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Tutte le domande del quiz : Brani

tratto da:
Esercito Italiano
Quiz - Concorso per l'ammissione di 41 allievi al 7° corso Allievi Ufficiali in Ferma Prefissata (A.U.F.P.) dell'Esercito per il conseguimento della nomina a Tenente in Ferma Prefissata, ausiliario del ruolo normale del Corpo degli Ingegneri, del Corpo di Commissariato e del Corpo Sanitario dell'Esercito



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA    In fondo ci sono due grandi categorie di scrittori. Ci sono quelli che hanno bisogno di una preparazione molto forte e che, prima di cominciare a scrivere seriamente, devono dedicarsi a un lungo periodo di riflessione e di ricerche preliminari per informarsi, per documentarsi, elaborando al termine di questo periodo uno schema di programmazione della loro redazione: schema che servirà loro da guida durante tutto il lavoro di scrittura. Ci sono poi quelli che lavorano in modo più istintivo e meno programmato - seppur con un minimo di schizzi e di abbozzi preparatori - che hanno bisogno soprattutto di una sorta di scatto iniziale, non nella forma di una programmazione nella quale sentirebbero una restrizione alla loro libertà, ma piuttosto nella forma di un nucleo embrionale. Uno scrittore come Jean Giono dichiara di non poter cominciare a scrivere un libro se non dopo aver trovato il titolo, che è spesso una formula enigmatica: per esempio Deux cavaliers de l'orage; il titolo deriverebbe direttamente dall'"ispirazione", come, per il poeta, quel primo verso "donato dagli dèi" di cui parlava Paul Valéry. Una volta trovato il titolo, tutto il lavoro consiste nel tentativo di giustificarlo restando allo stesso livello di qualità. Giono ha una bella immagine per evocare questo fenomeno: "Se scrivo una storia prima di averne trovato il titolo, in generale essa mi abortisce. Mi occorre assolutamente un titolo, perché il titolo è quella sorta di bandiera verso cui ci si dirige; spiegare il titolo è la meta che si deve raggiungere". Tutta la redazione dell'opera consisterà nel rendere significante questo titolo, nel risolverne l'enigma, nel conferire una necessità a questo dono del caso. Nello stesso spirito, ci sono altri scrittori, come Aragon, che non riescono a scrivere un'opera finché non hanno trovato l'incipit, la prima pagina. Una volta trovata la prima pagina, però - cosa che può richiedere un numero considerevole di stesure preliminari - è come se avesse cominciato a costruirsi una sorta di prima necessità: l'embrione è ormai formato, e si svilupperà spontaneamente. In effetti, a ben riflettervi, questi modi di procedere non sono affatto interpretabili in termini di padronanza, e complicano singolarmente questa famosa dialettica fra caso e necessità. Nel ritrovamento dell'incipit o del titolo c'è, beninteso, una parte di aleatorietà; nello stesso tempo, però, questo primo scatto dipende verosimilmente da una necessità interna, inconscia, fantasmatica; e, infine, tutto il resto del lavoro - la redazione propriamente detta - consisterà nel trasformare questa falsa alea del dono iniziale (che d'altronde non sempre viene donato) in una vera logica che sarà quella dell'opera, ma che perverrà a svilupparsi solo a partire da un principio in origine oscuro. Gli scrittori più numerosi sono comunque quelli che lavorano con documenti di programmazione. In questo caso si ha un vero lavoro da geometra, consistente nel definire il progetto di un senso che si deve costruire dal nulla: una sorta di scommessa, e di lotta formidabile dello spirito, per costruire, contro il non-senso dell'ambiente, una forma significante avente la sua logica e la sua necessità. Ma, una volta inventato lo schema e posta una sorta di assiomatica di partenza, il lavoro dello scrittore consisterà non solo nello sviluppare il modello (passando dal progetto alla sceneggiatura, dalla sceneggiatura a una prima stesura ecc.) ma anche nel problematizzarlo, reiniettando nel testo quel minimo di non-senso e di aleatorio senza il quale la struttura, logica e necessaria, resterebbe inerte. Si vede allora, paradossalmente, che la scrittura si sforza di conseguire un nuovo tipo di rapporto con il caso: quel coefficiente d'incertezza senza il quale il certo diventa artificioso In base a quanto scritto nel brano, una sola delle seguenti affermazioni è FALSA. Quale?
RISPOSTA   Domanda difficile In fondo ci sono due grandi categorie di scrittori. Ci sono quelli che hanno bisogno di una preparazione molto forte e che, prima di cominciare a scrivere seriamente, devono dedicarsi a un lungo periodo di riflessione e di ricerche preliminari per informarsi, per documentarsi, elaborando al termine di questo periodo uno schema di programmazione della loro redazione: schema che servirà loro da guida durante tutto il lavoro di scrittura. Ci sono poi quelli che lavorano in modo più istintivo e meno programmato - seppur con un minimo di schizzi e di abbozzi preparatori - che hanno bisogno soprattutto di una sorta di scatto iniziale, non nella forma di una programmazione nella quale sentirebbero una restrizione alla loro libertà, ma piuttosto nella forma di un nucleo embrionale. Uno scrittore come Jean Giono dichiara di non poter cominciare a scrivere un libro se non dopo aver trovato il titolo, che è spesso una formula enigmatica: per esempio Deux cavaliers de l'orage; il titolo deriverebbe direttamente dall'"ispirazione", come, per il poeta, quel primo verso "donato dagli dèi" di cui parlava Paul Valéry. Una volta trovato il titolo, tutto il lavoro consiste nel tentativo di giustificarlo restando allo stesso livello di qualità. Giono ha una bella immagine per evocare questo fenomeno: "Se scrivo una storia prima di averne trovato il titolo, in generale essa mi abortisce. Mi occorre assolutamente un titolo, perché il titolo è quella sorta di bandiera verso cui ci si dirige; spiegare il titolo è la meta che si deve raggiungere". Tutta la redazione dell'opera consisterà nel rendere significante questo titolo, nel risolverne l'enigma, nel conferire una necessità a questo dono del caso. Nello stesso spirito, ci sono altri scrittori, come Aragon, che non riescono a scrivere un'opera finché non hanno trovato l'incipit, la prima pagina. Una volta trovata la prima pagina, però - cosa che può richiedere un numero considerevole di stesure preliminari - è come se avesse cominciato a costruirsi una sorta di prima necessità: l'embrione è ormai formato, e si svilupperà spontaneamente. In effetti, a ben riflettervi, questi modi di procedere non sono affatto interpretabili in termini di padronanza, e complicano singolarmente questa famosa dialettica fra caso e necessità. Nel ritrovamento dell'incipit o del titolo c'è, beninteso, una parte di aleatorietà; nello stesso tempo, però, questo primo scatto dipende verosimilmente da una necessità interna, inconscia, fantasmatica; e, infine, tutto il resto del lavoro - la redazione propriamente detta - consisterà nel trasformare questa falsa alea del dono iniziale (che d'altronde non sempre viene donato) in una vera logica che sarà quella dell'opera, ma che perverrà a svilupparsi solo a partire da un principio in origine oscuro. Gli scrittori più numerosi sono comunque quelli che lavorano con documenti di programmazione. In questo caso si ha un vero lavoro da geometra, consistente nel definire il progetto di un senso che si deve costruire dal nulla: una sorta di scommessa, e di lotta formidabile dello spirito, per costruire, contro il non-senso dell'ambiente, una forma significante avente la sua logica e la sua necessità. Ma, una volta inventato lo schema e posta una sorta di assiomatica di partenza, il lavoro dello scrittore consisterà non solo nello sviluppare il modello (passando dal progetto alla sceneggiatura, dalla sceneggiatura a una prima stesura ecc.) ma anche nel problematizzarlo, reiniettando nel testo quel minimo di non-senso e di aleatorio senza il quale la struttura, logica e necessaria, resterebbe inerte. Si vede allora, paradossalmente, che la scrittura si sforza di conseguire un nuovo tipo di rapporto con il caso: quel coefficiente d'incertezza senza il quale il certo diventa artificioso Dal brano si deduce che:
RISPOSTA    In fondo ci sono due grandi categorie di scrittori. Ci sono quelli che hanno bisogno di una preparazione molto forte e che, prima di cominciare a scrivere seriamente, devono dedicarsi a un lungo periodo di riflessione e di ricerche preliminari per informarsi, per documentarsi, elaborando al termine di questo periodo uno schema di programmazione della loro redazione: schema che servirà loro da guida durante tutto il lavoro di scrittura. Ci sono poi quelli che lavorano in modo più istintivo e meno programmato - seppur con un minimo di schizzi e di abbozzi preparatori - che hanno bisogno soprattutto di una sorta di scatto iniziale, non nella forma di una programmazione nella quale sentirebbero una restrizione alla loro libertà, ma piuttosto nella forma di un nucleo embrionale. Uno scrittore come Jean Giono dichiara di non poter cominciare a scrivere un libro se non dopo aver trovato il titolo, che è spesso una formula enigmatica: per esempio Deux cavaliers de l'orage; il titolo deriverebbe direttamente dall'"ispirazione", come, per il poeta, quel primo verso "donato dagli dèi" di cui parlava Paul Valéry. Una volta trovato il titolo, tutto il lavoro consiste nel tentativo di giustificarlo restando allo stesso livello di qualità. Giono ha una bella immagine per evocare questo fenomeno: "Se scrivo una storia prima di averne trovato il titolo, in generale essa mi abortisce. Mi occorre assolutamente un titolo, perché il titolo è quella sorta di bandiera verso cui ci si dirige; spiegare il titolo è la meta che si deve raggiungere". Tutta la redazione dell'opera consisterà nel rendere significante questo titolo, nel risolverne l'enigma, nel conferire una necessità a questo dono del caso. Nello stesso spirito, ci sono altri scrittori, come Aragon, che non riescono a scrivere un'opera finché non hanno trovato l'incipit, la prima pagina. Una volta trovata la prima pagina, però - cosa che può richiedere un numero considerevole di stesure preliminari - è come se avesse cominciato a costruirsi una sorta di prima necessità: l'embrione è ormai formato, e si svilupperà spontaneamente. In effetti, a ben riflettervi, questi modi di procedere non sono affatto interpretabili in termini di padronanza, e complicano singolarmente questa famosa dialettica fra caso e necessità. Nel ritrovamento dell'incipit o del titolo c'è, beninteso, una parte di aleatorietà; nello stesso tempo, però, questo primo scatto dipende verosimilmente da una necessità interna, inconscia, fantasmatica; e, infine, tutto il resto del lavoro - la redazione propriamente detta - consisterà nel trasformare questa falsa alea del dono iniziale (che d'altronde non sempre viene donato) in una vera logica che sarà quella dell'opera, ma che perverrà a svilupparsi solo a partire da un principio in origine oscuro. Gli scrittori più numerosi sono comunque quelli che lavorano con documenti di programmazione. In questo caso si ha un vero lavoro da geometra, consistente nel definire il progetto di un senso che si deve costruire dal nulla: una sorta di scommessa, e di lotta formidabile dello spirito, per costruire, contro il non-senso dell'ambiente, una forma significante avente la sua logica e la sua necessità. Ma, una volta inventato lo schema e posta una sorta di assiomatica di partenza, il lavoro dello scrittore consisterà non solo nello sviluppare il modello (passando dal progetto alla sceneggiatura, dalla sceneggiatura a una prima stesura ecc.) ma anche nel problematizzarlo, reiniettando nel testo quel minimo di non-senso e di aleatorio senza il quale la struttura, logica e necessaria, resterebbe inerte. Si vede allora, paradossalmente, che la scrittura si sforza di conseguire un nuovo tipo di rapporto con il caso: quel coefficiente d'incertezza senza il quale il certo diventa artificioso Secondo l'autore del brano, la scrittura:
RISPOSTA   Domanda difficile In fondo ci sono due grandi categorie di scrittori. Ci sono quelli che hanno bisogno di una preparazione molto forte e che, prima di cominciare a scrivere seriamente, devono dedicarsi a un lungo periodo di riflessione e di ricerche preliminari per informarsi, per documentarsi, elaborando al termine di questo periodo uno schema di programmazione della loro redazione: schema che servirà loro da guida durante tutto il lavoro di scrittura. Ci sono poi quelli che lavorano in modo più istintivo e meno programmato - seppur con un minimo di schizzi e di abbozzi preparatori - che hanno bisogno soprattutto di una sorta di scatto iniziale, non nella forma di una programmazione nella quale sentirebbero una restrizione alla loro libertà, ma piuttosto nella forma di un nucleo embrionale. Uno scrittore come Jean Giono dichiara di non poter cominciare a scrivere un libro se non dopo aver trovato il titolo, che è spesso una formula enigmatica: per esempio Deux cavaliers de l'orage; il titolo deriverebbe direttamente dall'"ispirazione", come, per il poeta, quel primo verso "donato dagli dèi" di cui parlava Paul Valéry. Una volta trovato il titolo, tutto il lavoro consiste nel tentativo di giustificarlo restando allo stesso livello di qualità. Giono ha una bella immagine per evocare questo fenomeno: "Se scrivo una storia prima di averne trovato il titolo, in generale essa mi abortisce. Mi occorre assolutamente un titolo, perché il titolo è quella sorta di bandiera verso cui ci si dirige; spiegare il titolo è la meta che si deve raggiungere". Tutta la redazione dell'opera consisterà nel rendere significante questo titolo, nel risolverne l'enigma, nel conferire una necessità a questo dono del caso. Nello stesso spirito, ci sono altri scrittori, come Aragon, che non riescono a scrivere un'opera finché non hanno trovato l'incipit, la prima pagina. Una volta trovata la prima pagina, però - cosa che può richiedere un numero considerevole di stesure preliminari - è come se avesse cominciato a costruirsi una sorta di prima necessità: l'embrione è ormai formato, e si svilupperà spontaneamente. In effetti, a ben riflettervi, questi modi di procedere non sono affatto interpretabili in termini di padronanza, e complicano singolarmente questa famosa dialettica fra caso e necessità. Nel ritrovamento dell'incipit o del titolo c'è, beninteso, una parte di aleatorietà; nello stesso tempo, però, questo primo scatto dipende verosimilmente da una necessità interna, inconscia, fantasmatica; e, infine, tutto il resto del lavoro - la redazione propriamente detta - consisterà nel trasformare questa falsa alea del dono iniziale (che d'altronde non sempre viene donato) in una vera logica che sarà quella dell'opera, ma che perverrà a svilupparsi solo a partire da un principio in origine oscuro. Gli scrittori più numerosi sono comunque quelli che lavorano con documenti di programmazione. In questo caso si ha un vero lavoro da geometra, consistente nel definire il progetto di un senso che si deve costruire dal nulla: una sorta di scommessa, e di lotta formidabile dello spirito, per costruire, contro il non-senso dell'ambiente, una forma significante avente la sua logica e la sua necessità. Ma, una volta inventato lo schema e posta una sorta di assiomatica di partenza, il lavoro dello scrittore consisterà non solo nello sviluppare il modello (passando dal progetto alla sceneggiatura, dalla sceneggiatura a una prima stesura ecc.) ma anche nel problematizzarlo, reiniettando nel testo quel minimo di non-senso e di aleatorio senza il quale la struttura, logica e necessaria, resterebbe inerte. Si vede allora, paradossalmente, che la scrittura si sforza di conseguire un nuovo tipo di rapporto con il caso: quel coefficiente d'incertezza senza il quale il certo diventa artificioso Secondo quanto affermato nel brano:
RISPOSTA    In guerra i civili sono sempre stati esposti a rischi, ma i metodi della guerra moderna aumentano tali rischi e colpiscono un maggior numero di persone. Le guerre recenti sembrano caratterizzate da flussi interminabili di fuggiaschi che cercano di sottrarsi alle violenze e alla fame e vengono rinchiusi in campi di raccolta. Le agenzie occidentali tentano di dispensare aiuti e protezione, spesso in concorrenza l'una con l'altra e con autorità politiche o militari che mirano a dominare i profughi. Molte di queste agenzie fanno del loro meglio, in condizioni spaventose, e spesso con buoni risultati. Ma troppo spesso l'aiuto che esse sono in grado di offrire è tutt'al più un palliativo a breve termine. La loro opera e le intenzioni caritatevoli dei loro membri vengono sfruttate a fini politici e spesso le agenzie sono costrette a diventare parte del problema. L'aiuto delle agenzie si dimostra:
RISPOSTA   Domanda difficile In guerra i civili sono sempre stati esposti a rischi, ma i metodi della guerra moderna aumentano tali rischi e colpiscono un maggior numero di persone. Le guerre recenti sembrano caratterizzate da flussi interminabili di fuggiaschi che cercano di sottrarsi alle violenze e alla fame e vengono rinchiusi in campi di raccolta. Le agenzie occidentali tentano di dispensare aiuti e protezione, spesso in concorrenza l'una con l'altra e con autorità politiche o militari che mirano a dominare i profughi. Molte di queste agenzie fanno del loro meglio, in condizioni spaventose, e spesso con buoni risultati. Ma troppo spesso l'aiuto che esse sono in grado di offrire è, al massimo, un palliativo a breve termine. La loro opera e le intenzioni caritatevoli dei loro membri vengono sfruttate a fini politici e spesso le agenzie sono costrette a diventare parte del problema. Secondo l'Autore del brano, i paesi occidentali...
RISPOSTA   Domanda difficile In guerra i civili sono sempre stati esposti a rischi, ma i metodi della guerra moderna aumentano tali rischi e colpiscono un maggior numero di persone. Le guerre recenti sembrano caratterizzate da flussi interminabili di fuggiaschi che cercano di sottrarsi alle violenze e alla fame e vengono rinchiusi in campi di raccolta. Le agenzie occidentali tentano di dispensare aiuti e protezione, spesso in concorrenza l'una con l'altra e con autorità politiche o militari che mirano a dominare i profughi. Molte di queste agenzie fanno del loro meglio, in condizioni spaventose, e spesso con buoni risultati. Ma troppo spesso l'aiuto che esse sono in grado di offrire è, al massimo, un palliativo a breve termine. La loro opera e le intenzioni caritatevoli dei loro membri vengono sfruttate a fini politici e spesso le agenzie sono costrette a diventare parte del problema. Secondo l'Autore del brano, come vengono accolti i profughi nei paesi occidentali?
RISPOSTA    In guerra i civili sono sempre stati esposti a rischi, ma i metodi della guerra moderna aumentano tali rischi e colpiscono un maggior numero di persone. Le guerre recenti sembrano caratterizzate da flussi interminabili di fuggiaschi che cercano di sottrarsi alle violenze e alla fame e vengono rinchiusi in campi di raccolta. Le agenzie occidentali tentano di dispensare aiuti e protezione, spesso in concorrenza l'una con l'altra e con autorità politiche o militari che mirano a dominare i profughi. Molte di queste agenzie fanno del loro meglio, in condizioni spaventose, e spesso con buoni risultati. Ma troppo spesso l'aiuto che esse sono in grado di offrire è, al massimo, un palliativo a breve termine. La loro opera e le intenzioni caritatevoli dei loro membri vengono sfruttate a fini politici e spesso le agenzie sono costrette a diventare parte del problema. Secondo l'Autore del brano, l'aiuto delle agenzie si dimostra...
RISPOSTA   Domanda difficile Intorno alla questione delle costituzioni si giocò una parte notevole dello scontro politico nel XIX secolo. La ''storia costituzionale" ne è quindi un capitolo importante. L'idea di costituzione era parte integrante del concetto liberale dello Stato, uno Stato che fosse "governo della legge e non degli uomini" e che si fondasse sulla "certezza del diritto" e sulla rigorosa divisione dei poteri. L'esistenza di una costituzione scritta - che stabilisse in forma certa, imperativa anche per il sovrano, le caratteristiche fondamentali dello Stato, il funzionamento dei suoi organi e i diritti-doveri dei cittadini - appariva in questo senso indispensabile. La presenza di una costituzione segna la differenza tra lo Stato assoluto e lo Stato costituzionale. Nella monarchia assoluta il sovrano è al di sopra della legge; egli regna "per grazia di Dio" e concentra nelle proprie mani tutto il potere. È limitato - è vero - dalla forza della tradizione, ma non esiste alcuna norma scritta che ne regoli l'operato. Nella monarchia costituzionale, invece, il sovrano - regnando "per grazia di Dio e volontà della nazione" - accetta di governare secondo una Carta, che ne stabilisce le prerogative, e di assoggettarsi a una parziale divisione dei poteri tra re e Parlamento. Il primo nella formazione dei governi continua a scegliere e nominare i ministri che, a loro volta, rispondono solo al sovrano, ma una parte dell'attività legislativa è trasferita all'organo rappresentativo. Un esempio classico di monarchia costituzionale è rappresentato dal regime di Luigi XVIII. Egli accettò l'idea di costituzione, ma respinse il progetto formulato dal Senato e volle che il sistema costituzionale dipendesse solo dalla sua generosità, concedendo unilateralmente la "Carta" (di qui il termine Charte octroyée, "concessa"). La monarchia parlamentare infine è fondata sulla sovranità popolare e sul pieno rispetto del principio rappresentativo: il sovrano "regna ma non governa", e spetta al Parlamento eletto dai cittadini approvare con il voto di fiducia (o respingere) i governi e fare le leggi. La differenza e il grado di democrazia dei diversi tipi di monarchie parlamentari consisteranno nella maggiore o minore ampiezza del diritto di voto. Nell'Europa del 1813 poche erano le forme di governo costituzionali, concentrate - eccetto l'esempio francese - esclusivamente nel Nord Europa: il regno dei Paesi Bassi, la Svezia e la Norvegia. La Danimarca invece restava una monarchia assoluta. Nell'area tedesca l'Atto di confederazione del 10 giugno 1815 non può essere considerato una vera e propria costituzione, e la Dieta germanica non era elettiva. Le uniche costituzioni furono concesse dai principi della Germania meridionale in Baviera, Württemberg, Assia-Darmstadt, Nassau, Brunswick e Sassonia- Weimar. In Austria, Prussia, Russia e negli Stati italiani vigeva il regime assoluto mentre in Polonia lo zar ammise una carta costituzionale. In Spagna la costituzione del 1812 (la più radicale delle costituzioni del tempo) fu abrogata da Ferdinando VII. La Svizzera era l'unico esempio di repubblica. In Inghilterra, pur non esistendo una costituzione nel senso formale del termine, vigeva un sistema relativamente liberale fondato sull'equilibrio tra re e Parlamento (elettivo), in evoluzione tra il modello di monarchia costituzionale e quello di monarchia parlamentare. Essa costituiva un apparente paradosso: il sistema politico più moderno d'Europa si reggeva non su una costituzione scritta ma sulla consuetudine e la tradizione. Alla base stavano l'economia e il sistema sociale più dinamici del mondo. In base a quanto riportato nel brano, si può dedurre che gli Stati della Confederazione germanica erano:
RISPOSTA    Intorno alla questione delle costituzioni si giocò una parte notevole dello scontro politico nel XIX secolo. La ''storia costituzionale" ne è quindi un capitolo importante. L'idea di costituzione era parte integrante del concetto liberale dello Stato, uno Stato che fosse "governo della legge e non degli uomini" e che si fondasse sulla "certezza del diritto" e sulla rigorosa divisione dei poteri. L'esistenza di una costituzione scritta - che stabilisse in forma certa, imperativa anche per il sovrano, le caratteristiche fondamentali dello Stato, il funzionamento dei suoi organi e i diritti-doveri dei cittadini - appariva in questo senso indispensabile. La presenza di una costituzione segna la differenza tra lo Stato assoluto e lo Stato costituzionale. Nella monarchia assoluta il sovrano è al di sopra della legge; egli regna "per grazia di Dio" e concentra nelle proprie mani tutto il potere. È limitato - è vero - dalla forza della tradizione, ma non esiste alcuna norma scritta che ne regoli l'operato. Nella monarchia costituzionale, invece, il sovrano - regnando "per grazia di Dio e volontà della nazione" - accetta di governare secondo una Carta, che ne stabilisce le prerogative, e di assoggettarsi a una parziale divisione dei poteri tra re e Parlamento. Il primo nella formazione dei governi continua a scegliere e nominare i ministri che, a loro volta, rispondono solo al sovrano, ma una parte dell'attività legislativa è trasferita all'organo rappresentativo. Un esempio classico di monarchia costituzionale è rappresentato dal regime di Luigi XVIII. Egli accettò l'idea di costituzione, ma respinse il progetto formulato dal Senato e volle che il sistema costituzionale dipendesse solo dalla sua generosità, concedendo unilateralmente la "Carta" (di qui il termine Charte octroyée, "concessa"). La monarchia parlamentare infine è fondata sulla sovranità popolare e sul pieno rispetto del principio rappresentativo: il sovrano "regna ma non governa", e spetta al Parlamento eletto dai cittadini approvare con il voto di fiducia (o respingere) i governi e fare le leggi. La differenza e il grado di democrazia dei diversi tipi di monarchie parlamentari consisteranno nella maggiore o minore ampiezza del diritto di voto. Nell'Europa del 1813 poche erano le forme di governo costituzionali, concentrate - eccetto l'esempio francese - esclusivamente nel Nord Europa: il regno dei Paesi Bassi, la Svezia e la Norvegia. La Danimarca invece restava una monarchia assoluta. Nell'area tedesca l'Atto di confederazione del 10 giugno 1815 non può essere considerato una vera e propria costituzione, e la Dieta germanica non era elettiva. Le uniche costituzioni furono concesse dai principi della Germania meridionale in Baviera, Württemberg, Assia-Darmstadt, Nassau, Brunswick e Sassonia- Weimar. In Austria, Prussia, Russia e negli Stati italiani vigeva il regime assoluto mentre in Polonia lo zar ammise una carta costituzionale. In Spagna la costituzione del 1812 (la più radicale delle costituzioni del tempo) fu abrogata da Ferdinando VII. La Svizzera era l'unico esempio di repubblica. In Inghilterra, pur non esistendo una costituzione nel senso formale del termine, vigeva un sistema relativamente liberale fondato sull'equilibrio tra re e Parlamento (elettivo), in evoluzione tra il modello di monarchia costituzionale e quello di monarchia parlamentare. Essa costituiva un apparente paradosso: il sistema politico più moderno d'Europa si reggeva non su una costituzione scritta ma sulla consuetudine e la tradizione. Alla base stavano l'economia e il sistema sociale più dinamici del mondo. Scopo dell'autore del brano è:
RISPOSTA   Domanda difficile Intorno alla questione delle costituzioni si giocò una parte notevole dello scontro politico nel XIX secolo. La ''storia costituzionale" ne è quindi un capitolo importante. L'idea di costituzione era parte integrante del concetto liberale dello Stato, uno Stato che fosse "governo della legge e non degli uomini" e che si fondasse sulla "certezza del diritto" e sulla rigorosa divisione dei poteri. L'esistenza di una costituzione scritta - che stabilisse in forma certa, imperativa anche per il sovrano, le caratteristiche fondamentali dello Stato, il funzionamento dei suoi organi e i diritti-doveri dei cittadini - appariva in questo senso indispensabile. La presenza di una costituzione segna la differenza tra lo Stato assoluto e lo Stato costituzionale. Nella monarchia assoluta il sovrano è al di sopra della legge; egli regna "per grazia di Dio" e concentra nelle proprie mani tutto il potere. È limitato - è vero - dalla forza della tradizione, ma non esiste alcuna norma scritta che ne regoli l'operato. Nella monarchia costituzionale, invece, il sovrano - regnando "per grazia di Dio e volontà della nazione" - accetta di governare secondo una Carta, che ne stabilisce le prerogative, e di assoggettarsi a una parziale divisione dei poteri tra re e Parlamento. Il primo nella formazione dei governi continua a scegliere e nominare i ministri che, a loro volta, rispondono solo al sovrano, ma una parte dell'attività legislativa è trasferita all'organo rappresentativo. Un esempio classico di monarchia costituzionale è rappresentato dal regime di Luigi XVIII. Egli accettò l'idea di costituzione, ma respinse il progetto formulato dal Senato e volle che il sistema costituzionale dipendesse solo dalla sua generosità, concedendo unilateralmente la "Carta" (di qui il termine Charte octroyée, "concessa"). La monarchia parlamentare infine è fondata sulla sovranità popolare e sul pieno rispetto del principio rappresentativo: il sovrano "regna ma non governa", e spetta al Parlamento eletto dai cittadini approvare con il voto di fiducia (o respingere) i governi e fare le leggi. La differenza e il grado di democrazia dei diversi tipi di monarchie parlamentari consisteranno nella maggiore o minore ampiezza del diritto di voto. Nell'Europa del 1813 poche erano le forme di governo costituzionali, concentrate - eccetto l'esempio francese - esclusivamente nel Nord Europa: il regno dei Paesi Bassi, la Svezia e la Norvegia. La Danimarca invece restava una monarchia assoluta. Nell'area tedesca l'Atto di confederazione del 10 giugno 1815 non può essere considerato una vera e propria costituzione, e la Dieta germanica non era elettiva. Le uniche costituzioni furono concesse dai principi della Germania meridionale in Baviera, Württemberg, Assia-Darmstadt, Nassau, Brunswick e Sassonia- Weimar. In Austria, Prussia, Russia e negli Stati italiani vigeva il regime assoluto mentre in Polonia lo zar ammise una carta costituzionale. In Spagna la costituzione del 1812 (la più radicale delle costituzioni del tempo) fu abrogata da Ferdinando VII. La Svizzera era l'unico esempio di repubblica. In Inghilterra, pur non esistendo una costituzione nel senso formale del termine, vigeva un sistema relativamente liberale fondato sull'equilibrio tra re e Parlamento (elettivo), in evoluzione tra il modello di monarchia costituzionale e quello di monarchia parlamentare. Essa costituiva un apparente paradosso: il sistema politico più moderno d'Europa si reggeva non su una costituzione scritta ma sulla consuetudine e la tradizione. Alla base stavano l'economia e il sistema sociale più dinamici del mondo. In base a quanto sostenuto nel brano, nella monarchia costituzionale:
RISPOSTA   Domanda difficile Intorno alla questione delle costituzioni si giocò una parte notevole dello scontro politico nel XIX secolo. La ''storia costituzionale" ne è quindi un capitolo importante. L'idea di costituzione era parte integrante del concetto liberale dello Stato, uno Stato che fosse "governo della legge e non degli uomini" e che si fondasse sulla "certezza del diritto" e sulla rigorosa divisione dei poteri. L'esistenza di una costituzione scritta - che stabilisse in forma certa, imperativa anche per il sovrano, le caratteristiche fondamentali dello Stato, il funzionamento dei suoi organi e i diritti-doveri dei cittadini - appariva in questo senso indispensabile. La presenza di una costituzione segna la differenza tra lo Stato assoluto e lo Stato costituzionale. Nella monarchia assoluta il sovrano è al di sopra della legge; egli regna "per grazia di Dio" e concentra nelle proprie mani tutto il potere. È limitato - è vero - dalla forza della tradizione, ma non esiste alcuna norma scritta che ne regoli l'operato. Nella monarchia costituzionale, invece, il sovrano - regnando "per grazia di Dio e volontà della nazione" - accetta di governare secondo una Carta, che ne stabilisce le prerogative, e di assoggettarsi a una parziale divisione dei poteri tra re e Parlamento. Il primo nella formazione dei governi continua a scegliere e nominare i ministri che, a loro volta, rispondono solo al sovrano, ma una parte dell'attività legislativa è trasferita all'organo rappresentativo. Un esempio classico di monarchia costituzionale è rappresentato dal regime di Luigi XVIII. Egli accettò l'idea di costituzione, ma respinse il progetto formulato dal Senato e volle che il sistema costituzionale dipendesse solo dalla sua generosità, concedendo unilateralmente la "Carta" (di qui il termine Charte octroyée, "concessa"). La monarchia parlamentare infine è fondata sulla sovranità popolare e sul pieno rispetto del principio rappresentativo: il sovrano "regna ma non governa", e spetta al Parlamento eletto dai cittadini approvare con il voto di fiducia (o respingere) i governi e fare le leggi. La differenza e il grado di democrazia dei diversi tipi di monarchie parlamentari consisteranno nella maggiore o minore ampiezza del diritto di voto. Nell'Europa del 1813 poche erano le forme di governo costituzionali, concentrate - eccetto l'esempio francese - esclusivamente nel Nord Europa: il regno dei Paesi Bassi, la Svezia e la Norvegia. La Danimarca invece restava una monarchia assoluta. Nell'area tedesca l'Atto di confederazione del 10 giugno 1815 non può essere considerato una vera e propria costituzione, e la Dieta germanica non era elettiva. Le uniche costituzioni furono concesse dai principi della Germania meridionale in Baviera, Württemberg, Assia-Darmstadt, Nassau, Brunswick e Sassonia- Weimar. In Austria, Prussia, Russia e negli Stati italiani vigeva il regime assoluto mentre in Polonia lo zar ammise una carta costituzionale. In Spagna la costituzione del 1812 (la più radicale delle costituzioni del tempo) fu abrogata da Ferdinando VII. La Svizzera era l'unico esempio di repubblica. In Inghilterra, pur non esistendo una costituzione nel senso formale del termine, vigeva un sistema relativamente liberale fondato sull'equilibrio tra re e Parlamento (elettivo), in evoluzione tra il modello di monarchia costituzionale e quello di monarchia parlamentare. Essa costituiva un apparente paradosso: il sistema politico più moderno d'Europa si reggeva non su una costituzione scritta ma sulla consuetudine e la tradizione. Alla base stavano l'economia e il sistema sociale più dinamici del mondo. In base al brano, si può affermare che la costituzione "octroyée":
RISPOSTA   Domanda difficile Intorno alla questione delle costituzioni si giocò una parte notevole dello scontro politico nel XIX secolo. La ''storia costituzionale" ne è quindi un capitolo importante. L'idea di costituzione era parte integrante del concetto liberale dello Stato, uno Stato che fosse "governo della legge e non degli uomini" e che si fondasse sulla "certezza del diritto" e sulla rigorosa divisione dei poteri. L'esistenza di una costituzione scritta - che stabilisse in forma certa, imperativa anche per il sovrano, le caratteristiche fondamentali dello Stato, il funzionamento dei suoi organi e i diritti-doveri dei cittadini - appariva in questo senso indispensabile. La presenza di una costituzione segna la differenza tra lo Stato assoluto e lo Stato costituzionale. Nella monarchia assoluta il sovrano è al di sopra della legge; egli regna "per grazia di Dio" e concentra nelle proprie mani tutto il potere. È limitato - è vero - dalla forza della tradizione, ma non esiste alcuna norma scritta che ne regoli l'operato. Nella monarchia costituzionale, invece, il sovrano - regnando "per grazia di Dio e volontà della nazione" - accetta di governare secondo una Carta, che ne stabilisce le prerogative, e di assoggettarsi a una parziale divisione dei poteri tra re e Parlamento. Il primo nella formazione dei governi continua a scegliere e nominare i ministri che, a loro volta, rispondono solo al sovrano, ma una parte dell'attività legislativa è trasferita all'organo rappresentativo. Un esempio classico di monarchia costituzionale è rappresentato dal regime di Luigi XVIII. Egli accettò l'idea di costituzione, ma respinse il progetto formulato dal Senato e volle che il sistema costituzionale dipendesse solo dalla sua generosità, concedendo unilateralmente la "Carta" (di qui il termine Charte octroyée, "concessa"). La monarchia parlamentare infine è fondata sulla sovranità popolare e sul pieno rispetto del principio rappresentativo: il sovrano "regna ma non governa", e spetta al Parlamento eletto dai cittadini approvare con il voto di fiducia (o respingere) i governi e fare le leggi. La differenza e il grado di democrazia dei diversi tipi di monarchie parlamentari consisteranno nella maggiore o minore ampiezza del diritto di voto. Nell'Europa del 1813 poche erano le forme di governo costituzionali, concentrate - eccetto l'esempio francese - esclusivamente nel Nord Europa: il regno dei Paesi Bassi, la Svezia e la Norvegia. La Danimarca invece restava una monarchia assoluta. Nell'area tedesca l'Atto di confederazione del 10 giugno 1815 non può essere considerato una vera e propria costituzione, e la Dieta germanica non era elettiva. Le uniche costituzioni furono concesse dai principi della Germania meridionale in Baviera, Württemberg, Assia-Darmstadt, Nassau, Brunswick e Sassonia- Weimar. In Austria, Prussia, Russia e negli Stati italiani vigeva il regime assoluto mentre in Polonia lo zar ammise una carta costituzionale. In Spagna la costituzione del 1812 (la più radicale delle costituzioni del tempo) fu abrogata da Ferdinando VII. La Svizzera era l'unico esempio di repubblica. In Inghilterra, pur non esistendo una costituzione nel senso formale del termine, vigeva un sistema relativamente liberale fondato sull'equilibrio tra re e Parlamento (elettivo), in evoluzione tra il modello di monarchia costituzionale e quello di monarchia parlamentare. Essa costituiva un apparente paradosso: il sistema politico più moderno d'Europa si reggeva non su una costituzione scritta ma sulla consuetudine e la tradizione. Alla base stavano l'economia e il sistema sociale più dinamici del mondo. Cosa si dice nel brano a proposito del rapporto tra sistema di tipo liberale e costituzione?
RISPOSTA   Domanda difficile Invasa di benessere per il vino rosato della colazione, Nicole Diver piegò le braccia abbastanza in alto perché le camelie artificiali sulla spalla le sfiorassero la guancia, e uscì nel bel giardino senz'erba. Il giardino, da una parte era delimitato dalla casa, da cui si usciva ed entrava, da due parti dal vecchio villaggio, e dall'ultima parte dalla rupe che scendeva a terrazze fino al mare. Lungo i muri dalla parte del villaggio tutto era polveroso, le viti contorte, i limoni e gli eucalipti, le carreggiate casuali lasciate un momento prima ma connaturate al sentiero, secche e lievemente friabili. Nicole era invariabilmente sorpresa dal fatto che svoltando nell'altra direzione oltre un'aiuola di peonie, si entrasse in una zona così verde e fresca che foglie e petali vi si arricciavano di tenera umidità. Annodata alla gola portava una sciarpa lilla che anche nella luce incolore del sole le accendeva il viso e i piedi in un'ombra lilla. Aveva il viso duro, quasi severo tranne per il raggio morbido di dubbio pietoso che le usciva dagli occhi verdi. I capelli, una volta biondi, si erano scuriti; ma era più bella adesso a ventiquattro anni di quanto non lo fosse stata a diciotto, quando i suoi capelli erano più chiari di lei. Seguendo un sentiero bagnato da una nebbia intangibile di fiori che seguiva il limite di pietre bianche, giunse a uno spiazzo sovrastante il mare dove vi erano lanterne addormentate tra i fichi e una grande tavola e sedie di vimini e un grande ombrellone da mercato di Siena, il tutto raccolto intorno a un pino enorme, l'albero più grande del giardino. Si fermò un momento guardando distrattamente la vegetazione di nasturzi e iris aggrovigliata ai suoi piedi, come scaturita da una manciata sbadata di semi, ascoltando le lamentele e le accuse di una disputa infantile in casa. Quando questa morì nell'aria estiva, procedette tra le peonie caleidoscopiche ammassate in una nuvola rosa, tulipani neri e marroni e fragili rose dallo stelo violaceo, trasparenti come fiori di zucchero nella vetrina di un pasticciere; finché lo "scherzo" di colore, come se non potesse raggiungere un'intensità maggiore, irrompeva improvvisamente a mezz'aria e gradini umidi conducevano a un piano un paio di metri più in basso. Qui c'era un pozzo la cui sponda era bagnata e sdrucciolevole anche nei giorni sereni. Nicole salì i gradini che conducevano nell'orto; camminava piuttosto in fretta; le piaceva essere attiva anche se a volte dava un'impressione di riposo che era insieme statica ed evocativa. Questo dipendeva dal fatto che conosceva poche parole e non credeva in nessuna, in mezzo alla gente era piuttosto silenziosa, fornendo la sua parte di humor educato con una precisione che rasentava l'aridità. Ma nel momento in cui gli estranei incominciavano a sentirsi a disagio di fronte a questa economia, si impadroniva dell'argomento e vi si lanciava febbrilmente, sorpresa di se stessa; poi lo riportava indietro e lo abbandonava bruscamente come un obbediente cane da caccia che abbia fatto quel che doveva e anche qualcosa di più. (Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte, Einaudi). Come è delimitato il giardino in cui sta passeggiando Nicole?
RISPOSTA    Invasa di benessere per il vino rosato della colazione, Nicole Diver piegò le braccia abbastanza in alto perché le camelie artificiali sulla spalla le sfiorassero la guancia, e uscì nel bel giardino senz'erba. Il giardino, da una parte era delimitato dalla casa, da cui si usciva ed entrava, da due parti dal vecchio villaggio, e dall'ultima parte dalla rupe che scendeva a terrazze fino al mare. Lungo i muri dalla parte del villaggio tutto era polveroso, le viti contorte, i limoni e gli eucalipti, le carreggiate casuali lasciate un momento prima ma connaturate al sentiero, secche e lievemente friabili. Nicole era invariabilmente sorpresa dal fatto che svoltando nell'altra direzione oltre un'aiuola di peonie, si entrasse in una zona così verde e fresca che foglie e petali vi si arricciavano di tenera umidità. Annodata alla gola portava una sciarpa lilla che anche nella luce incolore del sole le accendeva il viso e i piedi in un'ombra lilla. Aveva il viso duro, quasi severo tranne per il raggio morbido di dubbio pietoso che le usciva dagli occhi verdi. I capelli, una volta biondi, si erano scuriti; ma era più bella adesso a ventiquattro anni di quanto non lo fosse stata a diciotto, quando i suoi capelli erano più chiari di lei. Seguendo un sentiero bagnato da una nebbia intangibile di fiori che seguiva il limite di pietre bianche, giunse a uno spiazzo sovrastante il mare dove vi erano lanterne addormentate tra i fichi e una grande tavola e sedie di vimini e un grande ombrellone da mercato di Siena, il tutto raccolto intorno a un pino enorme, l'albero più grande del giardino. Si fermò un momento guardando distrattamente la vegetazione di nasturzi e iris aggrovigliata ai suoi piedi, come scaturita da una manciata sbadata di semi, ascoltando le lamentele e le accuse di una disputa infantile in casa. Quando questa morì nell'aria estiva, procedette tra le peonie caleidoscopiche ammassate in una nuvola rosa, tulipani neri e marroni e fragili rose dallo stelo violaceo, trasparenti come fiori di zucchero nella vetrina di un pasticciere; finché lo "scherzo" di colore, come se non potesse raggiungere un'intensità maggiore, irrompeva improvvisamente a mezz'aria e gradini umidi conducevano a un piano un paio di metri più in basso. Qui c'era un pozzo la cui sponda era bagnata e sdrucciolevole anche nei giorni sereni. Nicole salì i gradini che conducevano nell'orto; camminava piuttosto in fretta; le piaceva essere attiva anche se a volte dava un'impressione di riposo che era insieme statica ed evocativa. Questo dipendeva dal fatto che conosceva poche parole e non credeva in nessuna, in mezzo alla gente era piuttosto silenziosa, fornendo la sua parte di humor educato con una precisione che rasentava l'aridità. Ma nel momento in cui gli estranei incominciavano a sentirsi a disagio di fronte a questa economia, si impadroniva dell'argomento e vi si lanciava febbrilmente, sorpresa di se stessa; poi lo riportava indietro e lo abbandonava bruscamente come un obbediente cane da caccia che abbia fatto quel che doveva e anche qualcosa di più. (Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte, Einaudi). Quali peculiarità dell'aspetto di Nicole sono evidenziate nel brano?
RISPOSTA    Invasa di benessere per il vino rosato della colazione, Nicole Diver piegò le braccia abbastanza in alto perché le camelie artificiali sulla spalla le sfiorassero la guancia, e uscì nel bel giardino senz'erba. Il giardino, da una parte era delimitato dalla casa, da cui si usciva ed entrava, da due parti dal vecchio villaggio, e dall'ultima parte dalla rupe che scendeva a terrazze fino al mare. Lungo i muri dalla parte del villaggio tutto era polveroso, le viti contorte, i limoni e gli eucalipti, le carreggiate casuali lasciate un momento prima ma connaturate al sentiero, secche e lievemente friabili. Nicole era invariabilmente sorpresa dal fatto che svoltando nell'altra direzione oltre un'aiuola di peonie, si entrasse in una zona così verde e fresca che foglie e petali vi si arricciavano di tenera umidità. Annodata alla gola portava una sciarpa lilla che anche nella luce incolore del sole le accendeva il viso e i piedi in un'ombra lilla. Aveva il viso duro, quasi severo tranne per il raggio morbido di dubbio pietoso che le usciva dagli occhi verdi. I capelli, una volta biondi, si erano scuriti; ma era più bella adesso a ventiquattro anni di quanto non lo fosse stata a diciotto, quando i suoi capelli erano più chiari di lei. Seguendo un sentiero bagnato da una nebbia intangibile di fiori che seguiva il limite di pietre bianche, giunse a uno spiazzo sovrastante il mare dove vi erano lanterne addormentate tra i fichi e una grande tavola e sedie di vimini e un grande ombrellone da mercato di Siena, il tutto raccolto intorno a un pino enorme, l'albero più grande del giardino. Si fermò un momento guardando distrattamente la vegetazione di nasturzi e iris aggrovigliata ai suoi piedi, come scaturita da una manciata sbadata di semi, ascoltando le lamentele e le accuse di una disputa infantile in casa. Quando questa morì nell'aria estiva, procedette tra le peonie caleidoscopiche ammassate in una nuvola rosa, tulipani neri e marroni e fragili rose dallo stelo violaceo, trasparenti come fiori di zucchero nella vetrina di un pasticciere; finché lo "scherzo" di colore, come se non potesse raggiungere un'intensità maggiore, irrompeva improvvisamente a mezz'aria e gradini umidi conducevano a un piano un paio di metri più in basso. Qui c'era un pozzo la cui sponda era bagnata e sdrucciolevole anche nei giorni sereni. Nicole salì i gradini che conducevano nell'orto; camminava piuttosto in fretta; le piaceva essere attiva anche se a volte dava un'impressione di riposo che era insieme statica ed evocativa. Questo dipendeva dal fatto che conosceva poche parole e non credeva in nessuna, in mezzo alla gente era piuttosto silenziosa, fornendo la sua parte di humor educato con una precisione che rasentava l'aridità. Ma nel momento in cui gli estranei incominciavano a sentirsi a disagio di fronte a questa economia, si impadroniva dell'argomento e vi si lanciava febbrilmente, sorpresa di se stessa; poi lo riportava indietro e lo abbandonava bruscamente come un obbediente cane da caccia che abbia fatto quel che doveva e anche qualcosa di più. (Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte, Einaudi). Secondo il brano, Nicole in pubblico è piuttosto silenziosa perché:
RISPOSTA    Invasa di benessere per il vino rosato della colazione, Nicole Diver piegò le braccia abbastanza in alto perché le camelie artificiali sulla spalla le sfiorassero la guancia, e uscì nel bel giardino senz'erba. Il giardino, da una parte era delimitato dalla casa, da cui si usciva ed entrava, da due parti dal vecchio villaggio, e dall'ultima parte dalla rupe che scendeva a terrazze fino al mare. Lungo i muri dalla parte del villaggio tutto era polveroso, le viti contorte, i limoni e gli eucalipti, le carreggiate casuali lasciate un momento prima ma connaturate al sentiero, secche e lievemente friabili. Nicole era invariabilmente sorpresa dal fatto che svoltando nell'altra direzione oltre un'aiuola di peonie, si entrasse in una zona così verde e fresca che foglie e petali vi si arricciavano di tenera umidità. Annodata alla gola portava una sciarpa lilla che anche nella luce incolore del sole le accendeva il viso e i piedi in un'ombra lilla. Aveva il viso duro, quasi severo tranne per il raggio morbido di dubbio pietoso che le usciva dagli occhi verdi. I capelli, una volta biondi, si erano scuriti; ma era più bella adesso a ventiquattro anni di quanto non lo fosse stata a diciotto, quando i suoi capelli erano più chiari di lei. Seguendo un sentiero bagnato da una nebbia intangibile di fiori che seguiva il limite di pietre bianche, giunse a uno spiazzo sovrastante il mare dove vi erano lanterne addormentate tra i fichi e una grande tavola e sedie di vimini e un grande ombrellone da mercato di Siena, il tutto raccolto intorno a un pino enorme, l'albero più grande del giardino. Si fermò un momento guardando distrattamente la vegetazione di nasturzi e iris aggrovigliata ai suoi piedi, come scaturita da una manciata sbadata di semi, ascoltando le lamentele e le accuse di una disputa infantile in casa. Quando questa morì nell'aria estiva, procedette tra le peonie caleidoscopiche ammassate in una nuvola rosa, tulipani neri e marroni e fragili rose dallo stelo violaceo, trasparenti come fiori di zucchero nella vetrina di un pasticciere; finché lo "scherzo" di colore, come se non potesse raggiungere un'intensità maggiore, irrompeva improvvisamente a mezz'aria e gradini umidi conducevano a un piano un paio di metri più in basso. Qui c'era un pozzo la cui sponda era bagnata e sdrucciolevole anche nei giorni sereni. Nicole salì i gradini che conducevano nell'orto; camminava piuttosto in fretta; le piaceva essere attiva anche se a volte dava un'impressione di riposo che era insieme statica ed evocativa. Questo dipendeva dal fatto che conosceva poche parole e non credeva in nessuna, in mezzo alla gente era piuttosto silenziosa, fornendo la sua parte di humor educato con una precisione che rasentava l'aridità. Ma nel momento in cui gli estranei incominciavano a sentirsi a disagio di fronte a questa economia, si impadroniva dell'argomento e vi si lanciava febbrilmente, sorpresa di se stessa; poi lo riportava indietro e lo abbandonava bruscamente come un obbediente cane da caccia che abbia fatto quel che doveva e anche qualcosa di più. (Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte, Einaudi). Come mai Nicole è uscita in giardino?
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Invasa di benessere per il vino rosato della colazione, Nicole Diver piegò le braccia abbastanza in alto perché le camelie artificiali sulla spalla le sfiorassero la guancia, e uscì nel bel giardino senz'erba. Il giardino, da una parte era delimitato dalla casa, da cui si usciva ed entrava, da due parti dal vecchio villaggio, e dall'ultima parte dalla rupe che scendeva a terrazze fino al mare. Lungo i muri dalla parte del villaggio tutto era polveroso, le viti contorte, i limoni e gli eucalipti, le carreggiate casuali lasciate un momento prima ma connaturate al sentiero, secche e lievemente friabili. Nicole era invariabilmente sorpresa dal fatto che svoltando nell'altra direzione oltre un'aiuola di peonie, si entrasse in una zona così verde e fresca che foglie e petali vi si arricciavano di tenera umidità. Annodata alla gola portava una sciarpa lilla che anche nella luce incolore del sole le accendeva il viso e i piedi in un'ombra lilla. Aveva il viso duro, quasi severo tranne per il raggio morbido di dubbio pietoso che le usciva dagli occhi verdi. I capelli, una volta biondi, si erano scuriti; ma era più bella adesso a ventiquattro anni di quanto non lo fosse stata a diciotto, quando i suoi capelli erano più chiari di lei. Seguendo un sentiero bagnato da una nebbia intangibile di fiori che seguiva il limite di pietre bianche, giunse a uno spiazzo sovrastante il mare dove vi erano lanterne addormentate tra i fichi e una grande tavola e sedie di vimini e un grande ombrellone da mercato di Siena, il tutto raccolto intorno a un pino enorme, l'albero più grande del giardino. Si fermò un momento guardando distrattamente la vegetazione di nasturzi e iris aggrovigliata ai suoi piedi, come scaturita da una manciata sbadata di semi, ascoltando le lamentele e le accuse di una disputa infantile in casa. Quando questa morì nell'aria estiva, procedette tra le peonie caleidoscopiche ammassate in una nuvola rosa, tulipani neri e marroni e fragili rose dallo stelo violaceo, trasparenti come fiori di zucchero nella vetrina di un pasticciere; finché lo "scherzo" di colore, come se non potesse raggiungere un'intensità maggiore, irrompeva improvvisamente a mezz'aria e gradini umidi conducevano a un piano un paio di metri più in basso. Qui c'era un pozzo la cui sponda era bagnata e sdrucciolevole anche nei giorni sereni. Nicole salì i gradini che conducevano nell'orto; camminava piuttosto in fretta; le piaceva essere attiva anche se a volte dava un'impressione di riposo che era insieme statica ed evocativa. Questo dipendeva dal fatto che conosceva poche parole e non credeva in nessuna, in mezzo alla gente era piuttosto silenziosa, fornendo la sua parte di humor educato con una precisione che rasentava l'aridità. Ma nel momento in cui gli estranei incominciavano a sentirsi a disagio di fronte a questa economia, si impadroniva dell'argomento e vi si lanciava febbrilmente, sorpresa di se stessa; poi lo riportava indietro e lo abbandonava bruscamente come un obbediente cane da caccia che abbia fatto quel che doveva e anche qualcosa di più. (Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte, Einaudi). Secondo il brano il vino rosato:
RISPOSTA   Domanda difficile Invasa di benessere per il vino rosato della colazione, Nicole Diver piegò le braccia abbastanza in alto perché le camelie artificiali sulla spalla le sfiorassero la guancia, e uscì nel bel giardino senz'erba. Il giardino, da una parte era delimitato dalla casa, da cui si usciva ed entrava, da due parti dal vecchio villaggio, e dall'ultima parte dalla rupe che scendeva a terrazze fino al mare. Lungo i muri dalla parte del villaggio tutto era polveroso, le viti contorte, i limoni e gli eucalipti, le carreggiate casuali lasciate un momento prima ma connaturate al sentiero, secche e lievemente friabili. Nicole era invariabilmente sorpresa dal fatto che svoltando nell'altra direzione oltre un'aiuola di peonie, si entrasse in una zona così verde e fresca che foglie e petali vi si arricciavano di tenera umidità. Annodata alla gola portava una sciarpa lilla che anche nella luce incolore del sole le accendeva il viso e i piedi in un'ombra lilla. Aveva il viso duro, quasi severo tranne per il raggio morbido di dubbio pietoso che le usciva dagli occhi verdi. I capelli, una volta biondi, si erano scuriti; ma era più bella adesso a ventiquattro anni di quanto non lo fosse stata a diciotto, quando i suoi capelli erano più chiari di lei. Seguendo un sentiero bagnato da una nebbia intangibile di fiori che seguiva il limite di pietre bianche, giunse a uno spiazzo sovrastante il mare dove vi erano lanterne addormentate tra i fichi e una grande tavola e sedie di vimini e un grande ombrellone da mercato di Siena, il tutto raccolto intorno a un pino enorme, l'albero più grande del giardino. Si fermò un momento guardando distrattamente la vegetazione di nasturzi e iris aggrovigliata ai suoi piedi, come scaturita da una manciata sbadata di semi, ascoltando le lamentele e le accuse di una disputa infantile in casa. Quando questa morì nell'aria estiva, procedette tra le peonie caleidoscopiche ammassate in una nuvola rosa, tulipani neri e marroni e fragili rose dallo stelo violaceo, trasparenti come fiori di zucchero nella vetrina di un pasticciere; finché lo "scherzo" di colore, come se non potesse raggiungere un'intensità maggiore, irrompeva improvvisamente a mezz'aria e gradini umidi conducevano a un piano un paio di metri più in basso. Qui c'era un pozzo la cui sponda era bagnata e sdrucciolevole anche nei giorni sereni. Nicole salì i gradini che conducevano nell'orto; camminava piuttosto in fretta; le piaceva essere attiva anche se a volte dava un'impressione di riposo che era insieme statica ed evocativa. Questo dipendeva dal fatto che conosceva poche parole e non credeva in nessuna, in mezzo alla gente era piuttosto silenziosa, fornendo la sua parte di humor educato con una precisione che rasentava l'aridità. Ma nel momento in cui gli estranei incominciavano a sentirsi a disagio di fronte a questa economia, si impadroniva dell'argomento e vi si lanciava febbrilmente, sorpresa di se stessa; poi lo riportava indietro e lo abbandonava bruscamente come un obbediente cane da caccia che abbia fatto quel che doveva e anche qualcosa di più. (Francis Scott Fitzgerald, Tenera è la notte, Einaudi). In base a quanto detto nel brano, Nicole indossa:
RISPOSTA   Domanda difficile L'avvocato Utterson era un uomo dall'aspetto rude, non s'illuminava mai di un sorriso; freddo, misurato e imbarazzato nel parlare, riservato nell'esprimere i propri sentimenti; era un uomo magro, lungo, polveroso e triste, eppure in un certo senso amabile. Nelle riunioni di amici, quando il vino era di suo gusto, gli traspariva negli occhi qualcosa di veramente umano; qualcosa che non trovava mai modo di risultare nelle sue parole, e che si manifestava, oltre che in quella silenziosa espressione della faccia dopo una cena, più spesso ancora e più vivamente nelle azioni della sua vita. L'avvocato era severo nei riguardi di se stesso; quando si trovava solo, beveva gin, per mortificare l'inclinazione verso i buoni vini; e, sebbene il teatro lo attirasse, non aveva mai varcato la soglia di un teatro in vent'anni. Nei riguardi del prossimo era tuttavia di una grande indulgenza; talvolta si meravigliava, quasi con invidia, della forza con la quale certi animi potevano venire spinti alla malvagità; e, in ogni occasione, era disposto più ad aiutare che a disapprovare. "Io tendo all'eresia di Caino", soleva dire argutamente, "lascio che mio fratello se ne vada al diavolo come meglio gli piace". Avendo un simile carattere, gli accadeva spesso di essere l'ultimo conoscente stimato, e di esercitare l'ultima buona influenza nella vita di uomini perduti. Costoro, sinché frequentavano la sua casa, venivano trattati senza il minimo mutamento di modi. Indubbiamente questo contegno riusciva facile al signor Utterson, poiché egli era riservato al massimo grado, e anche le sue amicizie parevano fondate su una simile dottrina di bontà. È proprio dell'uomo modesto accettare il cerchio delle amicizie, così come sono, dalle mani della sorte; questo era il caso dell'avvocato. I suoi amici erano persone del suo stesso sangue, oppure gente che conosceva da lungo tempo; i suoi affetti, come l'edera, si sviluppavano con il tempo, e non implicavano particolari qualità nel loro oggetto. Di tal genere senza dubbio doveva essere il legame che lo univa al signor Richard Enfield, suo lontano parente, uomo molto conosciuto in città. Per molti restava un mistero cosa quei due potessero trovare uno nell'altro, e quali argomenti di conversazione potessero avere in comune. Coloro che li incontravano nelle loro passeggiate domenicali riferivano che non parlavano, e parevano singolarmente tediati, e salutavano con evidente sollievo l'apparire di un comune conoscente. E tuttavia, i due uomini tenevano in gran conto quelle passeggiate, considerandole il maggior svago della loro settimana, e non solo scartavano ogni altra occasione di divertimento, ma resistevano persino al richiamo degli affari, per goderne senza interruzione. In uno di quei vagabondaggi accadde che passassero per una strada secondaria di un quartiere affollato di Londra. La via era piccola, e quel che si dice tranquilla, ma nei giorni feriali era piena di gente affaccendata. Quale delle seguenti affermazioni non si può ricavare dal testo del brano?

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