Tutte le domande del quiz : Brani lunghitratto da:Esercito Italiano Quiz - Concorso per l'ammissione al 197° corso dell'Accademia Militare dell'Esercito - Anno accademico 2015/2016  Esercitati su questo Quiz  |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La pace con la Russia rendeva ora finalmente possibile ai tedeschi di volgere tutte le proprie forze verso occidente.Nonostante le perdite, l'esercito tedesco era ancora un possente organismo militare che non aveva subito mai vere sconfitte. Fra il 21 marzo e il 17 luglio 1918 i tedeschi rinnovarono le loro offensive in Piccardia e nella Champagne contro le posizioni nemiche. Essi ottennero una serie di brillanti vittorie parziali, anche grazie al fatto che disponevano della superiorità numerica in conseguenza dell'afflusso di truppe da quello che era stato il fronte orientale. In giugno avevano fatto centinaia di migliaia di prigionieri e si erano impadroniti di circa 2.500 cannoni. Eppure il fronte occidentale non cedette. I franco-britannici riorganizzarono alla fine di marzo i loro comandi affidando il comando supremo al maresciallo francese Foch. Nel frattempo, sotto la spinta del gigantesco urto offensivo tedesco, gli americani accelerarono l'invio di truppe. In sostanza, alla fine di giugno si ripeteva la situazione che era stata propria delle grandi offensive occidentali tedesche dell'inizio della guerra. I tedeschi avevano conseguito brillanti successi parziali, senza però riuscire a raggiungere l'obiettivo dello sfondamento, la conquista di Parigi o di Calais (così da isolare gli inglesi dai francesi). Il 15 luglio essi sferrarono l'ultimo colpo, decisivo per le sorti future della guerra, e attaccarono in direzione della Marna. Era questa la seconda battaglia della Marna, dopo quella del 1914. Foch il 17 luglio contrattaccò con le sue riserve, costringendo gli esausti tedeschi a indietreggiare e iniziando una controffensiva generale. Inglesi, francesi e americani poterono contare su una schiacciante superiorità di mezzi. Le truppe alleate gettarono nella lotta un gran numero di carri armati e di aerei, senza che i tedeschi potessero contrapporre mezzi analoghi. I tedeschi subirono così, fra la metà di luglio e la metà di agosto, la loro prima grande disfatta. Nella battaglia di Amiens (8-11 agosto) gli inglesi fecero una profonda breccia nelle linee tedesche gettando nella fornace 450 carri armati. Il generale Ludendorff definì quella battaglia la "giornata nera" dell'esercito tedesco. Le truppe ebbero cedimenti su vasta scala e sintomi di ribellione aperta misero a nudo come anche per i soldati tedeschi fosse venuto il momento della rivolta contro la guerra e le sue stragi. Il 14 agosto Guglielmo II prese in considerazione la possibilità di intavolare, con la mediazione dell'Olanda, trattative di pace. Ma gli alleati, ormai forti della loro superiorità, pretendevano la capitolazione totale degli Imperi centrali; il che la Germania non intendeva accettare. La situazione dei tedeschi era ulteriormente aggravata dal fatto che i loro alleati, l'Impero austro-ungarico, la Turchia e la Bulgaria, si trovavano ormai in uno stato di crisi vicino al collasso. Mentre in Siria e in Palestina i turchi subivano continue disfatte a opera degli inglesi, truppe alleate si apprestavano all'attacco finale contro la Bulgaria, la quale capitolò il 24 settembre 1918. Francesi e inglesi poterono contare in agosto, quando il generalissimo Foch diede inizio all'avanzata che doveva culminare nell'ordine di offensiva generale del settembre, sull'appoggio di un milione di soldati americani e su un gigantesco aiuto materiale degli USA (armamenti, viveri ecc.). I tedeschi non erano più assolutamente in condizione di resistere. Pur senza abbandonarsi al panico e retrocedendo disciplinatamente e ordinatamente, furono costretti a sgomberare le zone occupate della Francia del Nord e il Belgio occidentale.La catastrofe militare imminente ebbe profondi riflessi nella politica interna. Mentre l'imperatore Guglielmo II entrava nell'ombra, si formò agli inizi di ottobre un governo presieduto dal principe Max von Baden, che godeva fama di essere di orientamenti democratici. (Archivio Selexi) In base a quanto riportato nel brano, in quale periodo, durante il 1918, si sono verificate condizioni analoghe a quelle delle grandi offensive occidentali tedesche dell'inizio della guerra? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La pace con la Russia rendeva ora finalmente possibile ai tedeschi di volgere tutte le proprie forze verso occidente.Nonostante le perdite, l'esercito tedesco era ancora un possente organismo militare che non aveva subito mai vere sconfitte. Fra il 21 marzo e il 17 luglio 1918 i tedeschi rinnovarono le loro offensive in Piccardia e nella Champagne contro le posizioni nemiche. Essi ottennero una serie di brillanti vittorie parziali, anche grazie al fatto che disponevano della superiorità numerica in conseguenza dell'afflusso di truppe da quello che era stato il fronte orientale. In giugno avevano fatto centinaia di migliaia di prigionieri e si erano impadroniti di circa 2.500 cannoni. Eppure il fronte occidentale non cedette. I franco-britannici riorganizzarono alla fine di marzo i loro comandi affidando il comando supremo al maresciallo francese Foch. Nel frattempo, sotto la spinta del gigantesco urto offensivo tedesco, gli americani accelerarono l'invio di truppe. In sostanza, alla fine di giugno si ripeteva la situazione che era stata propria delle grandi offensive occidentali tedesche dell'inizio della guerra. I tedeschi avevano conseguito brillanti successi parziali, senza però riuscire a raggiungere l'obiettivo dello sfondamento, la conquista di Parigi o di Calais (così da isolare gli inglesi dai francesi). Il 15 luglio essi sferrarono l'ultimo colpo, decisivo per le sorti future della guerra, e attaccarono in direzione della Marna. Era questa la seconda battaglia della Marna, dopo quella del 1914. Foch il 17 luglio contrattaccò con le sue riserve, costringendo gli esausti tedeschi a indietreggiare e iniziando una controffensiva generale. Inglesi, francesi e americani poterono contare su una schiacciante superiorità di mezzi. Le truppe alleate gettarono nella lotta un gran numero di carri armati e di aerei, senza che i tedeschi potessero contrapporre mezzi analoghi. I tedeschi subirono così, fra la metà di luglio e la metà di agosto, la loro prima grande disfatta. Nella battaglia di Amiens (8-11 agosto) gli inglesi fecero una profonda breccia nelle linee tedesche gettando nella fornace 450 carri armati. Il generale Ludendorff definì quella battaglia la "giornata nera" dell'esercito tedesco. Le truppe ebbero cedimenti su vasta scala e sintomi di ribellione aperta misero a nudo come anche per i soldati tedeschi fosse venuto il momento della rivolta contro la guerra e le sue stragi. Il 14 agosto Guglielmo II prese in considerazione la possibilità di intavolare, con la mediazione dell'Olanda, trattative di pace. Ma gli alleati, ormai forti della loro superiorità, pretendevano la capitolazione totale degli Imperi centrali; il che la Germania non intendeva accettare. La situazione dei tedeschi era ulteriormente aggravata dal fatto che i loro alleati, l'Impero austro-ungarico, la Turchia e la Bulgaria, si trovavano ormai in uno stato di crisi vicino al collasso. Mentre in Siria e in Palestina i turchi subivano continue disfatte a opera degli inglesi, truppe alleate si apprestavano all'attacco finale contro la Bulgaria, la quale capitolò il 24 settembre 1918. Francesi e inglesi poterono contare in agosto, quando il generalissimo Foch diede inizio all'avanzata che doveva culminare nell'ordine di offensiva generale del settembre, sull'appoggio di un milione di soldati americani e su un gigantesco aiuto materiale degli USA (armamenti, viveri ecc.). I tedeschi non erano più assolutamente in condizione di resistere. Pur senza abbandonarsi al panico e retrocedendo disciplinatamente e ordinatamente, furono costretti a sgomberare le zone occupate della Francia del Nord e il Belgio occidentale.La catastrofe militare imminente ebbe profondi riflessi nella politica interna. Mentre l'imperatore Guglielmo II entrava nell'ombra, si formò agli inizi di ottobre un governo presieduto dal principe Max von Baden, che godeva fama di essere di orientamenti democratici. (Archivio Selexi) Secondo quanto riportato nel brano, gli eventi bellici avvenuti nei primi anni di guerra consistettero in una: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La pace con la Russia rendeva ora finalmente possibile ai tedeschi di volgere tutte le proprie forze verso occidente.Nonostante le perdite, l'esercito tedesco era ancora un possente organismo militare che non aveva subito mai vere sconfitte. Fra il 21 marzo e il 17 luglio 1918 i tedeschi rinnovarono le loro offensive in Piccardia e nella Champagne contro le posizioni nemiche. Essi ottennero una serie di brillanti vittorie parziali, anche grazie al fatto che disponevano della superiorità numerica in conseguenza dell'afflusso di truppe da quello che era stato il fronte orientale. In giugno avevano fatto centinaia di migliaia di prigionieri e si erano impadroniti di circa 2.500 cannoni. Eppure il fronte occidentale non cedette. I franco-britannici riorganizzarono alla fine di marzo i loro comandi affidando il comando supremo al maresciallo francese Foch. Nel frattempo, sotto la spinta del gigantesco urto offensivo tedesco, gli americani accelerarono l'invio di truppe. In sostanza, alla fine di giugno si ripeteva la situazione che era stata propria delle grandi offensive occidentali tedesche dell'inizio della guerra. I tedeschi avevano conseguito brillanti successi parziali, senza però riuscire a raggiungere l'obiettivo dello sfondamento, la conquista di Parigi o di Calais (così da isolare gli inglesi dai francesi). Il 15 luglio essi sferrarono l'ultimo colpo, decisivo per le sorti future della guerra, e attaccarono in direzione della Marna. Era questa la seconda battaglia della Marna, dopo quella del 1914. Foch il 17 luglio contrattaccò con le sue riserve, costringendo gli esausti tedeschi a indietreggiare e iniziando una controffensiva generale. Inglesi, francesi e americani poterono contare su una schiacciante superiorità di mezzi. Le truppe alleate gettarono nella lotta un gran numero di carri armati e di aerei, senza che i tedeschi potessero contrapporre mezzi analoghi. I tedeschi subirono così, fra la metà di luglio e la metà di agosto, la loro prima grande disfatta. Nella battaglia di Amiens (8-11 agosto) gli inglesi fecero una profonda breccia nelle linee tedesche gettando nella fornace 450 carri armati. Il generale Ludendorff definì quella battaglia la "giornata nera" dell'esercito tedesco. Le truppe ebbero cedimenti su vasta scala e sintomi di ribellione aperta misero a nudo come anche per i soldati tedeschi fosse venuto il momento della rivolta contro la guerra e le sue stragi. Il 14 agosto Guglielmo II prese in considerazione la possibilità di intavolare, con la mediazione dell'Olanda, trattative di pace. Ma gli alleati, ormai forti della loro superiorità, pretendevano la capitolazione totale degli Imperi centrali; il che la Germania non intendeva accettare. La situazione dei tedeschi era ulteriormente aggravata dal fatto che i loro alleati, l'Impero austro-ungarico, la Turchia e la Bulgaria, si trovavano ormai in uno stato di crisi vicino al collasso. Mentre in Siria e in Palestina i turchi subivano continue disfatte a opera degli inglesi, truppe alleate si apprestavano all'attacco finale contro la Bulgaria, la quale capitolò il 24 settembre 1918. Francesi e inglesi poterono contare in agosto, quando il generalissimo Foch diede inizio all'avanzata che doveva culminare nell'ordine di offensiva generale del settembre, sull'appoggio di un milione di soldati americani e su un gigantesco aiuto materiale degli USA (armamenti, viveri ecc.). I tedeschi non erano più assolutamente in condizione di resistere. Pur senza abbandonarsi al panico e retrocedendo disciplinatamente e ordinatamente, furono costretti a sgomberare le zone occupate della Francia del Nord e il Belgio occidentale.La catastrofe militare imminente ebbe profondi riflessi nella politica interna. Mentre l'imperatore Guglielmo II entrava nell'ombra, si formò agli inizi di ottobre un governo presieduto dal principe Max von Baden, che godeva fama di essere di orientamenti democratici. (Archivio Selexi) In base alle informazioni contenute nel brano, quale tra i seguenti eventi si colloca cronologicamente prima degli altri? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La pace con la Russia rendeva ora finalmente possibile ai tedeschi di volgere tutte le proprie forze verso occidente.Nonostante le perdite, l'esercito tedesco era ancora un possente organismo militare che non aveva subito mai vere sconfitte. Fra il 21 marzo e il 17 luglio 1918 i tedeschi rinnovarono le loro offensive in Piccardia e nella Champagne contro le posizioni nemiche. Essi ottennero una serie di brillanti vittorie parziali, anche grazie al fatto che disponevano della superiorità numerica in conseguenza dell'afflusso di truppe da quello che era stato il fronte orientale. In giugno avevano fatto centinaia di migliaia di prigionieri e si erano impadroniti di circa 2.500 cannoni. Eppure il fronte occidentale non cedette. I franco-britannici riorganizzarono alla fine di marzo i loro comandi affidando il comando supremo al maresciallo francese Foch. Nel frattempo, sotto la spinta del gigantesco urto offensivo tedesco, gli americani accelerarono l'invio di truppe. In sostanza, alla fine di giugno si ripeteva la situazione che era stata propria delle grandi offensive occidentali tedesche dell'inizio della guerra. I tedeschi avevano conseguito brillanti successi parziali, senza però riuscire a raggiungere l'obiettivo dello sfondamento, la conquista di Parigi o di Calais (così da isolare gli inglesi dai francesi). Il 15 luglio essi sferrarono l'ultimo colpo, decisivo per le sorti future della guerra, e attaccarono in direzione della Marna. Era questa la seconda battaglia della Marna, dopo quella del 1914. Foch il 17 luglio contrattaccò con le sue riserve, costringendo gli esausti tedeschi a indietreggiare e iniziando una controffensiva generale. Inglesi, francesi e americani poterono contare su una schiacciante superiorità di mezzi. Le truppe alleate gettarono nella lotta un gran numero di carri armati e di aerei, senza che i tedeschi potessero contrapporre mezzi analoghi. I tedeschi subirono così, fra la metà di luglio e la metà di agosto, la loro prima grande disfatta. Nella battaglia di Amiens (8-11 agosto) gli inglesi fecero una profonda breccia nelle linee tedesche gettando nella fornace 450 carri armati. Il generale Ludendorff definì quella battaglia la "giornata nera" dell'esercito tedesco. Le truppe ebbero cedimenti su vasta scala e sintomi di ribellione aperta misero a nudo come anche per i soldati tedeschi fosse venuto il momento della rivolta contro la guerra e le sue stragi. Il 14 agosto Guglielmo II prese in considerazione la possibilità di intavolare, con la mediazione dell'Olanda, trattative di pace. Ma gli alleati, ormai forti della loro superiorità, pretendevano la capitolazione totale degli Imperi centrali; il che la Germania non intendeva accettare. La situazione dei tedeschi era ulteriormente aggravata dal fatto che i loro alleati, l'Impero austro-ungarico, la Turchia e la Bulgaria, si trovavano ormai in uno stato di crisi vicino al collasso. Mentre in Siria e in Palestina i turchi subivano continue disfatte a opera degli inglesi, truppe alleate si apprestavano all'attacco finale contro la Bulgaria, la quale capitolò il 24 settembre 1918. Francesi e inglesi poterono contare in agosto, quando il generalissimo Foch diede inizio all'avanzata che doveva culminare nell'ordine di offensiva generale del settembre, sull'appoggio di un milione di soldati americani e su un gigantesco aiuto materiale degli USA (armamenti, viveri ecc.). I tedeschi non erano più assolutamente in condizione di resistere. Pur senza abbandonarsi al panico e retrocedendo disciplinatamente e ordinatamente, furono costretti a sgomberare le zone occupate della Francia del Nord e il Belgio occidentale.La catastrofe militare imminente ebbe profondi riflessi nella politica interna. Mentre l'imperatore Guglielmo II entrava nell'ombra, si formò agli inizi di ottobre un governo presieduto dal principe Max von Baden, che godeva fama di essere di orientamenti democratici. (Archivio Selexi) In base a quanto si desume dal brano, i tedeschi si trovavano in superiorità numerica perché: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La scienza ha oramai assunto un ruolo di prima importanza nella nostra cultura. Di giorno in giorno essa muta radicalmente le forme stesse della nostra esistenza immediata, il nostro modo di essere nel tempo e nello spazio, i nostri rapporti sociali e persino molti aspetti dei nostri più intimi e gelosi rapporti personali, la nostra etica sessuale e familiare. Naturalmente così, che ce ne avvediamo o no, finisce con il mutare profondamente anche il nostro quadro della vita e del mondo. Questo fatto è oramai divenuto pacifico e di dominio pubblico in altre contrade del mondo, in America come in Russia. Nella vecchia Europa il suo riconoscimento trova ancora forti ostacoli nella tradizione prevalentemente retorica o teologica che presiede alla formazione dell'uomo colto: ciononostante, oramai, una tale convinzione sta conquistando anche il nostro ambiente più conservatore.Naturalmente, questo implica in sé l'importanza - specialmente per noi europei, uomini che abbiamo sulle spalle qualche millennio di tradizione e che difficilmente riusciamo a pensare o ad agire senza coscienza dei nostri rapporti, positivi o negativi, con il passato - implica in sé, dico, l'importanza della conoscenza e dello studio della storia della scienza, in quanto tale storia è quasi l'autocoscienza del nostro essere europei, del nostro essere quegli uomini di cui la scienza è oggi la produzione spirituale più importante. Ma una storia propriamente della scienza non si può fare, poiché la scienza in sé non si riconosce una storia, tutt'al più una cronaca. La scienza conosce solo il vero, il falso e il probabile, il verificato e il confermato: aspetto sconcertante, per un uomo di cultura storica, delle "storie delle scienze" fatte da scienziati, ridotte a biografie di uomini più o meno illustri e a cronache delle scoperte e degli errori, fuori di ogni autentica prospettiva storica. Quello invece di cui si può fare una storia è il pensiero scientifico: si può fare una storia delle prospettive, delle categorie, degli scopi e dei metodi delle scienze, del loro divenire in una con il divenire dell'umanità in seno alla quale, secondo esigenze e situazioni certamente diverse, concretamente si è fatto il sapere scientifico. Insomma, il pensiero scientifico è il quadro di scopi e regole e valori di verità entro cui sorgono e dal quale traggono significato concreto le singole ricerche scientifiche: una storia fatta fuori di tale quadro si frantuma in sporadiche ricerche che sono prive di significato o, peggio, alle quali si rischia di conferire (come avviene con le troppo confidenti traduzioni degli enunciati del passato in enunciati moderni) significati arbitrari. Solo di questo quadro si può fare la storia.E l'opera che presentiamo al pubblico vuole essere, appunto, non una storia delle scienze, bensì una storia del pensiero scientifico. Una migliore delimitazione di questo concetto si troverà nel corso dell'opera, in particolare nei primi paragrafi del primo capitolo della parte prima. Qui vorrei solo spiegare quella che potrà apparire una singolarità della mia trattazione: che la storia del pensiero scientifico è divisa in "scienza antica" e "scienza moderna", con una netta soppressione della "scienza medievale". Anche di ciò, la migliore giustificazione si ritroverà nella lettura dell'opera. Preliminarmente posso dire che, qualunque sia la valutazione che si possa dare dell'originalità del pensiero medievale in altri campi, comunque il Medioevo non ha avuto un pensiero scientifico: quel tanto che vi si trova o è ancora pensiero antico o già preannuncia la scienza moderna - è ancora pensiero scientifico antico finché resta scienza retorica e teologica, non ancora liberata dal compromesso filosofico; è già pensiero scientifico moderno quando (con la tarda Scolastica) e nella misura in cui diviene probabilismo e sperimentalismo, sganciandosi dalla retorica e dalla teologia e abbandonando la nozione filosofica di "verità". (Archivio Selexi) Considerando le informazioni contenute nel brano, quale potrebbe essere l'opinione dell'autore circa il ruolo e le conseguenze dello sviluppo scientifico? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La scienza ha oramai assunto un ruolo di prima importanza nella nostra cultura. Di giorno in giorno essa muta radicalmente le forme stesse della nostra esistenza immediata, il nostro modo di essere nel tempo e nello spazio, i nostri rapporti sociali e persino molti aspetti dei nostri più intimi e gelosi rapporti personali, la nostra etica sessuale e familiare. Naturalmente così, che ce ne avvediamo o no, finisce con il mutare profondamente anche il nostro quadro della vita e del mondo. Questo fatto è oramai divenuto pacifico e di dominio pubblico in altre contrade del mondo, in America come in Russia. Nella vecchia Europa il suo riconoscimento trova ancora forti ostacoli nella tradizione prevalentemente retorica o teologica che presiede alla formazione dell'uomo colto: ciononostante, oramai, una tale convinzione sta conquistando anche il nostro ambiente più conservatore.Naturalmente, questo implica in sé l'importanza - specialmente per noi europei, uomini che abbiamo sulle spalle qualche millennio di tradizione e che difficilmente riusciamo a pensare o ad agire senza coscienza dei nostri rapporti, positivi o negativi, con il passato - implica in sé, dico, l'importanza della conoscenza e dello studio della storia della scienza, in quanto tale storia è quasi l'autocoscienza del nostro essere europei, del nostro essere quegli uomini di cui la scienza è oggi la produzione spirituale più importante. Ma una storia propriamente della scienza non si può fare, poiché la scienza in sé non si riconosce una storia, tutt'al più una cronaca. La scienza conosce solo il vero, il falso e il probabile, il verificato e il confermato: aspetto sconcertante, per un uomo di cultura storica, delle "storie delle scienze" fatte da scienziati, ridotte a biografie di uomini più o meno illustri e a cronache delle scoperte e degli errori, fuori di ogni autentica prospettiva storica. Quello invece di cui si può fare una storia è il pensiero scientifico: si può fare una storia delle prospettive, delle categorie, degli scopi e dei metodi delle scienze, del loro divenire in una con il divenire dell'umanità in seno alla quale, secondo esigenze e situazioni certamente diverse, concretamente si è fatto il sapere scientifico. Insomma, il pensiero scientifico è il quadro di scopi e regole e valori di verità entro cui sorgono e dal quale traggono significato concreto le singole ricerche scientifiche: una storia fatta fuori di tale quadro si frantuma in sporadiche ricerche che sono prive di significato o, peggio, alle quali si rischia di conferire (come avviene con le troppo confidenti traduzioni degli enunciati del passato in enunciati moderni) significati arbitrari. Solo di questo quadro si può fare la storia.E l'opera che presentiamo al pubblico vuole essere, appunto, non una storia delle scienze, bensì una storia del pensiero scientifico. Una migliore delimitazione di questo concetto si troverà nel corso dell'opera, in particolare nei primi paragrafi del primo capitolo della parte prima. Qui vorrei solo spiegare quella che potrà apparire una singolarità della mia trattazione: che la storia del pensiero scientifico è divisa in "scienza antica" e "scienza moderna", con una netta soppressione della "scienza medievale". Anche di ciò, la migliore giustificazione si ritroverà nella lettura dell'opera. Preliminarmente posso dire che, qualunque sia la valutazione che si possa dare dell'originalità del pensiero medievale in altri campi, comunque il Medioevo non ha avuto un pensiero scientifico: quel tanto che vi si trova o è ancora pensiero antico o già preannuncia la scienza moderna - è ancora pensiero scientifico antico finché resta scienza retorica e teologica, non ancora liberata dal compromesso filosofico; è già pensiero scientifico moderno quando (con la tarda Scolastica) e nella misura in cui diviene probabilismo e sperimentalismo, sganciandosi dalla retorica e dalla teologia e abbandonando la nozione filosofica di "verità". (Archivio Selexi) Dal brano si può dedurre che l'autore verosimilmente è: |
| RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La scienza ha oramai assunto un ruolo di prima importanza nella nostra cultura. Di giorno in giorno essa muta radicalmente le forme stesse della nostra esistenza immediata, il nostro modo di essere nel tempo e nello spazio, i nostri rapporti sociali e persino molti aspetti dei nostri più intimi e gelosi rapporti personali, la nostra etica sessuale e familiare. Naturalmente così, che ce ne avvediamo o no, finisce con il mutare profondamente anche il nostro quadro della vita e del mondo. Questo fatto è oramai divenuto pacifico e di dominio pubblico in altre contrade del mondo, in America come in Russia. Nella vecchia Europa il suo riconoscimento trova ancora forti ostacoli nella tradizione prevalentemente retorica o teologica che presiede alla formazione dell'uomo colto: ciononostante, oramai, una tale convinzione sta conquistando anche il nostro ambiente più conservatore.Naturalmente, questo implica in sé l'importanza - specialmente per noi europei, uomini che abbiamo sulle spalle qualche millennio di tradizione e che difficilmente riusciamo a pensare o ad agire senza coscienza dei nostri rapporti, positivi o negativi, con il passato - implica in sé, dico, l'importanza della conoscenza e dello studio della storia della scienza, in quanto tale storia è quasi l'autocoscienza del nostro essere europei, del nostro essere quegli uomini di cui la scienza è oggi la produzione spirituale più importante. Ma una storia propriamente della scienza non si può fare, poiché la scienza in sé non si riconosce una storia, tutt'al più una cronaca. La scienza conosce solo il vero, il falso e il probabile, il verificato e il confermato: aspetto sconcertante, per un uomo di cultura storica, delle "storie delle scienze" fatte da scienziati, ridotte a biografie di uomini più o meno illustri e a cronache delle scoperte e degli errori, fuori di ogni autentica prospettiva storica. Quello invece di cui si può fare una storia è il pensiero scientifico: si può fare una storia delle prospettive, delle categorie, degli scopi e dei metodi delle scienze, del loro divenire in una con il divenire dell'umanità in seno alla quale, secondo esigenze e situazioni certamente diverse, concretamente si è fatto il sapere scientifico. Insomma, il pensiero scientifico è il quadro di scopi e regole e valori di verità entro cui sorgono e dal quale traggono significato concreto le singole ricerche scientifiche: una storia fatta fuori di tale quadro si frantuma in sporadiche ricerche che sono prive di significato o, peggio, alle quali si rischia di conferire (come avviene con le troppo confidenti traduzioni degli enunciati del passato in enunciati moderni) significati arbitrari. Solo di questo quadro si può fare la storia.E l'opera che presentiamo al pubblico vuole essere, appunto, non una storia delle scienze, bensì una storia del pensiero scientifico. Una migliore delimitazione di questo concetto si troverà nel corso dell'opera, in particolare nei primi paragrafi del primo capitolo della parte prima. Qui vorrei solo spiegare quella che potrà apparire una singolarità della mia trattazione: che la storia del pensiero scientifico è divisa in "scienza antica" e "scienza moderna", con una netta soppressione della "scienza medievale". Anche di ciò, la migliore giustificazione si ritroverà nella lettura dell'opera. Preliminarmente posso dire che, qualunque sia la valutazione che si possa dare dell'originalità del pensiero medievale in altri campi, comunque il Medioevo non ha avuto un pensiero scientifico: quel tanto che vi si trova o è ancora pensiero antico o già preannuncia la scienza moderna - è ancora pensiero scientifico antico finché resta scienza retorica e teologica, non ancora liberata dal compromesso filosofico; è già pensiero scientifico moderno quando (con la tarda Scolastica) e nella misura in cui diviene probabilismo e sperimentalismo, sganciandosi dalla retorica e dalla teologia e abbandonando la nozione filosofica di "verità". (Archivio Selexi) Quale affermazione, tra le seguenti, NON trova giustificazione nel testo del brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La struttura e le tendenze attuali della famiglia in Italia sono in linea con quelle degli altri Paesi europei e in genere dei Paesi di cultura e di stile di vita occidentali, ma con caratteristiche differenziate che rendono da noi il quadro non del tutto coerente com'è invece negli altri Paesi. Lasciamo pure da parte i Paesi scandinavi dove abitudini e stili matrimoniali sono sempre stati abbastanza diversi e molto all'"avanguardia", ma consideriamo, ad esempio, la Francia. Qui il quadro è coerente e tutto denuncia un'accentuata disaffezione verso il matrimonio e l'istituzione familiare in generale: il matrimonio è sempre meno scelto come modo di vivere e perciò calano i matrimoni e, anche per questo, le nascite; sono diffusi e crescenti tanto la coabitazione quanto i divorzi; diminuisce la proporzione di divorziati che si risposano; è elevata e in aumento la proporzione di figli naturali; va crescendo la proporzione di famiglie con un solo genitore; è in forte calo la dimensione media familiare; aumenta sensibilmente l'età media dei componenti la famiglia. Si potrebbe già forse prefigurare per il futuro una famiglia costituita senza alcun legame formale e una alta e crescente "mobilità coniugale" nel corso della vita di ognuno.In Italia invece il quadro non è coerente; ci sono elementi di disaffezione, che sono la forte diminuzione dei matrimoni e, anche, il più intenso calo delle nascite, ma ci sono anche elementi di non disaffezione: i divorzi restano molto pochi; la coabitazione in unioni consensuali è ridottissima e, in particolare, praticamente nulla la coabitazione giovanile; la proporzione di figli naturali è crescente, ma tuttora bassissima così come la proporzione di famiglie con un solo genitore non vedovo; il numero dei divorziati che si risposa è molto elevato. E ancora: nelle indagini di opinione i giovani in maggioranza hanno dichiarato che il matrimonio è la forma più adeguata per vivere insieme (salvo poi a scioglierlo se le cose non vanno). L'anno scorso l'8% di tutti gli intervistati ha detto che il calo dei matrimoni è un bene (il 19 cinque anni fa) e il 46 un male. È difficile dire come si disegnerà il futuro, anche perché, sia pure nel quadro di un modello occidentale di formazione delle famiglie, non vi è dubbio che emergano nettamente specificità nazionali legate alla tradizione e alla cultura dei singoli popoli. Se in Italia il calo dei matrimoni può essere visto come il fenomeno leader che da un lato è il sinonimo di un profondo e radicato cambio di mentalità e dall'altro è un evento che trascina dietro di sé, a cascata, tutta una serie di conseguenze (coabitazione, figli naturali ecc.), allora il futuro è di tipo nordeuropeo. Se invece il calo dei matrimoni è il frutto di una lunga fase congiunturale negativa legata a difficoltà contingenti, come l'elevata disoccupazione giovanile e la difficoltà a trovare casa, e se lo sviluppo della società nei prossimi anni farà scemare l'importanza dell'individuo come unità sociale di base, potenzierà pertanto la necessità di ricorrere a una strategia familiare di organizzazione della vita quotidiana e la "sicurezza" sarà il futuro anche delle reti interfamiliari, allora quella attuale potrebbe risultare solo una fase di aggiustamento. Il matrimonio, impegno reciproco e legalizzato di un uomo e di una donna davanti alla società visto in opposizione alla precarietà di unioni episodiche, non è mai stato un'istituzione inattaccabile né ben sopportata, ma sembra imperitura. La si vilipende, si sogna di annientarla, ma essa perdura, anche perché la continuità delle tradizioni è quasi sempre riaffiorata sotto le apparenze degli elementi di rottura. Già nel 1907 Léon Blum in un libro che fece scalpore si interrogava su «questa istituzione che funziona male», al fine di sapere «se era preferibile abbandonarla del tutto o se era possibile emendarla». Nel passato l'istituzione è stata emendata più volte e a renderla dinamica e vitale sono stati gli "emendamenti" che mutamenti tecnologici, cultura e costume hanno imposto agli individui e alla società. Per il futuro la risposta, ovviamente, verrà con gli anni, ma si deve essere ben consapevoli che in ogni caso le politiche adottate non sono certo neutrali rispetto alla soluzione che verrà trovata e alla conseguente risposta che verrà data. (Archivio Selexi) Qual è l'intento che l'autore si prefigge? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Le drammatiche vicende della guerra sul suolo italiano avrebbero mostrato che tre forze si sarebbero contese il dominio del Paese: gli Alleati, i comunisti, la Democrazia cristiana. Cominciamo con l'osservare in dettaglio ognuna di loro visto che le rispettive strategie determinarono in larga misura il futuro assetto politico della penisola. Dall'estate del 1943 gli Alleati, e gli inglesi in particolare, rivendicarono per sé l'Italia. Il controllo del Mediterraneo era un obiettivo strategico tradizionale dell'Inghilterra, e gli americani accondiscesero al desiderio britannico di avere un ruolo preponderante in quell'area. I Russi furono rapidamente esclusi da ogni controllo diretto sui destini della penisola. Malgrado le rabbiose proteste di Stalin, l'idea di una commissione congiunta dei tre grandi per decidere i termini dell'armistizio con l'Italia fu presto abbandonata. La forza delle armi decideva ormai tutto. Quando Churchill e Stalin si incontrarono al Cremlino nell'ottobre 1944, si divisero l'Europa tra loro: gli Alleati in Occidente, i russi in Oriente. L'accordo non era del tutto chiaro rispetto allo status di alcuni paesi, soprattutto la Iugoslavia e la Grecia, ma non sussistevano dubbi circa il destino dell'Italia. Churchill confidò casualmente a Stalin che non aveva un gran rispetto per il popolo italiano. Stalin concordò affermando che era il popolo italiano che aveva prodotto Mussolini, un commento difficilmente inseribile in qualsiasi conosciuta analisi di classe sulle origini del fascismo.Gli inglesi erano dunque l'elemento esterno che aveva maggiore influenza sull'Italia, e qualsiasi riassunto dei loro atteggiamenti non ispira un giudizio incoraggiante. Churchill era stato in passato un ammiratore di Mussolini e aveva elogiato, persino dopo il 1945, il modo in cui questi aveva salvato il popolo italiano dal bolscevismo a cui si stava abbandonando nel 1919, mettendo l'Italia in una posizione che essa non aveva mai avuto all'interno dell'Europa. Il primo ministro inglese si era molto rammaricato che il Duce avesse scelto l'alleato sbagliato: "non capì mai la forza della Gran Bretagna, né le sue capacità di resistenza e la sua forza marittima. Per questo procedette verso la rovina".La principale preoccupazione di Churchill era di difendere ciò che egli chiamava "i tradizionali rapporti di proprietà" dalla minaccia aggressiva del comunismo. Egli voleva che il re rimanesse al suo posto, o che vi restasse perlomeno il figlio Umberto. Non era interessato a sradicare il fascismo dall'apparato statale italiano ed era contento, come ha scritto Pavone "di offrire l'immunità in cambio dell'obbedienza". Per lo statista inglese, Vittorio Emanuele e Badoglio costituivano la migliore garanzia di continuità dell'ordinamento tradizionale, ed anche i più compiacenti interlocutori che gli inglesi potessero trovare. Churchill dava poca importanza all'antifascismo italiano. Di Croce aveva detto che era "un professore nano", e nel febbraio 1944 fece un discorso famoso ed offensivo, schierandosi a favore della monarchia e contro il Cnl: "Quando bisogna tenere in mano una caffettiera è meglio non romperne il manico fino a quando non se ne è trovato uno nuovo altrettanto conveniente e utilizzabile o almeno fino a quando non c'è uno strofinaccio per le mani". (Archivio Selexi) Secondo quanto riportato dall'autore, l'Italia finì per ricadere nella sfera d'influenza degli Alleati: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Le drammatiche vicende della guerra sul suolo italiano avrebbero mostrato che tre forze si sarebbero contese il dominio del Paese: gli Alleati, i comunisti, la Democrazia cristiana. Cominciamo con l'osservare in dettaglio ognuna di loro visto che le rispettive strategie determinarono in larga misura il futuro assetto politico della penisola. Dall'estate del 1943 gli Alleati, e gli inglesi in particolare, rivendicarono per sé l'Italia. Il controllo del Mediterraneo era un obiettivo strategico tradizionale dell'Inghilterra, e gli americani accondiscesero al desiderio britannico di avere un ruolo preponderante in quell'area. I Russi furono rapidamente esclusi da ogni controllo diretto sui destini della penisola. Malgrado le rabbiose proteste di Stalin, l'idea di una commissione congiunta dei tre grandi per decidere i termini dell'armistizio con l'Italia fu presto abbandonata. La forza delle armi decideva ormai tutto. Quando Churchill e Stalin si incontrarono al Cremlino nell'ottobre 1944, si divisero l'Europa tra loro: gli Alleati in Occidente, i russi in Oriente. L'accordo non era del tutto chiaro rispetto allo status di alcuni paesi, soprattutto la Iugoslavia e la Grecia, ma non sussistevano dubbi circa il destino dell'Italia. Churchill confidò casualmente a Stalin che non aveva un gran rispetto per il popolo italiano. Stalin concordò affermando che era il popolo italiano che aveva prodotto Mussolini, un commento difficilmente inseribile in qualsiasi conosciuta analisi di classe sulle origini del fascismo.Gli inglesi erano dunque l'elemento esterno che aveva maggiore influenza sull'Italia, e qualsiasi riassunto dei loro atteggiamenti non ispira un giudizio incoraggiante. Churchill era stato in passato un ammiratore di Mussolini e aveva elogiato, persino dopo il 1945, il modo in cui questi aveva salvato il popolo italiano dal bolscevismo a cui si stava abbandonando nel 1919, mettendo l'Italia in una posizione che essa non aveva mai avuto all'interno dell'Europa. Il primo ministro inglese si era molto rammaricato che il Duce avesse scelto l'alleato sbagliato: "non capì mai la forza della Gran Bretagna, né le sue capacità di resistenza e la sua forza marittima. Per questo procedette verso la rovina".La principale preoccupazione di Churchill era di difendere ciò che egli chiamava "i tradizionali rapporti di proprietà" dalla minaccia aggressiva del comunismo. Egli voleva che il re rimanesse al suo posto, o che vi restasse perlomeno il figlio Umberto. Non era interessato a sradicare il fascismo dall'apparato statale italiano ed era contento, come ha scritto Pavone "di offrire l'immunità in cambio dell'obbedienza". Per lo statista inglese, Vittorio Emanuele e Badoglio costituivano la migliore garanzia di continuità dell'ordinamento tradizionale, ed anche i più compiacenti interlocutori che gli inglesi potessero trovare. Churchill dava poca importanza all'antifascismo italiano. Di Croce aveva detto che era "un professore nano", e nel febbraio 1944 fece un discorso famoso ed offensivo, schierandosi a favore della monarchia e contro il Cnl: "Quando bisogna tenere in mano una caffettiera è meglio non romperne il manico fino a quando non se ne è trovato uno nuovo altrettanto conveniente e utilizzabile o almeno fino a quando non c'è uno strofinaccio per le mani". (Archivio Selexi) Secondo quanto affermato dall'autore, l'obiettivo principale di Churchill relativamente all'Italia era: |
| RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Le vicende alimentari dell'Europa del Settecento sembrano ripercorrere cammini noti: espansione demografica, insufficienze produttive, sviluppo agricolo. Una storia che ricorda da vicino quella dei secoli XI-XII, o del XVI. Solo che questa volta le dimensioni del fenomeno sono ingigantite. La popolazione europea, che aveva raggiunto a metà del Trecento una punta di forse 90 milioni di individui, e che attorno al 1700 (dopo la grande crisi e la successiva lenta ripresa) era attestata sui 125 milioni, cresce da allora in poi rapidissimamente: 145 milioni a metà del XVIII secolo, 195 alla fine. Il sistema produttivo è messo a dura prova, le carestie si abbattono a intervalli regolari sulla popolazione. Alcune di esse (tristemente celebre quella del 1709-10) colpiscono l'intera Europa, dalla Spagna all'Italia, dalla Francia all'Inghilterra, dalla Germania alla Svezia, ai Paesi dell'Est. Altre investono territori più circoscritti: quella del 1739-41 colpì soprattutto Francia e Germania; quella del 1741 -43 l'Inghilterra; quella del 1764-67 fu particolarmente grave nelle regioni meridionali (Spagna, Italia); quella del 1771-74 nei Paesi del Nord. Nell'insieme, gli anni "difficili" del XVIII secolo sembrano numerosi come non mai (a eccezione forse che nell'XI secolo). Ciò non vuol dire che la gente muoia di fame: se così fosse stato, l'exploit demografico sarebbe a dir poco incomprensibile. Siamo invece di fronte a un malessere diffuso, a uno stato di sottonutrizione permanente che viene per così dire "assimilato" (fisiologicamente e culturalmente) come condizione normale di vita.All'aumentata richiesta di cibo si rispose, per cominciare, nel modo più semplice e tradizionale: l'espansione dei coltivi. In Francia, nei decenni precedenti la Rivoluzione, le terre a coltura passarono da 19 a 24 milioni di ettari nel giro di trent'anni. In Inghilterra, nella seconda metà del secolo, furono recintati e messi a coltura centinaia di migliaia di ettari di terreni incolti e boschivi. In Irlanda, in Germania, in Italia si prosciugarono paludi e acquitrini. Contemporaneamente si misero a punto nuove tecniche produttive, in un clima di fervore scientifico e di sperimentazione agronomica che per la prima volta riuscì a incontrarsi con gli interessi imprenditoriali dei proprietari terrieri. Si parla a ragione, per quest'epoca, di una vera rivoluzione agricola: tale fu, dal punto di vista tecnico, l'abbandono della pratica del maggese e l'impiego delle leguminose da foraggio in regolare rotazione con i cereali. Ciò consentì, da un lato, di integrare le pratiche zootecniche nel sistema agrario, superando la tradizionale separazione fra attività pastorali e attività agricole; dall'altro, di accrescere sensibilmente i rendimenti del suolo, reso più fertile sia dalla presenza delle leguminose (che possiedono la proprietà di fissare l'azoto nel terreno) sia dalla maggiore disponibilità di concime animale. Queste e altre trasformazioni segnarono l'avvio del capitalismo agrario, che in certe regioni europee - soprattutto l'Inghilterra e poi la Francia - fu il primo passo verso l'affermarsi dell'economia industriale. All'ampliamento dei terreni coltivati e al perfezionamento delle tecniche produttive si affiancò lo sviluppo di colture particolarmente robuste, sicure e redditizie: quelle stesse che avevano trovato una prima timida diffusione (in ambiti localmente limitati) fra Quattro e Cinquecento, e che vengono ora "riscoperte" come soluzione a basso costo di pressanti esigenze alimentari. Il riso, dopo un certo declino nel XVII secolo, legato anche alle polemiche sull'opportunità igienica e ambientale di far ristagnare l'acqua nei campi, torna in auge nel Settecento come alternativa ai cereali tradizionali: in certe zone esso viene introdotto per la prima volta; in altre viene per così dire reintrodotto. Analoga destinazione sociale ha il grano saraceno, anch'esso "riscoperto" nel Settecento oppure, in certe regioni, introdotto per la prima volta.Ma sono soprattutto il mais e la patata a conquistare un ruolo di assoluto primo piano, sbarazzando il campo da molti antichi concorrenti: fra XVIII e XIX secolo, la tradizionale varietà di cereali inferiori - base millenaria della dieta popolare - viene progressivamente riducendosi a favore dei nuovi protagonisti. (Archivio Selexi) In base al brano, dove si verificarono, nel Settecento, le carestie? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Le vicende alimentari dell'Europa del Settecento sembrano ripercorrere cammini noti: espansione demografica, insufficienze produttive, sviluppo agricolo. Una storia che ricorda da vicino quella dei secoli XI-XII, o del XVI. Solo che questa volta le dimensioni del fenomeno sono ingigantite. La popolazione europea, che aveva raggiunto a metà del Trecento una punta di forse 90 milioni di individui, e che attorno al 1700 (dopo la grande crisi e la successiva lenta ripresa) era attestata sui 125 milioni, cresce da allora in poi rapidissimamente: 145 milioni a metà del XVIII secolo, 195 alla fine. Il sistema produttivo è messo a dura prova, le carestie si abbattono a intervalli regolari sulla popolazione. Alcune di esse (tristemente celebre quella del 1709-10) colpiscono l'intera Europa, dalla Spagna all'Italia, dalla Francia all'Inghilterra, dalla Germania alla Svezia, ai Paesi dell'Est. Altre investono territori più circoscritti: quella del 1739-41 colpì soprattutto Francia e Germania; quella del 1741 -43 l'Inghilterra; quella del 1764-67 fu particolarmente grave nelle regioni meridionali (Spagna, Italia); quella del 1771-74 nei Paesi del Nord. Nell'insieme, gli anni "difficili" del XVIII secolo sembrano numerosi come non mai (a eccezione forse che nell'XI secolo). Ciò non vuol dire che la gente muoia di fame: se così fosse stato, l'exploit demografico sarebbe a dir poco incomprensibile. Siamo invece di fronte a un malessere diffuso, a uno stato di sottonutrizione permanente che viene per così dire "assimilato" (fisiologicamente e culturalmente) come condizione normale di vita.All'aumentata richiesta di cibo si rispose, per cominciare, nel modo più semplice e tradizionale: l'espansione dei coltivi. In Francia, nei decenni precedenti la Rivoluzione, le terre a coltura passarono da 19 a 24 milioni di ettari nel giro di trent'anni. In Inghilterra, nella seconda metà del secolo, furono recintati e messi a coltura centinaia di migliaia di ettari di terreni incolti e boschivi. In Irlanda, in Germania, in Italia si prosciugarono paludi e acquitrini. Contemporaneamente si misero a punto nuove tecniche produttive, in un clima di fervore scientifico e di sperimentazione agronomica che per la prima volta riuscì a incontrarsi con gli interessi imprenditoriali dei proprietari terrieri. Si parla a ragione, per quest'epoca, di una vera rivoluzione agricola: tale fu, dal punto di vista tecnico, l'abbandono della pratica del maggese e l'impiego delle leguminose da foraggio in regolare rotazione con i cereali. Ciò consentì, da un lato, di integrare le pratiche zootecniche nel sistema agrario, superando la tradizionale separazione fra attività pastorali e attività agricole; dall'altro, di accrescere sensibilmente i rendimenti del suolo, reso più fertile sia dalla presenza delle leguminose (che possiedono la proprietà di fissare l'azoto nel terreno) sia dalla maggiore disponibilità di concime animale. Queste e altre trasformazioni segnarono l'avvio del capitalismo agrario, che in certe regioni europee - soprattutto l'Inghilterra e poi la Francia - fu il primo passo verso l'affermarsi dell'economia industriale. All'ampliamento dei terreni coltivati e al perfezionamento delle tecniche produttive si affiancò lo sviluppo di colture particolarmente robuste, sicure e redditizie: quelle stesse che avevano trovato una prima timida diffusione (in ambiti localmente limitati) fra Quattro e Cinquecento, e che vengono ora "riscoperte" come soluzione a basso costo di pressanti esigenze alimentari. Il riso, dopo un certo declino nel XVII secolo, legato anche alle polemiche sull'opportunità igienica e ambientale di far ristagnare l'acqua nei campi, torna in auge nel Settecento come alternativa ai cereali tradizionali: in certe zone esso viene introdotto per la prima volta; in altre viene per così dire reintrodotto. Analoga destinazione sociale ha il grano saraceno, anch'esso "riscoperto" nel Settecento oppure, in certe regioni, introdotto per la prima volta.Ma sono soprattutto il mais e la patata a conquistare un ruolo di assoluto primo piano, sbarazzando il campo da molti antichi concorrenti: fra XVIII e XIX secolo, la tradizionale varietà di cereali inferiori - base millenaria della dieta popolare - viene progressivamente riducendosi a favore dei nuovi protagonisti. (Archivio Selexi) Secondo quanto riportato nel brano, a quale causa si deve attribuire l'arrivo delle carestie nel Settecento? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Le vicende alimentari dell'Europa del Settecento sembrano ripercorrere cammini noti: espansione demografica, insufficienze produttive, sviluppo agricolo. Una storia che ricorda da vicino quella dei secoli XI-XII, o del XVI. Solo che questa volta le dimensioni del fenomeno sono ingigantite. La popolazione europea, che aveva raggiunto a metà del Trecento una punta di forse 90 milioni di individui, e che attorno al 1700 (dopo la grande crisi e la successiva lenta ripresa) era attestata sui 125 milioni, cresce da allora in poi rapidissimamente: 145 milioni a metà del XVIII secolo, 195 alla fine. Il sistema produttivo è messo a dura prova, le carestie si abbattono a intervalli regolari sulla popolazione. Alcune di esse (tristemente celebre quella del 1709-10) colpiscono l'intera Europa, dalla Spagna all'Italia, dalla Francia all'Inghilterra, dalla Germania alla Svezia, ai Paesi dell'Est. Altre investono territori più circoscritti: quella del 1739-41 colpì soprattutto Francia e Germania; quella del 1741 -43 l'Inghilterra; quella del 1764-67 fu particolarmente grave nelle regioni meridionali (Spagna, Italia); quella del 1771-74 nei Paesi del Nord. Nell'insieme, gli anni "difficili" del XVIII secolo sembrano numerosi come non mai (a eccezione forse che nell'XI secolo). Ciò non vuol dire che la gente muoia di fame: se così fosse stato, l'exploit demografico sarebbe a dir poco incomprensibile. Siamo invece di fronte a un malessere diffuso, a uno stato di sottonutrizione permanente che viene per così dire "assimilato" (fisiologicamente e culturalmente) come condizione normale di vita.All'aumentata richiesta di cibo si rispose, per cominciare, nel modo più semplice e tradizionale: l'espansione dei coltivi. In Francia, nei decenni precedenti la Rivoluzione, le terre a coltura passarono da 19 a 24 milioni di ettari nel giro di trent'anni. In Inghilterra, nella seconda metà del secolo, furono recintati e messi a coltura centinaia di migliaia di ettari di terreni incolti e boschivi. In Irlanda, in Germania, in Italia si prosciugarono paludi e acquitrini. Contemporaneamente si misero a punto nuove tecniche produttive, in un clima di fervore scientifico e di sperimentazione agronomica che per la prima volta riuscì a incontrarsi con gli interessi imprenditoriali dei proprietari terrieri. Si parla a ragione, per quest'epoca, di una vera rivoluzione agricola: tale fu, dal punto di vista tecnico, l'abbandono della pratica del maggese e l'impiego delle leguminose da foraggio in regolare rotazione con i cereali. Ciò consentì, da un lato, di integrare le pratiche zootecniche nel sistema agrario, superando la tradizionale separazione fra attività pastorali e attività agricole; dall'altro, di accrescere sensibilmente i rendimenti del suolo, reso più fertile sia dalla presenza delle leguminose (che possiedono la proprietà di fissare l'azoto nel terreno) sia dalla maggiore disponibilità di concime animale. Queste e altre trasformazioni segnarono l'avvio del capitalismo agrario, che in certe regioni europee - soprattutto l'Inghilterra e poi la Francia - fu il primo passo verso l'affermarsi dell'economia industriale. All'ampliamento dei terreni coltivati e al perfezionamento delle tecniche produttive si affiancò lo sviluppo di colture particolarmente robuste, sicure e redditizie: quelle stesse che avevano trovato una prima timida diffusione (in ambiti localmente limitati) fra Quattro e Cinquecento, e che vengono ora "riscoperte" come soluzione a basso costo di pressanti esigenze alimentari. Il riso, dopo un certo declino nel XVII secolo, legato anche alle polemiche sull'opportunità igienica e ambientale di far ristagnare l'acqua nei campi, torna in auge nel Settecento come alternativa ai cereali tradizionali: in certe zone esso viene introdotto per la prima volta; in altre viene per così dire reintrodotto. Analoga destinazione sociale ha il grano saraceno, anch'esso "riscoperto" nel Settecento oppure, in certe regioni, introdotto per la prima volta.Ma sono soprattutto il mais e la patata a conquistare un ruolo di assoluto primo piano, sbarazzando il campo da molti antichi concorrenti: fra XVIII e XIX secolo, la tradizionale varietà di cereali inferiori - base millenaria della dieta popolare - viene progressivamente riducendosi a favore dei nuovi protagonisti. (Archivio Selexi) Secondo quanto affermato nel brano, quali fattori furono alla base della rivoluzione agricola del XVIII secolo? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Le vicende alimentari dell'Europa del Settecento sembrano ripercorrere cammini noti: espansione demografica, insufficienze produttive, sviluppo agricolo. Una storia che ricorda da vicino quella dei secoli XI-XII, o del XVI. Solo che questa volta le dimensioni del fenomeno sono ingigantite. La popolazione europea, che aveva raggiunto a metà del Trecento una punta di forse 90 milioni di individui, e che attorno al 1700 (dopo la grande crisi e la successiva lenta ripresa) era attestata sui 125 milioni, cresce da allora in poi rapidissimamente: 145 milioni a metà del XVIII secolo, 195 alla fine. Il sistema produttivo è messo a dura prova, le carestie si abbattono a intervalli regolari sulla popolazione. Alcune di esse (tristemente celebre quella del 1709-10) colpiscono l'intera Europa, dalla Spagna all'Italia, dalla Francia all'Inghilterra, dalla Germania alla Svezia, ai Paesi dell'Est. Altre investono territori più circoscritti: quella del 1739-41 colpì soprattutto Francia e Germania; quella del 1741 -43 l'Inghilterra; quella del 1764-67 fu particolarmente grave nelle regioni meridionali (Spagna, Italia); quella del 1771-74 nei Paesi del Nord. Nell'insieme, gli anni "difficili" del XVIII secolo sembrano numerosi come non mai (a eccezione forse che nell'XI secolo). Ciò non vuol dire che la gente muoia di fame: se così fosse stato, l'exploit demografico sarebbe a dir poco incomprensibile. Siamo invece di fronte a un malessere diffuso, a uno stato di sottonutrizione permanente che viene per così dire "assimilato" (fisiologicamente e culturalmente) come condizione normale di vita.All'aumentata richiesta di cibo si rispose, per cominciare, nel modo più semplice e tradizionale: l'espansione dei coltivi. In Francia, nei decenni precedenti la Rivoluzione, le terre a coltura passarono da 19 a 24 milioni di ettari nel giro di trent'anni. In Inghilterra, nella seconda metà del secolo, furono recintati e messi a coltura centinaia di migliaia di ettari di terreni incolti e boschivi. In Irlanda, in Germania, in Italia si prosciugarono paludi e acquitrini. Contemporaneamente si misero a punto nuove tecniche produttive, in un clima di fervore scientifico e di sperimentazione agronomica che per la prima volta riuscì a incontrarsi con gli interessi imprenditoriali dei proprietari terrieri. Si parla a ragione, per quest'epoca, di una vera rivoluzione agricola: tale fu, dal punto di vista tecnico, l'abbandono della pratica del maggese e l'impiego delle leguminose da foraggio in regolare rotazione con i cereali. Ciò consentì, da un lato, di integrare le pratiche zootecniche nel sistema agrario, superando la tradizionale separazione fra attività pastorali e attività agricole; dall'altro, di accrescere sensibilmente i rendimenti del suolo, reso più fertile sia dalla presenza delle leguminose (che possiedono la proprietà di fissare l'azoto nel terreno) sia dalla maggiore disponibilità di concime animale. Queste e altre trasformazioni segnarono l'avvio del capitalismo agrario, che in certe regioni europee - soprattutto l'Inghilterra e poi la Francia - fu il primo passo verso l'affermarsi dell'economia industriale. All'ampliamento dei terreni coltivati e al perfezionamento delle tecniche produttive si affiancò lo sviluppo di colture particolarmente robuste, sicure e redditizie: quelle stesse che avevano trovato una prima timida diffusione (in ambiti localmente limitati) fra Quattro e Cinquecento, e che vengono ora "riscoperte" come soluzione a basso costo di pressanti esigenze alimentari. Il riso, dopo un certo declino nel XVII secolo, legato anche alle polemiche sull'opportunità igienica e ambientale di far ristagnare l'acqua nei campi, torna in auge nel Settecento come alternativa ai cereali tradizionali: in certe zone esso viene introdotto per la prima volta; in altre viene per così dire reintrodotto. Analoga destinazione sociale ha il grano saraceno, anch'esso "riscoperto" nel Settecento oppure, in certe regioni, introdotto per la prima volta.Ma sono soprattutto il mais e la patata a conquistare un ruolo di assoluto primo piano, sbarazzando il campo da molti antichi concorrenti: fra XVIII e XIX secolo, la tradizionale varietà di cereali inferiori - base millenaria della dieta popolare - viene progressivamente riducendosi a favore dei nuovi protagonisti. (Archivio Selexi) Da quanto riportato nel brano, si può dedurre che: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. M'ama o non m'ama? Milioni di romantici innamorati cercano una risposta, forse illusoria, sfogliando disciplinatamente la regolamentare margherita; ed è motivo di meraviglia che esistano ancora margherite con i petali tutti al loro posto, stante il numero elevato degli innamorati e stante il fatto che in amore le certezze sono davvero poche. Ma se negli affari di cuore ogni cosa appare sfuggente, incerta, contraddittoria, possiamo almeno consolarci al pensiero che in altri campi ci sono sicurezze assolute e indiscutibili? Se ci pensiamo bene, dobbiamo riconoscere che le situazioni che consentono di mettere tranquillamente la mano sul fuoco sono meno di quanto si potrebbe credere a prima vista. Nel giorno di ferragosto a Roma, farà caldo? Quasi certamente sì. Lanciando 100 volte una moneta verrà sempre testa? Quasi certamente no. Però... però c'è pur sempre un quasi che ci separa dalla certezza, perfino davanti a eventi piuttosto scontati! La verità - fastidiosa, ma inesorabile - è che nella vita è molto raro che si possa essere proprio certi di qualcosa. Ciò non toglie che noi tutti saggiamente rifiutiamo di farci paralizzare dal margine di incertezza che è insito nelle cose, e "scommettiamo" sul verificarsi di certi eventi: i romani prenotano alberghi in località di mare o di montagna per il ferragosto, i giocatori puntano sul fatto che il numero di teste e di croci, in 100 lanci, sia più o meno equilibrato. Insomma, pur consapevoli dell'esistenza di un margine di rischio, non ci tiriamo indietro e operiamo scelte in condizioni di incertezza. Le decisioni che prendiamo nelle numerosissime situazioni in cui disponiamo di una quantità di informazioni non sufficiente per avere la certezza del verificarsi o meno di un evento sono guidate da una valutazione probabilistica. Per millenni tale valutazione - anche nei casi più semplici - è stata condotta "a occhio", sulla base di ragionamenti informali o di esperienze non quantificate. Ad esempio, l'abitante di una popolosa città dove ogni anno, attraverso un sorteggio, venivano scelti i dieci cittadini tenuti a sacrificare ciascuno un vitello alla divinità locale, avrebbe potuto giudicare tale usanza molto nobile e pia, nella (fondata) speranza che nel corso della sua vita non sarebbe mai toccato a lui privarsi del vitello: il gran numero degli abitanti della sua città e la positiva esperienza degli anni precedenti fornivano un sufficiente conforto alla sua magnanimità (e al suo ottimismo). Solo in tempi relativamente recenti (a partire dal diciassettesimo secolo) si sviluppa il tentativo di basare le valutazioni di probabilità su considerazioni di tipo quantitativo. Tale tentativo coincide con la fondazione di un capitolo della matematica del tutto nuovo e originale, il cosiddetto calcolo delle probabilità. La nascita del calcolo delle probabilità è sollecitata da curiosità e problemi che prendono forma in ambienti piuttosto lontani da scuole e accademie: furono gli accaniti giocatori che passavano le loro serate nelle sale da gioco o nelle taverne ad avvertire per primi l'esigenza di un modo rigoroso e "scientifico" di valutare la probabilità. Paradossale? Non troppo. In effetti, a ben rifletterci, sale da gioco e taverne costituivano i "laboratori" ideali della nuova scienza. Infatti è nel gioco che i problemi della probabilità si presentano in forma semplice e "pulita", all'interno di esperienze ripetibili e indipendenti da circostanze esterne e accidentali. Prendiamo ad esempio il gioco dei dadi: è possibile analizzare in modo sistematico le configurazioni che si possono presentare, effettuare calcoli, fare previsioni e verificarle attraverso delle prove; in una parola, è possibile e abbastanza naturale procedere in direzione di una matematizzazione. Altra cosa, ben diversa e ben più difficilmente formalizzabile, è fare previsioni e calcoli rispetto al prossimo raccolto di riso o rispetto alle reazioni della popolazione a un determinato provvedimento delle autorità. (Archivio Selexi) L'autore del brano sostiene che noi tutti "scommettiamo" perché: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ma voglio dirvi prima, almeno in succinto, le pazzie che cominciai a fare per scoprire tutti quegli altri Moscarda che vivevano nei miei piú vicini conoscenti, e distruggerli a uno a uno. Pazzie per forza. Perché, non avendo mai pensato finora a costruire di me stesso un Moscarda che consistesse ai miei occhi e per mio conto in un modo d'essere che mi paresse da distinguere come a me proprio e particolare, s'intende che non mi era possibile agire con una qualche logica coerenza. Dovevo a volta a volta dimostrarmi il contrario di quel che ero o supponevo d'essere in questo e in quello dei miei conoscenti, dopo essermi sforzato di comprendere la realtà che m'avevano data: meschina, per forza, labile, volubile e quasi inconsistente. Però ecco: un certo aspetto, un certo senso, un certo valore dovevo pur averlo per gli altri, oltre che per le mie fattezze fuori della veduta mia e della mia estimativa, anche per tante cose a cui finora non avevo mai pensato. Pensarci e sentire un impeto di feroce ribellione fu tutt'uno. (Luigi Pirandello, "Uno, nessuno e centomila”) Quale dei seguenti aggettivi definisce meglio il narratore per come lo conosciamo da questo estratto? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nei primi anni del suo governo Mussolini avviò un programma di radicali trasformazioni istituzionali che alterarono profondamente il carattere liberale dello Stato.Il fascismo, che aveva sin dagli inizi manifestato il proprio aperto disprezzo nei confronti del Parlamento e delle altre istituzioni rappresentative, ne intaccò progressivamente le prerogative essenziali e le sostituì con nuovi organismi rispondenti alle necessità della nascente dittatura. Nacque così il Gran Consiglio del Fascismo, composto dai maggiori esponenti del partito e del governo, che fu investito di numerose funzioni prima attribuite al Parlamento, e la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, incaricata della difesa del nuovo regime, nella quale confluirono le squadre d'assalto.Nel paese intanto si applicavano sempre maggiori restrizioni alla libertà di stampa e di riunione. Le elezioni del 1924 assicurarono la vittoria al Listone, in cui confluirono fascisti e conservatori, grazie alle intimidazioni e ai brogli che ne accompagnarono lo svolgimento. Giacomo Matteotti, deputato socialista e segretario del PSU, che denunciò in Parlamento quanto si era verificato durante la campagna elettorale, fu rapito a Roma il 10 giugno 1924 da emissari fascisti e ucciso. Il delitto suscitò un'ondata di profonda indignazione in tutto il Paese, ma Mussolini, sebbene apparisse allora vacillante, ebbe ancora una volta l'appoggio del re Vittorio Emanuele III. La protesta morale di alcuni parlamentari che abbandonarono la Camera - la cosiddetta secessione dell'Aventino del 18 giugno 1924 - rimase un gesto simbolico senza conseguenze.Uno degli elementi di forza su cui poté contare il nuovo regime fu un sempre più aperto sostegno da parte della chiesa cattolica, che nel 1922 aveva elevato al soglio pontificio il cardinale Achille Ratti, che prese il nome di Pio XI. Ratti rappresentava l'area più conservatrice della gerarchia cattolica, profondamente avversa al socialismo e diffidente nei confronti della democrazia liberale. (A. De Bernardi, S. Guarracino, "La conoscenza storica") Quale evento portò alla secessione dell'Aventino? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nel 1962, il controllo degli armamenti non andava oltre gli studi accademici. La crisi di Cuba è dell'ottobre-novembre 1962, il primo accordo americano-sovietico di sospensione parziale degli esperimenti nucleari è del luglio 1963. Quanto a me, io mostravo un grande scetticismo circa le probabilità di disarmo o di riduzione degli armamenti. Gli avvenimenti non hanno contraddetto il mio scetticismo: su questo punto più che su ogni altro la Repubblica americana non può venire considerata un attore individuale.Prima di fare qualche osservazione sul controllo degli armamenti, torno alla crisi di Cuba. G.A. Allison ha scritto un libro appassionante sui giorni trascorsi fra la scoperta dei missili sovietici a Cuba e la decisione, prima, della quarantena, poi della liquidazione della crisi. Il libro dimostra fino a che punto le persone hanno avuto peso nelle discussioni, sino a che punto ciascuno obbediva agli interessi del settore cui apparteneva. Forse il libro vuol suggerire che si sarebbe potuta prendere un'altra decisione, che avrebbe comportato rischi enormi. La pace o la guerra dipendevano forse da quelle lunghe discussioni; l'amministrazione non era assediata dal tempo; poteva riflettere.Anche in questo caso, straordinariamente favorevole alla tesi suggerita, mi pare legittima un'altra prospettiva sulla crisi. Il Presidente aveva dichiarato che non avrebbe tollerato armi offensive a Cuba. Era già deciso che J.F. Kennedy avrebbe preteso e ottenuto il ritiro dei missili. Si discuteva dei modi per arrivare allo scopo correndo il minimo di rischio. Il Presidente escluse l'attacco alle rampe di lancio per due ragioni, ciascuna delle quali bastava probabilmente a scartare l'ipotesi. Gli aviatori non garantivano una distruzione del 100%, certi consiglieri condannavano l'immoralità di una simile operazione. Una volta escluso l'intervento chirurgico, rimaneva la pressione diplomatica, sostenuta dalla minaccia di una invasione preparata con ostentazione. L'Unione Sovietica cedette a un semi-ultimatum, ma ottenne in cambio il ritiro dei missili americani dalla Turchia e la promessa americana di non attaccare Cuba (promessa teoricamente caduta per il rifiuto di Fidel Castro di accettare il controllo che J.F. Kennedy esigeva come contropartita della promessa).Il Presidente dipendeva dai suoi informatori (furono commessi errori, le informazioni essenziali giunsero con un ritardo di tre settimane); dipendeva dalla CIA, dai Capi di Stato Maggiore delle tre armi, dai suoi consiglieri personali. Ma, dettagli a parte, lo svolgimento corrispose alla razionalità dell'attore: bisognava obbligare i sovietici a togliere i loro missili nel modo più civile possibile (per quanto questa esigenza non si basasse su alcuna regola di diritto internazionale).Ci riuscì, ma scendendo a un compromesso, a concessioni, dato che giudicava rischioso umiliare una grande potenza, capace di reagire se spinta all'estremo. Probabilmente le concessioni non erano necessarie, ma risultavano dal codice d'interpretazione del Presidente e dei suoi consiglieri. (Archivio Selexi) Quale tra le seguenti opzioni meglio rappresenta l'atteggiamento dell'autore nei confronti del problema del controllo delle armi nucleari? |
| RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nel 1962, il controllo degli armamenti non andava oltre gli studi accademici. La crisi di Cuba è dell'ottobre-novembre 1962, il primo accordo americano-sovietico di sospensione parziale degli esperimenti nucleari è del luglio 1963. Quanto a me, io mostravo un grande scetticismo circa le probabilità di disarmo o di riduzione degli armamenti. Gli avvenimenti non hanno contraddetto il mio scetticismo: su questo punto più che su ogni altro la Repubblica americana non può venire considerata un attore individuale.Prima di fare qualche osservazione sul controllo degli armamenti, torno alla crisi di Cuba. G.A. Allison ha scritto un libro appassionante sui giorni trascorsi fra la scoperta dei missili sovietici a Cuba e la decisione, prima, della quarantena, poi della liquidazione della crisi. Il libro dimostra fino a che punto le persone hanno avuto peso nelle discussioni, sino a che punto ciascuno obbediva agli interessi del settore cui apparteneva. Forse il libro vuol suggerire che si sarebbe potuta prendere un'altra decisione, che avrebbe comportato rischi enormi. La pace o la guerra dipendevano forse da quelle lunghe discussioni; l'amministrazione non era assediata dal tempo; poteva riflettere.Anche in questo caso, straordinariamente favorevole alla tesi suggerita, mi pare legittima un'altra prospettiva sulla crisi. Il Presidente aveva dichiarato che non avrebbe tollerato armi offensive a Cuba. Era già deciso che J.F. Kennedy avrebbe preteso e ottenuto il ritiro dei missili. Si discuteva dei modi per arrivare allo scopo correndo il minimo di rischio. Il Presidente escluse l'attacco alle rampe di lancio per due ragioni, ciascuna delle quali bastava probabilmente a scartare l'ipotesi. Gli aviatori non garantivano una distruzione del 100%, certi consiglieri condannavano l'immoralità di una simile operazione. Una volta escluso l'intervento chirurgico, rimaneva la pressione diplomatica, sostenuta dalla minaccia di una invasione preparata con ostentazione. L'Unione Sovietica cedette a un semi-ultimatum, ma ottenne in cambio il ritiro dei missili americani dalla Turchia e la promessa americana di non attaccare Cuba (promessa teoricamente caduta per il rifiuto di Fidel Castro di accettare il controllo che J.F. Kennedy esigeva come contropartita della promessa).Il Presidente dipendeva dai suoi informatori (furono commessi errori, le informazioni essenziali giunsero con un ritardo di tre settimane); dipendeva dalla CIA, dai Capi di Stato Maggiore delle tre armi, dai suoi consiglieri personali. Ma, dettagli a parte, lo svolgimento corrispose alla razionalità dell'attore: bisognava obbligare i sovietici a togliere i loro missili nel modo più civile possibile (per quanto questa esigenza non si basasse su alcuna regola di diritto internazionale).Ci riuscì, ma scendendo a un compromesso, a concessioni, dato che giudicava rischioso umiliare una grande potenza, capace di reagire se spinta all'estremo. Probabilmente le concessioni non erano necessarie, ma risultavano dal codice d'interpretazione del Presidente e dei suoi consiglieri. (Archivio Selexi) Nel brano viene menzionato un libro di G.A. Allison. Con quale finalità? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Nel 1962, il controllo degli armamenti non andava oltre gli studi accademici. La crisi di Cuba è dell'ottobre-novembre 1962, il primo accordo americano-sovietico di sospensione parziale degli esperimenti nucleari è del luglio 1963. Quanto a me, io mostravo un grande scetticismo circa le probabilità di disarmo o di riduzione degli armamenti. Gli avvenimenti non hanno contraddetto il mio scetticismo: su questo punto più che su ogni altro la Repubblica americana non può venire considerata un attore individuale.Prima di fare qualche osservazione sul controllo degli armamenti, torno alla crisi di Cuba. G.A. Allison ha scritto un libro appassionante sui giorni trascorsi fra la scoperta dei missili sovietici a Cuba e la decisione, prima, della quarantena, poi della liquidazione della crisi. Il libro dimostra fino a che punto le persone hanno avuto peso nelle discussioni, sino a che punto ciascuno obbediva agli interessi del settore cui apparteneva. Forse il libro vuol suggerire che si sarebbe potuta prendere un'altra decisione, che avrebbe comportato rischi enormi. La pace o la guerra dipendevano forse da quelle lunghe discussioni; l'amministrazione non era assediata dal tempo; poteva riflettere.Anche in questo caso, straordinariamente favorevole alla tesi suggerita, mi pare legittima un'altra prospettiva sulla crisi. Il Presidente aveva dichiarato che non avrebbe tollerato armi offensive a Cuba. Era già deciso che J.F. Kennedy avrebbe preteso e ottenuto il ritiro dei missili. Si discuteva dei modi per arrivare allo scopo correndo il minimo di rischio. Il Presidente escluse l'attacco alle rampe di lancio per due ragioni, ciascuna delle quali bastava probabilmente a scartare l'ipotesi. Gli aviatori non garantivano una distruzione del 100%, certi consiglieri condannavano l'immoralità di una simile operazione. Una volta escluso l'intervento chirurgico, rimaneva la pressione diplomatica, sostenuta dalla minaccia di una invasione preparata con ostentazione. L'Unione Sovietica cedette a un semi-ultimatum, ma ottenne in cambio il ritiro dei missili americani dalla Turchia e la promessa americana di non attaccare Cuba (promessa teoricamente caduta per il rifiuto di Fidel Castro di accettare il controllo che J.F. Kennedy esigeva come contropartita della promessa).Il Presidente dipendeva dai suoi informatori (furono commessi errori, le informazioni essenziali giunsero con un ritardo di tre settimane); dipendeva dalla CIA, dai Capi di Stato Maggiore delle tre armi, dai suoi consiglieri personali. Ma, dettagli a parte, lo svolgimento corrispose alla razionalità dell'attore: bisognava obbligare i sovietici a togliere i loro missili nel modo più civile possibile (per quanto questa esigenza non si basasse su alcuna regola di diritto internazionale).Ci riuscì, ma scendendo a un compromesso, a concessioni, dato che giudicava rischioso umiliare una grande potenza, capace di reagire se spinta all'estremo. Probabilmente le concessioni non erano necessarie, ma risultavano dal codice d'interpretazione del Presidente e dei suoi consiglieri. (Archivio Selexi) Per quale motivo i missili sovietici a Cuba non sono stati distrutti con un attacco aereo alle rampe? |
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Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. La pace con la Russia rendeva ora finalmente possibile ai tedeschi di volgere tutte le proprie forze verso occidente.Nonostante le perdite, l'esercito tedesco era ancora un possente organismo militare che non aveva subito mai vere sconfitte. Fra il 21 marzo e il 17 luglio 1918 i tedeschi rinnovarono le loro offensive in Piccardia e nella Champagne contro le posizioni nemiche. Essi ottennero una serie di brillanti vittorie parziali, anche grazie al fatto che disponevano della superiorità numerica in conseguenza dell'afflusso di truppe da quello che era stato il fronte orientale. In giugno avevano fatto centinaia di migliaia di prigionieri e si erano impadroniti di circa 2.500 cannoni. Eppure il fronte occidentale non cedette. I franco-britannici riorganizzarono alla fine di marzo i loro comandi affidando il comando supremo al maresciallo francese Foch. Nel frattempo, sotto la spinta del gigantesco urto offensivo tedesco, gli americani accelerarono l'invio di truppe. In sostanza, alla fine di giugno si ripeteva la situazione che era stata propria delle grandi offensive occidentali tedesche dell'inizio della guerra. I tedeschi avevano conseguito brillanti successi parziali, senza però riuscire a raggiungere l'obiettivo dello sfondamento, la conquista di Parigi o di Calais (così da isolare gli inglesi dai francesi). Il 15 luglio essi sferrarono l'ultimo colpo, decisivo per le sorti future della guerra, e attaccarono in direzione della Marna. Era questa la seconda battaglia della Marna, dopo quella del 1914. Foch il 17 luglio contrattaccò con le sue riserve, costringendo gli esausti tedeschi a indietreggiare e iniziando una controffensiva generale. Inglesi, francesi e americani poterono contare su una schiacciante superiorità di mezzi. Le truppe alleate gettarono nella lotta un gran numero di carri armati e di aerei, senza che i tedeschi potessero contrapporre mezzi analoghi. I tedeschi subirono così, fra la metà di luglio e la metà di agosto, la loro prima grande disfatta. Nella battaglia di Amiens (8-11 agosto) gli inglesi fecero una profonda breccia nelle linee tedesche gettando nella fornace 450 carri armati. Il generale Ludendorff definì quella battaglia la "giornata nera" dell'esercito tedesco. Le truppe ebbero cedimenti su vasta scala e sintomi di ribellione aperta misero a nudo come anche per i soldati tedeschi fosse venuto il momento della rivolta contro la guerra e le sue stragi. Il 14 agosto Guglielmo II prese in considerazione la possibilità di intavolare, con la mediazione dell'Olanda, trattative di pace. Ma gli alleati, ormai forti della loro superiorità, pretendevano la capitolazione totale degli Imperi centrali; il che la Germania non intendeva accettare. La situazione dei tedeschi era ulteriormente aggravata dal fatto che i loro alleati, l'Impero austro-ungarico, la Turchia e la Bulgaria, si trovavano ormai in uno stato di crisi vicino al collasso. Mentre in Siria e in Palestina i turchi subivano continue disfatte a opera degli inglesi, truppe alleate si apprestavano all'attacco finale contro la Bulgaria, la quale capitolò il 24 settembre 1918. Francesi e inglesi poterono contare in agosto, quando il generalissimo Foch diede inizio all'avanzata che doveva culminare nell'ordine di offensiva generale del settembre, sull'appoggio di un milione di soldati americani e su un gigantesco aiuto materiale degli USA (armamenti, viveri ecc.). I tedeschi non erano più assolutamente in condizione di resistere. Pur senza abbandonarsi al panico e retrocedendo disciplinatamente e ordinatamente, furono costretti a sgomberare le zone occupate della Francia del Nord e il Belgio occidentale.La catastrofe militare imminente ebbe profondi riflessi nella politica interna. Mentre l'imperatore Guglielmo II entrava nell'ombra, si formò agli inizi di ottobre un governo presieduto dal principe Max von Baden, che godeva fama di essere di orientamenti democratici. (Archivio Selexi) In base a quanto riportato nel brano, in quale periodo, durante il 1918, si sono verificate condizioni analoghe a quelle delle grandi offensive occidentali tedesche dell'inizio della guerra?
Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Le drammatiche vicende della guerra sul suolo italiano avrebbero mostrato che tre forze si sarebbero contese il dominio del Paese: gli Alleati, i comunisti, la Democrazia cristiana. Cominciamo con l'osservare in dettaglio ognuna di loro visto che le rispettive strategie determinarono in larga misura il futuro assetto politico della penisola. Dall'estate del 1943 gli Alleati, e gli inglesi in particolare, rivendicarono per sé l'Italia. Il controllo del Mediterraneo era un obiettivo strategico tradizionale dell'Inghilterra, e gli americani accondiscesero al desiderio britannico di avere un ruolo preponderante in quell'area. I Russi furono rapidamente esclusi da ogni controllo diretto sui destini della penisola. Malgrado le rabbiose proteste di Stalin, l'idea di una commissione congiunta dei tre grandi per decidere i termini dell'armistizio con l'Italia fu presto abbandonata. La forza delle armi decideva ormai tutto. Quando Churchill e Stalin si incontrarono al Cremlino nell'ottobre 1944, si divisero l'Europa tra loro: gli Alleati in Occidente, i russi in Oriente. L'accordo non era del tutto chiaro rispetto allo status di alcuni paesi, soprattutto la Iugoslavia e la Grecia, ma non sussistevano dubbi circa il destino dell'Italia. Churchill confidò casualmente a Stalin che non aveva un gran rispetto per il popolo italiano. Stalin concordò affermando che era il popolo italiano che aveva prodotto Mussolini, un commento difficilmente inseribile in qualsiasi conosciuta analisi di classe sulle origini del fascismo.Gli inglesi erano dunque l'elemento esterno che aveva maggiore influenza sull'Italia, e qualsiasi riassunto dei loro atteggiamenti non ispira un giudizio incoraggiante. Churchill era stato in passato un ammiratore di Mussolini e aveva elogiato, persino dopo il 1945, il modo in cui questi aveva salvato il popolo italiano dal bolscevismo a cui si stava abbandonando nel 1919, mettendo l'Italia in una posizione che essa non aveva mai avuto all'interno dell'Europa. Il primo ministro inglese si era molto rammaricato che il Duce avesse scelto l'alleato sbagliato: "non capì mai la forza della Gran Bretagna, né le sue capacità di resistenza e la sua forza marittima. Per questo procedette verso la rovina".La principale preoccupazione di Churchill era di difendere ciò che egli chiamava "i tradizionali rapporti di proprietà" dalla minaccia aggressiva del comunismo. Egli voleva che il re rimanesse al suo posto, o che vi restasse perlomeno il figlio Umberto. Non era interessato a sradicare il fascismo dall'apparato statale italiano ed era contento, come ha scritto Pavone "di offrire l'immunità in cambio dell'obbedienza". Per lo statista inglese, Vittorio Emanuele e Badoglio costituivano la migliore garanzia di continuità dell'ordinamento tradizionale, ed anche i più compiacenti interlocutori che gli inglesi potessero trovare. Churchill dava poca importanza all'antifascismo italiano. Di Croce aveva detto che era "un professore nano", e nel febbraio 1944 fece un discorso famoso ed offensivo, schierandosi a favore della monarchia e contro il Cnl: "Quando bisogna tenere in mano una caffettiera è meglio non romperne il manico fino a quando non se ne è trovato uno nuovo altrettanto conveniente e utilizzabile o almeno fino a quando non c'è uno strofinaccio per le mani". (Archivio Selexi) Secondo quanto affermato dall'autore, l'obiettivo principale di Churchill relativamente all'Italia era: