Tutte le domande del quiz : Brani lunghitratto da:Esercito Italiano Quiz - Concorso per l'ammissione al 198° corso dell'Accademia Militare dell'Esercito - Anno accademico 2016/2017  Esercitati su questo Quiz  |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ogni volta che qualcuno mi chiede di parlare del metodo scientifico sono in imbarazzo. Non tanto perché nutra dubbi fayerabendiani sull'esistenza del metodo, quanto perché non so bene né di che cosa il mio interlocutore vuole che parli, né se vuole che ne parli in senso storico.Che cosa si intende quando si chiede qualcosa intorno al metodo? Forse quali sono le regole grazie alle quali uno scienziato persegue un suo qualche fine da identificare? Forse proprio qualcosa intorno a tale fine? O forse qualcosa di più generale? Si vuole una storia del metodo scientifico attraverso i secoli? Si vuole la situazione dello stato dell'arte?Perché tutte queste domande per una richiesta apparentemente non ambigua, almeno stando all'intendere comune? Ebbene perché l'intendere comune, qui in Italia, è stato viziato da un'educazione non perfettamente in linea con ciò che si fa e si discute quando realmente ci si occupa di filosofia della scienza.Innanzitutto la filosofia della scienza non è solo lo studio del metodo scientifico inteso quale insieme di ricette più o meno definite o definibili che indicano prescrittivamente o descrittivamente il processo della ricerca scientifica. In secondo luogo, anche chi si occupa di metodologia non è detto che si debba occupare di metodo. Infatti con "metodologia" si dovrebbe intendere la "filosofia della scienza generale", per distinguerla dalla "filosofia delle scienze particolari".La "filosofia della scienza generale" si occupa di problemi riguardanti concetti che, più o meno, sono presenti in ogni ambito scientifico: la spiegazione, il realismo con i connessi problemi della sottodeterminazione teorica a causa dei dati, il problema delle notazioni equivalenti, l'inferenza alla miglior spiegazione o alla miglior causa o alla miglior corroborazione, la natura delle leggi di natura, il problema della controfattualità, la teoreticità della conoscenza e il problema del confronto fra teorie diverse, il progresso scientifico, i rapporti fra scienza e altri domini conoscitivi o valutativi ecc. Invece la "filosofia delle scienze particolari" si occupa dell'analisi filosofica di concetti di particolari ambiti scientifici (il problema della massa, del tempo, dello spazio ecc.) o di particolari teorie scientifiche (i problemi filosofici della relatività, della meccanica quantistica, della biologia teorica ecc.).Una volta specificato quanto sopra, mi è più facile proporre delle riflessioni sullo snodo metodo/scienza/filosofia. Dapprima parlerò della "filosofia" che di principio non dovrebbe essere fatta senza scienza, ossia della filosofia della scienza. Così discuterò dell'utilità di soffermarsi ancora sul metodo e delle due fallacie che derivano dal fare filosofia della scienza senza scienza e filosofia della scienza senza filosofia. Infine, brevemente, mi soffermerò sulla questione se sia possibile fare scienza senza filosofia e filosofia senza scienza.Affrontare la questione del metodo scientifico comporta innanzitutto trovarsi davanti a un trivio: fare storia del metodo? Utilizzare un approccio descrittivista? Proporre una via prescrittivista?Inoltrarsi lungo la prima possibilità significa vestire i panni dello storico e tentare di capire qual è il metodo scientifico teorizzato da un particolare autore in una particolare epoca, oppure vedere come all'interno di una data comunità scientifica, ben localizzata temporalmente, gli scienziati si sono comportati.Un lavoro quindi perfettamente legittimo, che vede storici delle idee, storici della filosofia e storici della scienza al lavoro. Si studia qual era il metodo cartesiano, o quello baconiano. Si analizza il dibattito che c'è stato in Inghilterra nella prima metà dell'800 fra John F.W. Herschel, William Whewell e John Stuart Mill. Oppure le discussioni, ormai avvenute quasi una trentina di anni fa, fra, da una parte Karl Popper e dall'altra Paul K. Feyerabend, Imre Lakatos e Thomas S. Kuhn. (Archivio Selexi) Il brano si inserisce verosimilmente nel contesto di: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ogni volta che qualcuno mi chiede di parlare del metodo scientifico sono in imbarazzo. Non tanto perché nutra dubbi fayerabendiani sull'esistenza del metodo, quanto perché non so bene né di che cosa il mio interlocutore vuole che parli, né se vuole che ne parli in senso storico.Che cosa si intende quando si chiede qualcosa intorno al metodo? Forse quali sono le regole grazie alle quali uno scienziato persegue un suo qualche fine da identificare? Forse proprio qualcosa intorno a tale fine? O forse qualcosa di più generale? Si vuole una storia del metodo scientifico attraverso i secoli? Si vuole la situazione dello stato dell'arte?Perché tutte queste domande per una richiesta apparentemente non ambigua, almeno stando all'intendere comune? Ebbene perché l'intendere comune, qui in Italia, è stato viziato da un'educazione non perfettamente in linea con ciò che si fa e si discute quando realmente ci si occupa di filosofia della scienza.Innanzitutto la filosofia della scienza non è solo lo studio del metodo scientifico inteso quale insieme di ricette più o meno definite o definibili che indicano prescrittivamente o descrittivamente il processo della ricerca scientifica. In secondo luogo, anche chi si occupa di metodologia non è detto che si debba occupare di metodo. Infatti con "metodologia" si dovrebbe intendere la "filosofia della scienza generale", per distinguerla dalla "filosofia delle scienze particolari".La "filosofia della scienza generale" si occupa di problemi riguardanti concetti che, più o meno, sono presenti in ogni ambito scientifico: la spiegazione, il realismo con i connessi problemi della sottodeterminazione teorica a causa dei dati, il problema delle notazioni equivalenti, l'inferenza alla miglior spiegazione o alla miglior causa o alla miglior corroborazione, la natura delle leggi di natura, il problema della controfattualità, la teoreticità della conoscenza e il problema del confronto fra teorie diverse, il progresso scientifico, i rapporti fra scienza e altri domini conoscitivi o valutativi ecc. Invece la "filosofia delle scienze particolari" si occupa dell'analisi filosofica di concetti di particolari ambiti scientifici (il problema della massa, del tempo, dello spazio ecc.) o di particolari teorie scientifiche (i problemi filosofici della relatività, della meccanica quantistica, della biologia teorica ecc.).Una volta specificato quanto sopra, mi è più facile proporre delle riflessioni sullo snodo metodo/scienza/filosofia. Dapprima parlerò della "filosofia" che di principio non dovrebbe essere fatta senza scienza, ossia della filosofia della scienza. Così discuterò dell'utilità di soffermarsi ancora sul metodo e delle due fallacie che derivano dal fare filosofia della scienza senza scienza e filosofia della scienza senza filosofia. Infine, brevemente, mi soffermerò sulla questione se sia possibile fare scienza senza filosofia e filosofia senza scienza.Affrontare la questione del metodo scientifico comporta innanzitutto trovarsi davanti a un trivio: fare storia del metodo? Utilizzare un approccio descrittivista? Proporre una via prescrittivista?Inoltrarsi lungo la prima possibilità significa vestire i panni dello storico e tentare di capire qual è il metodo scientifico teorizzato da un particolare autore in una particolare epoca, oppure vedere come all'interno di una data comunità scientifica, ben localizzata temporalmente, gli scienziati si sono comportati.Un lavoro quindi perfettamente legittimo, che vede storici delle idee, storici della filosofia e storici della scienza al lavoro. Si studia qual era il metodo cartesiano, o quello baconiano. Si analizza il dibattito che c'è stato in Inghilterra nella prima metà dell'800 fra John F.W. Herschel, William Whewell e John Stuart Mill. Oppure le discussioni, ormai avvenute quasi una trentina di anni fa, fra, da una parte Karl Popper e dall'altra Paul K. Feyerabend, Imre Lakatos e Thomas S. Kuhn. (Archivio Selexi) Secondo l'autore del brano, il metodo scientifico NON è: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ora le regole di esperienza, alle quali deve obbedire chi fa del diritto, sono della più varia natura e in questa varietà sta un'altra delle ragioni per cui il compito della scienza, che le deve scoprire, è straordinariamente vasto e duro.Anche quelli, e non sono molti, i quali si sono resi conto della distinzione che ho cercato poco fa di mettere in chiaro pensano, soprattutto, alle leggi logiche, alle quali soggiacciono i fenomeni del diritto.Per esempio le leggi dell'interpretazione, le quali costituiscono il gruppo più appariscente, o almeno più noto, tra codeste regole, sono, appunto, nient'altro che regole logiche; difatti il comando giuridico opera, anzitutto, per le vie del pensiero; i modi del suo operare sono, anzitutto, il conoscere e il far conoscere; il suo primo strumento è, pertanto, il linguaggio; così le regole del linguaggio servono, prima di tutto, a chi tocca comandare per far capire ciò che comanda e a chi tocca obbedire per capire ciò che gli è comandato.Basterebbe, quanto a difficoltà, aver constatato come le regole, che cerchiamo, si contengano nel campo della logica poiché non ci sono, dopo tutto, vie più misteriose di quelle che sono percorse dal pensiero.Ma vero è che le regole logiche non sono che uno dei gruppi delle innumerevoli regole le quali governano i fenomeni del diritto. Ce ne sono, accanto a esse, di ogni altro genere: psicologiche, fisiologiche, sociologiche, economiche e perfino fisiche, da tenere in conto. Già, è sufficiente riflettere, ancora a proposito della manifestazione del pensiero, come accanto alla logica esista la fisica del linguaggio, per doverne concludere che, nel campo stesso del comando, la logica non basta; e sono proprio i cultori del diritto processuale che, con le note polemiche sulla oralità e sulla scrittura, hanno occasione di saggiare più degli altri l'importanza di quest'altro settore dei risultati delle loro ricerche. Ma, poi, è decisivo riflettere come, in ultima analisi, il comando non serva senza la sapienza della sua attuazione, che vuol dire senza l'applicazione delle sanzioni, le quali ognun sa che si risolvono nell'uso della forza, onde l'operatore del diritto non può limitarsi a comandare ma, per farsi ubbidire, deve spingersi a quella che si chiama la esecuzione forzata dei suoi comandi; ora qui è precisamente a regole fisiche e perfino biologiche che egli deve, a sua volta, prestare obbedienza.Ecco che, fra l'altro, una legge sulla pena di morte non può essere fatta senza conoscenza di alcune regole di fisiologia: se, per esempio, fosse vero che, come ho detto di recente, la sedia elettrica non cagiona che una morte apparente, certe leggi nordamericane sarebbero orrendamente sbagliate. Accenno, di scorcio, come questo sia un lato della loro scienza al quale, troppo spesso, i giuristi hanno il torto di non pensare; ne deriva, fra l'altro, quella sottovalutazione, per non dire quel dispregio, del problema delle cose nel processo, anzi, in genere, nel diritto, sul quale più di una volta ho cercato di dire una parola. Peraltro, se la sanzione si dovesse attuare in tutti i casi, questo sarebbe il fallimento anziché il successo del diritto; in definitiva il congegno costerebbe più di quello che rende; bisogna, invece, che basti la paura della sanzione a determinare l'obbedienza al comando; bisogna, altresì, che l'obbedienza, affinché sia più sicura, sia resa quanto si può meno grave a chi la deve prestare. Qui le parole stesse, da me usate, mostrano che del diritto non si può fare uso né da parte di quelli a cui tocca comandare né da quella di coloro ai quali tocca obbedire senza fare dei conti, cioè senza tener conto di altre regole, che sono le regole dell'economia, la quale sta a cavaliere, probabilmente, tra la sociologia e la psicologia. È dubbio che il diritto arrivi a dominare l'economia; ma è certo invece che l'economia regola il diritto; e non è raro il caso, purtroppo, che il diritto non operi perché, da una parte o dall'altra, i conti sono stati sbagliati.Ma non è tutto, ancora, in fatto di regole che stanno non dentro il diritto ma sopra il diritto. Oserei dire che tutto questo è il meno. Il resto è quello che rende più arduo e quasi irraggiungibile, nella sua vetta, il compito della scienza. Il vero è che, non solo a leggi logiche, psicologiche, biologiche, fisiche, economiche, ma anche soprattutto a leggi etiche obbediscono i fenomeni del diritto. Per quanto tutte le altre regole siano scrupolosamente rispettate, l'opera del legislatore non val nulla se non risponde alla giustizia. Noi non sappiamo e, credo, non sapremo mai come ciò avvenga, ma l'esperienza ci insegna che non giovano e non durano le leggi ingiuste: non giovano perché non recano la pace; non durano perché, presto o tardi, anziché nell'ordine, sboccano nella rivoluzione. Ci sono dunque altre regole che il legislatore deve osservare; e se non le osserva, il prezzo è terribilmente caro; e non mai come da questo lato si mostra in qual vanità si risolva la sua vantata onnipotenza. Ora anche di queste leggi, che sono le più alte e le meno affidabili e a proposito delle quali si intende come la natura, che le pone, non altro sia che ordine divino, anche, dico, di queste leggi la scoperta è compito della scienza. Io faccio ammenda, così, sul finire del mio cammino, di quella specie di agnosticismo etico, che mi parve, per lungo tempo, il carattere della scienza del diritto; questa era sul principio e per lungo tempo è stata la conseguenza inevitabile delle correnti di pensiero che hanno dominato la mia educazione; anni e anni sono occorsi, di esperienza e di meditazione, affinché da questi legami io mi sia potuto liberare; e se questa verità non mi fosse costata tanta fatica non ne avrei avuto tanta gioia.Le quali leggi etiche, a cui deve obbedire il diritto, non sono, ancora una volta, le regole del diritto; ma qui ancora una volta e più grave si affaccia il pericolo della confusione tra il dato e il risultato della scienza, onde s'è parlato e si torna a parlare, lungo i secoli, del diritto naturale come di un'altra specie del diritto, accanto al diritto positivo, o di diritto razionale e perfino di diritto filosofico o (perché no?) di diritto scientifico: tutti equivoci, sempre meno perdonabili, con il passare degli anni, se la scienza ha da cominciare a conoscere sé stessa; peggio che equivoci, tutti errori, culminati nella incoerenza tra il sostantivo e il predicato, ché il diritto, come tale, non è e non può esser altro se non positivo complesso di comandi umani; ciò che sta sopra il diritto non è e non può essere diritto; vero è, invece, che anche il diritto obbedisce a un ordine il quale non è ordine logico o fisico o economico soltanto, ma soprattutto ordine etico e la visione di questo ordine, se non è procurata d'un colpo dalla intuizione, non può esser guadagnata che a poco a poco, con il lento cammino della scienza. Ora poiché, a questo punto, la scienza del diritto arriva alla sua maggiore altezza, ecco che molti tornano a chiamarla filosofia; e qui si impegna l'altra questione intorno ai rapporti tra questi due termini, che io non voglio ora neanche sfiorare; secondo me, poiché non tende, anche in tal modo, se non alla scoperta delle regole del divenire, anche quando scruta le leggi etiche del diritto, l'uomo altro non fa che della scienza; ma fosse pur filosofo anziché scienziato, la differenza non sarebbe che nel nome.Fatto sta che questo è il compito più alto e più arduo di chi s'accinge a conoscere il diritto; perciò è quello intorno al quale la scienza del diritto può ottenere i minori successi. Le leggi etiche, a differenza delle leggi logiche, economiche o fisiche, non si lasciano catalogare. La luce della giustizia è difficile, forse impossibile da scomporre sullo spettro, come si fa per la luce solare. Ma la scienza ha già adempiuto, su questo settore, in gran parte al suo compito quando ha ammonito gli operatori del diritto, e tra questi, prima di ogni altro, il legislatore, che la sua opera, per quanto logicamente, fisicamente, economicamente ben costruita, è fragile più del vetro se il metallo che egli adopera non è scavato dalle viscere della giustizia; non altro che questo è il bronzo in cui può essere fusa la gloria del legislatore. Che tocchi, precisamente, allo scienziato del diritto, non ad altri che a lui, ammonire di ciò il legislatore e così ricordargli ch'egli è il primo dei servi di Dio: questo è forse il maggior rischio ma anche la maggiore nobiltà dell'opera sua. (Francesco Carnelutti, "Metodologia del diritto", Padova 1939) Secondo l'autore del brano, l'ordine etico: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ora le regole di esperienza, alle quali deve obbedire chi fa del diritto, sono della più varia natura e in questa varietà sta un'altra delle ragioni per cui il compito della scienza, che le deve scoprire, è straordinariamente vasto e duro.Anche quelli, e non sono molti, i quali si sono resi conto della distinzione che ho cercato poco fa di mettere in chiaro pensano, soprattutto, alle leggi logiche, alle quali soggiacciono i fenomeni del diritto.Per esempio le leggi dell'interpretazione, le quali costituiscono il gruppo più appariscente, o almeno più noto, tra codeste regole, sono, appunto, nient'altro che regole logiche; difatti il comando giuridico opera, anzitutto, per le vie del pensiero; i modi del suo operare sono, anzitutto, il conoscere e il far conoscere; il suo primo strumento è, pertanto, il linguaggio; così le regole del linguaggio servono, prima di tutto, a chi tocca comandare per far capire ciò che comanda e a chi tocca obbedire per capire ciò che gli è comandato.Basterebbe, quanto a difficoltà, aver constatato come le regole, che cerchiamo, si contengano nel campo della logica poiché non ci sono, dopo tutto, vie più misteriose di quelle che sono percorse dal pensiero.Ma vero è che le regole logiche non sono che uno dei gruppi delle innumerevoli regole le quali governano i fenomeni del diritto. Ce ne sono, accanto a esse, di ogni altro genere: psicologiche, fisiologiche, sociologiche, economiche e perfino fisiche, da tenere in conto. Già, è sufficiente riflettere, ancora a proposito della manifestazione del pensiero, come accanto alla logica esista la fisica del linguaggio, per doverne concludere che, nel campo stesso del comando, la logica non basta; e sono proprio i cultori del diritto processuale che, con le note polemiche sulla oralità e sulla scrittura, hanno occasione di saggiare più degli altri l'importanza di quest'altro settore dei risultati delle loro ricerche. Ma, poi, è decisivo riflettere come, in ultima analisi, il comando non serva senza la sapienza della sua attuazione, che vuol dire senza l'applicazione delle sanzioni, le quali ognun sa che si risolvono nell'uso della forza, onde l'operatore del diritto non può limitarsi a comandare ma, per farsi ubbidire, deve spingersi a quella che si chiama la esecuzione forzata dei suoi comandi; ora qui è precisamente a regole fisiche e perfino biologiche che egli deve, a sua volta, prestare obbedienza.Ecco che, fra l'altro, una legge sulla pena di morte non può essere fatta senza conoscenza di alcune regole di fisiologia: se, per esempio, fosse vero che, come ho detto di recente, la sedia elettrica non cagiona che una morte apparente, certe leggi nordamericane sarebbero orrendamente sbagliate. Accenno, di scorcio, come questo sia un lato della loro scienza al quale, troppo spesso, i giuristi hanno il torto di non pensare; ne deriva, fra l'altro, quella sottovalutazione, per non dire quel dispregio, del problema delle cose nel processo, anzi, in genere, nel diritto, sul quale più di una volta ho cercato di dire una parola. Peraltro, se la sanzione si dovesse attuare in tutti i casi, questo sarebbe il fallimento anziché il successo del diritto; in definitiva il congegno costerebbe più di quello che rende; bisogna, invece, che basti la paura della sanzione a determinare l'obbedienza al comando; bisogna, altresì, che l'obbedienza, affinché sia più sicura, sia resa quanto si può meno grave a chi la deve prestare. Qui le parole stesse, da me usate, mostrano che del diritto non si può fare uso né da parte di quelli a cui tocca comandare né da quella di coloro ai quali tocca obbedire senza fare dei conti, cioè senza tener conto di altre regole, che sono le regole dell'economia, la quale sta a cavaliere, probabilmente, tra la sociologia e la psicologia. È dubbio che il diritto arrivi a dominare l'economia; ma è certo invece che l'economia regola il diritto; e non è raro il caso, purtroppo, che il diritto non operi perché, da una parte o dall'altra, i conti sono stati sbagliati.Ma non è tutto, ancora, in fatto di regole che stanno non dentro il diritto ma sopra il diritto. Oserei dire che tutto questo è il meno. Il resto è quello che rende più arduo e quasi irraggiungibile, nella sua vetta, il compito della scienza. Il vero è che, non solo a leggi logiche, psicologiche, biologiche, fisiche, economiche, ma anche soprattutto a leggi etiche obbediscono i fenomeni del diritto. Per quanto tutte le altre regole siano scrupolosamente rispettate, l'opera del legislatore non val nulla se non risponde alla giustizia. Noi non sappiamo e, credo, non sapremo mai come ciò avvenga, ma l'esperienza ci insegna che non giovano e non durano le leggi ingiuste: non giovano perché non recano la pace; non durano perché, presto o tardi, anziché nell'ordine, sboccano nella rivoluzione. Ci sono dunque altre regole che il legislatore deve osservare; e se non le osserva, il prezzo è terribilmente caro; e non mai come da questo lato si mostra in qual vanità si risolva la sua vantata onnipotenza. Ora anche di queste leggi, che sono le più alte e le meno affidabili e a proposito delle quali si intende come la natura, che le pone, non altro sia che ordine divino, anche, dico, di queste leggi la scoperta è compito della scienza. Io faccio ammenda, così, sul finire del mio cammino, di quella specie di agnosticismo etico, che mi parve, per lungo tempo, il carattere della scienza del diritto; questa era sul principio e per lungo tempo è stata la conseguenza inevitabile delle correnti di pensiero che hanno dominato la mia educazione; anni e anni sono occorsi, di esperienza e di meditazione, affinché da questi legami io mi sia potuto liberare; e se questa verità non mi fosse costata tanta fatica non ne avrei avuto tanta gioia.Le quali leggi etiche, a cui deve obbedire il diritto, non sono, ancora una volta, le regole del diritto; ma qui ancora una volta e più grave si affaccia il pericolo della confusione tra il dato e il risultato della scienza, onde s'è parlato e si torna a parlare, lungo i secoli, del diritto naturale come di un'altra specie del diritto, accanto al diritto positivo, o di diritto razionale e perfino di diritto filosofico o (perché no?) di diritto scientifico: tutti equivoci, sempre meno perdonabili, con il passare degli anni, se la scienza ha da cominciare a conoscere sé stessa; peggio che equivoci, tutti errori, culminati nella incoerenza tra il sostantivo e il predicato, ché il diritto, come tale, non è e non può esser altro se non positivo complesso di comandi umani; ciò che sta sopra il diritto non è e non può essere diritto; vero è, invece, che anche il diritto obbedisce a un ordine il quale non è ordine logico o fisico o economico soltanto, ma soprattutto ordine etico e la visione di questo ordine, se non è procurata d'un colpo dalla intuizione, non può esser guadagnata che a poco a poco, con il lento cammino della scienza. Ora poiché, a questo punto, la scienza del diritto arriva alla sua maggiore altezza, ecco che molti tornano a chiamarla filosofia; e qui si impegna l'altra questione intorno ai rapporti tra questi due termini, che io non voglio ora neanche sfiorare; secondo me, poiché non tende, anche in tal modo, se non alla scoperta delle regole del divenire, anche quando scruta le leggi etiche del diritto, l'uomo altro non fa che della scienza; ma fosse pur filosofo anziché scienziato, la differenza non sarebbe che nel nome.Fatto sta che questo è il compito più alto e più arduo di chi s'accinge a conoscere il diritto; perciò è quello intorno al quale la scienza del diritto può ottenere i minori successi. Le leggi etiche, a differenza delle leggi logiche, economiche o fisiche, non si lasciano catalogare. La luce della giustizia è difficile, forse impossibile da scomporre sullo spettro, come si fa per la luce solare. Ma la scienza ha già adempiuto, su questo settore, in gran parte al suo compito quando ha ammonito gli operatori del diritto, e tra questi, prima di ogni altro, il legislatore, che la sua opera, per quanto logicamente, fisicamente, economicamente ben costruita, è fragile più del vetro se il metallo che egli adopera non è scavato dalle viscere della giustizia; non altro che questo è il bronzo in cui può essere fusa la gloria del legislatore. Che tocchi, precisamente, allo scienziato del diritto, non ad altri che a lui, ammonire di ciò il legislatore e così ricordargli ch'egli è il primo dei servi di Dio: questo è forse il maggior rischio ma anche la maggiore nobiltà dell'opera sua. (Francesco Carnelutti, "Metodologia del diritto", Padova 1939) Secondo l'autore del brano, l'efficacia del comando: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ormai è assodato. Le agenzie di rating hanno avuto una trasmutazione genetica. Sono diventate un ogm dei mercati finanziari. Probabilmente dannose per la salute dei listini. Erano nate come strumento di garanzia perché il loro voto era un'assicurazione sulla solidità degli investimenti. Si sono trasformate in un elemento destabilizzante capace di far perdere milioni di dollari o di euro a chi investe. L'ampiezza e l'incisività della trasformazione è emersa in tutta chiarezza. In mattinata le Borse europee, sostenute dagli interventi della Bce a supporto di Italia e Spagna, avevano galoppato. Nel pomeriggio Wall Street, condizionata dal parere negativo di S&P sui conti pubblici, ha perso terreno trascinando il resto.Nel 2010 sono state emesse circa 270.000 valutazioni per un totale di debito analizzato pari a circa 32 trilioni di dollari, con circa 10.000 dipendenti nel mondo. Quindi con una “produttività" di 27 analisi pro-capite.Immaginiamo cosa significhi dare la valutazione di un Paese immenso come gli Usa. Nessuno dubita della preparazione dei dipendenti anche se, in massima parte, si tratta di giovani, sicuramente molto efficienti ma forse non sempre di grandissima esperienza.In attesa di una regolamentazione a livello internazionale, l'utilizzo del rating sugli Stati sovrani va in qualche modo riconsiderato o ridimensionato alla stregua di un semplice supporto indicativo. Un “campanello di allarme". Non la certezza sulla presenza dei ladri. Si deve evitare che la cieca osservanza da parte degli investitori meno esperti (e soprattutto l'uso o abuso strumentale degli speculatori) finisca per determinare quei bruschi cambiamenti di segno degli indici finanziari che bruciano risorse immense e hanno riflessi negativi sull'economia (e la politica) “reale". (di Nino Sunseri, “Libero") Quante valutazioni si stima che faccia ogni dipendente di un'agenzia di rating? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Per alcuni sono lo strascico della generazione X, quella scettica, disincantata, post-ideologica. Sono gli ultimi arrivati di una prole nichilista, neanche troppo sfortunata, rammollita dagli agi, incapace di rivoluzioni, forse appena di evoluzioni. Per altri sono la prova del proprio fallimento. Quelli da compatire, i nipoti a cui chiedere scusa. Con tutti quei debiti da pagare e poi le pensioni e quel lavoro fisso che non vedranno mai.E se i giovani fossero altro? Mentre la flessibilità è costretta da riforme mancate alla sua versione più feroce, il precariato, una nuova generazione di italiani si sta trasformando silenziosamente.Si potrebbe prendere in prestito un nome dalle scienze dei materiali. Si potrebbe definirli i "resilienti". Come certe sostanze che si adattano agli urti, sono reattivi e plastici. Flessibili davanti a ogni rigida resistenza. Nel momento in cui la crisi porta al pettine i nodi del sistema, i resilienti si districano tra i rimbalzi dello stage, i labirinti interinali e l'ossigeno a progetto, imparando a riconoscere i peggiori difetti di chi li aveva preceduti e diventando altro.Sul loro biglietto da visita non c'è un dott. o un rag., ma nome e cognome accompagnati dalle figlie delle ambizioni mortificate e dei cambi di rotta: le loro esperienze frammentate, solo talvolta legate ai titoli di studio. Sono i laureati in fisica, diventati panettieri, poi insegnanti e infine web designer. Questi nuovi italiani sanno che non avranno carriere lineari predefinite, ma percorsi professionali variegati e ciclici.Nel frenetico tentativo di trovare una collocazione, hanno imparato a credere nei principi neo-borghesi della meritocrazia e dello sforzo, ma anche nel dono e nello scambio. I resilienti si sono formati imparando le lingue degli altri, viaggiando e vivendo in mezzo ai "diversi da noi", tra i quali sono finiti per studiare o lavorare. Hanno conosciuto giovani donne con ruoli che in Italia sono ricoperti da maschi anziani. Hanno scritto curricula dove è illegale mettere la data di nascita. Hanno visto coetanei cambiare continuamente lavoro e avere figli. Hanno frequentato scuole con allievi di ogni età. Hanno incontrato persone che davanti a nuove idee non hanno risposto «... perché no», ma «Perché no?».Questi italiani hanno i tratti dell'uomo postmoderno a suo agio nelle contrazioni telematiche dello spazio e del tempo. Il confronto con la tecnologia gli viene delegato con sufficienza da chi, sopra di loro, la teme o rifiuta. Grazie a lei hanno imparato a muoversi fra le pieghe della storia, dell'arte e della cultura, a non aver paura del passato, ad accorciare le distanze nel presente. Vivono dolorosamente l'accerchiamento di strutture statiche in una periferia dell'Occidente dove le voci forti sono quelle degli ipergarantiti, dei fedelissimi del posto fisso, del sissignore e unamanolavalaltra. Intanto si chiedono se Darwin avesse ragione, se vinca davvero la specie che si adatta meglio ai cambiamenti, se il futuro sarà loro, di questi nuovi italiani, dei resilienti. (da: Valentina Parasecolo, “Se ha ragione Darwin, i giovani giusti ci sono già", Il Sole 24 Ore) Secondo l'autrice, qual è il problema principale della struttura socio-lavorativa con cui devono combattere i giovani? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Per diritto naturale s'intende, in senso latissimo, un diritto che ha per suo fondamento, immediato o mediato, la natura (intesa anch'essa in senso latissimo), e che quindi, proprio per tale fondamento, si distingue dal diritto positivo, o ius in civitate positum, la cui fonte di produzione è invece empiricamente e storicamente individualizzata: il legislatore, il giudice, la comunità (secondo che si abbia produzione legislativa, giudiziaria o consuetudinaria del diritto). A seconda delle concezioni, si fa poi consistere il diritto naturale ora in un compiuto sistema di norme, ora in un complesso di principi imperativi, ora persino in un unico principio (per esempio: bonum est faciendum), fermo restandone in tutti i casi il fondamento naturale. Sembra possibile ricollegare questa idea del diritto naturale a due atteggiamenti mentali tipici, talora connessi e talora disgiunti. Il primo consiste nella convinzione che, come vi è un ordine naturale del mondo fisico, di cui sono espressione le leggi relative ai fatti naturalistici, così vi sia un ordine naturale dei rapporti umani, di cui sarebbero appunto espressione le norme (o i principi) del diritto naturale relative ai comportamenti. Il secondo nasce dalla convinzione che l'essenza del diritto consista nell'obbligare in pari misura (che non vuol necessariamente dire in misura uniforme) e, con fondata e obbiettiva ragione, tutti i consociati, al di là delle loro particolari opinioni, aspirazioni e interessi. In tale prospettiva, all'essenza del diritto appare corrispondere pienamente soltanto un diritto che abbia per fondamento la natura, poiché solo questa può sottrarlo alla limitatezza, fallibilità e mutevolezza che son proprie tanto della capacità di giudizio (sia teoretico che pratico) quanto alla volontà del singolo o dei singoli legislatori. In entrambe le prospettive, il diritto naturale riveste, in virtù del suo fondamento, i caratteri della certezza e dell'oggettività.Dall'idea generalissima di diritto naturale sopra indicata - valevole a un dipresso per tutte le dottrine giusnaturalistiche, che tuttavia l'hanno sviluppata in modi assai differenti (v. Giusnaturalismo) - derivano due distinti significati fondamentali del diritto naturale:1) diritto naturale come il solo diritto giusto; 2) diritto naturale come il solo vero diritto.S'intende che di tali qualificazioni, giusto e vero, partecipa anche il diritto positivo conforme al diritto naturale, poiché nemmeno i più rigidi e conseguenti giusnaturalisti ritengono possibile l'integrale eliminazione del diritto positivo a opera del diritto naturale.Il significato 1) trae la sua giustificazione dall'idea che la giustizia consista in un ordinamento dei rapporti sociali imparziale e adeguato, cioè tale che, per usare un'espressione aristotelica, non avvantaggi né danneggi alcuno, ma suum cuique tribuit. Pertanto può apparire giusto solo l'ordinamento fondato sulla natura, cui, per la sua oggettività, non si può certo imputare né parzialità né inadeguatezza. In tale prospettiva, il diritto naturale costituisce il criterio di accertamento della giustizia del diritto positivo, alla cui obbligatorietà giuridica aggiunge quindi, od oppone, la propria obbligatorietà morale (diritto naturale obbligante).Quanto al significato 2) esso si giustifica con il radicato convincimento che, avendo il diritto per fine la giustizia (comunque intesa), un diritto ingiusto, o un diritto la cui giustizia sia discutibile, non sembra pienamente diritto poiché fallisce il suo scopo. Pertanto sarà vero diritto solo il diritto giusto, ma tale è soltanto, per il ragionamento precedente, il diritto naturale, quindi solo il diritto naturale è vero diritto. In questa seconda prospettiva il diritto naturale costituisce il criterio di accertamento non solo della giustizia (con le conseguenze già indicate), ma anche della giuridicità del diritto positivo, a cui conferisce quindi, o nega, validità, e a cui, se necessario, si sostituisce (diritto naturale vigente e obbligante). Da ciò risulta che il secondo significato di diritto naturale (formulato con chiarezza e precisione solo in tempi assai recenti) implica il primo e non viceversa. (S. Cotta, "Voce Diritto naturale", in "Enciclopedia del Diritto") Quale delle seguenti affermazioni è deducibile dal brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Per diritto naturale s'intende, in senso latissimo, un diritto che ha per suo fondamento, immediato o mediato, la natura (intesa anch'essa in senso latissimo), e che quindi, proprio per tale fondamento, si distingue dal diritto positivo, o ius in civitate positum, la cui fonte di produzione è invece empiricamente e storicamente individualizzata: il legislatore, il giudice, la comunità (secondo che si abbia produzione legislativa, giudiziaria o consuetudinaria del diritto). A seconda delle concezioni, si fa poi consistere il diritto naturale ora in un compiuto sistema di norme, ora in un complesso di principi imperativi, ora persino in un unico principio (per esempio: bonum est faciendum), fermo restandone in tutti i casi il fondamento naturale. Sembra possibile ricollegare questa idea del diritto naturale a due atteggiamenti mentali tipici, talora connessi e talora disgiunti. Il primo consiste nella convinzione che, come vi è un ordine naturale del mondo fisico, di cui sono espressione le leggi relative ai fatti naturalistici, così vi sia un ordine naturale dei rapporti umani, di cui sarebbero appunto espressione le norme (o i principi) del diritto naturale relative ai comportamenti. Il secondo nasce dalla convinzione che l'essenza del diritto consista nell'obbligare in pari misura (che non vuol necessariamente dire in misura uniforme) e, con fondata e obbiettiva ragione, tutti i consociati, al di là delle loro particolari opinioni, aspirazioni e interessi. In tale prospettiva, all'essenza del diritto appare corrispondere pienamente soltanto un diritto che abbia per fondamento la natura, poiché solo questa può sottrarlo alla limitatezza, fallibilità e mutevolezza che son proprie tanto della capacità di giudizio (sia teoretico che pratico) quanto alla volontà del singolo o dei singoli legislatori. In entrambe le prospettive, il diritto naturale riveste, in virtù del suo fondamento, i caratteri della certezza e dell'oggettività.Dall'idea generalissima di diritto naturale sopra indicata - valevole a un dipresso per tutte le dottrine giusnaturalistiche, che tuttavia l'hanno sviluppata in modi assai differenti (v. Giusnaturalismo) - derivano due distinti significati fondamentali del diritto naturale:1) diritto naturale come il solo diritto giusto; 2) diritto naturale come il solo vero diritto.S'intende che di tali qualificazioni, giusto e vero, partecipa anche il diritto positivo conforme al diritto naturale, poiché nemmeno i più rigidi e conseguenti giusnaturalisti ritengono possibile l'integrale eliminazione del diritto positivo a opera del diritto naturale.Il significato 1) trae la sua giustificazione dall'idea che la giustizia consista in un ordinamento dei rapporti sociali imparziale e adeguato, cioè tale che, per usare un'espressione aristotelica, non avvantaggi né danneggi alcuno, ma suum cuique tribuit. Pertanto può apparire giusto solo l'ordinamento fondato sulla natura, cui, per la sua oggettività, non si può certo imputare né parzialità né inadeguatezza. In tale prospettiva, il diritto naturale costituisce il criterio di accertamento della giustizia del diritto positivo, alla cui obbligatorietà giuridica aggiunge quindi, od oppone, la propria obbligatorietà morale (diritto naturale obbligante).Quanto al significato 2) esso si giustifica con il radicato convincimento che, avendo il diritto per fine la giustizia (comunque intesa), un diritto ingiusto, o un diritto la cui giustizia sia discutibile, non sembra pienamente diritto poiché fallisce il suo scopo. Pertanto sarà vero diritto solo il diritto giusto, ma tale è soltanto, per il ragionamento precedente, il diritto naturale, quindi solo il diritto naturale è vero diritto. In questa seconda prospettiva il diritto naturale costituisce il criterio di accertamento non solo della giustizia (con le conseguenze già indicate), ma anche della giuridicità del diritto positivo, a cui conferisce quindi, o nega, validità, e a cui, se necessario, si sostituisce (diritto naturale vigente e obbligante). Da ciò risulta che il secondo significato di diritto naturale (formulato con chiarezza e precisione solo in tempi assai recenti) implica il primo e non viceversa. (S. Cotta, "Voce Diritto naturale", in "Enciclopedia del Diritto") In base a quanto riportato nel brano, il diritto naturale: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Per Larry Ellison i videogiochi sono una gran perdita di tempo. Il capo della Oracle, una delle maggiori aziende di software del mondo, non è tenero con l'industria dell'entertainment più dinamica degli ultimi dieci anni. Eppure, secondo un sondaggio di Ap-Aol, il 40% degli americani adulti gioca con il computer. E di questi, il 45% lo fa su Internet. La rete attira i giocatori più accaniti. Un terzo dei giocatori online spende più di 200 dollari all'anno in questa attività, mentre solo un quarto di quelli che non giocano su Internet raggiunge una spesa di quell'ordine di grandezza. Non solo: i giocatori online che passano almeno 4 ore alla settimana con questo passatempo sono il 42%, contro il 26% di coloro che non giocano su Internet.Secondo gli esperti, gli adulti si dedicano prevalentemente ai giochi di carte digitali, ai giochi di strategia, ai simulatori dello sport, ai giochi di ruolo.I ragazzini sono molto più avanzati. Oltre a sparare con ogni mezzo conosciuto e sconosciuto per abbattere nemici di ogni forma, giocano a costruire città, a sviluppare civiltà, a stabilire il futuro di alcune famiglie o a gestire grandi studios cinematografici. Secondo uno studio dell'Università di Utrecht, i bambini tra gli 8 e i 14 anni in Europa sono la prima generazione che passa più tempo con i videogiochi che con la TV. Evidentemente sono andati più avanti dei loro genitori nell'esplorazione delle possibilità espressive del computer e dei media digitali. Abituati a vivere in un mondo fatto di connessioni continue via sms e di giochi computerizzati, conoscono la simulazione e l'interazione con i media più di quanto non conoscano i prodotti dell'entertainment passivo.Le sensazioni forti che possono provare in questo modo non sono paragonabili a quelle che vivono con un cartone animato e tanto meno con un libro (anche se, a quanto pare, quest'ultimo è più "interattivo" della TV).Può essere che tutto questo sia una gran perdita di tempo, come sostiene Ellison. Ma di certo ridefinisce l'entertainment e cambia la gerarchia culturale: ponendo i bambini al di sopra degli adulti. I mondi del divertimento delle diverse generazioni si stanno separando. Le conseguenze sono tutte da vedere. (Archivio Selexi) L'autore del brano cita il parere di Larry Ellison, capo della Oracle, perché: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Quando il diploma universitario fu introdotto in Italia, attraverso la legge 341 del 1990, nei più importanti Paesi industrializzati i corsi di studio di analoga natura rappresentavano una realtà già consolidata, anche se avevano caratteristiche differenziate nei contesti educativi. Ma, nonostante questa eterogeneità, ovunque l'istruzione superiore di primo livello forniva titoli a contenuto pratico-professionale, più o meno specialistico, il cui carattere fondamentale era quello di essere rapidamente spendibili sul mercato del lavoro e di essere fondati su curricoli diversi rispetto a quelli che caratterizzano i diplomi di secondo livello (le lauree), soprattutto per il minore spessore teorico e per il più alto livello di specializzazione. Va anche detto che la percentuale di studenti dei cicli brevi, sul totale di quelli interessati alla formazione superiore, è nei Paesi industrializzati abbastanza elevata: si va da un 17% della Svezia a un 33% del Regno Unito; percentuali queste che ancora oggi, a tanti anni di attuazione del corso di diploma universitario, sono notevolmente lontane da quelle riscontrabili nel nostro Paese.La direttiva Cee 89/49 del 21/12/88, recepita in Italia con decreto legislativo n. 115 del 27/1/1992, ha avuto certamente un ruolo decisivo nell'indurre anche l'Italia ad attrezzarsi per essere in linea con gli altri Paesi europei: secondo questa direttiva, infatti, per poter svolgere un'attività professionale nei Paesi della UE occorre aver svolto un corso di studio post secondario di almeno tre anni, anche se non necessariamente in strutture universitarie. Mancando in Italia un segmento formativo di questo tipo, si rendeva necessario introdurlo, per potersi uniformare agli altri Paesi europei. Certo, esistevano già nel nostro Paese alcune forme di istruzione post-diploma, come la formazione professionale di secondo livello, il post-diploma secondario della formazione professionale regionale, le Scuole dirette a fini speciali concentrate soprattutto nel settore delle professioni paramediche, i corsi di livello superiore delle Accademie musicali e quelli dell'Isef; ma in ogni caso queste esperienze, di dimensioni complessivamente modeste, erano solo in parte collocabili all'interno dell'Istruzione superiore (per esempio, le Scuole dirette a fini speciali avevano il compito di formare specifiche professioni, ma non quello di fornire una preparazione metodologica scientifica).Quando fu realizzata la riforma del 1990, l'Italia era quindi priva di un'istruzione superiore di primo livello, che desse il giusto spazio non solo agli aspetti professionalizzanti, ma anche alla teoria e alla dimensione professionale o almeno semi- professionale. A livello internazionale ci si trovava di fronte a una realtà variegata, in cui esistevano diverse tipologie di istruzione superiore di primo livello; queste, come è stato opportunamente osservato, erano sostanzialmente riconducibili a tre fondamentali modelli: "binario", "integrato" e "misto". Il primo prevede l'esistenza di un settore non universitario a fianco di quello accademico; il secondo un processo di diversificazione istituzionale all'interno dell'università; il terzo, la presenza di un intreccio tra i due precedenti modelli. In Italia fu scelto il modello integrato, fondato sull'esistenza di un'unica istituzione, senza differenze a livello funzionale, nel senso che i corsi di diploma universitario sono gestiti dalla stessa istituzione accademica senza la creazione di uno specifico organismo, sia pure all'interno dell'università. Questo carattere fortemente integrato ha comportato implicitamente la scelta della "serialità", ossia la possibilità di osmosi tra il corso di laurea e quello di diploma, e quindi l'implicita accentuazione di motivi di coerenza e di continuità tra queste diverse offerte formative. (Archivio Selexi) Il brano ha carattere: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Quando il diploma universitario fu introdotto in Italia, attraverso la legge 341 del 1990, nei più importanti Paesi industrializzati i corsi di studio di analoga natura rappresentavano una realtà già consolidata, anche se avevano caratteristiche differenziate nei contesti educativi. Ma, nonostante questa eterogeneità, ovunque l'istruzione superiore di primo livello forniva titoli a contenuto pratico-professionale, più o meno specialistico, il cui carattere fondamentale era quello di essere rapidamente spendibili sul mercato del lavoro e di essere fondati su curricoli diversi rispetto a quelli che caratterizzano i diplomi di secondo livello (le lauree), soprattutto per il minore spessore teorico e per il più alto livello di specializzazione. Va anche detto che la percentuale di studenti dei cicli brevi, sul totale di quelli interessati alla formazione superiore, è nei Paesi industrializzati abbastanza elevata: si va da un 17% della Svezia a un 33% del Regno Unito; percentuali queste che ancora oggi, a tanti anni di attuazione del corso di diploma universitario, sono notevolmente lontane da quelle riscontrabili nel nostro Paese.La direttiva Cee 89/49 del 21/12/88, recepita in Italia con decreto legislativo n. 115 del 27/1/1992, ha avuto certamente un ruolo decisivo nell'indurre anche l'Italia ad attrezzarsi per essere in linea con gli altri Paesi europei: secondo questa direttiva, infatti, per poter svolgere un'attività professionale nei Paesi della UE occorre aver svolto un corso di studio post secondario di almeno tre anni, anche se non necessariamente in strutture universitarie. Mancando in Italia un segmento formativo di questo tipo, si rendeva necessario introdurlo, per potersi uniformare agli altri Paesi europei. Certo, esistevano già nel nostro Paese alcune forme di istruzione post-diploma, come la formazione professionale di secondo livello, il post-diploma secondario della formazione professionale regionale, le Scuole dirette a fini speciali concentrate soprattutto nel settore delle professioni paramediche, i corsi di livello superiore delle Accademie musicali e quelli dell'Isef; ma in ogni caso queste esperienze, di dimensioni complessivamente modeste, erano solo in parte collocabili all'interno dell'Istruzione superiore (per esempio, le Scuole dirette a fini speciali avevano il compito di formare specifiche professioni, ma non quello di fornire una preparazione metodologica scientifica).Quando fu realizzata la riforma del 1990, l'Italia era quindi priva di un'istruzione superiore di primo livello, che desse il giusto spazio non solo agli aspetti professionalizzanti, ma anche alla teoria e alla dimensione professionale o almeno semi- professionale. A livello internazionale ci si trovava di fronte a una realtà variegata, in cui esistevano diverse tipologie di istruzione superiore di primo livello; queste, come è stato opportunamente osservato, erano sostanzialmente riconducibili a tre fondamentali modelli: "binario", "integrato" e "misto". Il primo prevede l'esistenza di un settore non universitario a fianco di quello accademico; il secondo un processo di diversificazione istituzionale all'interno dell'università; il terzo, la presenza di un intreccio tra i due precedenti modelli. In Italia fu scelto il modello integrato, fondato sull'esistenza di un'unica istituzione, senza differenze a livello funzionale, nel senso che i corsi di diploma universitario sono gestiti dalla stessa istituzione accademica senza la creazione di uno specifico organismo, sia pure all'interno dell'università. Questo carattere fortemente integrato ha comportato implicitamente la scelta della "serialità", ossia la possibilità di osmosi tra il corso di laurea e quello di diploma, e quindi l'implicita accentuazione di motivi di coerenza e di continuità tra queste diverse offerte formative. (Archivio Selexi) Quale tra i seguenti titoli meglio si adatta al contenuto del brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Quando il diploma universitario fu introdotto in Italia, attraverso la legge 341 del 1990, nei più importanti Paesi industrializzati i corsi di studio di analoga natura rappresentavano una realtà già consolidata, anche se avevano caratteristiche differenziate nei contesti educativi. Ma, nonostante questa eterogeneità, ovunque l'istruzione superiore di primo livello forniva titoli a contenuto pratico-professionale, più o meno specialistico, il cui carattere fondamentale era quello di essere rapidamente spendibili sul mercato del lavoro e di essere fondati su curricoli diversi rispetto a quelli che caratterizzano i diplomi di secondo livello (le lauree), soprattutto per il minore spessore teorico e per il più alto livello di specializzazione. Va anche detto che la percentuale di studenti dei cicli brevi, sul totale di quelli interessati alla formazione superiore, è nei Paesi industrializzati abbastanza elevata: si va da un 17% della Svezia a un 33% del Regno Unito; percentuali queste che ancora oggi, a tanti anni di attuazione del corso di diploma universitario, sono notevolmente lontane da quelle riscontrabili nel nostro Paese.La direttiva Cee 89/49 del 21/12/88, recepita in Italia con decreto legislativo n. 115 del 27/1/1992, ha avuto certamente un ruolo decisivo nell'indurre anche l'Italia ad attrezzarsi per essere in linea con gli altri Paesi europei: secondo questa direttiva, infatti, per poter svolgere un'attività professionale nei Paesi della UE occorre aver svolto un corso di studio post secondario di almeno tre anni, anche se non necessariamente in strutture universitarie. Mancando in Italia un segmento formativo di questo tipo, si rendeva necessario introdurlo, per potersi uniformare agli altri Paesi europei. Certo, esistevano già nel nostro Paese alcune forme di istruzione post-diploma, come la formazione professionale di secondo livello, il post-diploma secondario della formazione professionale regionale, le Scuole dirette a fini speciali concentrate soprattutto nel settore delle professioni paramediche, i corsi di livello superiore delle Accademie musicali e quelli dell'Isef; ma in ogni caso queste esperienze, di dimensioni complessivamente modeste, erano solo in parte collocabili all'interno dell'Istruzione superiore (per esempio, le Scuole dirette a fini speciali avevano il compito di formare specifiche professioni, ma non quello di fornire una preparazione metodologica scientifica).Quando fu realizzata la riforma del 1990, l'Italia era quindi priva di un'istruzione superiore di primo livello, che desse il giusto spazio non solo agli aspetti professionalizzanti, ma anche alla teoria e alla dimensione professionale o almeno semi- professionale. A livello internazionale ci si trovava di fronte a una realtà variegata, in cui esistevano diverse tipologie di istruzione superiore di primo livello; queste, come è stato opportunamente osservato, erano sostanzialmente riconducibili a tre fondamentali modelli: "binario", "integrato" e "misto". Il primo prevede l'esistenza di un settore non universitario a fianco di quello accademico; il secondo un processo di diversificazione istituzionale all'interno dell'università; il terzo, la presenza di un intreccio tra i due precedenti modelli. In Italia fu scelto il modello integrato, fondato sull'esistenza di un'unica istituzione, senza differenze a livello funzionale, nel senso che i corsi di diploma universitario sono gestiti dalla stessa istituzione accademica senza la creazione di uno specifico organismo, sia pure all'interno dell'università. Questo carattere fortemente integrato ha comportato implicitamente la scelta della "serialità", ossia la possibilità di osmosi tra il corso di laurea e quello di diploma, e quindi l'implicita accentuazione di motivi di coerenza e di continuità tra queste diverse offerte formative. (Archivio Selexi) Quale potrebbe essere, tra i seguenti, l'argomento che con maggior probabilità viene trattato nel seguito del brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Quando il diploma universitario fu introdotto in Italia, attraverso la legge 341 del 1990, nei più importanti Paesi industrializzati i corsi di studio di analoga natura rappresentavano una realtà già consolidata, anche se avevano caratteristiche differenziate nei contesti educativi. Ma, nonostante questa eterogeneità, ovunque l'istruzione superiore di primo livello forniva titoli a contenuto pratico-professionale, più o meno specialistico, il cui carattere fondamentale era quello di essere rapidamente spendibili sul mercato del lavoro e di essere fondati su curricoli diversi rispetto a quelli che caratterizzano i diplomi di secondo livello (le lauree), soprattutto per il minore spessore teorico e per il più alto livello di specializzazione. Va anche detto che la percentuale di studenti dei cicli brevi, sul totale di quelli interessati alla formazione superiore, è nei Paesi industrializzati abbastanza elevata: si va da un 17% della Svezia a un 33% del Regno Unito; percentuali queste che ancora oggi, a tanti anni di attuazione del corso di diploma universitario, sono notevolmente lontane da quelle riscontrabili nel nostro Paese.La direttiva Cee 89/49 del 21/12/88, recepita in Italia con decreto legislativo n. 115 del 27/1/1992, ha avuto certamente un ruolo decisivo nell'indurre anche l'Italia ad attrezzarsi per essere in linea con gli altri Paesi europei: secondo questa direttiva, infatti, per poter svolgere un'attività professionale nei Paesi della UE occorre aver svolto un corso di studio post secondario di almeno tre anni, anche se non necessariamente in strutture universitarie. Mancando in Italia un segmento formativo di questo tipo, si rendeva necessario introdurlo, per potersi uniformare agli altri Paesi europei. Certo, esistevano già nel nostro Paese alcune forme di istruzione post-diploma, come la formazione professionale di secondo livello, il post-diploma secondario della formazione professionale regionale, le Scuole dirette a fini speciali concentrate soprattutto nel settore delle professioni paramediche, i corsi di livello superiore delle Accademie musicali e quelli dell'Isef; ma in ogni caso queste esperienze, di dimensioni complessivamente modeste, erano solo in parte collocabili all'interno dell'Istruzione superiore (per esempio, le Scuole dirette a fini speciali avevano il compito di formare specifiche professioni, ma non quello di fornire una preparazione metodologica scientifica).Quando fu realizzata la riforma del 1990, l'Italia era quindi priva di un'istruzione superiore di primo livello, che desse il giusto spazio non solo agli aspetti professionalizzanti, ma anche alla teoria e alla dimensione professionale o almeno semi- professionale. A livello internazionale ci si trovava di fronte a una realtà variegata, in cui esistevano diverse tipologie di istruzione superiore di primo livello; queste, come è stato opportunamente osservato, erano sostanzialmente riconducibili a tre fondamentali modelli: "binario", "integrato" e "misto". Il primo prevede l'esistenza di un settore non universitario a fianco di quello accademico; il secondo un processo di diversificazione istituzionale all'interno dell'università; il terzo, la presenza di un intreccio tra i due precedenti modelli. In Italia fu scelto il modello integrato, fondato sull'esistenza di un'unica istituzione, senza differenze a livello funzionale, nel senso che i corsi di diploma universitario sono gestiti dalla stessa istituzione accademica senza la creazione di uno specifico organismo, sia pure all'interno dell'università. Questo carattere fortemente integrato ha comportato implicitamente la scelta della "serialità", ossia la possibilità di osmosi tra il corso di laurea e quello di diploma, e quindi l'implicita accentuazione di motivi di coerenza e di continuità tra queste diverse offerte formative. (Archivio Selexi) Perché nel brano viene citato il decreto legislativo n. 115 del 27/1/1992? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Quando William Mann, sul «Times» del 5 dicembre 1969, recensì "Abbey Road", si soffermò sul fatto che il disco non era accompagnato dai testi delle canzoni. Suppose che tale scelta fosse legata in qualche modo all'intento del gruppo, rivelato da Lennon in quei giorni, di allontanarsi da ogni tentazione sperimentale, per rifarsi più direttamente al rock'n'roll. Le liriche di "Abbey Road", l'ultimo album concepito e registrato dai Beatles, rappresentano in realtà la fase finale di un percorso consequenziale, costante sul piano musicale, caratterizzato su quello letterario non già da progressioni, quanto da una serie di “slittamenti" dovuti a scelte estetiche, ovvero al susseguirsi di trasformazioni che investirono il gruppo anche al di là della scena musicale.Lennon e McCartney si rifecero in principio a quegli autori che avevano iniziato ad ammirare come fan, e sui quali avevano basato il loro primo repertorio, da Chuck Berry a Little Richard, Jerry Lee Lewis, Carl Peckins, Buddy Holly, Arthur Alexandre per citarne solo alcuni. Nella loro produzione discografica, lo ricordiamo, inclusero delle cover sino all'uscita di Help!, con Dizzy Miss Lizzy di Larry Williams. Vollero altresì fare proprio il modello legato al tandem di autori, sull'esempio di Carole King e Gerry Goffin, o ancor più di Jerry Leiber e Mike Stoller, tutti provenienti dalla “scuola" del Brill Building di New York, la nuova Tin Pan Alley. Nel delineare il proprio stile si richiamarono, sul piano musicale, a una molteplicità di modelli strutturali (il rock'n'roll, attraversando il blues e il rhythm'n'blues, il bluegrass, ma anche il country e la tradizione folk anglo-irlandese). Per quanto riguarda i testi operarono viceversa “per sottrazione". Non ritroviamo, ad esempio, né la carica irruente, a tratti trasgressiva, di Chuck Berry, né l'allusività erotica del repertorio di Presley, nessun brano che veda come soggetto il ballo. I primi Beatles parlano di piccole avventure sentimentali, optando per la formula, riletta attraverso infinite varianti, boy meets girl, in sintonia con la più convenzionale musica popolare dell'epoca. (Da: Antonio Taormina, Beatles, tutti i testi 1962-1970, Arcana) Quale tra le seguenti affermazioni è deducibile dalla lettura del brano? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ritengo che, se non in luogo, almeno a fianco delle differenze, gli studi etno-antropologici debbano assumere a oggetto le invarianze. E di fronte al molto parlare di pensiero o logica "altri", mi chiedo se l'alterità cui ci si riferisce stia davvero nei procedimenti inferenziali, come le espressioni usate porterebbero a credere, o stia invece soltanto negli assunti da cui si inferisce.La differenza è ovviamente decisiva. E in proposito vorrei esporre alcune considerazioni nate più specialmente dal trattamento informatico dei sistemi di parentela e dei calendari preispanici mesoamericani in cui mi sono da tempo avventurato. Non potrò evitare di procedere in modi che saranno forse giudicati come tecnici o addirittura tecnicistici. Ci sono però ragioni che credo serie.È del tutto evidente, infatti, che non bastano i comizi ad abbattere l'idea di una ragione né nostra né altra, ma di tutti, quale quella cui pensava Montaigne. Ma è altrettanto evidente che, a maggior ragione, l'inadeguatezza dei comizi vale anche per l'altro lato della barricata, in cui personalmente mi riconosco. Sarebbe forse oratoriamente efficace, per esempio, proclamare che, a fronte di una antropologia angosciata dal rapporto con misteriosi "altri da sé", ce n'è un'altra che riflette sul difficile rapporto con "altri sé".Occorrono argomenti cogenti entro il perimetro della falsificabilità. E occorrono strumenti concettuali adeguati agli intenti, e dunque anche tecnicamente impegnati: ad esempio, una rappresentazione formalizzata delle relazioni di parentela, che consenta di distinguere tra posizioni genetico-procreative universali e comportamenti terminologici variabili da cultura a cultura. Il punto in esame è se il problema del pensiero "altro" coinvolga o meno la distinzione tra procedimenti inferenziali e assunti: bisognerà dunque impiegare mezzi o linguaggi che consentano di individuare o negare quella distinzione, e di farlo in modi controllabili e suscettibili di confutazione. (AA.VV., "Il sapere dell'antropologia. Pensare, comprendere, descrivere l'Altro") Sulla base di quanto esposto nel brano, quale alternativa riporta una coppia di concetti tra loro incompatibili od opposti? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ritengo che, se non in luogo, almeno a fianco delle differenze, gli studi etno-antropologici debbano assumere a oggetto le invarianze. E di fronte al molto parlare di pensiero o logica "altri", mi chiedo se l'alterità cui ci si riferisce stia davvero nei procedimenti inferenziali, come le espressioni usate porterebbero a credere, o stia invece soltanto negli assunti da cui si inferisce.La differenza è ovviamente decisiva. E in proposito vorrei esporre alcune considerazioni nate più specialmente dal trattamento informatico dei sistemi di parentela e dei calendari preispanici mesoamericani in cui mi sono da tempo avventurato. Non potrò evitare di procedere in modi che saranno forse giudicati come tecnici o addirittura tecnicistici. Ci sono però ragioni che credo serie.È del tutto evidente, infatti, che non bastano i comizi ad abbattere l'idea di una ragione né nostra né altra, ma di tutti, quale quella cui pensava Montaigne. Ma è altrettanto evidente che, a maggior ragione, l'inadeguatezza dei comizi vale anche per l'altro lato della barricata, in cui personalmente mi riconosco. Sarebbe forse oratoriamente efficace, per esempio, proclamare che, a fronte di una antropologia angosciata dal rapporto con misteriosi "altri da sé", ce n'è un'altra che riflette sul difficile rapporto con "altri sé".Occorrono argomenti cogenti entro il perimetro della falsificabilità. E occorrono strumenti concettuali adeguati agli intenti, e dunque anche tecnicamente impegnati: ad esempio, una rappresentazione formalizzata delle relazioni di parentela, che consenta di distinguere tra posizioni genetico-procreative universali e comportamenti terminologici variabili da cultura a cultura. Il punto in esame è se il problema del pensiero "altro" coinvolga o meno la distinzione tra procedimenti inferenziali e assunti: bisognerà dunque impiegare mezzi o linguaggi che consentano di individuare o negare quella distinzione, e di farlo in modi controllabili e suscettibili di confutazione. (AA.VV., "Il sapere dell'antropologia. Pensare, comprendere, descrivere l'Altro") Per quale ragione l'autore accenna alle relazioni parentali e ai calendari preispanici mesoamericani? |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Scelsi Violeta tra tutte le mie amiche perché la nostra storia era cominciata tanto indietro nel tempo che con lei non servivano mai spiegazioni. Faceva parte della mia infanzia, era quasi una di famiglia. Questo spiegava perché la sua amicizia mi risultava comoda: se facevamo qualcosa insieme, per me era come farlo da sola. E la mia paura del vuoto non mi concedeva tanta privatezza. Allora, quando gli altri cominciarono progressivamente a essere di troppo - fenomeno che andò acuendosi indipendentemente dalla mia volontà -, ebbi paura che, spezzando anche quest'ultimo anello con il mondo, sarei sprofondata senza scampo nella più totale solitudine. (Marcela Serrano, "Antigua, vita mia", Feltrinelli) Il rapporto tra la narratrice e Violeta può fare a meno: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Scelsi Violeta tra tutte le mie amiche perché la nostra storia era cominciata tanto indietro nel tempo che con lei non servivano mai spiegazioni. Faceva parte della mia infanzia, era quasi una di famiglia. Questo spiegava perché la sua amicizia mi risultava comoda: se facevamo qualcosa insieme, per me era come farlo da sola. E la mia paura del vuoto non mi concedeva tanta privatezza. Allora, quando gli altri cominciarono progressivamente a essere di troppo - fenomeno che andò acuendosi indipendentemente dalla mia volontà -, ebbi paura che, spezzando anche quest'ultimo anello con il mondo, sarei sprofondata senza scampo nella più totale solitudine. (Marcela Serrano, "Antigua, vita mia", Feltrinelli) Violeta è preziosa per l'autrice perché: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Scelsi Violeta tra tutte le mie amiche perché la nostra storia era cominciata tanto indietro nel tempo che con lei non servivano mai spiegazioni. Faceva parte della mia infanzia, era quasi una di famiglia. Questo spiegava perché la sua amicizia mi risultava comoda: se facevamo qualcosa insieme, per me era come farlo da sola. E la mia paura del vuoto non mi concedeva tanta privatezza. Allora, quando gli altri cominciarono progressivamente a essere di troppo - fenomeno che andò acuendosi indipendentemente dalla mia volontà -, ebbi paura che, spezzando anche quest'ultimo anello con il mondo, sarei sprofondata senza scampo nella più totale solitudine. (Marcela Serrano, "Antigua, vita mia", Feltrinelli) La narratrice del brano ha timore: |
RISPOSTA   Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Scelsi Violeta tra tutte le mie amiche perché la nostra storia era cominciata tanto indietro nel tempo che con lei non servivano mai spiegazioni. Faceva parte della mia infanzia, era quasi una di famiglia. Questo spiegava perché la sua amicizia mi risultava comoda: se facevamo qualcosa insieme, per me era come farlo da sola. E la mia paura del vuoto non mi concedeva tanta privatezza. Allora, quando gli altri cominciarono progressivamente a essere di troppo - fenomeno che andò acuendosi indipendentemente dalla mia volontà -, ebbi paura che, spezzando anche quest'ultimo anello con il mondo, sarei sprofondata senza scampo nella più totale solitudine. (Marcela Serrano, "Antigua, vita mia", Feltrinelli) La paura della solitudine spinge la narratrice del brano a: |
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Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento. Ogni volta che qualcuno mi chiede di parlare del metodo scientifico sono in imbarazzo. Non tanto perché nutra dubbi fayerabendiani sull'esistenza del metodo, quanto perché non so bene né di che cosa il mio interlocutore vuole che parli, né se vuole che ne parli in senso storico.Che cosa si intende quando si chiede qualcosa intorno al metodo? Forse quali sono le regole grazie alle quali uno scienziato persegue un suo qualche fine da identificare? Forse proprio qualcosa intorno a tale fine? O forse qualcosa di più generale? Si vuole una storia del metodo scientifico attraverso i secoli? Si vuole la situazione dello stato dell'arte?Perché tutte queste domande per una richiesta apparentemente non ambigua, almeno stando all'intendere comune? Ebbene perché l'intendere comune, qui in Italia, è stato viziato da un'educazione non perfettamente in linea con ciò che si fa e si discute quando realmente ci si occupa di filosofia della scienza.Innanzitutto la filosofia della scienza non è solo lo studio del metodo scientifico inteso quale insieme di ricette più o meno definite o definibili che indicano prescrittivamente o descrittivamente il processo della ricerca scientifica. In secondo luogo, anche chi si occupa di metodologia non è detto che si debba occupare di metodo. Infatti con "metodologia" si dovrebbe intendere la "filosofia della scienza generale", per distinguerla dalla "filosofia delle scienze particolari".La "filosofia della scienza generale" si occupa di problemi riguardanti concetti che, più o meno, sono presenti in ogni ambito scientifico: la spiegazione, il realismo con i connessi problemi della sottodeterminazione teorica a causa dei dati, il problema delle notazioni equivalenti, l'inferenza alla miglior spiegazione o alla miglior causa o alla miglior corroborazione, la natura delle leggi di natura, il problema della controfattualità, la teoreticità della conoscenza e il problema del confronto fra teorie diverse, il progresso scientifico, i rapporti fra scienza e altri domini conoscitivi o valutativi ecc. Invece la "filosofia delle scienze particolari" si occupa dell'analisi filosofica di concetti di particolari ambiti scientifici (il problema della massa, del tempo, dello spazio ecc.) o di particolari teorie scientifiche (i problemi filosofici della relatività, della meccanica quantistica, della biologia teorica ecc.).Una volta specificato quanto sopra, mi è più facile proporre delle riflessioni sullo snodo metodo/scienza/filosofia. Dapprima parlerò della "filosofia" che di principio non dovrebbe essere fatta senza scienza, ossia della filosofia della scienza. Così discuterò dell'utilità di soffermarsi ancora sul metodo e delle due fallacie che derivano dal fare filosofia della scienza senza scienza e filosofia della scienza senza filosofia. Infine, brevemente, mi soffermerò sulla questione se sia possibile fare scienza senza filosofia e filosofia senza scienza.Affrontare la questione del metodo scientifico comporta innanzitutto trovarsi davanti a un trivio: fare storia del metodo? Utilizzare un approccio descrittivista? Proporre una via prescrittivista?Inoltrarsi lungo la prima possibilità significa vestire i panni dello storico e tentare di capire qual è il metodo scientifico teorizzato da un particolare autore in una particolare epoca, oppure vedere come all'interno di una data comunità scientifica, ben localizzata temporalmente, gli scienziati si sono comportati.Un lavoro quindi perfettamente legittimo, che vede storici delle idee, storici della filosofia e storici della scienza al lavoro. Si studia qual era il metodo cartesiano, o quello baconiano. Si analizza il dibattito che c'è stato in Inghilterra nella prima metà dell'800 fra John F.W. Herschel, William Whewell e John Stuart Mill. Oppure le discussioni, ormai avvenute quasi una trentina di anni fa, fra, da una parte Karl Popper e dall'altra Paul K. Feyerabend, Imre Lakatos e Thomas S. Kuhn. (Archivio Selexi) Il brano si inserisce verosimilmente nel contesto di: