Quiz e Concorsi
  • Ultimi CONCORSI
  • Mappa Concorsi Attivi
  • Ultimi QUIZ
  • QUIZ per argomenti
  • QUIZ Patente B
  • Medicina
    • Quiz – Esame di Stato di abilitazione 2016
    • Quiz – Esame di Stato di abilitazione 2015
  • Contattaci

Tutte le domande del quiz : Brani lunghi

tratto da:
Esercito Italiano
Quiz - Concorso per l'ammissione al 198° corso dell'Accademia Militare dell'Esercito - Anno accademico 2016/2017



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Il presidente R. Reagan e alcuni dei suoi ministri o consiglieri usano il linguaggio della guerra fredda; denunciano l'espansionismo sovietico, vedono la presenza sovietica in tutti i tumulti che agitano l'umanità attraverso il mondo. Ma la retorica antisovietica non permette di trinciar giudizi sulle diverse scuole di pensiero negli Stati Uniti. In realtà, la classe politica, i commentatori delle relazioni internazionali, restano profondamente divisi su certi dati (ad esempio, il rapporto di forze), sulla politica e i progetti del Cremlino.Cominciamo con i fatti e le discussioni che essi suscitano. L'Unione Sovietica si è assicurata una superiorità militare sugli Stati Uniti? A una domanda del genere non può essere data nessuna risposta semplice e categorica, visto che noi conosciamo in anticipo le quantità ma non le qualità; il valore delle armi e degli eserciti si rivela solo in combattimento. Detto questo, le quantità note, le qualità valutate alla luce dell'esperienza autorizzano un giudizio almeno probabile.A meno di rifiutare le cifre pubblicate nel fascicolo "Soviet Military Power" dal ministero americano della Difesa, mi pare incontestabile che l'Unione Sovietica possieda uno stock di armi molto superiore a quello degli Stati Uniti e una capacità di produzione industriale di armi ugualmente superiore. Bisogna dare una grande importanza ai cinquantamila carri armati, ai ventimila cannoni, ai cinquemila elicotteri? Si potrebbe obiettare che queste cifre globali non significano un granché, che la logistica non permetterebbe lo spiegamento di tutte queste armi in campo di battaglia, che comunque le forze armate sovietiche sono distribuite su molti fronti e che le grandi battaglie, paragonabili a quelle della seconda guerra mondiale, sono ormai inconcepibili, perlomeno tra le grandi potenze che dispongono di armi nucleari.Lasciamo da parte le cifre globali e diamo uno sguardo alla bilancia centrale. Il SALT 2, non ratificato dal Senato americano, verrebbe di fatto rispettato dalle due parti (supponendo che la verifica via satellite sia veramente attendibile). Secondo il trattato, gli Stati Uniti possiedono 1054 missili intercontinentali di cui 550 con MIRV, 656 missili sui sottomarini (SLBM) di cui 469 con MIRV e 573 bombardieri pesanti, alcuni dei quali dotati di missili da crociera; da parte sua, l'Unione Sovietica possiede 1398 ICBM di cui 608 con MIRV e 950 SLBM dei quali 144 dotati di MIRV e 156 bombardieri pesanti.Esiste un equilibrio? La triade americana comporta una parte relativamente ridotta di ICBM, probabilmente perché i dirigenti americani pensano che non colpiranno mai per primi, e contano di più sui missili dei sottomarini, meno vulnerabili al primo colpo. L'equilibrio è stabilito, se a definirlo è la capacità di ciascuna delle due Superpotenze di infliggere all'altra, come reazione a un primo colpo, "distruzioni inaccettabili". Ma, ribattono i pessimisti, reagire a un primo colpo contro le basi americane con il bombardamento delle città significa attirare sulle città americane bombardamenti della stessa potenza. (Archivio Selexi) Secondo quanto affermato dall'autore, il rispetto del trattato SALT 2:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Il quindici marzo a mezzogiorno Tom era seduto sulla panca davanti alla fucina. La mattinata solatia era finita e le nuvole grigie foriere di pioggia arrivavano dall'oceano e le loro ombre scivolavano sulla terra splendente sotto di loro. Tom sentì il rumore degli zoccoli di un cavallo e vide un ragazzino che, agitando le braccia, spingeva un cavallo stanco verso casa. Si alzò e si diresse verso la strada. Il ragazzo galoppò fino alla casa, si tolse il cappello, buttò in terra una busta gialla, fece fare una giravolta al cavallo e lo rimise al galoppo a forza di calci. Tom fece per richiamarlo, ma poi si chinò stancamente e raccattò il telegramma. Sedette al sole sulla panca davanti alla fucina, con il telegramma in mano. E guardò le colline e la vecchia casa come per salvare qualcosa, prima di strappar la busta e leggere le inevitabili quattro parole, la persona, l'evento e l'ora. Si avviò verso la casa, attraversò la cucina, la stanzetta di soggiorno ed entrò in camera da letto. Tirò fuori dall'armadio il suo vestito nero e lo mise sullo schienale di una sedia e sul sedile ci mise una camicia bianca e una cravatta nera. Poi si distese sul letto e voltò la faccia contro il muro. (John Steinbeck, "La valle dell'Eden", Mondadori) I gesti di Tom dopo la notizia ricevuta:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Il signor Utterson, avvocato, era un uomo dall'aspetto scontroso, che non sorrideva mai; di poche parole, freddo e impacciato nella conversazione, non si lasciava facilmente andare ai sentimenti. Era magro, alto, trascurato e tetro, ma c'era in lui qualcosa che lo rendeva amabile, nonostante tutto. Quando si ritrovava con gli amici, davanti a un buon vino, gli brillava negli occhi una luce profondamente umana, una sensibilità che i suoi discorsi non tradivano mai, e che tuttavia non si manifestava soltanto dopo un pranzo conviviale, in quel suo sguardo silenzioso e appagato, ma in generale, e in modo più evidente, in tutte le sue azioni. Con se stesso era rigido: da solo beveva gin, per mortificare la sua propensione ai vini di pregio, e nonostante amasse il teatro non ci metteva piede da vent'anni. [1] Con gli altri, invece, si dimostrava sempre tollerante, e gli capitava di considerare con meraviglia, quasi con invidia, quella passione sfrenata, vitale, che li spingeva al crimine, sicché anche in casi estremi era più incline a soccorrere che a condannare.«Io sono dalla parte di Caino», era un suo stravagante modo di dire, «lascio che mio fratello se ne vada per la sua strada al diavolo.» Per via di questa disposizione di carattere, si trovava spesso a essere l'ultima conoscenza rispettabile, l'estrema influenza benefica, nell'esistenza di individui destinati alla perdizione, e in nessun caso, finché questi frequentavano il suo studio, dava mai il minimo segno di cambiamento nel suo modo di trattare con loro. (Da: "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde" di Robert Louis Stevenson, La biblioteca di Repubblica, Roma, 2011) Quale dei seguenti termini può essere sostituito a "incline" (passaggio 1)?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Il sistema tedesco di ammucchiare ricchezze. Io non sono qui da molto tempo, però quel che ho potuto osservare e constatare qui rivolta il mio sangue tartaro. Com'è vero Dio, non voglio virtù come queste! Ieri sono già riuscito a fare un giro di dieci miglia all'intorno. Ebbene, è punto per punto proprio come nei libriccini morali illustrati dei tedeschi: dappertutto, in ogni casa, qui c'è il suo bravo Vater, straordinariamente virtuoso ed eccezionalmente onesto. Tanto onesto, che fa paura persino avvicinarlo. Odio le persone oneste, che fa paura avvicinare. Ogni siffatto Vater ha la sua famiglia, e alla sera leggono tutti ad alta voce dei libri istruttivi. Sopra la casetta stormiscono le fronde degli olmi e dei castagni. C'è il tramonto del sole, la cicogna sul tetto... e tutto è straordinariamente poetico e commovente...Non vi adirate, generale, permettetemi di raccontare le cose con un po' di commozione. Io stesso mi ricordo che mio padre buon'anima, anche lui sotto i tigli, nel nostro giardinetto, alla sera leggeva ad alta voce a me e a mia madre dei libri come quelli... Perché anch'io posso giudicarne con cognizione. Ebbene ognuna di queste famiglie qui è in completa schiavitù e sottomissione rispetto al Vater. Lavorano tutti come bestie, e tutti ammassano denaro come giudei. (da: "Il giocatore" di Dostoevskij) Verosimilmente, cosa potrebbe indicare il termine "Vater"?