Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Esercito Italiano Quiz - Concorso per l'ammissione di 41 allievi al 7° corso Allievi Ufficiali in Ferma Prefissata (A.U.F.P.) dell'Esercito per il conseguimento della nomina a Tenente in Ferma Prefissata, ausiliario del ruolo normale del Corpo degli Ingegneri, del Corpo di Commissariato e del Corpo Sanitario dell'Esercito  Esercitati su questo Quiz  |
RISPOSTA   Ermes aveva fama di essere il più ingegnoso fra gli dei, e certo fu anche il più precoce di tutti i neonati. Appena deposto nella culla, si divincolò dalle fasce, si rizzò sui piedini e uscì a respirare l'aria fresca. Vide una tartaruga nell'erba, e la salutò con garbo: "Salve, amabile creatura, compagna delle danze, amica dei banchetti! è una gioia vederti: che bel giocattolo!". Ma nelle gentili parole si celava un presagio minaccioso poiché, con la rapidità di un genio, il dio bambino aveva compreso la futura funzione di quello splendido guscio. Egli lo afferrò e ne tolse la polpa, vi tese una pelle di bue, fissò due bracci congiunti da una traversa, e applicò al guscio sette corde fatte con budello di pecora, intonandole in armonia. Aveva inventato la cetra; e si mise a cantare, accompagnando la voce a quel dolce suono. Poi gli venne un formidabile appetito, e per saziarlo rapì le mandrie di Apollo; ma costui prese malissimo la prodezza di quell'insolente bambino. Ermes dovette placare la sua ira con il dono del nuovo strumento; e da allora Apollo è il dio della musica, che suscita "la gioia, l'amore e il dolce sonno". Così l'Inno omerico a Ermes narra il mito, collegando la scoperta della musica con l'invenzione dello strumento musicale. I trattatisti antichi preferivano identificare il primo strumento nella voce umana, da cui in seguito sarebbero derivati per imitazione tutti gli altri. Saffo invoca la sua cetra (chelys, propriamente "tartaruga") perché "diventi parlante"; e Platone paragona la voce di Socrate a quella del flauto. Ma fino dai tempi più remoti l'accompagnamento strumentale era ritenuto una necessità imprescindibile per l'esecuzione della poesia, tanto che una volta Archiloco, in mancanza di un citaredo, imitò il suono della cetra con il ritornello onomatopeico ténella. D'altro lato, altrettanto antico era l'uso di composizioni per strumenti assolo; e ancora una volta il precedente ricorre in un episodio del mito, allorché Atena imitò con il flauto il pianto delle Gorgoni immortali sulla loro sorella mortale Medusa, decapitata da Perseo. La dea fece dono di questa musica agli uomini perché la possedessero per sempre; e Pindaro la ascoltò dal flautista Mida di Agrigento in un concorso musicale, lasciandone fulgida memoria nel carme composto per celebrare la vittoria dell'artista, la XII Pitica. La cetra e il flauto sono gli esemplari tipici delle due famiglie, a corda e a fiato, in cui i musicologi greci suddividevano gli strumenti; mentre non tutti sono d'accordo nell'introdurre un terzo gruppo per gli strumenti a percussione, considerati affini a quelli a corda poiché in entrambi i casi il suono era prodotto da un contatto. Ma accanto a questo sistema fondamentale esistevano altri criteri di classificazione: in base all'altezza dei suoni prodotti, oppure mediante l'opposizione di "maschile" e "femminile" in rapporto al carattere dell'intonazione, o secondo l'origine indigena o straniera, o secondo l'uso che distingueva fra gli strumenti di città e di campagna, da convito o da guerra. Molte cose sappiamo della musica greca; ma dai rari testi corredati di notazioni musicali non riusciamo a ricostruirne il suono. A fomentare questo rimpianto contribuisce la consapevolezza del ruolo centrale che la musica occupava nella vita dei Greci. Non soltanto essa valeva come autonoma emozione artistica, e come imprescindibile complemento del testo nella poesia lirica e nel teatro tragico e comico; ma il suo primato si affidava anche ai significati religiosi ed etici, psicologici ed educativi, che nella cultura greca erano attribuiti all'esperienza musicale. Nel complesso dei Moralia di Plutarco rientra un opuscolo di dubbia attribuzione, ma certamente di buona attendibilità, in cui si tratta sia la storia della musica antica sia gli ardui problemi teorici e tecnici di un'arte che era pervenuta a un formidabile livello di complessità. In base a quanto scritto nel brano, quale opera letteraria fornisce preziose informazioni sulla storia della musica antica e sulle problematiche a essa connesse? |
| RISPOSTA   Ermes aveva fama di essere il più ingegnoso fra gli dei, e certo fu anche il più precoce di tutti i neonati. Appena deposto nella culla, si divincolò dalle fasce, si rizzò sui piedini e uscì a respirare l'aria fresca. Vide una tartaruga nell'erba, e la salutò con garbo: "Salve, amabile creatura, compagna delle danze, amica dei banchetti! è una gioia vederti: che bel giocattolo!". Ma nelle gentili parole si celava un presagio minaccioso poiché, con la rapidità di un genio, il dio bambino aveva compreso la futura funzione di quello splendido guscio. Egli lo afferrò e ne tolse la polpa, vi tese una pelle di bue, fissò due bracci congiunti da una traversa, e applicò al guscio sette corde fatte con budello di pecora, intonandole in armonia. Aveva inventato la cetra; e si mise a cantare, accompagnando la voce a quel dolce suono. Poi gli venne un formidabile appetito, e per saziarlo rapì le mandrie di Apollo; ma costui prese malissimo la prodezza di quell'insolente bambino. Ermes dovette placare la sua ira con il dono del nuovo strumento; e da allora Apollo è il dio della musica, che suscita "la gioia, l'amore e il dolce sonno". Così l'Inno omerico a Ermes narra il mito, collegando la scoperta della musica con l'invenzione dello strumento musicale. I trattatisti antichi preferivano identificare il primo strumento nella voce umana, da cui in seguito sarebbero derivati per imitazione tutti gli altri. Saffo invoca la sua cetra (chelys, propriamente "tartaruga") perché "diventi parlante"; e Platone paragona la voce di Socrate a quella del flauto. Ma fino dai tempi più remoti l'accompagnamento strumentale era ritenuto una necessità imprescindibile per l'esecuzione della poesia, tanto che una volta Archiloco, in mancanza di un citaredo, imitò il suono della cetra con il ritornello onomatopeico ténella. D'altro lato, altrettanto antico era l'uso di composizioni per strumenti assolo; e ancora una volta il precedente ricorre in un episodio del mito, allorché Atena imitò con il flauto il pianto delle Gorgoni immortali sulla loro sorella mortale Medusa, decapitata da Perseo. La dea fece dono di questa musica agli uomini perché la possedessero per sempre; e Pindaro la ascoltò dal flautista Mida di Agrigento in un concorso musicale, lasciandone fulgida memoria nel carme composto per celebrare la vittoria dell'artista, la XII Pitica. La cetra e il flauto sono gli esemplari tipici delle due famiglie, a corda e a fiato, in cui i musicologi greci suddividevano gli strumenti; mentre non tutti sono d'accordo nell'introdurre un terzo gruppo per gli strumenti a percussione, considerati affini a quelli a corda poiché in entrambi i casi il suono era prodotto da un contatto. Ma accanto a questo sistema fondamentale esistevano altri criteri di classificazione: in base all'altezza dei suoni prodotti, oppure mediante l'opposizione di "maschile" e "femminile" in rapporto al carattere dell'intonazione, o secondo l'origine indigena o straniera, o secondo l'uso che distingueva fra gli strumenti di città e di campagna, da convito o da guerra. Molte cose sappiamo della musica greca; ma dai rari testi corredati di notazioni musicali non riusciamo a ricostruirne il suono. A fomentare questo rimpianto contribuisce la consapevolezza del ruolo centrale che la musica occupava nella vita dei Greci. Non soltanto essa valeva come autonoma emozione artistica, e come imprescindibile complemento del testo nella poesia lirica e nel teatro tragico e comico; ma il suo primato si affidava anche ai significati religiosi ed etici, psicologici ed educativi, che nella cultura greca erano attribuiti all'esperienza musicale. Nel complesso dei Moralia di Plutarco rientra un opuscolo di dubbia attribuzione, ma certamente di buona attendibilità, in cui si tratta sia la storia della musica antica sia gli ardui problemi teorici e tecnici di un'arte che era pervenuta a un formidabile livello di complessità. Lo scopo dell'autore del brano è: |
RISPOSTA   Ermes aveva fama di essere il più ingegnoso fra gli dei, e certo fu anche il più precoce di tutti i neonati. Appena deposto nella culla, si divincolò dalle fasce, si rizzò sui piedini e uscì a respirare l'aria fresca. Vide una tartaruga nell'erba, e la salutò con garbo: "Salve, amabile creatura, compagna delle danze, amica dei banchetti! è una gioia vederti: che bel giocattolo!". Ma nelle gentili parole si celava un presagio minaccioso poiché, con la rapidità di un genio, il dio bambino aveva compreso la futura funzione di quello splendido guscio. Egli lo afferrò e ne tolse la polpa, vi tese una pelle di bue, fissò due bracci congiunti da una traversa, e applicò al guscio sette corde fatte con budello di pecora, intonandole in armonia. Aveva inventato la cetra; e si mise a cantare, accompagnando la voce a quel dolce suono. Poi gli venne un formidabile appetito, e per saziarlo rapì le mandrie di Apollo; ma costui prese malissimo la prodezza di quell'insolente bambino. Ermes dovette placare la sua ira con il dono del nuovo strumento; e da allora Apollo è il dio della musica, che suscita "la gioia, l'amore e il dolce sonno". Così l'Inno omerico a Ermes narra il mito, collegando la scoperta della musica con l'invenzione dello strumento musicale. I trattatisti antichi preferivano identificare il primo strumento nella voce umana, da cui in seguito sarebbero derivati per imitazione tutti gli altri. Saffo invoca la sua cetra (chelys, propriamente "tartaruga") perché "diventi parlante"; e Platone paragona la voce di Socrate a quella del flauto. Ma fino dai tempi più remoti l'accompagnamento strumentale era ritenuto una necessità imprescindibile per l'esecuzione della poesia, tanto che una volta Archiloco, in mancanza di un citaredo, imitò il suono della cetra con il ritornello onomatopeico ténella. D'altro lato, altrettanto antico era l'uso di composizioni per strumenti assolo; e ancora una volta il precedente ricorre in un episodio del mito, allorché Atena imitò con il flauto il pianto delle Gorgoni immortali sulla loro sorella mortale Medusa, decapitata da Perseo. La dea fece dono di questa musica agli uomini perché la possedessero per sempre; e Pindaro la ascoltò dal flautista Mida di Agrigento in un concorso musicale, lasciandone fulgida memoria nel carme composto per celebrare la vittoria dell'artista, la XII Pitica. La cetra e il flauto sono gli esemplari tipici delle due famiglie, a corda e a fiato, in cui i musicologi greci suddividevano gli strumenti; mentre non tutti sono d'accordo nell'introdurre un terzo gruppo per gli strumenti a percussione, considerati affini a quelli a corda poiché in entrambi i casi il suono era prodotto da un contatto. Ma accanto a questo sistema fondamentale esistevano altri criteri di classificazione: in base all'altezza dei suoni prodotti, oppure mediante l'opposizione di "maschile" e "femminile" in rapporto al carattere dell'intonazione, o secondo l'origine indigena o straniera, o secondo l'uso che distingueva fra gli strumenti di città e di campagna, da convito o da guerra. Molte cose sappiamo della musica greca; ma dai rari testi corredati di notazioni musicali non riusciamo a ricostruirne il suono. A fomentare questo rimpianto contribuisce la consapevolezza del ruolo centrale che la musica occupava nella vita dei Greci. Non soltanto essa valeva come autonoma emozione artistica, e come imprescindibile complemento del testo nella poesia lirica e nel teatro tragico e comico; ma il suo primato si affidava anche ai significati religiosi ed etici, psicologici ed educativi, che nella cultura greca erano attribuiti all'esperienza musicale. Nel complesso dei Moralia di Plutarco rientra un opuscolo di dubbia attribuzione, ma certamente di buona attendibilità, in cui si tratta sia la storia della musica antica sia gli ardui problemi teorici e tecnici di un'arte che era pervenuta a un formidabile livello di complessità. L'autore del brano mostra di avere numerose conoscenze di: |
| RISPOSTA   Ermes aveva fama di essere il più ingegnoso fra gli dei, e certo fu anche il più precoce di tutti i neonati. Appena deposto nella culla, si divincolò dalle fasce, si rizzò sui piedini e uscì a respirare l'aria fresca. Vide una tartaruga nell'erba, e la salutò con garbo: "Salve, amabile creatura, compagna delle danze, amica dei banchetti! è una gioia vederti: che bel giocattolo!". Ma nelle gentili parole si celava un presagio minaccioso poiché, con la rapidità di un genio, il dio bambino aveva compreso la futura funzione di quello splendido guscio. Egli lo afferrò e ne tolse la polpa, vi tese una pelle di bue, fissò due bracci congiunti da una traversa, e applicò al guscio sette corde fatte con budello di pecora, intonandole in armonia. Aveva inventato la cetra; e si mise a cantare, accompagnando la voce a quel dolce suono. Poi gli venne un formidabile appetito, e per saziarlo rapì le mandrie di Apollo; ma costui prese malissimo la prodezza di quell'insolente bambino. Ermes dovette placare la sua ira con il dono del nuovo strumento; e da allora Apollo è il dio della musica, che suscita "la gioia, l'amore e il dolce sonno". Così l'Inno omerico a Ermes narra il mito, collegando la scoperta della musica con l'invenzione dello strumento musicale. I trattatisti antichi preferivano identificare il primo strumento nella voce umana, da cui in seguito sarebbero derivati per imitazione tutti gli altri. Saffo invoca la sua cetra (chelys, propriamente "tartaruga") perché "diventi parlante"; e Platone paragona la voce di Socrate a quella del flauto. Ma fino dai tempi più remoti l'accompagnamento strumentale era ritenuto una necessità imprescindibile per l'esecuzione della poesia, tanto che una volta Archiloco, in mancanza di un citaredo, imitò il suono della cetra con il ritornello onomatopeico ténella. D'altro lato, altrettanto antico era l'uso di composizioni per strumenti assolo; e ancora una volta il precedente ricorre in un episodio del mito, allorché Atena imitò con il flauto il pianto delle Gorgoni immortali sulla loro sorella mortale Medusa, decapitata da Perseo. La dea fece dono di questa musica agli uomini perché la possedessero per sempre; e Pindaro la ascoltò dal flautista Mida di Agrigento in un concorso musicale, lasciandone fulgida memoria nel carme composto per celebrare la vittoria dell'artista, la XII Pitica. La cetra e il flauto sono gli esemplari tipici delle due famiglie, a corda e a fiato, in cui i musicologi greci suddividevano gli strumenti; mentre non tutti sono d'accordo nell'introdurre un terzo gruppo per gli strumenti a percussione, considerati affini a quelli a corda poiché in entrambi i casi il suono era prodotto da un contatto. Ma accanto a questo sistema fondamentale esistevano altri criteri di classificazione: in base all'altezza dei suoni prodotti, oppure mediante l'opposizione di "maschile" e "femminile" in rapporto al carattere dell'intonazione, o secondo l'origine indigena o straniera, o secondo l'uso che distingueva fra gli strumenti di città e di campagna, da convito o da guerra. Molte cose sappiamo della musica greca; ma dai rari testi corredati di notazioni musicali non riusciamo a ricostruirne il suono. A fomentare questo rimpianto contribuisce la consapevolezza del ruolo centrale che la musica occupava nella vita dei Greci. Non soltanto essa valeva come autonoma emozione artistica, e come imprescindibile complemento del testo nella poesia lirica e nel teatro tragico e comico; ma il suo primato si affidava anche ai significati religiosi ed etici, psicologici ed educativi, che nella cultura greca erano attribuiti all'esperienza musicale. Nel complesso dei Moralia di Plutarco rientra un opuscolo di dubbia attribuzione, ma certamente di buona attendibilità, in cui si tratta sia la storia della musica antica sia gli ardui problemi teorici e tecnici di un'arte che era pervenuta a un formidabile livello di complessità. Il brano riporta tutte le seguenti affermazioni tranne una. Quale? |
RISPOSTA   Fabrizio si buttò giù per le scale, poi, arrivato sulla piazza, si mise a correre. Era appena arrivato davanti al castello di suo padre che il campanile suonò le dieci. Ogni colpo gli echeggiava dentro, a mettergli addosso uno strano turbamento. Si fermò. Voleva riflettere, anzi, voleva lasciarsi andare alla commozione che la vista di quella casa, guardata con tanta freddezza il giorno prima, gli ispirava adesso. Un rumore di passi venne a risvegliarlo dalle sue fantasticherie. Si guardò intorno. Era in mezzo a quattro gendarmi. Fabrizio aveva intorno alla cintura due ottime pistole appena caricate. Alzò il cane. Il rumore attirò l'attenzione dei gendarmi, gli fece correre il rischio di essere arrestato. Era in pericolo e decise che avrebbe sparato per primo. Per fortuna, i gendarmi, che stavano girando per il paese a far chiudere le osterie, non si erano certo dimostrati insensibili alle premure che gli erano state usate in molti di quei simpatici locali, e così non furono molto pronti a fare il loro dovere. Quale delle seguenti affermazioni non può essere dedotta dal brano? |
RISPOSTA   Fabrizio si buttò giù per le scale, poi, arrivato sulla piazza, si mise a correre. Era appena arrivato davanti al castello di suo padre che il campanile suonò le dieci. Ogni colpo gli echeggiava dentro, a mettergli addosso uno strano turbamento. Si fermò. Voleva riflettere, anzi, voleva lasciarsi andare alla commozione che la vista di quella casa, guardata con tanta freddezza il giorno prima, gli ispirava adesso. Un rumore di passi venne a risvegliarlo dalle sue fantasticherie. Si guardò intorno. Era in mezzo a quattro gendarmi. Fabrizio aveva intorno alla cintura due ottime pistole appena caricate. Alzò il cane. Il rumore attirò l'attenzione dei gendarmi, gli fece correre il rischio di essere arrestato. Era in pericolo e decise che avrebbe sparato per primo. Per fortuna, i gendarmi, che stavano girando per il paese a far chiudere le osterie, non si erano certo dimostrati insensibili alle premure che gli erano state usate in molti di quei simpatici locali, e così non furono molto pronti a fare il loro dovere. I gendarmi non arrestano prontamente Fabrizio perché... |
RISPOSTA   Fabrizio si buttò giù per le scale, poi, arrivato sulla piazza, si mise a correre. Era appena arrivato davanti al castello di suo padre che il campanile suonò le dieci. Ogni colpo gli echeggiava dentro, a mettergli addosso uno strano turbamento. Si fermò. Voleva riflettere, anzi, voleva lasciarsi andare alla commozione che la vista di quella casa, guardata con tanta freddezza il giorno prima, gli ispirava adesso. Un rumore di passi venne a risvegliarlo dalle sue fantasticherie. Si guardò intorno. Era in mezzo a quattro gendarmi. Fabrizio aveva intorno alla cintura due ottime pistole appena caricate. Alzò il cane. Il rumore attirò l'attenzione dei gendarmi, gli fece correre il rischio di essere arrestato. Era in pericolo e decise che avrebbe sparato per primo. Per fortuna, i gendarmi, che stavano girando per il paese a far chiudere le osterie, non si erano certo dimostrati insensibili alle premure che gli erano state usate in molti di quei simpatici locali, e così non furono molto pronti a fare il loro dovere. La vista del castello paterno suscita in Fabrizio... |
RISPOSTA   Fabrizio si buttò giù per le scale, poi, arrivato sulla piazza, si mise a correre. Era appena arrivato davanti al castello di suo padre che il campanile suonò le dieci. Ogni colpo gli echeggiava dentro, a mettergli addosso uno strano turbamento. Si fermò. Voleva riflettere, anzi, voleva lasciarsi andare alla commozione che la vista di quella casa, guardata con tanta freddezza il giorno prima, gli ispirava adesso. Un rumore di passi venne a risvegliarlo dalle sue fantasticherie. Si guardò intorno. Era in mezzo a quattro gendarmi. Fabrizio aveva intorno alla cintura due ottime pistole appena caricate. Alzò il cane. Il rumore attirò l'attenzione dei gendarmi, gli fece correre il rischio di essere arrestato. Era in pericolo e decise che avrebbe sparato per primo. Per fortuna, i gendarmi, che stavano girando per il paese a far chiudere le osterie, non si erano certo dimostrati insensibili alle premure che gli erano state usate in molti di quei simpatici locali, e così non furono molto pronti a fare il loro dovere. Dopo aver udito il suono delle campane Fabrizio... |
RISPOSTA   Fabrizio si buttò giù per le scale, poi, arrivato sulla piazza, si mise a correre. Era appena arrivato davanti al castello di suo padre che il campanile suonò le dieci. Ogni colpo gli echeggiava dentro, a mettergli addosso uno strano turbamento. Si fermò. Voleva riflettere, anzi, voleva lasciarsi andare alla commozione che la vista di quella casa, guardata con tanta freddezza il giorno prima, gli ispirava adesso. Un rumore di passi venne a risvegliarlo dalle sue fantasticherie. Si guardò intorno. Era in mezzo a quattro gendarmi. Fabrizio aveva intorno alla cintura due ottime pistole appena caricate. Alzò il cane. Il rumore attirò l'attenzione dei gendarmi, gli fece correre il rischio di essere arrestato. Era in pericolo e decise che avrebbe sparato per primo. Per fortuna, i gendarmi, che stavano girando per il paese a far chiudere le osterie, non si erano certo dimostrati insensibili alle premure che gli erano state usate in molti di quei simpatici locali, e così non furono molto pronti a fare il loro dovere. Quando inizia a correre Fabrizio? |
RISPOSTA   Fino ai primi anni Ottanta le case editrici di libri erano considerate parte di un segmento dai confini ben definiti all'interno del settore editoriale e si caratterizzavano per logiche gestionali particolari. I due elementi in comune fra l'editoria libraria, periodica e quotidiana erano le caratteristiche del contenuto (l'informazione, sotto forma di testo e immagini) e l'utilizzo della carta come supporto per trasferire le informazioni. I volumi delle tirature, la diversa durata del ciclo produttivo e le caratteristiche fisiche del prodotto determinavano strutture aziendali e processi molto dissimili tra loro. La principale differenza fra i prodotti dei tre segmenti era rappresentata - oltre che dalle caratteristiche fisiche - dalla durata del ciclo di vita dei singoli titoli, connessa alla frequenza di aggiornamento delle informazioni contenute. La necessità di sostituire il prodotto sul punto vendita con diversa frequenza aveva inoltre portato alla specializzazione dei canali di distribuzione: l'edicola per i titoli e le testate ad altissima rotazione, la libreria per i prodotti di catalogo. Il relativo isolamento delle case editrici di libri, la limitata possibilità di sfruttare sinergie fra i libri e gli altri prodotti editoriali da parte dei gruppi editoriali, la matrice culturale omogenea degli editori, la specificità delle professionalità richieste hanno contribuito al consolidamento di regole di funzionamento tipiche, spesso poco attente alle implicazioni economico-finanziarie delle scelte aziendali. Le strategie di molte case editrici anteponevano il raggiungimento di obiettivi sociali all'ottenimento di risultati competitivi ed economici. Parte degli editori reputava che la natura del prodotto non consentisse alle case editrici una gestione secondo economicità, mentre altri ritenevano che la "povertà" strutturale del settore non consentisse alle imprese grandi guadagni, ma neppure grandi perdite. In base a quanto riportato nel brano, quale dei seguenti non è uno dei segmenti in cui si può scomporre il settore editoriale? |
| RISPOSTA   Fino ai primi anni Ottanta le case editrici di libri erano considerate parte di un segmento dai confini ben definiti all'interno del settore editoriale e si caratterizzavano per logiche gestionali particolari. I due elementi in comune fra l'editoria libraria, periodica e quotidiana erano le caratteristiche del contenuto (l'informazione, sotto forma di testo e immagini) e l'utilizzo della carta come supporto per trasferire le informazioni. I volumi delle tirature, la diversa durata del ciclo produttivo e le caratteristiche fisiche del prodotto determinavano strutture aziendali e processi molto dissimili tra loro. La principale differenza fra i prodotti dei tre segmenti era rappresentata - oltre che dalle caratteristiche fisiche - dalla durata del ciclo di vita dei singoli titoli, connessa alla frequenza di aggiornamento delle informazioni contenute. La necessità di sostituire il prodotto sul punto vendita con diversa frequenza aveva inoltre portato alla specializzazione dei canali di distribuzione: l'edicola per i titoli e le testate ad altissima rotazione, la libreria per i prodotti di catalogo. Il relativo isolamento delle case editrici di libri, la limitata possibilità di sfruttare sinergie fra i libri e gli altri prodotti editoriali da parte dei gruppi editoriali, la matrice culturale omogenea degli editori, la specificità delle professionalità richieste hanno contribuito al consolidamento di regole di funzionamento tipiche, spesso poco attente alle implicazioni economico-finanziarie delle scelte aziendali. Le strategie di molte case editrici anteponevano il raggiungimento di obiettivi sociali all'ottenimento di risultati competitivi ed economici. Parte degli editori reputava che la natura del prodotto non consentisse alle case editrici una gestione secondo economicità, mentre altri ritenevano che la "povertà" strutturale del settore non consentisse alle imprese grandi guadagni, ma neppure grandi perdite. Dalla lettura del brano si evince che: |
RISPOSTA   Fino ai primi anni Ottanta le case editrici di libri erano considerate parte di un segmento dai confini ben definiti all'interno del settore editoriale e si caratterizzavano per logiche gestionali particolari. I due elementi in comune fra l'editoria libraria, periodica e quotidiana erano le caratteristiche del contenuto (l'informazione, sotto forma di testo e immagini) e l'utilizzo della carta come supporto per trasferire le informazioni. I volumi delle tirature, la diversa durata del ciclo produttivo e le caratteristiche fisiche del prodotto determinavano strutture aziendali e processi molto dissimili tra loro. La principale differenza fra i prodotti dei tre segmenti era rappresentata - oltre che dalle caratteristiche fisiche - dalla durata del ciclo di vita dei singoli titoli, connessa alla frequenza di aggiornamento delle informazioni contenute. La necessità di sostituire il prodotto sul punto vendita con diversa frequenza aveva inoltre portato alla specializzazione dei canali di distribuzione: l'edicola per i titoli e le testate ad altissima rotazione, la libreria per i prodotti di catalogo. Il relativo isolamento delle case editrici di libri, la limitata possibilità di sfruttare sinergie fra i libri e gli altri prodotti editoriali da parte dei gruppi editoriali, la matrice culturale omogenea degli editori, la specificità delle professionalità richieste hanno contribuito al consolidamento di regole di funzionamento tipiche, spesso poco attente alle implicazioni economico-finanziarie delle scelte aziendali. Le strategie di molte case editrici anteponevano il raggiungimento di obiettivi sociali all'ottenimento di risultati competitivi ed economici. Parte degli editori reputava che la natura del prodotto non consentisse alle case editrici una gestione secondo economicità, mentre altri ritenevano che la "povertà" strutturale del settore non consentisse alle imprese grandi guadagni, ma neppure grandi perdite. In base a quanto affermato nel brano, durante gli anni Ottanta: |
RISPOSTA   Fino ai primi anni Ottanta le case editrici di libri erano considerate parte di un segmento dai confini ben definiti all'interno del settore editoriale e si caratterizzavano per logiche gestionali particolari. I due elementi in comune fra l'editoria libraria, periodica e quotidiana erano le caratteristiche del contenuto (l'informazione, sotto forma di testo e immagini) e l'utilizzo della carta come supporto per trasferire le informazioni. I volumi delle tirature, la diversa durata del ciclo produttivo e le caratteristiche fisiche del prodotto determinavano strutture aziendali e processi molto dissimili tra loro. La principale differenza fra i prodotti dei tre segmenti era rappresentata - oltre che dalle caratteristiche fisiche - dalla durata del ciclo di vita dei singoli titoli, connessa alla frequenza di aggiornamento delle informazioni contenute. La necessità di sostituire il prodotto sul punto vendita con diversa frequenza aveva inoltre portato alla specializzazione dei canali di distribuzione: l'edicola per i titoli e le testate ad altissima rotazione, la libreria per i prodotti di catalogo. Il relativo isolamento delle case editrici di libri, la limitata possibilità di sfruttare sinergie fra i libri e gli altri prodotti editoriali da parte dei gruppi editoriali, la matrice culturale omogenea degli editori, la specificità delle professionalità richieste hanno contribuito al consolidamento di regole di funzionamento tipiche, spesso poco attente alle implicazioni economico-finanziarie delle scelte aziendali. Le strategie di molte case editrici anteponevano il raggiungimento di obiettivi sociali all'ottenimento di risultati competitivi ed economici. Parte degli editori reputava che la natura del prodotto non consentisse alle case editrici una gestione secondo economicità, mentre altri ritenevano che la "povertà" strutturale del settore non consentisse alle imprese grandi guadagni, ma neppure grandi perdite. Editoria libraria, periodica e quotidiana si differenziavano principalmente per: |
| RISPOSTA   Fino ai primi anni Ottanta le case editrici di libri erano considerate parte di un segmento dai confini ben definiti all'interno del settore editoriale e si caratterizzavano per logiche gestionali particolari. I due elementi in comune fra l'editoria libraria, periodica e quotidiana erano le caratteristiche del contenuto (l'informazione, sotto forma di testo e immagini) e l'utilizzo della carta come supporto per trasferire le informazioni. I volumi delle tirature, la diversa durata del ciclo produttivo e le caratteristiche fisiche del prodotto determinavano strutture aziendali e processi molto dissimili tra loro. La principale differenza fra i prodotti dei tre segmenti era rappresentata - oltre che dalle caratteristiche fisiche - dalla durata del ciclo di vita dei singoli titoli, connessa alla frequenza di aggiornamento delle informazioni contenute. La necessità di sostituire il prodotto sul punto vendita con diversa frequenza aveva inoltre portato alla specializzazione dei canali di distribuzione: l'edicola per i titoli e le testate ad altissima rotazione, la libreria per i prodotti di catalogo. Il relativo isolamento delle case editrici di libri, la limitata possibilità di sfruttare sinergie fra i libri e gli altri prodotti editoriali da parte dei gruppi editoriali, la matrice culturale omogenea degli editori, la specificità delle professionalità richieste hanno contribuito al consolidamento di regole di funzionamento tipiche, spesso poco attente alle implicazioni economico-finanziarie delle scelte aziendali. Le strategie di molte case editrici anteponevano il raggiungimento di obiettivi sociali all'ottenimento di risultati competitivi ed economici. Parte degli editori reputava che la natura del prodotto non consentisse alle case editrici una gestione secondo economicità, mentre altri ritenevano che la "povertà" strutturale del settore non consentisse alle imprese grandi guadagni, ma neppure grandi perdite. Il tema centrale del brano concerne: |
RISPOSTA   Fino ai primi anni Ottanta le case editrici di libri erano considerate parte di un segmento dai confini ben definiti all'interno del settore editoriale e si caratterizzavano per logiche gestionali particolari. I due elementi in comune fra l'editoria libraria, periodica e quotidiana erano le caratteristiche del contenuto (l'informazione, sotto forma di testo e immagini) e l'utilizzo della carta come supporto per trasferire le informazioni. I volumi delle tirature, la diversa durata del ciclo produttivo e le caratteristiche fisiche del prodotto determinavano strutture aziendali e processi molto dissimili tra loro. La principale differenza fra i prodotti dei tre segmenti era rappresentata - oltre che dalle caratteristiche fisiche - dalla durata del ciclo di vita dei singoli titoli, connessa alla frequenza di aggiornamento delle informazioni contenute. La necessità di sostituire il prodotto sul punto vendita con diversa frequenza aveva inoltre portato alla specializzazione dei canali di distribuzione: l'edicola per i titoli e le testate ad altissima rotazione, la libreria per i prodotti di catalogo. Il relativo isolamento delle case editrici di libri, la limitata possibilità di sfruttare sinergie fra i libri e gli altri prodotti editoriali da parte dei gruppi editoriali, la matrice culturale omogenea degli editori, la specificità delle professionalità richieste hanno contribuito al consolidamento di regole di funzionamento tipiche, spesso poco attente alle implicazioni economico-finanziarie delle scelte aziendali. Le strategie di molte case editrici anteponevano il raggiungimento di obiettivi sociali all'ottenimento di risultati competitivi ed economici. Parte degli editori reputava che la natura del prodotto non consentisse alle case editrici una gestione secondo economicità, mentre altri ritenevano che la "povertà" strutturale del settore non consentisse alle imprese grandi guadagni, ma neppure grandi perdite. Le scelte aziendali delle case editrici di libri: |
| RISPOSTA   Fino ai primi anni Ottanta le case editrici di libri erano considerate parte di un segmento dai confini ben definiti all'interno del settore editoriale e si caratterizzavano per logiche gestionali particolari. I due elementi in comune fra l'editoria libraria, periodica e quotidiana erano le caratteristiche del contenuto (l'informazione, sotto forma di testo e immagini) e l'utilizzo della carta come supporto per trasferire le informazioni. I volumi delle tirature, la diversa durata del ciclo produttivo e le caratteristiche fisiche del prodotto determinavano strutture aziendali e processi molto dissimili tra loro. La principale differenza fra i prodotti dei tre segmenti era rappresentata - oltre che dalle caratteristiche fisiche - dalla durata del ciclo di vita dei singoli titoli, connessa alla frequenza di aggiornamento delle informazioni contenute. La necessità di sostituire il prodotto sul punto vendita con diversa frequenza aveva inoltre portato alla specializzazione dei canali di distribuzione: l'edicola per i titoli e le testate ad altissima rotazione, la libreria per i prodotti di catalogo. Il relativo isolamento delle case editrici di libri, la limitata possibilità di sfruttare sinergie fra i libri e gli altri prodotti editoriali da parte dei gruppi editoriali, la matrice culturale omogenea degli editori, la specificità delle professionalità richieste hanno contribuito al consolidamento di regole di funzionamento tipiche, spesso poco attente alle implicazioni economico-finanziarie delle scelte aziendali. Le strategie di molte case editrici anteponevano il raggiungimento di obiettivi sociali all'ottenimento di risultati competitivi ed economici. Parte degli editori reputava che la natura del prodotto non consentisse alle case editrici una gestione secondo economicità, mentre altri ritenevano che la "povertà" strutturale del settore non consentisse alle imprese grandi guadagni, ma neppure grandi perdite. In base a quanto scritto nel brano, non è possibile affermare che: |
RISPOSTA   Galileo fin dai primi anni del suo insegnamento padovano, divenne un convinto copernicano, ma tenne dapprima celato il suo pensiero poiché - come scrisse in una lettera a Keplero - "mi spaventa la sorte del nostro maestro Copernico ... diventato oggetto di riso e di scherno". Le sue scoperte astronomiche del 1610 gli fornirono nuovi e più probanti argomenti a favore della teoria copernicana. Infatti, per esempio, l'esistenza dei satelliti di Giove era una prova che nel cosmo si trovano più centri di rotazione. Le opere più squisitamente copernicane di Galileo furono: il Dialogo sopra i due massimi sistemi (1632) e i Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze (1638). In questi scritti egli smantella i principi della fisica aristotelica: i gravi cadono tanto più velocemente quanto più sono pesanti; per conservare il moto e la velocità di un corpo è necessaria l'azione costante di una forza motrice. Questi principi erano stati ricavati da una falsa generalizzazione fondata sull'osservazione di alcuni fenomeni quotidiani male interpretati. Ma l'opera di Galileo è grande sia nella polemica distruttrice sia nel pensiero costruttivo. Egli infatti pone le basi di una nuova dinamica e ne enuncia alcune leggi, anche se queste vengono formulate per un particolare campo di forze, quello della gravità terrestre. In questo campo a lui si devono le seguenti scoperte: la legge di caduta dei gravi e il moto parabolico dei proietti; il principio di inerzia da lui formulato nella sua accezione parziale inerente al piano orizzontale terrestre e il principio di relatività, che gli serve per una stringente critica alle più ricorrenti obiezioni formulate contro il movimento della Terra. Fra queste ricorderemo il disaccordo apparente fra il movimento della Terra e uno dei fenomeni più comunemente osservati: quello della caduta verticale dei gravi lanciati verso l'alto. Infatti, obiettavano gli oppositori di Copernico, se la Terra si muove, il grave dovrebbe ricadere a occidente dal punto di lancio, poiché essa si sarebbe spostata contemporaneamente verso oriente. Egli invece non darà alcuna risposta al problema delle cause del moto circolare dei pianeti, considerando tale moto naturale. Fu Keplero ad affrontare in forma rudimentale tale problema e a spodestare il predominio del moto circolare introducendo quello ellittico, che ripugnava all'ideale platonico di perfezione, e stabilendo le leggi del moto dei pianeti intorno al Sole. Spetta a Newton la gloria di avere realizzato una prima vasta sintesi in cui fisica, matematica e astronomia si collegano in un sistema coerente e unitario, nel quale i concetti di spazio, tempo, materia, forza e gravitazione universale vengono precisati e si inseriscono in una concezione razionale della natura e dell'universo. Legati a questa concezione e anche ad alcune vedute teologiche di Newton sono i concetti di tempo e di spazio, considerati assoluti e indipendenti sia dall'uomo come dai fenomeni. Per Newton, il tempo è "assoluto, vero, matematico, in sé e per sua natura senza relazione ad alcunché di esterno e rimane sempre uguale e immobile". Questa concezione dello spazio e del tempo muterà solo con la relatività di Einstein. L'opera fondamentale di Newton, i Principi matematici di filosofia naturale (1687), può essere considerata il primo trattato di meccanica razionale, nel quale, partendo da alcuni assiomi, che ancora oggi in larga parte sono alla base dell'insegnamento elementare, si deducono per via matematica tutte le leggi che regolano una molteplicità di fenomeni. Certo, senza Keplero e le sue tre famose leggi, Newton non sarebbe giunto a enunciare la legge della gravitazione universale, come, senza l'opera di Galileo, non avrebbe potuto formulare i principi della dinamica. Del resto, egli stesso ebbe a dichiarare: "Sono un nano che poggia sulle spalle di giganti". Quale delle seguenti affermazioni non è riportata nel brano? |
RISPOSTA   Già 70 anni fa, Bertrand Russell affermava che bisogna distinguere nettamente le proposizioni riguardanti cose dalle proposizioni che esprimono una relazione. "Questa mela è rossa" è una proposizione riguardante una qualità di questa mela. "Questa mela è più grossa di quella" è una proposizione che riguarda la relazione tra le due mele e quindi non ha nulla a che fare con l'una o l'altra mela presa in se stessa. La qualità dell'"essere più grande" non appartiene a nessuna delle due mele, e sarebbe una pura assurdità volerla attribuire a una di esse. Questa importante distinzione venne più tardi ripresa e ulteriormente sviluppata dall'antropologo e studioso dell'informazione Gregory Bateson. Egli stabilì che in ogni comunicazione sono presenti sempre entrambe le proposizioni, o in altre parole, che esiste in essa un livello oggettivo e uno relazionale. Con ciò egli ci ha aiutato a comprendere meglio come si possa giungere in breve tempo ad avere delle difficoltà con il partner - chiunque esso sia, ma quanto più intimo tanto meglio. Supponiamo che una donna chieda al marito: "Questa minestra l'ho fatta in una maniera nuova. Ti piace?" Se gli piace può rispondere senz'altro "Sì" e lei ne sarà contenta. Se invece non gli piace e non teme di deludere la moglie, può dire: "No". Problematica è però la situazione, statisticamente più frequente, in cui la minestra è disgustosa, ma egli non vuole offendere la moglie. A livello oggettivo (quello cioè che si riferisce all'oggetto "minestra") il marito dovrebbe dire: "No"; a livello relazionale dovrebbe dire "Sì" per non ferirla. Cosa dirà dunque? La sua risposta non può essere "Sì" e "No", perché la parola "Ni" esiste soltanto come battuta scherzosa. Egli cercherà così di trarsi fuori dai guai in qualche modo, magari dicendo: "Ha un sapore interessante", nella speranza che la moglie capisca. Ma le probabilità sono minime. Conviene tenere presente l'esempio di un uomo sposato di mia conoscenza la cui moglie, al ritorno nella nuova casa dalla luna di miele, gli mise sul tavolo una grande scatola di Corn Flakes come prima colazione, supponendo in buona fede (a livello relazionale) ma erroneamente (a livello oggettivo) che li avrebbe mangiati volentieri. Non voleva ferirla e si propose, se proprio bisognava, di mandare giù quella roba e poi di pregarla, una volta finita la scatola, di non comprarne un'altra. Come una brava moglie, però, ella ne prese nota e prima ancora che la scatola finisse ne aveva già presa un'altra. Oggi, 16 anni dopo, ha abbandonato la speranza di farle capire con tatto che lui detesta i Corn Flakes. La reazione della moglie sarebbe inimmaginabile. Argomento principale del brano è: |
RISPOSTA   Già 70 anni fa, Bertrand Russell affermava che bisogna distinguere nettamente le proposizioni riguardanti cose dalle proposizioni che esprimono una relazione. "Questa mela è rossa" è una proposizione riguardante una qualità di questa mela. "Questa mela è più grossa di quella" è una proposizione che riguarda la relazione tra le due mele e quindi non ha nulla a che fare con l'una o l'altra mela presa in se stessa. La qualità dell'"essere più grande" non appartiene a nessuna delle due mele, e sarebbe una pura assurdità volerla attribuire a una di esse. Questa importante distinzione venne più tardi ripresa e ulteriormente sviluppata dall'antropologo e studioso dell'informazione Gregory Bateson. Egli stabilì che in ogni comunicazione sono presenti sempre entrambe le proposizioni, o in altre parole, che esiste in essa un livello oggettivo e uno relazionale. Con ciò egli ci ha aiutato a comprendere meglio come si possa giungere in breve tempo ad avere delle difficoltà con il partner - chiunque esso sia, ma quanto più intimo tanto meglio. Supponiamo che una donna chieda al marito: "Questa minestra l'ho fatta in una maniera nuova. Ti piace?" Se gli piace può rispondere senz'altro "Sì" e lei ne sarà contenta. Se invece non gli piace e non teme di deludere la moglie, può dire: "No". Problematica è però la situazione, statisticamente più frequente, in cui la minestra è disgustosa, ma egli non vuole offendere la moglie. A livello oggettivo (quello cioè che si riferisce all'oggetto "minestra") il marito dovrebbe dire: "No"; a livello relazionale dovrebbe dire "Sì" per non ferirla. Cosa dirà dunque? La sua risposta non può essere "Sì" e "No", perché la parola "Ni" esiste soltanto come battuta scherzosa. Egli cercherà così di trarsi fuori dai guai in qualche modo, magari dicendo: "Ha un sapore interessante", nella speranza che la moglie capisca. Ma le probabilità sono minime. Conviene tenere presente l'esempio di un uomo sposato di mia conoscenza la cui moglie, al ritorno nella nuova casa dalla luna di miele, gli mise sul tavolo una grande scatola di Corn Flakes come prima colazione, supponendo in buona fede (a livello relazionale) ma erroneamente (a livello oggettivo) che li avrebbe mangiati volentieri. Non voleva ferirla e si propose, se proprio bisognava, di mandare giù quella roba e poi di pregarla, una volta finita la scatola, di non comprarne un'altra. Come una brava moglie, però, ella ne prese nota e prima ancora che la scatola finisse ne aveva già presa un'altra. Oggi, 16 anni dopo, ha abbandonato la speranza di farle capire con tatto che lui detesta i Corn Flakes. La reazione della moglie sarebbe inimmaginabile. Nel brano si sostiene che: |
| RISPOSTA   Già 70 anni fa, Bertrand Russell affermava che bisogna distinguere nettamente le proposizioni riguardanti cose dalle proposizioni che esprimono una relazione. "Questa mela è rossa" è una proposizione riguardante una qualità di questa mela. "Questa mela è più grossa di quella" è una proposizione che riguarda la relazione tra le due mele e quindi non ha nulla a che fare con l'una o l'altra mela presa in se stessa. La qualità dell'"essere più grande" non appartiene a nessuna delle due mele, e sarebbe una pura assurdità volerla attribuire a una di esse. Questa importante distinzione venne più tardi ripresa e ulteriormente sviluppata dall'antropologo e studioso dell'informazione Gregory Bateson. Egli stabilì che in ogni comunicazione sono presenti sempre entrambe le proposizioni, o in altre parole, che esiste in essa un livello oggettivo e uno relazionale. Con ciò egli ci ha aiutato a comprendere meglio come si possa giungere in breve tempo ad avere delle difficoltà con il partner - chiunque esso sia, ma quanto più intimo tanto meglio. Supponiamo che una donna chieda al marito: "Questa minestra l'ho fatta in una maniera nuova. Ti piace?" Se gli piace può rispondere senz'altro "Sì" e lei ne sarà contenta. Se invece non gli piace e non teme di deludere la moglie, può dire: "No". Problematica è però la situazione, statisticamente più frequente, in cui la minestra è disgustosa, ma egli non vuole offendere la moglie. A livello oggettivo (quello cioè che si riferisce all'oggetto "minestra") il marito dovrebbe dire: "No"; a livello relazionale dovrebbe dire "Sì" per non ferirla. Cosa dirà dunque? La sua risposta non può essere "Sì" e "No", perché la parola "Ni" esiste soltanto come battuta scherzosa. Egli cercherà così di trarsi fuori dai guai in qualche modo, magari dicendo: "Ha un sapore interessante", nella speranza che la moglie capisca. Ma le probabilità sono minime. Conviene tenere presente l'esempio di un uomo sposato di mia conoscenza la cui moglie, al ritorno nella nuova casa dalla luna di miele, gli mise sul tavolo una grande scatola di Corn Flakes come prima colazione, supponendo in buona fede (a livello relazionale) ma erroneamente (a livello oggettivo) che li avrebbe mangiati volentieri. Non voleva ferirla e si propose, se proprio bisognava, di mandare giù quella roba e poi di pregarla, una volta finita la scatola, di non comprarne un'altra. Come una brava moglie, però, ella ne prese nota e prima ancora che la scatola finisse ne aveva già presa un'altra. Oggi, 16 anni dopo, ha abbandonato la speranza di farle capire con tatto che lui detesta i Corn Flakes. La reazione della moglie sarebbe inimmaginabile. L'autore del brano è verosimilmente: |
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Ermes aveva fama di essere il più ingegnoso fra gli dei, e certo fu anche il più precoce di tutti i neonati. Appena deposto nella culla, si divincolò dalle fasce, si rizzò sui piedini e uscì a respirare l'aria fresca. Vide una tartaruga nell'erba, e la salutò con garbo: "Salve, amabile creatura, compagna delle danze, amica dei banchetti! è una gioia vederti: che bel giocattolo!". Ma nelle gentili parole si celava un presagio minaccioso poiché, con la rapidità di un genio, il dio bambino aveva compreso la futura funzione di quello splendido guscio. Egli lo afferrò e ne tolse la polpa, vi tese una pelle di bue, fissò due bracci congiunti da una traversa, e applicò al guscio sette corde fatte con budello di pecora, intonandole in armonia. Aveva inventato la cetra; e si mise a cantare, accompagnando la voce a quel dolce suono. Poi gli venne un formidabile appetito, e per saziarlo rapì le mandrie di Apollo; ma costui prese malissimo la prodezza di quell'insolente bambino. Ermes dovette placare la sua ira con il dono del nuovo strumento; e da allora Apollo è il dio della musica, che suscita "la gioia, l'amore e il dolce sonno". Così l'Inno omerico a Ermes narra il mito, collegando la scoperta della musica con l'invenzione dello strumento musicale. I trattatisti antichi preferivano identificare il primo strumento nella voce umana, da cui in seguito sarebbero derivati per imitazione tutti gli altri. Saffo invoca la sua cetra (chelys, propriamente "tartaruga") perché "diventi parlante"; e Platone paragona la voce di Socrate a quella del flauto. Ma fino dai tempi più remoti l'accompagnamento strumentale era ritenuto una necessità imprescindibile per l'esecuzione della poesia, tanto che una volta Archiloco, in mancanza di un citaredo, imitò il suono della cetra con il ritornello onomatopeico ténella. D'altro lato, altrettanto antico era l'uso di composizioni per strumenti assolo; e ancora una volta il precedente ricorre in un episodio del mito, allorché Atena imitò con il flauto il pianto delle Gorgoni immortali sulla loro sorella mortale Medusa, decapitata da Perseo. La dea fece dono di questa musica agli uomini perché la possedessero per sempre; e Pindaro la ascoltò dal flautista Mida di Agrigento in un concorso musicale, lasciandone fulgida memoria nel carme composto per celebrare la vittoria dell'artista, la XII Pitica. La cetra e il flauto sono gli esemplari tipici delle due famiglie, a corda e a fiato, in cui i musicologi greci suddividevano gli strumenti; mentre non tutti sono d'accordo nell'introdurre un terzo gruppo per gli strumenti a percussione, considerati affini a quelli a corda poiché in entrambi i casi il suono era prodotto da un contatto. Ma accanto a questo sistema fondamentale esistevano altri criteri di classificazione: in base all'altezza dei suoni prodotti, oppure mediante l'opposizione di "maschile" e "femminile" in rapporto al carattere dell'intonazione, o secondo l'origine indigena o straniera, o secondo l'uso che distingueva fra gli strumenti di città e di campagna, da convito o da guerra. Molte cose sappiamo della musica greca; ma dai rari testi corredati di notazioni musicali non riusciamo a ricostruirne il suono. A fomentare questo rimpianto contribuisce la consapevolezza del ruolo centrale che la musica occupava nella vita dei Greci. Non soltanto essa valeva come autonoma emozione artistica, e come imprescindibile complemento del testo nella poesia lirica e nel teatro tragico e comico; ma il suo primato si affidava anche ai significati religiosi ed etici, psicologici ed educativi, che nella cultura greca erano attribuiti all'esperienza musicale. Nel complesso dei Moralia di Plutarco rientra un opuscolo di dubbia attribuzione, ma certamente di buona attendibilità, in cui si tratta sia la storia della musica antica sia gli ardui problemi teorici e tecnici di un'arte che era pervenuta a un formidabile livello di complessità. In base a quanto scritto nel brano, quale opera letteraria fornisce preziose informazioni sulla storia della musica antica e sulle problematiche a essa connesse?