Tutte le domande del quiz : Brani lunghitratto da:Esercito Italiano Quiz - Concorso per l'ammissione al 198° corso dell'Accademia Militare dell'Esercito - Anno accademico 2016/2017  Esercitati su questo Quiz  |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. L'uomo del Rinascimento ha molti volti ben individuabili. [...] La donna del Rinascimento, invece, sembra quasi senza volto. Un uomo può essere principe o guerriero, artista o umanista, mercante o ecclesiastico, saggio o avventuriero. La donna assume solo raramente tali ruoli e, se lo fa, non sono questi i ruoli che la definiscono, ma altri: è madre o figlia o vedova; vergine o prostituta, santa o strega, Maria, o Eva, o Amazzone. Queste identità (che le derivano soltanto dal sesso a cui appartiene) la sommergono completamente ed estinguono qualsiasi altra personalità cui ella aspira. La donna, per tutto il periodo del Rinascimento, combatte per esprimere sé. Ma è una lotta destinata all'insuccesso, dato che, dalla fine del Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino. La gran parte delle donne del Rinascimento divennero madri, e la maternità ha costituito la loro professione. La loro vita adulta (dai venticinque anni circa nella maggior parte dei gruppi sociali, dall'adolescenza nelle élites) è tra un ciclo continuo di parti, allattamenti e ancora parti. Le donne che appartenevano alle classi superiori davano alla luce un figlio ogni ventiquattro o trenta mesi. Gli intervalli tra un parto o l'altro erano scanditi dai periodi di allattamento, che limitano la fertilità: quando il bambino era ormai svezzato, si poteva avere un nuovo concepimento. Le donne ricche partorivano anche più figli di quelle povere. Il bisogno di procurarsi un erede, corollario alla necessità di trasmettere efficacemente la ricchezza, le costringeva alla fertilità. Dato che esse non allattavano i loro bambini, gli intervalli tra un parto e l'altro potevano essere più brevi. [...] Portare un figlio è un privilegio e un fardello della donna. In Italia e in Francia, la donna che aveva appena partorito un bimbo veniva festeggiata e coccolata. Il canonico milanese Pietro Casola, nel 1494, descrive la camera di una donna della nobile famiglia Dolfin di Venezia che era appena divenuta madre. La stanza era stata addobbata con ornamenti del valore di almeno duemila ducati, mentre le donne che si prendevano cura della partoriente indossavano gioielli il cui valore raggiungeva almeno i centomila ducati. La donna che aveva appena partorito, come una sposa novella il giorno delle nozze, occupava per un momento transitorio una posizione di onore che non conosceva confronti. Essere incinte costituiva comunque un segno di onore. [...] Dalle donne delle classi superiori ci si aspettava anche che amassero i figli, e in effetti molte di loro lo facevano: nutrivano i figli e li educavano sino all'età di sette anni (le figlie fino al matrimonio) trovando così nella maternità un'occasione di creatività e di espressione. [...] La preoccupazione per la morte del bambino era sempre in agguato a ogni nascita. Il neonato era in qualche modo considerato dalle madri del Rinascimento come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. (Archivio Selexi) Secondo la tesi espressa nel brano, le donne rinascimentali di famiglia ricca: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. L'uomo del Rinascimento ha molti volti ben individuabili. [...] La donna del Rinascimento, invece, sembra quasi senza volto. Un uomo può essere principe o guerriero, artista o umanista, mercante o ecclesiastico, saggio o avventuriero. La donna assume solo raramente tali ruoli e, se lo fa, non sono questi i ruoli che la definiscono, ma altri: è madre o figlia o vedova; vergine o prostituta, santa o strega, Maria, o Eva, o Amazzone. Queste identità (che le derivano soltanto dal sesso a cui appartiene) la sommergono completamente ed estinguono qualsiasi altra personalità cui ella aspira. La donna, per tutto il periodo del Rinascimento, combatte per esprimere sé. Ma è una lotta destinata all'insuccesso, dato che, dalla fine del Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino. La gran parte delle donne del Rinascimento divennero madri, e la maternità ha costituito la loro professione. La loro vita adulta (dai venticinque anni circa nella maggior parte dei gruppi sociali, dall'adolescenza nelle élites) è tra un ciclo continuo di parti, allattamenti e ancora parti. Le donne che appartenevano alle classi superiori davano alla luce un figlio ogni ventiquattro o trenta mesi. Gli intervalli tra un parto o l'altro erano scanditi dai periodi di allattamento, che limitano la fertilità: quando il bambino era ormai svezzato, si poteva avere un nuovo concepimento. Le donne ricche partorivano anche più figli di quelle povere. Il bisogno di procurarsi un erede, corollario alla necessità di trasmettere efficacemente la ricchezza, le costringeva alla fertilità. Dato che esse non allattavano i loro bambini, gli intervalli tra un parto e l'altro potevano essere più brevi. [...] Portare un figlio è un privilegio e un fardello della donna. In Italia e in Francia, la donna che aveva appena partorito un bimbo veniva festeggiata e coccolata. Il canonico milanese Pietro Casola, nel 1494, descrive la camera di una donna della nobile famiglia Dolfin di Venezia che era appena divenuta madre. La stanza era stata addobbata con ornamenti del valore di almeno duemila ducati, mentre le donne che si prendevano cura della partoriente indossavano gioielli il cui valore raggiungeva almeno i centomila ducati. La donna che aveva appena partorito, come una sposa novella il giorno delle nozze, occupava per un momento transitorio una posizione di onore che non conosceva confronti. Essere incinte costituiva comunque un segno di onore. [...] Dalle donne delle classi superiori ci si aspettava anche che amassero i figli, e in effetti molte di loro lo facevano: nutrivano i figli e li educavano sino all'età di sette anni (le figlie fino al matrimonio) trovando così nella maternità un'occasione di creatività e di espressione. [...] La preoccupazione per la morte del bambino era sempre in agguato a ogni nascita. Il neonato era in qualche modo considerato dalle madri del Rinascimento come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. (Archivio Selexi) Quale affermazione, tra le seguenti, sulla condizione della donna del Rinascimento, può essere ricavata da quanto espresso nel brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La casa era fredda e deserta, e quasi subito Anderton cominciò i preparativi per il viaggio. Mentre faceva la valige, folli pensieri gli passavano per la mente. Forse si era sbagliato sul conto di Witwer ma come poteva esserne certo? In ogni modo, la cospirazione contro di lui era molto più complessa di quanto avesse pensato. Forse Witwer, in tutta questa situazione, era solo una marionetta insignificante manovrata da qualcun altro, da qualche figura distante e indistinta, appena visibile sullo sfondo. Mostrare la scheda a Lisa era stato un errore. Senza dubbio l'avrebbe descritta a Witwer in tutti i particolari. Non sarebbe mai riuscito a lasciare la Terra, non avrebbe mai avuto l'opportunità di scoprire com'era la vita su un pianeta di frontiera. Mentre era così preoccupato, sentì uno scricchiolio alle sue spalle. Si voltò dal letto, tenendo in mano una giacca a vento macchiata dalle intemperie, e si ritrovò la canna grigio-azzurra di una pistola A puntata contro di lui. «Non ci ha messo molto», disse guardando amareggiato l'uomo corpulento dalle labbra serrate. Indossava un cappotto marrone e impugnava la pistola con la mano guantata. «Non hai avuto neanche una piccola esitazione?». Il volto dell'intruso non mostrò alcun segno di reazione. «Non so di cosa sta parlando» disse «venga con me». Stupito Anderton lasciò cadere la giacca a vento «Lei non fa parte della mia agenzia? Non è un poliziotto». Nonostante le sue proteste, venne spinto, ancora sconvolto fuori di casa verso una limousine che li attendeva. Subito tre uomini armati sino ai denti si sedettero accanto a lui ai due lati del sedile. (Dicke, "Rapporto di minoranza e altri racconti", Fanucci) Che reazione ha Anderton al vedersi una pistola puntata contro? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La condizione umana è segnata da due grandi incertezze: l'incertezza cognitiva e l'incertezza storica.Ci sono tre principi d'incertezza nella conoscenza. Il primo è fisiologico: la conoscenza non è mai un riflesso del reale, ma sempre traduzione e ricostruzione, cioè comporta rischi d'errore; il secondo è fisico: la conoscenza dei fatti è sempre debitrice all'interpretazione; il terzo è epistemologico: deriva dalla crisi dei fondamenti di certezza nella filosofia e poi nella scienza. Conoscere e pensare non significa arrivare a una verità assolutamente certa, significa dialogare con l'incertezza. L'incertezza storica è legata al carattere intrinsecamente caotico della storia umana. L'avventura storica è cominciata più di 10.000 anni fa. È stata segnata da creazioni favolose e da distruzioni irrimediabili. Non resta nulla degli imperi egizio, assiro, babilonese, persiano, né dell'impero romano che era potuto sembrare eterno. Formidabili regressioni di civiltà e di economie sono succedute a progressi temporanei. La storia è sottomessa al caso, a perturbazioni e a volte a terribili distruzioni di massa di popolazioni e di civiltà.La storia umana subisce certamente determinazioni sociali ed economiche molto forti, ma può essere deviata o sviata da eventi o accidenti. Non ci sono leggi della storia. Al contrario, ci sono gli insuccessi di tutti gli sforzi per congelare la storia umana, per eliminarne eventi e accidenti e per farle subire il giogo di un determinismo economico-sociale e/o farla obbedire a un progresso preordinato.E siamo giunti alla grande rivelazione della fine del XX secolo: il nostro avvenire non è teleguidato dal progresso storico. I fallimenti della previsione futurologica, gli innumerevoli scacchi della previsione economica (a dispetto della sua sofisticazione matematica), il crollo del progresso garantito, la crisi del futuro, la crisi del presente hanno introdotto ovunque il tarlo dell'incertezza.Siamo votati all'incertezza del futuro. La conoscenza della storia ci deve servire non solo a riconoscere i caratteri nello stesso tempo determinati e aleatori del destino umano, ma anche ad aprirci all'incertezza del futuro. (Archivio Selexi) In base a quanto scritto nel brano, l'incertezza cognitiva di natura fisiologica consiste: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La conoscenza ha due forme: o conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per la fantasia o conoscenza per l'intelletto; conoscenza dell'individuale o conoscenza dell'universale; delle cose singole ovvero delle loro relazioni; è, insomma, o produttrice d'immagini o produttrice di concetti.Continuamente si fa appello, nella vita ordinaria, alla conoscenza intuitiva. Si dice che di certe verità non si possono dare definizioni; che non si dimostrano per sillogismi; che conviene apprenderle intuitivamente. Il politico rimprovera l'astratto ragionatore, che non ha l'intuizione viva delle condizioni di fatto; il pedagogista batte sulla necessità di svolgere nell'educando anzitutto la facoltà intuitiva; il critico si tiene a onore di mettere da parte, innanzi a un'opera artistica, le teorie e le astrazioni e di giudicarla intuendola direttamente; l'uomo pratico, infine, professa di vivere d'intuizioni più che di ragionamenti.Ma, a questo ampio riconoscimento che la conoscenza intuitiva riceve nella vita ordinaria, non fa riscontro un pari e adeguato riconoscimento nel campo della teoria e della filosofia. Della conoscenza intellettiva c'è una scienza antichissima e ammessa indiscussamente da tutti, la logica; ma una scienza della conoscenza intuitiva è appena ammessa, e timidamente, da pochi. La conoscenza logica si è fatta la parte del leone; e, quando addirittura non divora la sua compagna, le concede appena un umile posticino di ancella o di portinaia. Che cosa è mai la conoscenza intuitiva senza il lume della intellettiva? È un servitore senza padrone: e, se al padrone occorre il servitore, è ben più necessario il primo al secondo, per campare la vita.L'intuizione è cieca; l'intelletto le presta gli occhi.Ora, il primo punto che bisogna fissare bene in mente è che la conoscenza intuitiva non ha bisogno di padroni; non ha necessità di appoggiarsi ad alcuno; non deve chiedere in prestito gli occhi altrui perché ne ha in fronte di suoi propri, validissimi. E se è indubitabile che in molte intuizioni si possono trovare mescolati concetti, in altre non vi è traccia di un simile miscuglio; il che prova che esso non è necessario. L'impressione di un chiaro di luna, ritratta da un pittore; il contorno di un Paese, delineato da un cartografo; un motivo musicale, tenero o energico; le parole di una lirica sospirosa, o quelle con le quali chiediamo, e comandiamo e ci lamentiamo nella vita ordinaria, possono ben essere tutti fatti intuitivi senza ombra di riferimenti intellettuali. Ma, checché si pensi di questi esempi, e posto anche si voglia e debba sostenere che la maggior parte delle intuizioni dell'uomo civile siano impregnate di concetti, v'è ben altro, e di più importante e conclusivo, da osservare. I concetti che si trovano misti e fusi nelle intuizioni, in quanto vi sono davvero misti e fusi, non sono più concetti, avendo perduto ogni indipendenza e autonomia. Furono già concetti, ma sono diventati, ora, semplici elementi d'intuizione.L'attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime. Se questa proposizione suona paradossale, una delle cause di ciò è senza dubbio nell'abito di dare alla parola "espressione" un significato troppo ristretto, assegnandola alle sole espressioni che si dicono verbali; laddove esistono anche espressioni non verbali, come quelle di linee, colori, toni: tutte quante da includere nel concetto di espressione, che abbraccia perciò ogni sorta di manifestazioni dell'uomo, oratore, musico, pittore o altro che sia. (Archivio Selexi) L'autore del brano ricorre all'esempio del dipinto di un chiaro di luna per: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La conoscenza ha due forme: o conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per la fantasia o conoscenza per l'intelletto; conoscenza dell'individuale o conoscenza dell'universale; delle cose singole ovvero delle loro relazioni; è, insomma, o produttrice d'immagini o produttrice di concetti.Continuamente si fa appello, nella vita ordinaria, alla conoscenza intuitiva. Si dice che di certe verità non si possono dare definizioni; che non si dimostrano per sillogismi; che conviene apprenderle intuitivamente. Il politico rimprovera l'astratto ragionatore, che non ha l'intuizione viva delle condizioni di fatto; il pedagogista batte sulla necessità di svolgere nell'educando anzitutto la facoltà intuitiva; il critico si tiene a onore di mettere da parte, innanzi a un'opera artistica, le teorie e le astrazioni e di giudicarla intuendola direttamente; l'uomo pratico, infine, professa di vivere d'intuizioni più che di ragionamenti.Ma, a questo ampio riconoscimento che la conoscenza intuitiva riceve nella vita ordinaria, non fa riscontro un pari e adeguato riconoscimento nel campo della teoria e della filosofia. Della conoscenza intellettiva c'è una scienza antichissima e ammessa indiscussamente da tutti, la logica; ma una scienza della conoscenza intuitiva è appena ammessa, e timidamente, da pochi. La conoscenza logica si è fatta la parte del leone; e, quando addirittura non divora la sua compagna, le concede appena un umile posticino di ancella o di portinaia. Che cosa è mai la conoscenza intuitiva senza il lume della intellettiva? È un servitore senza padrone: e, se al padrone occorre il servitore, è ben più necessario il primo al secondo, per campare la vita.L'intuizione è cieca; l'intelletto le presta gli occhi.Ora, il primo punto che bisogna fissare bene in mente è che la conoscenza intuitiva non ha bisogno di padroni; non ha necessità di appoggiarsi ad alcuno; non deve chiedere in prestito gli occhi altrui perché ne ha in fronte di suoi propri, validissimi. E se è indubitabile che in molte intuizioni si possono trovare mescolati concetti, in altre non vi è traccia di un simile miscuglio; il che prova che esso non è necessario. L'impressione di un chiaro di luna, ritratta da un pittore; il contorno di un Paese, delineato da un cartografo; un motivo musicale, tenero o energico; le parole di una lirica sospirosa, o quelle con le quali chiediamo, e comandiamo e ci lamentiamo nella vita ordinaria, possono ben essere tutti fatti intuitivi senza ombra di riferimenti intellettuali. Ma, checché si pensi di questi esempi, e posto anche si voglia e debba sostenere che la maggior parte delle intuizioni dell'uomo civile siano impregnate di concetti, v'è ben altro, e di più importante e conclusivo, da osservare. I concetti che si trovano misti e fusi nelle intuizioni, in quanto vi sono davvero misti e fusi, non sono più concetti, avendo perduto ogni indipendenza e autonomia. Furono già concetti, ma sono diventati, ora, semplici elementi d'intuizione.L'attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime. Se questa proposizione suona paradossale, una delle cause di ciò è senza dubbio nell'abito di dare alla parola "espressione" un significato troppo ristretto, assegnandola alle sole espressioni che si dicono verbali; laddove esistono anche espressioni non verbali, come quelle di linee, colori, toni: tutte quante da includere nel concetto di espressione, che abbraccia perciò ogni sorta di manifestazioni dell'uomo, oratore, musico, pittore o altro che sia. (Archivio Selexi) Il brano, verosimilmente, potrebbe appartenere a un: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La conoscenza ha due forme: o conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per la fantasia o conoscenza per l'intelletto; conoscenza dell'individuale o conoscenza dell'universale; delle cose singole ovvero delle loro relazioni; è, insomma, o produttrice d'immagini o produttrice di concetti.Continuamente si fa appello, nella vita ordinaria, alla conoscenza intuitiva. Si dice che di certe verità non si possono dare definizioni; che non si dimostrano per sillogismi; che conviene apprenderle intuitivamente. Il politico rimprovera l'astratto ragionatore, che non ha l'intuizione viva delle condizioni di fatto; il pedagogista batte sulla necessità di svolgere nell'educando anzitutto la facoltà intuitiva; il critico si tiene a onore di mettere da parte, innanzi a un'opera artistica, le teorie e le astrazioni e di giudicarla intuendola direttamente; l'uomo pratico, infine, professa di vivere d'intuizioni più che di ragionamenti.Ma, a questo ampio riconoscimento che la conoscenza intuitiva riceve nella vita ordinaria, non fa riscontro un pari e adeguato riconoscimento nel campo della teoria e della filosofia. Della conoscenza intellettiva c'è una scienza antichissima e ammessa indiscussamente da tutti, la logica; ma una scienza della conoscenza intuitiva è appena ammessa, e timidamente, da pochi. La conoscenza logica si è fatta la parte del leone; e, quando addirittura non divora la sua compagna, le concede appena un umile posticino di ancella o di portinaia. Che cosa è mai la conoscenza intuitiva senza il lume della intellettiva? È un servitore senza padrone: e, se al padrone occorre il servitore, è ben più necessario il primo al secondo, per campare la vita.L'intuizione è cieca; l'intelletto le presta gli occhi.Ora, il primo punto che bisogna fissare bene in mente è che la conoscenza intuitiva non ha bisogno di padroni; non ha necessità di appoggiarsi ad alcuno; non deve chiedere in prestito gli occhi altrui perché ne ha in fronte di suoi propri, validissimi. E se è indubitabile che in molte intuizioni si possono trovare mescolati concetti, in altre non vi è traccia di un simile miscuglio; il che prova che esso non è necessario. L'impressione di un chiaro di luna, ritratta da un pittore; il contorno di un Paese, delineato da un cartografo; un motivo musicale, tenero o energico; le parole di una lirica sospirosa, o quelle con le quali chiediamo, e comandiamo e ci lamentiamo nella vita ordinaria, possono ben essere tutti fatti intuitivi senza ombra di riferimenti intellettuali. Ma, checché si pensi di questi esempi, e posto anche si voglia e debba sostenere che la maggior parte delle intuizioni dell'uomo civile siano impregnate di concetti, v'è ben altro, e di più importante e conclusivo, da osservare. I concetti che si trovano misti e fusi nelle intuizioni, in quanto vi sono davvero misti e fusi, non sono più concetti, avendo perduto ogni indipendenza e autonomia. Furono già concetti, ma sono diventati, ora, semplici elementi d'intuizione.L'attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime. Se questa proposizione suona paradossale, una delle cause di ciò è senza dubbio nell'abito di dare alla parola "espressione" un significato troppo ristretto, assegnandola alle sole espressioni che si dicono verbali; laddove esistono anche espressioni non verbali, come quelle di linee, colori, toni: tutte quante da includere nel concetto di espressione, che abbraccia perciò ogni sorta di manifestazioni dell'uomo, oratore, musico, pittore o altro che sia. (Archivio Selexi) Secondo quanto riportato nel brano, quale delle seguenti affermazioni sulla conoscenza logica è corretta? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La conoscenza ha due forme: o conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per la fantasia o conoscenza per l'intelletto; conoscenza dell'individuale o conoscenza dell'universale; delle cose singole ovvero delle loro relazioni; è, insomma, o produttrice d'immagini o produttrice di concetti.Continuamente si fa appello, nella vita ordinaria, alla conoscenza intuitiva. Si dice che di certe verità non si possono dare definizioni; che non si dimostrano per sillogismi; che conviene apprenderle intuitivamente. Il politico rimprovera l'astratto ragionatore, che non ha l'intuizione viva delle condizioni di fatto; il pedagogista batte sulla necessità di svolgere nell'educando anzitutto la facoltà intuitiva; il critico si tiene a onore di mettere da parte, innanzi a un'opera artistica, le teorie e le astrazioni e di giudicarla intuendola direttamente; l'uomo pratico, infine, professa di vivere d'intuizioni più che di ragionamenti.Ma, a questo ampio riconoscimento che la conoscenza intuitiva riceve nella vita ordinaria, non fa riscontro un pari e adeguato riconoscimento nel campo della teoria e della filosofia. Della conoscenza intellettiva c'è una scienza antichissima e ammessa indiscussamente da tutti, la logica; ma una scienza della conoscenza intuitiva è appena ammessa, e timidamente, da pochi. La conoscenza logica si è fatta la parte del leone; e, quando addirittura non divora la sua compagna, le concede appena un umile posticino di ancella o di portinaia. Che cosa è mai la conoscenza intuitiva senza il lume della intellettiva? È un servitore senza padrone: e, se al padrone occorre il servitore, è ben più necessario il primo al secondo, per campare la vita.L'intuizione è cieca; l'intelletto le presta gli occhi.Ora, il primo punto che bisogna fissare bene in mente è che la conoscenza intuitiva non ha bisogno di padroni; non ha necessità di appoggiarsi ad alcuno; non deve chiedere in prestito gli occhi altrui perché ne ha in fronte di suoi propri, validissimi. E se è indubitabile che in molte intuizioni si possono trovare mescolati concetti, in altre non vi è traccia di un simile miscuglio; il che prova che esso non è necessario. L'impressione di un chiaro di luna, ritratta da un pittore; il contorno di un Paese, delineato da un cartografo; un motivo musicale, tenero o energico; le parole di una lirica sospirosa, o quelle con le quali chiediamo, e comandiamo e ci lamentiamo nella vita ordinaria, possono ben essere tutti fatti intuitivi senza ombra di riferimenti intellettuali. Ma, checché si pensi di questi esempi, e posto anche si voglia e debba sostenere che la maggior parte delle intuizioni dell'uomo civile siano impregnate di concetti, v'è ben altro, e di più importante e conclusivo, da osservare. I concetti che si trovano misti e fusi nelle intuizioni, in quanto vi sono davvero misti e fusi, non sono più concetti, avendo perduto ogni indipendenza e autonomia. Furono già concetti, ma sono diventati, ora, semplici elementi d'intuizione.L'attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime. Se questa proposizione suona paradossale, una delle cause di ciò è senza dubbio nell'abito di dare alla parola "espressione" un significato troppo ristretto, assegnandola alle sole espressioni che si dicono verbali; laddove esistono anche espressioni non verbali, come quelle di linee, colori, toni: tutte quante da includere nel concetto di espressione, che abbraccia perciò ogni sorta di manifestazioni dell'uomo, oratore, musico, pittore o altro che sia. (Archivio Selexi) Qual è l'idea centrale che l'autore del brano vuole comunicare al lettore? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La costa deviava leggermente, e io virai in modo da oltrepassare la curva; così, anche prima di atterrare, avevamo perso di vista le imbarcazioni. Balzai fuori, e mi portai correndo, più avanti che mi fu dato osare, con un fazzolettone di seta sotto il cappello per raffrescarmi, e un paio di pistole pronte al fuoco, a mia salvaguardia. Non avevo percorso cento metri che giunsi al fortino. Ecco come era disposto, quasi sulla sommità di un monticello scaturiva una polla di acqua limpida. Orbene, sul monticello, includendovi la polla, era stata costruita una robusta ridotta di tronchi, capace di una quarantina di uomini con feritorie da fucilieri su ogni lato. Tutt'allintorno era stata ricavata una vasta radura, e la costruzione era stata completata con uno steccato alto sei piedi, senza porta o altra apertura, troppo solido per poter essere demolito senza tempo e fatica, e troppo aperto per proteggere gli assalitori. Chi si fosse trovato nel fortino, li aveva sotto tiro da qualsiasi posizione; standosene tranquillo al riparo poteva fulminarli come tante pernici. Quel che più mi sedusse fu la polla. Perché quantunque nella cabina della Hispaniola avessimo abbondanza di armi, munizioni e viveri una cosa vi era stata trascurata: non avevamo acqua. Stavo riflettendo su questo quando mi giunse, ripercosso attraverso l'isola, il grido di un uomo colpito a morte. Non sono un novizio in fatto di morti violente. È qualcosa esser stato combattente, ma qualcosa di più essere dottore. Non c'è tempo di gingillarsi nel nostro mestiere. Così io presi all'istante la mia decisione, e senza perdere un minuto tornai alla spiaggia e balzai nella barchetta. Trovai tutti assai scossi, come naturale. (Stevenson, "L'isola del tesoro", Einaudi) Che cosa colpisce maggiormente l'attenzione del protagonista mentre osserva il fortino? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l'indifferenza alla politica. È un po' una malattia dei giovani l'indifferentismo. «La politica è una brutta cosa. Che me n'importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l'oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l'altro stava sul ponte e si accorgeva che c'era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz'ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice: «Che me ne importa? Unn'è mica mio!». Questo è l'indifferentismo alla politica.È così bello, è così comodo! È vero? È così comodo! La libertà c'è, si vive in regime di libertà. Ci sono altre cose da fare che interessarsi alla politica! Eh, lo so anche io, ci sono... Il mondo è così bello, vero? Ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi della politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l'aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent'anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai.E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica...Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo è solo, non è solo che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell'Italia e del mondo. Ora io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione c'è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane.E quando io leggo nell'art. 2: «l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale»; o quando leggo nell'art. 11: «L'Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie... ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini!O quando io leggo nell'art. 8:«Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour! O quando io leggo nell'art. 5: «La Repubblica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo!O quando nell'art. 52 io leggo, a proposito delle forze armate: «l'ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popoli, ma questo è Garibaldi!E quando leggo nell'art. 27: «Non è ammessa la pena di morte», ma questo è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani...Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché libertà e giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, con il pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione. (P. Calamandrei, "Discorso agli studenti milanesi", 1955) Con l'espressione "voci recenti" l'autore intende: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La difesa della proprietà privata è non soltanto uno dei cardini delle grandi rivoluzioni borghesi, ma è presente, alla pari di ogni altro diritto civile, nella totalità dei documenti costituzionali ispirati alla dottrina liberale, a cominciare dalla "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino" del 1789. Soltanto molto più tardi, nella costituzione di Weimar del 1919, si introdurranno le prime limitazioni dell'istituto e si farà riferimento agli obblighi dei proprietari, oltre che ai loro diritti, senza tuttavia minimamente contraddire i principi dell'economia di mercato. In realtà il binomio liberty and property è nelle concrete battaglie rivoluzionarie della nascente borghesia capitalistica, nei documenti e nei testi normativi più importanti del costituzionalismo moderno, oltre che nell'ideologia dei maggiori esponenti del pensiero liberale, qualcosa di assolutamente inscindibile. Sta qui, a mio parere, la radice del problema: il tema dell'uguaglianza solleva oggi questioni molto gravi sia nei confronti degli istituti giuridici che tutelano la proprietà privata, sia nei confronti degli istituti giuridici che tutelano le libertà individuali in senso stretto. Come è noto, la proprietà in quanto tale, e cioè come modalità di appropriazione in forma privata ed esclusiva di beni o di risorse, è stata oggetto di critiche di carattere morale fin dai primi secoli dell'era cristiana. La teologia patristica, riecheggiando insegnamenti evangelici, condanna la proprietà come un istituto che soddisfa l'egoismo dei ricchi e sanziona l'esclusione dei poveri. Questo perché un'esigenza di giustizia esige che tutto ciò che è superfluo per il singolo (proprietario) venga attribuito a chi manca del necessario per vivere. Questa ostilità morale nei confronti della proprietà e dei proprietari persiste lungamente nella tradizione cristiana e cattolica - si pensi, per tutti, ai movimenti pauperistici medievali e all'ascetismo francese - e alla fine si attenua e scompare del tutto con l'avvento dell'economia di mercato. In epoca moderna è Rousseau a rilanciare la critica dell'istituto proprietario e ad attribuirgli responsabilità non solo morali: la proprietà è per lui l'origine della disuguaglianza fra gli uomini. E non molto diversa è la posizione anarco-sociale di Proudhon, e in generale del socialismo critico-utopistico, per il quale, come è noto, la proprietà privata è intrisa di violenza e di sopraffazione e va soppressa ed eventualmente sostituita con forme di proprietà collettive.Da questa tradizione si distacca nettamente e consapevolmente l'analisi marxiana. Marx non ha mai criticato la proprietà come tale, né ha mai proposto una sua abolizione. La sua critica riguardava, come tutti sanno, la proprietà privata dei mezzi produttivi, che a suo giudizio era l'architrave dell'economia capitalistica. Riguardava proprio quella illimitata facoltà di possedere - non più proporzionata alla (limitata) capacità di consumo del proprietario e, soprattutto, alla sua (limitata) capacità di lavoro - che è teorizzata e moralmente giustificata dal padre fondatore del liberalismo, John Locke. E la critica marxiana riguardava in secondo luogo quella libertà di iniziativa economica che è il fulcro della teoria classica liberale, da Adam Smith a David Ricardo, a Stuart Mill. (D. Zolo, "Libertà, proprietà ed uguaglianza nella teoria dei diritti fondamentali. A proposito di un saggio di Luigi Ferrajoli", Laterza) Dal brano si può dedurre che: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La dilatazione temporale del periodo di dipendenza dalla famiglia d'origine ha causato un diffuso orientamento delle giovani generazioni a posticipare sempre di più la conquista dell'autonomia abitativa. I dati a livello europeo mostrano il consolidamento e la diffusione di questo comportamento in tutti i Paesi dell'Europa meridionale (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) e con peculiarità specifiche rispetto alle altre nazioni dell'Unione europea, tanto che si è consolidato l'approccio che contrappone due modelli di transizione alla vita adulta: il modello mediterraneo e quello nordico. A questi due modelli Galland aggiunge il modello britannico, caratterizzato dalla maggiore precocità nel raggiungimento delle varie fasi. La transizione dei giovani britannici, quindi, è contraddistinta dal precoce accesso al mercato del lavoro e da una più giovane età media di matrimonio, mentre, all'opposto, la maternità e la paternità sono eventi tendenzialmente rinviati.Il modello mediterraneo, di cui l'Italia è l'esempio più emblematico, è caratterizzato da un accentuato prolungamento della transizione e, soprattutto, del periodo di permanenza nella famiglia d'origine.Il modello nordico, diffuso nei Paesi dell'Europa centro-settentrionale, si presenta più complesso perché meno lineare, in quanto alcune fasi possono sovrapporsi ad altre e avere un carattere transitorio. Una delle differenze più rilevanti con il modello precedente è che l'abbandono della casa dei genitori avviene precocemente, in quanto prevale l'adozione di diverse strategie abitative, anche solo in via sperimentale. Le convivenze con il partner o con gli amici, la vita da single o la sistemazione in residenze universitarie per tutta la durata degli studi sono forme residenziali molto diffuse tra i giovani. Per il loro carattere temporaneo, tuttavia, non sempre danno esito all'acquisizione definitiva dell'autonomia abitativa.In Italia e negli altri Paesi del sud Europa, invece, lasciare la famiglia d'origine impone quasi sempre una scelta definitiva, motivata, nella maggior parte dei casi, da eventi socialmente legittimati, quali il matrimonio o un cambiamento di residenza per ragioni di lavoro. (Archivio Selexi) Il cosiddetto "modello mediterraneo", secondo quanto affermato nel brano, comporta, fra l'altro: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La dilatazione temporale del periodo di dipendenza dalla famiglia d'origine ha causato un diffuso orientamento delle giovani generazioni a posticipare sempre di più la conquista dell'autonomia abitativa. I dati a livello europeo mostrano il consolidamento e la diffusione di questo comportamento in tutti i Paesi dell'Europa meridionale (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) e con peculiarità specifiche rispetto alle altre nazioni dell'Unione europea, tanto che si è consolidato l'approccio che contrappone due modelli di transizione alla vita adulta: il modello mediterraneo e quello nordico. A questi due modelli Galland aggiunge il modello britannico, caratterizzato dalla maggiore precocità nel raggiungimento delle varie fasi. La transizione dei giovani britannici, quindi, è contraddistinta dal precoce accesso al mercato del lavoro e da una più giovane età media di matrimonio, mentre, all'opposto, la maternità e la paternità sono eventi tendenzialmente rinviati.Il modello mediterraneo, di cui l'Italia è l'esempio più emblematico, è caratterizzato da un accentuato prolungamento della transizione e, soprattutto, del periodo di permanenza nella famiglia d'origine.Il modello nordico, diffuso nei Paesi dell'Europa centro-settentrionale, si presenta più complesso perché meno lineare, in quanto alcune fasi possono sovrapporsi ad altre e avere un carattere transitorio. Una delle differenze più rilevanti con il modello precedente è che l'abbandono della casa dei genitori avviene precocemente, in quanto prevale l'adozione di diverse strategie abitative, anche solo in via sperimentale. Le convivenze con il partner o con gli amici, la vita da single o la sistemazione in residenze universitarie per tutta la durata degli studi sono forme residenziali molto diffuse tra i giovani. Per il loro carattere temporaneo, tuttavia, non sempre danno esito all'acquisizione definitiva dell'autonomia abitativa.In Italia e negli altri Paesi del sud Europa, invece, lasciare la famiglia d'origine impone quasi sempre una scelta definitiva, motivata, nella maggior parte dei casi, da eventi socialmente legittimati, quali il matrimonio o un cambiamento di residenza per ragioni di lavoro. (Archivio Selexi) Quali sono i giovani che più precocemente sperimentano la maternità e la paternità? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La dilatazione temporale del periodo di dipendenza dalla famiglia d'origine ha causato un diffuso orientamento delle giovani generazioni a posticipare sempre di più la conquista dell'autonomia abitativa. I dati a livello europeo mostrano il consolidamento e la diffusione di questo comportamento in tutti i Paesi dell'Europa meridionale (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) e con peculiarità specifiche rispetto alle altre nazioni dell'Unione europea, tanto che si è consolidato l'approccio che contrappone due modelli di transizione alla vita adulta: il modello mediterraneo e quello nordico. A questi due modelli Galland aggiunge il modello britannico, caratterizzato dalla maggiore precocità nel raggiungimento delle varie fasi. La transizione dei giovani britannici, quindi, è contraddistinta dal precoce accesso al mercato del lavoro e da una più giovane età media di matrimonio, mentre, all'opposto, la maternità e la paternità sono eventi tendenzialmente rinviati.Il modello mediterraneo, di cui l'Italia è l'esempio più emblematico, è caratterizzato da un accentuato prolungamento della transizione e, soprattutto, del periodo di permanenza nella famiglia d'origine.Il modello nordico, diffuso nei Paesi dell'Europa centro-settentrionale, si presenta più complesso perché meno lineare, in quanto alcune fasi possono sovrapporsi ad altre e avere un carattere transitorio. Una delle differenze più rilevanti con il modello precedente è che l'abbandono della casa dei genitori avviene precocemente, in quanto prevale l'adozione di diverse strategie abitative, anche solo in via sperimentale. Le convivenze con il partner o con gli amici, la vita da single o la sistemazione in residenze universitarie per tutta la durata degli studi sono forme residenziali molto diffuse tra i giovani. Per il loro carattere temporaneo, tuttavia, non sempre danno esito all'acquisizione definitiva dell'autonomia abitativa.In Italia e negli altri Paesi del sud Europa, invece, lasciare la famiglia d'origine impone quasi sempre una scelta definitiva, motivata, nella maggior parte dei casi, da eventi socialmente legittimati, quali il matrimonio o un cambiamento di residenza per ragioni di lavoro. (Archivio Selexi) Quale dei seguenti potrebbe essere un titolo adeguato del brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La fantascienza (dall'inglese science fiction), permette di spostarsi nel futuro, di abitare mondi paralleli, dà voce alle inquietudini primordiali degli uomini raccontandole in maniera metaforica, scientifica e avventurosa.I veri creatori della fantascienza sono Jules Verne, autore di romanzi d'avventura pervasi dalla fiducia, prettamente ottocentesca, nel progresso della scienza, e H.G. Wells, attento soprattutto agli effetti della ricerca scientifica sui problemi sociali e politici del tempo, con un fondo di negatività che distinguerà più tardi la fantascienza antiutopistica.Negli Stati Uniti la fantascienza comincia ad affermarsi come genere popolare già dagli anni Dieci, con vastissima produzione di collane editoriali e di riviste specializzate, la più importante delle quali fu "Amazing Stories", fondata nel 1926 da Hugo Gernsback. Le storie dei pionieri dello spazio, chiamate "space operas", ricalcano quelle del romanzo western o di esplorazione e privilegiano i temi dell'avventura