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Il termine "rivoluzione industriale" indica il processo iniziatosi con il massiccio investimento di capitali nel nuovo tipo di industria, chiamato "sistema di fabbrica" o "factory system", che nasce in Inghilterra attorno al 1770 e in cui per la prima volta le operazioni fino allora compiute dall'uomo vengono eseguite in prevalenza dalle macchine. In questo nuovo modo di produzione viene resa definitiva quella separatezza tra il produttore diretto (l'operaio) e i mezzi di produzione (le macchine) che, secondo Marx, è tipica del modo di produzione capitalistico. A causa delle trasformazioni tecniche, si instaurano dei rapporti di produzione, economici e sociali radicalmente nuovi, e si vengono a formare due classi contrapposte: quella degli imprenditori capitalisti e quella degli operai, cioè della grande massa dei prestatori di manodopera salariata.Tra i settori produttivi che "accumularono" i capitali da investire nella nuova industria - e che sicuramente interagirono - va ricordata l'agricoltura. Sin dall'inizio del 1700, si erano andati in essa accentuando vari fenomeni di razionalizzazione e di ristrutturazione aziendale, per cui crebbe l'ampiezza media delle aziende, si estesero le migliorie agronomiche e tecniche, e venne liquidato il sistema comunitario prevalente dei "campi aperti" e delle "terre comuni", con la conseguente emarginazione della "yeomanry", cioè di quella classe di piccoli proprietari terrieri e di piccoli affittuari che fino al secolo precedente costituivano il nerbo dell'agricoltura inglese.Le complesse trasformazioni agricole ricordate portarono sicuramente a un aumento della produttività e quindi a una maggiore disponibilità di cibo, dalla quale probabilmente fu favorito il forte incremento demografico che ebbe inizio in Inghilterra attorno al 1760.Un terzo fattore, oltre al progresso agricolo e allo sviluppo demografico, contribuì al decollo industriale: l'industria della lana. Essa, nella sua forma domiciliare, era già molto diffusa, anche nel secolo precedente, un po' dovunque, ma principalmente nello Yorkshire, con le città di Leed e Halifax. Ma il sistema domiciliare non era l'unico in Inghilterra. Il "Rapporto sulla manifattura della lana" del 1806 ci informa che, particolarmente nelle contee occidentali e settentrionali, era già da lungo tempo praticata una sorta di manifattura domiciliare organizzata dai mercanti di panni, i quali acquistavano la lana nazionale ed estera e, per tesserla, radunavano nella propria abitazione o in edifici annessi molti operai che lavoravano a tempo pieno, con parecchi telai e già con una notevole suddivisione di compiti. I mastri manifatturieri riuscivano ad accumulare in tal modo anche ricchezze considerevoli, giungendo a impiantare delle vere e proprie manifatture fin dai primi del 1700. Queste tre forme di organizzazione della produzione laniera rappresentarono anche gradini successivi dell'accumulo dei capitali e dell'industrializzazione del settore. Specie nel gradino più alto si andavano affinando quei processi lavorativi e compiendo quelle innovazioni e scoperte tecniche che furono decisive per il decollo industriale.Altro fattore non trascurabile dell'accumulazione furono i grandi profitti realizzati dagli inglesi nei commerci internazionali. Sin dalla seconda metà del 1500 erano state fondate delle grandi compagnie di commercio e di navigazione e nel 1600 era stata costituita la "Compagnia delle Indie". Il "Navigation Act" del 1651 fu lo strumento dell'enorme potenza marittima e commerciale dell'Inghilterra. Infatti, proibendo a qualsiasi navigatore straniero di importare in Inghilterra prodotti che non fossero del proprio Paese di origine decretava in sostanza che ogni commercio tra l'Inghilterra e i Paesi extraeuropei (Asia, Africa, America) doveva essere svolto con navi inglesi, fabbricate in Inghilterra e senza alcun intermediario. Fu organizzata così quella economia "mercantilistica" che, nel porre al centro di ogni interesse dello Stato la bilancia dei pagamenti, di fatto sanciva che la ricchezza e la potenza della nazione dipendevano in primo luogo dai commerci, dalle speculazioni, dai monopoli e dai protezionismi. (Archivio Selexi) Nel brano si afferma che il factory system nasce in:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Il terribile traffico di Mosca ha una pessima reputazione già da diverso tempo, ma da un paio d'anni è addirittura percepito come una minaccia alla stessa vita della città. All'inizio di dicembre del 2009, la prima nevicata invernale ha completamente paralizzato la città. [1] Andrej Kolesnikov, che segue le vicende del Cremlino per il quotidiano Kommersant ed è probabilmente il giornalista della carta stampata più noto del Paese, non è riuscito a raggiungere in tempo l'aeroporto per partire con il primo ministro Vladimir Putin alla volta di Nizhnij Tagil. [2] Invece di riferire in dettaglio le virili avventure di Putin nella capitale metallurgica degli Urali, il giorno dopo Kolesnikov ha raccontato ai lettori l'odissea del suo viaggio verso l'aeroporto.Il centro per l'analisi del traffico di Yandex, il principale motore di ricerca del paese, ha parlato del peggior ingorgo mai visto, con macchine in coda per sei ore di fila. Quella sera un famoso blogger, critico verso il Cremlino, camminando lungo la Moscova verso il centro della città, ha incontrato l'autista di un'ambulanza in piedi accanto al veicolo fermo. Stava lanciando pigramente delle palle di neve contro la banchina: era rimasto bloccato nel traffico così a lungo che il paziente era morto. L'allora sindaco Jurij Luzhkov, che negli anni si è appropriato con la moglie di una grossa fetta di Mosca, ha reagito con decisione: ha dato tutta la colpa ai meteorologi, colpevoli di aver sottovalutato la nevicata. [3] Servono previsioni più attendibili, altrimenti saranno guai, ha minacciato. Ma nei mesi successivi la neve ha continuato a provocare il caos. In tre diverse occasioni gli autisti degli spazzaneve sono stati attaccati a colpi di arma da fuoco perché erano andati a sbattere contro delle automobili. Uno degli autisti è morto, ucciso da un poliziotto fuori servizio. (Da: "Una vita bloccati in auto" di Keith Gessen, in “Internazionale") Secondo quanto riportato nel brano, Nizhnij Tagil:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Impegnarsi a fare il genitore con successo è una chiave di volta per la salute mentale delle nuove generazioni: abbiamo bisogno di sapere tutto il possibile riguardo alle molteplici condizioni sociali e psicologiche che influenzano in senso positivo o negativo lo sviluppo di tale processo. Il tema è tra i più vasti e il mio contributo sarà quello di delineare l'approccio di pensiero che io adotto nei confronti di questi argomenti. Il mio è un approccio di tipo etologico.Prima di inoltrarmi nei dettagli, però, voglio fare alcune osservazioni generali. Essere genitore con successo significa lavorare molto duramente. Occuparsi di un neonato o di un bambino che fa i primi passi è un lavoro che impegna ventiquattro ore al giorno per sette giorni alla settimana, e che spesso crea molte preoccupazioni. E anche se il carico di lavoro si allevia un po' man mano che i bambini crescono, se si vuole che crescano bene è ancora necessario fornire loro moltissimo tempo e moltissime attenzioni. Infiniti studi attestano che gli adolescenti e i giovani adulti sani, felici e fiduciosi in se stessi sono il prodotto di famiglie stabili in cui entrambi i genitori forniscono ai propri figli una grande quantità di tempo e di attenzioni. (John Bowlby, "Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell'attaccamento", Cortina) Quale delle seguenti affermazioni NON è deducibile dal brano?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'avvocato Utterson era un uomo dall'aspetto rude, non s'illuminava mai di un sorriso; freddo, misurato e imbarazzato nel parlare, riservato nell'esprimere i propri sentimenti; era un uomo magro, lungo, polveroso e triste, eppure in un certo senso amabile. Nelle riunioni di amici, quando il vino era di suo gusto, gli traspariva negli occhi qualcosa di veramente umano; qualcosa che non trovava mai modo di risultare nelle sue parole, e che si manifestava, oltre che in quella silenziosa espressione della faccia dopo una cena, più spesso ancora e più vivamente nelle azioni della sua vita. L'avvocato era severo nei riguardi di se stesso; quando si trovava solo, beveva gin, per mortificare l'inclinazione verso i buoni vini; e, sebbene il teatro lo attirasse, non aveva mai varcato la soglia di un teatro in vent'anni. Nei riguardi del prossimo era tuttavia di una grande indulgenza; talvolta si meravigliava, quasi con invidia, della forza con la quale certi animi potevano venire spinti alla malvagità; e, in ogni occasione, era disposto più ad aiutare che a disapprovare. "Io tendo all'eresia di Caino", soleva dire argutamente, "lascio che mio fratello se ne vada al diavolo come meglio gli piace". Avendo un simile carattere, gli accadeva spesso di essere l'ultimo conoscente stimato, e di esercitare l'ultima buona influenza nella vita di uomini perduti. Costoro, sinché frequentavano la sua casa, venivano trattati senza il minimo mutamento di modi.Indubbiamente questo contegno riusciva facile al signor Utterson, poiché egli era riservato al massimo grado, e anche le sue amicizie parevano fondate su una simile dottrina di bontà. È proprio dell'uomo modesto accettare il cerchio delle amicizie, così come sono, dalle mani della sorte; questo era il caso dell'avvocato. I suoi amici erano persone del suo stesso sangue, oppure gente che conosceva da lungo tempo; i suoi affetti, come l'edera, si sviluppavano con il tempo, e non implicavano particolari qualità nel loro oggetto.Di tal genere senza dubbio doveva essere il legame che lo univa al signor Richard Enfield, suo lontano parente, uomo molto conosciuto in città. Per molti restava un mistero cosa quei due potessero trovare uno nell'altro, e quali argomenti di conversazione potessero avere in comune. Coloro che li incontravano nelle loro passeggiate domenicali riferivano che non parlavano, e parevano singolarmente tediati, e salutavano con evidente sollievo l'apparire di un comune conoscente. E tuttavia, i due uomini tenevano in gran conto quelle passeggiate, considerandole il maggior svago della loro settimana, e non solo scartavano ogni altra occasione di divertimento, ma resistevano persino al richiamo degli affari, per goderne senza interruzione. In uno di quei vagabondaggi accadde che passassero per una strada secondaria di un quartiere affollato di Londra. La via era piccola, e quel che si dice tranquilla, ma nei giorni feriali era piena di gente affaccendata. (R.L. Stevenson, "Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde") Enfield e Utterson consideravano le loro uscite domenicali come:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'avvocato Utterson era un uomo dall'aspetto rude, non s'illuminava mai di un sorriso; freddo, misurato e imbarazzato nel parlare, riservato nell'esprimere i propri sentimenti; era un uomo magro, lungo, polveroso e triste, eppure in un certo senso amabile. Nelle riunioni di amici, quando il vino era di suo gusto, gli traspariva negli occhi qualcosa di veramente umano; qualcosa che non trovava mai modo di risultare nelle sue parole, e che si manifestava, oltre che in quella silenziosa espressione della faccia dopo una cena, più spesso ancora e più vivamente nelle azioni della sua vita. L'avvocato era severo nei riguardi di se stesso; quando si trovava solo, beveva gin, per mortificare l'inclinazione verso i buoni vini; e, sebbene il teatro lo attirasse, non aveva mai varcato la soglia di un teatro in vent'anni. Nei riguardi del prossimo era tuttavia di una grande indulgenza; talvolta si meravigliava, quasi con invidia, della forza con la quale certi animi potevano venire spinti alla malvagità; e, in ogni occasione, era disposto più ad aiutare che a disapprovare. "Io tendo all'eresia di Caino", soleva dire argutamente, "lascio che mio fratello se ne vada al diavolo come meglio gli piace". Avendo un simile carattere, gli accadeva spesso di essere l'ultimo conoscente stimato, e di esercitare l'ultima buona influenza nella vita di uomini perduti. Costoro, sinché frequentavano la sua casa, venivano trattati senza il minimo mutamento di modi.Indubbiamente questo contegno riusciva facile al signor Utterson, poiché egli era riservato al massimo grado, e anche le sue amicizie parevano fondate su una simile dottrina di bontà. È proprio dell'uomo modesto accettare il cerchio delle amicizie, così come sono, dalle mani della sorte; questo era il caso dell'avvocato. I suoi amici erano persone del suo stesso sangue, oppure gente che conosceva da lungo tempo; i suoi affetti, come l'edera, si sviluppavano con il tempo, e non implicavano particolari qualità nel loro oggetto.Di tal genere senza dubbio doveva essere il legame che lo univa al signor Richard Enfield, suo lontano parente, uomo molto conosciuto in città. Per molti restava un mistero cosa quei due potessero trovare uno nell'altro, e quali argomenti di conversazione potessero avere in comune. Coloro che li incontravano nelle loro passeggiate domenicali riferivano che non parlavano, e parevano singolarmente tediati, e salutavano con evidente sollievo l'apparire di un comune conoscente. E tuttavia, i due uomini tenevano in gran conto quelle passeggiate, considerandole il maggior svago della loro settimana, e non solo scartavano ogni altra occasione di divertimento, ma resistevano persino al richiamo degli affari, per goderne senza interruzione. In uno di quei vagabondaggi accadde che passassero per una strada secondaria di un quartiere affollato di Londra. La via era piccola, e quel che si dice tranquilla, ma nei giorni feriali era piena di gente affaccendata. (R.L. Stevenson, "Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde") Utterson, nell'ambito delle proprie amicizie:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'editore è la vera anima di una casa editrice. Non solo la maggior parte delle volte le dà il nome, ma pensa a imprimerle le necessarie spinte di sviluppo. L'editore è un imprenditore a tutti gli effetti e, anche se qualcuno vorrebbe smentire, possiamo senza dubbio dire che lo scopo del suo operato è il profitto. Nella nostra epoca si è verificata la graduale scomparsa dell'editore intellettuale e letterato, attento esclusivamente al valore culturale delle proprie pubblicazioni, mentre si è decisamente imposta la figura dell'editore manager, molto più pragmatico, che commisura le scelte alle possibilità reali del mercato e a sani equilibri di bilancio. La trasformazione è cominciata negli anni Sessanta. Prima di allora esisteva un'editoria, certo minore ma importante, che seguiva linee proprie senza porsi come scopo prioritario il profitto. Alcuni editori, appartenenti a prestigiose famiglie di imprenditori, consideravano l'editoria libraria solo un fiore all'occhiello [1], un omaggio alle arti, in quanto traevano i loro redditi da altre attività, specie la stampa periodica, che allora aveva ingenti introiti pubblicitari. Con il tempo cominciarono a diffondersi nel settore dei libri alcuni criteri di gestione più orientati all'aspetto economico. Oggi la visione si è completamente ribaltata: fare l'editore significa essere imprenditore e, come tale, compiere delle scelte strategiche riguardanti il prodotto, prima di tutto, quindi il mercato al quale indirizzarsi, la ricerca dei collaboratori, dei fornitori, la scelta tecnologica e la creazione di un'immagine aziendale che sarà il biglietto da visita per l'operato attuale e futuro. Obiettivi molto pratici e un occhio particolare al mercato, dal quale prendere tutte le informazioni necessarie per svolgere al meglio la propria attività: notizie sulla concorrenza, statistiche, novità, strategie di marketing che hanno avuto successo, nuovi canali di distribuzione e molto ancora.Un progetto editoriale, per quanto originale e creativo, dovrà sempre fare i conti con un "pubblico" e con un "mercato" in cui collocare il prodotto. L'idea iniziale dell'editore, la sua scelta di indirizzarsi verso un tipo di produzione piuttosto che un altro deve essere pianificata in modo strategico e dovrà nel tempo mantenere la coerenza prefissata. Eventuali cambiamenti saranno dettati da ragioni circostanziate [2], quali una variazione nei gusti dei lettori, ragioni economiche, dunque di mercato. L'obiettivo sarà quello di creare una "linea editoriale", il segno che permetterà di riconoscere la casa editrice in mezzo alle circa tremila che ci sono in Italia. Si inizierà con l'ideazione della "sigla editoriale", primo passo verso la concretizzazione del progetto dell'editore. Poi verrà la suddivisione in "collane" che rifletterà motivazioni organizzative e contenutistiche. Il pubblico da tenere in considerazione per creare un progetto editoriale è fondamentalmente quello dei lettori. In Italia, a differenza dei maggiori Paesi europei, il numero dei lettori è esiguo rispetto all'offerta vastissima di titoli sul mercato; questo è il dramma principale che attraversa la nostra editoria. Per avviare un'attività con probabilità di successo è necessario incanalare l'offerta verso un target definito di lettori. Si tratta in sostanza di compiere delle scelte mirate che tengano conto non di un pubblico generico che spesso rimane solo potenziale, ma di tipologie di pubblico ben individuate, a cui indirizzare proposte idonee, supportate da un preciso piano di comunicazione e diffusione. Tale esigenza nasce soprattutto per un certo tipo di editoria, medio-piccola, che, per continuare a produrre, deve orientarsi su una produzione specializzata, plasmata sui bisogni di alcuni segmenti di clientela. Un'editoria di nicchia, dunque, tesa a soddisfare e conquistare un pubblico in termini di qualità di offerta e di servizio e, attraverso queste due leve, creare una sorta di legame di fidelizzazione con i propri lettori. (Archivio Selexi) La divisione in collane:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'editore è la vera anima di una casa editrice. Non solo la maggior parte delle volte le dà il nome, ma pensa a imprimerle le necessarie spinte di sviluppo. L'editore è un imprenditore a tutti gli effetti e, anche se qualcuno vorrebbe smentire, possiamo senza dubbio dire che lo scopo del suo operato è il profitto. Nella nostra epoca si è verificata la graduale scomparsa dell'editore intellettuale e letterato, attento esclusivamente al valore culturale delle proprie pubblicazioni, mentre si è decisamente imposta la figura dell'editore manager, molto più pragmatico, che commisura le scelte alle possibilità reali del mercato e a sani equilibri di bilancio. La trasformazione è cominciata negli anni Sessanta. Prima di allora esisteva un'editoria, certo minore ma importante, che seguiva linee proprie senza porsi come scopo prioritario il profitto. Alcuni editori, appartenenti a prestigiose famiglie di imprenditori, consideravano l'editoria libraria solo un fiore all'occhiello [1], un omaggio alle arti, in quanto traevano i loro redditi da altre attività, specie la stampa periodica, che allora aveva ingenti introiti pubblicitari. Con il tempo cominciarono a diffondersi nel settore dei libri alcuni criteri di gestione più orientati all'aspetto economico. Oggi la visione si è completamente ribaltata: fare l'editore significa essere imprenditore e, come tale, compiere delle scelte strategiche riguardanti il prodotto, prima di tutto, quindi il mercato al quale indirizzarsi, la ricerca dei collaboratori, dei fornitori, la scelta tecnologica e la creazione di un'immagine aziendale che sarà il biglietto da visita per l'operato attuale e futuro. Obiettivi molto pratici e un occhio particolare al mercato, dal quale prendere tutte le informazioni necessarie per svolgere al meglio la propria attività: notizie sulla concorrenza, statistiche, novità, strategie di marketing che hanno avuto successo, nuovi canali di distribuzione e molto ancora.Un progetto editoriale, per quanto originale e creativo, dovrà sempre fare i conti con un "pubblico" e con un "mercato" in cui collocare il prodotto. L'idea iniziale dell'editore, la sua scelta di indirizzarsi verso un tipo di produzione piuttosto che un altro deve essere pianificata in modo strategico e dovrà nel tempo mantenere la coerenza prefissata. Eventuali cambiamenti saranno dettati da ragioni circostanziate [2], quali una variazione nei gusti dei lettori, ragioni economiche, dunque di mercato. L'obiettivo sarà quello di creare una "linea editoriale", il segno che permetterà di riconoscere la casa editrice in mezzo alle circa tremila che ci sono in Italia. Si inizierà con l'ideazione della "sigla editoriale", primo passo verso la concretizzazione del progetto dell'editore. Poi verrà la suddivisione in "collane" che rifletterà motivazioni organizzative e contenutistiche. Il pubblico da tenere in considerazione per creare un progetto editoriale è fondamentalmente quello dei lettori. In Italia, a differenza dei maggiori Paesi europei, il numero dei lettori è esiguo rispetto all'offerta vastissima di titoli sul mercato; questo è il dramma principale che attraversa la nostra editoria. Per avviare un'attività con probabilità di successo è necessario incanalare l'offerta verso un target definito di lettori. Si tratta in sostanza di compiere delle scelte mirate che tengano conto non di un pubblico generico che spesso rimane solo potenziale, ma di tipologie di pubblico ben individuate, a cui indirizzare proposte idonee, supportate da un preciso piano di comunicazione e diffusione. Tale esigenza nasce soprattutto per un certo tipo di editoria, medio-piccola, che, per continuare a produrre, deve orientarsi su una produzione specializzata, plasmata sui bisogni di alcuni segmenti di clientela. Un'editoria di nicchia, dunque, tesa a soddisfare e conquistare un pubblico in termini di qualità di offerta e di servizio e, attraverso queste due leve, creare una sorta di legame di fidelizzazione con i propri lettori. (Archivio Selexi) L'autore del brano riportato è verosimilmente:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'educazione come preparazione Il processo educativo è un continuo processo di sviluppo che ha come scopo, a ogni stadio, una nuova capacità di crescita. Questa concezione contrasta fortemente con altre idee che hanno influenzato la pratica. Il significato di questa concezione verrà messo meglio in luce con il chiarirne tale contrasto. Il primo contrasto si ha con l'idea che l'educazione sia un processo di preparazione, un "prepararsi". Ciò a cui ci si prepara sono naturalmente la responsabilità e i privilegi della vita adulta. I bambini non sono considerati membri della società regolari e di pieno diritto, ma candidati; sono in lista d'attesa. Si va ancora un po' più in là quando si considera la vita degli adulti come priva di significato per se stessa, ma come uno stadio preparatorio di tirocinio - per un'"altra vita". Questa idea non è che un'altra forma di quella del carattere privativo e negativo della crescita che già abbiamo criticato; perciò non staremo a ripetere le critiche, ma passeremo alle cattive conseguenze che derivano dal porre l'educazione su questa base.In primo luogo questo implica una perdita di slancio. Il potere impulsivo non è utilizzato. I bambini vivono, per definizione, nel presente; questo non solo è un fatto al quale non si sfugge, ma è un bene. Il futuro come tale manca di corpo e di urgenza. Prepararsi a qualcosa senza sapere a che cosa, né perché, significa gettare la leva che già esiste, per cercare un potere impulsivo in una vaga possibilità, e da ciò discende, in secondo luogo, un premio assegnato alla tergiversazione e alla procrastinazione. L'avvenire al quale ci si prepara è lontano; passerà tanto tempo prima che diventi presente. Perché aver fretta di prepararsi? La tentazione di rimandare è tanto più grande per il fatto che il presente offre tante occasioni meravigliose, e porge tanti inviti all'avventura. Naturalmente l'attenzione e l'energia vanno a questi; ne consegue anche qui un'educazione, ma un'educazione minore di quella che si sarebbe ottenuta se tutto lo sforzo fosse stato dedicato a creare condizioni della maggior carica educativa possibile. Un terzo risultato indesiderabile è la sostituzione di una norma convenzionale media di aspettazione e di bisogni, a una norma che tenga conto dei poteri specifici dell'individuo sotto istruzione. Si sostituisce a un giudizio, severo e rigoroso, basato sui lati forti e deboli dell'individuo, un'opinione vaga ed oscillante che ha di mira ciò che il giovane dovrebbe, in media, diventare in un avvenire più o meno remoto; per esempio alla fine dell'anno, quando avvengono le promozioni, o al momento di entrare all'università oppure di cominciare ciò che, a paragone del periodo di tirocinio, si considera il serio problema della vita. È impossibile sopravvalutare la perdita che risulta dallo sviare l'attenzione dal punto strategico a un punto relativamente improduttivo: proprio il presunto successo - riuscire a ottenere una preparazione per l'avvenire - è un insuccesso.In fine il principio della preparazione rende necessario ricorrere su larga scala all'uso dei surrogati dei motivi di piacere e di dolore. Poiché l'avvenire non ha un potere stimolante e direttivo, quando è separato dalle possibilità del presente, bisogna agganciarvi qualcosa per farlo funzionare.S'impiegano allora promesse di ricompense e minacce di pena. Il lavoro sano, eseguito per ragioni concrete e come fatto vitale è in gran parte inconscio. Lo stimolo risiede nella situazione alla quale si è concretamente posti di fronte. Ma se s'ignora questa situazione, agli alunni bisogna dire che, se non seguono il corso stabilito, ne deriverà una punizione; mentre se lo seguono possono aspettarsi in avvenire delle ricompense per i loro sacrifici presenti. Tutti sanno quanto si è dovuto ricorrere ai sistemi di punizioni da parte di concezioni educative che trascurano le possibilità presenti in favore di una preparazione per l'avvenire. [1] Poi nel disgusto per la durezza e l'impotenza di questo metodo, il pendolo oscilla fino all'altro estremo, e la dose di informazioni necessarie per il futuro è ricoperta di zucchero in modo da indurre gli alunni a prendere qualcosa che non vorrebbero.Naturalmente non vi è dubbio che l'educazione debba preparare per l'avvenire. Se l'educazione è crescita, deve realizzare progressivamente le possibilità presenti, e così rendere gli individui più adatti ad affrontare i bisogni ulteriori. Il crescere non è cosa che si compia a tempo perso: è un ininterrotto cammino verso l'avvenire. Un ambiente, a scuola e fuori, che fornisca condizioni che utilizzino adeguatamente le capacità presenti dell'immaturo, certamente provvede all'avvenire che procede dal presente. L'errore non sta nel dare importanza alla preparazione per i bisogni futuri, ma nel fare di questi la molla principale degli sforzi presenti. Poiché il bisogno di prepararsi per una vita in continuo sviluppo è grande, è necessario che ogni energia sia dedicata a rendere l'esperienza presente più ricca e significativa possibile. Allora, mentre il presente si fonde insensibilmente nel futuro, viene provveduto al futuro. (John Dewey, "Democrazia e educazione", La Nuova Italia, Firenze) Secondo quanto riportato nel brano, l'idea che l'educazione sia un processo di preparazione:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'esplosione delle conoscenze e l'introduzione di indagini di laboratorio sempre più raffinate rendono davvero difficile tratteggiare la storia della medicina di questo secolo, che si caratterizza comunque come periodo nel quale avvengono in successione due fatti fondamentali: la riconduzione della fisiologia all'interazione tra molecole, che fa esplodere la biochimica come metodologia essenziale nell'avanzamento delle conoscenze, e la riconduzione della produzione delle molecole al codice genetico e al DNA, cioè al programma scritto anch'esso su molecole e memorizzato in ogni cellula, che segna l'ingresso della biologia molecolare nella medicina.[1] Selezionare i principali contributi non è semplice. Si potrebbe cominciare ricordando Mendel, anche se i suoi studi vengono per alcuni decenni dimenticati, sicché assumono importanza rilevante dopo la loro riscoperta all'inizio di questo secolo. Si alternano in questo secolo scoperte di meccanismi biologici e patologici fondamentali che trovano rapida applicazione nella clinica e nascono così, dietro alle nuove tecnologie per indagare organi e tessuti, nuove branche mediche specialistiche (per esempio radiologia, medicina nucleare); analogamente, dietro le emergenti tecnologie cellulari e molecolari, si sviluppa la medicina molecolare.Dal 1901 gli avvenimenti più salienti per la medicina sono scanditi il 10 dicembre di ogni anno (anniversario della morte di Alfred Bernhard Nobel), dall'assegnazione da parte dell'apposito Comitato del Karolinska Institute di Stoccolma dei premi Nobel per la medicina o la fisiologia. Talvolta avvengono anche premiazioni Nobel da parte dell'Accademia delle Scienze svedese per la fisica o la chimica per scoperte che hanno rilevante applicazione nella biomedicina: si vedano tra tutti i riconoscimenti conferiti in questi settori a Lord Ernest Rutherford nel 1908 e a Marie Curie Sklodowska nel 1911 per la scoperta degli elementi radioattivi. Nelle assegnazioni vi sono anche un paio di infortuni, con premi rivelatisi decisamente immotivati, come a Finsen nel 1903 per la cosiddetta finsenterapia o fototerapia. C'è da rilevare che nella motivazione del premio compaiono sempre due elementi: l'importanza della scoperta e, almeno nei primi tempi d'assegnazione, il beneficio che da essa deriva all'umanità.Nel corso del ventesimo secolo la tecnologia, sia per la disponibilità di nuovi e raffinati strumenti diagnostici, sia per la possibilità di assistenza del malato critico, porta ad altre importanti innovazioni. La chirurgia inizia a divenire "sostitutiva" di organi malati mediante i trapianti. Il primo trapianto di rene avviene tra due gemelli, Richard e Ronald Herrick, nel 1957 a Boston. Nel 1967 avviene il primo trapianto di fegato, eseguito da Thomas Starzl a Denver, Colorado; a dicembre dello stesso anno Christian Barnard a Città del Capo esegue il primo trapianto cardiaco. Quando il rigetto diviene largamente controllabile mediante l'uso, a partire dal 1978, della ciclosporina A, la possibilità di trapianto si estende rapidamente alle isole pancreatiche, al midollo osseo, al polmone e al complesso cuore-polmone, mentre si tentano trapianti di cellule embrionali (per esempio cellule di ghiandole surrenali nel cervello di persone affette da morbo di Parkinson).Si avvicina sempre più, nel passaggio dalla ricerca di base all'applicazione clinica, la possibilità per il medico di modificare processi fondamentali dell'essere umano, come e quando si è generati o si nasce o si muore.La medicina si ritrova di fronte ad antichi dilemmi, che riguardano come conciliare il rispetto dell'individuo con le possibilità offerte dalla tecnologia, come rispettare la volontà dell'individuo, conciliandola con l'antico giuramento di Ippocrate che prescrive di non dar morte neppure a chi lo chieda. (Archivio Selexi) In base a quanto affermato nel brano, Mendel:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'impossibilità di finanziare un disavanzo permanente con il debito pubblico in assenza di crescita rappresenta una conclusione drammatica, che certamente sembra giustificare la preoccupazione diffusa nei confronti dei disavanzi e della loro tendenza alla crescita, sulla base degli andamenti osservati nell'ultimo decennio. È estremamente importante chiarire i termini del problema e spiegare perché esso sia meno serio in un'economia in crescita.Supponiamo che il sistema economico non si stia sviluppando e che il settore pubblico stia mantenendo un disavanzo di bilancio. Questo disavanzo può essere finanziato con l'emissione di titoli pubblici. Ma in questa maniera il settore pubblico dovrà pagare gli interessi su tutto il debito che esisteva in passato e anche sui nuovi titoli emessi per finanziare il disavanzo dell'ultimo periodo. Come è possibile far fronte al pagamento di questi interessi? Se si emettono nuovi titoli, il pagamento in conto interessi nell'anno successivo sarà ancora maggiore e quindi l'emissione di nuovi titoli ancora più ampia e così via. Lo stock del debito pubblico in Italia, così come nella generalità dei Paesi, negli ultimi 40 anni, è cresciuto anno dopo anno. Possiamo allora dedurre che il bilancio pubblico è destinato a diventare incontrattabile con una crescita degli esborsi per interessi tale da richiedere continui aumenti delle imposte fino a che ciò non conduca a qualcosa di drammatico? La risposta a un problema formulato in questi termini è negativa, dato che ci troviamo di fronte a sistemi economici in crescita. In Italia, durante gran parte del periodo compreso tra la seconda guerra mondiale e il 1970, il rapporto tra il debito pubblico e il PIL nominale non ha mostrato tendenza alla crescita, anche se il valore del debito è aumentato in seguito a disavanzi di bilancio. Come può accadere tutto questo? La risposta è che il rapporto tra il debito e il PIL diminuisce quando il PIL nominale cresce più rapidamente del debito pubblico. Per valutare questo punto è utile considerare separatamente il numeratore e il denominatore del rapporto suddetto. Il numeratore, cioè il debito, aumenta a causa dei disavanzi, mentre il denominatore, cioè il PIL nominale, aumenta a seguito sia dell'inflazione sia della crescita del PIL reale; se il debito sta crescendo più velocemente del PIL anche il rapporto debito/PIL aumenterà, ma se il debito sta crescendo meno velocemente quel rapporto diminuirà.Perché è utile considerare il rapporto debito/reddito, piuttosto che il valore assoluto del debito? La ragione è che il PIL fornisce una misura della dimensione del sistema economico e dunque il rapporto debito/PIL rappresenta una misura della grandezza del debito rispetto alle dimensioni dell'economia. Se il rapporto debito/PIL parte da un livello ragionevolmente basso, allora disavanzi pubblici limitati, che assicurino una crescita del debito più lenta di quella del PIL, risulteranno sopportabili. Ma se il disavanzo è così grande da far crescere il rapporto debito/PIL, senza alcuna prospettiva di miglioramento, allora la dimensione del disavanzo costituirà fonte di preoccupazione.In che modo l'inflazione aiuta a risolvere il problema del disavanzo? In primo luogo l'imposta da inflazione può fornire alcuni piccoli contributi al finanziamento del disavanzo, ma la cosa più importante è che una grande e inattesa inflazione riduce il valore reale del debito pubblico. In molti Paesi, il debito nazionale è stabilito in termini nominali e ciò significa che lo Stato si è impegnato a pagare un ammontare prestabilito di euro ai detentori del debito: una politica economica che aumenta il livello dei prezzi riduce dunque il valore reale dei pagamenti, cui lo Stato si è impegnato. Il debito, purché fissato in termini nominali, può quindi essere praticamente eliminato da un'inflazione inattesa e sufficientemente grande. (Archivio Selexi) Secondo quanto esposto nel brano, è corretto affermare che una crescita consistente e inattesa dell'inflazione aumenta il valore reale del debito pubblico?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'impossibilità di finanziare un disavanzo permanente con il debito pubblico in assenza di crescita rappresenta una conclusione drammatica, che certamente sembra giustificare la preoccupazione diffusa nei confronti dei disavanzi e della loro tendenza alla crescita, sulla base degli andamenti osservati nell'ultimo decennio. È estremamente importante chiarire i termini del problema e spiegare perché esso sia meno serio in un'economia in crescita.Supponiamo che il sistema economico non si stia sviluppando e che il settore pubblico stia mantenendo un disavanzo di bilancio. Questo disavanzo può essere finanziato con l'emissione di titoli pubblici. Ma in questa maniera il settore pubblico dovrà pagare gli interessi su tutto il debito che esisteva in passato e anche sui nuovi titoli emessi per finanziare il disavanzo dell'ultimo periodo. Come è possibile far fronte al pagamento di questi interessi? Se si emettono nuovi titoli, il pagamento in conto interessi nell'anno successivo sarà ancora maggiore e quindi l'emissione di nuovi titoli ancora più ampia e così via. Lo stock del debito pubblico in Italia, così come nella generalità dei Paesi, negli ultimi 40 anni, è cresciuto anno dopo anno. Possiamo allora dedurre che il bilancio pubblico è destinato a diventare incontrattabile con una crescita degli esborsi per interessi tale da richiedere continui aumenti delle imposte fino a che ciò non conduca a qualcosa di drammatico? La risposta a un problema formulato in questi termini è negativa, dato che ci troviamo di fronte a sistemi economici in crescita. In Italia, durante gran parte del periodo compreso tra la seconda guerra mondiale e il 1970, il rapporto tra il debito pubblico e il PIL nominale non ha mostrato tendenza alla crescita, anche se il valore del debito è aumentato in seguito a disavanzi di bilancio. Come può accadere tutto questo? La risposta è che il rapporto tra il debito e il PIL diminuisce quando il PIL nominale cresce più rapidamente del debito pubblico. Per valutare questo punto è utile considerare separatamente il numeratore e il denominatore del rapporto suddetto. Il numeratore, cioè il debito, aumenta a causa dei disavanzi, mentre il denominatore, cioè il PIL nominale, aumenta a seguito sia dell'inflazione sia della crescita del PIL reale; se il debito sta crescendo più velocemente del PIL anche il rapporto debito/PIL aumenterà, ma se il debito sta crescendo meno velocemente quel rapporto diminuirà.Perché è utile considerare il rapporto debito/reddito, piuttosto che il valore assoluto del debito? La ragione è che il PIL fornisce una misura della dimensione del sistema economico e dunque il rapporto debito/PIL rappresenta una misura della grandezza del debito rispetto alle dimensioni dell'economia. Se il rapporto debito/PIL parte da un livello ragionevolmente basso, allora disavanzi pubblici limitati, che assicurino una crescita del debito più lenta di quella del PIL, risulteranno sopportabili. Ma se il disavanzo è così grande da far crescere il rapporto debito/PIL, senza alcuna prospettiva di miglioramento, allora la dimensione del disavanzo costituirà fonte di preoccupazione.In che modo l'inflazione aiuta a risolvere il problema del disavanzo? In primo luogo l'imposta da inflazione può fornire alcuni piccoli contributi al finanziamento del disavanzo, ma la cosa più importante è che una grande e inattesa inflazione riduce il valore reale del debito pubblico. In molti Paesi, il debito nazionale è stabilito in termini nominali e ciò significa che lo Stato si è impegnato a pagare un ammontare prestabilito di euro ai detentori del debito: una politica economica che aumenta il livello dei prezzi riduce dunque il valore reale dei pagamenti, cui lo Stato si è impegnato. Il debito, purché fissato in termini nominali, può quindi essere praticamente eliminato da un'inflazione inattesa e sufficientemente grande. (Archivio Selexi) È possibile che, in un sistema economico in crescita, il rapporto tra debito e PIL non aumenti all'aumentare del disavanzo di bilancio?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'invenzione della moneta è relativamente recente. Gli uomini primitivi non la conoscevano e utilizzavano il baratto come mezzo per lo scambio. Questo fu superato dall'introduzione della moneta naturale, consistente in un animale o in una cosa esistente in natura e considerata utile da tutti. Anticamente nel bacino del Mediterraneo si usava, per esempio, come moneta naturale, il bestiame. Le testimonianze di questa forma pre-monetale sono molte; basti ricordare che il termine latino pecunia (denaro) deriva dal vocabolo pecus, che significa gregge. Ben presto però apparve chiaro che questa forma di pre-moneta aveva grandi difetti: il bestiame, infatti, consentiva un accumulo di ricchezza, ma il suo mantenimento era costoso e impegnativo. Si passò allora alla cosiddetta moneta utensile, ovvero a oggetti lavorati, i quali mantenevano intatti nel tempo il loro valore. Ad esempio, nella Grecia antica la moneta utensile fu rappresentata principalmente dagli spiedi e dalle asce, mentre in Cina si usarono vanghe e coltelli. A poco a poco gli oggetti usati a questo scopo persero ogni funzione pratica, legata al lavoro, e diventarono puri mezzi di scambio. A modificare la storia dei mezzi di scambio fu la scoperta del metallo. Esso, fuso in forma di piccoli pani o lingotti, possedeva infatti tutti i requisiti necessari a diventare mezzo di scambio. L'introduzione della moneta di Stato rappresentò il punto di arrivo di un'evoluzione degli scambi commerciali del popolo greco. Nel corso del VII secolo a.C., infatti, i Greci emigrati verso le colonie del Mediterraneo diedero vita a un intenso rapporto commerciale con la madrepatria. Lo sviluppo degli scambi in termini quantitativi indusse gli operatori economici ad agevolare le contrattazioni adottando mezzi di pagamento più rapidi, diversi dalle forme di pre-moneta allora in uso. Nacque così la nuova merce-campione, costituita da globetti di metallo di dimensioni minime, più agili e facili da trattare rispetto ai pani di rame. I metalli nobili (l'oro, l'argento e l'elettro, una lega ottenuta dai due metalli precedenti) vennero preferiti agli altri per il fatto di essere rari, di essere pressoché inalterabili, in quanto non ossidabili, e di essere riconoscibili facilmente, oltre che dal suono e dall'aspetto, anche dal peso specifico, superiore a quello di tutti gli altri metalli allora conosciuti. L'uso quotidiano di pezzi del genere aveva però un limite. Non presentando, infatti, nessuna marca di valore e nessun segno di garanzia, ogni volta che venivano ricevuti in pagamento, i pezzi dovevano essere pesati per stabilirne il valore e saggiati per verificarne la purezza. Questo inconveniente fu superato con l'introduzione di globetti contromarcati garantiti da banchieri, mercanti o altri operatori economici. A questo punto (intorno al 620-600 a.C.) intervenne il governo di una delle città ioniche, forse Mileto, che si appropriò dell'idea emettendo una moneta statale con il suo simbolo. In circa un secolo, la moneta statale invase la Grecia continentale, poi divenne patrimonio di tutte le economie del Mediterraneo. Quella greca fu la prima moneta della storia, in tutte le altre aree la sua introduzione fu successiva. (Archivio Selexi) In base al brano, in quale secolo la moneta statale si diffuse in tutta la Grecia continentale?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'invenzione della moneta è relativamente recente. Gli uomini primitivi non la conoscevano e utilizzavano il baratto come mezzo per lo scambio. Questo fu superato dall'introduzione della moneta naturale, consistente in un animale o in una cosa esistente in natura e considerata utile da tutti. Anticamente nel bacino del Mediterraneo si usava, per esempio, come moneta naturale, il bestiame. Le testimonianze di questa forma pre-monetale sono molte; basti ricordare che il termine latino pecunia (denaro) deriva dal vocabolo pecus, che significa gregge. Ben presto però apparve chiaro che questa forma di pre-moneta aveva grandi difetti: il bestiame, infatti, consentiva un accumulo di ricchezza, ma il suo mantenimento era costoso e impegnativo. Si passò allora alla cosiddetta moneta utensile, ovvero a oggetti lavorati, i quali mantenevano intatti nel tempo il loro valore. Ad esempio, nella Grecia antica la moneta utensile fu rappresentata principalmente dagli spiedi e dalle asce, mentre in Cina si usarono vanghe e coltelli. A poco a poco gli oggetti usati a questo scopo persero ogni funzione pratica, legata al lavoro, e diventarono puri mezzi di scambio. A modificare la storia dei mezzi di scambio fu la scoperta del metallo. Esso, fuso in forma di piccoli pani o lingotti, possedeva infatti tutti i requisiti necessari a diventare mezzo di scambio. L'introduzione della moneta di Stato rappresentò il punto di arrivo di un'evoluzione degli scambi commerciali del popolo greco. Nel corso del VII secolo a.C., infatti, i Greci emigrati verso le colonie del Mediterraneo diedero vita a un intenso rapporto commerciale con la madrepatria. Lo sviluppo degli scambi in termini quantitativi indusse gli operatori economici ad agevolare le contrattazioni adottando mezzi di pagamento più rapidi, diversi dalle forme di pre-moneta allora in uso. Nacque così la nuova merce-campione, costituita da globetti di metallo di dimensioni minime, più agili e facili da trattare rispetto ai pani di rame. I metalli nobili (l'oro, l'argento e l'elettro, una lega ottenuta dai due metalli precedenti) vennero preferiti agli altri per il fatto di essere rari, di essere pressoché inalterabili, in quanto non ossidabili, e di essere riconoscibili facilmente, oltre che dal suono e dall'aspetto, anche dal peso specifico, superiore a quello di tutti gli altri metalli allora conosciuti. L'uso quotidiano di pezzi del genere aveva però un limite. Non presentando, infatti, nessuna marca di valore e nessun segno di garanzia, ogni volta che venivano ricevuti in pagamento, i pezzi dovevano essere pesati per stabilirne il valore e saggiati per verificarne la purezza. Questo inconveniente fu superato con l'introduzione di globetti contromarcati garantiti da banchieri, mercanti o altri operatori economici. A questo punto (intorno al 620-600 a.C.) intervenne il governo di una delle città ioniche, forse Mileto, che si appropriò dell'idea emettendo una moneta statale con il suo simbolo. In circa un secolo, la moneta statale invase la Grecia continentale, poi divenne patrimonio di tutte le economie del Mediterraneo. Quella greca fu la prima moneta della storia, in tutte le altre aree la sua introduzione fu successiva. (Archivio Selexi) In base a quanto scritto nel brano, prima del 600 a.C., come forma pre-monetale NON si è:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'invenzione della moneta è relativamente recente. Gli uomini primitivi non la conoscevano e utilizzavano il baratto come mezzo per lo scambio. Questo fu superato dall'introduzione della moneta naturale, consistente in un animale o in una cosa esistente in natura e considerata utile da tutti. Anticamente nel bacino del Mediterraneo si usava, per esempio, come moneta naturale, il bestiame. Le testimonianze di questa forma pre-monetale sono molte; basti ricordare che il termine latino pecunia (denaro) deriva dal vocabolo pecus, che significa gregge. Ben presto però apparve chiaro che questa forma di pre-moneta aveva grandi difetti: il bestiame, infatti, consentiva un accumulo di ricchezza, ma il suo mantenimento era costoso e impegnativo. Si passò allora alla cosiddetta moneta utensile, ovvero a oggetti lavorati, i quali mantenevano intatti nel tempo il loro valore. Ad esempio, nella Grecia antica la moneta utensile fu rappresentata principalmente dagli spiedi e dalle asce, mentre in Cina si usarono vanghe e coltelli. A poco a poco gli oggetti usati a questo scopo persero ogni funzione pratica, legata al lavoro, e diventarono puri mezzi di scambio. A modificare la storia dei mezzi di scambio fu la scoperta del metallo. Esso, fuso in forma di piccoli pani o lingotti, possedeva infatti tutti i requisiti necessari a diventare mezzo di scambio. L'introduzione della moneta di Stato rappresentò il punto di arrivo di un'evoluzione degli scambi commerciali del popolo greco. Nel corso del VII secolo a.C., infatti, i Greci emigrati verso le colonie del Mediterraneo diedero vita a un intenso rapporto commerciale con la madrepatria. Lo sviluppo degli scambi in termini quantitativi indusse gli operatori economici ad agevolare le contrattazioni adottando mezzi di pagamento più rapidi, diversi dalle forme di pre-moneta allora in uso. Nacque così la nuova merce-campione, costituita da globetti di metallo di dimensioni minime, più agili e facili da trattare rispetto ai pani di rame. I metalli nobili (l'oro, l'argento e l'elettro, una lega ottenuta dai due metalli precedenti) vennero preferiti agli altri per il fatto di essere rari, di essere pressoché inalterabili, in quanto non ossidabili, e di essere riconoscibili facilmente, oltre che dal suono e dall'aspetto, anche dal peso specifico, superiore a quello di tutti gli altri metalli allora conosciuti. L'uso quotidiano di pezzi del genere aveva però un limite. Non presentando, infatti, nessuna marca di valore e nessun segno di garanzia, ogni volta che venivano ricevuti in pagamento, i pezzi dovevano essere pesati per stabilirne il valore e saggiati per verificarne la purezza. Questo inconveniente fu superato con l'introduzione di globetti contromarcati garantiti da banchieri, mercanti o altri operatori economici. A questo punto (intorno al 620-600 a.C.) intervenne il governo di una delle città ioniche, forse Mileto, che si appropriò dell'idea emettendo una moneta statale con il suo simbolo. In circa un secolo, la moneta statale invase la Grecia continentale, poi divenne patrimonio di tutte le economie del Mediterraneo. Quella greca fu la prima moneta della storia, in tutte le altre aree la sua introduzione fu successiva. (Archivio Selexi) Nel brano si afferma che anticamente in Cina si utilizzarono:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'Italia si conferma il Paese europeo con la più alta evasione fiscale, con il 48% del reddito imponibile che non viene dichiarato al fisco. Lo rileva, in una nota, Contribuenti.it, associazione contribuenti italiani, che ha condotto un'indagine su un campione di 1.500 cittadini. Il 44% di chi non paga le tasse «lo fa per insoddisfazione verso i servizi pubblici erogati dallo Stato o la scarsa cultura della legalità, il 36% per la complessità delle norme e soltanto il 20% per la scarsità dei controlli». L'indagine di Contribuenti.it ha inoltre rilevato - si legge nella nota - che «i principali evasori sono industriali (32%), bancari e assicurativi (28%), seguiti da commercianti (12%), artigiani (11%), professionisti (9%) e lavoratori dipendenti (8%)». A livello territoriale, invece, l'evasione è diffusa soprattutto al Sud (34,5% del totale nazionale), seguito dal Nord Ovest (26,5%), dal Centro (20,1%) e dal Nord Est (18,9%). (Archivio Selexi) In base a quanto riportato nel testo, è possibile affermare che:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  L'uomo del Rinascimento ha molti volti ben individuabili. [...] La donna del Rinascimento, invece, sembra quasi senza volto. Un uomo può essere principe o guerriero, artista o umanista, mercante o ecclesiastico, saggio o avventuriero. La donna assume solo raramente tali ruoli e, se lo fa, non sono questi i ruoli che la definiscono, ma altri: è madre o figlia o vedova; vergine o prostituta, santa o strega, Maria, o Eva, o Amazzone. Queste identità (che le derivano soltanto dal sesso a cui appartiene) la sommergono completamente ed estinguono qualsiasi altra personalità cui ella aspira. La donna, per tutto il periodo del Rinascimento, combatte per esprimere sé. Ma è una lotta destinata all'insuccesso, dato che, dalla fine del Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino. La gran parte delle donne del Rinascimento divennero madri, e la maternità ha costituito la loro professione. La loro vita adulta (dai venticinque anni circa nella maggior parte dei gruppi sociali, dall'adolescenza nelle élites) è tra un ciclo continuo di parti, allattamenti e ancora parti. Le donne che appartenevano alle classi superiori davano alla luce un figlio ogni ventiquattro o trenta mesi. Gli intervalli tra un parto o l'altro erano scanditi dai periodi di allattamento, che limitano la fertilità: quando il bambino era ormai svezzato, si poteva avere un nuovo concepimento. Le donne ricche partorivano anche più figli di quelle povere. Il bisogno di procurarsi un erede, corollario alla necessità di trasmettere efficacemente la ricchezza, le costringeva alla fertilità. Dato che esse non allattavano i loro bambini, gli intervalli tra un parto e l'altro potevano essere più brevi. [...] Portare un figlio è un privilegio e un fardello della donna. In Italia e in Francia, la donna che aveva appena partorito un bimbo veniva festeggiata e coccolata. Il canonico milanese Pietro Casola, nel 1494, descrive la camera di una donna della nobile famiglia Dolfin di Venezia che era appena divenuta madre. La stanza era stata addobbata con ornamenti del valore di almeno duemila ducati, mentre le donne che si prendevano cura della partoriente indossavano gioielli il cui valore raggiungeva almeno i centomila ducati. La donna che aveva appena partorito, come una sposa novella il giorno delle nozze, occupava per un momento transitorio una posizione di onore che non conosceva confronti. Essere incinte costituiva comunque un segno di onore. [...] Dalle donne delle classi superiori ci si aspettava anche che amassero i figli, e in effetti molte di loro lo facevano: nutrivano i figli e li educavano sino all'età di sette anni (le figlie fino al matrimonio) trovando così nella maternità un'occasione di creatività e di espressione. [...] La preoccupazione per la morte del bambino era sempre in agguato a ogni nascita. Il neonato era in qualche modo considerato dalle madri del Rinascimento come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. (Archivio Selexi) In base a quanto scritto nel brano, durante il Rinascimento la donna:

 Esercitati su questo Quiz 
«3456789»
[bbp-single-forum id=21165]

ShowQuestions

Cerca

CONCORSI NELLE PROVINCE

Agrigento   Alessandria   Ancona   Aosta   Arezzo   Ascoli Piceno   Asti   Avellino   Bari   Barletta Andria Trani   Belluno   Benevento   Bergamo   Biella   Bologna   Bolzano   Brescia   Brindisi   Cagliari   Caltanissetta   Campobasso   Carbonia Iglesias   Caserta   Catania   Catanzaro   Chieti   Como   Cosenza   Cremona   Crotone   Cuneo   Enna   Fermo   Ferrara   Firenze   Foggia   Forli Cesena   Frosinone   Genova   Gorizia   Grosseto   Imperia   Isernia   La Spezia   L'Aquila   Latina   Lecce   Lecco   Livorno   Lodi   Lucca   Macerata   Mantova   Massa Carrara   Matera   Messina   Milano   Modena   Monza e della Brianza   Napoli   Novara   Nuoro   Olbia Tempio   Oristano   Padova   Palermo   Parma   Pavia   Perugia   Pesaro e Urbino   Pescara   Piacenza   Pisa   Pistoia   Pordenone   Potenza   Prato   Ragusa   Ravenna   Reggio Calabria   Reggio Emilia   Rieti   Rimini   Roma   Rovigo   Salerno   Medio Campidano   Sassari   Savona   Siena   Siracusa   Sondrio   Taranto   Teramo   Terni   Torino   Ogliastra   Trapani   Trento   Treviso   Trieste   Udine   Varese   Venezia   Verbano Cusio Ossola   Vercelli   Verona   Vibo Valentia   Vicenza   Viterbo

CONCORSI NELLE REGIONI

Abruzzo   Basilicata   Calabria   Campania   Emilia Romagna   Liguria   Lombardia   Friuli Venezia Giulia   Lazio   Marche   Molise   Piemonte   Puglia   Sicilia   Sardegna   Toscana   Trentino Alto Adige   Umbria   Valle d'Aosta   Veneto
Copyright Quiz e Concorsi