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Tutte le domande del quiz : Brani

tratto da:
Esercito Italiano
Quiz - Concorso per l'ammissione di 41 allievi al 7° corso Allievi Ufficiali in Ferma Prefissata (A.U.F.P.) dell'Esercito per il conseguimento della nomina a Tenente in Ferma Prefissata, ausiliario del ruolo normale del Corpo degli Ingegneri, del Corpo di Commissariato e del Corpo Sanitario dell'Esercito



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA   Domanda difficile Con la partenza di molti inglesi durante la guerra dei Cent'Anni e di numerosi tedeschi al momento del Grande Scisma, l'Università di Parigi tendeva a reclutare personale francese. Dal tempo del regno di Filippo il Bello, almeno, essa occupava un posto politico di primo piano. Carlo V la chiamerà "la figlia maggiore del Re". Essa è ufficialmente rappresentata nei concili nazionali della Chiesa di Francia e nelle assemblee degli Stati Generali. La sua mediazione sarà chiesta nel momento della lotta tra Ètienne Marcel e i parigini da una parte e la corte dall'altra, e al momento dell'insurrezione dei Mollotiens; essa sarà uno dei firmatari del Trattato di Troyes. Il suo prestigio è immenso. Questo prestigio non le viene soltanto dai suoi membri effettivamente discenti o docenti, ma da tutti i maestri che occupano in Francia e all'estero posti di grande importanza e che hanno mantenuto con essa legami assai stretti. Tuttavia essa resta legata al papato, tanto più che i papi di Avignone, tutti francesi, la favoriscono notevolmente. Essi la legano a sé per via di donazioni sempre più imponenti. Ormai ogni anno parte, diretto alla Corte di Avignone, un ruolino contenente i nomi dei maestri per i quali l'Università chiede al papa di attribuire rendite o titoli per assegnazione dei benefici ecclesiastici. Se essa è la figlia primogenita del re di Francia è altresì la prima scuola della Chiesa e occupa un posto di arbitrio internazionale in materia teologica. Lo scisma turbò questo equilibrio. Da principio l'Università optò per il papa di Avignone poi, stanca delle sempre maggiori esazioni del papato e preoccupata di ristabilire l'unità della Chiesa, essa fece sì che il re di Francia lo abbandonasse, sia pure momentaneamente, e reclamò senza sosta che venisse adunato un concilio per metter fine allo scisma con abdicazione dei pontefici rivali. Nello stesso tempo essa diveniva il campione della superiorità del concilio rispetto al papa e dell'indipendenza relativa della Chiesa nazionale nei riguardi della Santa Sede, del gallicanesimo. Le agitazioni, da cui fu caratterizzato il regno di Carlo VI, culminarono con la rivoluzione della fazione borgognona, detta dei cabochiens, dal nome del suo capo, il beccaio Caboche, scoppiata a Parigi e determinarono la spartizione del paese tra inglesi e francesi. Parigi era la capitale del re inglese. È certo che l'Università non abbracciò subito né tutta intera il partito borgognone. Il duca di Borgogna si appoggiava sugli ordini mendicanti cui l'Università era tradizionalmente avversa. Essa aveva condannato e perseguitava Jean Petit, che aveva fatto l'apologia dell'assassinio del duca d'Orléans. Al momento della conquista inglese molti dei maestri abbandonarono Parigi e formarono l'ossatura amministrativa del regno di Bourges e popolarono la nuova Università di Poitiers. Quelli che erano rimasti a Parigi, dopo essersi accostati ai borgognoni, si sottomisero alla volontà degli inglesi. Il più famoso episodio di questo periodo inglese dell'Università di Parigi è l'azione che essa condusse contro Giovanna d'Arco. Manifestando a Giovanna la propria ostilità essa faceva soltanto ciò che piaceva al suo padrone straniero. Essa seguiva anche l'opinione popolare che era molto ostile alla Pulzella, come testimonia, tra gli altri, il Bourgeois de Paris, e mostrava inoltre sino a che punto questi intellettuali imbevuti della propria importanza fossero incapaci a liberarsi della loro alterigia di dotti dinanzi alla gloriosa ingenuità, alla candida ignoranza di Giovanna. Si sa che l'Università diresse il processo contro la Pulzella e annunciò la sua condanna al re d'Inghilterra con una non dissimulata soddisfazione. Il movimento rivoluzionario dei cabochiens portò:
RISPOSTA    Con la partenza di molti inglesi durante la guerra dei Cent'Anni e di numerosi tedeschi al momento del Grande Scisma, l'Università di Parigi tendeva a reclutare personale francese. Dal tempo del regno di Filippo il Bello, almeno, essa occupava un posto politico di primo piano. Carlo V la chiamerà "la figlia maggiore del Re". Essa è ufficialmente rappresentata nei concili nazionali della Chiesa di Francia e nelle assemblee degli Stati Generali. La sua mediazione sarà chiesta nel momento della lotta tra Ètienne Marcel e i parigini da una parte e la corte dall'altra, e al momento dell'insurrezione dei Mollotiens; essa sarà uno dei firmatari del Trattato di Troyes. Il suo prestigio è immenso. Questo prestigio non le viene soltanto dai suoi membri effettivamente discenti o docenti, ma da tutti i maestri che occupano in Francia e all'estero posti di grande importanza e che hanno mantenuto con essa legami assai stretti. Tuttavia essa resta legata al papato, tanto più che i papi di Avignone, tutti francesi, la favoriscono notevolmente. Essi la legano a sé per via di donazioni sempre più imponenti. Ormai ogni anno parte, diretto alla Corte di Avignone, un ruolino contenente i nomi dei maestri per i quali l'Università chiede al papa di attribuire rendite o titoli per assegnazione dei benefici ecclesiastici. Se essa è la figlia primogenita del re di Francia è altresì la prima scuola della Chiesa e occupa un posto di arbitrio internazionale in materia teologica. Lo scisma turbò questo equilibrio. Da principio l'Università optò per il papa di Avignone poi, stanca delle sempre maggiori esazioni del papato e preoccupata di ristabilire l'unità della Chiesa, essa fece sì che il re di Francia lo abbandonasse, sia pure momentaneamente, e reclamò senza sosta che venisse adunato un concilio per metter fine allo scisma con abdicazione dei pontefici rivali. Nello stesso tempo essa diveniva il campione della superiorità del concilio rispetto al papa e dell'indipendenza relativa della Chiesa nazionale nei riguardi della Santa Sede, del gallicanesimo. Le agitazioni, da cui fu caratterizzato il regno di Carlo VI, culminarono con la rivoluzione della fazione borgognona, detta dei cabochiens, dal nome del suo capo, il beccaio Caboche, scoppiata a Parigi e determinarono la spartizione del paese tra inglesi e francesi. Parigi era la capitale del re inglese. È certo che l'Università non abbracciò subito né tutta intera il partito borgognone. Il duca di Borgogna si appoggiava sugli ordini mendicanti cui l'Università era tradizionalmente avversa. Essa aveva condannato e perseguitava Jean Petit, che aveva fatto l'apologia dell'assassinio del duca d'Orléans. Al momento della conquista inglese molti dei maestri abbandonarono Parigi e formarono l'ossatura amministrativa del regno di Bourges e popolarono la nuova Università di Poitiers. Quelli che erano rimasti a Parigi, dopo essersi accostati ai borgognoni, si sottomisero alla volontà degli inglesi. Il più famoso episodio di questo periodo inglese dell'Università di Parigi è l'azione che essa condusse contro Giovanna d'Arco. Manifestando a Giovanna la propria ostilità essa faceva soltanto ciò che piaceva al suo padrone straniero. Essa seguiva anche l'opinione popolare che era molto ostile alla Pulzella, come testimonia, tra gli altri, il Bourgeois de Paris, e mostrava inoltre sino a che punto questi intellettuali imbevuti della propria importanza fossero incapaci a liberarsi della loro alterigia di dotti dinanzi alla gloriosa ingenuità, alla candida ignoranza di Giovanna. Si sa che l'Università diresse il processo contro la Pulzella e annunciò la sua condanna al re d'Inghilterra con una non dissimulata soddisfazione. Dal brano emerge che il Grande Scisma:
RISPOSTA   Domanda difficile Con la partenza di molti inglesi durante la guerra dei Cent'Anni e di numerosi tedeschi al momento del Grande Scisma, l'Università di Parigi tendeva a reclutare personale francese. Dal tempo del regno di Filippo il Bello, almeno, essa occupava un posto politico di primo piano. Carlo V la chiamerà "la figlia maggiore del Re". Essa è ufficialmente rappresentata nei concili nazionali della Chiesa di Francia e nelle assemblee degli Stati Generali. La sua mediazione sarà chiesta nel momento della lotta tra Ètienne Marcel e i parigini da una parte e la corte dall'altra, e al momento dell'insurrezione dei Mollotiens; essa sarà uno dei firmatari del Trattato di Troyes. Il suo prestigio è immenso. Questo prestigio non le viene soltanto dai suoi membri effettivamente discenti o docenti, ma da tutti i maestri che occupano in Francia e all'estero posti di grande importanza e che hanno mantenuto con essa legami assai stretti. Tuttavia essa resta legata al papato, tanto più che i papi di Avignone, tutti francesi, la favoriscono notevolmente. Essi la legano a sé per via di donazioni sempre più imponenti. Ormai ogni anno parte, diretto alla Corte di Avignone, un ruolino contenente i nomi dei maestri per i quali l'Università chiede al papa di attribuire rendite o titoli per assegnazione dei benefici ecclesiastici. Se essa è la figlia primogenita del re di Francia è altresì la prima scuola della Chiesa e occupa un posto di arbitrio internazionale in materia teologica. Lo scisma turbò questo equilibrio. Da principio l'Università optò per il papa di Avignone poi, stanca delle sempre maggiori esazioni del papato e preoccupata di ristabilire l'unità della Chiesa, essa fece sì che il re di Francia lo abbandonasse, sia pure momentaneamente, e reclamò senza sosta che venisse adunato un concilio per metter fine allo scisma con abdicazione dei pontefici rivali. Nello stesso tempo essa diveniva il campione della superiorità del concilio rispetto al papa e dell'indipendenza relativa della Chiesa nazionale nei riguardi della Santa Sede, del gallicanesimo. Le agitazioni, da cui fu caratterizzato il regno di Carlo VI, culminarono con la rivoluzione della fazione borgognona, detta dei cabochiens, dal nome del suo capo, il beccaio Caboche, scoppiata a Parigi e determinarono la spartizione del paese tra inglesi e francesi. Parigi era la capitale del re inglese. È certo che l'Università non abbracciò subito né tutta intera il partito borgognone. Il duca di Borgogna si appoggiava sugli ordini mendicanti cui l'Università era tradizionalmente avversa. Essa aveva condannato e perseguitava Jean Petit, che aveva fatto l'apologia dell'assassinio del duca d'Orléans. Al momento della conquista inglese molti dei maestri abbandonarono Parigi e formarono l'ossatura amministrativa del regno di Bourges e popolarono la nuova Università di Poitiers. Quelli che erano rimasti a Parigi, dopo essersi accostati ai borgognoni, si sottomisero alla volontà degli inglesi. Il più famoso episodio di questo periodo inglese dell'Università di Parigi è l'azione che essa condusse contro Giovanna d'Arco. Manifestando a Giovanna la propria ostilità essa faceva soltanto ciò che piaceva al suo padrone straniero. Essa seguiva anche l'opinione popolare che era molto ostile alla Pulzella, come testimonia, tra gli altri, il Bourgeois de Paris, e mostrava inoltre sino a che punto questi intellettuali imbevuti della propria importanza fossero incapaci a liberarsi della loro alterigia di dotti dinanzi alla gloriosa ingenuità, alla candida ignoranza di Giovanna. Si sa che l'Università diresse il processo contro la Pulzella e annunciò la sua condanna al re d'Inghilterra con una non dissimulata soddisfazione. L'autore nello scrivere il brano si propone di:
RISPOSTA    Con la partenza di molti inglesi durante la guerra dei Cent'Anni e di numerosi tedeschi al momento del Grande Scisma, l'Università di Parigi tendeva a reclutare personale francese. Dal tempo del regno di Filippo il Bello, almeno, essa occupava un posto politico di primo piano. Carlo V la chiamerà "la figlia maggiore del Re". Essa è ufficialmente rappresentata nei concili nazionali della Chiesa di Francia e nelle assemblee degli Stati Generali. La sua mediazione sarà chiesta nel momento della lotta tra Ètienne Marcel e i parigini da una parte e la corte dall'altra, e al momento dell'insurrezione dei Mollotiens; essa sarà uno dei firmatari del Trattato di Troyes. Il suo prestigio è immenso. Questo prestigio non le viene soltanto dai suoi membri effettivamente discenti o docenti, ma da tutti i maestri che occupano in Francia e all'estero posti di grande importanza e che hanno mantenuto con essa legami assai stretti. Tuttavia essa resta legata al papato, tanto più che i papi di Avignone, tutti francesi, la favoriscono notevolmente. Essi la legano a sé per via di donazioni sempre più imponenti. Ormai ogni anno parte, diretto alla Corte di Avignone, un ruolino contenente i nomi dei maestri per i quali l'Università chiede al papa di attribuire rendite o titoli per assegnazione dei benefici ecclesiastici. Se essa è la figlia primogenita del re di Francia è altresì la prima scuola della Chiesa e occupa un posto di arbitrio internazionale in materia teologica. Lo scisma turbò questo equilibrio. Da principio l'Università optò per il papa di Avignone poi, stanca delle sempre maggiori esazioni del papato e preoccupata di ristabilire l'unità della Chiesa, essa fece sì che il re di Francia lo abbandonasse, sia pure momentaneamente, e reclamò senza sosta che venisse adunato un concilio per metter fine allo scisma con abdicazione dei pontefici rivali. Nello stesso tempo essa diveniva il campione della superiorità del concilio rispetto al papa e dell'indipendenza relativa della Chiesa nazionale nei riguardi della Santa Sede, del gallicanesimo. Le agitazioni, da cui fu caratterizzato il regno di Carlo VI, culminarono con la rivoluzione della fazione borgognona, detta dei cabochiens, dal nome del suo capo, il beccaio Caboche, scoppiata a Parigi e determinarono la spartizione del paese tra inglesi e francesi. Parigi era la capitale del re inglese. È certo che l'Università non abbracciò subito né tutta intera il partito borgognone. Il duca di Borgogna si appoggiava sugli ordini mendicanti cui l'Università era tradizionalmente avversa. Essa aveva condannato e perseguitava Jean Petit, che aveva fatto l'apologia dell'assassinio del duca d'Orléans. Al momento della conquista inglese molti dei maestri abbandonarono Parigi e formarono l'ossatura amministrativa del regno di Bourges e popolarono la nuova Università di Poitiers. Quelli che erano rimasti a Parigi, dopo essersi accostati ai borgognoni, si sottomisero alla volontà degli inglesi. Il più famoso episodio di questo periodo inglese dell'Università di Parigi è l'azione che essa condusse contro Giovanna d'Arco. Manifestando a Giovanna la propria ostilità essa faceva soltanto ciò che piaceva al suo padrone straniero. Essa seguiva anche l'opinione popolare che era molto ostile alla Pulzella, come testimonia, tra gli altri, il Bourgeois de Paris, e mostrava inoltre sino a che punto questi intellettuali imbevuti della propria importanza fossero incapaci a liberarsi della loro alterigia di dotti dinanzi alla gloriosa ingenuità, alla candida ignoranza di Giovanna. Si sa che l'Università diresse il processo contro la Pulzella e annunciò la sua condanna al re d'Inghilterra con una non dissimulata soddisfazione. Il brano è stato verosimilmente scritto da:
RISPOSTA   Domanda difficile Del resto lo stesso "grande sistema" all'interno del quale la vita si manifesta e si sviluppa, e cioè la biosfera, è nel suo insieme un complesso "meccanismo di trasformazione e traduzione", come Vernadskij non si stanca di sottolineare. In quanto sistema specifico la biosfera si riferisce alla zona della crosta terrestre che occupa la superficie del nostro pianeta e accoglie tutto l'insieme della materia vivente. Si tratta di un sistema interconnesso con quello planetario e profondamente interrelato con l'ambiente che lo circonda, per cui non può essere studiato prescindendo da questo contesto globale nel quale si colloca. Esso costituisce un'infiltrazione nell'idrosfera (vita acquatica) e nella parte più superficiale della litosfera (vita terrestre) espandendosi per un'altezza di circa 5 km nella parte più bassa dell'atmosfera (nella troposfera). Se anche ammettiamo che occupi le profondità abissali delle acque e uno spessore di un paio di chilometri della litosfera, rappresenta pur sempre una sottile pellicola, in confronto alle dimensioni complessive della Terra. Eppure questa minuscola presenza assume un'importanza enorme per le attività chimiche che svolge incessantemente e che condizionano la composizione stessa dell'atmosfera, delle rocce e di vasti giacimenti minerari. Basterebbe ricordare che forse tutto l'ossigeno dell'atmosfera è prodotto dalla fotosintesi e che comunque tutto l'ossigeno dell'aria e delle acque ha più volte attraversato la biosfera compiendo una circolazione dall'atmosfera all'idrosfera dai tempi remoti a cui risale l'apparizione delle prime piante verdi. Se si pensa che proprio la fotosintesi agisce ormai da alcuni miliardi di anni utilizzando l'enorme disponibilità dell'energia solare e le grandi riserve originarie di anidride carbonica dell'aria per formare composti organici essenziali a tutta la vita del mondo, ci si può fare un'idea dell'importanza fondamentale di questo fenomeno nel divenire della biosfera. Quale delle seguenti affermazioni non è deducibile dal brano?
RISPOSTA    Del resto lo stesso "grande sistema" all'interno del quale la vita si manifesta e si sviluppa, e cioè la biosfera, è nel suo insieme un complesso "meccanismo di trasformazione e traduzione", come Vernadskij non si stanca di sottolineare. In quanto sistema specifico la biosfera si riferisce alla zona della crosta terrestre che occupa la superficie del nostro pianeta e accoglie tutto l'insieme della materia vivente. Si tratta di un sistema interconnesso con quello planetario e profondamente interrelato con l'ambiente che lo circonda, per cui non può essere studiato prescindendo da questo contesto globale nel quale si colloca. Esso costituisce un'infiltrazione nell'idrosfera (vita acquatica) e nella parte più superficiale della litosfera (vita terrestre) espandendosi per un'altezza di circa 5 km nella parte più bassa dell'atmosfera (nella troposfera). Se anche ammettiamo che occupi le profondità abissali delle acque e uno spessore di un paio di chilometri della litosfera, rappresenta pur sempre una sottile pellicola, in confronto alle dimensioni complessive della Terra. Eppure questa minuscola presenza assume un'importanza enorme per le attività chimiche che svolge incessantemente e che condizionano la composizione stessa dell'atmosfera, delle rocce e di vasti giacimenti minerari. Basterebbe ricordare che forse tutto l'ossigeno dell'atmosfera è prodotto dalla fotosintesi e che comunque tutto l'ossigeno dell'aria e delle acque ha più volte attraversato la biosfera compiendo una circolazione dall'atmosfera all'idrosfera dai tempi remoti a cui risale l'apparizione delle prime piante verdi. Se si pensa che proprio la fotosintesi agisce ormai da alcuni miliardi di anni utilizzando l'enorme disponibilità dell'energia solare e le grandi riserve originarie di anidride carbonica dell'aria per formare composti organici essenziali a tutta la vita del mondo, ci si può fare un'idea dell'importanza fondamentale di questo fenomeno nel divenire della biosfera. In base a quanto detto nel brano, è possibile dedurre che la biosfera:
RISPOSTA   Domanda difficile Del resto lo stesso "grande sistema" all'interno del quale la vita si manifesta e si sviluppa, e cioè la biosfera, è nel suo insieme un complesso "meccanismo di trasformazione e traduzione", come Vernadskij non si stanca di sottolineare. In quanto sistema specifico la biosfera si riferisce alla zona della crosta terrestre che occupa la superficie del nostro pianeta e accoglie tutto l'insieme della materia vivente. Si tratta di un sistema interconnesso con quello planetario e profondamente interrelato con l'ambiente che lo circonda, per cui non può essere studiato prescindendo da questo contesto globale nel quale si colloca. Esso costituisce un'infiltrazione nell'idrosfera (vita acquatica) e nella parte più superficiale della litosfera (vita terrestre) espandendosi per un'altezza di circa 5 km nella parte più bassa dell'atmosfera (nella troposfera). Se anche ammettiamo che occupi le profondità abissali delle acque e uno spessore di un paio di chilometri della litosfera, rappresenta pur sempre una sottile pellicola, in confronto alle dimensioni complessive della Terra. Eppure questa minuscola presenza assume un'importanza enorme per le attività chimiche che svolge incessantemente e che condizionano la composizione stessa dell'atmosfera, delle rocce e di vasti giacimenti minerari. Basterebbe ricordare che forse tutto l'ossigeno dell'atmosfera è prodotto dalla fotosintesi e che comunque tutto l'ossigeno dell'aria e delle acque ha più volte attraversato la biosfera compiendo una circolazione dall'atmosfera all'idrosfera dai tempi remoti a cui risale l'apparizione delle prime piante verdi. Se si pensa che proprio la fotosintesi agisce ormai da alcuni miliardi di anni utilizzando l'enorme disponibilità dell'energia solare e le grandi riserve originarie di anidride carbonica dell'aria per formare composti organici essenziali a tutta la vita del mondo, ci si può fare un'idea dell'importanza fondamentale di questo fenomeno nel divenire della biosfera. In base a quanto detto nel brano, per quale ragione la biosfera ha un così alto grado di rilevanza?
RISPOSTA   Domanda difficile Del resto lo stesso "grande sistema" all'interno del quale la vita si manifesta e si sviluppa, e cioè la biosfera, è nel suo insieme un complesso "meccanismo di trasformazione e traduzione", come Vernadskij non si stanca di sottolineare. In quanto sistema specifico la biosfera si riferisce alla zona della crosta terrestre che occupa la superficie del nostro pianeta e accoglie tutto l'insieme della materia vivente. Si tratta di un sistema interconnesso con quello planetario e profondamente interrelato con l'ambiente che lo circonda, per cui non può essere studiato prescindendo da questo contesto globale nel quale si colloca. Esso costituisce un'infiltrazione nell'idrosfera (vita acquatica) e nella parte più superficiale della litosfera (vita terrestre) espandendosi per un'altezza di circa 5 km nella parte più bassa dell'atmosfera (nella troposfera). Se anche ammettiamo che occupi le profondità abissali delle acque e uno spessore di un paio di chilometri della litosfera, rappresenta pur sempre una sottile pellicola, in confronto alle dimensioni complessive della Terra. Eppure questa minuscola presenza assume un'importanza enorme per le attività chimiche che svolge incessantemente e che condizionano la composizione stessa dell'atmosfera, delle rocce e di vasti giacimenti minerari. Basterebbe ricordare che forse tutto l'ossigeno dell'atmosfera è prodotto dalla fotosintesi e che comunque tutto l'ossigeno dell'aria e delle acque ha più volte attraversato la biosfera compiendo una circolazione dall'atmosfera all'idrosfera dai tempi remoti a cui risale l'apparizione delle prime piante verdi. Se si pensa che proprio la fotosintesi agisce ormai da alcuni miliardi di anni utilizzando l'enorme disponibilità dell'energia solare e le grandi riserve originarie di anidride carbonica dell'aria per formare composti organici essenziali a tutta la vita del mondo, ci si può fare un'idea dell'importanza fondamentale di questo fenomeno nel divenire della biosfera. Quale delle seguenti parole può essere sostituita nel brano a "divenire" senza cambiare il senso della frase?
RISPOSTA    Del resto lo stesso "grande sistema" all'interno del quale la vita si manifesta e si sviluppa, e cioè la biosfera, è nel suo insieme un complesso "meccanismo di trasformazione e traduzione", come Vernadskij non si stanca di sottolineare. In quanto sistema specifico la biosfera si riferisce alla zona della crosta terrestre che occupa la superficie del nostro pianeta e accoglie tutto l'insieme della materia vivente. Si tratta di un sistema interconnesso con quello planetario e profondamente interrelato con l'ambiente che lo circonda, per cui non può essere studiato prescindendo da questo contesto globale nel quale si colloca. Esso costituisce un'infiltrazione nell'idrosfera (vita acquatica) e nella parte più superficiale della litosfera (vita terrestre) espandendosi per un'altezza di circa 5 km nella parte più bassa dell'atmosfera (nella troposfera). Se anche ammettiamo che occupi le profondità abissali delle acque e uno spessore di un paio di chilometri della litosfera, rappresenta pur sempre una sottile pellicola, in confronto alle dimensioni complessive della Terra. Eppure questa minuscola presenza assume un'importanza enorme per le attività chimiche che svolge incessantemente e che condizionano la composizione stessa dell'atmosfera, delle rocce e di vasti giacimenti minerari. Basterebbe ricordare che forse tutto l'ossigeno dell'atmosfera è prodotto dalla fotosintesi e che comunque tutto l'ossigeno dell'aria e delle acque ha più volte attraversato la biosfera compiendo una circolazione dall'atmosfera all'idrosfera dai tempi remoti a cui risale l'apparizione delle prime piante verdi. Se si pensa che proprio la fotosintesi agisce ormai da alcuni miliardi di anni utilizzando l'enorme disponibilità dell'energia solare e le grandi riserve originarie di anidride carbonica dell'aria per formare composti organici essenziali a tutta la vita del mondo, ci si può fare un'idea dell'importanza fondamentale di questo fenomeno nel divenire della biosfera. In base al brano, è possibile dedurre che Vernadskij definisce la biosfera "meccanismo di trasformazione e traduzione":
RISPOSTA    Dennis Charles, responsabile dell'ufficio acquisti di una grande azienda americana, è famoso per le sue strategie commerciali un po' fuori del comune: per stabilire i budget da destinare ai vari settori di vendita non fa affidamento su proiezioni economiche, demografiche o di marketing, ma usa i dati diffusi dagli enti che si occupano di previsioni meteorologiche a lungo termine. In base alle informazioni così ottenute stabilisce, per esempio, quanti ventilatori o condizionatori ordinare in vista dei mesi estivi senza correre il rischio di avere giacenze di magazzino. E, a quanto dice, la sua tattica si è rivelata vincente nella maggioranza dei casi. Del resto, la storia insegna che la vita dei popoli è sempre stata strettamente legata alle condizioni climatiche. Il biblico esodo degli ebrei verso la Palestina fu determinato tra l'altro dalla grande siccità che, intorno al 1300 a.C., colpì la zona del Nilo. Nel 1450 in Groenlandia tutti gli abitanti morirono a causa dell'eccessiva rigidità del clima, ma se ne ebbe notizia solo cinquanta anni dopo perché l'isola rimase a lungo circondata da un'enorme barriera di ghiaccio che impediva di raggiungerla. Ma qual è l'efficacia delle previsioni meteorologiche? "Dipende da quella che in termini scientifici si chiama validità della previsione", spiega Antonio Ghezzi, esperto di climatologia dell'Osservatorio Meteorologico di Milano Duomo. "Le previsioni a breve termine, cioè fino a 18-24 ore, hanno una percentuale di successo pari al 95%. Quelle a medio termine, su un periodo compreso tra 24 e 72 ore, ci danno un'idea dell'evoluzione generale della situazione atmosferica, per quel che riguarda in particolare la temperatura ed eventuali precipitazioni. Infine, le cosiddette previsioni a lungo termine, cioè fino a 168 ore, ci dicono solo la tendenza di singoli parametri, quali appunto la temperatura e le precipitazioni". E superate le 168 ore? "Oltre questi termini si passa alle cosiddette 'previsioni climatologiche', distinguibili, a loro volta, in tre categorie: a breve termine, riferite a periodi da 10 a 30 giorni; a medio termine, stagionali o annuali; a lungo termine, ovvero pluriennali o addirittura secolari. Comunque queste previsioni ci forniscono soltanto stime di massima, cioè non sono in grado di stabilire se un determinato giorno ci sarà il sole o pioverà. Ovvio che la loro attendibilità diminuisca con l'aumentare del periodo temporale preso in considerazione". In ogni caso, i meteorologi hanno obiettivi molto ambiziosi: la ricerca sta già esplorando nuove strade per ottenere previsioni certe su scala stagionale. L'ottimismo degli scienziati in questo campo si basa essenzialmente su tre fattori: il costante miglioramento nella comprensione dei processi chimico-fisici che regolano l'atmosfera, la continua evoluzione dei modelli matematici che simulano gli eventi climatici a partire dai dati forniti dalle stazioni meteorologiche sparse in tutto il mondo e il crescente progresso nel campo della tecnologia dei satelliti destinati alle osservazioni ambientali del pianeta. Occorre sottolineare che negli ultimi anni in tutto il mondo si verificano sempre più frequentemente eventi meteorologici che sembrano sfuggire al controllo dei ricercatori. Basta ricordare la nevicata avvenuta a Milano il 17 aprile 1991. "Quell'episodio", spiega Ghezzi, "fu effettivamente imprevedibile. Fu provocato da un improvviso afflusso di aria artica, probabilmente proveniente dalla Groenlandia, che in sole 3 ore e mezza provocò un abbassamento di temperatura pari a 16,5 gradi centigradi". Un evento con caratteri estremi, ma inquadrabile nella normale variabilità climatica o un'indicazione del fatto che l'atmosfera del nostro pianeta sta cambiando? "Nella comunità scientifica molti sono ormai convinti che il clima del nostro pianeta stia attraversando una fase di forte instabilità" afferma Ghezzi, "come se la terra fosse sotto stress e, purtroppo, il quadro generale lascia supporre che eventi meteorologici anomali si ripeteranno sempre più spesso che nel passato". Secondo quanto sostenuto nel brano:
RISPOSTA   Domanda difficile Difficile pensare che esista qualcosa di più caldo del cuore del Sole e più denso del nucleo di un atomo. Eppure, è proprio quanto hanno ottenuto i fisici del CERN di Ginevra nei loro acceleratori. Gli esperimenti mostrano prove convincenti dell'esistenza di un nuovo stato della materia, in cui persino neutroni e protoni si "disintegrano" e i quark che li costituiscono si muovono liberamente in un plasma 20 volte più denso di un nucleo e 100 mila volte più caldo del Sole. Il risultato è stato annunciato con una conferenza stampa il 10 febbraio scorso cui ha partecipato lo stesso direttore del CERN Luciano Maiani. Sarebbe la prima volta che questo plasma di quark e gluoni (o più brevemente Qgp) viene osservato e, se confermato, il risultato sarebbe un'ulteriore conferma della teoria del Big Bang, l'esplosione primordiale che avrebbe dato inizio all'universo tra 12 e 15 miliardi di anni fa. Secondo i fisici, infatti, questo stato della materia è esistito solo nei primissimi istanti successivi al Big Bang. Poi, appena la materia ha iniziato a espandersi e raffreddarsi, il Qgp si è condensato formando i neutroni, i protoni e le altre particelle elementari, più o meno come accade al vapore acqueo quando raffreddandosi si condensa in goccioline d'acqua. La caccia al Qgp è iniziata nel 1994 con un progetto che i ricercatori hanno scherzosamente battezzato Little Bang. La prima difficoltà era raggiungere la temperatura e l'energia sufficiente a disintegrare le particelle nucleari "liberando" i quark che le costituiscono. Il risultato è stato ottenuto facendo collidere tra loro nuclei di piombo a un'energia di 3,5 Teraelettronvolt (mille miliardi di elettronvolt). I nuclei di piombo, il cui peso atomico è 208, sono molto più pesanti delle particelle che normalmente circolano negli acceleratori. I fisici del CERN, composto da scienziati provenienti da Repubblica Ceca, Francia, India, Italia, Germania, Svezia e Svizzera, hanno dovuto progettare e costruire strumenti del tutto nuovi, nonché adattare alcuni vecchi acceleratori del laboratorio di Ginevra, come il Proto Sincrotrone e il Super Proto Sincrotrone. Ma l'aspetto più complesso dell'impresa è stato senza dubbio riuscire a osservare effettivamente il Qgp. Il problema è che i fisici possono osservare direttamente solo i "frammenti" del Little Bang, cioè le particelle che raggiungono i rivelatori. Da questi segnali bisogna poi ricostruire cosa è avvenuto prima e capire se le particelle rilevate sono state effettivamente generate dal plasma di quark e gluoni. La faccenda non è affatto facile e al CERN sono giunti al risultato finale solo dopo aver confrontato e integrato le osservazioni di ben sette esperimenti indipendenti, ciascuno dei quali doveva cercare una particolare "firma" del Qgp. Le conclusioni assomigliano dunque a un gigantesco puzzle e sebbene i comunicati del CERN parlino di "prove circostanziali" i ricercatori sono piuttosto fiduciosi di aver osservato effettivamente il Qgp. Infatti, ogni tentativo di interpretare i risultati dei sette esperimenti utilizzando le normali teorie sull'interazione delle particelle sono falliti, mentre le osservazioni sono compatibili con l'esistenza del Qgp. "Questo risultato è un importante passo avanti nella comprensione dell'evoluzione iniziale dell'universo", ha dichiarato Maiani, "ora la sfida passa ai nostri colleghi del Relativistic Heavy Ion Collider (Rhic) del Brookhaven National Laboratory e più tardi al Large Hadron Collider (Lhc) l'acceleratore del CERN". Infatti, tutte le proprietà dello stato della materia appena scoperto rimangono ancora da studiare ed è proprio questo il compito che toccherà ai nuovi acceleratori di Brookhaven e del CERN. Dalla lettura del brano è possibile dedurre che l'esperimento condotto dal CERN:
RISPOSTA   Domanda difficile Difficile pensare che esista qualcosa di più caldo del cuore del Sole e più denso del nucleo di un atomo. Eppure, è proprio quanto hanno ottenuto i fisici del CERN di Ginevra nei loro acceleratori. Gli esperimenti mostrano prove convincenti dell'esistenza di un nuovo stato della materia, in cui persino neutroni e protoni si "disintegrano" e i quark che li costituiscono si muovono liberamente in un plasma 20 volte più denso di un nucleo e 100 mila volte più caldo del Sole. Il risultato è stato annunciato con una conferenza stampa il 10 febbraio scorso cui ha partecipato lo stesso direttore del CERN Luciano Maiani. Sarebbe la prima volta che questo plasma di quark e gluoni (o più brevemente Qgp) viene osservato e, se confermato, il risultato sarebbe un'ulteriore conferma della teoria del Big Bang, l'esplosione primordiale che avrebbe dato inizio all'universo tra 12 e 15 miliardi di anni fa. Secondo i fisici, infatti, questo stato della materia è esistito solo nei primissimi istanti successivi al Big Bang. Poi, appena la materia ha iniziato a espandersi e raffreddarsi, il Qgp si è condensato formando i neutroni, i protoni e le altre particelle elementari, più o meno come accade al vapore acqueo quando raffreddandosi si condensa in goccioline d'acqua. La caccia al Qgp è iniziata nel 1994 con un progetto che i ricercatori hanno scherzosamente battezzato Little Bang. La prima difficoltà era raggiungere la temperatura e l'energia sufficiente a disintegrare le particelle nucleari "liberando" i quark che le costituiscono. Il risultato è stato ottenuto facendo collidere tra loro nuclei di piombo a un'energia di 3,5 Teraelettronvolt (mille miliardi di elettronvolt). I nuclei di piombo, il cui peso atomico è 208, sono molto più pesanti delle particelle che normalmente circolano negli acceleratori. I fisici del CERN, composto da scienziati provenienti da Repubblica Ceca, Francia, India, Italia, Germania, Svezia e Svizzera, hanno dovuto progettare e costruire strumenti del tutto nuovi, nonché adattare alcuni vecchi acceleratori del laboratorio di Ginevra, come il Proto Sincrotrone e il Super Proto Sincrotrone. Ma l'aspetto più complesso dell'impresa è stato senza dubbio riuscire a osservare effettivamente il Qgp. Il problema è che i fisici possono osservare direttamente solo i "frammenti" del Little Bang, cioè le particelle che raggiungono i rivelatori. Da questi segnali bisogna poi ricostruire cosa è avvenuto prima e capire se le particelle rilevate sono state effettivamente generate dal plasma di quark e gluoni. La faccenda non è affatto facile e al CERN sono giunti al risultato finale solo dopo aver confrontato e integrato le osservazioni di ben sette esperimenti indipendenti, ciascuno dei quali doveva cercare una particolare "firma" del Qgp. Le conclusioni assomigliano dunque a un gigantesco puzzle e sebbene i comunicati del CERN parlino di "prove circostanziali" i ricercatori sono piuttosto fiduciosi di aver osservato effettivamente il Qgp. Infatti, ogni tentativo di interpretare i risultati dei sette esperimenti utilizzando le normali teorie sull'interazione delle particelle sono falliti, mentre le osservazioni sono compatibili con l'esistenza del Qgp. "Questo risultato è un importante passo avanti nella comprensione dell'evoluzione iniziale dell'universo", ha dichiarato Maiani, "ora la sfida passa ai nostri colleghi del Relativistic Heavy Ion Collider (Rhic) del Brookhaven National Laboratory e più tardi al Large Hadron Collider (Lhc) l'acceleratore del CERN". Infatti, tutte le proprietà dello stato della materia appena scoperto rimangono ancora da studiare ed è proprio questo il compito che toccherà ai nuovi acceleratori di Brookhaven e del CERN. Secondo quanto sostenuto nel brano, il CERN ospita alcuni sofisticati acceleratori di particelle tra cui:
RISPOSTA   Domanda difficile Difficile pensare che esista qualcosa di più caldo del cuore del Sole e più denso del nucleo di un atomo. Eppure, è proprio quanto hanno ottenuto i fisici del CERN di Ginevra nei loro acceleratori. Gli esperimenti mostrano prove convincenti dell'esistenza di un nuovo stato della materia, in cui persino neutroni e protoni si "disintegrano" e i quark che li costituiscono si muovono liberamente in un plasma 20 volte più denso di un nucleo e 100 mila volte più caldo del Sole. Il risultato è stato annunciato con una conferenza stampa il 10 febbraio scorso cui ha partecipato lo stesso direttore del CERN Luciano Maiani. Sarebbe la prima volta che questo plasma di quark e gluoni (o più brevemente Qgp) viene osservato e, se confermato, il risultato sarebbe un'ulteriore conferma della teoria del Big Bang, l'esplosione primordiale che avrebbe dato inizio all'universo tra 12 e 15 miliardi di anni fa. Secondo i fisici, infatti, questo stato della materia è esistito solo nei primissimi istanti successivi al Big Bang. Poi, appena la materia ha iniziato a espandersi e raffreddarsi, il Qgp si è condensato formando i neutroni, i protoni e le altre particelle elementari, più o meno come accade al vapore acqueo quando raffreddandosi si condensa in goccioline d'acqua. La caccia al Qgp è iniziata nel 1994 con un progetto che i ricercatori hanno scherzosamente battezzato Little Bang. La prima difficoltà era raggiungere la temperatura e l'energia sufficiente a disintegrare le particelle nucleari "liberando" i quark che le costituiscono. Il risultato è stato ottenuto facendo collidere tra loro nuclei di piombo a un'energia di 3,5 Teraelettronvolt (mille miliardi di elettronvolt). I nuclei di piombo, il cui peso atomico è 208, sono molto più pesanti delle particelle che normalmente circolano negli acceleratori. I fisici del CERN, composto da scienziati provenienti da Repubblica Ceca, Francia, India, Italia, Germania, Svezia e Svizzera, hanno dovuto progettare e costruire strumenti del tutto nuovi, nonché adattare alcuni vecchi acceleratori del laboratorio di Ginevra, come il Proto Sincrotrone e il Super Proto Sincrotrone. Ma l'aspetto più complesso dell'impresa è stato senza dubbio riuscire a osservare effettivamente il Qgp. Il problema è che i fisici possono osservare direttamente solo i "frammenti" del Little Bang, cioè le particelle che raggiungono i rivelatori. Da questi segnali bisogna poi ricostruire cosa è avvenuto prima e capire se le particelle rilevate sono state effettivamente generate dal plasma di quark e gluoni. La faccenda non è affatto facile e al CERN sono giunti al risultato finale solo dopo aver confrontato e integrato le osservazioni di ben sette esperimenti indipendenti, ciascuno dei quali doveva cercare una particolare "firma" del Qgp. Le conclusioni assomigliano dunque a un gigantesco puzzle e sebbene i comunicati del CERN parlino di "prove circostanziali" i ricercatori sono piuttosto fiduciosi di aver osservato effettivamente il Qgp. Infatti, ogni tentativo di interpretare i risultati dei sette esperimenti utilizzando le normali teorie sull'interazione delle particelle sono falliti, mentre le osservazioni sono compatibili con l'esistenza del Qgp. "Questo risultato è un importante passo avanti nella comprensione dell'evoluzione iniziale dell'universo", ha dichiarato Maiani, "ora la sfida passa ai nostri colleghi del Relativistic Heavy Ion Collider (Rhic) del Brookhaven National Laboratory e più tardi al Large Hadron Collider (Lhc) l'acceleratore del CERN". Infatti, tutte le proprietà dello stato della materia appena scoperto rimangono ancora da studiare ed è proprio questo il compito che toccherà ai nuovi acceleratori di Brookhaven e del CERN. Lo scopo principale del brano è:
RISPOSTA   Domanda difficile Difficile pensare che esista qualcosa di più caldo del cuore del Sole e più denso del nucleo di un atomo. Eppure, è proprio quanto hanno ottenuto i fisici del CERN di Ginevra nei loro acceleratori. Gli esperimenti mostrano prove convincenti dell'esistenza di un nuovo stato della materia, in cui persino neutroni e protoni si "disintegrano" e i quark che li costituiscono si muovono liberamente in un plasma 20 volte più denso di un nucleo e 100 mila volte più caldo del Sole. Il risultato è stato annunciato con una conferenza stampa il 10 febbraio scorso cui ha partecipato lo stesso direttore del CERN Luciano Maiani. Sarebbe la prima volta che questo plasma di quark e gluoni (o più brevemente Qgp) viene osservato e, se confermato, il risultato sarebbe un'ulteriore conferma della teoria del Big Bang, l'esplosione primordiale che avrebbe dato inizio all'universo tra 12 e 15 miliardi di anni fa. Secondo i fisici, infatti, questo stato della materia è esistito solo nei primissimi istanti successivi al Big Bang. Poi, appena la materia ha iniziato a espandersi e raffreddarsi, il Qgp si è condensato formando i neutroni, i protoni e le altre particelle elementari, più o meno come accade al vapore acqueo quando raffreddandosi si condensa in goccioline d'acqua. La caccia al Qgp è iniziata nel 1994 con un progetto che i ricercatori hanno scherzosamente battezzato Little Bang. La prima difficoltà era raggiungere la temperatura e l'energia sufficiente a disintegrare le particelle nucleari "liberando" i quark che le costituiscono. Il risultato è stato ottenuto facendo collidere tra loro nuclei di piombo a un'energia di 3,5 Teraelettronvolt (mille miliardi di elettronvolt). I nuclei di piombo, il cui peso atomico è 208, sono molto più pesanti delle particelle che normalmente circolano negli acceleratori. I fisici del CERN, composto da scienziati provenienti da Repubblica Ceca, Francia, India, Italia, Germania, Svezia e Svizzera, hanno dovuto progettare e costruire strumenti del tutto nuovi, nonché adattare alcuni vecchi acceleratori del laboratorio di Ginevra, come il Proto Sincrotrone e il Super Proto Sincrotrone. Ma l'aspetto più complesso dell'impresa è stato senza dubbio riuscire a osservare effettivamente il Qgp. Il problema è che i fisici possono osservare direttamente solo i "frammenti" del Little Bang, cioè le particelle che raggiungono i rivelatori. Da questi segnali bisogna poi ricostruire cosa è avvenuto prima e capire se le particelle rilevate sono state effettivamente generate dal plasma di quark e gluoni. La faccenda non è affatto facile e al CERN sono giunti al risultato finale solo dopo aver confrontato e integrato le osservazioni di ben sette esperimenti indipendenti, ciascuno dei quali doveva cercare una particolare "firma" del Qgp. Le conclusioni assomigliano dunque a un gigantesco puzzle e sebbene i comunicati del CERN parlino di "prove circostanziali" i ricercatori sono piuttosto fiduciosi di aver osservato effettivamente il Qgp. Infatti, ogni tentativo di interpretare i risultati dei sette esperimenti utilizzando le normali teorie sull'interazione delle particelle sono falliti, mentre le osservazioni sono compatibili con l'esistenza del Qgp. "Questo risultato è un importante passo avanti nella comprensione dell'evoluzione iniziale dell'universo", ha dichiarato Maiani, "ora la sfida passa ai nostri colleghi del Relativistic Heavy Ion Collider (Rhic) del Brookhaven National Laboratory e più tardi al Large Hadron Collider (Lhc) l'acceleratore del CERN". Infatti, tutte le proprietà dello stato della materia appena scoperto rimangono ancora da studiare ed è proprio questo il compito che toccherà ai nuovi acceleratori di Brookhaven e del CERN. La natura del brano può essere definita:
RISPOSTA   Domanda difficile Dominata, in vetta al colle, dall'antica cattedrale normanna, dedicata a san Gerlando, dal Vescovado e dal Seminario, Girgenti era la città dei preti e delle campane a morto. Dalla mattina alla sera, le trenta chiese si rimandavano con lunghi e lenti rintocchi il pianto e l'invito alla preghiera, diffondendo per tutto un'angosciosa oppressione. Non passava giorno che non si vedessero per via in processione funebre le orfanelle grigie del Boccone del povero: squallide, curve, tutte occhi nei visini appassiti, col velo in capo, la medaglina sul petto, e un cero in mano. Tutti, per poca mancia, potevano averne l'accompagnamento; e nulla era più triste che la vista di quella fanciullezza oppressa dallo spettro della morte, seguito così ogni giorno, a passo a passo, con un cero in mano, dalla fiamma vana nella luce del sole. Questo è il ritratto che Pirandello disegna, nel romanzo I vecchi e i giovani, di Girgenti (oggi Agrigento) l'amata e odiata sua città natale. Akràgas per i Greci coloni di Gela, Agrigentum per i Romani, Kerkent per gli Arabi e infine Girgenti. Luigi Pirandello vi nacque il 28 giugno 1867 (l'anno del colera) e vi trascorse gli anni dell'infanzia e l'inizio dell'adolescenza. Gli anni della prima infanzia di Luigi sono avvolti nel buio. Sensibile, precoce, psicologicamente fragile, il bambino ha un estremo bisogno di affetti familiari. Ne riceverà dalla madre, dai fratelli e dalle sorelle, non dal padre. Insicuro, attenderà dagli altri, con ingenua fiducia, ripetutamente delusa, quella sicurezza che sa di non possedere. Intorno ai tredici anni Luigi dovette lasciare Girgenti per Palermo, a causa di un rovescio finanziario del padre, travolto dal fallimento di due produttori di zolfo ai quali aveva anticipato quasi tutto il suo capitale. Luigi soffrì del distacco: Girgenti era pur sempre il paese dell'infanzia e gli rimase nel cuore. Ed è Girgenti il teatro dei due avvenimenti più importanti (e drammatici) della vita di Pirandello. Dopo Palermo, Luigi venne a Roma, per frequentarvi l'università, ma uno screzio con il rettore lo convinse a trasferirsi a Bonn in Germania, dove si laureò con una tesi in filologia romanza, Suoni e sviluppi di suoni nella parlata di Girgenti. Poco dopo il ritorno in Italia ricevette dal padre la proposta di sposare la figlia di un socio in affari. Antonietta Portulano era bella, giovane, onestissima e portava una cospicua dote. Luigi non sollevò obiezioni; andò a vederla, gli piacque e dette il suo consenso. Il matrimonio ebbe luogo nel gennaio 1894, in chiesa e in municipio. Poi gli sposi partirono per Roma, dove andarono ad abitare nella casa che Luigi aveva preparato, all'angolo tra via Sistina e via del Tritone. Nel 1895 nacque Stefano, e, a distanza di due anni l'uno dall'altro, Lietta e Fausto. Intanto, Luigi era stato nominato docente di linguistica al Magistero Femminile di Roma e viveva con la tranquiliità economica derivante dagli interessi della dote di Antonietta, affidata al padre perché la investisse nel commercio dello zolfo. Ma un brutto giorno accadde l'irreparabile. Una nuova miniera di zolfo, acquistata dal padre, e nella quale aveva messo tutto il denaro della dote oltre al suo capitale personale, fu allagata e il capitale perso. La notizia del disastro provocò ad Antonietta una paralisi. Una rivista letteraria, La Nuova Antologia offriva mille lire per un romanzo inedito e Luigi si mise a scrivere perché aveva bisogno di quel denaro: il romanzo era Il fu Mattia Pascal ed ebbe un successo straordinario. Antonietta, intanto, non migliorava: la paralisi era in parte scomparsa, ma al suo posto erano subentrati i sintomi della follia. Una follia che raggiunse le forme di una gelosia paranoica, nei confronti prima delle allieve del Magistero, poi della figlia Lietta, la quale, accusata di avere un rapporto incestuoso con il padre, tentò il suicidio. Fu allora che Antonietta venne internata in una clinica, dove rimase fino alla morte, avvenuta molti anni dopo quella del marito. In seguito, negli anni dell'attività teatrale, Pirandello ebbe modo di conoscere Marta Abba, l'attrice del suo ultimo grande amore, non ricambiato. In una lettera del 30 marzo 1930, l'autore scriveva alla Abba che si apprestava a recitare in Sicilia: Se ti avvenisse di toccare per qualche giorno Girgenti ... salutami il bosco del Caos e la vecchia bicocca dove sono nato. Forse non li vedrò più. Moriva sei anni dopo, il 19 dicembre 1936. Dal brano è possibile dedurre che Pirandello nutriva nei confronti della sua città natale:
RISPOSTA    Dominata, in vetta al colle, dall'antica cattedrale normanna, dedicata a san Gerlando, dal Vescovado e dal Seminario, Girgenti era la città dei preti e delle campane a morto. Dalla mattina alla sera, le trenta chiese si rimandavano con lunghi e lenti rintocchi il pianto e l'invito alla preghiera, diffondendo per tutto un'angosciosa oppressione. Non passava giorno che non si vedessero per via in processione funebre le orfanelle grigie del Boccone del povero: squallide, curve, tutte occhi nei visini appassiti, col velo in capo, la medaglina sul petto, e un cero in mano. Tutti, per poca mancia, potevano averne l'accompagnamento; e nulla era più triste che la vista di quella fanciullezza oppressa dallo spettro della morte, seguito così ogni giorno, a passo a passo, con un cero in mano, dalla fiamma vana nella luce del sole. Questo è il ritratto che Pirandello disegna, nel romanzo I vecchi e i giovani, di Girgenti (oggi Agrigento) l'amata e odiata sua città natale. Akràgas per i Greci coloni di Gela, Agrigentum per i Romani, Kerkent per gli Arabi e infine Girgenti. Luigi Pirandello vi nacque il 28 giugno 1867 (l'anno del colera) e vi trascorse gli anni dell'infanzia e l'inizio dell'adolescenza. Gli anni della prima infanzia di Luigi sono avvolti nel buio. Sensibile, precoce, psicologicamente fragile, il bambino ha un estremo bisogno di affetti familiari. Ne riceverà dalla madre, dai fratelli e dalle sorelle, non dal padre. Insicuro, attenderà dagli altri, con ingenua fiducia, ripetutamente delusa, quella sicurezza che sa di non possedere. Intorno ai tredici anni Luigi dovette lasciare Girgenti per Palermo, a causa di un rovescio finanziario del padre, travolto dal fallimento di due produttori di zolfo ai quali aveva anticipato quasi tutto il suo capitale. Luigi soffrì del distacco: Girgenti era pur sempre il paese dell'infanzia e gli rimase nel cuore. Ed è Girgenti il teatro dei due avvenimenti più importanti (e drammatici) della vita di Pirandello. Dopo Palermo, Luigi venne a Roma, per frequentarvi l'università, ma uno screzio con il rettore lo convinse a trasferirsi a Bonn in Germania, dove si laureò con una tesi in filologia romanza, Suoni e sviluppi di suoni nella parlata di Girgenti. Poco dopo il ritorno in Italia ricevette dal padre la proposta di sposare la figlia di un socio in affari. Antonietta Portulano era bella, giovane, onestissima e portava una cospicua dote. Luigi non sollevò obiezioni; andò a vederla, gli piacque e dette il suo consenso. Il matrimonio ebbe luogo nel gennaio 1894, in chiesa e in municipio. Poi gli sposi partirono per Roma, dove andarono ad abitare nella casa che Luigi aveva preparato, all'angolo tra via Sistina e via del Tritone. Nel 1895 nacque Stefano, e, a distanza di due anni l'uno dall'altro, Lietta e Fausto. Intanto, Luigi era stato nominato docente di linguistica al Magistero Femminile di Roma e viveva con la tranquiliità economica derivante dagli interessi della dote di Antonietta, affidata al padre perché la investisse nel commercio dello zolfo. Ma un brutto giorno accadde l'irreparabile. Una nuova miniera di zolfo, acquistata dal padre, e nella quale aveva messo tutto il denaro della dote oltre al suo capitale personale, fu allagata e il capitale perso. La notizia del disastro provocò ad Antonietta una paralisi. Una rivista letteraria, La Nuova Antologia offriva mille lire per un romanzo inedito e Luigi si mise a scrivere perché aveva bisogno di quel denaro: il romanzo era Il fu Mattia Pascal ed ebbe un successo straordinario. Antonietta, intanto, non migliorava: la paralisi era in parte scomparsa, ma al suo posto erano subentrati i sintomi della follia. Una follia che raggiunse le forme di una gelosia paranoica, nei confronti prima delle allieve del Magistero, poi della figlia Lietta, la quale, accusata di avere un rapporto incestuoso con il padre, tentò il suicidio. Fu allora che Antonietta venne internata in una clinica, dove rimase fino alla morte, avvenuta molti anni dopo quella del marito. In seguito, negli anni dell'attività teatrale, Pirandello ebbe modo di conoscere Marta Abba, l'attrice del suo ultimo grande amore, non ricambiato. In una lettera del 30 marzo 1930, l'autore scriveva alla Abba che si apprestava a recitare in Sicilia: Se ti avvenisse di toccare per qualche giorno Girgenti ... salutami il bosco del Caos e la vecchia bicocca dove sono nato. Forse non li vedrò più. Moriva sei anni dopo, il 19 dicembre 1936. L'autore del brano sostiene che il romanzo "Il fu Mattia Pascal" fu scritto:
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Dominata, in vetta al colle, dall'antica cattedrale normanna, dedicata a san Gerlando, dal Vescovado e dal Seminario, Girgenti era la città dei preti e delle campane a morto. Dalla mattina alla sera, le trenta chiese si rimandavano con lunghi e lenti rintocchi il pianto e l'invito alla preghiera, diffondendo per tutto un'angosciosa oppressione. Non passava giorno che non si vedessero per via in processione funebre le orfanelle grigie del Boccone del povero: squallide, curve, tutte occhi nei visini appassiti, col velo in capo, la medaglina sul petto, e un cero in mano. Tutti, per poca mancia, potevano averne l'accompagnamento; e nulla era più triste che la vista di quella fanciullezza oppressa dallo spettro della morte, seguito così ogni giorno, a passo a passo, con un cero in mano, dalla fiamma vana nella luce del sole. Questo è il ritratto che Pirandello disegna, nel romanzo I vecchi e i giovani, di Girgenti (oggi Agrigento) l'amata e odiata sua città natale. Akràgas per i Greci coloni di Gela, Agrigentum per i Romani, Kerkent per gli Arabi e infine Girgenti. Luigi Pirandello vi nacque il 28 giugno 1867 (l'anno del colera) e vi trascorse gli anni dell'infanzia e l'inizio dell'adolescenza. Gli anni della prima infanzia di Luigi sono avvolti nel buio. Sensibile, precoce, psicologicamente fragile, il bambino ha un estremo bisogno di affetti familiari. Ne riceverà dalla madre, dai fratelli e dalle sorelle, non dal padre. Insicuro, attenderà dagli altri, con ingenua fiducia, ripetutamente delusa, quella sicurezza che sa di non possedere. Intorno ai tredici anni Luigi dovette lasciare Girgenti per Palermo, a causa di un rovescio finanziario del padre, travolto dal fallimento di due produttori di zolfo ai quali aveva anticipato quasi tutto il suo capitale. Luigi soffrì del distacco: Girgenti era pur sempre il paese dell'infanzia e gli rimase nel cuore. Ed è Girgenti il teatro dei due avvenimenti più importanti (e drammatici) della vita di Pirandello. Dopo Palermo, Luigi venne a Roma, per frequentarvi l'università, ma uno screzio con il rettore lo convinse a trasferirsi a Bonn in Germania, dove si laureò con una tesi in filologia romanza, Suoni e sviluppi di suoni nella parlata di Girgenti. Poco dopo il ritorno in Italia ricevette dal padre la proposta di sposare la figlia di un socio in affari. Antonietta Portulano era bella, giovane, onestissima e portava una cospicua dote. Luigi non sollevò obiezioni; andò a vederla, gli piacque e dette il suo consenso. Il matrimonio ebbe luogo nel gennaio 1894, in chiesa e in municipio. Poi gli sposi partirono per Roma, dove andarono ad abitare nella casa che Luigi aveva preparato, all'angolo tra via Sistina e via del Tritone. Nel 1895 nacque Stefano, e, a distanza di due anni l'uno dall'altro, Lietta e Fausto. Intanto, Luigi era stato nominato docente di linguistica al Magistero Femminile di Roma e viveva con la tranquiliità economica derivante dagli interessi della dote di Antonietta, affidata al padre perché la investisse nel commercio dello zolfo. Ma un brutto giorno accadde l'irreparabile. Una nuova miniera di zolfo, acquistata dal padre, e nella quale aveva messo tutto il denaro della dote oltre al suo capitale personale, fu allagata e il capitale perso. La notizia del disastro provocò ad Antonietta una paralisi. Una rivista letteraria, La Nuova Antologia offriva mille lire per un romanzo inedito e Luigi si mise a scrivere perché aveva bisogno di quel denaro: il romanzo era Il fu Mattia Pascal ed ebbe un successo straordinario. Antonietta, intanto, non migliorava: la paralisi era in parte scomparsa, ma al suo posto erano subentrati i sintomi della follia. Una follia che raggiunse le forme di una gelosia paranoica, nei confronti prima delle allieve del Magistero, poi della figlia Lietta, la quale, accusata di avere un rapporto incestuoso con il padre, tentò il suicidio. Fu allora che Antonietta venne internata in una clinica, dove rimase fino alla morte, avvenuta molti anni dopo quella del marito. In seguito, negli anni dell'attività teatrale, Pirandello ebbe modo di conoscere Marta Abba, l'attrice del suo ultimo grande amore, non ricambiato. In una lettera del 30 marzo 1930, l'autore scriveva alla Abba che si apprestava a recitare in Sicilia: Se ti avvenisse di toccare per qualche giorno Girgenti ... salutami il bosco del Caos e la vecchia bicocca dove sono nato. Forse non li vedrò più. Moriva sei anni dopo, il 19 dicembre 1936. Quale membro della famiglia di origine fu decisivo per le sorti della vita di Pirandello?
RISPOSTA    Dominata, in vetta al colle, dall'antica cattedrale normanna, dedicata a san Gerlando, dal Vescovado e dal Seminario, Girgenti era la città dei preti e delle campane a morto. Dalla mattina alla sera, le trenta chiese si rimandavano con lunghi e lenti rintocchi il pianto e l'invito alla preghiera, diffondendo per tutto un'angosciosa oppressione. Non passava giorno che non si vedessero per via in processione funebre le orfanelle grigie del Boccone del povero: squallide, curve, tutte occhi nei visini appassiti, col velo in capo, la medaglina sul petto, e un cero in mano. Tutti, per poca mancia, potevano averne l'accompagnamento; e nulla era più triste che la vista di quella fanciullezza oppressa dallo spettro della morte, seguito così ogni giorno, a passo a passo, con un cero in mano, dalla fiamma vana nella luce del sole. Questo è il ritratto che Pirandello disegna, nel romanzo I vecchi e i giovani, di Girgenti (oggi Agrigento) l'amata e odiata sua città natale. Akràgas per i Greci coloni di Gela, Agrigentum per i Romani, Kerkent per gli Arabi e infine Girgenti. Luigi Pirandello vi nacque il 28 giugno 1867 (l'anno del colera) e vi trascorse gli anni dell'infanzia e l'inizio dell'adolescenza. Gli anni della prima infanzia di Luigi sono avvolti nel buio. Sensibile, precoce, psicologicamente fragile, il bambino ha un estremo bisogno di affetti familiari. Ne riceverà dalla madre, dai fratelli e dalle sorelle, non dal padre. Insicuro, attenderà dagli altri, con ingenua fiducia, ripetutamente delusa, quella sicurezza che sa di non possedere. Intorno ai tredici anni Luigi dovette lasciare Girgenti per Palermo, a causa di un rovescio finanziario del padre, travolto dal fallimento di due produttori di zolfo ai quali aveva anticipato quasi tutto il suo capitale. Luigi soffrì del distacco: Girgenti era pur sempre il paese dell'infanzia e gli rimase nel cuore. Ed è Girgenti il teatro dei due avvenimenti più importanti (e drammatici) della vita di Pirandello. Dopo Palermo, Luigi venne a Roma, per frequentarvi l'università, ma uno screzio con il rettore lo convinse a trasferirsi a Bonn in Germania, dove si laureò con una tesi in filologia romanza, Suoni e sviluppi di suoni nella parlata di Girgenti. Poco dopo il ritorno in Italia ricevette dal padre la proposta di sposare la figlia di un socio in affari. Antonietta Portulano era bella, giovane, onestissima e portava una cospicua dote. Luigi non sollevò obiezioni; andò a vederla, gli piacque e dette il suo consenso. Il matrimonio ebbe luogo nel gennaio 1894, in chiesa e in municipio. Poi gli sposi partirono per Roma, dove andarono ad abitare nella casa che Luigi aveva preparato, all'angolo tra via Sistina e via del Tritone. Nel 1895 nacque Stefano, e, a distanza di due anni l'uno dall'altro, Lietta e Fausto. Intanto, Luigi era stato nominato docente di linguistica al Magistero Femminile di Roma e viveva con la tranquiliità economica derivante dagli interessi della dote di Antonietta, affidata al padre perché la investisse nel commercio dello zolfo. Ma un brutto giorno accadde l'irreparabile. Una nuova miniera di zolfo, acquistata dal padre, e nella quale aveva messo tutto il denaro della dote oltre al suo capitale personale, fu allagata e il capitale perso. La notizia del disastro provocò ad Antonietta una paralisi. Una rivista letteraria, La Nuova Antologia offriva mille lire per un romanzo inedito e Luigi si mise a scrivere perché aveva bisogno di quel denaro: il romanzo era Il fu Mattia Pascal ed ebbe un successo straordinario. Antonietta, intanto, non migliorava: la paralisi era in parte scomparsa, ma al suo posto erano subentrati i sintomi della follia. Una follia che raggiunse le forme di una gelosia paranoica, nei confronti prima delle allieve del Magistero, poi della figlia Lietta, la quale, accusata di avere un rapporto incestuoso con il padre, tentò il suicidio. Fu allora che Antonietta venne internata in una clinica, dove rimase fino alla morte, avvenuta molti anni dopo quella del marito. In seguito, negli anni dell'attività teatrale, Pirandello ebbe modo di conoscere Marta Abba, l'attrice del suo ultimo grande amore, non ricambiato. In una lettera del 30 marzo 1930, l'autore scriveva alla Abba che si apprestava a recitare in Sicilia: Se ti avvenisse di toccare per qualche giorno Girgenti ... salutami il bosco del Caos e la vecchia bicocca dove sono nato. Forse non li vedrò più. Moriva sei anni dopo, il 19 dicembre 1936. Quale dei seguenti è il nome più antico dell'attuale Agrigento?
RISPOSTA   Domanda facile Dominata, in vetta al colle, dall'antica cattedrale normanna, dedicata a san Gerlando, dal Vescovado e dal Seminario, Girgenti era la città dei preti e delle campane a morto. Dalla mattina alla sera, le trenta chiese si rimandavano con lunghi e lenti rintocchi il pianto e l'invito alla preghiera, diffondendo per tutto un'angosciosa oppressione. Non passava giorno che non si vedessero per via in processione funebre le orfanelle grigie del Boccone del povero: squallide, curve, tutte occhi nei visini appassiti, col velo in capo, la medaglina sul petto, e un cero in mano. Tutti, per poca mancia, potevano averne l'accompagnamento; e nulla era più triste che la vista di quella fanciullezza oppressa dallo spettro della morte, seguito così ogni giorno, a passo a passo, con un cero in mano, dalla fiamma vana nella luce del sole. Questo è il ritratto che Pirandello disegna, nel romanzo I vecchi e i giovani, di Girgenti (oggi Agrigento) l'amata e odiata sua città natale. Akràgas per i Greci coloni di Gela, Agrigentum per i Romani, Kerkent per gli Arabi e infine Girgenti. Luigi Pirandello vi nacque il 28 giugno 1867 (l'anno del colera) e vi trascorse gli anni dell'infanzia e l'inizio dell'adolescenza. Gli anni della prima infanzia di Luigi sono avvolti nel buio. Sensibile, precoce, psicologicamente fragile, il bambino ha un estremo bisogno di affetti familiari. Ne riceverà dalla madre, dai fratelli e dalle sorelle, non dal padre. Insicuro, attenderà dagli altri, con ingenua fiducia, ripetutamente delusa, quella sicurezza che sa di non possedere. Intorno ai tredici anni Luigi dovette lasciare Girgenti per Palermo, a causa di un rovescio finanziario del padre, travolto dal fallimento di due produttori di zolfo ai quali aveva anticipato quasi tutto il suo capitale. Luigi soffrì del distacco: Girgenti era pur sempre il paese dell'infanzia e gli rimase nel cuore. Ed è Girgenti il teatro dei due avvenimenti più importanti (e drammatici) della vita di Pirandello. Dopo Palermo, Luigi venne a Roma, per frequentarvi l'università, ma uno screzio con il rettore lo convinse a trasferirsi a Bonn in Germania, dove si laureò con una tesi in filologia romanza, Suoni e sviluppi di suoni nella parlata di Girgenti. Poco dopo il ritorno in Italia ricevette dal padre la proposta di sposare la figlia di un socio in affari. Antonietta Portulano era bella, giovane, onestissima e portava una cospicua dote. Luigi non sollevò obiezioni; andò a vederla, gli piacque e dette il suo consenso. Il matrimonio ebbe luogo nel gennaio 1894, in chiesa e in municipio. Poi gli sposi partirono per Roma, dove andarono ad abitare nella casa che Luigi aveva preparato, all'angolo tra via Sistina e via del Tritone. Nel 1895 nacque Stefano, e, a distanza di due anni l'uno dall'altro, Lietta e Fausto. Intanto, Luigi era stato nominato docente di linguistica al Magistero Femminile di Roma e viveva con la tranquiliità economica derivante dagli interessi della dote di Antonietta, affidata al padre perché la investisse nel commercio dello zolfo. Ma un brutto giorno accadde l'irreparabile. Una nuova miniera di zolfo, acquistata dal padre, e nella quale aveva messo tutto il denaro della dote oltre al suo capitale personale, fu allagata e il capitale perso. La notizia del disastro provocò ad Antonietta una paralisi. Una rivista letteraria, La Nuova Antologia offriva mille lire per un romanzo inedito e Luigi si mise a scrivere perché aveva bisogno di quel denaro: il romanzo era Il fu Mattia Pascal ed ebbe un successo straordinario. Antonietta, intanto, non migliorava: la paralisi era in parte scomparsa, ma al suo posto erano subentrati i sintomi della follia. Una follia che raggiunse le forme di una gelosia paranoica, nei confronti prima delle allieve del Magistero, poi della figlia Lietta, la quale, accusata di avere un rapporto incestuoso con il padre, tentò il suicidio. Fu allora che Antonietta venne internata in una clinica, dove rimase fino alla morte, avvenuta molti anni dopo quella del marito. In seguito, negli anni dell'attività teatrale, Pirandello ebbe modo di conoscere Marta Abba, l'attrice del suo ultimo grande amore, non ricambiato. In una lettera del 30 marzo 1930, l'autore scriveva alla Abba che si apprestava a recitare in Sicilia: Se ti avvenisse di toccare per qualche giorno Girgenti ... salutami il bosco del Caos e la vecchia bicocca dove sono nato. Forse non li vedrò più. Moriva sei anni dopo, il 19 dicembre 1936. Il brano è tratto dalle pagine di un quotidiano verosimilmente dedicate:
RISPOSTA    Dopo i quattordici, quindici anni aumenta nei ragazzi la spinta verso una maggiore libertà e autonomia, con notevoli perplessità e preoccupazioni da parte dei genitori che si trovano improvvisamente a confrontarsi con esigenze del tutto nuove: le uscite serali, l'acquisto del motorino, una somma di denaro da amministrare da sé, le prime vacanze da soli. Si tratta di stabilire nuove regole, permessi e divieti. Il desiderio di emancipazione costituisce una spinta vitale, biologica, che assume un profondo significato esistenziale. L'adolescente sa di essere di fronte a una tappa importante della sua vita, che egli deve vivere in tutta la sua complessità se vuol lasciarsi alle spalle la nicchia protettiva dell'infanzia e diventare adulto. La posta in gioco è alta: si tratta infatti della definizione di sé, della possibilità di plasmare la propria identità e la propria vita indipendentemente, per quanto possibile, dal desiderio dei genitori e dalle aspettative dell'ambiente. D'ora in poi i legami familiari possono apparire in contrasto con le naturali esigenze della crescita; le manifestazioni di affetto, di cura, di tutela non hanno più il segno positivo che avevano nell'infanzia, ma appaiono inopportune e controproducenti per l'adolescente. I riti, le consuetudini familiari gli appaiono insopportabili, gli danno un senso di soffocamento: vuole andare via, lontano dallo sguardo amorevole e apprensivo dei suoi genitori. E per fare questo, allontanarsi, prendere le distanze, vivere in prima persona la propria vita, è necessario mobilitare le energie aggressive. In realtà quello che vogliono i ragazzi non è spezzare il filo rosso che li lega ai genitori, ma allentarlo quel tanto che basta per renderlo più elastico, flessibile. Le pulsioni aggressive si alternano così a "ritorni in porto" che consentono di prendere le distanze dalla famiglia gradualmente, riducendo spesso la guerra a conflitti di confine. L'autore del brano, con l'espressione "ritorni in porto", intende spiegare che:

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