spaziale, del contatto con gli alieni, della creazione di mostri e automi. L'esplosione della bomba atomica su Hiroshima nel 1945 e la guerra fredda inseriscono nello sviluppo della fantascienza ansie e preoccupazioni di tipo politico. In questo periodo si affermano, tra gli altri, Isaac Asimov, sapiente e prolifico divulgatore scientifico, noto soprattutto per i suoi racconti e romanzi di fantascienza tecnologica e Ray Bradbury, originalissimo scrittore, per il quale la fantascienza non è che un pretesto per dare sfogo alla sua estrosa fantasia e per protestare contro la vita di oggi che tende a distruggere l'elemento poetico, fiabesco e ideale dell'uomo e della sua storia. In Inghilterra, George Orwell scrive 1984, celeberrima utopia negativa nella quale scienza e politica producono nuove forme di oppressione sociale e Arthur Clarke si pone come l'archetipo vivente dello scienziato-scrittore. Ballard dà vita a una "letteratura dello spazio interno".Con i primi anni Sessanta, la fantascienza diviene spesso fantapolitica, mentre nasce una new wave anglo-americana che, partendo dalla tradizione consolidata, dà ampio spazio a nuove tematiche, come la droga, la psicoanalisi, il privato, il misticismo orientale, i conflitti razziali. Il più immaginoso e sperimentale rappresentante di questa corrente è Philip K. Dick, che nei suoi racconti dà voce alle tante realtà parallele che circondano il nostro universo.Al centro della fantascienza rimangono, fino a oggi, le inquietudini generate dal progresso tecnologico, che sono sempre più legate all'angoscia della perdita di identità, generata da un lato dallo sviluppo dell'ingegneria genetica e dall'altro dalla diffusione dell'informatica e dalle ricerche sull'intelligenza artificiale.Negli anni Ottanta nasce la letteratura cyberpunk (definizione derivata dall'associazione di punk con la nozione di cyberspazio). Il testo chiave di questo movimento è il romanzo Neuromante di William Gibson, che ha per protagonista un cow boy del cyberspazio che realizza i suoi colpi penetrando elettronicamente nella rete mondiale di computer che tutto comprende e simula. L'altro capofila del movimento è Bruce Sterling, autore anche di una serie di testi teorici. (Archivio Selexi) Quale delle seguenti affermazioni relative alla diffusione della fantascienza negli Stati Uniti NON è deducibile dal brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La fine del XIX secolo è segnata dalla seconda rivoluzione industriale, che corrisponde all'era neotecnica (nata dall'utilizzazione dell'elettricità).L'elettricità è una nuova forma di energia facile da trasportare a grandi distanze e perciò utilizzabile in industrie molto lontane dalle fonti energetiche: ciò ha permesso di annullare uno dei più forti vincoli di localizzazione delle industrie.Paesi poveri di carbone ma ricchi di fiumi, come l'Italia, hanno avviato un sorprendente processo di industrializzazione sfruttando i salti d'acqua mediante turbine idrauliche per produrre energia idroelettrica.Nel XX secolo l'elettricità è entrata in tutte le fabbriche migliorando i metodi e i rendimenti; a loro volta il carbone e gli altri combustibili hanno conosciuto una crescente utilizzazione in apposite centrali per produrre energia termoelettrica.Nel 1860 venne brevettato il primo motore a scoppio e si avviò la produzione di benzina attraverso la raffinazione del petrolio; nel 1885 cominciarono a circolare le prime automobili; oggi si va affermando l'uso dell'energia nucleare e si cerca di utilizzare energie alternative e non inquinanti come quella solare e quella eolica.Se nella prima fase della rivoluzione industriale il reinvestimento dei profitti da parte degli imprenditori (autofinanziamento) era stato sufficiente ad assicurare lo sviluppo delle aziende, nell'era neotecnica l'impegno a mantenere il passo tecnologico costrinse le imprese a ricorrere al credito bancario: per finanziare le imprese industriali nacquero le società per azioni. (P. Dagradi, C. Cencini, "Compendio di geografia umana") L'annullamento di uno dei più forti vincoli di localizzazione delle industrie è avvenuto grazie: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La fondamentale differenza fra governo presidenziale e governo parlamentare è che, con il primo, maggioranza parlamentare e Governo costituiscono due centri di indirizzo e di decisione reciprocamente autonomi, e quindi più facilmente in contrasto fra di loro, mentre con il secondo essi non solo non si contrappongono ma sono espressione dello stesso indirizzo politico (perché il Governo è appunto espresso dalla maggioranza parlamentare). Nel governo presidenziale prevale la divisione dei poteri fra esecutivo e legislativo; nel governo parlamentare il coordinamento fra i due poteri, politicamente omogenei. Poiché nella politica di oggi governare implica largamente la necessità di fare leggi, il coordinamento tipico dei governi parlamentari rende più facile governare. Per converso l'esecutivo, in questo sistema, non ha una sua legittimazione politica autonoma, ma la sua autorità dipende dal fatto che esso esprime la maggioranza parlamentare, e dura finché la esprime, cade quando questo appoggio cessa.In sintesi, nel nostro sistema, il Governo è espressione della maggioranza parlamentare, e dipende dalla fiducia di questa: ma contemporaneamente esso dirige la maggioranza, svolgendo in Parlamento un ruolo determinante sia nella scelta degli argomenti su cui legiferare (l'ordine del giorno) sia nella determinazione del concetto di legislazione, fino alla massima forma di pressione consistente nel vincolare la sopravvivenza del Governo stesso all'approvazione parlamentare delle sue proposte, attraverso la cosiddetta "questione di fiducia". Il Governo, dunque, come è stato detto, è il "comitato esecutivo" e insieme il "comitato direttivo" della maggioranza. Finché la maggioranza non si dissolve, o non decide di togliere la fiducia al Governo, l'azione di questo sa di poter contare, in linea di principio, sull'appoggio del Parlamento. (Da: V. Onida, "La Costituzione", Il Mulino) In un governo parlamentare, l'autorità dell'esecutivo dipende: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La guerra mondiale fece precipitare la crisi nella quale si dibatteva da tempo l'Impero russo. Sarebbe naturalmente erroneo ritenere che il conflitto avesse in qualche misura determinato questa crisi; ma sarebbe altrettanto erroneo ritenere che esso abbia avuto una scarsa importanza nel determinare il collasso dell'autocrazia zarista, responsabile di uno stato di arretratezza che si traduceva in un'inferiorità tecnica e produttiva che era alla radice dei rovesci militari.I sintomi della debolezza dell'Impero zarista si erano registrati nei primi anni del secolo in occasione della guerra russo- giapponese: già allora la negativa prova militare aveva avuto come contraccolpo un'insurrezione che aveva denunciato il profondo fossato che divideva l'autocrazia del Paese, e aveva posto il problema di soddisfare non solo delle rivendicazioni di carattere sociale, ma anche delle fondamentali esigenze di natura politica.Un processo di industrializzazione era cominciato in Russia nell'ultimo ventennio dell'Ottocento. In connessione con l'inizio di questo processo, l'intellettualità si era resa conto che l'evoluzione del Paese non poteva essere frutto di azioni individuali sfocianti nel terrorismo, ma sarebbe stata frutto dell'evoluzione dei rapporti economici, i quali tuttavia erano segnati da un'intrinseca contraddizione, dal momento che nello stesso tempo in cui la politica economica si orientava verso l'industrializzazione, non si intendeva intaccare i rapporti di tipo precapitalistico esistenti nelle campagne. Il decollo industriale fu reso possibile dall'adozione di una politica protezionistica, dalla compressione dei salari operai e dall'ancoraggio del rublo all'oro, fattori che richiamarono in Russia capitali stranieri attratti dai profitti molto elevati che in tale contesto era possibile realizzare. Il settore che registrò gli investimenti più cospicui fu quello delle costruzioni ferroviarie: il suo sviluppo determinò l'incremento delle industrie estrattive del ferro e del carbone e la formazione d'una industria metalmeccanica, mentre si ebbero considerevoli progressi anche nel settore tessile e in quello della produzione petrolifera nella zona transcaucasica. L'afflusso del capitale estero fu molto massiccio: esso nel 1890 costituiva 1/3 del capitale delle società russe e nel 1900 addirittura il 50%.L'industria russa nacque con un alto livello di concentrazione, che non fu però determinata da un processo di selezione operato dalla concorrenza e venne a creare un forte squilibrio tra poche regioni industrializzate e il resto del Paese, nel quale rimasero pressoché intatti rapporti di produzione di tipo assolutamente arretrato. Questa situazione pose il problema dei rapporti tra un proletariato industriale dotato, per la sua stessa concentrazione, di una notevole forza d'urto sociale e politico, e un mondo contadino in preda a una profonda miseria e dotato di istituzioni e strutture comunitarie passibili [1], in prospettiva, di sviluppo o di distruzione. Si affacciò allora l'idea che non esistesse uno schema unico di sviluppo che obbligasse tutti i Paesi ad attraversare una fase capitalistica simile a quella che avevano attraversato i Paesi industrializzati dell'Europa occidentale, e che la Russia sarebbe potuta arrivare al socialismo percorrendo una via diversa.I "socialdemocratici" russi tuttavia, con alla testa Plechanov, criticarono questa prospettiva e sostennero che il passaggio attraverso uno stadio di capitalismo sviluppato sarebbe stato inevitabile anche per la società russa, e che quindi le forze veramente rivoluzionarie dovevano essere identificate nella borghesia liberale e nella classe operaia, mentre il proletariato doveva favorire la rivoluzione liberale borghese. (Archivio Selexi) Quale dei seguenti fattori NON ha giocato un ruolo nel determinare o nell'aggravare la crisi dell'Impero russo? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La guerra mondiale fece precipitare la crisi nella quale si dibatteva da tempo l'Impero russo. Sarebbe naturalmente erroneo ritenere che il conflitto avesse in qualche misura determinato questa crisi; ma sarebbe altrettanto erroneo ritenere che esso abbia avuto una scarsa importanza nel determinare il collasso dell'autocrazia zarista, responsabile di uno stato di arretratezza che si traduceva in un'inferiorità tecnica e produttiva che era alla radice dei rovesci militari.I sintomi della debolezza dell'Impero zarista si erano registrati nei primi anni del secolo in occasione della guerra russo- giapponese: già allora la negativa prova militare aveva avuto come contraccolpo un'insurrezione che aveva denunciato il profondo fossato che divideva l'autocrazia del Paese, e aveva posto il problema di soddisfare non solo delle rivendicazioni di carattere sociale, ma anche delle fondamentali esigenze di natura politica.Un processo di industrializzazione era cominciato in Russia nell'ultimo ventennio dell'Ottocento. In connessione con l'inizio di questo processo, l'intellettualità si era resa conto che l'evoluzione del Paese non poteva essere frutto di azioni individuali sfocianti nel terrorismo, ma sarebbe stata frutto dell'evoluzione dei rapporti economici, i quali tuttavia erano segnati da un'intrinseca contraddizione, dal momento che nello stesso tempo in cui la politica economica si orientava verso l'industrializzazione, non si intendeva intaccare i rapporti di tipo precapitalistico esistenti nelle campagne. Il decollo industriale fu reso possibile dall'adozione di una politica protezionistica, dalla compressione dei salari operai e dall'ancoraggio del rublo all'oro, fattori che richiamarono in Russia capitali stranieri attratti dai profitti molto elevati che in tale contesto era possibile realizzare. Il settore che registrò gli investimenti più cospicui fu quello delle costruzioni ferroviarie: il suo sviluppo determinò l'incremento delle industrie estrattive del ferro e del carbone e la formazione d'una industria metalmeccanica, mentre si ebbero considerevoli progressi anche nel settore tessile e in quello della produzione petrolifera nella zona transcaucasica. L'afflusso del capitale estero fu molto massiccio: esso nel 1890 costituiva 1/3 del capitale delle società russe e nel 1900 addirittura il 50%.L'industria russa nacque con un alto livello di concentrazione, che non fu però determinata da un processo di selezione operato dalla concorrenza e venne a creare un forte squilibrio tra poche regioni industrializzate e il resto del Paese, nel quale rimasero pressoché intatti rapporti di produzione di tipo assolutamente arretrato. Questa situazione pose il problema dei rapporti tra un proletariato industriale dotato, per la sua stessa concentrazione, di una notevole forza d'urto sociale e politico, e un mondo contadino in preda a una profonda miseria e dotato di istituzioni e strutture comunitarie passibili [1], in prospettiva, di sviluppo o di distruzione. Si affacciò allora l'idea che non esistesse uno schema unico di sviluppo che obbligasse tutti i Paesi ad attraversare una fase capitalistica simile a quella che avevano attraversato i Paesi industrializzati dell'Europa occidentale, e che la Russia sarebbe potuta arrivare al socialismo percorrendo una via diversa.I "socialdemocratici" russi tuttavia, con alla testa Plechanov, criticarono questa prospettiva e sostennero che il passaggio attraverso uno stadio di capitalismo sviluppato sarebbe stato inevitabile anche per la società russa, e che quindi le forze veramente rivoluzionarie dovevano essere identificate nella borghesia liberale e nella classe operaia, mentre il proletariato doveva favorire la rivoluzione liberale borghese. (Archivio Selexi) Quale dei seguenti aggettivi descrive correttamente l'industria al momento della sua nascita in Russia? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La guerra mondiale fece precipitare la crisi nella quale si dibatteva da tempo l'Impero russo. Sarebbe naturalmente erroneo ritenere che il conflitto avesse in qualche misura determinato questa crisi; ma sarebbe altrettanto erroneo ritenere che esso abbia avuto una scarsa importanza nel determinare il collasso dell'autocrazia zarista, responsabile di uno stato di arretratezza che si traduceva in un'inferiorità tecnica e produttiva che era alla radice dei rovesci militari.I sintomi della debolezza dell'Impero zarista si erano registrati nei primi anni del secolo in occasione della guerra russo- giapponese: già allora la negativa prova militare aveva avuto come contraccolpo un'insurrezione che aveva denunciato il profondo fossato che divideva l'autocrazia del Paese, e aveva posto il problema di soddisfare non solo delle rivendicazioni di carattere sociale, ma anche delle fondamentali esigenze di natura politica.Un processo di industrializzazione era cominciato in Russia nell'ultimo ventennio dell'Ottocento. In connessione con l'inizio di questo processo, l'intellettualità si era resa conto che l'evoluzione del Paese non poteva essere frutto di azioni individuali sfocianti nel terrorismo, ma sarebbe stata frutto dell'evoluzione dei rapporti economici, i quali tuttavia erano segnati da un'intrinseca contraddizione, dal momento che nello stesso tempo in cui la politica economica si orientava verso l'industrializzazione, non si intendeva intaccare i rapporti di tipo precapitalistico esistenti nelle campagne. Il decollo industriale fu reso possibile dall'adozione di una politica protezionistica, dalla compressione dei salari operai e dall'ancoraggio del rublo all'oro, fattori che richiamarono in Russia capitali stranieri attratti dai profitti molto elevati che in tale contesto era possibile realizzare. Il settore che registrò gli investimenti più cospicui fu quello delle costruzioni ferroviarie: il suo sviluppo determinò l'incremento delle industrie estrattive del ferro e del carbone e la formazione d'una industria metalmeccanica, mentre si ebbero considerevoli progressi anche nel settore tessile e in quello della produzione petrolifera nella zona transcaucasica. L'afflusso del capitale estero fu molto massiccio: esso nel 1890 costituiva 1/3 del capitale delle società russe e nel 1900 addirittura il 50%.L'industria russa nacque con un alto livello di concentrazione, che non fu però determinata da un processo di selezione operato dalla concorrenza e venne a creare un forte squilibrio tra poche regioni industrializzate e il resto del Paese, nel quale rimasero pressoché intatti rapporti di produzione di tipo assolutamente arretrato. Questa situazione pose il problema dei rapporti tra un proletariato industriale dotato, per la sua stessa concentrazione, di una notevole forza d'urto sociale e politico, e un mondo contadino in preda a una profonda miseria e dotato di istituzioni e strutture comunitarie passibili [1], in prospettiva, di sviluppo o di distruzione. Si affacciò allora l'idea che non esistesse uno schema unico di sviluppo che obbligasse tutti i Paesi ad attraversare una fase capitalistica simile a quella che avevano attraversato i Paesi industrializzati dell'Europa occidentale, e che la Russia sarebbe potuta arrivare al socialismo percorrendo una via diversa.I "socialdemocratici" russi tuttavia, con alla testa Plechanov, criticarono questa prospettiva e sostennero che il passaggio attraverso uno stadio di capitalismo sviluppato sarebbe stato inevitabile anche per la società russa, e che quindi le forze veramente rivoluzionarie dovevano essere identificate nella borghesia liberale e nella classe operaia, mentre il proletariato doveva favorire la rivoluzione liberale borghese. (Archivio Selexi) Quale dei seguenti titoli meglio sintetizza il contenuto del brano? |
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Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. L'uomo del Rinascimento ha molti volti ben individuabili. [...] La donna del Rinascimento, invece, sembra quasi senza volto. Un uomo può essere principe o guerriero, artista o umanista, mercante o ecclesiastico, saggio o avventuriero. La donna assume solo raramente tali ruoli e, se lo fa, non sono questi i ruoli che la definiscono, ma altri: è madre o figlia o vedova; vergine o prostituta, santa o strega, Maria, o Eva, o Amazzone. Queste identità (che le derivano soltanto dal sesso a cui appartiene) la sommergono completamente ed estinguono qualsiasi altra personalità cui ella aspira. La donna, per tutto il periodo del Rinascimento, combatte per esprimere sé. Ma è una lotta destinata all'insuccesso, dato che, dalla fine del Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino. La gran parte delle donne del Rinascimento divennero madri, e la maternità ha costituito la loro professione. La loro vita adulta (dai venticinque anni circa nella maggior parte dei gruppi sociali, dall'adolescenza nelle élites) è tra un ciclo continuo di parti, allattamenti e ancora parti. Le donne che appartenevano alle classi superiori davano alla luce un figlio ogni ventiquattro o trenta mesi. Gli intervalli tra un parto o l'altro erano scanditi dai periodi di allattamento, che limitano la fertilità: quando il bambino era ormai svezzato, si poteva avere un nuovo concepimento. Le donne ricche partorivano anche più figli di quelle povere. Il bisogno di procurarsi un erede, corollario alla necessità di trasmettere efficacemente la ricchezza, le costringeva alla fertilità. Dato che esse non allattavano i loro bambini, gli intervalli tra un parto e l'altro potevano essere più brevi. [...] Portare un figlio è un privilegio e un fardello della donna. In Italia e in Francia, la donna che aveva appena partorito un bimbo veniva festeggiata e coccolata. Il canonico milanese Pietro Casola, nel 1494, descrive la camera di una donna della nobile famiglia Dolfin di Venezia che era appena divenuta madre. La stanza era stata addobbata con ornamenti del valore di almeno duemila ducati, mentre le donne che si prendevano cura della partoriente indossavano gioielli il cui valore raggiungeva almeno i centomila ducati. La donna che aveva appena partorito, come una sposa novella il giorno delle nozze, occupava per un momento transitorio una posizione di onore che non conosceva confronti. Essere incinte costituiva comunque un segno di onore. [...] Dalle donne delle classi superiori ci si aspettava anche che amassero i figli, e in effetti molte di loro lo facevano: nutrivano i figli e li educavano sino all'età di sette anni (le figlie fino al matrimonio) trovando così nella maternità un'occasione di creatività e di espressione. [...] La preoccupazione per la morte del bambino era sempre in agguato a ogni nascita. Il neonato era in qualche modo considerato dalle madri del Rinascimento come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. (Archivio Selexi) Secondo la tesi espressa nel brano, le donne rinascimentali di famiglia ricca:
Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La conoscenza ha due forme: o conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per la fantasia o conoscenza per l'intelletto; conoscenza dell'individuale o conoscenza dell'universale; delle cose singole ovvero delle loro relazioni; è, insomma, o produttrice d'immagini o produttrice di concetti.Continuamente si fa appello, nella vita ordinaria, alla conoscenza intuitiva. Si dice che di certe verità non si possono dare definizioni; che non si dimostrano per sillogismi; che conviene apprenderle intuitivamente. Il politico rimprovera l'astratto ragionatore, che non ha l'intuizione viva delle condizioni di fatto; il pedagogista batte sulla necessità di svolgere nell'educando anzitutto la facoltà intuitiva; il critico si tiene a onore di mettere da parte, innanzi a un'opera artistica, le teorie e le astrazioni e di giudicarla intuendola direttamente; l'uomo pratico, infine, professa di vivere d'intuizioni più che di ragionamenti.Ma, a questo ampio riconoscimento che la conoscenza intuitiva riceve nella vita ordinaria, non fa riscontro un pari e adeguato riconoscimento nel campo della teoria e della filosofia. Della conoscenza intellettiva c'è una scienza antichissima e ammessa indiscussamente da tutti, la logica; ma una scienza della conoscenza intuitiva è appena ammessa, e timidamente, da pochi. La conoscenza logica si è fatta la parte del leone; e, quando addirittura non divora la sua compagna, le concede appena un umile posticino di ancella o di portinaia. Che cosa è mai la conoscenza intuitiva senza il lume della intellettiva? È un servitore senza padrone: e, se al padrone occorre il servitore, è ben più necessario il primo al secondo, per campare la vita.L'intuizione è cieca; l'intelletto le presta gli occhi.Ora, il primo punto che bisogna fissare bene in mente è che la conoscenza intuitiva non ha bisogno di padroni; non ha necessità di appoggiarsi ad alcuno; non deve chiedere in prestito gli occhi altrui perché ne ha in fronte di suoi propri, validissimi. E se è indubitabile che in molte intuizioni si possono trovare mescolati concetti, in altre non vi è traccia di un simile miscuglio; il che prova che esso non è necessario. L'impressione di un chiaro di luna, ritratta da un pittore; il contorno di un Paese, delineato da un cartografo; un motivo musicale, tenero o energico; le parole di una lirica sospirosa, o quelle con le quali chiediamo, e comandiamo e ci lamentiamo nella vita ordinaria, possono ben essere tutti fatti intuitivi senza ombra di riferimenti intellettuali. Ma, checché si pensi di questi esempi, e posto anche si voglia e debba sostenere che la maggior parte delle intuizioni dell'uomo civile siano impregnate di concetti, v'è ben altro, e di più importante e conclusivo, da osservare. I concetti che si trovano misti e fusi nelle intuizioni, in quanto vi sono davvero misti e fusi, non sono più concetti, avendo perduto ogni indipendenza e autonomia. Furono già concetti, ma sono diventati, ora, semplici elementi d'intuizione.L'attività intuitiva tanto intuisce quanto esprime. Se questa proposizione suona paradossale, una delle cause di ciò è senza dubbio nell'abito di dare alla parola "espressione" un significato troppo ristretto, assegnandola alle sole espressioni che si dicono verbali; laddove esistono anche espressioni non verbali, come quelle di linee, colori, toni: tutte quante da includere nel concetto di espressione, che abbraccia perciò ogni sorta di manifestazioni dell'uomo, oratore, musico, pittore o altro che sia. (Archivio Selexi) Qual è l'idea centrale che l'autore del brano vuole comunicare al lettore?