Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Esercito Italiano Quiz - Concorso per l'ammissione al 199° corso dell'Accademia Militare dell'Esercito - Anno accademico 2017/2018  Esercitati su questo Quiz  |
| RISPOSTA   Appunto come signore della forma, padrone assoluto come altri mai delle parole che portavano nel mondo la pienezza e la forza imperiali; che sapeva dare l'interpretazione più efficace delle azioni del sovrano, influenzandone spesso il comportamento, e sapeva trovare la formula giusta per giustificare e spiegare i continui voltafaccia di Federico; Pier delle Vigne era indispensabile all'imperatore. Federico l'aveva tratto a sé dal nulla, elevandolo al rango supremo; ne aveva fatto il compartecipe di ogni suo piano, e per questo appunto fu infine costretto a sbarazzarsene, quando il suo servitore aveva cominciato a tralignare in maniera inesplicabile. Con un altro sarebbe bastata un'ammonizione, un allontanamento: un passo falso di Pier delle Vigne esigeva la sua scomparsa. (Ernst Kantorovicz, "Federico II imperatore", Garzanti) Secondo il brano, Pier delle Vigne era indispensabile all'imperatore perché: |
RISPOSTA   Assumere una maschera triste oppure allegra, così come travestirsi con abiti aristocratici o plebei, implica una scelta di ruolo; chiunque abbia partecipato a una festa in maschera, al Carnevale di Venezia, alla sfilata di Viareggio, sa che il comportamento di ciascuno si modella sul personaggio interpretato.Nell'assunzione del ruolo si esprime una ricerca di identificazione, spesso il desiderio di sperimentare, sia pure per un breve tempo e in un contesto particolare, un'altra vita. Desiderio di tutti e di tutte le epoche, come è testimoniato dalle rappresentazioni drammatiche e teatrali e, perché no, dalla complicità con cui vengono accolte le maschere. Il travestimento è una cosa seria.Bisogna stare al gioco sia da interpreti sia da spettatori. Si dà luogo a un effetto catartico, di scarica delle tensioni cui condanna la consueta realtà: il dirigente d'azienda si veste da Pierrot e l'educatrice da Angelica o da Gianburrasca; a loro volta, uno studente del primo anno di fisica può impersonare Einstein, manifestando un'ambizione che non confesserebbe neppure a se stesso, e un impiegato di banca travestirsi da Gengis Khan.Per qualche ora, per un giorno, ciò è perfettamente lecito. Dà il piacere dell'insolito. Permette all'altra parte di sé di manifestarsi e l'esperienza non è fonte di ansia perché non viene posto davvero in discussione il proprio modo di essere. Gli altri non conoscono la nostra vera identità; si può ridere, parlare forte, lasciarsi andare a scherzi un po' spinti. E se la conoscono fa lo stesso. Tutti stanno al gioco.Purtroppo l'allentarsi delle inibizioni può anche condurre a eccessi pericolosi e asociali. Non a caso l'indossare in pubblico una maschera è vietato da molte legislazioni.Mutarsi il volto con un'immagine tragica o buffonesca sia pure di cartapesta, con un viso anonimo o celebre, costituisce anche una rivalsa della gente comune. Come sarebbe altrimenti possibile a chi non è professionista della parola e del gesto impersonare dignitosamente stati d'animo, personaggi, situazioni? La maschera dà sicurezza, permette di calarsi nella parte prescelta senza troppi problemi e di tornare se stessi in modo assai semplice: basta toglierla.Addestramento e sensibilità interpretativa sono invece richiesti in abbondanza agli attori. Essi devono saper evidenziare le azioni (movimenti, parole, discorsi) che le persone pongono in essere per averle coscientemente apprese oppure assimilate in maniera inconsapevole o perché innate. E così pure devono individuare gli atti, ovvero i contenuti intenzionali delle azioni. Accentuare taluni aspetti o certi altri, a seconda dei casi, significa interpretare tipi umani diversi.Nell'osservazione del comportamento altrui l'attore si comporta dunque come un etologo attento a cogliere azioni, atti, gesti caratteristici. E su questi ultimi si sofferma specialmente quel tipo particolare di attore che è il mimo. Egli infatti comunica con il pubblico mediante idonei segnali visivi che, secondo le classificazioni proposte dal noto etologo Desmond Morris, rientrano principalmente nelle categorie dei gesti espressivi, schematici, simbolici e propriamente mimici. (Archivio Selexi) Quale delle seguenti affermazioni è deducibile dal brano? |
RISPOSTA   Assumere una maschera triste oppure allegra, così come travestirsi con abiti aristocratici o plebei, implica una scelta di ruolo; chiunque abbia partecipato a una festa in maschera, al Carnevale di Venezia, alla sfilata di Viareggio, sa che il comportamento di ciascuno si modella sul personaggio interpretato.Nell'assunzione del ruolo si esprime una ricerca di identificazione, spesso il desiderio di sperimentare, sia pure per un breve tempo e in un contesto particolare, un'altra vita. Desiderio di tutti e di tutte le epoche, come è testimoniato dalle rappresentazioni drammatiche e teatrali e, perché no, dalla complicità con cui vengono accolte le maschere. Il travestimento è una cosa seria.Bisogna stare al gioco sia da interpreti sia da spettatori. Si dà luogo a un effetto catartico, di scarica delle tensioni cui condanna la consueta realtà: il dirigente d'azienda si veste da Pierrot e l'educatrice da Angelica o da Gianburrasca; a loro volta, uno studente del primo anno di fisica può impersonare Einstein, manifestando un'ambizione che non confesserebbe neppure a se stesso, e un impiegato di banca travestirsi da Gengis Khan.Per qualche ora, per un giorno, ciò è perfettamente lecito. Dà il piacere dell'insolito. Permette all'altra parte di sé di manifestarsi e l'esperienza non è fonte di ansia perché non viene posto davvero in discussione il proprio modo di essere. Gli altri non conoscono la nostra vera identità; si può ridere, parlare forte, lasciarsi andare a scherzi un po' spinti. E se la conoscono fa lo stesso. Tutti stanno al gioco.Purtroppo l'allentarsi delle inibizioni può anche condurre a eccessi pericolosi e asociali. Non a caso l'indossare in pubblico una maschera è vietato da molte legislazioni.Mutarsi il volto con un'immagine tragica o buffonesca sia pure di cartapesta, con un viso anonimo o celebre, costituisce anche una rivalsa della gente comune. Come sarebbe altrimenti possibile a chi non è professionista della parola e del gesto impersonare dignitosamente stati d'animo, personaggi, situazioni? La maschera dà sicurezza, permette di calarsi nella parte prescelta senza troppi problemi e di tornare se stessi in modo assai semplice: basta toglierla.Addestramento e sensibilità interpretativa sono invece richiesti in abbondanza agli attori. Essi devono saper evidenziare le azioni (movimenti, parole, discorsi) che le persone pongono in essere per averle coscientemente apprese oppure assimilate in maniera inconsapevole o perché innate. E così pure devono individuare gli atti, ovvero i contenuti intenzionali delle azioni. Accentuare taluni aspetti o certi altri, a seconda dei casi, significa interpretare tipi umani diversi.Nell'osservazione del comportamento altrui l'attore si comporta dunque come un etologo attento a cogliere azioni, atti, gesti caratteristici. E su questi ultimi si sofferma specialmente quel tipo particolare di attore che è il mimo. Egli infatti comunica con il pubblico mediante idonei segnali visivi che, secondo le classificazioni proposte dal noto etologo Desmond Morris, rientrano principalmente nelle categorie dei gesti espressivi, schematici, simbolici e propriamente mimici. (Archivio Selexi) Secondo quanto riportato nel brano, il travestimento: |
RISPOSTA   Blakelock è un pittore americano del tardo Ottocento che divenne noto solo quando, a mezza età, perse la ragione e non fu più in grado di riconoscere le proprie opere. Tanto che da allora fu impossibile distinguerle da quelle che nel frattempo erano state copiate o imitate nello stile (da Innes, Ryder, Kitchell e altri). Solo dopo il 1970 a Brookaven, con l'aiuto di una tecnica radioisotopica molto usata in biologia e in metallurgia (l'autoradiografia), si è dimostrato che i suoi dipinti autentici risultano inconfondibili per la costanza nell'uso dei materiali e per la tecnica di applicazione dei colori.Questo è solo un esempio di come le tecniche radioanalitiche possano aiutare identificazione, conservazione e restauro delle opere d'arte sia antiche che attuali, offrendo procedimenti di analisi molto sensibili e, quel che più conta, non distruttivi.Sono già noti i metodi di datazione archeologica (al carbonio 14 o altri) o lo studio con l'analisi per l'attivazione dei colori. Oggi le tecniche di radioanalisi al servizio dell'arte sono ancora cresciute, mutuando metodologie da campi diversi, come la medicina e l'industria. Queste tecniche possono essere rivolte sia alla determinazione della struttura dell'oggetto (analisi morfologica) che alla sua composizione (analisi chimica), e finalizzate tanto alla sua identificazione quanto alla sua conservazione.La composizione strutturale si può studiare sfruttando la trasparenza dei corpi alla radiazione elettromagnetica ad alta energia, cioè con la radiografia o la Tac. La radiografia viene applicata ai quadri, e permette di mettere in evidenza tutti i componenti come la tela, la stesura di gesso, le colle e i pigmenti con i loro leganti; si può così conoscerne non solo la tecnica adottata e deciderne l'attribuzione nel caso di incertezza, ma anche lo stato di conservazione e programmare l'eventuale restauro con cognizione di causa. L'apparecchio a raggi X usato non differisce, a parte l'energia dei raggi, da quelli impiegati per la radiodiagnostica umana, così come la lastra radiografica è di un tipo comune, e viene messa a contatto con il dipinto creando fra i due strati una leggera depressione in modo da avere una perfetta aderenza.Quando l'opera sotto studio è tridimensionale, come una statua, un vaso, un sarcofago, si mutua invece dalla medicina la tomografia assiale computerizzata (Tac). Con essa si riesce a visualizzare la struttura interna dell'oggetto, altrimenti visibile solo con interventi distruttivi. Data la grande varietà dei campioni da esaminare, la Tac sulle opere d'arte ha subito, rispetto alla Tac clinica, notevoli variazioni: per statue e oggetti metallici di grandi spessori (fino a 30 centimetri) i normali raggi X di 0,1-0,3 MeV vengono sostituiti da raggi di 12 MeV. Le tecniche radioanalitiche che consentono l'analisi chimica sono invece quelle basate sulla fluorescenza indotta e sull'analisi per attivazione. La prima è normalmente più agevole della seconda perché si può eseguire con strumenti portatili. In sostanza essa consiste nello stimolare con radiazioni poco penetranti gli atomi superficiali dell'opera in esame. Gli atomi così stimolati rispondono emettendo a loro volta una radiazione che è come una loro carta di identità e si rivelano quindi come tipo e quantità. Normalmente la radiazione usata per la stimolazione consiste in raggi X o gamma e la tecnica si chiama "X Ray Fluorescence" (XRF), ma ultimamente è stata sviluppata una interessante variante, la Pixe alfa. In essa la stimolazione degli atomi viene realizzata con una sorgente di particelle alfa (da Po-210), che percorrono circa 5 centimetri in aria e non richiedono particolari precauzioni di radioprotezione, salvo il non venirne a contatto. (Archivio Selexi) Quale dei seguenti potrebbe essere un titolo adeguato del brano? |
RISPOSTA   Blakelock è un pittore americano del tardo Ottocento che divenne noto solo quando, a mezza età, perse la ragione e non fu più in grado di riconoscere le proprie opere. Tanto che da allora fu impossibile distinguerle da quelle che nel frattempo erano state copiate o imitate nello stile (da Innes, Ryder, Kitchell e altri). Solo dopo il 1970 a Brookaven, con l'aiuto di una tecnica radioisotopica molto usata in biologia e in metallurgia (l'autoradiografia), si è dimostrato che i suoi dipinti autentici risultano inconfondibili per la costanza nell'uso dei materiali e per la tecnica di applicazione dei colori.Questo è solo un esempio di come le tecniche radioanalitiche possano aiutare identificazione, conservazione e restauro delle opere d'arte sia antiche che attuali, offrendo procedimenti di analisi molto sensibili e, quel che più conta, non distruttivi.Sono già noti i metodi di datazione archeologica (al carbonio 14 o altri) o lo studio con l'analisi per l'attivazione dei colori. Oggi le tecniche di radioanalisi al servizio dell'arte sono ancora cresciute, mutuando metodologie da campi diversi, come la medicina e l'industria. Queste tecniche possono essere rivolte sia alla determinazione della struttura dell'oggetto (analisi morfologica) che alla sua composizione (analisi chimica), e finalizzate tanto alla sua identificazione quanto alla sua conservazione.La composizione strutturale si può studiare sfruttando la trasparenza dei corpi alla radiazione elettromagnetica ad alta energia, cioè con la radiografia o la Tac. La radiografia viene applicata ai quadri, e permette di mettere in evidenza tutti i componenti come la tela, la stesura di gesso, le colle e i pigmenti con i loro leganti; si può così conoscerne non solo la tecnica adottata e deciderne l'attribuzione nel caso di incertezza, ma anche lo stato di conservazione e programmare l'eventuale restauro con cognizione di causa. L'apparecchio a raggi X usato non differisce, a parte l'energia dei raggi, da quelli impiegati per la radiodiagnostica umana, così come la lastra radiografica è di un tipo comune, e viene messa a contatto con il dipinto creando fra i due strati una leggera depressione in modo da avere una perfetta aderenza.Quando l'opera sotto studio è tridimensionale, come una statua, un vaso, un sarcofago, si mutua invece dalla medicina la tomografia assiale computerizzata (Tac). Con essa si riesce a visualizzare la struttura interna dell'oggetto, altrimenti visibile solo con interventi distruttivi. Data la grande varietà dei campioni da esaminare, la Tac sulle opere d'arte ha subito, rispetto alla Tac clinica, notevoli variazioni: per statue e oggetti metallici di grandi spessori (fino a 30 centimetri) i normali raggi X di 0,1-0,3 MeV vengono sostituiti da raggi di 12 MeV. Le tecniche radioanalitiche che consentono l'analisi chimica sono invece quelle basate sulla fluorescenza indotta e sull'analisi per attivazione. La prima è normalmente più agevole della seconda perché si può eseguire con strumenti portatili. In sostanza essa consiste nello stimolare con radiazioni poco penetranti gli atomi superficiali dell'opera in esame. Gli atomi così stimolati rispondono emettendo a loro volta una radiazione che è come una loro carta di identità e si rivelano quindi come tipo e quantità. Normalmente la radiazione usata per la stimolazione consiste in raggi X o gamma e la tecnica si chiama "X Ray Fluorescence" (XRF), ma ultimamente è stata sviluppata una interessante variante, la Pixe alfa. In essa la stimolazione degli atomi viene realizzata con una sorgente di particelle alfa (da Po-210), che percorrono circa 5 centimetri in aria e non richiedono particolari precauzioni di radioprotezione, salvo il non venirne a contatto. (Archivio Selexi) Secondo quanto affermato nel brano, quale vantaggio offre l'impiego della Tac nello studio delle opere d'arte? |
RISPOSTA   Blakelock è un pittore americano del tardo Ottocento che divenne noto solo quando, a mezza età, perse la ragione e non fu più in grado di riconoscere le proprie opere. Tanto che da allora fu impossibile distinguerle da quelle che nel frattempo erano state copiate o imitate nello stile (da Innes, Ryder, Kitchell e altri). Solo dopo il 1970 a Brookaven, con l'aiuto di una tecnica radioisotopica molto usata in biologia e in metallurgia (l'autoradiografia), si è dimostrato che i suoi dipinti autentici risultano inconfondibili per la costanza nell'uso dei materiali e per la tecnica di applicazione dei colori.Questo è solo un esempio di come le tecniche radioanalitiche possano aiutare identificazione, conservazione e restauro delle opere d'arte sia antiche che attuali, offrendo procedimenti di analisi molto sensibili e, quel che più conta, non distruttivi.Sono già noti i metodi di datazione archeologica (al carbonio 14 o altri) o lo studio con l'analisi per l'attivazione dei colori. Oggi le tecniche di radioanalisi al servizio dell'arte sono ancora cresciute, mutuando metodologie da campi diversi, come la medicina e l'industria. Queste tecniche possono essere rivolte sia alla determinazione della struttura dell'oggetto (analisi morfologica) che alla sua composizione (analisi chimica), e finalizzate tanto alla sua identificazione quanto alla sua conservazione.La composizione strutturale si può studiare sfruttando la trasparenza dei corpi alla radiazione elettromagnetica ad alta energia, cioè con la radiografia o la Tac. La radiografia viene applicata ai quadri, e permette di mettere in evidenza tutti i componenti come la tela, la stesura di gesso, le colle e i pigmenti con i loro leganti; si può così conoscerne non solo la tecnica adottata e deciderne l'attribuzione nel caso di incertezza, ma anche lo stato di conservazione e programmare l'eventuale restauro con cognizione di causa. L'apparecchio a raggi X usato non differisce, a parte l'energia dei raggi, da quelli impiegati per la radiodiagnostica umana, così come la lastra radiografica è di un tipo comune, e viene messa a contatto con il dipinto creando fra i due strati una leggera depressione in modo da avere una perfetta aderenza.Quando l'opera sotto studio è tridimensionale, come una statua, un vaso, un sarcofago, si mutua invece dalla medicina la tomografia assiale computerizzata (Tac). Con essa si riesce a visualizzare la struttura interna dell'oggetto, altrimenti visibile solo con interventi distruttivi. Data la grande varietà dei campioni da esaminare, la Tac sulle opere d'arte ha subito, rispetto alla Tac clinica, notevoli variazioni: per statue e oggetti metallici di grandi spessori (fino a 30 centimetri) i normali raggi X di 0,1-0,3 MeV vengono sostituiti da raggi di 12 MeV. Le tecniche radioanalitiche che consentono l'analisi chimica sono invece quelle basate sulla fluorescenza indotta e sull'analisi per attivazione. La prima è normalmente più agevole della seconda perché si può eseguire con strumenti portatili. In sostanza essa consiste nello stimolare con radiazioni poco penetranti gli atomi superficiali dell'opera in esame. Gli atomi così stimolati rispondono emettendo a loro volta una radiazione che è come una loro carta di identità e si rivelano quindi come tipo e quantità. Normalmente la radiazione usata per la stimolazione consiste in raggi X o gamma e la tecnica si chiama "X Ray Fluorescence" (XRF), ma ultimamente è stata sviluppata una interessante variante, la Pixe alfa. In essa la stimolazione degli atomi viene realizzata con una sorgente di particelle alfa (da Po-210), che percorrono circa 5 centimetri in aria e non richiedono particolari precauzioni di radioprotezione, salvo il non venirne a contatto. (Archivio Selexi) Il brano tratta di un argomento di natura: |
