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Tutte le domande del quiz : Brani

tratto da:
Esercito Italiano
Quiz - Concorso per l'ammissione di 41 allievi al 7° corso Allievi Ufficiali in Ferma Prefissata (A.U.F.P.) dell'Esercito per il conseguimento della nomina a Tenente in Ferma Prefissata, ausiliario del ruolo normale del Corpo degli Ingegneri, del Corpo di Commissariato e del Corpo Sanitario dell'Esercito



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA   Domanda difficile "Andrai davvero a trovare Maria?", chiese Piero a Guido sommessamente. "Assolutamente!" rispose Guido. Piero lo conosceva bene e sapeva quanto fosse coerente e sempre fedele agli impegni presi. Il signor Bianchi, invece, guardava Guido con sospetto: era chiaro che la sua parola non bastava a tranquillizzarlo.
RISPOSTA    "Ho ucciso JF Kennedy" è il romanzo che dà inizio alla serie Carvalho, ma quando fu pubblicato Vázquez Montalbán mai avrebbe pensato che avrebbe scritto un'altra ventina di romanzi con lo stesso protagonista. In effetti, occorre dire subito che è un romanzo sperimentale, che mette in pratica la cosiddetta letteratura subnormale, un esperimento avanguardista dello scrittore negli anni '70, quando si pensava che il romanzo fosse morto. La letteratura subnormale mescola continuamente registri, voci narranti, punti di vista, riferimenti storici, letterari, ideologici e il risultato non è sempre facile da decifrare.
RISPOSTA    "L'economia del nostro Paese sta andando a rotoli!", esclamò all'improvviso il ministro. Il gelo calò nella sala: nessuno si sarebbe aspettato una presa di posizione così netta e allarmante. Il disagio generale era acuito dall'espressione seria e decisa di chi aveva pronunciato quella frase.
RISPOSTA    A Gabriele D'Annunzio fu chiesto una volta se sapeva il tedesco. Rispose di no, ma aggiunse che "se lo immaginava". Un granduca russo, alla fine di un recital a corte di un valentissimo giovane pianista e compositore, gli chiese di suonargli il "Chiaro di Luna " di Cajkoskij. Gli astanti musicalmente smaliziati rimasero di sasso. Sua altezza aveva grossolanamente equivocato sul nome del compositore. Infatti, di chiari di Luna noti e amati ce ne sono solo due, quello di Beethoven e quello di Debussy. Nessuno, ovviamente, si azzardò a correggere il granduca. Il pianista, imperterrito, tra la stupefazione generale, suonò un piacevole brano che nessuno seppe riconoscere. Finiti gli applausi, il granduca mormorò deluso: "Bello, ma non era questo che volevo sentire". Il pianista si inchinò: "Altezza, penso che, se Cajcoskij avesse scritto un "Chiaro di Luna", lo avrebbe scritto più o meno così". Questa facoltà di immaginativa ricostruzione ci può consentire di classificare, alla buona, tra di noi, le scienze naturali. A un polo troviamo quelle che, come la chimica, sono rette da pochi principi basilari, e da una ferrea logica interna. Scienze nelle quali si tratta essenzialmente di applicare questi principi e questa logica a una sequela di fatti concreti. Sono scienze non troppo lontane dalla matematica, i cui fatti si possono in larga misura, appunto, immaginare, cioè ricostruire in proprio con il ragionamento. Di solito, per caratterizzarle, si usa il termine di scienze "deduttive". La regina di queste è, naturalmente, la fisica. Anche la biologia si è progressivamente conquistata un posto solido tra queste. Oggi si studiano, anche nelle scuole secondarie, testi di biologia che partono dai meccanismi dell'evoluzione, dalla struttura dei geni e dagli equilibri genetici, deducendo da questi una sequela di interessanti applicazioni specifiche. Al polo opposto troviamo, invece, le scienze che, come la botanica e l'anatomia, collezionano fatti e li raggruppano in modo sistematico. I fatti di queste scienze non si possono "immaginare" in alcun modo. Qui il ragionamento non può supplire alla memoria. Di solito si caratterizzano con il termine di scienze "tassonomiche" o "sistematiche". Quale delle seguenti è una scienza tassonomica?
RISPOSTA   Domanda difficile Alcuni economisti negli anni settanta ritenevano che, con il trascorrere del tempo, il divario esistente tra il mondo economicamente sviluppato e quello sottosviluppato fosse destinato a ridursi. Il motivo fondamentale risiedeva nella considerazione che i Paesi poveri, caratterizzati dalla presenza di manodopera a basso costo, avrebbero attirato i capitali stranieri mediante i quali iniziare una fase di ammodernamento e di progresso. Queste previsioni si sono però dimostrate errate ed il differenziale di benessere non accenna a diminuire, anzi: dal secondo dopoguerra ad oggi esso ha registrato incrementi pressoché ininterrotti e continua ad aumentare, nonostante in questi ultimi anni alcuni Paesi una volta poveri abbiano dimostrato incredibili capacità di sviluppo e stiano diventando nazioni industrializzate e moderne a tutti gli effetti. Il problema delle aree nelle quali regna la miseria è la necessità di investimenti ingentissimi, senza i quali non è pensabile un ribaltamento della situazione. Ora, se questi Paesi non possono contare su entrate dovute alla cessione di risorse interne (es. materie prime), peraltro in genere estremamente soggette alla fluttuazione delle quotazioni, dipendono totalmente dalle politiche di investimento di altri Paesi e quindi, poiché non esiste una programmazione di interventi concertata in maniera tale da soddisfare la loro necessità di investimenti, da variabili assolutamente incontrollabili. Alcuni casi hanno però dimostrato che una politica di riforme economiche, anti-inflattiva e di apertura ai capitali stranieri in un regime di agevolazioni fiscali per le attività produttive possono, se non risolvere tutti i problemi, porre le basi per lo sviluppo; tutto ciò fermo restando il fatto che il basso costo della manodopera è un requisito essenziale. Di cosa necessitano i Paesi sottosviluppati secondo l'autore?
RISPOSTA    Alcuni economisti negli anni settanta ritenevano che, con il trascorrere del tempo, il divario esistente tra il mondo economicamente sviluppato e quello sottosviluppato fosse destinato a ridursi. Il motivo fondamentale risiedeva nella considerazione che i Paesi poveri, caratterizzati dalla presenza di manodopera a basso costo, avrebbero attirato i capitali stranieri mediante i quali iniziare una fase di ammodernamento e di progresso. Queste previsioni si sono però dimostrate errate ed il differenziale di benessere non accenna a diminuire, anzi: dal secondo dopoguerra ad oggi esso ha registrato incrementi pressoché ininterrotti e continua ad aumentare, nonostante in questi ultimi anni alcuni Paesi una volta poveri abbiano dimostrato incredibili capacità di sviluppo e stiano diventando nazioni industrializzate e moderne a tutti gli effetti. Il problema delle aree nelle quali regna la miseria è la necessità di investimenti ingentissimi, senza i quali non è pensabile un ribaltamento della situazione. Ora, se questi Paesi non possono contare su entrate dovute alla cessione di risorse interne (es. materie prime), peraltro in genere estremamente soggette alla fluttuazione delle quotazioni, dipendono totalmente dalle politiche di investimento di altri Paesi e quindi, poiché non esiste una programmazione di interventi concertata in maniera tale da soddisfare la loro necessità di investimenti, da variabili assolutamente incontrollabili. Alcuni casi hanno però dimostrato che una politica di riforme economiche, anti-inflattiva e di apertura ai capitali stranieri in un regime di agevolazioni fiscali per le attività produttive possono, se non risolvere tutti i problemi, porre le basi per lo sviluppo; tutto ciò fermo restando il fatto che il basso costo della manodopera è un requisito essenziale. Secondo quanto riportato nel brano, le quotazioni delle materie prime sono:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Alcuni economisti negli anni settanta ritenevano che, con il trascorrere del tempo, il divario esistente tra il mondo economicamente sviluppato e quello sottosviluppato fosse destinato a ridursi. Il motivo fondamentale risiedeva nella considerazione che i Paesi poveri, caratterizzati dalla presenza di manodopera a basso costo, avrebbero attirato i capitali stranieri mediante i quali iniziare una fase di ammodernamento e di progresso. Queste previsioni si sono però dimostrate errate ed il differenziale di benessere non accenna a diminuire, anzi: dal secondo dopoguerra ad oggi esso ha registrato incrementi pressoché ininterrotti e continua ad aumentare, nonostante in questi ultimi anni alcuni Paesi una volta poveri abbiano dimostrato incredibili capacità di sviluppo e stiano diventando nazioni industrializzate e moderne a tutti gli effetti. Il problema delle aree nelle quali regna la miseria è la necessità di investimenti ingentissimi, senza i quali non è pensabile un ribaltamento della situazione. Ora, se questi Paesi non possono contare su entrate dovute alla cessione di risorse interne (es. materie prime), peraltro in genere estremamente soggette alla fluttuazione delle quotazioni, dipendono totalmente dalle politiche di investimento di altri Paesi e quindi, poiché non esiste una programmazione di interventi concertata in maniera tale da soddisfare la loro necessità di investimenti, da variabili assolutamente incontrollabili. Alcuni casi hanno però dimostrato che una politica di riforme economiche, anti-inflattiva e di apertura ai capitali stranieri in un regime di agevolazioni fiscali per le attività produttive possono, se non risolvere tutti i problemi, porre le basi per lo sviluppo; tutto ciò fermo restando il fatto che il basso costo della manodopera è un requisito essenziale. Come è possibile favorire lo sviluppo in Paesi economicamente poveri?
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà All'inizio del Settecento, con la morte di Carlo II di Spagna e con il pericolo di un'egemonia dei Borboni, l'equilibrio europeo si rompe e si fronteggiano due gruppi di potenze: Austria, Inghilterra, Olanda da una parte, Francia e Spagna dall'altra. La morte dell'imperatore Giuseppe I capovolge la situazione ed è perciò necessario giungere alla pace tra Inghilterra, Francia e Austria. La Francia è ormai in crisi e la vera vincitrice di questi conflitti solo apparentemente dinastici è l'Inghilterra, che si assume per qualche decennio il ruolo di suprema moderatrice del difficile e complesso gioco degli equilibri, in cui poco alla volta entrano con peso crescente due nuove potenze, la Russia e la Prussia. Nel lungo periodo di pace che l'Europa gode verso la metà del secolo raggiunge il culmine la potenza che l'Inghilterra è in grado di esercitare con il dominio dei mari e con la conseguente supremazia politica ed economica, ma soprattutto con il suo grandioso sviluppo scientifico, culturale e letterario. La pubblica opinione di quel Paese dà la misura e l'esempio di una moderna società civile che ha il suo fulcro nella borghesia e nel ceto dirigente che essa esprime in tutti i sensi e in tutti i campi. Lo stesso fenomeno di emancipazione dei ceti borghesi delle "caste" e degli "ordini chiusi" tradizionali si sviluppa successivamente anche in Francia e, più lentamente, in Germania e in Russia. La borghesia mercantile e intellettuale incontra talora l'approvazione di certa aristocrazia e ottiene l'appoggio di alcuni sovrani: l'ancien régime comincia a sgretolarsi. Il pensiero si articola sui nuovi modelli forniti dallo scientismo, dal razionalismo, dal laicismo e dall'individualismo, che saranno i fondamenti dell'Illuminismo, la più grande svolta filosofica, politica e sociale del mondo moderno. Il primo impulso verrà dalla riflessione di Locke e dalla ricerca di Newton, ma l'approfondimento e la divulgazione del nuovo modo di pensare è tutta opera francese. L'esigenza di rinnovamento nell'ambito della società europea provoca l'alleanza tra le classi più avanzate e i sovrani illuminati, mentre in Francia il "partito dei filosofi" formula più precise rivendicazioni di libertà politica. Intanto in Inghilterra la rivoluzione industriale, segnando il passaggio dal capitalismo mercantile al grande capitalismo moderno, produce il triste fenomeno del proletariato e fa crollare l'ipotesi della collaborazione tra le classi. La rivoluzione è ormai alle porte: dall'America passerà ben presto alla Francia e diventerà un problema europeo. La letteratura di questo periodo è tra le più ricche di fermenti e di suggestioni: riflette la vivacissima situazione della società contemporanea e vi si immerge con l'empito della partecipazione. Il Settecento fu un secolo prosastico con interessi filosofici, sociali, politici, economici; in una parola di solidarietà umana e di rinnovamento civile e sociale. Voci diverse si scontrano e pur nella diversità dei toni e delle impostazioni collaborano alla fondazione della società moderna. Secolo per eccellenza razionale, il Settecento conobbe infatti anche il fascino della commozione sentimentale, del languore e dell'abbandono alla voce del cuore: e questa, anticipatrice della avanzata sensibilità romantica, è anch'essa pienamente settecentesca e, a suo modo, rivoluzionaria. Verso la metà del Settecento l'Inghilterra raggiunge il culmine della sua potenza soprattutto tramite:
RISPOSTA   Domanda difficile All'inizio del Settecento, con la morte di Carlo II di Spagna e con il pericolo di un'egemonia dei Borboni, l'equilibrio europeo si rompe e si fronteggiano due gruppi di potenze: Austria, Inghilterra, Olanda da una parte, Francia e Spagna dall'altra. La morte dell'imperatore Giuseppe I capovolge la situazione ed è perciò necessario giungere alla pace tra Inghilterra, Francia e Austria. La Francia è ormai in crisi e la vera vincitrice di questi conflitti solo apparentemente dinastici è l'Inghilterra, che si assume per qualche decennio il ruolo di suprema moderatrice del difficile e complesso gioco degli equilibri, in cui poco alla volta entrano con peso crescente due nuove potenze, la Russia e la Prussia. Nel lungo periodo di pace che l'Europa gode verso la metà del secolo raggiunge il culmine la potenza che l'Inghilterra è in grado di esercitare con il dominio dei mari e con la conseguente supremazia politica ed economica, ma soprattutto con il suo grandioso sviluppo scientifico, culturale e letterario. La pubblica opinione di quel Paese dà la misura e l'esempio di una moderna società civile che ha il suo fulcro nella borghesia e nel ceto dirigente che essa esprime in tutti i sensi e in tutti i campi. Lo stesso fenomeno di emancipazione dei ceti borghesi delle "caste" e degli "ordini chiusi" tradizionali si sviluppa successivamente anche in Francia e, più lentamente, in Germania e in Russia. La borghesia mercantile e intellettuale incontra talora l'approvazione di certa aristocrazia e ottiene l'appoggio di alcuni sovrani: l'ancien régime comincia a sgretolarsi. Il pensiero si articola sui nuovi modelli forniti dallo scientismo, dal razionalismo, dal laicismo e dall'individualismo, che saranno i fondamenti dell'Illuminismo, la più grande svolta filosofica, politica e sociale del mondo moderno. Il primo impulso verrà dalla riflessione di Locke e dalla ricerca di Newton, ma l'approfondimento e la divulgazione del nuovo modo di pensare è tutta opera francese. L'esigenza di rinnovamento nell'ambito della società europea provoca l'alleanza tra le classi più avanzate e i sovrani illuminati, mentre in Francia il "partito dei filosofi" formula più precise rivendicazioni di libertà politica. Intanto in Inghilterra la rivoluzione industriale, segnando il passaggio dal capitalismo mercantile al grande capitalismo moderno, produce il triste fenomeno del proletariato e fa crollare l'ipotesi della collaborazione tra le classi. La rivoluzione è ormai alle porte: dall'America passerà ben presto alla Francia e diventerà un problema europeo. La letteratura di questo periodo è tra le più ricche di fermenti e di suggestioni: riflette la vivacissima situazione della società contemporanea e vi si immerge con l'empito della partecipazione. Il Settecento fu un secolo prosastico con interessi filosofici, sociali, politici, economici; in una parola di solidarietà umana e di rinnovamento civile e sociale. Voci diverse si scontrano e pur nella diversità dei toni e delle impostazioni collaborano alla fondazione della società moderna. Secolo per eccellenza razionale, il Settecento conobbe infatti anche il fascino della commozione sentimentale, del languore e dell'abbandono alla voce del cuore: e questa, anticipatrice della avanzata sensibilità romantica, è anch'essa pienamente settecentesca e, a suo modo, rivoluzionaria. Quale delle seguenti rappresenta verosimilmente l'opinione dell'autore?
RISPOSTA    All'inizio del Settecento, con la morte di Carlo II di Spagna e con il pericolo di un'egemonia dei Borboni, l'equilibrio europeo si rompe e si fronteggiano due gruppi di potenze: Austria, Inghilterra, Olanda da una parte, Francia e Spagna dall'altra. La morte dell'imperatore Giuseppe I capovolge la situazione ed è perciò necessario giungere alla pace tra Inghilterra, Francia e Austria. La Francia è ormai in crisi e la vera vincitrice di questi conflitti solo apparentemente dinastici è l'Inghilterra, che si assume per qualche decennio il ruolo di suprema moderatrice del difficile e complesso gioco degli equilibri, in cui poco alla volta entrano con peso crescente due nuove potenze, la Russia e la Prussia. Nel lungo periodo di pace che l'Europa gode verso la metà del secolo raggiunge il culmine la potenza che l'Inghilterra è in grado di esercitare con il dominio dei mari e con la conseguente supremazia politica ed economica, ma soprattutto con il suo grandioso sviluppo scientifico, culturale e letterario. La pubblica opinione di quel Paese dà la misura e l'esempio di una moderna società civile che ha il suo fulcro nella borghesia e nel ceto dirigente che essa esprime in tutti i sensi e in tutti i campi. Lo stesso fenomeno di emancipazione dei ceti borghesi delle "caste" e degli "ordini chiusi" tradizionali si sviluppa successivamente anche in Francia e, più lentamente, in Germania e in Russia. La borghesia mercantile e intellettuale incontra talora l'approvazione di certa aristocrazia e ottiene l'appoggio di alcuni sovrani: l'ancien régime comincia a sgretolarsi. Il pensiero si articola sui nuovi modelli forniti dallo scientismo, dal razionalismo, dal laicismo e dall'individualismo, che saranno i fondamenti dell'Illuminismo, la più grande svolta filosofica, politica e sociale del mondo moderno. Il primo impulso verrà dalla riflessione di Locke e dalla ricerca di Newton, ma l'approfondimento e la divulgazione del nuovo modo di pensare è tutta opera francese. L'esigenza di rinnovamento nell'ambito della società europea provoca l'alleanza tra le classi più avanzate e i sovrani illuminati, mentre in Francia il "partito dei filosofi" formula più precise rivendicazioni di libertà politica. Intanto in Inghilterra la rivoluzione industriale, segnando il passaggio dal capitalismo mercantile al grande capitalismo moderno, produce il triste fenomeno del proletariato e fa crollare l'ipotesi della collaborazione tra le classi. La rivoluzione è ormai alle porte: dall'America passerà ben presto alla Francia e diventerà un problema europeo. La letteratura di questo periodo è tra le più ricche di fermenti e di suggestioni: riflette la vivacissima situazione della società contemporanea e vi si immerge con l'empito della partecipazione. Il Settecento fu un secolo prosastico con interessi filosofici, sociali, politici, economici; in una parola di solidarietà umana e di rinnovamento civile e sociale. Voci diverse si scontrano e pur nella diversità dei toni e delle impostazioni collaborano alla fondazione della società moderna. Secolo per eccellenza razionale, il Settecento conobbe infatti anche il fascino della commozione sentimentale, del languore e dell'abbandono alla voce del cuore: e questa, anticipatrice della avanzata sensibilità romantica, è anch'essa pienamente settecentesca e, a suo modo, rivoluzionaria. Lo scopo dell'autore del brano è di:
RISPOSTA    All'inizio del Settecento, con la morte di Carlo II di Spagna e con il pericolo di un'egemonia dei Borboni, l'equilibrio europeo si rompe e si fronteggiano due gruppi di potenze: Austria, Inghilterra, Olanda da una parte, Francia e Spagna dall'altra. La morte dell'imperatore Giuseppe I capovolge la situazione ed è perciò necessario giungere alla pace tra Inghilterra, Francia e Austria. La Francia è ormai in crisi e la vera vincitrice di questi conflitti solo apparentemente dinastici è l'Inghilterra, che si assume per qualche decennio il ruolo di suprema moderatrice del difficile e complesso gioco degli equilibri, in cui poco alla volta entrano con peso crescente due nuove potenze, la Russia e la Prussia. Nel lungo periodo di pace che l'Europa gode verso la metà del secolo raggiunge il culmine la potenza che l'Inghilterra è in grado di esercitare con il dominio dei mari e con la conseguente supremazia politica ed economica, ma soprattutto con il suo grandioso sviluppo scientifico, culturale e letterario. La pubblica opinione di quel Paese dà la misura e l'esempio di una moderna società civile che ha il suo fulcro nella borghesia e nel ceto dirigente che essa esprime in tutti i sensi e in tutti i campi. Lo stesso fenomeno di emancipazione dei ceti borghesi delle "caste" e degli "ordini chiusi" tradizionali si sviluppa successivamente anche in Francia e, più lentamente, in Germania e in Russia. La borghesia mercantile e intellettuale incontra talora l'approvazione di certa aristocrazia e ottiene l'appoggio di alcuni sovrani: l'ancien régime comincia a sgretolarsi. Il pensiero si articola sui nuovi modelli forniti dallo scientismo, dal razionalismo, dal laicismo e dall'individualismo, che saranno i fondamenti dell'Illuminismo, la più grande svolta filosofica, politica e sociale del mondo moderno. Il primo impulso verrà dalla riflessione di Locke e dalla ricerca di Newton, ma l'approfondimento e la divulgazione del nuovo modo di pensare è tutta opera francese. L'esigenza di rinnovamento nell'ambito della società europea provoca l'alleanza tra le classi più avanzate e i sovrani illuminati, mentre in Francia il "partito dei filosofi" formula più precise rivendicazioni di libertà politica. Intanto in Inghilterra la rivoluzione industriale, segnando il passaggio dal capitalismo mercantile al grande capitalismo moderno, produce il triste fenomeno del proletariato e fa crollare l'ipotesi della collaborazione tra le classi. La rivoluzione è ormai alle porte: dall'America passerà ben presto alla Francia e diventerà un problema europeo. La letteratura di questo periodo è tra le più ricche di fermenti e di suggestioni: riflette la vivacissima situazione della società contemporanea e vi si immerge con l'empito della partecipazione. Il Settecento fu un secolo prosastico con interessi filosofici, sociali, politici, economici; in una parola di solidarietà umana e di rinnovamento civile e sociale. Voci diverse si scontrano e pur nella diversità dei toni e delle impostazioni collaborano alla fondazione della società moderna. Secolo per eccellenza razionale, il Settecento conobbe infatti anche il fascino della commozione sentimentale, del languore e dell'abbandono alla voce del cuore: e questa, anticipatrice della avanzata sensibilità romantica, è anch'essa pienamente settecentesca e, a suo modo, rivoluzionaria. A quale dei seguenti libri appartiene verosimilmente il brano?
RISPOSTA    Alla base del film c'è l'idea, che può essere originale oppure ispirarsi ad altre forme artistiche e letterarie; in quest'ultimo caso, l'idea andrà opportunamente rielaborata per poterla realizzare cinematograficamente, attraverso immagini in movimento. In ogni caso, al centro della storia che verrà sviluppata, ci deve essere un conflitto esteriore (tra personaggi, fra ambiente e personaggio ecc.) oppure interiore (sul piano morale, esistenziale, ideologico ecc.), per determinare la tensione drammatica del film. L'immagine filmica deve essere funzionale alla narrazione: ciascuna inquadratura racconta e comunica emozioni, da sola e in sequenza con altre inquadrature. Nel passaggio dall'idea alla stesura della sceneggiatura si definiscono sempre più precisamente l'argomento, i luoghi, l'epoca, i personaggi, le azioni. La sceneggiatura descrive tutte le scene in cui si dipana il film, le azioni e le battute dei personaggi. Preparatorio al film è lo Story board, che rappresenta, tramite vignette, tutte le scene. In genere la narrazione cinematografica condensa la storia, utilizzando frequentemente l'ellissi ed eliminando i momenti meno significativi, dato che il film dura mediamente da un'ora e trenta minuti a tre ore, pur se la storia narrata dura anni o secoli. A volte si può scegliere se far coincidere "tempo della storia" e "tempo della narrazione", costruendo il film in tempo reale, come avviene in Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnemann del 1952. Le battute, data la limitata durata di un film, devono essere particolarmente ricche di significato e sintetiche; attraverso di esse si stabiliscono i legami fra i personaggi, si comprendono antefatti, si svelano segreti; talvolta chi parla resta fuori campo, come accade per la voce del narratore nelle sequenze girate in soggettiva o nei documentari. Il registro adottato (solenne, scientifico, familiare, gergale ecc.) connota i personaggi e contribuisce all'ambientazione. Alcuni registi, tuttavia, preferiscono avere solo un canovaccio e procedere alla definizione della sceneggiatura nel corso delle riprese. In base a quanto scritto nel brano, quale delle seguenti è la corretta definizione di Story board?
RISPOSTA   Domanda difficile Alla base del film c'è l'idea, che può essere originale oppure ispirarsi ad altre forme artistiche e letterarie; in quest'ultimo caso, l'idea andrà opportunamente rielaborata per poterla realizzare cinematograficamente, attraverso immagini in movimento. In ogni caso, al centro della storia che verrà sviluppata, ci deve essere un conflitto esteriore (tra personaggi, fra ambiente e personaggio ecc.) oppure interiore (sul piano morale, esistenziale, ideologico ecc.), per determinare la tensione drammatica del film. L'immagine filmica deve essere funzionale alla narrazione: ciascuna inquadratura racconta e comunica emozioni, da sola e in sequenza con altre inquadrature. Nel passaggio dall'idea alla stesura della sceneggiatura si definiscono sempre più precisamente l'argomento, i luoghi, l'epoca, i personaggi, le azioni. La sceneggiatura descrive tutte le scene in cui si dipana il film, le azioni e le battute dei personaggi. Preparatorio al film è lo Story board, che rappresenta, tramite vignette, tutte le scene. In genere la narrazione cinematografica condensa la storia, utilizzando frequentemente l'ellissi ed eliminando i momenti meno significativi, dato che il film dura mediamente da un'ora e trenta minuti a tre ore, pur se la storia narrata dura anni o secoli. A volte si può scegliere se far coincidere "tempo della storia" e "tempo della narrazione", costruendo il film in tempo reale, come avviene in Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnemann del 1952. Le battute, data la limitata durata di un film, devono essere particolarmente ricche di significato e sintetiche; attraverso di esse si stabiliscono i legami fra i personaggi, si comprendono antefatti, si svelano segreti; talvolta chi parla resta fuori campo, come accade per la voce del narratore nelle sequenze girate in soggettiva o nei documentari. Il registro adottato (solenne, scientifico, familiare, gergale ecc.) connota i personaggi e contribuisce all'ambientazione. Alcuni registi, tuttavia, preferiscono avere solo un canovaccio e procedere alla definizione della sceneggiatura nel corso delle riprese. In base a quanto scritto nel brano, quale elemento è fondamentale per creare la tensione drammatica del film?
RISPOSTA    Alla base del film c'è l'idea, che può essere originale oppure ispirarsi ad altre forme artistiche e letterarie; in quest'ultimo caso, l'idea andrà opportunamente rielaborata per poterla realizzare cinematograficamente, attraverso immagini in movimento. In ogni caso, al centro della storia che verrà sviluppata, ci deve essere un conflitto esteriore (tra personaggi, fra ambiente e personaggio ecc.) oppure interiore (sul piano morale, esistenziale, ideologico ecc.), per determinare la tensione drammatica del film. L'immagine filmica deve essere funzionale alla narrazione: ciascuna inquadratura racconta e comunica emozioni, da sola e in sequenza con altre inquadrature. Nel passaggio dall'idea alla stesura della sceneggiatura si definiscono sempre più precisamente l'argomento, i luoghi, l'epoca, i personaggi, le azioni. La sceneggiatura descrive tutte le scene in cui si dipana il film, le azioni e le battute dei personaggi. Preparatorio al film è lo Story board, che rappresenta, tramite vignette, tutte le scene. In genere la narrazione cinematografica condensa la storia, utilizzando frequentemente l'ellissi ed eliminando i momenti meno significativi, dato che il film dura mediamente da un'ora e trenta minuti a tre ore, pur se la storia narrata dura anni o secoli. A volte si può scegliere se far coincidere "tempo della storia" e "tempo della narrazione", costruendo il film in tempo reale, come avviene in Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnemann del 1952. Le battute, data la limitata durata di un film, devono essere particolarmente ricche di significato e sintetiche; attraverso di esse si stabiliscono i legami fra i personaggi, si comprendono antefatti, si svelano segreti; talvolta chi parla resta fuori campo, come accade per la voce del narratore nelle sequenze girate in soggettiva o nei documentari. Il registro adottato (solenne, scientifico, familiare, gergale ecc.) connota i personaggi e contribuisce all'ambientazione. Alcuni registi, tuttavia, preferiscono avere solo un canovaccio e procedere alla definizione della sceneggiatura nel corso delle riprese. Relativamente alla realizzazione di un film, l'autore del brano:
RISPOSTA    Alla fine degli anni sessanta, all'immobilità del governo si erano aggiunti gli "scandali" provocati dalla corruzione di una classe politica da troppo tempo al potere. Immobilità e scandali avevano intaccato poco l'immagine e il potere della classe politica, mentre la situazione sociale era radicalmente cambiata: gli italiani ormai sapevano che le riforme di cui il centrosinistra si era riempito la bocca per quasi un decennio non sarebbero arrivate, e intanto il miracolo economico si stava spegnendo senza nuove prospettive. La gente doveva adeguarsi, cercando da sola le soluzioni che la politica era incapace o disinteressata a dare. Però stava avvenendo qualcosa: la riforma della scuola aveva portato all'istruzione di massa ma aveva abbandonato un'enorme quantità di studenti a programmi, strutture e docenti che non potevano e soprattutto non volevano prendere atto del cambiamento. Se le difficoltà erano gravi nelle scuole medie e superiori, diventavano gravissime all'università, a cui, dopo la riforma, poteva accedere chiunque avesse frequentato una qualsiasi scuola superiore. Nel quinquennio 1962-1967 gli studenti universitari raddoppiarono superando il mezzo milione: un'università pensata per poco più di 125.000 non poteva reggere l'impatto. Solo i professori avrebbero potuto e dovuto fare qualcosa, rivolgendosi ai politici responsabili di un simile squilibrio. Se non era una strada facile, era l'unica seria e possibile, ma per i docenti mettere in discussione il sistema universitario avrebbe significato rivedere la legislazione che regolava il loro rapporto di lavoro. Per un salario medio-alto e un'ottima posizione bastavano 52 ore all'anno di presenza: troppe, perché la maggior parte dei docenti era occupata anche in altri impegni professionali, pubblici o privati, comunque più lucrosi. I professori rovesciarono così la responsabilità di tutto sugli studenti. Dopo la riforma i docenti divennero non solo più autoritari e sfuggenti, ma trasformarono il momento dell'esame da meccanismo per la valutazione in strumento per risolvere il sovraffollamento, in una farsa in cui l'autoritarismo dei metodi e il soggettivismo dei giudizi erano spinti all'eccesso, rendendo gli esami insuperabili specialmente per i più deboli e i più poveri, che spesso erano anche i più volenterosi e desiderosi di promozione sociale, gli studenti-lavoratori. Fin dall'inizio lo Stato si era reso conto della situazione e aveva trovato un pessimo rimedio per una cattiva legge: non fissare un limite di tempo per raggiungere la laurea, come avveniva in quasi tutti i paesi occidentali. Studenti demotivati e "fuori corso" contrapposti a professori assenti e non disposti ad accettare la nuova realtà divennero la regola di un'università senza regole, in luogo dove si premiavano non i migliori ma i più abbienti. Inoltre la laurea non garantiva a nessuno di inserirsi in un mercato del lavoro difficilissimo che, per la maggiore offerta di diplomato o laureati e la congiuntura economica sfavorevole, era governato dalla politica. Tutto ciò, infatti, avvenne quando le contraddizioni basilari e l'ipocrisia dell'intero sistema economico e politico, alla fine del Boom, erano ancora più evidenti. La maggioranza degli studenti poteva ritrovarsi ed esprimere la propria frustrazione soltanto all'università, dove era cresciuta e dove trasferiva le sue amare esperienze. Per la prima volta nella storia italiana, l'università si trasformava da luogo di formazione della classe dirigente a luogo di critica del sistema e dei partiti, sia quelli che l'avevano prodotto, sia quelli che non erano stati in grado di trovare un'alternativa. Gli studenti cominciarono a pensarsi non più come protagonisti della società futura ma come "oggetti" di uno scambio incontrollabile da loro, "merce intellettuale" venduta e comprata da un sistema in cui non si riconoscevano. Quale fatto, avvenuto durante il quinquennio 1962- 1967, viene evidenziato nel brano?
RISPOSTA    Alla fine degli anni sessanta, all'immobilità del governo si erano aggiunti gli "scandali" provocati dalla corruzione di una classe politica da troppo tempo al potere. Immobilità e scandali avevano intaccato poco l'immagine e il potere della classe politica, mentre la situazione sociale era radicalmente cambiata: gli italiani ormai sapevano che le riforme di cui il centrosinistra si era riempito la bocca per quasi un decennio non sarebbero arrivate, e intanto il miracolo economico si stava spegnendo senza nuove prospettive. La gente doveva adeguarsi, cercando da sola le soluzioni che la politica era incapace o disinteressata a dare. Però stava avvenendo qualcosa: la riforma della scuola aveva portato all'istruzione di massa ma aveva abbandonato un'enorme quantità di studenti a programmi, strutture e docenti che non potevano e soprattutto non volevano prendere atto del cambiamento. Se le difficoltà erano gravi nelle scuole medie e superiori, diventavano gravissime all'università, a cui, dopo la riforma, poteva accedere chiunque avesse frequentato una qualsiasi scuola superiore. Nel quinquennio 1962-1967 gli studenti universitari raddoppiarono superando il mezzo milione: un'università pensata per poco più di 125.000 non poteva reggere l'impatto. Solo i professori avrebbero potuto e dovuto fare qualcosa, rivolgendosi ai politici responsabili di un simile squilibrio. Se non era una strada facile, era l'unica seria e possibile, ma per i docenti mettere in discussione il sistema universitario avrebbe significato rivedere la legislazione che regolava il loro rapporto di lavoro. Per un salario medio-alto e un'ottima posizione bastavano 52 ore all'anno di presenza: troppe, perché la maggior parte dei docenti era occupata anche in altri impegni professionali, pubblici o privati, comunque più lucrosi. I professori rovesciarono così la responsabilità di tutto sugli studenti. Dopo la riforma i docenti divennero non solo più autoritari e sfuggenti, ma trasformarono il momento dell'esame da meccanismo per la valutazione in strumento per risolvere il sovraffollamento, in una farsa in cui l'autoritarismo dei metodi e il soggettivismo dei giudizi erano spinti all'eccesso, rendendo gli esami insuperabili specialmente per i più deboli e i più poveri, che spesso erano anche i più volenterosi e desiderosi di promozione sociale, gli studenti-lavoratori. Fin dall'inizio lo Stato si era reso conto della situazione e aveva trovato un pessimo rimedio per una cattiva legge: non fissare un limite di tempo per raggiungere la laurea, come avveniva in quasi tutti i paesi occidentali. Studenti demotivati e "fuori corso" contrapposti a professori assenti e non disposti ad accettare la nuova realtà divennero la regola di un'università senza regole, in luogo dove si premiavano non i migliori ma i più abbienti. Inoltre la laurea non garantiva a nessuno di inserirsi in un mercato del lavoro difficilissimo che, per la maggiore offerta di diplomato o laureati e la congiuntura economica sfavorevole, era governato dalla politica. Tutto ciò, infatti, avvenne quando le contraddizioni basilari e l'ipocrisia dell'intero sistema economico e politico, alla fine del Boom, erano ancora più evidenti. La maggioranza degli studenti poteva ritrovarsi ed esprimere la propria frustrazione soltanto all'università, dove era cresciuta e dove trasferiva le sue amare esperienze. Per la prima volta nella storia italiana, l'università si trasformava da luogo di formazione della classe dirigente a luogo di critica del sistema e dei partiti, sia quelli che l'avevano prodotto, sia quelli che non erano stati in grado di trovare un'alternativa. Gli studenti cominciarono a pensarsi non più come protagonisti della società futura ma come "oggetti" di uno scambio incontrollabile da loro, "merce intellettuale" venduta e comprata da un sistema in cui non si riconoscevano. Il tono del brano è:
RISPOSTA   Domanda difficile Alla fine degli anni sessanta, all'immobilità del governo si erano aggiunti gli "scandali" provocati dalla corruzione di una classe politica da troppo tempo al potere. Immobilità e scandali avevano intaccato poco l'immagine e il potere della classe politica, mentre la situazione sociale era radicalmente cambiata: gli italiani ormai sapevano che le riforme di cui il centrosinistra si era riempito la bocca per quasi un decennio non sarebbero arrivate, e intanto il miracolo economico si stava spegnendo senza nuove prospettive. La gente doveva adeguarsi, cercando da sola le soluzioni che la politica era incapace o disinteressata a dare. Però stava avvenendo qualcosa: la riforma della scuola aveva portato all'istruzione di massa ma aveva abbandonato un'enorme quantità di studenti a programmi, strutture e docenti che non potevano e soprattutto non volevano prendere atto del cambiamento. Se le difficoltà erano gravi nelle scuole medie e superiori, diventavano gravissime all'università, a cui, dopo la riforma, poteva accedere chiunque avesse frequentato una qualsiasi scuola superiore. Nel quinquennio 1962-1967 gli studenti universitari raddoppiarono superando il mezzo milione: un'università pensata per poco più di 125.000 non poteva reggere l'impatto. Solo i professori avrebbero potuto e dovuto fare qualcosa, rivolgendosi ai politici responsabili di un simile squilibrio. Se non era una strada facile, era l'unica seria e possibile, ma per i docenti mettere in discussione il sistema universitario avrebbe significato rivedere la legislazione che regolava il loro rapporto di lavoro. Per un salario medio-alto e un'ottima posizione bastavano 52 ore all'anno di presenza: troppe, perché la maggior parte dei docenti era occupata anche in altri impegni professionali, pubblici o privati, comunque più lucrosi. I professori rovesciarono così la responsabilità di tutto sugli studenti. Dopo la riforma i docenti divennero non solo più autoritari e sfuggenti, ma trasformarono il momento dell'esame da meccanismo per la valutazione in strumento per risolvere il sovraffollamento, in una farsa in cui l'autoritarismo dei metodi e il soggettivismo dei giudizi erano spinti all'eccesso, rendendo gli esami insuperabili specialmente per i più deboli e i più poveri, che spesso erano anche i più volenterosi e desiderosi di promozione sociale, gli studenti-lavoratori. Fin dall'inizio lo Stato si era reso conto della situazione e aveva trovato un pessimo rimedio per una cattiva legge: non fissare un limite di tempo per raggiungere la laurea, come avveniva in quasi tutti i paesi occidentali. Studenti demotivati e "fuori corso" contrapposti a professori assenti e non disposti ad accettare la nuova realtà divennero la regola di un'università senza regole, in luogo dove si premiavano non i migliori ma i più abbienti. Inoltre la laurea non garantiva a nessuno di inserirsi in un mercato del lavoro difficilissimo che, per la maggiore offerta di diplomato o laureati e la congiuntura economica sfavorevole, era governato dalla politica. Tutto ciò, infatti, avvenne quando le contraddizioni basilari e l'ipocrisia dell'intero sistema economico e politico, alla fine del Boom, erano ancora più evidenti. La maggioranza degli studenti poteva ritrovarsi ed esprimere la propria frustrazione soltanto all'università, dove era cresciuta e dove trasferiva le sue amare esperienze. Per la prima volta nella storia italiana, l'università si trasformava da luogo di formazione della classe dirigente a luogo di critica del sistema e dei partiti, sia quelli che l'avevano prodotto, sia quelli che non erano stati in grado di trovare un'alternativa. Gli studenti cominciarono a pensarsi non più come protagonisti della società futura ma come "oggetti" di uno scambio incontrollabile da loro, "merce intellettuale" venduta e comprata da un sistema in cui non si riconoscevano. Quale, fra i seguenti, è il titolo che meglio si adatta al contenuto del brano?
RISPOSTA    Alla fine degli anni sessanta, all'immobilità del governo si erano aggiunti gli "scandali" provocati dalla corruzione di una classe politica da troppo tempo al potere. Immobilità e scandali avevano intaccato poco l'immagine e il potere della classe politica, mentre la situazione sociale era radicalmente cambiata: gli italiani ormai sapevano che le riforme di cui il centrosinistra si era riempito la bocca per quasi un decennio non sarebbero arrivate, e intanto il miracolo economico si stava spegnendo senza nuove prospettive. La gente doveva adeguarsi, cercando da sola le soluzioni che la politica era incapace o disinteressata a dare. Però stava avvenendo qualcosa: la riforma della scuola aveva portato all'istruzione di massa ma aveva abbandonato un'enorme quantità di studenti a programmi, strutture e docenti che non potevano e soprattutto non volevano prendere atto del cambiamento. Se le difficoltà erano gravi nelle scuole medie e superiori, diventavano gravissime all'università, a cui, dopo la riforma, poteva accedere chiunque avesse frequentato una qualsiasi scuola superiore. Nel quinquennio 1962-1967 gli studenti universitari raddoppiarono superando il mezzo milione: un'università pensata per poco più di 125.000 non poteva reggere l'impatto. Solo i professori avrebbero potuto e dovuto fare qualcosa, rivolgendosi ai politici responsabili di un simile squilibrio. Se non era una strada facile, era l'unica seria e possibile, ma per i docenti mettere in discussione il sistema universitario avrebbe significato rivedere la legislazione che regolava il loro rapporto di lavoro. Per un salario medio-alto e un'ottima posizione bastavano 52 ore all'anno di presenza: troppe, perché la maggior parte dei docenti era occupata anche in altri impegni professionali, pubblici o privati, comunque più lucrosi. I professori rovesciarono così la responsabilità di tutto sugli studenti. Dopo la riforma i docenti divennero non solo più autoritari e sfuggenti, ma trasformarono il momento dell'esame da meccanismo per la valutazione in strumento per risolvere il sovraffollamento, in una farsa in cui l'autoritarismo dei metodi e il soggettivismo dei giudizi erano spinti all'eccesso, rendendo gli esami insuperabili specialmente per i più deboli e i più poveri, che spesso erano anche i più volenterosi e desiderosi di promozione sociale, gli studenti-lavoratori. Fin dall'inizio lo Stato si era reso conto della situazione e aveva trovato un pessimo rimedio per una cattiva legge: non fissare un limite di tempo per raggiungere la laurea, come avveniva in quasi tutti i paesi occidentali. Studenti demotivati e "fuori corso" contrapposti a professori assenti e non disposti ad accettare la nuova realtà divennero la regola di un'università senza regole, in luogo dove si premiavano non i migliori ma i più abbienti. Inoltre la laurea non garantiva a nessuno di inserirsi in un mercato del lavoro difficilissimo che, per la maggiore offerta di diplomato o laureati e la congiuntura economica sfavorevole, era governato dalla politica. Tutto ciò, infatti, avvenne quando le contraddizioni basilari e l'ipocrisia dell'intero sistema economico e politico, alla fine del Boom, erano ancora più evidenti. La maggioranza degli studenti poteva ritrovarsi ed esprimere la propria frustrazione soltanto all'università, dove era cresciuta e dove trasferiva le sue amare esperienze. Per la prima volta nella storia italiana, l'università si trasformava da luogo di formazione della classe dirigente a luogo di critica del sistema e dei partiti, sia quelli che l'avevano prodotto, sia quelli che non erano stati in grado di trovare un'alternativa. Gli studenti cominciarono a pensarsi non più come protagonisti della società futura ma come "oggetti" di uno scambio incontrollabile da loro, "merce intellettuale" venduta e comprata da un sistema in cui non si riconoscevano. L'autore del brano è presumibilmente:
RISPOSTA    Alla vigilia della prima guerra mondiale tutta l'industria automobilistica italiana, così come gran parte di quella europea, non è ancora in grado di andare oltre la fase di produzione in piccola serie, a differenza di quanto sta accadendo all'industria automobilistica statunitense già avviata alla produzione di massa. Come è noto, le ragioni di questa situazione sono rintracciabili nella relativa modestia del mercato interno, con le sue caratteristiche d'élite, che ancora non ha fatto uscire il nuovo mezzo di trasporto dall'eccezionalità di un prodotto rivolto a sportivi e appassionati. La personalizzazione della vettura è ancora il tratto dominante e questo influenza la mentalità dei primi imprenditori, orientata prevalentemente agli aspetti tecnici del prodotto e ben poco alle esigenze della produzione e della commercializzazione. Ma mentre per la Fiat questa circostanza è vissuta come un limite al quale si cerca di porre rimedio fin dai primi anni di vita, cosicché l'azienda si trova pronta a cogliere le opportunità della grande produzione bellica, nel primo conflitto mondiale, non solo nelle sue strutture ma soprattutto nella mentalità e predisposizione organizzativa del suo vertice, la Lancia tende consapevolmente a rimanere agganciata a un modo di produrre meno standardizzato e invece più attento alle richieste di una fascia ristretta del mercato. Di qui il permanente interesse per le gare sportive in quanto luogo di confronto con i processi innovativi, la precoce presenza sui mercati internazionali, la costante ricerca dell'eccellenza tecnica che finisce per influenzare direttamente e indirettamente tutte le funzioni aziendali, dalla produzione al marketing alla finanza, fino a costruire una vera e propria cultura aziendale. L'analisi dei dati estratti dalle cartelle del personale impiegatizio potrà confermare o meno questa ipotesi; essa certo già emerge dagli organigrammi funzionali ricavati indirettamente dalla stessa fonte: non si spiegherebbe altrimenti la relativa precoce complessità strutturale della Lancia a fronte della centralizzazione gestionale attuata da Vincenzo Lancia. Per tale ragione non credo si possa parlare di un ritardo della Lancia che si protrae nel tempo, secondo una visione evoluzionistica dell'industria automobilistica; si ha l'impressione di essere di fronte invece a una consapevole scelta industriale fondata su parametri del tutto peculiari, quali la propensione intellettuale del suo fondatore, la remuneratività precoce del mercato interstiziale prescelto, l'accumulo in azienda di una vocazione tecnica da valorizzare. Quest'ultimo fattore in particolare è espresso in forme singolari dall'iconografia raccolta e commentata dalla Valtorta. Qui ancora una volta si dimostra l'importanza della fotografia industriale come fonte interpretativa sia dell'oggetto ripreso sia del soggetto promotore del documento fotografico. Non di rado la fotografia supplisce alle lacune ormai irreparabili nella documentazione su alcuni aspetti fondamentali della storia aziendale, si pensi soltanto alle tecnologie, agli impianti, alle condizioni di lavoro. È certo il caso della Lancia per il periodo tra la prima guerra mondiale e gli anni trenta. C'è tuttavia da chiedersi se sapranno mai gli storici con la loro attuale professionalità sfruttare appieno questa fonte. Gli organigrammi funzionali hanno permesso di stabilire che la Lancia:
RISPOSTA    Alla vigilia della prima guerra mondiale tutta l'industria automobilistica italiana, così come gran parte di quella europea, non è ancora in grado di andare oltre la fase di produzione in piccola serie, a differenza di quanto sta accadendo all'industria automobilistica statunitense già avviata alla produzione di massa. Come è noto, le ragioni di questa situazione sono rintracciabili nella relativa modestia del mercato interno, con le sue caratteristiche d'élite, che ancora non ha fatto uscire il nuovo mezzo di trasporto dall'eccezionalità di un prodotto rivolto a sportivi e appassionati. La personalizzazione della vettura è ancora il tratto dominante e questo influenza la mentalità dei primi imprenditori, orientata prevalentemente agli aspetti tecnici del prodotto e ben poco alle esigenze della produzione e della commercializzazione. Ma mentre per la Fiat questa circostanza è vissuta come un limite al quale si cerca di porre rimedio fin dai primi anni di vita, cosicché l'azienda si trova pronta a cogliere le opportunità della grande produzione bellica, nel primo conflitto mondiale, non solo nelle sue strutture ma soprattutto nella mentalità e predisposizione organizzativa del suo vertice, la Lancia tende consapevolmente a rimanere agganciata a un modo di produrre meno standardizzato e invece più attento alle richieste di una fascia ristretta del mercato. Di qui il permanente interesse per le gare sportive in quanto luogo di confronto con i processi innovativi, la precoce presenza sui mercati internazionali, la costante ricerca dell'eccellenza tecnica che finisce per influenzare direttamente e indirettamente tutte le funzioni aziendali, dalla produzione al marketing alla finanza, fino a costruire una vera e propria cultura aziendale. L'analisi dei dati estratti dalle cartelle del personale impiegatizio potrà confermare o meno questa ipotesi; essa certo già emerge dagli organigrammi funzionali ricavati indirettamente dalla stessa fonte: non si spiegherebbe altrimenti la relativa precoce complessità strutturale della Lancia a fronte della centralizzazione gestionale attuata da Vincenzo Lancia. Per tale ragione non credo si possa parlare di un ritardo della Lancia che si protrae nel tempo, secondo una visione evoluzionistica dell'industria automobilistica; si ha l'impressione di essere di fronte invece a una consapevole scelta industriale fondata su parametri del tutto peculiari, quali la propensione intellettuale del suo fondatore, la remuneratività precoce del mercato interstiziale prescelto, l'accumulo in azienda di una vocazione tecnica da valorizzare. Quest'ultimo fattore in particolare è espresso in forme singolari dall'iconografia raccolta e commentata dalla Valtorta. Qui ancora una volta si dimostra l'importanza della fotografia industriale come fonte interpretativa sia dell'oggetto ripreso sia del soggetto promotore del documento fotografico. Non di rado la fotografia supplisce alle lacune ormai irreparabili nella documentazione su alcuni aspetti fondamentali della storia aziendale, si pensi soltanto alle tecnologie, agli impianti, alle condizioni di lavoro. È certo il caso della Lancia per il periodo tra la prima guerra mondiale e gli anni trenta. C'è tuttavia da chiedersi se sapranno mai gli storici con la loro attuale professionalità sfruttare appieno questa fonte. Scopo centrale del brano è:

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