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Tutte le domande del quiz : Brani lunghi

tratto da:
Esercito Italiano
Quiz - Concorso per l'ammissione al 198° corso dell'Accademia Militare dell'Esercito - Anno accademico 2016/2017



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La metacognizione è la consapevolezza che l'individuo ha dei processi cognitivi, che si manifesta sia nella conoscenza delle operazioni e dei procedimenti di cui fa uso, sia nella capacità di osservarsi mentre esegue un compito, ponendolo sotto controllo. Grazie all'attività metacognitiva, il soggetto è in grado di riconoscere che cosa sta facendo, interviene per scegliere la strategia più adatta in ogni fase del compito, ne controlla l'applicazione, verifica se i risultati sono soddisfacenti e se il lavoro può ritenersi concluso, e così via. Varie ricerche sperimentali hanno dimostrato che nell'esecuzione delle attività complesse riescono meglio quei soggetti che impiegano più tempo nelle fasi di riflessione e di controllo e, relativamente, un tempo minore in quelle di esecuzione. Gli apprendimenti innescati con largo impiego di capacità metacognitive sarebbero, inoltre, più duraturi.Per quanto riguarda in particolare la scrittura, molti sostengono che prendere coscienza dei propri processi cognitivi sarebbe una base importante per lo sviluppo di una competenza matura. Gli studenti, difatti, assumerebbero un ruolo più attivo e motivato nelle attività di composizione e, soprattutto, il loro sforzo per acquisire strategie più complesse acquisterebbe un significato grazie alla consapevolezza degli obiettivi cognitivi che si propongono, delle potenzialità delle strategie che ancora non padroneggiano e dei progressi via via realizzati. Si può concludere, di qui, che non è sufficiente che gli studenti imparino a usare delle tecniche. Occorre, anche, che ne divengano coscienti e acquisiscano la conoscenza del processo di composizione nelle sue varie componenti, così da essere in grado di governarlo.La scrittura non è infatti un'attività compatta e indivisibile, ma un'azione complessa che coinvolge una pluralità di operazioni: costituisce un processo. L'idea che essa comprenda più fasi risale tuttavia alla retorica classica, che distingueva, come è noto, cinque stadi operativi: l'inventio (reperimento delle idee e dei dati), la dispositio (organizzazione e ordinamento dei materiali in funzione dello sviluppo del discorso), l'elocutio (messa a punto verbale), la memoria (memorizzazione del discorso) e l'actio (esecuzione conclusiva). Di questi cinque stadi, solo i primi tre interessano direttamente la composizione. Gli ultimi due, infatti, sono riferiti all'esecuzione del testo, destinato a una pubblica performance orale nelle assemblee politiche o giudiziarie.Nel quadro di tale impostazione si collocano anche le proposte, più recenti, della manualistica neo-retorica, diffusa soprattutto in ambiente anglo-americano. Il modello classico viene qui però ulteriormente articolato, con l'attribuzione di uno spazio specifico all'attività di revisione del testo prodotto. Questa concezione tradizionale è alla base di tutte le elaborazioni successive, che si propongono tuttavia di superarne la staticità. Nell'impianto retorico vi è l'idea infatti che le diverse attività implicate nello scrivere si susseguano in modo rigidamente lineare e che ciascuna di esse rappresenti un momento chiuso del processo complessivo. Chi scrive, invece, non segue una sequenza di tipo rigorosamente progressivo, ma si muove con una certa libertà da uno stadio all'altro, torna su stadi precedenti, anticipa stadi successivi. Per esempio, dopo aver preparato la "scaletta" e aver dato inizio alla stesura del testo, può avere ripensamenti e modificare di conseguenza il piano precedentemente elaborato. Oppure, durante la fase di revisione, può cogliere un vuoto informativo e retrocedere alla ricerca di dati e di idee. Le operazioni di scrittura, insomma, non vengono affrontate in sequenza lineare, ma piuttosto in maniera ricorsiva.Oggi si preferisce perciò considerare la composizione come un processo costituito di sotto-processi, ognuno dei quali si distingue per un compito specifico che viene affrontato (per esempio elaborare idee, pianificare, revisionare), ma non è vincolato a una posizione rigida in una sequenza di atti scritturali. Chi scrive spezza l'azione complessiva in sotto-azioni, per ridurre la complessità del compito, ma si muove in modo elastico e flessibile fra le diverse componenti operative, coordinandole mediante un sistema di regolazione che gli permette di tenere sotto controllo l'insieme dell'attività. (Archivio Selexi) Secondo l'autore del brano, attualmente si tende a considerare la composizione scritta come:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La metacognizione è la consapevolezza che l'individuo ha dei processi cognitivi, che si manifesta sia nella conoscenza delle operazioni e dei procedimenti di cui fa uso, sia nella capacità di osservarsi mentre esegue un compito, ponendolo sotto controllo. Grazie all'attività metacognitiva, il soggetto è in grado di riconoscere che cosa sta facendo, interviene per scegliere la strategia più adatta in ogni fase del compito, ne controlla l'applicazione, verifica se i risultati sono soddisfacenti e se il lavoro può ritenersi concluso, e così via. Varie ricerche sperimentali hanno dimostrato che nell'esecuzione delle attività complesse riescono meglio quei soggetti che impiegano più tempo nelle fasi di riflessione e di controllo e, relativamente, un tempo minore in quelle di esecuzione. Gli apprendimenti innescati con largo impiego di capacità metacognitive sarebbero, inoltre, più duraturi.Per quanto riguarda in particolare la scrittura, molti sostengono che prendere coscienza dei propri processi cognitivi sarebbe una base importante per lo sviluppo di una competenza matura. Gli studenti, difatti, assumerebbero un ruolo più attivo e motivato nelle attività di composizione e, soprattutto, il loro sforzo per acquisire strategie più complesse acquisterebbe un significato grazie alla consapevolezza degli obiettivi cognitivi che si propongono, delle potenzialità delle strategie che ancora non padroneggiano e dei progressi via via realizzati. Si può concludere, di qui, che non è sufficiente che gli studenti imparino a usare delle tecniche. Occorre, anche, che ne divengano coscienti e acquisiscano la conoscenza del processo di composizione nelle sue varie componenti, così da essere in grado di governarlo.La scrittura non è infatti un'attività compatta e indivisibile, ma un'azione complessa che coinvolge una pluralità di operazioni: costituisce un processo. L'idea che essa comprenda più fasi risale tuttavia alla retorica classica, che distingueva, come è noto, cinque stadi operativi: l'inventio (reperimento delle idee e dei dati), la dispositio (organizzazione e ordinamento dei materiali in funzione dello sviluppo del discorso), l'elocutio (messa a punto verbale), la memoria (memorizzazione del discorso) e l'actio (esecuzione conclusiva). Di questi cinque stadi, solo i primi tre interessano direttamente la composizione. Gli ultimi due, infatti, sono riferiti all'esecuzione del testo, destinato a una pubblica performance orale nelle assemblee politiche o giudiziarie.Nel quadro di tale impostazione si collocano anche le proposte, più recenti, della manualistica neo-retorica, diffusa soprattutto in ambiente anglo-americano. Il modello classico viene qui però ulteriormente articolato, con l'attribuzione di uno spazio specifico all'attività di revisione del testo prodotto. Questa concezione tradizionale è alla base di tutte le elaborazioni successive, che si propongono tuttavia di superarne la staticità. Nell'impianto retorico vi è l'idea infatti che le diverse attività implicate nello scrivere si susseguano in modo rigidamente lineare e che ciascuna di esse rappresenti un momento chiuso del processo complessivo. Chi scrive, invece, non segue una sequenza di tipo rigorosamente progressivo, ma si muove con una certa libertà da uno stadio all'altro, torna su stadi precedenti, anticipa stadi successivi. Per esempio, dopo aver preparato la "scaletta" e aver dato inizio alla stesura del testo, può avere ripensamenti e modificare di conseguenza il piano precedentemente elaborato. Oppure, durante la fase di revisione, può cogliere un vuoto informativo e retrocedere alla ricerca di dati e di idee. Le operazioni di scrittura, insomma, non vengono affrontate in sequenza lineare, ma piuttosto in maniera ricorsiva.Oggi si preferisce perciò considerare la composizione come un processo costituito di sotto-processi, ognuno dei quali si distingue per un compito specifico che viene affrontato (per esempio elaborare idee, pianificare, revisionare), ma non è vincolato a una posizione rigida in una sequenza di atti scritturali. Chi scrive spezza l'azione complessiva in sotto-azioni, per ridurre la complessità del compito, ma si muove in modo elastico e flessibile fra le diverse componenti operative, coordinandole mediante un sistema di regolazione che gli permette di tenere sotto controllo l'insieme dell'attività. (Archivio Selexi) L'autore del brano afferma che:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La metacognizione è la consapevolezza che l'individuo ha dei processi cognitivi, che si manifesta sia nella conoscenza delle operazioni e dei procedimenti di cui fa uso, sia nella capacità di osservarsi mentre esegue un compito, ponendolo sotto controllo. Grazie all'attività metacognitiva, il soggetto è in grado di riconoscere che cosa sta facendo, interviene per scegliere la strategia più adatta in ogni fase del compito, ne controlla l'applicazione, verifica se i risultati sono soddisfacenti e se il lavoro può ritenersi concluso, e così via. Varie ricerche sperimentali hanno dimostrato che nell'esecuzione delle attività complesse riescono meglio quei soggetti che impiegano più tempo nelle fasi di riflessione e di controllo e, relativamente, un tempo minore in quelle di esecuzione. Gli apprendimenti innescati con largo impiego di capacità metacognitive sarebbero, inoltre, più duraturi.Per quanto riguarda in particolare la scrittura, molti sostengono che prendere coscienza dei propri processi cognitivi sarebbe una base importante per lo sviluppo di una competenza matura. Gli studenti, difatti, assumerebbero un ruolo più attivo e motivato nelle attività di composizione e, soprattutto, il loro sforzo per acquisire strategie più complesse acquisterebbe un significato grazie alla consapevolezza degli obiettivi cognitivi che si propongono, delle potenzialità delle strategie che ancora non padroneggiano e dei progressi via via realizzati. Si può concludere, di qui, che non è sufficiente che gli studenti imparino a usare delle tecniche. Occorre, anche, che ne divengano coscienti e acquisiscano la conoscenza del processo di composizione nelle sue varie componenti, così da essere in grado di governarlo.La scrittura non è infatti un'attività compatta e indivisibile, ma un'azione complessa che coinvolge una pluralità di operazioni: costituisce un processo. L'idea che essa comprenda più fasi risale tuttavia alla retorica classica, che distingueva, come è noto, cinque stadi operativi: l'inventio (reperimento delle idee e dei dati), la dispositio (organizzazione e ordinamento dei materiali in funzione dello sviluppo del discorso), l'elocutio (messa a punto verbale), la memoria (memorizzazione del discorso) e l'actio (esecuzione conclusiva). Di questi cinque stadi, solo i primi tre interessano direttamente la composizione. Gli ultimi due, infatti, sono riferiti all'esecuzione del testo, destinato a una pubblica performance orale nelle assemblee politiche o giudiziarie.Nel quadro di tale impostazione si collocano anche le proposte, più recenti, della manualistica neo-retorica, diffusa soprattutto in ambiente anglo-americano. Il modello classico viene qui però ulteriormente articolato, con l'attribuzione di uno spazio specifico all'attività di revisione del testo prodotto. Questa concezione tradizionale è alla base di tutte le elaborazioni successive, che si propongono tuttavia di superarne la staticità. Nell'impianto retorico vi è l'idea infatti che le diverse attività implicate nello scrivere si susseguano in modo rigidamente lineare e che ciascuna di esse rappresenti un momento chiuso del processo complessivo. Chi scrive, invece, non segue una sequenza di tipo rigorosamente progressivo, ma si muove con una certa libertà da uno stadio all'altro, torna su stadi precedenti, anticipa stadi successivi. Per esempio, dopo aver preparato la "scaletta" e aver dato inizio alla stesura del testo, può avere ripensamenti e modificare di conseguenza il piano precedentemente elaborato. Oppure, durante la fase di revisione, può cogliere un vuoto informativo e retrocedere alla ricerca di dati e di idee. Le operazioni di scrittura, insomma, non vengono affrontate in sequenza lineare, ma piuttosto in maniera ricorsiva.Oggi si preferisce perciò considerare la composizione come un processo costituito di sotto-processi, ognuno dei quali si distingue per un compito specifico che viene affrontato (per esempio elaborare idee, pianificare, revisionare), ma non è vincolato a una posizione rigida in una sequenza di atti scritturali. Chi scrive spezza l'azione complessiva in sotto-azioni, per ridurre la complessità del compito, ma si muove in modo elastico e flessibile fra le diverse componenti operative, coordinandole mediante un sistema di regolazione che gli permette di tenere sotto controllo l'insieme dell'attività. (Archivio Selexi) Il brano è verosimilmente tratto da:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La pace con la Russia rendeva ora finalmente possibile ai tedeschi di volgere tutte le proprie forze verso occidente.Nonostante le perdite, l'esercito tedesco era ancora un possente organismo militare che non aveva subito mai vere sconfitte. Fra il 21 marzo e il 17 luglio 1918 i tedeschi rinnovarono le loro offensive in Piccardia e nella Champagne contro le posizioni nemiche. Essi ottennero una serie di brillanti vittorie parziali, anche grazie al fatto che disponevano della superiorità numerica in conseguenza dell'afflusso di truppe da quello che era stato il fronte orientale. In giugno avevano fatto centinaia di migliaia di prigionieri e si erano impadroniti di circa 2.500 cannoni. Eppure il fronte occidentale non cedette. I franco-britannici riorganizzarono alla fine di marzo i loro comandi affidando il comando supremo al maresciallo francese Foch. Nel frattempo, sotto la spinta del gigantesco urto offensivo tedesco, gli americani accelerarono l'invio di truppe. In sostanza, alla fine di giugno si ripeteva la situazione che era stata propria delle grandi offensive occidentali tedesche dell'inizio della guerra. I tedeschi avevano conseguito brillanti successi parziali, senza però riuscire a raggiungere l'obiettivo dello sfondamento, la conquista di Parigi o di Calais (così da isolare gli inglesi dai francesi). Il 15 luglio essi sferrarono l'ultimo colpo, decisivo per le sorti future della guerra, e attaccarono in direzione della Marna. Era questa la seconda battaglia della Marna, dopo quella del 1914. Foch il 17 luglio contrattaccò con le sue riserve, costringendo gli esausti tedeschi a indietreggiare e iniziando una controffensiva generale. Inglesi, francesi e americani poterono contare su una schiacciante superiorità di mezzi. Le truppe alleate gettarono nella lotta un gran numero di carri armati e di aerei, senza che i tedeschi potessero contrapporre mezzi analoghi. I tedeschi subirono così, fra la metà di luglio e la metà di agosto, la loro prima grande disfatta. Nella battaglia di Amiens (8-11 agosto) gli inglesi fecero una profonda breccia nelle linee tedesche gettando nella fornace 450 carri armati. Il generale Ludendorff definì quella battaglia la "giornata nera" dell'esercito tedesco. Le truppe ebbero cedimenti su vasta scala e sintomi di ribellione aperta misero a nudo come anche per i soldati tedeschi fosse venuto il momento della rivolta contro la guerra e le sue stragi. Il 14 agosto Guglielmo II prese in considerazione la possibilità di intavolare, con la mediazione dell'Olanda, trattative di pace. Ma gli alleati, ormai forti della loro superiorità, pretendevano la capitolazione totale degli Imperi centrali; il che la Germania non intendeva accettare. La situazione dei tedeschi era ulteriormente aggravata dal fatto che i loro alleati, l'Impero austro-ungarico, la Turchia e la Bulgaria, si trovavano ormai in uno stato di crisi vicino al collasso. Mentre in Siria e in Palestina i turchi subivano continue disfatte a opera degli inglesi, truppe alleate si apprestavano all'attacco finale contro la Bulgaria, la quale capitolò il 24 settembre 1918. Francesi e inglesi poterono contare in agosto, quando il generalissimo Foch diede inizio all'avanzata che doveva culminare nell'ordine di offensiva generale del settembre, sull'appoggio di un milione di soldati americani e su un gigantesco aiuto materiale degli USA (armamenti, viveri ecc.). I tedeschi non erano più assolutamente in condizione di resistere. Pur senza abbandonarsi al panico e retrocedendo disciplinatamente e ordinatamente, furono costretti a sgomberare le zone occupate della Francia del Nord e il Belgio occidentale.La catastrofe militare imminente ebbe profondi riflessi nella politica interna. Mentre l'imperatore Guglielmo II entrava nell'ombra, si formò agli inizi di ottobre un governo presieduto dal principe Max von Baden, che godeva fama di essere di orientamenti democratici. (Archivio Selexi) Scopo del brano, verosimilmente, è di:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La pace con la Russia rendeva ora finalmente possibile ai tedeschi di volgere tutte le proprie forze verso occidente.Nonostante le perdite, l'esercito tedesco era ancora un possente organismo militare che non aveva subito mai vere sconfitte. Fra il 21 marzo e il 17 luglio 1918 i tedeschi rinnovarono le loro offensive in Piccardia e nella Champagne contro le posizioni nemiche. Essi ottennero una serie di brillanti vittorie parziali, anche grazie al fatto che disponevano della superiorità numerica in conseguenza dell'afflusso di truppe da quello che era stato il fronte orientale. In giugno avevano fatto centinaia di migliaia di prigionieri e si erano impadroniti di circa 2.500 cannoni. Eppure il fronte occidentale non cedette. I franco-britannici riorganizzarono alla fine di marzo i loro comandi affidando il comando supremo al maresciallo francese Foch. Nel frattempo, sotto la spinta del gigantesco urto offensivo tedesco, gli americani accelerarono l'invio di truppe. In sostanza, alla fine di giugno si ripeteva la situazione che era stata propria delle grandi offensive occidentali tedesche dell'inizio della guerra. I tedeschi avevano conseguito brillanti successi parziali, senza però riuscire a raggiungere l'obiettivo dello sfondamento, la conquista di Parigi o di Calais (così da isolare gli inglesi dai francesi). Il 15 luglio essi sferrarono l'ultimo colpo, decisivo per le sorti future della guerra, e attaccarono in direzione della Marna. Era questa la seconda battaglia della Marna, dopo quella del 1914. Foch il 17 luglio contrattaccò con le sue riserve, costringendo gli esausti tedeschi a indietreggiare e iniziando una controffensiva generale. Inglesi, francesi e americani poterono contare su una schiacciante superiorità di mezzi. Le truppe alleate gettarono nella lotta un gran numero di carri armati e di aerei, senza che i tedeschi potessero contrapporre mezzi analoghi. I tedeschi subirono così, fra la metà di luglio e la metà di agosto, la loro prima grande disfatta. Nella battaglia di Amiens (8-11 agosto) gli inglesi fecero una profonda breccia nelle linee tedesche gettando nella fornace 450 carri armati. Il generale Ludendorff definì quella battaglia la "giornata nera" dell'esercito tedesco. Le truppe ebbero cedimenti su vasta scala e sintomi di ribellione aperta misero a nudo come anche per i soldati tedeschi fosse venuto il momento della rivolta contro la guerra e le sue stragi. Il 14 agosto Guglielmo II prese in considerazione la possibilità di intavolare, con la mediazione dell'Olanda, trattative di pace. Ma gli alleati, ormai forti della loro superiorità, pretendevano la capitolazione totale degli Imperi centrali; il che la Germania non intendeva accettare. La situazione dei tedeschi era ulteriormente aggravata dal fatto che i loro alleati, l'Impero austro-ungarico, la Turchia e la Bulgaria, si trovavano ormai in uno stato di crisi vicino al collasso. Mentre in Siria e in Palestina i turchi subivano continue disfatte a opera degli inglesi, truppe alleate si apprestavano all'attacco finale contro la Bulgaria, la quale capitolò il 24 settembre 1918. Francesi e inglesi poterono contare in agosto, quando il generalissimo Foch diede inizio all'avanzata che doveva culminare nell'ordine di offensiva generale del settembre, sull'appoggio di un milione di soldati americani e su un gigantesco aiuto materiale degli USA (armamenti, viveri ecc.). I tedeschi non erano più assolutamente in condizione di resistere. Pur senza abbandonarsi al panico e retrocedendo disciplinatamente e ordinatamente, furono costretti a sgomberare le zone occupate della Francia del Nord e il Belgio occidentale.La catastrofe militare imminente ebbe profondi riflessi nella politica interna. Mentre l'imperatore Guglielmo II entrava nell'ombra, si formò agli inizi di ottobre un governo presieduto dal principe Max von Baden, che godeva fama di essere di orientamenti democratici. (Archivio Selexi) In base a quanto riportato nel brano, in quale periodo, durante il 1918, si sono verificate condizioni analoghe a quelle delle grandi offensive occidentali tedesche dell'inizio della guerra?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La pace con la Russia rendeva ora finalmente possibile ai tedeschi di volgere tutte le proprie forze verso occidente.Nonostante le perdite, l'esercito tedesco era ancora un possente organismo militare che non aveva subito mai vere sconfitte. Fra il 21 marzo e il 17 luglio 1918 i tedeschi rinnovarono le loro offensive in Piccardia e nella Champagne contro le posizioni nemiche. Essi ottennero una serie di brillanti vittorie parziali, anche grazie al fatto che disponevano della superiorità numerica in conseguenza dell'afflusso di truppe da quello che era stato il fronte orientale. In giugno avevano fatto centinaia di migliaia di prigionieri e si erano impadroniti di circa 2.500 cannoni. Eppure il fronte occidentale non cedette. I franco-britannici riorganizzarono alla fine di marzo i loro comandi affidando il comando supremo al maresciallo francese Foch. Nel frattempo, sotto la spinta del gigantesco urto offensivo tedesco, gli americani accelerarono l'invio di truppe. In sostanza, alla fine di giugno si ripeteva la situazione che era stata propria delle grandi offensive occidentali tedesche dell'inizio della guerra. I tedeschi avevano conseguito brillanti successi parziali, senza però riuscire a raggiungere l'obiettivo dello sfondamento, la conquista di Parigi o di Calais (così da isolare gli inglesi dai francesi). Il 15 luglio essi sferrarono l'ultimo colpo, decisivo per le sorti future della guerra, e attaccarono in direzione della Marna. Era questa la seconda battaglia della Marna, dopo quella del 1914. Foch il 17 luglio contrattaccò con le sue riserve, costringendo gli esausti tedeschi a indietreggiare e iniziando una controffensiva generale. Inglesi, francesi e americani poterono contare su una schiacciante superiorità di mezzi. Le truppe alleate gettarono nella lotta un gran numero di carri armati e di aerei, senza che i tedeschi potessero contrapporre mezzi analoghi. I tedeschi subirono così, fra la metà di luglio e la metà di agosto, la loro prima grande disfatta. Nella battaglia di Amiens (8-11 agosto) gli inglesi fecero una profonda breccia nelle linee tedesche gettando nella fornace 450 carri armati. Il generale Ludendorff definì quella battaglia la "giornata nera" dell'esercito tedesco. Le truppe ebbero cedimenti su vasta scala e sintomi di ribellione aperta misero a nudo come anche per i soldati tedeschi fosse venuto il momento della rivolta contro la guerra e le sue stragi. Il 14 agosto Guglielmo II prese in considerazione la possibilità di intavolare, con la mediazione dell'Olanda, trattative di pace. Ma gli alleati, ormai forti della loro superiorità, pretendevano la capitolazione totale degli Imperi centrali; il che la Germania non intendeva accettare. La situazione dei tedeschi era ulteriormente aggravata dal fatto che i loro alleati, l'Impero austro-ungarico, la Turchia e la Bulgaria, si trovavano ormai in uno stato di crisi vicino al collasso. Mentre in Siria e in Palestina i turchi subivano continue disfatte a opera degli inglesi, truppe alleate si apprestavano all'attacco finale contro la Bulgaria, la quale capitolò il 24 settembre 1918. Francesi e inglesi poterono contare in agosto, quando il generalissimo Foch diede inizio all'avanzata che doveva culminare nell'ordine di offensiva generale del settembre, sull'appoggio di un milione di soldati americani e su un gigantesco aiuto materiale degli USA (armamenti, viveri ecc.). I tedeschi non erano più assolutamente in condizione di resistere. Pur senza abbandonarsi al panico e retrocedendo disciplinatamente e ordinatamente, furono costretti a sgomberare le zone occupate della Francia del Nord e il Belgio occidentale.La catastrofe militare imminente ebbe profondi riflessi nella politica interna. Mentre l'imperatore Guglielmo II entrava nell'ombra, si formò agli inizi di ottobre un governo presieduto dal principe Max von Baden, che godeva fama di essere di orientamenti democratici. (Archivio Selexi) Secondo quanto riportato nel brano, gli eventi bellici avvenuti nei primi anni di guerra consistettero in una:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La pace con la Russia rendeva ora finalmente possibile ai tedeschi di volgere tutte le proprie forze verso occidente.Nonostante le perdite, l'esercito tedesco era ancora un possente organismo militare che non aveva subito mai vere sconfitte. Fra il 21 marzo e il 17 luglio 1918 i tedeschi rinnovarono le loro offensive in Piccardia e nella Champagne contro le posizioni nemiche. Essi ottennero una serie di brillanti vittorie parziali, anche grazie al fatto che disponevano della superiorità numerica in conseguenza dell'afflusso di truppe da quello che era stato il fronte orientale. In giugno avevano fatto centinaia di migliaia di prigionieri e si erano impadroniti di circa 2.500 cannoni. Eppure il fronte occidentale non cedette. I franco-britannici riorganizzarono alla fine di marzo i loro comandi affidando il comando supremo al maresciallo francese Foch. Nel frattempo, sotto la spinta del gigantesco urto offensivo tedesco, gli americani accelerarono l'invio di truppe. In sostanza, alla fine di giugno si ripeteva la situazione che era stata propria delle grandi offensive occidentali tedesche dell'inizio della guerra. I tedeschi avevano conseguito brillanti successi parziali, senza però riuscire a raggiungere l'obiettivo dello sfondamento, la conquista di Parigi o di Calais (così da isolare gli inglesi dai francesi). Il 15 luglio essi sferrarono l'ultimo colpo, decisivo per le sorti future della guerra, e attaccarono in direzione della Marna. Era questa la seconda battaglia della Marna, dopo quella del 1914. Foch il 17 luglio contrattaccò con le sue riserve, costringendo gli esausti tedeschi a indietreggiare e iniziando una controffensiva generale. Inglesi, francesi e americani poterono contare su una schiacciante superiorità di mezzi. Le truppe alleate gettarono nella lotta un gran numero di carri armati e di aerei, senza che i tedeschi potessero contrapporre mezzi analoghi. I tedeschi subirono così, fra la metà di luglio e la metà di agosto, la loro prima grande disfatta. Nella battaglia di Amiens (8-11 agosto) gli inglesi fecero una profonda breccia nelle linee tedesche gettando nella fornace 450 carri armati. Il generale Ludendorff definì quella battaglia la "giornata nera" dell'esercito tedesco. Le truppe ebbero cedimenti su vasta scala e sintomi di ribellione aperta misero a nudo come anche per i soldati tedeschi fosse venuto il momento della rivolta contro la guerra e le sue stragi. Il 14 agosto Guglielmo II prese in considerazione la possibilità di intavolare, con la mediazione dell'Olanda, trattative di pace. Ma gli alleati, ormai forti della loro superiorità, pretendevano la capitolazione totale degli Imperi centrali; il che la Germania non intendeva accettare. La situazione dei tedeschi era ulteriormente aggravata dal fatto che i loro alleati, l'Impero austro-ungarico, la Turchia e la Bulgaria, si trovavano ormai in uno stato di crisi vicino al collasso. Mentre in Siria e in Palestina i turchi subivano continue disfatte a opera degli inglesi, truppe alleate si apprestavano all'attacco finale contro la Bulgaria, la quale capitolò il 24 settembre 1918. Francesi e inglesi poterono contare in agosto, quando il generalissimo Foch diede inizio all'avanzata che doveva culminare nell'ordine di offensiva generale del settembre, sull'appoggio di un milione di soldati americani e su un gigantesco aiuto materiale degli USA (armamenti, viveri ecc.). I tedeschi non erano più assolutamente in condizione di resistere. Pur senza abbandonarsi al panico e retrocedendo disciplinatamente e ordinatamente, furono costretti a sgomberare le zone occupate della Francia del Nord e il Belgio occidentale.La catastrofe militare imminente ebbe profondi riflessi nella politica interna. Mentre l'imperatore Guglielmo II entrava nell'ombra, si formò agli inizi di ottobre un governo presieduto dal principe Max von Baden, che godeva fama di essere di orientamenti democratici. (Archivio Selexi) In base alle informazioni contenute nel brano, quale tra i seguenti eventi si colloca cronologicamente prima degli altri?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La pace con la Russia rendeva ora finalmente possibile ai tedeschi di volgere tutte le proprie forze verso occidente.Nonostante le perdite, l'esercito tedesco era ancora un possente organismo militare che non aveva subito mai vere sconfitte. Fra il 21 marzo e il 17 luglio 1918 i tedeschi rinnovarono le loro offensive in Piccardia e nella Champagne contro le posizioni nemiche. Essi ottennero una serie di brillanti vittorie parziali, anche grazie al fatto che disponevano della superiorità numerica in conseguenza dell'afflusso di truppe da quello che era stato il fronte orientale. In giugno avevano fatto centinaia di migliaia di prigionieri e si erano impadroniti di circa 2.500 cannoni. Eppure il fronte occidentale non cedette. I franco-britannici riorganizzarono alla fine di marzo i loro comandi affidando il comando supremo al maresciallo francese Foch. Nel frattempo, sotto la spinta del gigantesco urto offensivo tedesco, gli americani accelerarono l'invio di truppe. In sostanza, alla fine di giugno si ripeteva la situazione che era stata propria delle grandi offensive occidentali tedesche dell'inizio della guerra. I tedeschi avevano conseguito brillanti successi parziali, senza però riuscire a raggiungere l'obiettivo dello sfondamento, la conquista di Parigi o di Calais (così da isolare gli inglesi dai francesi). Il 15 luglio essi sferrarono l'ultimo colpo, decisivo per le sorti future della guerra, e attaccarono in direzione della Marna. Era questa la seconda battaglia della Marna, dopo quella del 1914. Foch il 17 luglio contrattaccò con le sue riserve, costringendo gli esausti tedeschi a indietreggiare e iniziando una controffensiva generale. Inglesi, francesi e americani poterono contare su una schiacciante superiorità di mezzi. Le truppe alleate gettarono nella lotta un gran numero di carri armati e di aerei, senza che i tedeschi potessero contrapporre mezzi analoghi. I tedeschi subirono così, fra la metà di luglio e la metà di agosto, la loro prima grande disfatta. Nella battaglia di Amiens (8-11 agosto) gli inglesi fecero una profonda breccia nelle linee tedesche gettando nella fornace 450 carri armati. Il generale Ludendorff definì quella battaglia la "giornata nera" dell'esercito tedesco. Le truppe ebbero cedimenti su vasta scala e sintomi di ribellione aperta misero a nudo come anche per i soldati tedeschi fosse venuto il momento della rivolta contro la guerra e le sue stragi. Il 14 agosto Guglielmo II prese in considerazione la possibilità di intavolare, con la mediazione dell'Olanda, trattative di pace. Ma gli alleati, ormai forti della loro superiorità, pretendevano la capitolazione totale degli Imperi centrali; il che la Germania non intendeva accettare. La situazione dei tedeschi era ulteriormente aggravata dal fatto che i loro alleati, l'Impero austro-ungarico, la Turchia e la Bulgaria, si trovavano ormai in uno stato di crisi vicino al collasso. Mentre in Siria e in Palestina i turchi subivano continue disfatte a opera degli inglesi, truppe alleate si apprestavano all'attacco finale contro la Bulgaria, la quale capitolò il 24 settembre 1918. Francesi e inglesi poterono contare in agosto, quando il generalissimo Foch diede inizio all'avanzata che doveva culminare nell'ordine di offensiva generale del settembre, sull'appoggio di un milione di soldati americani e su un gigantesco aiuto materiale degli USA (armamenti, viveri ecc.). I tedeschi non erano più assolutamente in condizione di resistere. Pur senza abbandonarsi al panico e retrocedendo disciplinatamente e ordinatamente, furono costretti a sgomberare le zone occupate della Francia del Nord e il Belgio occidentale.La catastrofe militare imminente ebbe profondi riflessi nella politica interna. Mentre l'imperatore Guglielmo II entrava nell'ombra, si formò agli inizi di ottobre un governo presieduto dal principe Max von Baden, che godeva fama di essere di orientamenti democratici. (Archivio Selexi) In base a quanto si desume dal brano, i tedeschi si trovavano in superiorità numerica perché:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La scienza ha oramai assunto un ruolo di prima importanza nella nostra cultura. Di giorno in giorno essa muta radicalmente le forme stesse della nostra esistenza immediata, il nostro modo di essere nel tempo e nello spazio, i nostri rapporti sociali e persino molti aspetti dei nostri più intimi e gelosi rapporti personali, la nostra etica sessuale e familiare. Naturalmente così, che ce ne avvediamo o no, finisce con il mutare profondamente anche il nostro quadro della vita e del mondo. Questo fatto è oramai divenuto pacifico e di dominio pubblico in altre contrade del mondo, in America come in Russia. Nella vecchia Europa il suo riconoscimento trova ancora forti ostacoli nella tradizione prevalentemente retorica o teologica che presiede alla formazione dell'uomo colto: ciononostante, oramai, una tale convinzione sta conquistando anche il nostro ambiente più conservatore.Naturalmente, questo implica in sé l'importanza - specialmente per noi europei, uomini che abbiamo sulle spalle qualche millennio di tradizione e che difficilmente riusciamo a pensare o ad agire senza coscienza dei nostri rapporti, positivi o negativi, con il passato - implica in sé, dico, l'importanza della conoscenza e dello studio della storia della scienza, in quanto tale storia è quasi l'autocoscienza del nostro essere europei, del nostro essere quegli uomini di cui la scienza è oggi la produzione spirituale più importante. Ma una storia propriamente della scienza non si può fare, poiché la scienza in sé non si riconosce una storia, tutt'al più una cronaca. La scienza conosce solo il vero, il falso e il probabile, il verificato e il confermato: aspetto sconcertante, per un uomo di cultura storica, delle "storie delle scienze" fatte da scienziati, ridotte a biografie di uomini più o meno illustri e a cronache delle scoperte e degli errori, fuori di ogni autentica prospettiva storica. Quello invece di cui si può fare una storia è il pensiero scientifico: si può fare una storia delle prospettive, delle categorie, degli scopi e dei metodi delle scienze, del loro divenire in una con il divenire dell'umanità in seno alla quale, secondo esigenze e situazioni certamente diverse, concretamente si è fatto il sapere scientifico. Insomma, il pensiero scientifico è il quadro di scopi e regole e valori di verità entro cui sorgono e dal quale traggono significato concreto le singole ricerche scientifiche: una storia fatta fuori di tale quadro si frantuma in sporadiche ricerche che sono prive di significato o, peggio, alle quali si rischia di conferire (come avviene con le troppo confidenti traduzioni degli enunciati del passato in enunciati moderni) significati arbitrari. Solo di questo quadro si può fare la storia.E l'opera che presentiamo al pubblico vuole essere, appunto, non una storia delle scienze, bensì una storia del pensiero scientifico. Una migliore delimitazione di questo concetto si troverà nel corso dell'opera, in particolare nei primi paragrafi del primo capitolo della parte prima. Qui vorrei solo spiegare quella che potrà apparire una singolarità della mia trattazione: che la storia del pensiero scientifico è divisa in "scienza antica" e "scienza moderna", con una netta soppressione della "scienza medievale". Anche di ciò, la migliore giustificazione si ritroverà nella lettura dell'opera. Preliminarmente posso dire che, qualunque sia la valutazione che si possa dare dell'originalità del pensiero medievale in altri campi, comunque il Medioevo non ha avuto un pensiero scientifico: quel tanto che vi si trova o è ancora pensiero antico o già preannuncia la scienza moderna - è ancora pensiero scientifico antico finché resta scienza retorica e teologica, non ancora liberata dal compromesso filosofico; è già pensiero scientifico moderno quando (con la tarda Scolastica) e nella misura in cui diviene probabilismo e sperimentalismo, sganciandosi dalla retorica e dalla teologia e abbandonando la nozione filosofica di "verità". (Archivio Selexi) Considerando le informazioni contenute nel brano, quale potrebbe essere l'opinione dell'autore circa il ruolo e le conseguenze dello sviluppo scientifico?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La scienza ha oramai assunto un ruolo di prima importanza nella nostra cultura. Di giorno in giorno essa muta radicalmente le forme stesse della nostra esistenza immediata, il nostro modo di essere nel tempo e nello spazio, i nostri rapporti sociali e persino molti aspetti dei nostri più intimi e gelosi rapporti personali, la nostra etica sessuale e familiare. Naturalmente così, che ce ne avvediamo o no, finisce con il mutare profondamente anche il nostro quadro della vita e del mondo. Questo fatto è oramai divenuto pacifico e di dominio pubblico in altre contrade del mondo, in America come in Russia. Nella vecchia Europa il suo riconoscimento trova ancora forti ostacoli nella tradizione prevalentemente retorica o teologica che presiede alla formazione dell'uomo colto: ciononostante, oramai, una tale convinzione sta conquistando anche il nostro ambiente più conservatore.Naturalmente, questo implica in sé l'importanza - specialmente per noi europei, uomini che abbiamo sulle spalle qualche millennio di tradizione e che difficilmente riusciamo a pensare o ad agire senza coscienza dei nostri rapporti, positivi o negativi, con il passato - implica in sé, dico, l'importanza della conoscenza e dello studio della storia della scienza, in quanto tale storia è quasi l'autocoscienza del nostro essere europei, del nostro essere quegli uomini di cui la scienza è oggi la produzione spirituale più importante. Ma una storia propriamente della scienza non si può fare, poiché la scienza in sé non si riconosce una storia, tutt'al più una cronaca. La scienza conosce solo il vero, il falso e il probabile, il verificato e il confermato: aspetto sconcertante, per un uomo di cultura storica, delle "storie delle scienze" fatte da scienziati, ridotte a biografie di uomini più o meno illustri e a cronache delle scoperte e degli errori, fuori di ogni autentica prospettiva storica. Quello invece di cui si può fare una storia è il pensiero scientifico: si può fare una storia delle prospettive, delle categorie, degli scopi e dei metodi delle scienze, del loro divenire in una con il divenire dell'umanità in seno alla quale, secondo esigenze e situazioni certamente diverse, concretamente si è fatto il sapere scientifico. Insomma, il pensiero scientifico è il quadro di scopi e regole e valori di verità entro cui sorgono e dal quale traggono significato concreto le singole ricerche scientifiche: una storia fatta fuori di tale quadro si frantuma in sporadiche ricerche che sono prive di significato o, peggio, alle quali si rischia di conferire (come avviene con le troppo confidenti traduzioni degli enunciati del passato in enunciati moderni) significati arbitrari. Solo di questo quadro si può fare la storia.E l'opera che presentiamo al pubblico vuole essere, appunto, non una storia delle scienze, bensì una storia del pensiero scientifico. Una migliore delimitazione di questo concetto si troverà nel corso dell'opera, in particolare nei primi paragrafi del primo capitolo della parte prima. Qui vorrei solo spiegare quella che potrà apparire una singolarità della mia trattazione: che la storia del pensiero scientifico è divisa in "scienza antica" e "scienza moderna", con una netta soppressione della "scienza medievale". Anche di ciò, la migliore giustificazione si ritroverà nella lettura dell'opera. Preliminarmente posso dire che, qualunque sia la valutazione che si possa dare dell'originalità del pensiero medievale in altri campi, comunque il Medioevo non ha avuto un pensiero scientifico: quel tanto che vi si trova o è ancora pensiero antico o già preannuncia la scienza moderna - è ancora pensiero scientifico antico finché resta scienza retorica e teologica, non ancora liberata dal compromesso filosofico; è già pensiero scientifico moderno quando (con la tarda Scolastica) e nella misura in cui diviene probabilismo e sperimentalismo, sganciandosi dalla retorica e dalla teologia e abbandonando la nozione filosofica di "verità". (Archivio Selexi) Dal brano si può dedurre che l'autore verosimilmente è:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La scienza ha oramai assunto un ruolo di prima importanza nella nostra cultura. Di giorno in giorno essa muta radicalmente le forme stesse della nostra esistenza immediata, il nostro modo di essere nel tempo e nello spazio, i nostri rapporti sociali e persino molti aspetti dei nostri più intimi e gelosi rapporti personali, la nostra etica sessuale e familiare. Naturalmente così, che ce ne avvediamo o no, finisce con il mutare profondamente anche il nostro quadro della vita e del mondo. Questo fatto è oramai divenuto pacifico e di dominio pubblico in altre contrade del mondo, in America come in Russia. Nella vecchia Europa il suo riconoscimento trova ancora forti ostacoli nella tradizione prevalentemente retorica o teologica che presiede alla formazione dell'uomo colto: ciononostante, oramai, una tale convinzione sta conquistando anche il nostro ambiente più conservatore.Naturalmente, questo implica in sé l'importanza - specialmente per noi europei, uomini che abbiamo sulle spalle qualche millennio di tradizione e che difficilmente riusciamo a pensare o ad agire senza coscienza dei nostri rapporti, positivi o negativi, con il passato - implica in sé, dico, l'importanza della conoscenza e dello studio della storia della scienza, in quanto tale storia è quasi l'autocoscienza del nostro essere europei, del nostro essere quegli uomini di cui la scienza è oggi la produzione spirituale più importante. Ma una storia propriamente della scienza non si può fare, poiché la scienza in sé non si riconosce una storia, tutt'al più una cronaca. La scienza conosce solo il vero, il falso e il probabile, il verificato e il confermato: aspetto sconcertante, per un uomo di cultura storica, delle "storie delle scienze" fatte da scienziati, ridotte a biografie di uomini più o meno illustri e a cronache delle scoperte e degli errori, fuori di ogni autentica prospettiva storica. Quello invece di cui si può fare una storia è il pensiero scientifico: si può fare una storia delle prospettive, delle categorie, degli scopi e dei metodi delle scienze, del loro divenire in una con il divenire dell'umanità in seno alla quale, secondo esigenze e situazioni certamente diverse, concretamente si è fatto il sapere scientifico. Insomma, il pensiero scientifico è il quadro di scopi e regole e valori di verità entro cui sorgono e dal quale traggono significato concreto le singole ricerche scientifiche: una storia fatta fuori di tale quadro si frantuma in sporadiche ricerche che sono prive di significato o, peggio, alle quali si rischia di conferire (come avviene con le troppo confidenti traduzioni degli enunciati del passato in enunciati moderni) significati arbitrari. Solo di questo quadro si può fare la storia.E l'opera che presentiamo al pubblico vuole essere, appunto, non una storia delle scienze, bensì una storia del pensiero scientifico. Una migliore delimitazione di questo concetto si troverà nel corso dell'opera, in particolare nei primi paragrafi del primo capitolo della parte prima. Qui vorrei solo spiegare quella che potrà apparire una singolarità della mia trattazione: che la storia del pensiero scientifico è divisa in "scienza antica" e "scienza moderna", con una netta soppressione della "scienza medievale". Anche di ciò, la migliore giustificazione si ritroverà nella lettura dell'opera. Preliminarmente posso dire che, qualunque sia la valutazione che si possa dare dell'originalità del pensiero medievale in altri campi, comunque il Medioevo non ha avuto un pensiero scientifico: quel tanto che vi si trova o è ancora pensiero antico o già preannuncia la scienza moderna - è ancora pensiero scientifico antico finché resta scienza retorica e teologica, non ancora liberata dal compromesso filosofico; è già pensiero scientifico moderno quando (con la tarda Scolastica) e nella misura in cui diviene probabilismo e sperimentalismo, sganciandosi dalla retorica e dalla teologia e abbandonando la nozione filosofica di "verità". (Archivio Selexi) Quale affermazione, tra le seguenti, NON trova giustificazione nel testo del brano?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La struttura e le tendenze attuali della famiglia in Italia sono in linea con quelle degli altri Paesi europei e in genere dei Paesi di cultura e di stile di vita occidentali, ma con caratteristiche differenziate che rendono da noi il quadro non del tutto coerente com'è invece negli altri Paesi. Lasciamo pure da parte i Paesi scandinavi dove abitudini e stili matrimoniali sono sempre stati abbastanza diversi e molto all'"avanguardia", ma consideriamo, ad esempio, la Francia. Qui il quadro è coerente e tutto denuncia un'accentuata disaffezione verso il matrimonio e l'istituzione familiare in generale: il matrimonio è sempre meno scelto come modo di vivere e perciò calano i matrimoni e, anche per questo, le nascite; sono diffusi e crescenti tanto la coabitazione quanto i divorzi; diminuisce la proporzione di divorziati che si risposano; è elevata e in aumento la proporzione di figli naturali; va crescendo la proporzione di famiglie con un solo genitore; è in forte calo la dimensione media familiare; aumenta sensibilmente l'età media dei componenti la famiglia. Si potrebbe già forse prefigurare per il futuro una famiglia costituita senza alcun legame formale e una alta e crescente "mobilità coniugale" nel corso della vita di ognuno.In Italia invece il quadro non è coerente; ci sono elementi di disaffezione, che sono la forte diminuzione dei matrimoni e, anche, il più intenso calo delle nascite, ma ci sono anche elementi di non disaffezione: i divorzi restano molto pochi; la coabitazione in unioni consensuali è ridottissima e, in particolare, praticamente nulla la coabitazione giovanile; la proporzione di figli naturali è crescente, ma tuttora bassissima così come la proporzione di famiglie con un solo genitore non vedovo; il numero dei divorziati che si risposa è molto elevato. E ancora: nelle indagini di opinione i giovani in maggioranza hanno dichiarato che il matrimonio è la forma più adeguata per vivere insieme (salvo poi a scioglierlo se le cose non vanno). L'anno scorso l'8% di tutti gli intervistati ha detto che il calo dei matrimoni è un bene (il 19 cinque anni fa) e il 46 un male. È difficile dire come si disegnerà il futuro, anche perché, sia pure nel quadro di un modello occidentale di formazione delle famiglie, non vi è dubbio che emergano nettamente specificità nazionali legate alla tradizione e alla cultura dei singoli popoli. Se in Italia il calo dei matrimoni può essere visto come il fenomeno leader che da un lato è il sinonimo di un profondo e radicato cambio di mentalità e dall'altro è un evento che trascina dietro di sé, a cascata, tutta una serie di conseguenze (coabitazione, figli naturali ecc.), allora il futuro è di tipo nordeuropeo. Se invece il calo dei matrimoni è il frutto di una lunga fase congiunturale negativa legata a difficoltà contingenti, come l'elevata disoccupazione giovanile e la difficoltà a trovare casa, e se lo sviluppo della società nei prossimi anni farà scemare l'importanza dell'individuo come unità sociale di base, potenzierà pertanto la necessità di ricorrere a una strategia familiare di organizzazione della vita quotidiana e la "sicurezza" sarà il futuro anche delle reti interfamiliari, allora quella attuale potrebbe risultare solo una fase di aggiustamento. Il matrimonio, impegno reciproco e legalizzato di un uomo e di una donna davanti alla società visto in opposizione alla precarietà di unioni episodiche, non è mai stato un'istituzione inattaccabile né ben sopportata, ma sembra imperitura. La si vilipende, si sogna di annientarla, ma essa perdura, anche perché la continuità delle tradizioni è quasi sempre riaffiorata sotto le apparenze degli elementi di rottura. Già nel 1907 Léon Blum in un libro che fece scalpore si interrogava su «questa istituzione che funziona male», al fine di sapere «se era preferibile abbandonarla del tutto o se era possibile emendarla». Nel passato l'istituzione è stata emendata più volte e a renderla dinamica e vitale sono stati gli "emendamenti" che mutamenti tecnologici, cultura e costume hanno imposto agli individui e alla società. Per il futuro la risposta, ovviamente, verrà con gli anni, ma si deve essere ben consapevoli che in ogni caso le politiche adottate non sono certo neutrali rispetto alla soluzione che verrà trovata e alla conseguente risposta che verrà data. (Archivio Selexi) Qual è l'intento che l'autore si prefigge?
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  La torbiera? Un ambiente pericoloso, minaccioso, oscuro. Persino Frodo, il protagonista del Signore degli anelli, ha corso il rischio di morire in una torbiera (le "Paludi morte"). Eppure, visti con gli occhi di un ricercatore, pochi ambienti sono più affascinanti di queste distese di muschi in decomposizione, di piccoli cespugli e di specie vegetali e animali molto adattate. E le torbiere non sono neppure ambienti marginali: coprono infatti 400 milioni di ettari delle terre emerse, in gran parte nelle nazioni più vicine al Polo Nord, come Russia e Finlandia, e rappresentano circa il 50% delle zone umide del mondo.Le torbiere si creano quando il territorio umido, come un lago non molto profondo o una palude, è lentamente ricoperto da uno strato di muschi che, nel giro di migliaia di anni, vanno a riempire l'intero bacino. L'ambiente che si forma è una strana combinazione di morte e vita, perché il muschio, di solito del genere Sphagnum, è sepolto nelle profondità a mano a mano che i suoi piccoli steli crescono verso la luce. Si forma così un tappeto di piante vive che ricopre metri e metri di materiale spugnoso che si decompone a fatica. Lontani dall'ossigeno dell'aria, infatti, i muschi e i resti organici sepolti rimangono intatti per secoli. È un ambiente a volte estremamente acido, che quindi ospita specie adatte a un ecosistema particolare. Le piante, per esempio, devono riuscire a sopravvivere con poco azoto, che si trova solo nei terreni ricchi di materiale organico decomposto. Per questo nelle torbiere vivono spesso piante carnivore come la Drosera, che estraggono l'azoto dalle loro prede: piccoli animali come insetti o ragni.L'estrema immobilità delle torbiere le ha trasformate in un vero e proprio archivio vivente. Scavare nello strato, profondo metri, di stagni morti o in via di decomposizione, permette di risalire, quasi anno per anno, ai cambiamenti di vegetazione avvenuti nel corso dei secoli (spesso la torba ha cominciato a depositarsi oltre 10 mila anni fa). Il polline, le foglie o i fiori delle piante testimoniano le modifiche nel clima della regione.E a volte è possibile trovare corpi umani, le "mummie delle torbiere", che secondo alcuni studi sono abitanti locali dell'età del ferro, forse sacrificati durante misteriose cerimonie. (M. Ferrari, «Focus») La torbiera può essere definita un archivio vivente perché:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Le difficoltà erano queste: non è naturale lavorare per una causa, quale che sia, senza una ricompensa naturale, cioè egoistica; e non è naturale che noi diamo il nostro contributo per un fine qualsiasi senza avere la soddisfazione di sapere che questo fine sarà raggiunto. Le due difficoltà erano queste; ora consideri come sono risolte dal metodo anarchico che il mio ragionamento mi ha portato a scoprire come l'unico valido. Tale metodo dà come risultato che io mi arricchisca; dunque ricompensa egoistica. Il metodo cerca il conseguimento della libertà; ora, io, rendendomi superiore alla forza del denaro, cioè liberandomene, riesco a conquistare la libertà. Ottengo libertà solo per me, certo; ma il fatto è che, come già le ho provato, la libertà per tutti può venire solo dalla distruzione delle finzioni sociali da parte della rivoluzione sociale. Il fatto concreto è questo: cerco libertà, ottengo libertà; ottengo la libertà che posso, perché, è chiaro, non posso ottenere quello che non posso. E badi: metta da parte il ragionamento che determina che questo metodo anarchico è l'unico vero; il fatto che io risolva automaticamente le difficoltà logiche che si possono opporre a qualsiasi procedimento anarchico, prova ancora di più che quello è vero. È questo, dunque, il metodo che ho seguito. Ho dedicato tutte le mie energie all'impresa di soggiogare la finzione denaro, arricchendomi. Ci sono riuscito. Ha richiesto un po' di tempo, perché la lotta è stata dura, ma ci sono riuscito. Evito di raccontarle la mia vita commerciale e bancaria. Potrebbe essere interessante, soprattutto in certi punti, ma non c'entra con l'argomento. Ho lavorato, ho lottato, ho guadagnato soldi; ho lavorato di più, ho lottato di più, ho guadagnato più soldi; alla fine ho accumulato molto denaro. Non mi sono fatto scrupoli - glielo confesso, amico mio, non mi son fatto scrupoli; ho impiegato tutti i mezzi possibili: il monopolio, il cavillo giuridico, anche la concorrenza sleale. E come?! Combattevo le finzioni sociali, immorali e antinaturali per eccellenza, e dovevo stare attento ai metodi?! Lavoravo per la libertà, e dovevo stare attento alle armi con cui combattevo la tirannia?! L'anarchico stupido, che tira bombe e spara, lo sa bene che ammazza, e sa bene che le sue dottrine non contemplano la pena di morte. Si batte contro l'immoralità con un delitto, perché trova che questa immoralità valga bene il crimine che la distrugge. È stupido, lui, relativamente al metodo; perché, come già le ho dimostrato, questo modo di agire è sbagliato e controproducente quale procedimento anarchico; ma, quanto alla morale del procedimento, è intelligente. Ora, il mio modo d'agire era sicuro, e mi sono servito legittimamente, come anarchico, di tutti i mezzi per arricchirmi. Oggi ho realizzato il mio sogno relativo di anarchico pratico e lucido. Sono libero. Faccio quel che voglio, nei limiti, è chiaro, di quanto è possibile fare. La mia parola d'ordine di anarchico era "libertà"; bene, ho la libertà, dunque; quella che, per il momento, nella nostra società imperfetta, è possibile avere. Volevo combattere le forze sociali; le ho combattute e, quel che più conta, le ho vinte. (F. Pessoa, "Il banchiere anarchico") Secondo la voce narrante del brano:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Le difficoltà erano queste: non è naturale lavorare per una causa, quale che sia, senza una ricompensa naturale, cioè egoistica; e non è naturale che noi diamo il nostro contributo per un fine qualsiasi senza avere la soddisfazione di sapere che questo fine sarà raggiunto. Le due difficoltà erano queste; ora consideri come sono risolte dal metodo anarchico che il mio ragionamento mi ha portato a scoprire come l'unico valido. Tale metodo dà come risultato che io mi arricchisca; dunque ricompensa egoistica. Il metodo cerca il conseguimento della libertà; ora, io, rendendomi superiore alla forza del denaro, cioè liberandomene, riesco a conquistare la libertà. Ottengo libertà solo per me, certo; ma il fatto è che, come già le ho provato, la libertà per tutti può venire solo dalla distruzione delle finzioni sociali da parte della rivoluzione sociale. Il fatto concreto è questo: cerco libertà, ottengo libertà; ottengo la libertà che posso, perché, è chiaro, non posso ottenere quello che non posso. E badi: metta da parte il ragionamento che determina che questo metodo anarchico è l'unico vero; il fatto che io risolva automaticamente le difficoltà logiche che si possono opporre a qualsiasi procedimento anarchico, prova ancora di più che quello è vero. È questo, dunque, il metodo che ho seguito. Ho dedicato tutte le mie energie all'impresa di soggiogare la finzione denaro, arricchendomi. Ci sono riuscito. Ha richiesto un po' di tempo, perché la lotta è stata dura, ma ci sono riuscito. Evito di raccontarle la mia vita commerciale e bancaria. Potrebbe essere interessante, soprattutto in certi punti, ma non c'entra con l'argomento. Ho lavorato, ho lottato, ho guadagnato soldi; ho lavorato di più, ho lottato di più, ho guadagnato più soldi; alla fine ho accumulato molto denaro. Non mi sono fatto scrupoli - glielo confesso, amico mio, non mi son fatto scrupoli; ho impiegato tutti i mezzi possibili: il monopolio, il cavillo giuridico, anche la concorrenza sleale. E come?! Combattevo le finzioni sociali, immorali e antinaturali per eccellenza, e dovevo stare attento ai metodi?! Lavoravo per la libertà, e dovevo stare attento alle armi con cui combattevo la tirannia?! L'anarchico stupido, che tira bombe e spara, lo sa bene che ammazza, e sa bene che le sue dottrine non contemplano la pena di morte. Si batte contro l'immoralità con un delitto, perché trova che questa immoralità valga bene il crimine che la distrugge. È stupido, lui, relativamente al metodo; perché, come già le ho dimostrato, questo modo di agire è sbagliato e controproducente quale procedimento anarchico; ma, quanto alla morale del procedimento, è intelligente. Ora, il mio modo d'agire era sicuro, e mi sono servito legittimamente, come anarchico, di tutti i mezzi per arricchirmi. Oggi ho realizzato il mio sogno relativo di anarchico pratico e lucido. Sono libero. Faccio quel che voglio, nei limiti, è chiaro, di quanto è possibile fare. La mia parola d'ordine di anarchico era "libertà"; bene, ho la libertà, dunque; quella che, per il momento, nella nostra società imperfetta, è possibile avere. Volevo combattere le forze sociali; le ho combattute e, quel che più conta, le ho vinte. (F. Pessoa, "Il banchiere anarchico") Secondo quanto afferma la voce narrante, l'anarchico stupido:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Le difficoltà erano queste: non è naturale lavorare per una causa, quale che sia, senza una ricompensa naturale, cioè egoistica; e non è naturale che noi diamo il nostro contributo per un fine qualsiasi senza avere la soddisfazione di sapere che questo fine sarà raggiunto. Le due difficoltà erano queste; ora consideri come sono risolte dal metodo anarchico che il mio ragionamento mi ha portato a scoprire come l'unico valido. Tale metodo dà come risultato che io mi arricchisca; dunque ricompensa egoistica. Il metodo cerca il conseguimento della libertà; ora, io, rendendomi superiore alla forza del denaro, cioè liberandomene, riesco a conquistare la libertà. Ottengo libertà solo per me, certo; ma il fatto è che, come già le ho provato, la libertà per tutti può venire solo dalla distruzione delle finzioni sociali da parte della rivoluzione sociale. Il fatto concreto è questo: cerco libertà, ottengo libertà; ottengo la libertà che posso, perché, è chiaro, non posso ottenere quello che non posso. E badi: metta da parte il ragionamento che determina che questo metodo anarchico è l'unico vero; il fatto che io risolva automaticamente le difficoltà logiche che si possono opporre a qualsiasi procedimento anarchico, prova ancora di più che quello è vero. È questo, dunque, il metodo che ho seguito. Ho dedicato tutte le mie energie all'impresa di soggiogare la finzione denaro, arricchendomi. Ci sono riuscito. Ha richiesto un po' di tempo, perché la lotta è stata dura, ma ci sono riuscito. Evito di raccontarle la mia vita commerciale e bancaria. Potrebbe essere interessante, soprattutto in certi punti, ma non c'entra con l'argomento. Ho lavorato, ho lottato, ho guadagnato soldi; ho lavorato di più, ho lottato di più, ho guadagnato più soldi; alla fine ho accumulato molto denaro. Non mi sono fatto scrupoli - glielo confesso, amico mio, non mi son fatto scrupoli; ho impiegato tutti i mezzi possibili: il monopolio, il cavillo giuridico, anche la concorrenza sleale. E come?! Combattevo le finzioni sociali, immorali e antinaturali per eccellenza, e dovevo stare attento ai metodi?! Lavoravo per la libertà, e dovevo stare attento alle armi con cui combattevo la tirannia?! L'anarchico stupido, che tira bombe e spara, lo sa bene che ammazza, e sa bene che le sue dottrine non contemplano la pena di morte. Si batte contro l'immoralità con un delitto, perché trova che questa immoralità valga bene il crimine che la distrugge. È stupido, lui, relativamente al metodo; perché, come già le ho dimostrato, questo modo di agire è sbagliato e controproducente quale procedimento anarchico; ma, quanto alla morale del procedimento, è intelligente. Ora, il mio modo d'agire era sicuro, e mi sono servito legittimamente, come anarchico, di tutti i mezzi per arricchirmi. Oggi ho realizzato il mio sogno relativo di anarchico pratico e lucido. Sono libero. Faccio quel che voglio, nei limiti, è chiaro, di quanto è possibile fare. La mia parola d'ordine di anarchico era "libertà"; bene, ho la libertà, dunque; quella che, per il momento, nella nostra società imperfetta, è possibile avere. Volevo combattere le forze sociali; le ho combattute e, quel che più conta, le ho vinte. (F. Pessoa, "Il banchiere anarchico") Secondo il protagonista, la sua vita commerciale e bancaria è stata:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Le drammatiche vicende della guerra sul suolo italiano avrebbero mostrato che tre forze si sarebbero contese il dominio del Paese: gli Alleati, i comunisti, la Democrazia cristiana. Cominciamo con l'osservare in dettaglio ognuna di loro visto che le rispettive strategie determinarono in larga misura il futuro assetto politico della Penisola. Dall'estate del 1943 gli Alleati, e gli Inglesi in particolare, rivendicarono per sé l'Italia. Il controllo del Mediterraneo era un obiettivo strategico tradizionale dell'Inghilterra, [1] e gli Americani accondiscesero al desiderio britannico di avere un ruolo preponderante in quell'area. I Russi furono rapidamente esclusi da ogni controllo diretto sui destini della Penisola. Malgrado le rabbiose proteste di Stalin, l'idea di una commissione congiunta dei tre grandi per decidere i termini dell'armistizio con l'Italia fu presto abbandonata. La forza delle armi decideva ormai tutto. Quando Churchill e Stalin si incontrarono al Cremlino nell'ottobre 1944, si divisero l'Europa tra loro: gli Alleati in Occidente, i Russi in Oriente. L'accordo non era del tutto chiaro rispetto allo status di alcuni Paesi, soprattutto la Jugoslavia e la Grecia, ma non sussistevano dubbi circa il destino dell'Italia. Churchill confidò casualmente a Stalin che non aveva un gran rispetto per il popolo italiano. [2] Stalin concordò affermando che era il popolo italiano che aveva prodotto Mussolini, un commento difficilmente inseribile in qualsiasi conosciuta analisi di classe sulle origini del fascismo.Gli Inglesi erano dunque l'elemento esterno che aveva maggiore influenza sull'Italia e qualsiasi riassunto dei loro atteggiamenti non ispira un giudizio incoraggiante. Churchill era stato in passato un ammiratore di Mussolini e aveva elogiato, persino dopo il 1945, il modo in cui questi aveva salvato il popolo italiano dal bolscevismo a cui si stava abbandonando nel 1919, mettendo l'Italia in una posizione che essa non aveva mai avuto all'interno dell'Europa. Il primo ministro inglese si era molto rammaricato che il Duce avesse scelto l'alleato sbagliato: "non capì mai la forza della Gran Bretagna, né le sue capacità di resistenza e la sua forza marittima. Per questo procedette verso la rovina".La principale preoccupazione di Churchill era di difendere ciò che egli chiamava "i tradizionali rapporti di proprietà" dalla minaccia aggressiva del comunismo. Egli voleva che il Re rimanesse al suo posto, o che vi restasse perlomeno il figlio Umberto. Non era interessato a sradicare il fascismo dall'apparato statale italiano ed era contento, come ha scritto Pavone "di offrire l'immunità in cambio dell'obbedienza". Per lo statista inglese, Vittorio Emanuele e Badoglio costituivano la migliore garanzia di continuità dell'ordinamento tradizionale e anche i più compiacenti interlocutori che gli Inglesi potessero trovare. Churchill dava poca importanza all'antifascismo italiano. Di Croce aveva detto che era "un professore nano", e nel febbraio 1944 fece un discorso famoso e offensivo, schierandosi a favore della monarchia e contro il CLN: "Quando bisogna tenere in mano una caffettiera è meglio non romperne il manico fino a quando non se ne è trovato uno nuovo altrettanto conveniente e utilizzabile o almeno fino a quando non c'è uno strofinaccio per le mani". (Archivio Selexi) Secondo quanto riportato dall'autore, l'Italia finì per ricadere nella sfera d'influenza degli Alleati:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Le drammatiche vicende della guerra sul suolo italiano avrebbero mostrato che tre forze si sarebbero contese il dominio del Paese: gli Alleati, i comunisti, la Democrazia cristiana. Cominciamo con l'osservare in dettaglio ognuna di loro visto che le rispettive strategie determinarono in larga misura il futuro assetto politico della Penisola. Dall'estate del 1943 gli Alleati, e gli Inglesi in particolare, rivendicarono per sé l'Italia. Il controllo del Mediterraneo era un obiettivo strategico tradizionale dell'Inghilterra, [1] e gli Americani accondiscesero al desiderio britannico di avere un ruolo preponderante in quell'area. I Russi furono rapidamente esclusi da ogni controllo diretto sui destini della Penisola. Malgrado le rabbiose proteste di Stalin, l'idea di una commissione congiunta dei tre grandi per decidere i termini dell'armistizio con l'Italia fu presto abbandonata. La forza delle armi decideva ormai tutto. Quando Churchill e Stalin si incontrarono al Cremlino nell'ottobre 1944, si divisero l'Europa tra loro: gli Alleati in Occidente, i Russi in Oriente. L'accordo non era del tutto chiaro rispetto allo status di alcuni Paesi, soprattutto la Jugoslavia e la Grecia, ma non sussistevano dubbi circa il destino dell'Italia. Churchill confidò casualmente a Stalin che non aveva un gran rispetto per il popolo italiano. [2] Stalin concordò affermando che era il popolo italiano che aveva prodotto Mussolini, un commento difficilmente inseribile in qualsiasi conosciuta analisi di classe sulle origini del fascismo.Gli Inglesi erano dunque l'elemento esterno che aveva maggiore influenza sull'Italia e qualsiasi riassunto dei loro atteggiamenti non ispira un giudizio incoraggiante. Churchill era stato in passato un ammiratore di Mussolini e aveva elogiato, persino dopo il 1945, il modo in cui questi aveva salvato il popolo italiano dal bolscevismo a cui si stava abbandonando nel 1919, mettendo l'Italia in una posizione che essa non aveva mai avuto all'interno dell'Europa. Il primo ministro inglese si era molto rammaricato che il Duce avesse scelto l'alleato sbagliato: "non capì mai la forza della Gran Bretagna, né le sue capacità di resistenza e la sua forza marittima. Per questo procedette verso la rovina".La principale preoccupazione di Churchill era di difendere ciò che egli chiamava "i tradizionali rapporti di proprietà" dalla minaccia aggressiva del comunismo. Egli voleva che il Re rimanesse al suo posto, o che vi restasse perlomeno il figlio Umberto. Non era interessato a sradicare il fascismo dall'apparato statale italiano ed era contento, come ha scritto Pavone "di offrire l'immunità in cambio dell'obbedienza". Per lo statista inglese, Vittorio Emanuele e Badoglio costituivano la migliore garanzia di continuità dell'ordinamento tradizionale e anche i più compiacenti interlocutori che gli Inglesi potessero trovare. Churchill dava poca importanza all'antifascismo italiano. Di Croce aveva detto che era "un professore nano", e nel febbraio 1944 fece un discorso famoso e offensivo, schierandosi a favore della monarchia e contro il CLN: "Quando bisogna tenere in mano una caffettiera è meglio non romperne il manico fino a quando non se ne è trovato uno nuovo altrettanto conveniente e utilizzabile o almeno fino a quando non c'è uno strofinaccio per le mani". (Archivio Selexi) Secondo quanto affermato dall'autore, l'obiettivo principale di Churchill relativamente all'Italia era:
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Le vicende alimentari dell'Europa del Settecento sembrano ripercorrere cammini noti: espansione demografica, insufficienze produttive, sviluppo agricolo. Una storia che ricorda da vicino quella dei secoli XI-XII, o del XVI. Solo che questa volta le dimensioni del fenomeno sono ingigantite. La popolazione europea, che aveva raggiunto a metà del Trecento una punta di forse 90 milioni di individui, e che attorno al 1700 (dopo la grande crisi e la successiva lenta ripresa) era attestata sui 125 milioni, cresce da allora in poi rapidissimamente: 145 milioni a metà del XVIII secolo, 195 alla fine. Il sistema produttivo è messo a dura prova, le carestie si abbattono a intervalli regolari sulla popolazione. Alcune di esse (tristemente celebre quella del 1709-10) colpiscono l'intera Europa, dalla Spagna all'Italia, dalla Francia all'Inghilterra, dalla Germania alla Svezia, ai Paesi dell'Est. Altre investono territori più circoscritti: quella del 1739-41 colpì soprattutto Francia e Germania; quella del 1741 -43 l'Inghilterra; quella del 1764-67 fu particolarmente grave nelle regioni meridionali (Spagna, Italia); quella del 1771-74 nei Paesi del Nord. Nell'insieme, gli anni "difficili" del XVIII secolo sembrano numerosi come non mai (a eccezione forse che nell'XI secolo). Ciò non vuol dire che la gente muoia di fame: se così fosse stato, l'exploit demografico sarebbe a dir poco incomprensibile. Siamo invece di fronte a un malessere diffuso, a uno stato di sottonutrizione permanente che viene per così dire "assimilato" (fisiologicamente e culturalmente) come condizione normale di vita.All'aumentata richiesta di cibo si rispose, per cominciare, nel modo più semplice e tradizionale: l'espansione dei coltivi. In Francia, nei decenni precedenti la Rivoluzione, le terre a coltura passarono da 19 a 24 milioni di ettari nel giro di trent'anni. In Inghilterra, nella seconda metà del secolo, furono recintati e messi a coltura centinaia di migliaia di ettari di terreni incolti e boschivi. In Irlanda, in Germania, in Italia si prosciugarono paludi e acquitrini. Contemporaneamente si misero a punto nuove tecniche produttive, in un clima di fervore scientifico e di sperimentazione agronomica che per la prima volta riuscì a incontrarsi con gli interessi imprenditoriali dei proprietari terrieri. Si parla a ragione, per quest'epoca, di una vera rivoluzione agricola: tale fu, dal punto di vista tecnico, l'abbandono della pratica del maggese e l'impiego delle leguminose da foraggio in regolare rotazione con i cereali. Ciò consentì, da un lato, di integrare le pratiche zootecniche nel sistema agrario, superando la tradizionale separazione fra attività pastorali e attività agricole; dall'altro, di accrescere sensibilmente i rendimenti del suolo, reso più fertile sia dalla presenza delle leguminose (che possiedono la proprietà di fissare l'azoto nel terreno) sia dalla maggiore disponibilità di concime animale. Queste e altre trasformazioni segnarono l'avvio del capitalismo agrario, che in certe regioni europee - soprattutto l'Inghilterra e poi la Francia - fu il primo passo verso l'affermarsi dell'economia industriale. All'ampliamento dei terreni coltivati e al perfezionamento delle tecniche produttive si affiancò lo sviluppo di colture particolarmente robuste, sicure e redditizie: quelle stesse che avevano trovato una prima timida diffusione (in ambiti localmente limitati) fra Quattro e Cinquecento, e che vengono ora "riscoperte" come soluzione a basso costo di pressanti esigenze alimentari. Il riso, dopo un certo declino nel XVII secolo, legato anche alle polemiche sull'opportunità igienica e ambientale di far ristagnare l'acqua nei campi, torna in auge nel Settecento come alternativa ai cereali tradizionali: in certe zone esso viene introdotto per la prima volta; in altre viene per così dire reintrodotto. Analoga destinazione sociale ha il grano saraceno, anch'esso "riscoperto" nel Settecento oppure, in certe regioni, introdotto per la prima volta.Ma sono soprattutto il mais e la patata a conquistare un ruolo di assoluto primo piano, sbarazzando il campo da molti antichi concorrenti: fra XVIII e XIX secolo, la tradizionale varietà di cereali inferiori - base millenaria della dieta popolare - viene progressivamente riducendosi a favore dei nuovi protagonisti. (Archivio Selexi) In base al brano, dove si verificarono, nel Settecento, le carestie?
RISPOSTA   Domanda difficile Leggere il brano e rispondere a ogni quesito solo in base alle informazioni contenute (esplicitamente oimplicitamente) nel brano e non in base a quanto il candidato eventualmente conosca sull'argomento.  Le vicende alimentari dell'Europa del Settecento sembrano ripercorrere cammini noti: espansione demografica, insufficienze produttive, sviluppo agricolo. Una storia che ricorda da vicino quella dei secoli XI-XII, o del XVI. Solo che questa volta le dimensioni del fenomeno sono ingigantite. La popolazione europea, che aveva raggiunto a metà del Trecento una punta di forse 90 milioni di individui, e che attorno al 1700 (dopo la grande crisi e la successiva lenta ripresa) era attestata sui 125 milioni, cresce da allora in poi rapidissimamente: 145 milioni a metà del XVIII secolo, 195 alla fine. Il sistema produttivo è messo a dura prova, le carestie si abbattono a intervalli regolari sulla popolazione. Alcune di esse (tristemente celebre quella del 1709-10) colpiscono l'intera Europa, dalla Spagna all'Italia, dalla Francia all'Inghilterra, dalla Germania alla Svezia, ai Paesi dell'Est. Altre investono territori più circoscritti: quella del 1739-41 colpì soprattutto Francia e Germania; quella del 1741 -43 l'Inghilterra; quella del 1764-67 fu particolarmente grave nelle regioni meridionali (Spagna, Italia); quella del 1771-74 nei Paesi del Nord. Nell'insieme, gli anni "difficili" del XVIII secolo sembrano numerosi come non mai (a eccezione forse che nell'XI secolo). Ciò non vuol dire che la gente muoia di fame: se così fosse stato, l'exploit demografico sarebbe a dir poco incomprensibile. Siamo invece di fronte a un malessere diffuso, a uno stato di sottonutrizione permanente che viene per così dire "assimilato" (fisiologicamente e culturalmente) come condizione normale di vita.All'aumentata richiesta di cibo si rispose, per cominciare, nel modo più semplice e tradizionale: l'espansione dei coltivi. In Francia, nei decenni precedenti la Rivoluzione, le terre a coltura passarono da 19 a 24 milioni di ettari nel giro di trent'anni. In Inghilterra, nella seconda metà del secolo, furono recintati e messi a coltura centinaia di migliaia di ettari di terreni incolti e boschivi. In Irlanda, in Germania, in Italia si prosciugarono paludi e acquitrini. Contemporaneamente si misero a punto nuove tecniche produttive, in un clima di fervore scientifico e di sperimentazione agronomica che per la prima volta riuscì a incontrarsi con gli interessi imprenditoriali dei proprietari terrieri. Si parla a ragione, per quest'epoca, di una vera rivoluzione agricola: tale fu, dal punto di vista tecnico, l'abbandono della pratica del maggese e l'impiego delle leguminose da foraggio in regolare rotazione con i cereali. Ciò consentì, da un lato, di integrare le pratiche zootecniche nel sistema agrario, superando la tradizionale separazione fra attività pastorali e attività agricole; dall'altro, di accrescere sensibilmente i rendimenti del suolo, reso più fertile sia dalla presenza delle leguminose (che possiedono la proprietà di fissare l'azoto nel terreno) sia dalla maggiore disponibilità di concime animale. Queste e altre trasformazioni segnarono l'avvio del capitalismo agrario, che in certe regioni europee - soprattutto l'Inghilterra e poi la Francia - fu il primo passo verso l'affermarsi dell'economia industriale. All'ampliamento dei terreni coltivati e al perfezionamento delle tecniche produttive si affiancò lo sviluppo di colture particolarmente robuste, sicure e redditizie: quelle stesse che avevano trovato una prima timida diffusione (in ambiti localmente limitati) fra Quattro e Cinquecento, e che vengono ora "riscoperte" come soluzione a basso costo di pressanti esigenze alimentari. Il riso, dopo un certo declino nel XVII secolo, legato anche alle polemiche sull'opportunità igienica e ambientale di far ristagnare l'acqua nei campi, torna in auge nel Settecento come alternativa ai cereali tradizionali: in certe zone esso viene introdotto per la prima volta; in altre viene per così dire reintrodotto. Analoga destinazione sociale ha il grano saraceno, anch'esso "riscoperto" nel Settecento oppure, in certe regioni, introdotto per la prima volta.Ma sono soprattutto il mais e la patata a conquistare un ruolo di assoluto primo piano, sbarazzando il campo da molti antichi concorrenti: fra XVIII e XIX secolo, la tradizionale varietà di cereali inferiori - base millenaria della dieta popolare - viene progressivamente riducendosi a favore dei nuovi protagonisti. (Archivio Selexi) Secondo quanto riportato nel brano, a quale causa si deve attribuire l'arrivo delle carestie nel Settecento?

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