RISPOSTA   Blakelock è un pittore americano del tardo Ottocento che divenne noto solo quando, a mezza età, perse la ragione e non fu più in grado di riconoscere le proprie opere. Tanto che da allora fu impossibile distinguerle da quelle che nel frattempo erano state copiate o imitate nello stile (da Innes, Ryder, Kitchell e altri). Solo dopo il 1970 a Brookaven, con l'aiuto di una tecnica radioisotopica molto usata in biologia e in metallurgia (l'autoradiografia), si è dimostrato che i suoi dipinti autentici risultano inconfondibili per la costanza nell'uso dei materiali e per la tecnica di applicazione dei colori.Questo è solo un esempio di come le tecniche radioanalitiche possano aiutare identificazione, conservazione e restauro delle opere d'arte sia antiche che attuali, offrendo procedimenti di analisi molto sensibili e, quel che più conta, non distruttivi.Sono già noti i metodi di datazione archeologica (al carbonio 14 o altri) o lo studio con l'analisi per l'attivazione dei colori. Oggi le tecniche di radioanalisi al servizio dell'arte sono ancora cresciute, mutuando metodologie da campi diversi, come la medicina e l'industria. Queste tecniche possono essere rivolte sia alla determinazione della struttura dell'oggetto (analisi morfologica) che alla sua composizione (analisi chimica), e finalizzate tanto alla sua identificazione quanto alla sua conservazione.La composizione strutturale si può studiare sfruttando la trasparenza dei corpi alla radiazione elettromagnetica ad alta energia, cioè con la radiografia o la Tac. La radiografia viene applicata ai quadri, e permette di mettere in evidenza tutti i componenti come la tela, la stesura di gesso, le colle e i pigmenti con i loro leganti; si può così conoscerne non solo la tecnica adottata e deciderne l'attribuzione nel caso di incertezza, ma anche lo stato di conservazione e programmare l'eventuale restauro con cognizione di causa. L'apparecchio a raggi X usato non differisce, a parte l'energia dei raggi, da quelli impiegati per la radiodiagnostica umana, così come la lastra radiografica è di un tipo comune, e viene messa a contatto con il dipinto creando fra i due strati una leggera depressione in modo da avere una perfetta aderenza.Quando l'opera sotto studio è tridimensionale, come una statua, un vaso, un sarcofago, si mutua invece dalla medicina la tomografia assiale computerizzata (Tac). Con essa si riesce a visualizzare la struttura interna dell'oggetto, altrimenti visibile solo con interventi distruttivi. Data la grande varietà dei campioni da esaminare, la Tac sulle opere d'arte ha subito, rispetto alla Tac clinica, notevoli variazioni: per statue e oggetti metallici di grandi spessori (fino a 30 centimetri) i normali raggi X di 0,1-0,3 MeV vengono sostituiti da raggi di 12 MeV. Le tecniche radioanalitiche che consentono l'analisi chimica sono invece quelle basate sulla fluorescenza indotta e sull'analisi per attivazione. La prima è normalmente più agevole della seconda perché si può eseguire con strumenti portatili. In sostanza essa consiste nello stimolare con radiazioni poco penetranti gli atomi superficiali dell'opera in esame. Gli atomi così stimolati rispondono emettendo a loro volta una radiazione che è come una loro carta di identità e si rivelano quindi come tipo e quantità. Normalmente la radiazione usata per la stimolazione consiste in raggi X o gamma e la tecnica si chiama "X Ray Fluorescence" (XRF), ma ultimamente è stata sviluppata una interessante variante, la Pixe alfa. In essa la stimolazione degli atomi viene realizzata con una sorgente di particelle alfa (da Po-210), che percorrono circa 5 centimetri in aria e non richiedono particolari precauzioni di radioprotezione, salvo il non venirne a contatto. (Archivio Selexi) Qual è lo scopo del brano? |
RISPOSTA   C'era una volta, così iniziano tantissime fiabe. Prendete una cipolla, una carota e una costa di sedano, tritatele, fatele rosolare ecc., così iniziano un'infinità di ricette. Questa preparazione si chiama soffritto. Serve a dare corpo e spessore ai piatti. Va cotto a bassissima temperatura, io uso dire: sopra una candela, quella elevata lo brucia e lo rende amarognolo e indigesto.Quando sentite un retrogusto di cipolla dopo aver gustato un piatto, vuol dire che al 99 per cento dei casi è stata cotta a una temperatura troppo elevata.A volte, per esempio nel caso di un risotto, abbinare bene il soffritto al riso è praticamente impossibile. Infatti, se il soffritto richiede sempre una temperatura di cottura più bassa possibile, il riso diventa risotto solo grazie a una tostatura iniziale fatta a fuoco più che allegro: salvare capra e cavoli è impossibile, o la cipolla brucia o il riso non si tosta bene. Se si deve rosolare una carne per un brasato, cipolle e verdura non solo si bruciano, ma impicciano questa rosolatura, attenuandone il successo. Sono molti i casi come questi.Qual è la soluzione? Semplice. Fare il soffritto come si deve, a fuoco dolcissimo, levarlo dalla casseruola, tritarlo, tenerlo da parte e unirlo alla preparazione quando la temperatura di cottura sarà meno elevata. Ma c'è una soluzione anche migliore. Fate il soffritto, con calma, nella solita giornata uggiosa, quando non avete niente di meglio da fare. Conservatelo in frigo, dove dura senza problemi una settimana o in freezer, diviso in dosi standard, dove dura tre mesi, e aggiungetelo dove e quando serve, al momento giusto. Questa procedura fa guadagnare sempre tempo, l'ingrediente più prezioso, e migliora la qualità di un piatto, senza mai peggiorarla. È inutile riscaldarlo prima di utilizzarlo, toglietelo dal freezer due ore prima di utilizzarlo. Non spaventatevi e arrabbiatevi con me quando troverete nelle mie ricette l'indicazione di unire il soffritto a cucchiaiate. Se non l'avete pronto, basta farlo in un pentolino a parte e tritarlo, tutto qui.Calcolate che con una cipolla si fanno circa quattro cucchiai di soffritto di cipolle e con una cipolla, una carota e un gambo di sedano circa sei cucchiai di soffritto all'italiana.Due piccoli consigli finali. Un soffritto va preparato col burro, caso mai con lo strutto, molto più leggero di quanto chiunque pensi. Se proprio volete usare l'olio, dovrà essere extravergine d'oliva, ma non saporito, altrimenti il sapore d'oliva dominerà.Il soffritto non si sala, tanto non lo si mangia a cucchiaiate e salerete il piatto dove lo utilizzerete. In tutti i libri di cucina si consiglia di usare le spezie con moderazione. È giusto fare così. Ma c'è una spezia di cui tutti sempre abusiamo: il sale. Ne va messo poco, se e quanto necessario e all'ultimo momento. (Archivio Selexi) Secondo l'autore del brano, tutti i libri di cucina, correttamente, consigliano di: |
RISPOSTA   C'era una volta, così iniziano tantissime fiabe. Prendete una cipolla, una carota e una costa di sedano, tritatele, fatele rosolare ecc., così iniziano un'infinità di ricette. Questa preparazione si chiama soffritto. Serve a dare corpo e spessore ai piatti. Va cotto a bassissima temperatura, io uso dire: sopra una candela, quella elevata lo brucia e lo rende amarognolo e indigesto.Quando sentite un retrogusto di cipolla dopo aver gustato un piatto, vuol dire che al 99 per cento dei casi è stata cotta a una temperatura troppo elevata.A volte, per esempio nel caso di un risotto, abbinare bene il soffritto al riso è praticamente impossibile. Infatti, se il soffritto richiede sempre una temperatura di cottura più bassa possibile, il riso diventa risotto solo grazie a una tostatura iniziale fatta a fuoco più che allegro: salvare capra e cavoli è impossibile, o la cipolla brucia o il riso non si tosta bene. Se si deve rosolare una carne per un brasato, cipolle e verdura non solo si bruciano, ma impicciano questa rosolatura, attenuandone il successo. Sono molti i casi come questi.Qual è la soluzione? Semplice. Fare il soffritto come si deve, a fuoco dolcissimo, levarlo dalla casseruola, tritarlo, tenerlo da parte e unirlo alla preparazione quando la temperatura di cottura sarà meno elevata. Ma c'è una soluzione anche migliore. Fate il soffritto, con calma, nella solita giornata uggiosa, quando non avete niente di meglio da fare. Conservatelo in frigo, dove dura senza problemi una settimana o in freezer, diviso in dosi standard, dove dura tre mesi, e aggiungetelo dove e quando serve, al momento giusto. Questa procedura fa guadagnare sempre tempo, l'ingrediente più prezioso, e migliora la qualità di un piatto, senza mai peggiorarla. È inutile riscaldarlo prima di utilizzarlo, toglietelo dal freezer due ore prima di utilizzarlo. Non spaventatevi e arrabbiatevi con me quando troverete nelle mie ricette l'indicazione di unire il soffritto a cucchiaiate. Se non l'avete pronto, basta farlo in un pentolino a parte e tritarlo, tutto qui.Calcolate che con una cipolla si fanno circa quattro cucchiai di soffritto di cipolle e con una cipolla, una carota e un gambo di sedano circa sei cucchiai di soffritto all'italiana.Due piccoli consigli finali. Un soffritto va preparato col burro, caso mai con lo strutto, molto più leggero di quanto chiunque pensi. Se proprio volete usare l'olio, dovrà essere extravergine d'oliva, ma non saporito, altrimenti il sapore d'oliva dominerà.Il soffritto non si sala, tanto non lo si mangia a cucchiaiate e salerete il piatto dove lo utilizzerete. In tutti i libri di cucina si consiglia di usare le spezie con moderazione. È giusto fare così. Ma c'è una spezia di cui tutti sempre abusiamo: il sale. Ne va messo poco, se e quanto necessario e all'ultimo momento. (Archivio Selexi) Secondo l'autore del brano, il soffritto è utile per dare ai piatti: |
RISPOSTA   C'era una volta, così iniziano tantissime fiabe. Prendete una cipolla, una carota e una costa di sedano, tritatele, fatele rosolare ecc., così iniziano un'infinità di ricette. Questa preparazione si chiama soffritto. Serve a dare corpo e spessore ai piatti. Va cotto a bassissima temperatura, io uso dire: sopra una candela, quella elevata lo brucia e lo rende amarognolo e indigesto.Quando sentite un retrogusto di cipolla dopo aver gustato un piatto, vuol dire che al 99 per cento dei casi è stata cotta a una temperatura troppo elevata.A volte, per esempio nel caso di un risotto, abbinare bene il soffritto al riso è praticamente impossibile. Infatti, se il soffritto richiede sempre una temperatura di cottura più bassa possibile, il riso diventa risotto solo grazie a una tostatura iniziale fatta a fuoco più che allegro: salvare capra e cavoli è impossibile, o la cipolla brucia o il riso non si tosta bene. Se si deve rosolare una carne per un brasato, cipolle e verdura non solo si bruciano, ma impicciano questa rosolatura, attenuandone il successo. Sono molti i casi come questi.Qual è la soluzione? Semplice. Fare il soffritto come si deve, a fuoco dolcissimo, levarlo dalla casseruola, tritarlo, tenerlo da parte e unirlo alla preparazione quando la temperatura di cottura sarà meno elevata. Ma c'è una soluzione anche migliore. Fate il soffritto, con calma, nella solita giornata uggiosa, quando non avete niente di meglio da fare. Conservatelo in frigo, dove dura senza problemi una settimana o in freezer, diviso in dosi standard, dove dura tre mesi, e aggiungetelo dove e quando serve, al momento giusto. Questa procedura fa guadagnare sempre tempo, l'ingrediente più prezioso, e migliora la qualità di un piatto, senza mai peggiorarla. È inutile riscaldarlo prima di utilizzarlo, toglietelo dal freezer due ore prima di utilizzarlo. Non spaventatevi e arrabbiatevi con me quando troverete nelle mie ricette l'indicazione di unire il soffritto a cucchiaiate. Se non l'avete pronto, basta farlo in un pentolino a parte e tritarlo, tutto qui.Calcolate che con una cipolla si fanno circa quattro cucchiai di soffritto di cipolle e con una cipolla, una carota e un gambo di sedano circa sei cucchiai di soffritto all'italiana.Due piccoli consigli finali. Un soffritto va preparato col burro, caso mai con lo strutto, molto più leggero di quanto chiunque pensi. Se proprio volete usare l'olio, dovrà essere extravergine d'oliva, ma non saporito, altrimenti il sapore d'oliva dominerà.Il soffritto non si sala, tanto non lo si mangia a cucchiaiate e salerete il piatto dove lo utilizzerete. In tutti i libri di cucina si consiglia di usare le spezie con moderazione. È giusto fare così. Ma c'è una spezia di cui tutti sempre abusiamo: il sale. Ne va messo poco, se e quanto necessario e all'ultimo momento. (Archivio Selexi) Secondo l'autore del brano, quando si cucina, quali operazioni è impossibile svolgere bene nello stesso momento? |
RISPOSTA   Chi è tuo amico? Colui che sa apprezzare le tue qualità, che sa percepire i moti del tuo animo, con cui puoi confidarti sicuro di essere capito. Colui a cui puoi affidare il tuo denaro, i tuoi figli perché egli se ne prenderà cura come se fossero i suoi. Colui che ti consola, però sa anche dirti dove sbagli. Colui che ti consiglia sempre per il tuo bene e in modo da non offenderti, rispettando la tua dignità. Colui che non ti invidia, che non sparla di te e che invece ti difende dalle calunnie e dagli attacchi maligni. L'amicizia è una forma di amore impregnata, intessuta di eticità. L'amico sta dalla tua parte, ma esige da te un comportamento corretto come quello che egli impone a se stesso nei tuoi riguardi. Gli amici sono uguali nell'affetto, nei diritti e nei doveri.Esistono tre tipi di legami "amorosi". Quelli forti, quelli medi e quelli deboli. I legami deboli sono quelli che stabiliamo con i conoscenti, i colleghi, i vicini verso i quali non proviamo né forti sentimenti né particolari doveri. Quando li lasciamo non ne sentiamo la mancanza. Anche i legami di affari e le alleanze politiche sono, di solito, deboli. Infatti si fanno e si sciolgono in continuazione con il mutare delle strategie di lotta.I legami forti invece resistono al tempo e alle frustrazioni. Come quelli che si stabiliscono fra genitori e figli e viceversa. La madre sta dalla parte del figlio qualunque cosa faccia, anche se lui la tratta male, se mente, se la deruba, se la fa soffrire. L'amore della madre è al di là del bene e del male. Ma sono forti anche i legami che si stabiliscono con l'innamoramento. L'innamorato può amare qualcuno che non lo corrisponde, che lo tradisce. Gli innamorati si lasciano e si ritrovano piangendo, si accusano e si perdonano.Vi sono infine legami forti di tipo ideologico o religioso nei riguardi del proprio partito, della propria chiesa e del proprio capo.Il rapporto con gli amici, invece, appartiene alla categoria dei legami medi. Mentre l'innamoramento spinge i due amanti a fondersi, a mutare, l'amicizia si costituisce lentamente, per incontri successivi e ogni individuo resta se stesso. Essa non chiede ai due individui di sradicarsi dal proprio passato, di rinascere, di costituire una nuova entità sociale che riorganizza il proprio mondo. Naturalmente anche gli amici finiscono per avere punti di vista simili, per condividere molti valori. Ma come individualità distinte, ciascuna con il suo mondo privato, che l'altro deve rispettare e, anzi, proteggere. Per questo l'amicizia è libera, serena, non oppressiva. Per questo però è anche fragile e richiede attenzione e delicatezza. (Archivio Selexi) Nel brano si afferma che i legami lavorativi sono: |
RISPOSTA   Chi è tuo amico? Colui che sa apprezzare le tue qualità, che sa percepire i moti del tuo animo, con cui puoi confidarti sicuro di essere capito. Colui a cui puoi affidare il tuo denaro, i tuoi figli perché egli se ne prenderà cura come se fossero i suoi. Colui che ti consola, però sa anche dirti dove sbagli. Colui che ti consiglia sempre per il tuo bene e in modo da non offenderti, rispettando la tua dignità. Colui che non ti invidia, che non sparla di te e che invece ti difende dalle calunnie e dagli attacchi maligni. L'amicizia è una forma di amore impregnata, intessuta di eticità. L'amico sta dalla tua parte, ma esige da te un comportamento corretto come quello che egli impone a se stesso nei tuoi riguardi. Gli amici sono uguali nell'affetto, nei diritti e nei doveri.Esistono tre tipi di legami "amorosi". Quelli forti, quelli medi e quelli deboli. I legami deboli sono quelli che stabiliamo con i conoscenti, i colleghi, i vicini verso i quali non proviamo né forti sentimenti né particolari doveri. Quando li lasciamo non ne sentiamo la mancanza. Anche i legami di affari e le alleanze politiche sono, di solito, deboli. Infatti si fanno e si sciolgono in continuazione con il mutare delle strategie di lotta.I legami forti invece resistono al tempo e alle frustrazioni. Come quelli che si stabiliscono fra genitori e figli e viceversa. La madre sta dalla parte del figlio qualunque cosa faccia, anche se lui la tratta male, se mente, se la deruba, se la fa soffrire. L'amore della madre è al di là del bene e del male. Ma sono forti anche i legami che si stabiliscono con l'innamoramento. L'innamorato può amare qualcuno che non lo corrisponde, che lo tradisce. Gli innamorati si lasciano e si ritrovano piangendo, si accusano e si perdonano.Vi sono infine legami forti di tipo ideologico o religioso nei riguardi del proprio partito, della propria chiesa e del proprio capo.Il rapporto con gli amici, invece, appartiene alla categoria dei legami medi. Mentre l'innamoramento spinge i due amanti a fondersi, a mutare, l'amicizia si costituisce lentamente, per incontri successivi e ogni individuo resta se stesso. Essa non chiede ai due individui di sradicarsi dal proprio passato, di rinascere, di costituire una nuova entità sociale che riorganizza il proprio mondo. Naturalmente anche gli amici finiscono per avere punti di vista simili, per condividere molti valori. Ma come individualità distinte, ciascuna con il suo mondo privato, che l'altro deve rispettare e, anzi, proteggere. Per questo l'amicizia è libera, serena, non oppressiva. Per questo però è anche fragile e richiede attenzione e delicatezza. (Archivio Selexi) In base a quanto scritto nel brano, cosa distingue l'amicizia dall'innamoramento? |
RISPOSTA   Circondarono il cespuglio ma la scrofa se ne andò, portandosi via un'altra lancia nel fianco. Quello strascico di lance la impacciava, e le punte aguzze, infilate di sbieco, erano un tormento. Essa andò a sbattere contro un albero, cacciandosi ancora più addentro una delle lance; dopo di che chiunque dei cacciatori poteva inseguirla facilmente, tanto copioso era il sangue che perdeva. Il pomeriggio passava, nebbioso e paurosamente soffocante; la scrofa continuava a scappare davanti a loro, perdendo sangue, barcollando come pazza, e i cacciatori le andavano dietro, posseduti da una gioia feroce, eccitati del lungo inseguimento e da tutto quel sangue. Ormai la potevano vedere, quasi la raggiungevano, ma essa saettò via con le sue ultime forze e riprese una certa distanza. Le erano proprio dietro quando essa arrivò, barcollando, ad una radura dove crescevano dei bei fiori e delle farfalle danzavano una intorno all'altra e l'aria era calda e ferma.Qui, abbattuta dal calore, la scrofa piombò al suolo, e i cacciatori si gettarono su di lei. Quella spaventosa irruzione fuori da un mondo conosciuto la rese frenetica: strillava e saltava, e l'aria era piena di sudore e di fracasso e di sangue e di terrore. Ruggero correva intorno al mucchio, spingendo con forza la sua lancia ogni volta che vedeva la carne della scrofa: Jack le balzò sul dorso e piantò giù il coltello: Ruggero trovò un punto che cedeva e cominciò a spingere, buttandosi sul bastone con tutte le sue forze. Adagio adagio la lancia penetrava e gli strilli terrorizzati divennero un grido solo, altissimo. Poi Jack trovò la gola, e il sangue gli sprizzò sulle mani, caldo caldo. La scrofa si accasciò sotto di loro ed essi le furono sopra con tutto il loro peso, appagati finalmente. Le farfalle danzavano sempre, distratte in mezzo alla radura. (W. Goldin, "Il signore delle mosche", Bibliotex) Quale dei seguenti titoli meglio si adatta al contenuto del brano? |
RISPOSTA   Città del Messico è una città di superlativi: è insieme la più antica (669 anni) e la più alta (2240 metri) città del continente nordamericano e, con i suoi 22 milioni di abitanti, è la più popolosa del mondo. È il centro della vita culturale, politica e finanziaria del Messico, in cui è ancora molto radicata l'eredità azteca.Per capire Città del Messico, è necessario conoscere com'era prima dell'arrivo dei conquistadores spagnoli nel XVI secolo: la raffinata e prospera capitale della civiltà azteca. Un migliaio di anni dopo la fine della grande città tolteca di Teotihuacan, gli Aztechi, che vagavano in cerca della terra promessa da una profezia, costruirono la loro città dopo avere incontrato un'aquila, che teneva un serpente nel becco, appollaiata sul ramo di uno spinoso fico d'india. Nel 1325, la data ufficiale della fondazione di Città del Messico (su cui però non tutti gli storici sono d'accordo), la città fu fondata in quello stesso luogo. Tenochtitlan, questo era il suo nome, era perfino allora la più grande città dell'emisfero ovest e, secondo gli storici, una delle tre più grandi della terra. Tenochtitlan occupava quella che era allora un'isola nel basso lago Texcoco, unita ad altre città satellite sulle rive (oggi quartieri) da una rete di calzadas (canali e sopraelevate; oggi superstrade). Quando il conquistador spagnolo Hernan Cortés mise gli occhi sulla città per la prima volta, fu abbagliato dalla splendida metropoli, che a lui e ai suoi uomini ricordava Venezia.La conquista fu resa possibile da una serie di fattori: il superstizioso imperatore azteco Montezuma II credette che il bianco, barbuto Cortés a cavallo fosse un discendente del potente serpente-dio Quetzalcoatl, il quale, secondo una profezia tragicamente ironica, era atteso dall'est nell'anno 1519 per governare quella terra. Di conseguenza, Montezuma accolse il forestiero, offrendogli oro e una sfarzosa sistemazione.Come ricompensa, Cortés iniziò lo sterminio della popolazione di Tenochtitlan, che andò avanti per almeno due anni. Si unì a lui un enorme esercito di indios che odiavano Tenochtitlan, raccolti da altre colonie, ormai stanchi di sopportare il dominio e di pagare le tasse dell'impero azteco. Cortés riuscì a distruggere Tenochtitlan con la forza del loro esercito, un sistema di brigantini costruiti appositamente per attraversare il lago, con i cavalli, con le armi da fuoco e con le armature importate dall'Europa; il vaiolo e il raffreddore, inoltre, contribuirono a falcidiare la popolazione. Solo due secoli dopo la sua fondazione, la giovane capitale azteca giaceva in rovina, con circa metà della sua popolazione decimata dalla battaglia, dalla fame e dalle contagiose epidemie europee contro cui non avevano difesa.La conquista portò alla formazione di una nuova cultura, che è qualcosa di più della combinazione delle sue distinte componenti etniche; una filosofica targa del 1964 nella Plaza de las Tres Culturas (Piazza delle Tre Culture), a nord del centro, riassume molto bene la fisionomia generale della città, affermando: "Il 13 agosto 1521, difesa dall'eroico Cuauhtémoc (successore di Montezuma), Tlatelolco cadde sotto il potere di Hernan Cortés. Non fu né un trionfo né una sconfitta. Fu la nascita sofferta della nazione messicana".Cortés iniziò a costruire Città del Messico, la capitale di quella che lui chiamò patriotticamente Nuova Spagna, la colonia dell'Impero spagnolo destinata a espandersi verso nord, coprendo quelli che sono ora gli Stati Uniti del sud e, verso sud, in direzione di Panama. Nel luogo del distrutto centro rituale azteco - oggi lo Zocalo - cominciò a costruire una chiesa (antenata della gigantesca Cattedrale Metropolitana), ville ed edifici governativi. (Archivio Selexi) In quale secolo gli Spagnoli sterminarono la civiltà azteca? |
RISPOSTA   Città del Messico è una città di superlativi: è insieme la più antica (669 anni) e la più alta (2240 metri) città del continente nordamericano e, con i suoi 22 milioni di abitanti, è la più popolosa del mondo. È il centro della vita culturale, politica e finanziaria del Messico, in cui è ancora molto radicata l'eredità azteca.Per capire Città del Messico, è necessario conoscere com'era prima dell'arrivo dei conquistadores spagnoli nel XVI secolo: la raffinata e prospera capitale della civiltà azteca. Un migliaio di anni dopo la fine della grande città tolteca di Teotihuacan, gli Aztechi, che vagavano in cerca della terra promessa da una profezia, costruirono la loro città dopo avere incontrato un'aquila, che teneva un serpente nel becco, appollaiata sul ramo di uno spinoso fico d'india. Nel 1325, la data ufficiale della fondazione di Città del Messico (su cui però non tutti gli storici sono d'accordo), la città fu fondata in quello stesso luogo. Tenochtitlan, questo era il suo nome, era perfino allora la più grande città dell'emisfero ovest e, secondo gli storici, una delle tre più grandi della terra. Tenochtitlan occupava quella che era allora un'isola nel basso lago Texcoco, unita ad altre città satellite sulle rive (oggi quartieri) da una rete di calzadas (canali e sopraelevate; oggi superstrade). Quando il conquistador spagnolo Hernan Cortés mise gli occhi sulla città per la prima volta, fu abbagliato dalla splendida metropoli, che a lui e ai suoi uomini ricordava Venezia.La conquista fu resa possibile da una serie di fattori: il superstizioso imperatore azteco Montezuma II credette che il bianco, barbuto Cortés a cavallo fosse un discendente del potente serpente-dio Quetzalcoatl, il quale, secondo una profezia tragicamente ironica, era atteso dall'est nell'anno 1519 per governare quella terra. Di conseguenza, Montezuma accolse il forestiero, offrendogli oro e una sfarzosa sistemazione.Come ricompensa, Cortés iniziò lo sterminio della popolazione di Tenochtitlan, che andò avanti per almeno due anni. Si unì a lui un enorme esercito di indios che odiavano Tenochtitlan, raccolti da altre colonie, ormai stanchi di sopportare il dominio e di pagare le tasse dell'impero azteco. Cortés riuscì a distruggere Tenochtitlan con la forza del loro esercito, un sistema di brigantini costruiti appositamente per attraversare il lago, con i cavalli, con le armi da fuoco e con le armature importate dall'Europa; il vaiolo e il raffreddore, inoltre, contribuirono a falcidiare la popolazione. Solo due secoli dopo la sua fondazione, la giovane capitale azteca giaceva in rovina, con circa metà della sua popolazione decimata dalla battaglia, dalla fame e dalle contagiose epidemie europee contro cui non avevano difesa.La conquista portò alla formazione di una nuova cultura, che è qualcosa di più della combinazione delle sue distinte componenti etniche; una filosofica targa del 1964 nella Plaza de las Tres Culturas (Piazza delle Tre Culture), a nord del centro, riassume molto bene la fisionomia generale della città, affermando: "Il 13 agosto 1521, difesa dall'eroico Cuauhtémoc (successore di Montezuma), Tlatelolco cadde sotto il potere di Hernan Cortés. Non fu né un trionfo né una sconfitta. Fu la nascita sofferta della nazione messicana".Cortés iniziò a costruire Città del Messico, la capitale di quella che lui chiamò patriotticamente Nuova Spagna, la colonia dell'Impero spagnolo destinata a espandersi verso nord, coprendo quelli che sono ora gli Stati Uniti del sud e, verso sud, in direzione di Panama. Nel luogo del distrutto centro rituale azteco - oggi lo Zocalo - cominciò a costruire una chiesa (antenata della gigantesca Cattedrale Metropolitana), ville ed edifici governativi. (Archivio Selexi) Dal brano è possibile dedurre che l'antico nome di Città del Messico era: |
RISPOSTA   Città del Messico è una città di superlativi: è insieme la più antica (669 anni) e la più alta (2240 metri) città del continente nordamericano e, con i suoi 22 milioni di abitanti, è la più popolosa del mondo. È il centro della vita culturale, politica e finanziaria del Messico, in cui è ancora molto radicata l'eredità azteca.Per capire Città del Messico, è necessario conoscere com'era prima dell'arrivo dei conquistadores spagnoli nel XVI secolo: la raffinata e prospera capitale della civiltà azteca. Un migliaio di anni dopo la fine della grande città tolteca di Teotihuacan, gli Aztechi, che vagavano in cerca della terra promessa da una profezia, costruirono la loro città dopo avere incontrato un'aquila, che teneva un serpente nel becco, appollaiata sul ramo di uno spinoso fico d'india. Nel 1325, la data ufficiale della fondazione di Città del Messico (su cui però non tutti gli storici sono d'accordo), la città fu fondata in quello stesso luogo. Tenochtitlan, questo era il suo nome, era perfino allora la più grande città dell'emisfero ovest e, secondo gli storici, una delle tre più grandi della terra. Tenochtitlan occupava quella che era allora un'isola nel basso lago Texcoco, unita ad altre città satellite sulle rive (oggi quartieri) da una rete di calzadas (canali e sopraelevate; oggi superstrade). Quando il conquistador spagnolo Hernan Cortés mise gli occhi sulla città per la prima volta, fu abbagliato dalla splendida metropoli, che a lui e ai suoi uomini ricordava Venezia.La conquista fu resa possibile da una serie di fattori: il superstizioso imperatore azteco Montezuma II credette che il bianco, barbuto Cortés a cavallo fosse un discendente del potente serpente-dio Quetzalcoatl, il quale, secondo una profezia tragicamente ironica, era atteso dall'est nell'anno 1519 per governare quella terra. Di conseguenza, Montezuma accolse il forestiero, offrendogli oro e una sfarzosa sistemazione.Come ricompensa, Cortés iniziò lo sterminio della popolazione di Tenochtitlan, che andò avanti per almeno due anni. Si unì a lui un enorme esercito di indios che odiavano Tenochtitlan, raccolti da altre colonie, ormai stanchi di sopportare il dominio e di pagare le tasse dell'impero azteco. Cortés riuscì a distruggere Tenochtitlan con la forza del loro esercito, un sistema di brigantini costruiti appositamente per attraversare il lago, con i cavalli, con le armi da fuoco e con le armature importate dall'Europa; il vaiolo e il raffreddore, inoltre, contribuirono a falcidiare la popolazione. Solo due secoli dopo la sua fondazione, la giovane capitale azteca giaceva in rovina, con circa metà della sua popolazione decimata dalla battaglia, dalla fame e dalle contagiose epidemie europee contro cui non avevano difesa.La conquista portò alla formazione di una nuova cultura, che è qualcosa di più della combinazione delle sue distinte componenti etniche; una filosofica targa del 1964 nella Plaza de las Tres Culturas (Piazza delle Tre Culture), a nord del centro, riassume molto bene la fisionomia generale della città, affermando: "Il 13 agosto 1521, difesa dall'eroico Cuauhtémoc (successore di Montezuma), Tlatelolco cadde sotto il potere di Hernan Cortés. Non fu né un trionfo né una sconfitta. Fu la nascita sofferta della nazione messicana".Cortés iniziò a costruire Città del Messico, la capitale di quella che lui chiamò patriotticamente Nuova Spagna, la colonia dell'Impero spagnolo destinata a espandersi verso nord, coprendo quelli che sono ora gli Stati Uniti del sud e, verso sud, in direzione di Panama. Nel luogo del distrutto centro rituale azteco - oggi lo Zocalo - cominciò a costruire una chiesa (antenata della gigantesca Cattedrale Metropolitana), ville ed edifici governativi. (Archivio Selexi) Quale dei seguenti fattori NON contribuì alla sconfitta azteca contro gli spagnoli? |
RISPOSTA   Come paragonare il mondo dei nostri giorni con quello del 1914? Oggi sulla terra vi sono cinque o sei miliardi di persone, forse tre volte di più di quante ve ne fossero allo scoppio della prima guerra mondiale, e questa crescita è avvenuta nonostante il fatto che durante il Secolo breve siano stati uccisi o lasciati morire per decisione dell'uomo tanti esseri umani quanti mai prima nella storia. Una stima recente delle grandi stragi del nostro secolo registra 187 milioni di morti (Brzezinski, 1993), che equivalgono a un rapporto di più di uno su dieci sul totale della popolazione mondiale del 1900. Ai nostri giorni la popolazione non è solo cresciuta numericamente, ma anche in peso e in altezza rispetto alle generazioni precedenti; inoltre è meglio nutrita e vive più a lungo, nonostante le catastrofi avvenute in Africa, in America latina e nell'ex URSS negli anni '80 e '90 sembrino indicarci il contrario. Il mondo è incomparabilmente più ricco di quanto lo sia mai stato prima, sia nella capacità di produrre beni e servizi sia nella loro varietà illimitata. Se così non fosse, non potrebbe sussistere una popolazione mondiale assai più numerosa di quanto sia mai accaduto sinora nella storia. Fino agli anni '80, nelle economie avanzate, la maggior parte delle persone ha avuto un tenore di vita superiore a quello dei propri genitori e superiore alle loro aspettative o perfino a quanto avessero mai potuto immaginare. A metà del secolo, per alcuni decenni, sembrò che si fosse trovato il metodo per distribuire con una certa equità almeno una parte di questa enorme ricchezza alle classi lavoratrici dei Paesi più ricchi, ma alla fine del secolo l'ineguaglianza ha preso di nuovo il sopravvento. Essa si è anche massicciamente introdotta nei Paesi ex socialisti, dove in precedenza regnava una certa eguaglianza dovuta a una generale povertà.Oggi l'umanità ha un grado di istruzione di gran lunga più alto di quello che aveva nel 1914. Per la prima volta nella storia, la maggior parte del genere umano può essere considerata come alfabetizzata, anche se il significato di questo dato è assai meno chiaro ai nostri giorni di quanto lo fosse nel 1914, visto l'enorme e crescente divario che esiste tra il grado minimo di istruzione ufficialmente richiesto per essere considerati alfabetizzati, spesso prossimo a un analfabetismo effettivo, e l'alta padronanza nella lettura e nella scrittura che si richiede a livello delle élite. Il mondo è permeato da una tecnologia rivoluzionaria in costante progresso, basata sui trionfi della scienza, che poteva essere prevista nel 1914, ma che allora era appena iniziata a livello pionieristico. Forse la conseguenza pratica più evidente di questo progresso tecnologico è stata una rivoluzione nei trasporti e nelle comunicazioni che ha pressoché annullato il tempo e la distanza. Oggi nel mondo le informazioni e gli spettacoli sono disponibili ogni giorno, ogni ora, in ogni casa, a un grado superiore a quello concesso alle stesse famiglie imperiali nel 1914. Le persone possono parlarsi attraverso gli oceani e i continenti premendo pochi pulsanti e, dal punto di vista pratico, quasi tutti i vantaggi culturali della città sulla campagna sono stati annullati.Perché, dunque, il secolo non è finito con la celebrazione di questo progresso meraviglioso e incomparabile e invece si diffonde un senso di disagio e di inquietudine? Perché tanti studiosi guardano al secolo trascorso senza soddisfazione e certamente senza fiducia nel futuro? Non solo perché si è trattato del secolo più sanguinario che la storia ricordi, per la dimensione, la frequenza e la durata delle guerre che lo hanno costellato, cessate solo per un attimo negli anni '20, ma anche perché esso ha prodotto catastrofi umane senza precedenti, dalle più grandi carestie mai avvenute nella storia al genocidio sistematico. (da: E. Hobsbawm, "Il secolo breve") Secondo l'autore del brano, oggi il grado di istruzione dell'umanità è aumentato anche perché: |
RISPOSTA   Come paragonare il mondo dei nostri giorni con quello del 1914? Oggi sulla terra vi sono cinque o sei miliardi di persone, forse tre volte di più di quante ve ne fossero allo scoppio della prima guerra mondiale, e questa crescita è avvenuta nonostante il fatto che durante il Secolo breve siano stati uccisi o lasciati morire per decisione dell'uomo tanti esseri umani quanti mai prima nella storia. Una stima recente delle grandi stragi del nostro secolo registra 187 milioni di morti (Brzezinski, 1993), che equivalgono a un rapporto di più di uno su dieci sul totale della popolazione mondiale del 1900. Ai nostri giorni la popolazione non è solo cresciuta numericamente, ma anche in peso e in altezza rispetto alle generazioni precedenti; inoltre è meglio nutrita e vive più a lungo, nonostante le catastrofi avvenute in Africa, in America latina e nell'ex URSS negli anni '80 e '90 sembrino indicarci il contrario. Il mondo è incomparabilmente più ricco di quanto lo sia mai stato prima, sia nella capacità di produrre beni e servizi sia nella loro varietà illimitata. Se così non fosse, non potrebbe sussistere una popolazione mondiale assai più numerosa di quanto sia mai accaduto sinora nella storia. Fino agli anni '80, nelle economie avanzate, la maggior parte delle persone ha avuto un tenore di vita superiore a quello dei propri genitori e superiore alle loro aspettative o perfino a quanto avessero mai potuto immaginare. A metà del secolo, per alcuni decenni, sembrò che si fosse trovato il metodo per distribuire con una certa equità almeno una parte di questa enorme ricchezza alle classi lavoratrici dei Paesi più ricchi, ma alla fine del secolo l'ineguaglianza ha preso di nuovo il sopravvento. Essa si è anche massicciamente introdotta nei Paesi ex socialisti, dove in precedenza regnava una certa eguaglianza dovuta a una generale povertà.Oggi l'umanità ha un grado di istruzione di gran lunga più alto di quello che aveva nel 1914. Per la prima volta nella storia, la maggior parte del genere umano può essere considerata come alfabetizzata, anche se il significato di questo dato è assai meno chiaro ai nostri giorni di quanto lo fosse nel 1914, visto l'enorme e crescente divario che esiste tra il grado minimo di istruzione ufficialmente richiesto per essere considerati alfabetizzati, spesso prossimo a un analfabetismo effettivo, e l'alta padronanza nella lettura e nella scrittura che si richiede a livello delle élite. Il mondo è permeato da una tecnologia rivoluzionaria in costante progresso, basata sui trionfi della scienza, che poteva essere prevista nel 1914, ma che allora era appena iniziata a livello pionieristico. Forse la conseguenza pratica più evidente di questo progresso tecnologico è stata una rivoluzione nei trasporti e nelle comunicazioni che ha pressoché annullato il tempo e la distanza. Oggi nel mondo le informazioni e gli spettacoli sono disponibili ogni giorno, ogni ora, in ogni casa, a un grado superiore a quello concesso alle stesse famiglie imperiali nel 1914. Le persone possono parlarsi attraverso gli oceani e i continenti premendo pochi pulsanti e, dal punto di vista pratico, quasi tutti i vantaggi culturali della città sulla campagna sono stati annullati.Perché, dunque, il secolo non è finito con la celebrazione di questo progresso meraviglioso e incomparabile e invece si diffonde un senso di disagio e di inquietudine? Perché tanti studiosi guardano al secolo trascorso senza soddisfazione e certamente senza fiducia nel futuro? Non solo perché si è trattato del secolo più sanguinario che la storia ricordi, per la dimensione, la frequenza e la durata delle guerre che lo hanno costellato, cessate solo per un attimo negli anni '20, ma anche perché esso ha prodotto catastrofi umane senza precedenti, dalle più grandi carestie mai avvenute nella storia al genocidio sistematico. (da: E. Hobsbawm, "Il secolo breve") Secondo quanto affermato nel brano, nel corso del '900: |
RISPOSTA   Come paragonare il mondo dei nostri giorni con quello del 1914? Oggi sulla terra vi sono cinque o sei miliardi di persone, forse tre volte di più di quante ve ne fossero allo scoppio della prima guerra mondiale, e questa crescita è avvenuta nonostante il fatto che durante il Secolo breve siano stati uccisi o lasciati morire per decisione dell'uomo tanti esseri umani quanti mai prima nella storia. Una stima recente delle grandi stragi del nostro secolo registra 187 milioni di morti (Brzezinski, 1993), che equivalgono a un rapporto di più di uno su dieci sul totale della popolazione mondiale del 1900. Ai nostri giorni la popolazione non è solo cresciuta numericamente, ma anche in peso e in altezza rispetto alle generazioni precedenti; inoltre è meglio nutrita e vive più a lungo, nonostante le catastrofi avvenute in Africa, in America latina e nell'ex URSS negli anni '80 e '90 sembrino indicarci il contrario. Il mondo è incomparabilmente più ricco di quanto lo sia mai stato prima, sia nella capacità di produrre beni e servizi sia nella loro varietà illimitata. Se così non fosse, non potrebbe sussistere una popolazione mondiale assai più numerosa di quanto sia mai accaduto sinora nella storia. Fino agli anni '80, nelle economie avanzate, la maggior parte delle persone ha avuto un tenore di vita superiore a quello dei propri genitori e superiore alle loro aspettative o perfino a quanto avessero mai potuto immaginare. A metà del secolo, per alcuni decenni, sembrò che si fosse trovato il metodo per distribuire con una certa equità almeno una parte di questa enorme ricchezza alle classi lavoratrici dei Paesi più ricchi, ma alla fine del secolo l'ineguaglianza ha preso di nuovo il sopravvento. Essa si è anche massicciamente introdotta nei Paesi ex socialisti, dove in precedenza regnava una certa eguaglianza dovuta a una generale povertà.Oggi l'umanità ha un grado di istruzione di gran lunga più alto di quello che aveva nel 1914. Per la prima volta nella storia, la maggior parte del genere umano può essere considerata come alfabetizzata, anche se il significato di questo dato è assai meno chiaro ai nostri giorni di quanto lo fosse nel 1914, visto l'enorme e crescente divario che esiste tra il grado minimo di istruzione ufficialmente richiesto per essere considerati alfabetizzati, spesso prossimo a un analfabetismo effettivo, e l'alta padronanza nella lettura e nella scrittura che si richiede a livello delle élite. Il mondo è permeato da una tecnologia rivoluzionaria in costante progresso, basata sui trionfi della scienza, che poteva essere prevista nel 1914, ma che allora era appena iniziata a livello pionieristico. Forse la conseguenza pratica più evidente di questo progresso tecnologico è stata una rivoluzione nei trasporti e nelle comunicazioni che ha pressoché annullato il tempo e la distanza. Oggi nel mondo le informazioni e gli spettacoli sono disponibili ogni giorno, ogni ora, in ogni casa, a un grado superiore a quello concesso alle stesse famiglie imperiali nel 1914. Le persone possono parlarsi attraverso gli oceani e i continenti premendo pochi pulsanti e, dal punto di vista pratico, quasi tutti i vantaggi culturali della città sulla campagna sono stati annullati.Perché, dunque, il secolo non è finito con la celebrazione di questo progresso meraviglioso e incomparabile e invece si diffonde un senso di disagio e di inquietudine? Perché tanti studiosi guardano al secolo trascorso senza soddisfazione e certamente senza fiducia nel futuro? Non solo perché si è trattato del secolo più sanguinario che la storia ricordi, per la dimensione, la frequenza e la durata delle guerre che lo hanno costellato, cessate solo per un attimo negli anni '20, ma anche perché esso ha prodotto catastrofi umane senza precedenti, dalle più grandi carestie mai avvenute nella storia al genocidio sistematico. (da: E. Hobsbawm, "Il secolo breve") L'autore guarda alla storia del '900 con un sentimento di: |
RISPOSTA   Comunque, e in conclusione, una cosa mi sembra debba risultare ben chiara. Per quanto possano essere stretti i legami della filosofia con la politica, per quanto la filosofia possa e debba essere politica, ciò non significa e non significherà mai (a meno di alterare in modo totale il significato tradizionale delle parole) che il filosofo, come tale, possa trasformarsi in propagandista politico.E questo per due motivi. La propaganda come tale mira alla persuasione, comunque ottenuta (o, se si vuole, ottenuta con mezzi segnici - discorsi, immagini ecc., ma comunque usati); la filosofia come tale mira anch'essa a ottenere la persuasione, ma uno, e un solo tipo di persuasione (quindi con il solo impiego dei mezzi discorsivi atti a questo scopo): la persuasione razionale, fondata sulla verifica. Ora, se si vuole chiamare "propaganda" qualsiasi attività volta alla persuasione altrui, anche il filosofo è un propagandista: ma la sua persuasione può essere solo razionale e logica (concerne la verità, non le emozioni), e i soli mezzi che può impiegare sono quelli della dimostrazione e della prova. Il che, ovviamente, non corrisponde affatto a ciò che di solito si intende con la parola "propaganda", cioè con un discorso avente fini pratici immediati, facente leva su emozioni di massa, tale che non si appella alle abitudini di verifica e deduzione, ma piuttosto a quelle di associazioni immediate tra certi segni e certi comportamenti ecc.Ma forse c'è stato di più. "Cultura" è azione consapevole - consapevole non solo dei mezzi usati, ma dei fini perseguiti e del loro valore. La propaganda è pura tecnica: il propagandista, come tale, è un tecnico, e come tutti i tecnici (come tali) o ignora i fini per cui opera o li accetta senza proporsi un'indagine intorno al loro valore - come ogni tecnica, la propaganda subisce una certa situazione e opera in essa senza sottoporla a critica. Essa rischia quindi di essere anticultura, quindi, a fortiori, di essere antifilosofia. (Archivio Selexi) In base a quanto sostenuto nel brano, è possibile affermare che: |
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Assumere una maschera triste oppure allegra, così come travestirsi con abiti aristocratici o plebei, implica una scelta di ruolo; chiunque abbia partecipato a una festa in maschera, al Carnevale di Venezia, alla sfilata di Viareggio, sa che il comportamento di ciascuno si modella sul personaggio interpretato.Nell'assunzione del ruolo si esprime una ricerca di identificazione, spesso il desiderio di sperimentare, sia pure per un breve tempo e in un contesto particolare, un'altra vita. Desiderio di tutti e di tutte le epoche, come è testimoniato dalle rappresentazioni drammatiche e teatrali e, perché no, dalla complicità con cui vengono accolte le maschere. Il travestimento è una cosa seria.Bisogna stare al gioco sia da interpreti sia da spettatori. Si dà luogo a un effetto catartico, di scarica delle tensioni cui condanna la consueta realtà: il dirigente d'azienda si veste da Pierrot e l'educatrice da Angelica o da Gianburrasca; a loro volta, uno studente del primo anno di fisica può impersonare Einstein, manifestando un'ambizione che non confesserebbe neppure a se stesso, e un impiegato di banca travestirsi da Gengis Khan.Per qualche ora, per un giorno, ciò è perfettamente lecito. Dà il piacere dell'insolito. Permette all'altra parte di sé di manifestarsi e l'esperienza non è fonte di ansia perché non viene posto davvero in discussione il proprio modo di essere. Gli altri non conoscono la nostra vera identità; si può ridere, parlare forte, lasciarsi andare a scherzi un po' spinti. E se la conoscono fa lo stesso. Tutti stanno al gioco.Purtroppo l'allentarsi delle inibizioni può anche condurre a eccessi pericolosi e asociali. Non a caso l'indossare in pubblico una maschera è vietato da molte legislazioni.Mutarsi il volto con un'immagine tragica o buffonesca sia pure di cartapesta, con un viso anonimo o celebre, costituisce anche una rivalsa della gente comune. Come sarebbe altrimenti possibile a chi non è professionista della parola e del gesto impersonare dignitosamente stati d'animo, personaggi, situazioni? La maschera dà sicurezza, permette di calarsi nella parte prescelta senza troppi problemi e di tornare se stessi in modo assai semplice: basta toglierla.Addestramento e sensibilità interpretativa sono invece richiesti in abbondanza agli attori. Essi devono saper evidenziare le azioni (movimenti, parole, discorsi) che le persone pongono in essere per averle coscientemente apprese oppure assimilate in maniera inconsapevole o perché innate. E così pure devono individuare gli atti, ovvero i contenuti intenzionali delle azioni. Accentuare taluni aspetti o certi altri, a seconda dei casi, significa interpretare tipi umani diversi.Nell'osservazione del comportamento altrui l'attore si comporta dunque come un etologo attento a cogliere azioni, atti, gesti caratteristici. E su questi ultimi si sofferma specialmente quel tipo particolare di attore che è il mimo. Egli infatti comunica con il pubblico mediante idonei segnali visivi che, secondo le classificazioni proposte dal noto etologo Desmond Morris, rientrano principalmente nelle categorie dei gesti espressivi, schematici, simbolici e propriamente mimici. (Archivio Selexi) Quale delle seguenti affermazioni è deducibile dal brano?
Città del Messico è una città di superlativi: è insieme la più antica (669 anni) e la più alta (2240 metri) città del continente nordamericano e, con i suoi 22 milioni di abitanti, è la più popolosa del mondo. È il centro della vita culturale, politica e finanziaria del Messico, in cui è ancora molto radicata l'eredità azteca.Per capire Città del Messico, è necessario conoscere com'era prima dell'arrivo dei conquistadores spagnoli nel XVI secolo: la raffinata e prospera capitale della civiltà azteca. Un migliaio di anni dopo la fine della grande città tolteca di Teotihuacan, gli Aztechi, che vagavano in cerca della terra promessa da una profezia, costruirono la loro città dopo avere incontrato un'aquila, che teneva un serpente nel becco, appollaiata sul ramo di uno spinoso fico d'india. Nel 1325, la data ufficiale della fondazione di Città del Messico (su cui però non tutti gli storici sono d'accordo), la città fu fondata in quello stesso luogo. Tenochtitlan, questo era il suo nome, era perfino allora la più grande città dell'emisfero ovest e, secondo gli storici, una delle tre più grandi della terra. Tenochtitlan occupava quella che era allora un'isola nel basso lago Texcoco, unita ad altre città satellite sulle rive (oggi quartieri) da una rete di calzadas (canali e sopraelevate; oggi superstrade). Quando il conquistador spagnolo Hernan Cortés mise gli occhi sulla città per la prima volta, fu abbagliato dalla splendida metropoli, che a lui e ai suoi uomini ricordava Venezia.La conquista fu resa possibile da una serie di fattori: il superstizioso imperatore azteco Montezuma II credette che il bianco, barbuto Cortés a cavallo fosse un discendente del potente serpente-dio Quetzalcoatl, il quale, secondo una profezia tragicamente ironica, era atteso dall'est nell'anno 1519 per governare quella terra. Di conseguenza, Montezuma accolse il forestiero, offrendogli oro e una sfarzosa sistemazione.Come ricompensa, Cortés iniziò lo sterminio della popolazione di Tenochtitlan, che andò avanti per almeno due anni. Si unì a lui un enorme esercito di indios che odiavano Tenochtitlan, raccolti da altre colonie, ormai stanchi di sopportare il dominio e di pagare le tasse dell'impero azteco. Cortés riuscì a distruggere Tenochtitlan con la forza del loro esercito, un sistema di brigantini costruiti appositamente per attraversare il lago, con i cavalli, con le armi da fuoco e con le armature importate dall'Europa; il vaiolo e il raffreddore, inoltre, contribuirono a falcidiare la popolazione. Solo due secoli dopo la sua fondazione, la giovane capitale azteca giaceva in rovina, con circa metà della sua popolazione decimata dalla battaglia, dalla fame e dalle contagiose epidemie europee contro cui non avevano difesa.La conquista portò alla formazione di una nuova cultura, che è qualcosa di più della combinazione delle sue distinte componenti etniche; una filosofica targa del 1964 nella Plaza de las Tres Culturas (Piazza delle Tre Culture), a nord del centro, riassume molto bene la fisionomia generale della città, affermando: "Il 13 agosto 1521, difesa dall'eroico Cuauhtémoc (successore di Montezuma), Tlatelolco cadde sotto il potere di Hernan Cortés. Non fu né un trionfo né una sconfitta. Fu la nascita sofferta della nazione messicana".Cortés iniziò a costruire Città del Messico, la capitale di quella che lui chiamò patriotticamente Nuova Spagna, la colonia dell'Impero spagnolo destinata a espandersi verso nord, coprendo quelli che sono ora gli Stati Uniti del sud e, verso sud, in direzione di Panama. Nel luogo del distrutto centro rituale azteco - oggi lo Zocalo - cominciò a costruire una chiesa (antenata della gigantesca Cattedrale Metropolitana), ville ed edifici governativi. (Archivio Selexi) Dal brano è possibile dedurre che l'antico nome di Città del Messico era: