovati svariati frammenti di adrosauri, ma non abbastanza da mettere insieme un cranio. Le sue caratteristiche fisionomiche, sebbene simili a quelle degli altri adrosauri conosciuti, presentavano differenze inaspettate. Le zampe anteriori, per esempio, hanno solo tre dita, contro le quattro tipiche di questa specie di animali. Questo può voler dire, secondo gli esperti, che si è evoluto per perdere l'uso delle "mani" ed ha concentrato la sua forza sulla corsa. La stessa cosa è successa ai cavalli: prima che facesse la comparsa lo zoccolo, avevano zampe con cinque dita. Questo esemplare, quindi, rappresenta una nuova specie di adrosauro ed un anello mancante nella storia del Cretaceo, il periodo geologico nel quale i dinosauri scomparvero dal pianeta, 65 milioni di anni fa. Lo stato di conservazione del fossile è così buono che, quando viene sottoposto al microscopio a scansione, si riescono ancora a vedere le strutture cellulari e proteiche e proprio lo studio del Dna fornirà certamente molte risposte. Un'informazione importante, comunque, questo esemplare l'ha già fornita: la presenza di un adrosauro a Trieste ci costringe a ridisegnare i confini paleogeografici dell'intero Nord-Est italiano. Prima del suo ritrovamento, infatti, la mancanza di reperti aveva fatto escludere la presenza preistorica di dinosauri nella zona del Carso triestino. Per questo si pensava che lì, durante il Cretaceo superiore, 80 milioni di anni fa, ci fosse solo mare. Ora, invece, sappiamo che nell'area si estendevano vaste praterie sulle quali si muovevano branchi di adrosauri. I cavalli, prima della comparsa dello zoccolo, avevano: |
RISPOSTA   Il dinosauro più grande e completo mai trovato in Italia, a Trieste nel 1996, è un adrosauro, fossilizzato in una roccia e perfettamente conservato. La scoperta è eccezionale per molti aspetti: oltre ad avere dimensioni record rispetto a tutti gli altri dinosauri italiani, è anche unico nel suo genere; fino ad oggi in varie zone d'Europa, sono stati trovati svariati frammenti di adrosauri, ma non abbastanza da mettere insieme un cranio. Le sue caratteristiche fisionomiche, sebbene simili a quelle degli altri adrosauri conosciuti, presentavano differenze inaspettate. Le zampe anteriori, per esempio, hanno solo tre dita, contro le quattro tipiche di questa specie di animali. Questo può voler dire, secondo gli esperti, che si è evoluto per perdere l'uso delle "mani" ed ha concentrato la sua forza sulla corsa. La stessa cosa è successa ai cavalli: prima che facesse la comparsa lo zoccolo, avevano zampe con cinque dita. Questo esemplare, quindi, rappresenta una nuova specie di adrosauro ed un anello mancante nella storia del Cretaceo, il periodo geologico nel quale i dinosauri scomparvero dal pianeta, 65 milioni di anni fa. Lo stato di conservazione del fossile è così buono che, quando viene sottoposto al microscopio a scansione, si riescono ancora a vedere le strutture cellulari e proteiche e proprio lo studio del Dna fornirà certamente molte risposte. Un'informazione importante, comunque, questo esemplare l'ha già fornita: la presenza di un adrosauro a Trieste ci costringe a ridisegnare i confini paleogeografici dell'intero Nord-Est italiano. Prima del suo ritrovamento, infatti, la mancanza di reperti aveva fatto escludere la presenza preistorica di dinosauri nella zona del Carso triestino. Per questo si pensava che lì, durante il Cretaceo superiore, 80 milioni di anni fa, ci fosse solo mare. Ora, invece, sappiamo che nell'area si estendevano vaste praterie sulle quali si muovevano branchi di adrosauri. Dal punto di vista paleogeografico è stato importantissimo scoprire che nella zona del Carso triestino: |
RISPOSTA   Il gatto non dovrebbe avere più segreti perché in laboratorio hanno ricostruito in modo artificiale il suo cervello simulandone il funzionamento. Lo scopo, però, non è conoscere meglio il domestico felino ma decifrare i meccanismi cerebrali dei mammiferi per arrivare, in futuro, a riprodurre, quelli umani. Meta ambiziosa ma non impossibile, a detta dei ricercatori. Il passo è stato compiuto dagli scienziati del centro di ricerca dell'Ibm di Almaden (Usa) con i colleghi della Stanford University e del Lawrence Livermore National Laboratory. In pratica, utilizzando il supercomputer «Blue Gene» del Livermore hanno riprodotto e messo in azione la corteccia cerebrale di un gatto con un miliardo di neuroni e diecimila miliardi di connessioni sinaptiche. Il supercomputer coinvolto è il quarto più potente del mondo ed ha impegnato tutte le 147.456 unità di elaborazione (Cpu) di cui dispone assieme alla prodigiosa memoria di 144 mila miliardi di byte, centomila volte superiore a quella di un nostro computer. La simulazione ha permesso di «vedere » come lavorano i neuroni del gatto senza tuttavia riprodurre la loro velocità d'azione, in tal caso non necessaria. Il simulatore costruito incorpora innovazioni nell'elaborazione, nella memorizzazione, nella comunicazione includendo, ovviamente, aspetti biologici e neurofisiologici. Finora si era riusciti a simulare il 40 per cento del cervello del topo nel 2006, un cervellino di ratto nel 2007 e solo l'uno per cento del cervello umano nei mesi scorsi. Le velocità di azione dei neuroni del gatto: |
RISPOSTA   Il gatto non dovrebbe avere più segreti perché in laboratorio hanno ricostruito in modo artificiale il suo cervello simulandone il funzionamento. Lo scopo, però, non è conoscere meglio il domestico felino ma decifrare i meccanismi cerebrali dei mammiferi per arrivare, in futuro, a riprodurre, quelli umani. Meta ambiziosa ma non impossibile, a detta dei ricercatori. Il passo è stato compiuto dagli scienziati del centro di ricerca dell'Ibm di Almaden (Usa) con i colleghi della Stanford University e del Lawrence Livermore National Laboratory. In pratica, utilizzando il supercomputer «Blue Gene» del Livermore hanno riprodotto e messo in azione la corteccia cerebrale di un gatto con un miliardo di neuroni e diecimila miliardi di connessioni sinaptiche. Il supercomputer coinvolto è il quarto più potente del mondo ed ha impegnato tutte le 147.456 unità di elaborazione (Cpu) di cui dispone assieme alla prodigiosa memoria di 144 mila miliardi di byte, centomila volte superiore a quella di un nostro computer. La simulazione ha permesso di «vedere » come lavorano i neuroni del gatto senza tuttavia riprodurre la loro velocità d'azione, in tal caso non necessaria. Il simulatore costruito incorpora innovazioni nell'elaborazione, nella memorizzazione, nella comunicazione includendo, ovviamente, aspetti biologici e neurofisiologici. Finora si era riusciti a simulare il 40 per cento del cervello del topo nel 2006, un cervellino di ratto nel 2007 e solo l'uno per cento del cervello umano nei mesi scorsi. Lo scopo dei ricercatori: |
RISPOSTA   Il gatto non dovrebbe avere più segreti perché in laboratorio hanno ricostruito in modo artificiale il suo cervello simulandone il funzionamento. Lo scopo, però, non è conoscere meglio il domestico felino ma decifrare i meccanismi cerebrali dei mammiferi per arrivare, in futuro, a riprodurre, quelli umani. Meta ambiziosa ma non impossibile, a detta dei ricercatori. Il passo è stato compiuto dagli scienziati del centro di ricerca dell'Ibm di Almaden (Usa) con i colleghi della Stanford University e del Lawrence Livermore National Laboratory. In pratica, utilizzando il supercomputer «Blue Gene» del Livermore hanno riprodotto e messo in azione la corteccia cerebrale di un gatto con un miliardo di neuroni e diecimila miliardi di connessioni sinaptiche. Il supercomputer coinvolto è il quarto più potente del mondo ed ha impegnato tutte le 147.456 unità di elaborazione (Cpu) di cui dispone assieme alla prodigiosa memoria di 144 mila miliardi di byte, centomila volte superiore a quella di un nostro computer. La simulazione ha permesso di «vedere » come lavorano i neuroni del gatto senza tuttavia riprodurre la loro velocità d'azione, in tal caso non necessaria. Il simulatore costruito incorpora innovazioni nell'elaborazione, nella memorizzazione, nella comunicazione includendo, ovviamente, aspetti biologici e neurofisiologici. Finora si era riusciti a simulare il 40 per cento del cervello del topo nel 2006, un cervellino di ratto nel 2007 e solo l'uno per cento del cervello umano nei mesi scorsi. Le connessioni sinaptiche del gatto: |
RISPOSTA   Il gatto non dovrebbe avere più segreti perché in laboratorio hanno ricostruito in modo artificiale il suo cervello simulandone il funzionamento. Lo scopo, però, non è conoscere meglio il domestico felino ma decifrare i meccanismi cerebrali dei mammiferi per arrivare, in futuro, a riprodurre, quelli umani. Meta ambiziosa ma non impossibile, a detta dei ricercatori. Il passo è stato compiuto dagli scienziati del centro di ricerca dell'Ibm di Almaden (Usa) con i colleghi della Stanford University e del Lawrence Livermore National Laboratory. In pratica, utilizzando il supercomputer «Blue Gene» del Livermore hanno riprodotto e messo in azione la corteccia cerebrale di un gatto con un miliardo di neuroni e diecimila miliardi di connessioni sinaptiche. Il supercomputer coinvolto è il quarto più potente del mondo ed ha impegnato tutte le 147.456 unità di elaborazione (Cpu) di cui dispone assieme alla prodigiosa memoria di 144 mila miliardi di byte, centomila volte superiore a quella di un nostro computer. La simulazione ha permesso di «vedere » come lavorano i neuroni del gatto senza tuttavia riprodurre la loro velocità d'azione, in tal caso non necessaria. Il simulatore costruito incorpora innovazioni nell'elaborazione, nella memorizzazione, nella comunicazione includendo, ovviamente, aspetti biologici e neurofisiologici. Finora si era riusciti a simulare il 40 per cento del cervello del topo nel 2006, un cervellino di ratto nel 2007 e solo l'uno per cento del cervello umano nei mesi scorsi. Gli esperimenti del passato: |
RISPOSTA   Il gatto non dovrebbe avere più segreti perché in laboratorio hanno ricostruito in modo artificiale il suo cervello simulandone il funzionamento. Lo scopo, però, non è conoscere meglio il domestico felino ma decifrare i meccanismi cerebrali dei mammiferi per arrivare, in futuro, a riprodurre, quelli umani. Meta ambiziosa ma non impossibile, a detta dei ricercatori. Il passo è stato compiuto dagli scienziati del centro di ricerca dell'Ibm di Almaden (Usa) con i colleghi della Stanford University e del Lawrence Livermore National Laboratory. In pratica, utilizzando il supercomputer «Blue Gene» del Livermore hanno riprodotto e messo in azione la corteccia cerebrale di un gatto con un miliardo di neuroni e diecimila miliardi di connessioni sinaptiche. Il supercomputer coinvolto è il quarto più potente del mondo ed ha impegnato tutte le 147.456 unità di elaborazione (Cpu) di cui dispone assieme alla prodigiosa memoria di 144 mila miliardi di byte, centomila volte superiore a quella di un nostro computer. La simulazione ha permesso di «vedere » come lavorano i neuroni del gatto senza tuttavia riprodurre la loro velocità d'azione, in tal caso non necessaria. Il simulatore costruito incorpora innovazioni nell'elaborazione, nella memorizzazione, nella comunicazione includendo, ovviamente, aspetti biologici e neurofisiologici. Finora si era riusciti a simulare il 40 per cento del cervello del topo nel 2006, un cervellino di ratto nel 2007 e solo l'uno per cento del cervello umano nei mesi scorsi. Gli scienziati che hanno compiuto l'esperimento con Blue Gene: |
RISPOSTA   Il miglioramento della competitività delle produzioni italiane è derivato in passato da incrementi di produttività ottenuti mediante il risparmio dei fattori produttivi utilizzati, meno frequentemente da rilevanti innovazioni dei beni e servizi offerti. Con il procedere della globalizzazione, da più parti viene segnalato il ritardo con il quale la competitività della nostra economia progredisce nei confronti dei Paesi con i quali ci si trova a concorrere per la conquista di quote di mercato. Rischiamo così di subire un costante, sebbene lento, spiazzamento delle nostre produzioni, data la minore capacità di contrastare con incrementi di produttività gli aggravamenti dei costi, per ora non consistenti, ma presenti e continui. Lo spiazzamento avviene soprattutto a favore di Paesi capaci di offrire beni sostanzialmente fungibili con i nostri, ma ottenuti sopportando costi molto più bassi. Lo spiazzamento delle nostre produzioni, rispetto a quelle dei Paesi concorrenti: |
RISPOSTA   Il miglioramento della competitività delle produzioni italiane è derivato in passato da incrementi di produttività ottenuti mediante il risparmio dei fattori produttivi utilizzati, meno frequentemente da rilevanti innovazioni dei beni e servizi offerti. Con il procedere della globalizzazione, da più parti viene segnalato il ritardo con il quale la competitività della nostra economia progredisce nei confronti dei Paesi con i quali ci si trova a concorrere per la conquista di quote di mercato. Rischiamo così di subire un costante, sebbene lento, spiazzamento delle nostre produzioni, data la minore capacità di contrastare con incrementi di produttività gli aggravamenti dei costi, per ora non consistenti, ma presenti e continui. Lo spiazzamento avviene soprattutto a favore di Paesi capaci di offrire beni sostanzialmente fungibili con i nostri, ma ottenuti sopportando costi molto più bassi. Con il procedere della globalizzazione: |
RISPOSTA   Il miglioramento della competitività delle produzioni italiane è derivato in passato da incrementi di produttività ottenuti mediante il risparmio dei fattori produttivi utilizzati, meno frequentemente da rilevanti innovazioni dei beni e servizi offerti. Con il procedere della globalizzazione, da più parti viene segnalato il ritardo con il quale la competitività della nostra economia progredisce nei confronti dei Paesi con i quali ci si trova a concorrere per la conquista di quote di mercato. Rischiamo così di subire un costante, sebbene lento, spiazzamento delle nostre produzioni, data la minore capacità di contrastare con incrementi di produttività gli aggravamenti dei costi, per ora non consistenti, ma presenti e continui. Lo spiazzamento avviene soprattutto a favore di Paesi capaci di offrire beni sostanzialmente fungibili con i nostri, ma ottenuti sopportando costi molto più bassi. L'innovazione di beni e servizi: |
RISPOSTA   Il miglioramento della competitività delle produzioni italiane è derivato in passato da incrementi di produttività ottenuti mediante il risparmio dei fattori produttivi utilizzati, meno frequentemente da rilevanti innovazioni dei beni e servizi offerti. Con il procedere della globalizzazione, da più parti viene segnalato il ritardo con il quale la competitività della nostra economia progredisce nei confronti dei Paesi con i quali ci si trova a concorrere per la conquista di quote di mercato. Rischiamo così di subire un costante, sebbene lento, spiazzamento delle nostre produzioni, data la minore capacità di contrastare con incrementi di produttività gli aggravamenti dei costi, per ora non consistenti, ma presenti e continui. Lo spiazzamento avviene soprattutto a favore di Paesi capaci di offrire beni sostanzialmente fungibili con i nostri, ma ottenuti sopportando costi molto più bassi. Il risparmio dei fattori produttivi utilizzati dalle produzioni italiane: |
RISPOSTA   Il miglioramento della competitività delle produzioni italiane è derivato in passato da incrementi di produttività ottenuti mediante il risparmio dei fattori produttivi utilizzati, meno frequentemente da rilevanti innovazioni dei beni e servizi offerti. Con il procedere della globalizzazione, da più parti viene segnalato il ritardo con il quale la competitività della nostra economia progredisce nei confronti dei Paesi con i quali ci si trova a concorrere per la conquista di quote di mercato. Rischiamo così di subire un costante, sebbene lento, spiazzamento delle nostre produzioni, data la minore capacità di contrastare con incrementi di produttività gli aggravamenti dei costi, per ora non consistenti, ma presenti e continui. Lo spiazzamento avviene soprattutto a favore di Paesi capaci di offrire beni sostanzialmente fungibili con i nostri, ma ottenuti sopportando costi molto più bassi. I Paesi con i quali ci si trova a concorrere per la conquista di quote di mercato: |
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Il deserto di Gobi si è rivelato una vera e propria miniera di fossili. Gli scavi di Ukhaa Tolgod hanno portato alla luce, dal 1993 a oggi, centinaia di scheletri di dinosauro perfettamente conservati, e anche vari mammiferi e altri rettili. I paleontologi dell'American Museum of Natural History non hanno ancora finito di godersi la gloria di tale straordinario ritrovamento che già progettano di scandagliare l'intero deserto. Ma questa volta con l'ausilio di uno strumento destinato a rivoluzionare i tradizionali metodi di ricerca. Non più ardimentosi viaggi guidati da mappe non sempre attendibili e su percorsi spesso inesistenti, attraverso tempeste di sabbia e a temperature diurne di 40°. Non più ripetuti scavi di ricognizione prima di individuare un potenziale sito di rilevanza archeologica. D'ora in poi sarà l'occhio plurispecializzato di un satellite NASA a «esplorare», da 750 chilometri di distanza, la regione e a segnalare ai ricercatori le zone promettenti. Dopo anni di esperienza, essi hanno infatti identificato alcune caratteristiche geografiche e fisiche che contraddistinguono le aree solitamente ricche di reperti fossili: la collocazione ai piedi di rilievi montuosi, la presenza di strati di roccia sedimentaria, di segni di erosione, di vegetazione sparsa. I sette sensori del Landsat 5 analizzano le diverse lunghezze d'onda della luce solare riflessa e il calore irradiato dalla superficie terrestre, elaborano un'immagine precisa della conformazione delle varie aree e forniscono quindi una specie di mappa multispettrale a colori del deserto. Il progresso tecnologico toglie forse un po' di romanticismo alla ricerca archeologica, ma la mappa satellitare consentirà di risparmiare tempo, denaro e le numerose difficoltà che i viaggi perlustrativi comportano. E secondo il team del museo sarà una vera mappa del tesoro. Un nuovo sito è già stato trovato attraverso le immagini satellitari, anche se meno generoso di quello di Ukhaa Tolgod, e le aspettative per il futuro sono molto ottimistiche. Il satellite che servirà a cambiare la modalità di analisi dei siti archeologici:
Il deserto di Gobi si è rivelato una vera e propria miniera di fossili. Gli scavi di Ukhaa Tolgod hanno portato alla luce, dal 1993 a oggi, centinaia di scheletri di dinosauro perfettamente conservati, e anche vari mammiferi e altri rettili. I paleontologi dell'American Museum of Natural History non hanno ancora finito di godersi la gloria di tale straordinario ritrovamento che già progettano di scandagliare l'intero deserto. Ma questa volta con l'ausilio di uno strumento destinato a rivoluzionare i tradizionali metodi di ricerca. Non più ardimentosi viaggi guidati da mappe non sempre attendibili e su percorsi spesso inesistenti, attraverso tempeste di sabbia e a temperature diurne di 40°. Non più ripetuti scavi di ricognizione prima di individuare un potenziale sito di rilevanza archeologica. D'ora in poi sarà l'occhio plurispecializzato di un satellite NASA a «esplorare», da 750 chilometri di distanza, la regione e a segnalare ai ricercatori le zone promettenti. Dopo anni di esperienza, essi hanno infatti identificato alcune caratteristiche geografiche e fisiche che contraddistinguono le aree solitamente ricche di reperti fossili: la collocazione ai piedi di rilievi montuosi, la presenza di strati di roccia sedimentaria, di segni di erosione, di vegetazione sparsa. I sette sensori del Landsat 5 analizzano le diverse lunghezze d'onda della luce solare riflessa e il calore irradiato dalla superficie terrestre, elaborano un'immagine precisa della conformazione delle varie aree e forniscono quindi una specie di mappa multispettrale a colori del deserto. Il progresso tecnologico toglie forse un po' di romanticismo alla ricerca archeologica, ma la mappa satellitare consentirà di risparmiare tempo, denaro e le numerose difficoltà che i viaggi perlustrativi comportano. E secondo il team del museo sarà una vera mappa del tesoro. Un nuovo sito è già stato trovato attraverso le immagini satellitari, anche se meno generoso di quello di Ukhaa Tolgod, e le aspettative per il futuro sono molto ottimistiche. L'utilizzo di tecnologie innovative nella ricerca archeologica: