Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Esercito Italiano Quiz - Concorso per l'ammissione di 41 allievi al 7° corso Allievi Ufficiali in Ferma Prefissata (A.U.F.P.) dell'Esercito per il conseguimento della nomina a Tenente in Ferma Prefissata, ausiliario del ruolo normale del Corpo degli Ingegneri, del Corpo di Commissariato e del Corpo Sanitario dell'Esercito  Esercitati su questo Quiz  |
RISPOSTA   L'avvocato Utterson era un uomo dall'aspetto rude, non s'illuminava mai di un sorriso; freddo, misurato e imbarazzato nel parlare, riservato nell'esprimere i propri sentimenti; era un uomo magro, lungo, polveroso e triste, eppure in un certo senso amabile. Nelle riunioni di amici, quando il vino era di suo gusto, gli traspariva negli occhi qualcosa di veramente umano; qualcosa che non trovava mai modo di risultare nelle sue parole, e che si manifestava, oltre che in quella silenziosa espressione della faccia dopo una cena, più spesso ancora e più vivamente nelle azioni della sua vita. L'avvocato era severo nei riguardi di se stesso; quando si trovava solo, beveva gin, per mortificare l'inclinazione verso i buoni vini; e, sebbene il teatro lo attirasse, non aveva mai varcato la soglia di un teatro in vent'anni. Nei riguardi del prossimo era tuttavia di una grande indulgenza; talvolta si meravigliava, quasi con invidia, della forza con la quale certi animi potevano venire spinti alla malvagità; e, in ogni occasione, era disposto più ad aiutare che a disapprovare. "Io tendo all'eresia di Caino", soleva dire argutamente, "lascio che mio fratello se ne vada al diavolo come meglio gli piace". Avendo un simile carattere, gli accadeva spesso di essere l'ultimo conoscente stimato, e di esercitare l'ultima buona influenza nella vita di uomini perduti. Costoro, sinché frequentavano la sua casa, venivano trattati senza il minimo mutamento di modi. Indubbiamente questo contegno riusciva facile al signor Utterson, poiché egli era riservato al massimo grado, e anche le sue amicizie parevano fondate su una simile dottrina di bontà. È proprio dell'uomo modesto accettare il cerchio delle amicizie, così come sono, dalle mani della sorte; questo era il caso dell'avvocato. I suoi amici erano persone del suo stesso sangue, oppure gente che conosceva da lungo tempo; i suoi affetti, come l'edera, si sviluppavano con il tempo, e non implicavano particolari qualità nel loro oggetto. Di tal genere senza dubbio doveva essere il legame che lo univa al signor Richard Enfield, suo lontano parente, uomo molto conosciuto in città. Per molti restava un mistero cosa quei due potessero trovare uno nell'altro, e quali argomenti di conversazione potessero avere in comune. Coloro che li incontravano nelle loro passeggiate domenicali riferivano che non parlavano, e parevano singolarmente tediati, e salutavano con evidente sollievo l'apparire di un comune conoscente. E tuttavia, i due uomini tenevano in gran conto quelle passeggiate, considerandole il maggior svago della loro settimana, e non solo scartavano ogni altra occasione di divertimento, ma resistevano persino al richiamo degli affari, per goderne senza interruzione. In uno di quei vagabondaggi accadde che passassero per una strada secondaria di un quartiere affollato di Londra. La via era piccola, e quel che si dice tranquilla, ma nei giorni feriali era piena di gente affaccendata. Quale dei seguenti aggettivi o definizioni non può essere riferito, in base a quanto detto nel brano proposto, al signor Utterson? |
| RISPOSTA   L'editore è la vera anima di una casa editrice. Non solo la maggior parte delle volte le dà il nome, ma pensa a imprimerle le necessarie spinte di sviluppo. L'editore è un imprenditore a tutti gli effetti e, anche se qualcuno vorrebbe smentire, possiamo senza dubbio dire che lo scopo del suo operato è il profitto. Nella nostra epoca si è verificata la graduale scomparsa dell'editore intellettuale e letterato, attento esclusivamente al valore culturale delle proprie pubblicazioni, mentre si è decisamente imposta la figura dell'editore manager, molto più pragmatico, che commisura le scelte alle possibilità reali del mercato e a sani equilibri di bilancio. La trasformazione è cominciata negli anni Sessanta. Prima di allora esisteva un'editoria, certo minore ma importante, che seguiva linee proprie senza porsi come scopo prioritario il profitto. Alcuni editori, appartenenti a prestigiose famiglie di imprenditori, consideravano l'editoria libraria solo un fiore all'occhiello, un omaggio alle arti, in quanto traevano i loro redditi da altre attività, specie la stampa periodica, che allora aveva ingenti introiti pubblicitari. Con il tempo cominciarono a diffondersi nel settore dei libri alcuni criteri di gestione più orientati all'aspetto economico. Oggi la visione si è completamente ribaltata: fare l'editore significa essere imprenditore e, come tale, compiere delle scelte strategiche riguardanti il prodotto, prima di tutto, quindi il mercato al quale indirizzarsi, la ricerca dei collaboratori, dei fornitori, la scelta tecnologica e la creazione di un'immagine aziendale che sarà il biglietto da visita per l'operato attuale e futuro. Obiettivi molto pratici e un occhio particolare al mercato, dal quale prendere tutte le informazioni necessarie per svolgere al meglio la propria attività: notizie sulla concorrenza, statistiche, novità, strategie di marketing che hanno avuto successo, nuovi canali di distribuzione e molto ancora. Un progetto editoriale, per quanto originale e creativo, dovrà sempre fare i conti con un pubblico e con un mercato in cui collocare il prodotto. L'idea iniziale dell'editore, la sua scelta di indirizzarsi verso un tipo di produzione piuttosto che un altro deve essere pianificata in modo strategico e dovrà nel tempo mantenere la coerenza prefissata. Eventuali cambiamenti saranno dettati da ragioni circostanziate, quali una variazione nei gusti dei lettori, ragioni economiche, dunque di mercato. L'obiettivo sarà quello di creare una linea editoriale, il segno che permetterà di riconoscere la casa editrice in mezzo alle circa tremila che ci sono in Italia. Si inizierà con l'ideazione della sigla editoriale, primo passo verso la concretizzazione del progetto dell'editore. Poi verrà la suddivisione in collane che rifletterà motivazioni organizzative e contenutistiche. Il pubblico da tenere in considerazione per creare un progetto editoriale è fondamentalmente quello dei lettori. In Italia, a differenza dei maggiori Paesi europei, il numero dei lettori è esiguo rispetto all'offerta vastissima di titoli sul mercato; questo è il dramma principale che attraversa la nostra editoria. Per avviare un'attività con probabilità di successo è necessario incanalare l'offerta verso un target definito di lettori. Si tratta in sostanza di compiere delle scelte mirate che tengano conto non di un pubblico generico che spesso rimane solo potenziale, ma di tipologie di pubblico ben individuate, a cui indirizzare proposte idonee, supportate da un preciso piano di comunicazione e diffusione. Tale esigenza nasce soprattutto per un certo tipo di editoria, medio-piccola, che, per continuare a produrre, deve orientarsi su una produzione specializzata, plasmata sui bisogni di alcuni segmenti di clientela. Un'editoria di nicchia, dunque, tesa a soddisfare e conquistare un pubblico in termini di qualità di offerta e di servizio e, attraverso queste due leve, creare una sorta di legame di fidelizzazione con i propri lettori. La divisione in collane: |
RISPOSTA   L'editore è la vera anima di una casa editrice. Non solo la maggior parte delle volte le dà il nome, ma pensa a imprimerle le necessarie spinte di sviluppo. L'editore è un imprenditore a tutti gli effetti e, anche se qualcuno vorrebbe smentire, possiamo senza dubbio dire che lo scopo del suo operato è il profitto. Nella nostra epoca si è verificata la graduale scomparsa dell'editore intellettuale e letterato, attento esclusivamente al valore culturale delle proprie pubblicazioni, mentre si è decisamente imposta la figura dell'editore manager, molto più pragmatico, che commisura le scelte alle possibilità reali del mercato e a sani equilibri di bilancio. La trasformazione è cominciata negli anni Sessanta. Prima di allora esisteva un'editoria, certo minore ma importante, che seguiva linee proprie senza porsi come scopo prioritario il profitto. Alcuni editori, appartenenti a prestigiose famiglie di imprenditori, consideravano l'editoria libraria solo un fiore all'occhiello, un omaggio alle arti, in quanto traevano i loro redditi da altre attività, specie la stampa periodica, che allora aveva ingenti introiti pubblicitari. Con il tempo cominciarono a diffondersi nel settore dei libri alcuni criteri di gestione più orientati all'aspetto economico. Oggi la visione si è completamente ribaltata: fare l'editore significa essere imprenditore e, come tale, compiere delle scelte strategiche riguardanti il prodotto, prima di tutto, quindi il mercato al quale indirizzarsi, la ricerca dei collaboratori, dei fornitori, la scelta tecnologica e la creazione di un'immagine aziendale che sarà il biglietto da visita per l'operato attuale e futuro. Obiettivi molto pratici e un occhio particolare al mercato, dal quale prendere tutte le informazioni necessarie per svolgere al meglio la propria attività: notizie sulla concorrenza, statistiche, novità, strategie di marketing che hanno avuto successo, nuovi canali di distribuzione e molto ancora. Un progetto editoriale, per quanto originale e creativo, dovrà sempre fare i conti con un pubblico e con un mercato in cui collocare il prodotto. L'idea iniziale dell'editore, la sua scelta di indirizzarsi verso un tipo di produzione piuttosto che un altro deve essere pianificata in modo strategico e dovrà nel tempo mantenere la coerenza prefissata. Eventuali cambiamenti saranno dettati da ragioni circostanziate, quali una variazione nei gusti dei lettori, ragioni economiche, dunque di mercato. L'obiettivo sarà quello di creare una linea editoriale, il segno che permetterà di riconoscere la casa editrice in mezzo alle circa tremila che ci sono in Italia. Si inizierà con l'ideazione della sigla editoriale, primo passo verso la concretizzazione del progetto dell'editore. Poi verrà la suddivisione in collane che rifletterà motivazioni organizzative e contenutistiche. Il pubblico da tenere in considerazione per creare un progetto editoriale è fondamentalmente quello dei lettori. In Italia, a differenza dei maggiori Paesi europei, il numero dei lettori è esiguo rispetto all'offerta vastissima di titoli sul mercato; questo è il dramma principale che attraversa la nostra editoria. Per avviare un'attività con probabilità di successo è necessario incanalare l'offerta verso un target definito di lettori. Si tratta in sostanza di compiere delle scelte mirate che tengano conto non di un pubblico generico che spesso rimane solo potenziale, ma di tipologie di pubblico ben individuate, a cui indirizzare proposte idonee, supportate da un preciso piano di comunicazione e diffusione. Tale esigenza nasce soprattutto per un certo tipo di editoria, medio-piccola, che, per continuare a produrre, deve orientarsi su una produzione specializzata, plasmata sui bisogni di alcuni segmenti di clientela. Un'editoria di nicchia, dunque, tesa a soddisfare e conquistare un pubblico in termini di qualità di offerta e di servizio e, attraverso queste due leve, creare una sorta di legame di fidelizzazione con i propri lettori. L'idea centrale del brano è: |
RISPOSTA   L'editore è la vera anima di una casa editrice. Non solo la maggior parte delle volte le dà il nome, ma pensa a imprimerle le necessarie spinte di sviluppo. L'editore è un imprenditore a tutti gli effetti e, anche se qualcuno vorrebbe smentire, possiamo senza dubbio dire che lo scopo del suo operato è il profitto. Nella nostra epoca si è verificata la graduale scomparsa dell'editore intellettuale e letterato, attento esclusivamente al valore culturale delle proprie pubblicazioni, mentre si è decisamente imposta la figura dell'editore manager, molto più pragmatico, che commisura le scelte alle possibilità reali del mercato e a sani equilibri di bilancio. La trasformazione è cominciata negli anni Sessanta. Prima di allora esisteva un'editoria, certo minore ma importante, che seguiva linee proprie senza porsi come scopo prioritario il profitto. Alcuni editori, appartenenti a prestigiose famiglie di imprenditori, consideravano l'editoria libraria solo un fiore all'occhiello, un omaggio alle arti, in quanto traevano i loro redditi da altre attività, specie la stampa periodica, che allora aveva ingenti introiti pubblicitari. Con il tempo cominciarono a diffondersi nel settore dei libri alcuni criteri di gestione più orientati all'aspetto economico. Oggi la visione si è completamente ribaltata: fare l'editore significa essere imprenditore e, come tale, compiere delle scelte strategiche riguardanti il prodotto, prima di tutto, quindi il mercato al quale indirizzarsi, la ricerca dei collaboratori, dei fornitori, la scelta tecnologica e la creazione di un'immagine aziendale che sarà il biglietto da visita per l'operato attuale e futuro. Obiettivi molto pratici e un occhio particolare al mercato, dal quale prendere tutte le informazioni necessarie per svolgere al meglio la propria attività: notizie sulla concorrenza, statistiche, novità, strategie di marketing che hanno avuto successo, nuovi canali di distribuzione e molto ancora. Un progetto editoriale, per quanto originale e creativo, dovrà sempre fare i conti con un pubblico e con un mercato in cui collocare il prodotto. L'idea iniziale dell'editore, la sua scelta di indirizzarsi verso un tipo di produzione piuttosto che un altro deve essere pianificata in modo strategico e dovrà nel tempo mantenere la coerenza prefissata. Eventuali cambiamenti saranno dettati da ragioni circostanziate, quali una variazione nei gusti dei lettori, ragioni economiche, dunque di mercato. L'obiettivo sarà quello di creare una linea editoriale, il segno che permetterà di riconoscere la casa editrice in mezzo alle circa tremila che ci sono in Italia. Si inizierà con l'ideazione della sigla editoriale, primo passo verso la concretizzazione del progetto dell'editore. Poi verrà la suddivisione in collane che rifletterà motivazioni organizzative e contenutistiche. Il pubblico da tenere in considerazione per creare un progetto editoriale è fondamentalmente quello dei lettori. In Italia, a differenza dei maggiori Paesi europei, il numero dei lettori è esiguo rispetto all'offerta vastissima di titoli sul mercato; questo è il dramma principale che attraversa la nostra editoria. Per avviare un'attività con probabilità di successo è necessario incanalare l'offerta verso un target definito di lettori. Si tratta in sostanza di compiere delle scelte mirate che tengano conto non di un pubblico generico che spesso rimane solo potenziale, ma di tipologie di pubblico ben individuate, a cui indirizzare proposte idonee, supportate da un preciso piano di comunicazione e diffusione. Tale esigenza nasce soprattutto per un certo tipo di editoria, medio-piccola, che, per continuare a produrre, deve orientarsi su una produzione specializzata, plasmata sui bisogni di alcuni segmenti di clientela. Un'editoria di nicchia, dunque, tesa a soddisfare e conquistare un pubblico in termini di qualità di offerta e di servizio e, attraverso queste due leve, creare una sorta di legame di fidelizzazione con i propri lettori. L'autore del brano riportato è verosimilmente: |
| RISPOSTA   L'editore è la vera anima di una casa editrice. Non solo la maggior parte delle volte le dà il nome, ma pensa a imprimerle le necessarie spinte di sviluppo. L'editore è un imprenditore a tutti gli effetti e, anche se qualcuno vorrebbe smentire, possiamo senza dubbio dire che lo scopo del suo operato è il profitto. Nella nostra epoca si è verificata la graduale scomparsa dell'editore intellettuale e letterato, attento esclusivamente al valore culturale delle proprie pubblicazioni, mentre si è decisamente imposta la figura dell'editore manager, molto più pragmatico, che commisura le scelte alle possibilità reali del mercato e a sani equilibri di bilancio. La trasformazione è cominciata negli anni Sessanta. Prima di allora esisteva un'editoria, certo minore ma importante, che seguiva linee proprie senza porsi come scopo prioritario il profitto. Alcuni editori, appartenenti a prestigiose famiglie di imprenditori, consideravano l'editoria libraria solo un fiore all'occhiello, un omaggio alle arti, in quanto traevano i loro redditi da altre attività, specie la stampa periodica, che allora aveva ingenti introiti pubblicitari. Con il tempo cominciarono a diffondersi nel settore dei libri alcuni criteri di gestione più orientati all'aspetto economico. Oggi la visione si è completamente ribaltata: fare l'editore significa essere imprenditore e, come tale, compiere delle scelte strategiche riguardanti il prodotto, prima di tutto, quindi il mercato al quale indirizzarsi, la ricerca dei collaboratori, dei fornitori, la scelta tecnologica e la creazione di un'immagine aziendale che sarà il biglietto da visita per l'operato attuale e futuro. Obiettivi molto pratici e un occhio particolare al mercato, dal quale prendere tutte le informazioni necessarie per svolgere al meglio la propria attività: notizie sulla concorrenza, statistiche, novità, strategie di marketing che hanno avuto successo, nuovi canali di distribuzione e molto ancora. Un progetto editoriale, per quanto originale e creativo, dovrà sempre fare i conti con un pubblico e con un mercato in cui collocare il prodotto. L'idea iniziale dell'editore, la sua scelta di indirizzarsi verso un tipo di produzione piuttosto che un altro deve essere pianificata in modo strategico e dovrà nel tempo mantenere la coerenza prefissata. Eventuali cambiamenti saranno dettati da ragioni circostanziate, quali una variazione nei gusti dei lettori, ragioni economiche, dunque di mercato. L'obiettivo sarà quello di creare una linea editoriale, il segno che permetterà di riconoscere la casa editrice in mezzo alle circa tremila che ci sono in Italia. Si inizierà con l'ideazione della sigla editoriale, primo passo verso la concretizzazione del progetto dell'editore. Poi verrà la suddivisione in collane che rifletterà motivazioni organizzative e contenutistiche. Il pubblico da tenere in considerazione per creare un progetto editoriale è fondamentalmente quello dei lettori. In Italia, a differenza dei maggiori Paesi europei, il numero dei lettori è esiguo rispetto all'offerta vastissima di titoli sul mercato; questo è il dramma principale che attraversa la nostra editoria. Per avviare un'attività con probabilità di successo è necessario incanalare l'offerta verso un target definito di lettori. Si tratta in sostanza di compiere delle scelte mirate che tengano conto non di un pubblico generico che spesso rimane solo potenziale, ma di tipologie di pubblico ben individuate, a cui indirizzare proposte idonee, supportate da un preciso piano di comunicazione e diffusione. Tale esigenza nasce soprattutto per un certo tipo di editoria, medio-piccola, che, per continuare a produrre, deve orientarsi su una produzione specializzata, plasmata sui bisogni di alcuni segmenti di clientela. Un'editoria di nicchia, dunque, tesa a soddisfare e conquistare un pubblico in termini di qualità di offerta e di servizio e, attraverso queste due leve, creare una sorta di legame di fidelizzazione con i propri lettori. Il brano verosimilmente proseguirà con: |
| RISPOSTA   L'esplosione delle conoscenze e l'introduzione di indagini di laboratorio sempre più raffinate rendono davvero difficile tratteggiare la storia della medicina di questo secolo, che si caratterizza comunque come periodo nel quale avvengono in successione due fatti fondamentali: la riconduzione della fisiologia all'interazione tra molecole e questo fa esplodere la biochimica come metodologia essenziale nell'avanzamento delle conoscenze; la riconduzione della produzione delle molecole al codice genetico e al DNA, cioè al programma scritto anch'esso su molecole e memorizzato in ogni cellula e questo segna l'ingresso della biologia molecolare nella medicina. Selezionare i principali contributi non è semplice. Si potrebbe cominciare ricordando Mendel, anche se i suoi studi vengono per alcuni decenni dimenticati, sicché assumono importanza rilevante dopo la loro riscoperta all'inizio del Novecento. Si alternano in questo secolo scoperte di meccanismi biologici e patologici fondamentali che trovano rapida applicazione nella clinica e nascono così dietro alle nuove tecnologie per indagare organi e tessuti nuove branche mediche specialistiche (per esempio radiologia, medicina nucleare); analogamente, dietro le emergenti tecnologie cellulari e molecolari si sviluppa la medicina molecolare. Dal 1901 gli avvenimenti più salienti per la medicina sono scanditi il 10 dicembre di ogni anno (anniversario della morte di Alfred Bernhard Nobel), dall'assegnazione da parte dell'apposito Comitato del Karolinska Institute di Stoccolma dei premi Nobel per la medicina o la fisiologia. Talvolta avvengono anche premiazioni Nobel da parte dell'Accademia delle Scienze svedese per la fisica o la chimica per scoperte che hanno rilevante applicazione nella biomedicina: si vedano tra tutti i riconoscimenti conferiti in questi settori a Lord Ernest Rutherford nel 1908 e a Marie Curie Sklodowska nel 1911 per la scoperta degli elementi radioattivi. Nelle assegnazioni vi sono anche un paio di infortuni, con premi rivelatisi decisamente immotivati, come a Finsen nel 1903 per la cosiddetta finsenterapia o fototerapia. C'è da rilevare che nella motivazione del premio compaiono sempre due elementi: l'importanza della scoperta e, almeno nei primi tempi d'assegnazione, il beneficio che da essa deriva all'umanità. Nel corso del ventesimo secolo la tecnologia, sia per la disponibilità di nuovi e raffinati strumenti diagnostici, sia per la possibilità di assistenza del malato critico, porta ad altre importanti innovazioni. La chirurgia inizia a divenire "sostitutiva" di organi malati mediante i trapianti. Il primo trapianto di rene avviene tra due gemelli, Richard e Ronald Herrick, nel 1957 a Boston. Nel 1967 avviene il primo trapianto di fegato, eseguito da Thomas Starzl a Denver, Colorado; a dicembre dello stesso anno Christian Barnard a Città del Capo esegue il primo trapianto cardiaco. Quando il rigetto diviene largamente controllabile mediante l'uso, a partire dal 1978, della ciclosporina A, la possibilità di trapianto si estende rapidamente alle isole pancreatiche, al midollo osseo, al polmone e al complesso cuore-polmone, mentre si tentano trapianti di cellule embrionali (per esempio cellule di ghiandole surrenali nel cervello di persone affette da morbo di Parkinson). Si avvicina sempre più, nel passaggio dalla ricerca di base all'applicazione clinica, la possibilità per il medico di modificare processi fondamentali dell'essere umano, come e quando si è generati o si nasce o si muore. La medicina si ritrova di fronte ad antichi dilemmi, che riguardano come conciliare il rispetto dell'individuo con le possibilità offerte dalla tecnologia, come rispettare la volontà dell'individuo, conciliandola con l'antico giuramento di Ippocrate che prescrive di non dar morte neppure a chi lo chieda. Secondo il giuramento di Ippocrate: |
RISPOSTA   L'esplosione delle conoscenze e l'introduzione di indagini di laboratorio sempre più raffinate rendono davvero difficile tratteggiare la storia della medicina di questo secolo, che si caratterizza comunque come periodo nel quale avvengono in successione due fatti fondamentali: la riconduzione della fisiologia all'interazione tra molecole e questo fa esplodere la biochimica come metodologia essenziale nell'avanzamento delle conoscenze; la riconduzione della produzione delle molecole al codice genetico e al DNA, cioè al programma scritto anch'esso su molecole e memorizzato in ogni cellula e questo segna l'ingresso della biologia molecolare nella medicina. Selezionare i principali contributi non è semplice. Si potrebbe cominciare ricordando Mendel, anche se i suoi studi vengono per alcuni decenni dimenticati, sicché assumono importanza rilevante dopo la loro riscoperta all'inizio del Novecento. Si alternano in questo secolo scoperte di meccanismi biologici e patologici fondamentali che trovano rapida applicazione nella clinica e nascono così dietro alle nuove tecnologie per indagare organi e tessuti nuove branche mediche specialistiche (per esempio radiologia, medicina nucleare); analogamente, dietro le emergenti tecnologie cellulari e molecolari si sviluppa la medicina molecolare. Dal 1901 gli avvenimenti più salienti per la medicina sono scanditi il 10 dicembre di ogni anno (anniversario della morte di Alfred Bernhard Nobel), dall'assegnazione da parte dell'apposito Comitato del Karolinska Institute di Stoccolma dei premi Nobel per la medicina o la fisiologia. Talvolta avvengono anche premiazioni Nobel da parte dell'Accademia delle Scienze svedese per la fisica o la chimica per scoperte che hanno rilevante applicazione nella biomedicina: si vedano tra tutti i riconoscimenti conferiti in questi settori a Lord Ernest Rutherford nel 1908 e a Marie Curie Sklodowska nel 1911 per la scoperta degli elementi radioattivi. Nelle assegnazioni vi sono anche un paio di infortuni, con premi rivelatisi decisamente immotivati, come a Finsen nel 1903 per la cosiddetta finsenterapia o fototerapia. C'è da rilevare che nella motivazione del premio compaiono sempre due elementi: l'importanza della scoperta e, almeno nei primi tempi d'assegnazione, il beneficio che da essa deriva all'umanità. Nel corso del ventesimo secolo la tecnologia, sia per la disponibilità di nuovi e raffinati strumenti diagnostici, sia per la possibilità di assistenza del malato critico, porta ad altre importanti innovazioni. La chirurgia inizia a divenire "sostitutiva" di organi malati mediante i trapianti. Il primo trapianto di rene avviene tra due gemelli, Richard e Ronald Herrick, nel 1957 a Boston. Nel 1967 avviene il primo trapianto di fegato, eseguito da Thomas Starzl a Denver, Colorado; a dicembre dello stesso anno Christian Barnard a Città del Capo esegue il primo trapianto cardiaco. Quando il rigetto diviene largamente controllabile mediante l'uso, a partire dal 1978, della ciclosporina A, la possibilità di trapianto si estende rapidamente alle isole pancreatiche, al midollo osseo, al polmone e al complesso cuore-polmone, mentre si tentano trapianti di cellule embrionali (per esempio cellule di ghiandole surrenali nel cervello di persone affette da morbo di Parkinson). Si avvicina sempre più, nel passaggio dalla ricerca di base all'applicazione clinica, la possibilità per il medico di modificare processi fondamentali dell'essere umano, come e quando si è generati o si nasce o si muore. La medicina si ritrova di fronte ad antichi dilemmi, che riguardano come conciliare il rispetto dell'individuo con le possibilità offerte dalla tecnologia, come rispettare la volontà dell'individuo, conciliandola con l'antico giuramento di Ippocrate che prescrive di non dar morte neppure a chi lo chieda. Il brano è tratto verosimilmente da: |
RISPOSTA   L'esplosione delle conoscenze e l'introduzione di indagini di laboratorio sempre più raffinate rendono davvero difficile tratteggiare la storia della medicina di questo secolo, che si caratterizza comunque come periodo nel quale avvengono in successione due fatti fondamentali: la riconduzione della fisiologia all'interazione tra molecole e questo fa esplodere la biochimica come metodologia essenziale nell'avanzamento delle conoscenze; la riconduzione della produzione delle molecole al codice genetico e al DNA, cioè al programma scritto anch'esso su molecole e memorizzato in ogni cellula e questo segna l'ingresso della biologia molecolare nella medicina. Selezionare i principali contributi non è semplice. Si potrebbe cominciare ricordando Mendel, anche se i suoi studi vengono per alcuni decenni dimenticati, sicché assumono importanza rilevante dopo la loro riscoperta all'inizio del Novecento. Si alternano in questo secolo scoperte di meccanismi biologici e patologici fondamentali che trovano rapida applicazione nella clinica e nascono così dietro alle nuove tecnologie per indagare organi e tessuti nuove branche mediche specialistiche (per esempio radiologia, medicina nucleare); analogamente, dietro le emergenti tecnologie cellulari e molecolari si sviluppa la medicina molecolare. Dal 1901 gli avvenimenti più salienti per la medicina sono scanditi il 10 dicembre di ogni anno (anniversario della morte di Alfred Bernhard Nobel), dall'assegnazione da parte dell'apposito Comitato del Karolinska Institute di Stoccolma dei premi Nobel per la medicina o la fisiologia. Talvolta avvengono anche premiazioni Nobel da parte dell'Accademia delle Scienze svedese per la fisica o la chimica per scoperte che hanno rilevante applicazione nella biomedicina: si vedano tra tutti i riconoscimenti conferiti in questi settori a Lord Ernest Rutherford nel 1908 e a Marie Curie Sklodowska nel 1911 per la scoperta degli elementi radioattivi. Nelle assegnazioni vi sono anche un paio di infortuni, con premi rivelatisi decisamente immotivati, come a Finsen nel 1903 per la cosiddetta finsenterapia o fototerapia. C'è da rilevare che nella motivazione del premio compaiono sempre due elementi: l'importanza della scoperta e, almeno nei primi tempi d'assegnazione, il beneficio che da essa deriva all'umanità. Nel corso del ventesimo secolo la tecnologia, sia per la disponibilità di nuovi e raffinati strumenti diagnostici, sia per la possibilità di assistenza del malato critico, porta ad altre importanti innovazioni. La chirurgia inizia a divenire "sostitutiva" di organi malati mediante i trapianti. Il primo trapianto di rene avviene tra due gemelli, Richard e Ronald Herrick, nel 1957 a Boston. Nel 1967 avviene il primo trapianto di fegato, eseguito da Thomas Starzl a Denver, Colorado; a dicembre dello stesso anno Christian Barnard a Città del Capo esegue il primo trapianto cardiaco. Quando il rigetto diviene largamente controllabile mediante l'uso, a partire dal 1978, della ciclosporina A, la possibilità di trapianto si estende rapidamente alle isole pancreatiche, al midollo osseo, al polmone e al complesso cuore-polmone, mentre si tentano trapianti di cellule embrionali (per esempio cellule di ghiandole surrenali nel cervello di persone affette da morbo di Parkinson). Si avvicina sempre più, nel passaggio dalla ricerca di base all'applicazione clinica, la possibilità per il medico di modificare processi fondamentali dell'essere umano, come e quando si è generati o si nasce o si muore. La medicina si ritrova di fronte ad antichi dilemmi, che riguardano come conciliare il rispetto dell'individuo con le possibilità offerte dalla tecnologia, come rispettare la volontà dell'individuo, conciliandola con l'antico giuramento di Ippocrate che prescrive di non dar morte neppure a chi lo chieda. Secondo l'autore, i premi Nobel per la medicina: |
| RISPOSTA   L'esplosione delle conoscenze e l'introduzione di indagini di laboratorio sempre più raffinate rendono davvero difficile tratteggiare la storia della medicina di questo secolo, che si caratterizza comunque come periodo nel quale avvengono in successione due fatti fondamentali: la riconduzione della fisiologia all'interazione tra molecole e questo fa esplodere la biochimica come metodologia essenziale nell'avanzamento delle conoscenze; la riconduzione della produzione delle molecole al codice genetico e al DNA, cioè al programma scritto anch'esso su molecole e memorizzato in ogni cellula e questo segna l'ingresso della biologia molecolare nella medicina. Selezionare i principali contributi non è semplice. Si potrebbe cominciare ricordando Mendel, anche se i suoi studi vengono per alcuni decenni dimenticati, sicché assumono importanza rilevante dopo la loro riscoperta all'inizio del Novecento. Si alternano in questo secolo scoperte di meccanismi biologici e patologici fondamentali che trovano rapida applicazione nella clinica e nascono così dietro alle nuove tecnologie per indagare organi e tessuti nuove branche mediche specialistiche (per esempio radiologia, medicina nucleare); analogamente, dietro le emergenti tecnologie cellulari e molecolari si sviluppa la medicina molecolare. Dal 1901 gli avvenimenti più salienti per la medicina sono scanditi il 10 dicembre di ogni anno (anniversario della morte di Alfred Bernhard Nobel), dall'assegnazione da parte dell'apposito Comitato del Karolinska Institute di Stoccolma dei premi Nobel per la medicina o la fisiologia. Talvolta avvengono anche premiazioni Nobel da parte dell'Accademia delle Scienze svedese per la fisica o la chimica per scoperte che hanno rilevante applicazione nella biomedicina: si vedano tra tutti i riconoscimenti conferiti in questi settori a Lord Ernest Rutherford nel 1908 e a Marie Curie Sklodowska nel 1911 per la scoperta degli elementi radioattivi. Nelle assegnazioni vi sono anche un paio di infortuni, con premi rivelatisi decisamente immotivati, come a Finsen nel 1903 per la cosiddetta finsenterapia o fototerapia. C'è da rilevare che nella motivazione del premio compaiono sempre due elementi: l'importanza della scoperta e, almeno nei primi tempi d'assegnazione, il beneficio che da essa deriva all'umanità. Nel corso del ventesimo secolo la tecnologia, sia per la disponibilità di nuovi e raffinati strumenti diagnostici, sia per la possibilità di assistenza del malato critico, porta ad altre importanti innovazioni. La chirurgia inizia a divenire "sostitutiva" di organi malati mediante i trapianti. Il primo trapianto di rene avviene tra due gemelli, Richard e Ronald Herrick, nel 1957 a Boston. Nel 1967 avviene il primo trapianto di fegato, eseguito da Thomas Starzl a Denver, Colorado; a dicembre dello stesso anno Christian Barnard a Città del Capo esegue il primo trapianto cardiaco. Quando il rigetto diviene largamente controllabile mediante l'uso, a partire dal 1978, della ciclosporina A, la possibilità di trapianto si estende rapidamente alle isole pancreatiche, al midollo osseo, al polmone e al complesso cuore-polmone, mentre si tentano trapianti di cellule embrionali (per esempio cellule di ghiandole surrenali nel cervello di persone affette da morbo di Parkinson). Si avvicina sempre più, nel passaggio dalla ricerca di base all'applicazione clinica, la possibilità per il medico di modificare processi fondamentali dell'essere umano, come e quando si è generati o si nasce o si muore. La medicina si ritrova di fronte ad antichi dilemmi, che riguardano come conciliare il rispetto dell'individuo con le possibilità offerte dalla tecnologia, come rispettare la volontà dell'individuo, conciliandola con l'antico giuramento di Ippocrate che prescrive di non dar morte neppure a chi lo chieda. In base a quanto affermato nel brano, Mendel: |
| RISPOSTA   L'invenzione della moneta è relativamente recente. Gli uomini primitivi non la conoscevano e utilizzavano il baratto come mezzo per lo scambio. Questo fu superato dall'introduzione della moneta naturale, consistente in un animale o in una cosa esistente in natura e considerata utile da tutti. Anticamente nel bacino del Mediterraneo si usava, per esempio, come moneta naturale il bestiame. Le testimonianze di questa forma pre-monetale sono molte; basti ricordare che il termine latino pecunia (denaro) deriva dal vocabolo pecus, che significa gregge. Ben presto però apparve chiaro che questa forma di pre-moneta aveva grandi difetti: il bestiame, infatti, consentiva un accumulo di ricchezza, ma il suo mantenimento era costoso e impegnativo. Si passò allora alla cosiddetta moneta utensile, ovvero a oggetti lavorati, i quali mantenevano intatti nel tempo il loro valore. Ad esempio, nella Grecia antica la moneta utensile fu rappresentata principalmente dagli spiedi e dalle asce, mentre in Cina si usarono vanghe e coltelli. A poco a poco gli oggetti usati a questo scopo persero ogni funzione pratica, legata al lavoro, e diventarono puri mezzi di scambio. A modificare la storia dei mezzi di scambio fu la scoperta del metallo. Esso, fuso in forma di piccoli pani o lingotti, possedeva infatti tutti i requisiti necessari a diventare mezzo di scambio. L'introduzione della moneta di Stato rappresentò il punto di arrivo di un'evoluzione degli scambi commerciali del popolo greco. Nel corso del VII secolo a.C., infatti, i Greci emigrati verso le colonie del Mediterraneo diedero vita a un intenso rapporto commerciale con la madrepatria. Lo sviluppo degli scambi in termini quantitativi indusse gli operatori economici a sveltire le contrattazioni adottando mezzi di pagamento più rapidi, diversi dalle forme di pre-moneta allora in uso. Nacque così la nuova merce-campione, costituita da globetti di metallo di dimensioni minime, più agili e facili da trattare rispetto ai pani di rame. I metalli nobili (l'oro, l'argento e l'elettro, una lega ottenuta dai due metalli precedenti) vennero preferiti agli altri per il fatto di essere rari, di essere pressoché inalterabili, in quanto non ossidabili, e di essere riconoscibili facilmente, oltre che dal suono e dall'aspetto, anche dal peso specifico, superiore a quello di tutti gli altri metalli allora conosciuti. L'uso quotidiano di pezzi del genere aveva però un limite. Non presentando infatti nessuna marca di valore e nessun segno di garanzia, ogni volta che venivano ricevuti in pagamento, i pezzi dovevano essere pesati per stabilirne il valore e saggiati per verificarne la purezza. Questo inconveniente fu superato con l'introduzione di globetti contromarcati garantiti da banchieri, mercanti o altri operatori economici. A questo punto (intorno al 620-600 a.C.) intervenne il governo di una delle città ioniche, forse Mileto, che si appropriò dell'idea emettendo una moneta statale con il suo simbolo. In circa un secolo, la moneta statale invase la Grecia continentale, poi divenne patrimonio di tutte le economie del Mediterraneo. Quella greca fu la prima moneta della storia, in tutte le altre aree la sua introduzione fu successiva. Qual è il tema del brano? |
| RISPOSTA   L'invenzione della moneta è relativamente recente. Gli uomini primitivi non la conoscevano e utilizzavano il baratto come mezzo per lo scambio. Questo fu superato dall'introduzione della moneta naturale, consistente in un animale o in una cosa esistente in natura e considerata utile da tutti. Anticamente nel bacino del Mediterraneo si usava, per esempio, come moneta naturale il bestiame. Le testimonianze di questa forma pre-monetale sono molte; basti ricordare che il termine latino pecunia (denaro) deriva dal vocabolo pecus, che significa gregge. Ben presto però apparve chiaro che questa forma di pre-moneta aveva grandi difetti: il bestiame, infatti, consentiva un accumulo di ricchezza, ma il suo mantenimento era costoso e impegnativo. Si passò allora alla cosiddetta moneta utensile, ovvero a oggetti lavorati, i quali mantenevano intatti nel tempo il loro valore. Ad esempio, nella Grecia antica la moneta utensile fu rappresentata principalmente dagli spiedi e dalle asce, mentre in Cina si usarono vanghe e coltelli. A poco a poco gli oggetti usati a questo scopo persero ogni funzione pratica, legata al lavoro, e diventarono puri mezzi di scambio. A modificare la storia dei mezzi di scambio fu la scoperta del metallo. Esso, fuso in forma di piccoli pani o lingotti, possedeva infatti tutti i requisiti necessari a diventare mezzo di scambio. L'introduzione della moneta di Stato rappresentò il punto di arrivo di un'evoluzione degli scambi commerciali del popolo greco. Nel corso del VII secolo a.C., infatti, i Greci emigrati verso le colonie del Mediterraneo diedero vita a un intenso rapporto commerciale con la madrepatria. Lo sviluppo degli scambi in termini quantitativi indusse gli operatori economici a sveltire le contrattazioni adottando mezzi di pagamento più rapidi, diversi dalle forme di pre-moneta allora in uso. Nacque così la nuova merce-campione, costituita da globetti di metallo di dimensioni minime, più agili e facili da trattare rispetto ai pani di rame. I metalli nobili (l'oro, l'argento e l'elettro, una lega ottenuta dai due metalli precedenti) vennero preferiti agli altri per il fatto di essere rari, di essere pressoché inalterabili, in quanto non ossidabili, e di essere riconoscibili facilmente, oltre che dal suono e dall'aspetto, anche dal peso specifico, superiore a quello di tutti gli altri metalli allora conosciuti. L'uso quotidiano di pezzi del genere aveva però un limite. Non presentando infatti nessuna marca di valore e nessun segno di garanzia, ogni volta che venivano ricevuti in pagamento, i pezzi dovevano essere pesati per stabilirne il valore e saggiati per verificarne la purezza. Questo inconveniente fu superato con l'introduzione di globetti contromarcati garantiti da banchieri, mercanti o altri operatori economici. A questo punto (intorno al 620-600 a.C.) intervenne il governo di una delle città ioniche, forse Mileto, che si appropriò dell'idea emettendo una moneta statale con il suo simbolo. In circa un secolo, la moneta statale invase la Grecia continentale, poi divenne patrimonio di tutte le economie del Mediterraneo. Quella greca fu la prima moneta della storia, in tutte le altre aree la sua introduzione fu successiva. Nel brano si afferma che anticamente in Cina si utilizzarono: |
RISPOSTA   L'uomo del Rinascimento ha molti volti ben individuabili. [...] La donna del Rinascimento, invece, sembra quasi senza volto. Un uomo può essere principe o guerriero, artista o umanista, mercante o ecclesiastico, saggio o avventuriero. La donna assume solo raramente tali ruoli e, se lo fa, non sono questi i ruoli che la definiscono, ma altri: è madre o figlia o vedova; vergine o prostituta, santa o strega, Maria, o Eva, o Amazzone. Queste identità (che le derivano soltanto dal sesso a cui appartiene) la sommergono completamente ed estinguono qualsiasi altra personalità cui ella aspira. La donna, per tutto il periodo del Rinascimento, combatte per esprimere sé. Ma è una lotta destinata all'insuccesso, dato che, dalla fine del Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino. La gran parte delle donne del Rinascimento divennero madri, e la maternità ha costituito la loro professione. La loro vita adulta (dai venticinque anni circa nella maggior parte dei gruppi sociali, dall'adolescenza nelle élites) è tra un ciclo continuo di parti, allattamenti e ancora parti. Le donne che appartenevano alle classi superiori davano alla luce un figlio ogni ventiquattro o trenta mesi. Gli intervalli tra un parto o l'altro erano scanditi dai periodi di allattamento, che limitano la fertilità: quando il bambino era ormai svezzato, si poteva avere un nuovo concepimento. Le donne ricche partorivano anche più figli di quelle povere. Il bisogno di procurarsi un erede, corollario alla necessità di trasmettere efficacemente la ricchezza, le costringeva alla fertilità. Dato che esse non allattavano i loro bambini, gli intervalli tra un parto e l'altro potevano essere più brevi. [...] Portare un figlio è un privilegio e un fardello della donna. In Italia e in Francia, la donna che aveva appena partorito un bimbo veniva festeggiata e coccolata. Il canonico milanese Pietro Casola, nel 1494, descrive la camera di una donna della nobile famiglia Dolfin di Venezia che era appena divenuta madre. La stanza era stata addobbata con ornamenti del valore di almeno duemila ducati, mentre le donne che si prendevano cura della partoriente indossavano gioielli il cui valore raggiungeva almeno i centomila ducati. La donna che aveva appena partorito, come una sposa novella il giorno delle nozze, occupava per un momento transitorio una posizione di onore che non conosceva confronti. Essere incinte costituiva comunque un segno di onore. [...] Dalle donne delle classi superiori ci si aspettava anche che amassero i figli, e in effetti molte di loro lo facevano: nutrivano i figli e li educavano sino all'età di sette anni (le figlie fino al matrimonio) trovando così nella maternità un'occasione di creatività e di espressione. [...] La preoccupazione per la morte del bambino era sempre in agguato a ogni nascita. Il neonato era in qualche modo considerato dalle madri del Rinascimento come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. In base al brano, relativamente alla condizione della donna nel Rinascimento si può affermare che: |
| RISPOSTA   L'uomo del Rinascimento ha molti volti ben individuabili. [...] La donna del Rinascimento, invece, sembra quasi senza volto. Un uomo può essere principe o guerriero, artista o umanista, mercante o ecclesiastico, saggio o avventuriero. La donna assume solo raramente tali ruoli e, se lo fa, non sono questi i ruoli che la definiscono, ma altri: è madre o figlia o vedova; vergine o prostituta, santa o strega, Maria, o Eva, o Amazzone. Queste identità (che le derivano soltanto dal sesso a cui appartiene) la sommergono completamente ed estinguono qualsiasi altra personalità cui ella aspira. La donna, per tutto il periodo del Rinascimento, combatte per esprimere sé. Ma è una lotta destinata all'insuccesso, dato che, dalla fine del Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino. La gran parte delle donne del Rinascimento divennero madri, e la maternità ha costituito la loro professione. La loro vita adulta (dai venticinque anni circa nella maggior parte dei gruppi sociali, dall'adolescenza nelle élites) è tra un ciclo continuo di parti, allattamenti e ancora parti. Le donne che appartenevano alle classi superiori davano alla luce un figlio ogni ventiquattro o trenta mesi. Gli intervalli tra un parto o l'altro erano scanditi dai periodi di allattamento, che limitano la fertilità: quando il bambino era ormai svezzato, si poteva avere un nuovo concepimento. Le donne ricche partorivano anche più figli di quelle povere. Il bisogno di procurarsi un erede, corollario alla necessità di trasmettere efficacemente la ricchezza, le costringeva alla fertilità. Dato che esse non allattavano i loro bambini, gli intervalli tra un parto e l'altro potevano essere più brevi. [...] Portare un figlio è un privilegio e un fardello della donna. In Italia e in Francia, la donna che aveva appena partorito un bimbo veniva festeggiata e coccolata. Il canonico milanese Pietro Casola, nel 1494, descrive la camera di una donna della nobile famiglia Dolfin di Venezia che era appena divenuta madre. La stanza era stata addobbata con ornamenti del valore di almeno duemila ducati, mentre le donne che si prendevano cura della partoriente indossavano gioielli il cui valore raggiungeva almeno i centomila ducati. La donna che aveva appena partorito, come una sposa novella il giorno delle nozze, occupava per un momento transitorio una posizione di onore che non conosceva confronti. Essere incinte costituiva comunque un segno di onore. [...] Dalle donne delle classi superiori ci si aspettava anche che amassero i figli, e in effetti molte di loro lo facevano: nutrivano i figli e li educavano sino all'età di sette anni (le figlie fino al matrimonio) trovando così nella maternità un'occasione di creatività e di espressione. [...] La preoccupazione per la morte del bambino era sempre in agguato a ogni nascita. Il neonato era in qualche modo considerato dalle madri del Rinascimento come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. Secondo quanto affermato nel brano, erano più prolifiche le donne: |
RISPOSTA   L'uomo del Rinascimento ha molti volti ben individuabili. [...] La donna del Rinascimento, invece, sembra quasi senza volto. Un uomo può essere principe o guerriero, artista o umanista, mercante o ecclesiastico, saggio o avventuriero. La donna assume solo raramente tali ruoli e, se lo fa, non sono questi i ruoli che la definiscono, ma altri: è madre o figlia o vedova; vergine o prostituta, santa o strega, Maria, o Eva, o Amazzone. Queste identità (che le derivano soltanto dal sesso a cui appartiene) la sommergono completamente ed estinguono qualsiasi altra personalità cui ella aspira. La donna, per tutto il periodo del Rinascimento, combatte per esprimere sé. Ma è una lotta destinata all'insuccesso, dato che, dalla fine del Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino. La gran parte delle donne del Rinascimento divennero madri, e la maternità ha costituito la loro professione. La loro vita adulta (dai venticinque anni circa nella maggior parte dei gruppi sociali, dall'adolescenza nelle élites) è tra un ciclo continuo di parti, allattamenti e ancora parti. Le donne che appartenevano alle classi superiori davano alla luce un figlio ogni ventiquattro o trenta mesi. Gli intervalli tra un parto o l'altro erano scanditi dai periodi di allattamento, che limitano la fertilità: quando il bambino era ormai svezzato, si poteva avere un nuovo concepimento. Le donne ricche partorivano anche più figli di quelle povere. Il bisogno di procurarsi un erede, corollario alla necessità di trasmettere efficacemente la ricchezza, le costringeva alla fertilità. Dato che esse non allattavano i loro bambini, gli intervalli tra un parto e l'altro potevano essere più brevi. [...] Portare un figlio è un privilegio e un fardello della donna. In Italia e in Francia, la donna che aveva appena partorito un bimbo veniva festeggiata e coccolata. Il canonico milanese Pietro Casola, nel 1494, descrive la camera di una donna della nobile famiglia Dolfin di Venezia che era appena divenuta madre. La stanza era stata addobbata con ornamenti del valore di almeno duemila ducati, mentre le donne che si prendevano cura della partoriente indossavano gioielli il cui valore raggiungeva almeno i centomila ducati. La donna che aveva appena partorito, come una sposa novella il giorno delle nozze, occupava per un momento transitorio una posizione di onore che non conosceva confronti. Essere incinte costituiva comunque un segno di onore. [...] Dalle donne delle classi superiori ci si aspettava anche che amassero i figli, e in effetti molte di loro lo facevano: nutrivano i figli e li educavano sino all'età di sette anni (le figlie fino al matrimonio) trovando così nella maternità un'occasione di creatività e di espressione. [...] La preoccupazione per la morte del bambino era sempre in agguato a ogni nascita. Il neonato era in qualche modo considerato dalle madri del Rinascimento come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. Quale affermazione tra le seguenti può essere ricavata da quanto espresso nel brano? |
| RISPOSTA   L'uomo del Rinascimento ha molti volti ben individuabili. [...] La donna del Rinascimento, invece, sembra quasi senza volto. Un uomo può essere principe o guerriero, artista o umanista, mercante o ecclesiastico, saggio o avventuriero. La donna assume solo raramente tali ruoli e, se lo fa, non sono questi i ruoli che la definiscono, ma altri: è madre o figlia o vedova; vergine o prostituta, santa o strega, Maria, o Eva, o Amazzone. Queste identità (che le derivano soltanto dal sesso a cui appartiene) la sommergono completamente ed estinguono qualsiasi altra personalità cui ella aspira. La donna, per tutto il periodo del Rinascimento, combatte per esprimere sé. Ma è una lotta destinata all'insuccesso, dato che, dalla fine del Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino. La gran parte delle donne del Rinascimento divennero madri, e la maternità ha costituito la loro professione. La loro vita adulta (dai venticinque anni circa nella maggior parte dei gruppi sociali, dall'adolescenza nelle élites) è tra un ciclo continuo di parti, allattamenti e ancora parti. Le donne che appartenevano alle classi superiori davano alla luce un figlio ogni ventiquattro o trenta mesi. Gli intervalli tra un parto o l'altro erano scanditi dai periodi di allattamento, che limitano la fertilità: quando il bambino era ormai svezzato, si poteva avere un nuovo concepimento. Le donne ricche partorivano anche più figli di quelle povere. Il bisogno di procurarsi un erede, corollario alla necessità di trasmettere efficacemente la ricchezza, le costringeva alla fertilità. Dato che esse non allattavano i loro bambini, gli intervalli tra un parto e l'altro potevano essere più brevi. [...] Portare un figlio è un privilegio e un fardello della donna. In Italia e in Francia, la donna che aveva appena partorito un bimbo veniva festeggiata e coccolata. Il canonico milanese Pietro Casola, nel 1494, descrive la camera di una donna della nobile famiglia Dolfin di Venezia che era appena divenuta madre. La stanza era stata addobbata con ornamenti del valore di almeno duemila ducati, mentre le donne che si prendevano cura della partoriente indossavano gioielli il cui valore raggiungeva almeno i centomila ducati. La donna che aveva appena partorito, come una sposa novella il giorno delle nozze, occupava per un momento transitorio una posizione di onore che non conosceva confronti. Essere incinte costituiva comunque un segno di onore. [...] Dalle donne delle classi superiori ci si aspettava anche che amassero i figli, e in effetti molte di loro lo facevano: nutrivano i figli e li educavano sino all'età di sette anni (le figlie fino al matrimonio) trovando così nella maternità un'occasione di creatività e di espressione. [...] La preoccupazione per la morte del bambino era sempre in agguato a ogni nascita. Il neonato era in qualche modo considerato dalle madri del Rinascimento come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. Secondo la tesi espressa nel brano, le donne di famiglia ricca: |
| RISPOSTA   L'uomo del Rinascimento ha molti volti ben individuabili. [...] La donna del Rinascimento, invece, sembra quasi senza volto. Un uomo può essere principe o guerriero, artista o umanista, mercante o ecclesiastico, saggio o avventuriero. La donna assume solo raramente tali ruoli e, se lo fa, non sono questi i ruoli che la definiscono, ma altri: è madre o figlia o vedova; vergine o prostituta, santa o strega, Maria, o Eva, o Amazzone. Queste identità (che le derivano soltanto dal sesso a cui appartiene) la sommergono completamente ed estinguono qualsiasi altra personalità cui ella aspira. La donna, per tutto il periodo del Rinascimento, combatte per esprimere sé. Ma è una lotta destinata all'insuccesso, dato che, dalla fine del Rinascimento, la fissità dei ruoli sessualmente definiti della donna è stata riaffermata a ogni livello della società e della cultura, e la condizione femminile non è avanzata ma si è avviata a un progressivo declino. La gran parte delle donne del Rinascimento divennero madri, e la maternità ha costituito la loro professione. La loro vita adulta (dai venticinque anni circa nella maggior parte dei gruppi sociali, dall'adolescenza nelle élites) è tra un ciclo continuo di parti, allattamenti e ancora parti. Le donne che appartenevano alle classi superiori davano alla luce un figlio ogni ventiquattro o trenta mesi. Gli intervalli tra un parto o l'altro erano scanditi dai periodi di allattamento, che limitano la fertilità: quando il bambino era ormai svezzato, si poteva avere un nuovo concepimento. Le donne ricche partorivano anche più figli di quelle povere. Il bisogno di procurarsi un erede, corollario alla necessità di trasmettere efficacemente la ricchezza, le costringeva alla fertilità. Dato che esse non allattavano i loro bambini, gli intervalli tra un parto e l'altro potevano essere più brevi. [...] Portare un figlio è un privilegio e un fardello della donna. In Italia e in Francia, la donna che aveva appena partorito un bimbo veniva festeggiata e coccolata. Il canonico milanese Pietro Casola, nel 1494, descrive la camera di una donna della nobile famiglia Dolfin di Venezia che era appena divenuta madre. La stanza era stata addobbata con ornamenti del valore di almeno duemila ducati, mentre le donne che si prendevano cura della partoriente indossavano gioielli il cui valore raggiungeva almeno i centomila ducati. La donna che aveva appena partorito, come una sposa novella il giorno delle nozze, occupava per un momento transitorio una posizione di onore che non conosceva confronti. Essere incinte costituiva comunque un segno di onore. [...] Dalle donne delle classi superiori ci si aspettava anche che amassero i figli, e in effetti molte di loro lo facevano: nutrivano i figli e li educavano sino all'età di sette anni (le figlie fino al matrimonio) trovando così nella maternità un'occasione di creatività e di espressione. [...] La preoccupazione per la morte del bambino era sempre in agguato a ogni nascita. Il neonato era in qualche modo considerato dalle madri del Rinascimento come un essere transitorio al quale si poteva dedicare solo un affetto provvisorio, anche se molto intenso. In base a quanto detto nel brano, durante il Rinascimento la donna: |
| RISPOSTA   La biologia è scienza, e in quanto tale è l'espressione di un'attitudine essenziale dell'umanità, quella di cercare, di scoprire, di andare sempre più avanti. La scienza simboleggia lo spirito che ha spinto il progresso durante i millenni e che è incarnato nelle scoperte essenziali della storia dell'umanità: il fuoco, la ruota, le correnti del contatto dei metalli e così via. In tutti i casi c'è stata un'osservazione acuta, un'estrapolazione audace, un adattamento ingegnoso della tecnologia esistente. E poi la nuova conquista incorporata in nuove tecnologie, in nuove applicazioni e in conoscenze che formano la base della nostra filosofia del mondo e della vita. E chi è lo scienziato? Non è un dio o un mago; è l'uomo. Qualunque uomo è uno scienziato; quel che può fare dipende dalle circostanze. Nel progresso della ricerca, nel fare le scoperte, sono tre i fattori importanti: le conoscenze precedenti, un'osservazione acuta e, quasi sempre, qualche elemento accidentale. Questa triade si può riconoscere nella scoperta della penicillina da parte di Fleming, che aprì un importante campo di ricerca, quello degli antibiotici. Fleming studiava certi batteri che faceva crescere su scatole di vetro in cui c'era uno strato di agar nutritivo, e che lì producevano piccole colonie dorate. Un giorno notò una grossa chiazza di color grigiastro che copriva buona parte dello strato nutritivo. Era un contaminante, un fungo microscopico derivante dall'aria, che avrebbe dovuto rovinare l'esperimento. Ma invece Fleming notò che nelle vicinanze di quel contaminante non c'erano le solite chiazze dorate. Molti altri ricercatori forse non l'avrebbero nemmeno notato. Lui, al contrario, pensò che il fungo producesse una sostanza che impediva ai batteri di crescere, e ne riconobbe la possibile importanza medica. Di lì venne la penicillina, dal nome del fungo contaminante. Che il fattore caso debba essere importante è chiaro, perché allo stato attuale della biologia una scoperta non può essere prevedibile soltanto sulla base delle conoscenze precedenti, altrimenti non sarebbe una scoperta. Ma per fare una scoperta è essenziale il fattore uomo, perché l'importanza di un'osservazione occasionale, come quella di Fleming, può essere riconosciuta solo da una mente attenta, preparata e aperta a concetti nuovi, a nuove sfide. Un fattore essenziale per il progresso della biologia, e della scienza in generale, è l'interazione della ricerca con la società. Infatti quest'ultima è responsabile della formazione dello scienziato e della sua possibilità di lavorare nel campo che gli interessa, procurandogli i mezzi per portare avanti la ricerca e soprattutto preparando l'ambiente in cui si deve sviluppare il suo lavoro. L'ambiente in cui si svolge la ricerca ha infatti un'importanza fondamentale per il suo successo. Ciò si deduce dall'osservazione che le scoperte più importanti avvengono solo in certi Paesi, in certe città, in certe università. Se si considerano i premi Nobel come il paradigma di coloro che fanno le scoperte più riconosciute, si vede che essi non sono distribuiti a caso nel mondo, ma sono concentrati solo in un alcuni laboratori. Non solo: si possono anche riconoscere dei veri e propri alberi genealogici dei premi Nobel. Generalmente un maestro di grande statura produce allievi anch'essi di grande statura, e anch'egli proviene da un maestro di grande distinzione. Queste genealogie esistono perché i maestri costituiscono l'ambiente adatto, mantenendo laboratori di alta attività e produzione scientifica, dove si affrontano problemi nuovi ed eccitanti con grande rigore, usando concetti e tecnologie nuove. Il brano è di carattere: |
| RISPOSTA   La biologia è scienza, e in quanto tale è l'espressione di un'attitudine essenziale dell'umanità, quella di cercare, di scoprire, di andare sempre più avanti. La scienza simboleggia lo spirito che ha spinto il progresso durante i millenni e che è incarnato nelle scoperte essenziali della storia dell'umanità: il fuoco, la ruota, le correnti del contatto dei metalli e così via. In tutti i casi c'è stata un'osservazione acuta, un'estrapolazione audace, un adattamento ingegnoso della tecnologia esistente. E poi la nuova conquista incorporata in nuove tecnologie, in nuove applicazioni e in conoscenze che formano la base della nostra filosofia del mondo e della vita. E chi è lo scienziato? Non è un dio o un mago; è l'uomo. Qualunque uomo è uno scienziato; quel che può fare dipende dalle circostanze. Nel progresso della ricerca, nel fare le scoperte, sono tre i fattori importanti: le conoscenze precedenti, un'osservazione acuta e, quasi sempre, qualche elemento accidentale. Questa triade si può riconoscere nella scoperta della penicillina da parte di Fleming, che aprì un importante campo di ricerca, quello degli antibiotici. Fleming studiava certi batteri che faceva crescere su scatole di vetro in cui c'era uno strato di agar nutritivo, e che lì producevano piccole colonie dorate. Un giorno notò una grossa chiazza di color grigiastro che copriva buona parte dello strato nutritivo. Era un contaminante, un fungo microscopico derivante dall'aria, che avrebbe dovuto rovinare l'esperimento. Ma invece Fleming notò che nelle vicinanze di quel contaminante non c'erano le solite chiazze dorate. Molti altri ricercatori forse non l'avrebbero nemmeno notato. Lui, al contrario, pensò che il fungo producesse una sostanza che impediva ai batteri di crescere, e ne riconobbe la possibile importanza medica. Di lì venne la penicillina, dal nome del fungo contaminante. Che il fattore caso debba essere importante è chiaro, perché allo stato attuale della biologia una scoperta non può essere prevedibile soltanto sulla base delle conoscenze precedenti, altrimenti non sarebbe una scoperta. Ma per fare una scoperta è essenziale il fattore uomo, perché l'importanza di un'osservazione occasionale, come quella di Fleming, può essere riconosciuta solo da una mente attenta, preparata e aperta a concetti nuovi, a nuove sfide. Un fattore essenziale per il progresso della biologia, e della scienza in generale, è l'interazione della ricerca con la società. Infatti quest'ultima è responsabile della formazione dello scienziato e della sua possibilità di lavorare nel campo che gli interessa, procurandogli i mezzi per portare avanti la ricerca e soprattutto preparando l'ambiente in cui si deve sviluppare il suo lavoro. L'ambiente in cui si svolge la ricerca ha infatti un'importanza fondamentale per il suo successo. Ciò si deduce dall'osservazione che le scoperte più importanti avvengono solo in certi Paesi, in certe città, in certe università. Se si considerano i premi Nobel come il paradigma di coloro che fanno le scoperte più riconosciute, si vede che essi non sono distribuiti a caso nel mondo, ma sono concentrati solo in un alcuni laboratori. Non solo: si possono anche riconoscere dei veri e propri alberi genealogici dei premi Nobel. Generalmente un maestro di grande statura produce allievi anch'essi di grande statura, e anch'egli proviene da un maestro di grande distinzione. Queste genealogie esistono perché i maestri costituiscono l'ambiente adatto, mantenendo laboratori di alta attività e produzione scientifica, dove si affrontano problemi nuovi ed eccitanti con grande rigore, usando concetti e tecnologie nuove. Secondo l'autore, quale dei seguenti non è stato un fattore determinante per il progresso scientifico? |
| RISPOSTA   La biologia è scienza, e in quanto tale è l'espressione di un'attitudine essenziale dell'umanità, quella di cercare, di scoprire, di andare sempre più avanti. La scienza simboleggia lo spirito che ha spinto il progresso durante i millenni e che è incarnato nelle scoperte essenziali della storia dell'umanità: il fuoco, la ruota, le correnti del contatto dei metalli e così via. In tutti i casi c'è stata un'osservazione acuta, un'estrapolazione audace, un adattamento ingegnoso della tecnologia esistente. E poi la nuova conquista incorporata in nuove tecnologie, in nuove applicazioni e in conoscenze che formano la base della nostra filosofia del mondo e della vita. E chi è lo scienziato? Non è un dio o un mago; è l'uomo. Qualunque uomo è uno scienziato; quel che può fare dipende dalle circostanze. Nel progresso della ricerca, nel fare le scoperte, sono tre i fattori importanti: le conoscenze precedenti, un'osservazione acuta e, quasi sempre, qualche elemento accidentale. Questa triade si può riconoscere nella scoperta della penicillina da parte di Fleming, che aprì un importante campo di ricerca, quello degli antibiotici. Fleming studiava certi batteri che faceva crescere su scatole di vetro in cui c'era uno strato di agar nutritivo, e che lì producevano piccole colonie dorate. Un giorno notò una grossa chiazza di color grigiastro che copriva buona parte dello strato nutritivo. Era un contaminante, un fungo microscopico derivante dall'aria, che avrebbe dovuto rovinare l'esperimento. Ma invece Fleming notò che nelle vicinanze di quel contaminante non c'erano le solite chiazze dorate. Molti altri ricercatori forse non l'avrebbero nemmeno notato. Lui, al contrario, pensò che il fungo producesse una sostanza che impediva ai batteri di crescere, e ne riconobbe la possibile importanza medica. Di lì venne la penicillina, dal nome del fungo contaminante. Che il fattore caso debba essere importante è chiaro, perché allo stato attuale della biologia una scoperta non può essere prevedibile soltanto sulla base delle conoscenze precedenti, altrimenti non sarebbe una scoperta. Ma per fare una scoperta è essenziale il fattore uomo, perché l'importanza di un'osservazione occasionale, come quella di Fleming, può essere riconosciuta solo da una mente attenta, preparata e aperta a concetti nuovi, a nuove sfide. Un fattore essenziale per il progresso della biologia, e della scienza in generale, è l'interazione della ricerca con la società. Infatti quest'ultima è responsabile della formazione dello scienziato e della sua possibilità di lavorare nel campo che gli interessa, procurandogli i mezzi per portare avanti la ricerca e soprattutto preparando l'ambiente in cui si deve sviluppare il suo lavoro. L'ambiente in cui si svolge la ricerca ha infatti un'importanza fondamentale per il suo successo. Ciò si deduce dall'osservazione che le scoperte più importanti avvengono solo in certi Paesi, in certe città, in certe università. Se si considerano i premi Nobel come il paradigma di coloro che fanno le scoperte più riconosciute, si vede che essi non sono distribuiti a caso nel mondo, ma sono concentrati solo in un alcuni laboratori. Non solo: si possono anche riconoscere dei veri e propri alberi genealogici dei premi Nobel. Generalmente un maestro di grande statura produce allievi anch'essi di grande statura, e anch'egli proviene da un maestro di grande distinzione. Queste genealogie esistono perché i maestri costituiscono l'ambiente adatto, mantenendo laboratori di alta attività e produzione scientifica, dove si affrontano problemi nuovi ed eccitanti con grande rigore, usando concetti e tecnologie nuove. Quale potrebbe essere un titolo appropriato per il brano? |
RISPOSTA   La biologia è scienza, e in quanto tale è l'espressione di un'attitudine essenziale dell'umanità, quella di cercare, di scoprire, di andare sempre più avanti. La scienza simboleggia lo spirito che ha spinto il progresso durante i millenni e che è incarnato nelle scoperte essenziali della storia dell'umanità: il fuoco, la ruota, le correnti del contatto dei metalli e così via. In tutti i casi c'è stata un'osservazione acuta, un'estrapolazione audace, un adattamento ingegnoso della tecnologia esistente. E poi la nuova conquista incorporata in nuove tecnologie, in nuove applicazioni e in conoscenze che formano la base della nostra filosofia del mondo e della vita. E chi è lo scienziato? Non è un dio o un mago; è l'uomo. Qualunque uomo è uno scienziato; quel che può fare dipende dalle circostanze. Nel progresso della ricerca, nel fare le scoperte, sono tre i fattori importanti: le conoscenze precedenti, un'osservazione acuta e, quasi sempre, qualche elemento accidentale. Questa triade si può riconoscere nella scoperta della penicillina da parte di Fleming, che aprì un importante campo di ricerca, quello degli antibiotici. Fleming studiava certi batteri che faceva crescere su scatole di vetro in cui c'era uno strato di agar nutritivo, e che lì producevano piccole colonie dorate. Un giorno notò una grossa chiazza di color grigiastro che copriva buona parte dello strato nutritivo. Era un contaminante, un fungo microscopico derivante dall'aria, che avrebbe dovuto rovinare l'esperimento. Ma invece Fleming notò che nelle vicinanze di quel contaminante non c'erano le solite chiazze dorate. Molti altri ricercatori forse non l'avrebbero nemmeno notato. Lui, al contrario, pensò che il fungo producesse una sostanza che impediva ai batteri di crescere, e ne riconobbe la possibile importanza medica. Di lì venne la penicillina, dal nome del fungo contaminante. Che il fattore caso debba essere importante è chiaro, perché allo stato attuale della biologia una scoperta non può essere prevedibile soltanto sulla base delle conoscenze precedenti, altrimenti non sarebbe una scoperta. Ma per fare una scoperta è essenziale il fattore uomo, perché l'importanza di un'osservazione occasionale, come quella di Fleming, può essere riconosciuta solo da una mente attenta, preparata e aperta a concetti nuovi, a nuove sfide. Un fattore essenziale per il progresso della biologia, e della scienza in generale, è l'interazione della ricerca con la società. Infatti quest'ultima è responsabile della formazione dello scienziato e della sua possibilità di lavorare nel campo che gli interessa, procurandogli i mezzi per portare avanti la ricerca e soprattutto preparando l'ambiente in cui si deve sviluppare il suo lavoro. L'ambiente in cui si svolge la ricerca ha infatti un'importanza fondamentale per il suo successo. Ciò si deduce dall'osservazione che le scoperte più importanti avvengono solo in certi Paesi, in certe città, in certe università. Se si considerano i premi Nobel come il paradigma di coloro che fanno le scoperte più riconosciute, si vede che essi non sono distribuiti a caso nel mondo, ma sono concentrati solo in un alcuni laboratori. Non solo: si possono anche riconoscere dei veri e propri alberi genealogici dei premi Nobel. Generalmente un maestro di grande statura produce allievi anch'essi di grande statura, e anch'egli proviene da un maestro di grande distinzione. Queste genealogie esistono perché i maestri costituiscono l'ambiente adatto, mantenendo laboratori di alta attività e produzione scientifica, dove si affrontano problemi nuovi ed eccitanti con grande rigore, usando concetti e tecnologie nuove. La penicillina: |
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L'avvocato Utterson era un uomo dall'aspetto rude, non s'illuminava mai di un sorriso; freddo, misurato e imbarazzato nel parlare, riservato nell'esprimere i propri sentimenti; era un uomo magro, lungo, polveroso e triste, eppure in un certo senso amabile. Nelle riunioni di amici, quando il vino era di suo gusto, gli traspariva negli occhi qualcosa di veramente umano; qualcosa che non trovava mai modo di risultare nelle sue parole, e che si manifestava, oltre che in quella silenziosa espressione della faccia dopo una cena, più spesso ancora e più vivamente nelle azioni della sua vita. L'avvocato era severo nei riguardi di se stesso; quando si trovava solo, beveva gin, per mortificare l'inclinazione verso i buoni vini; e, sebbene il teatro lo attirasse, non aveva mai varcato la soglia di un teatro in vent'anni. Nei riguardi del prossimo era tuttavia di una grande indulgenza; talvolta si meravigliava, quasi con invidia, della forza con la quale certi animi potevano venire spinti alla malvagità; e, in ogni occasione, era disposto più ad aiutare che a disapprovare. "Io tendo all'eresia di Caino", soleva dire argutamente, "lascio che mio fratello se ne vada al diavolo come meglio gli piace". Avendo un simile carattere, gli accadeva spesso di essere l'ultimo conoscente stimato, e di esercitare l'ultima buona influenza nella vita di uomini perduti. Costoro, sinché frequentavano la sua casa, venivano trattati senza il minimo mutamento di modi. Indubbiamente questo contegno riusciva facile al signor Utterson, poiché egli era riservato al massimo grado, e anche le sue amicizie parevano fondate su una simile dottrina di bontà. È proprio dell'uomo modesto accettare il cerchio delle amicizie, così come sono, dalle mani della sorte; questo era il caso dell'avvocato. I suoi amici erano persone del suo stesso sangue, oppure gente che conosceva da lungo tempo; i suoi affetti, come l'edera, si sviluppavano con il tempo, e non implicavano particolari qualità nel loro oggetto. Di tal genere senza dubbio doveva essere il legame che lo univa al signor Richard Enfield, suo lontano parente, uomo molto conosciuto in città. Per molti restava un mistero cosa quei due potessero trovare uno nell'altro, e quali argomenti di conversazione potessero avere in comune. Coloro che li incontravano nelle loro passeggiate domenicali riferivano che non parlavano, e parevano singolarmente tediati, e salutavano con evidente sollievo l'apparire di un comune conoscente. E tuttavia, i due uomini tenevano in gran conto quelle passeggiate, considerandole il maggior svago della loro settimana, e non solo scartavano ogni altra occasione di divertimento, ma resistevano persino al richiamo degli affari, per goderne senza interruzione. In uno di quei vagabondaggi accadde che passassero per una strada secondaria di un quartiere affollato di Londra. La via era piccola, e quel che si dice tranquilla, ma nei giorni feriali era piena di gente affaccendata. Quale dei seguenti aggettivi o definizioni non può essere riferito, in base a quanto detto nel brano proposto, al signor Utterson?