Quiz e Concorsi
  • Ultimi CONCORSI
  • Mappa Concorsi Attivi
  • Ultimi QUIZ
  • QUIZ per argomenti
  • QUIZ Patente B
  • Medicina
    • Quiz – Esame di Stato di abilitazione 2016
    • Quiz – Esame di Stato di abilitazione 2015
  • Contattaci

Tutte le domande del quiz : Brani

tratto da:
Esercito Italiano
Quiz - Concorso per l'ammissione di 41 allievi al 7° corso Allievi Ufficiali in Ferma Prefissata (A.U.F.P.) dell'Esercito per il conseguimento della nomina a Tenente in Ferma Prefissata, ausiliario del ruolo normale del Corpo degli Ingegneri, del Corpo di Commissariato e del Corpo Sanitario dell'Esercito



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA   Domanda difficile Dopo i quattordici, quindici anni aumenta nei ragazzi la spinta verso una maggiore libertà e autonomia, con notevoli perplessità e preoccupazioni da parte dei genitori che si trovano improvvisamente a confrontarsi con esigenze del tutto nuove: le uscite serali, l'acquisto del motorino, una somma di denaro da amministrare da sé, le prime vacanze da soli. Si tratta di stabilire nuove regole, permessi e divieti. Il desiderio di emancipazione costituisce una spinta vitale, biologica, che assume un profondo significato esistenziale. L'adolescente sa di essere di fronte a una tappa importante della sua vita, che egli deve vivere in tutta la sua complessità se vuol lasciarsi alle spalle la nicchia protettiva dell'infanzia e diventare adulto. La posta in gioco è alta: si tratta infatti della definizione di sé, della possibilità di plasmare la propria identità e la propria vita indipendentemente, per quanto possibile, dal desiderio dei genitori e dalle aspettative dell'ambiente. D'ora in poi i legami familiari possono apparire in contrasto con le naturali esigenze della crescita; le manifestazioni di affetto, di cura, di tutela non hanno più il segno positivo che avevano nell'infanzia, ma appaiono inopportune e controproducenti per l'adolescente. I riti, le consuetudini familiari gli appaiono insopportabili, gli danno un senso di soffocamento: vuole andare via, lontano dallo sguardo amorevole e apprensivo dei suoi genitori. E per fare questo, allontanarsi, prendere le distanze, vivere in prima persona la propria vita, è necessario mobilitare le energie aggressive. In realtà quello che vogliono i ragazzi non è spezzare il filo rosso che li lega ai genitori, ma allentarlo quel tanto che basta per renderlo più elastico, flessibile. Le pulsioni aggressive si alternano così a "ritorni in porto" che consentono di prendere le distanze dalla famiglia gradualmente, riducendo spesso la guerra a conflitti di confine. Nel brano si afferma che:
RISPOSTA   Domanda difficile Dopo i quattordici, quindici anni aumenta nei ragazzi la spinta verso una maggiore libertà e autonomia, con notevoli perplessità e preoccupazioni da parte dei genitori che si trovano improvvisamente a confrontarsi con esigenze del tutto nuove: le uscite serali, l'acquisto del motorino, una somma di denaro da amministrare da sé, le prime vacanze da soli. Si tratta di stabilire nuove regole, permessi e divieti. Il desiderio di emancipazione costituisce una spinta vitale, biologica, che assume un profondo significato esistenziale. L'adolescente sa di essere di fronte a una tappa importante della sua vita, che egli deve vivere in tutta la sua complessità se vuol lasciarsi alle spalle la nicchia protettiva dell'infanzia e diventare adulto. La posta in gioco è alta: si tratta infatti della definizione di sé, della possibilità di plasmare la propria identità e la propria vita indipendentemente, per quanto possibile, dal desiderio dei genitori e dalle aspettative dell'ambiente. D'ora in poi i legami familiari possono apparire in contrasto con le naturali esigenze della crescita; le manifestazioni di affetto, di cura, di tutela non hanno più il segno positivo che avevano nell'infanzia, ma appaiono inopportune e controproducenti per l'adolescente. I riti, le consuetudini familiari gli appaiono insopportabili, gli danno un senso di soffocamento: vuole andare via, lontano dallo sguardo amorevole e apprensivo dei suoi genitori. E per fare questo, allontanarsi, prendere le distanze, vivere in prima persona la propria vita, è necessario mobilitare le energie aggressive. In realtà quello che vogliono i ragazzi non è spezzare il filo rosso che li lega ai genitori, ma allentarlo quel tanto che basta per renderlo più elastico, flessibile. Le pulsioni aggressive si alternano così a "ritorni in porto" che consentono di prendere le distanze dalla famiglia gradualmente, riducendo spesso la guerra a conflitti di confine. Nel brano, l'espressione "riducendo la guerra a conflitti di confine" significa che:
RISPOSTA   Domanda difficile Dopo i quattordici, quindici anni aumenta nei ragazzi la spinta verso una maggiore libertà e autonomia, con notevoli perplessità e preoccupazioni da parte dei genitori che si trovano improvvisamente a confrontarsi con esigenze del tutto nuove: le uscite serali, l'acquisto del motorino, una somma di denaro da amministrare da sé, le prime vacanze da soli. Si tratta di stabilire nuove regole, permessi e divieti. Il desiderio di emancipazione costituisce una spinta vitale, biologica, che assume un profondo significato esistenziale. L'adolescente sa di essere di fronte a una tappa importante della sua vita, che egli deve vivere in tutta la sua complessità se vuol lasciarsi alle spalle la nicchia protettiva dell'infanzia e diventare adulto. La posta in gioco è alta: si tratta infatti della definizione di sé, della possibilità di plasmare la propria identità e la propria vita indipendentemente, per quanto possibile, dal desiderio dei genitori e dalle aspettative dell'ambiente. D'ora in poi i legami familiari possono apparire in contrasto con le naturali esigenze della crescita; le manifestazioni di affetto, di cura, di tutela non hanno più il segno positivo che avevano nell'infanzia, ma appaiono inopportune e controproducenti per l'adolescente. I riti, le consuetudini familiari gli appaiono insopportabili, gli danno un senso di soffocamento: vuole andare via, lontano dallo sguardo amorevole e apprensivo dei suoi genitori. E per fare questo, allontanarsi, prendere le distanze, vivere in prima persona la propria vita, è necessario mobilitare le energie aggressive. In realtà quello che vogliono i ragazzi non è spezzare il filo rosso che li lega ai genitori, ma allentarlo quel tanto che basta per renderlo più elastico, flessibile. Le pulsioni aggressive si alternano così a "ritorni in porto" che consentono di prendere le distanze dalla famiglia gradualmente, riducendo spesso la guerra a conflitti di confine. In base a quanto scritto nel brano, quale tra i seguenti non è indicato come argomento di conflitto tipico tra genitori e adolescenti?
RISPOSTA    Dopo i quattordici, quindici anni aumenta nei ragazzi la spinta verso una maggiore libertà e autonomia, con notevoli perplessità e preoccupazioni da parte dei genitori che si trovano improvvisamente a confrontarsi con esigenze del tutto nuove: le uscite serali, l'acquisto del motorino, una somma di denaro da amministrare da sé, le prime vacanze da soli. Si tratta di stabilire nuove regole, permessi e divieti. Il desiderio di emancipazione costituisce una spinta vitale, biologica, che assume un profondo significato esistenziale. L'adolescente sa di essere di fronte a una tappa importante della sua vita, che egli deve vivere in tutta la sua complessità se vuol lasciarsi alle spalle la nicchia protettiva dell'infanzia e diventare adulto. La posta in gioco è alta: si tratta infatti della definizione di sé, della possibilità di plasmare la propria identità e la propria vita indipendentemente, per quanto possibile, dal desiderio dei genitori e dalle aspettative dell'ambiente. D'ora in poi i legami familiari possono apparire in contrasto con le naturali esigenze della crescita; le manifestazioni di affetto, di cura, di tutela non hanno più il segno positivo che avevano nell'infanzia, ma appaiono inopportune e controproducenti per l'adolescente. I riti, le consuetudini familiari gli appaiono insopportabili, gli danno un senso di soffocamento: vuole andare via, lontano dallo sguardo amorevole e apprensivo dei suoi genitori. E per fare questo, allontanarsi, prendere le distanze, vivere in prima persona la propria vita, è necessario mobilitare le energie aggressive. In realtà quello che vogliono i ragazzi non è spezzare il filo rosso che li lega ai genitori, ma allentarlo quel tanto che basta per renderlo più elastico, flessibile. Le pulsioni aggressive si alternano così a "ritorni in porto" che consentono di prendere le distanze dalla famiglia gradualmente, riducendo spesso la guerra a conflitti di confine. In base a quanto affermato nel brano, nel passaggio dall'infanzia all'adolescenza, i ragazzi:
RISPOSTA    È nella politica francese che appaiono più evidenti i legami tra il governo e le banche, soprattutto a causa dell'ammontare degli investimenti francesi negli altri Paesi europei. Sebbene fosse ancora l'Inghilterra il paese che vantava la quantità maggiore di investimenti all'estero, meno del 6% del totale riguardava l'Europa, contro il 62% della Francia. Ciò non impediva che gli imprenditori francesi con interessi nelle colonie francesi o in Marocco godessero di un'influenza sproporzionata alla loro effettiva importanza finanziaria, ma indicava che, a causa della gran quantità di denaro francese investita negli altri paesi europei, la connessione tra politica d'investimento delle banche e politica estera del governo stava diventando molto stretta. Anche al governo tedesco sarebbe piaciuto sostenere la propria politica con pressioni di tipo finanziario; ma mentre la Germania soffrì di una penuria permanente di capitali dopo gli anni di rapida espansione industriale della seconda metà dell'Ottocento, i risparmiatori francesi (anche se talvolta erano accusati dai nazionalisti di investire più all'estero che in patria) disponevano di forti quantità di risparmio accumulato. Le tendenze degli investitori inglesi erano del tutto diverse, poiché la maggior parte dei capitali britannici fuori del Regno Unito si volgeva all'Impero e all'America del Nord e del Sud, per cui la politica britannica in Europa restò, in una certa misura, indipendente dai condizionamenti finanziari che invece influenzarono i francesi. Più di ogni altro schieramento internazionale antecedente il 1914, l'alleanza franco-russa fu cementata da vincoli che erano, oltre che politici e strategici, anche finanziari. Sebbene la stipulazione dell'alleanza (del 1893) all'origine fosse la conseguenza di pressioni strategiche e politiche su entrambi i contraenti, i negoziati coincisero con il lancio della prima serie di grandi prestiti russi sul mercato finanziario francese. I prestiti iniziali del 1888, 1889 e 1890 furono seguiti da investimenti francesi in altri settori dell'economia zarista - crediti alle amministrazioni locali, ferrovie, miniere e imprese industriali di ogni tipo - col risultato che nel 1914 quasi un quarto di tutti gli investimenti francesi all'estero riguardavano la Russia. È impossibile che da vincoli finanziari di tali proporzioni non derivassero conseguenze politiche, anche se si prescinde da condizioni particolari connesse ad alcuni prestiti, come ad esempio la costruzione di ferrovie strategiche o la promessa di commesse alle imprese francesi. Le banche che incoraggiavano i clienti a investire i loro risparmi nei titoli o nelle miniere o nelle ferrovie russe avevano tutto da guadagnare nel dipingere la Russia come un paese forte, stabile politicamente ed economicamente in espansione, avvalorando insomma l'immagine di un alleato valido. Ad onta degli attacchi della Sinistra francese contro l'autocrazia e l'oppressione zarista, e nonostante i reiterati rifiuti dei Rothschild e di altri banchieri ebrei di partecipare ai prestiti russi come segno di protesta contro i maltrattamenti cui erano fatti segno gli ebrei in Russia, la fiducia francese nell'alleato orientale rimase sorprendentemente alta fino allo scoppio della guerra, anzi fino a tutto il 1917. In base a quanto affermato nel brano, quale delle seguenti affermazioni è vera? 1) Al contrario dei risparmiatori francesi, quelli inglesi non avevano investito la maggior parte dei loro risparmi in Africa;2) la Germania ebbe una rapida espansioneeconomica nella prima metà dell'Ottocento; 3) l'alleanza franco-russa comportava legami politici, strategici e finanziari.
RISPOSTA   Domanda difficile È nella politica francese che appaiono più evidenti i legami tra il governo e le banche, soprattutto a causa dell'ammontare degli investimenti francesi negli altri Paesi europei. Sebbene fosse ancora l'Inghilterra il paese che vantava la quantità maggiore di investimenti all'estero, meno del 6% del totale riguardava l'Europa, contro il 62% della Francia. Ciò non impediva che gli imprenditori francesi con interessi nelle colonie francesi o in Marocco godessero di un'influenza sproporzionata alla loro effettiva importanza finanziaria, ma indicava che, a causa della gran quantità di denaro francese investita negli altri paesi europei, la connessione tra politica d'investimento delle banche e politica estera del governo stava diventando molto stretta. Anche al governo tedesco sarebbe piaciuto sostenere la propria politica con pressioni di tipo finanziario; ma mentre la Germania soffrì di una penuria permanente di capitali dopo gli anni di rapida espansione industriale della seconda metà dell'Ottocento, i risparmiatori francesi (anche se talvolta erano accusati dai nazionalisti di investire più all'estero che in patria) disponevano di forti quantità di risparmio accumulato. Le tendenze degli investitori inglesi erano del tutto diverse, poiché la maggior parte dei capitali britannici fuori del Regno Unito si volgeva all'Impero e all'America del Nord e del Sud, per cui la politica britannica in Europa restò, in una certa misura, indipendente dai condizionamenti finanziari che invece influenzarono i francesi. Più di ogni altro schieramento internazionale antecedente il 1914, l'alleanza franco-russa fu cementata da vincoli che erano, oltre che politici e strategici, anche finanziari. Sebbene la stipulazione dell'alleanza (del 1893) all'origine fosse la conseguenza di pressioni strategiche e politiche su entrambi i contraenti, i negoziati coincisero con il lancio della prima serie di grandi prestiti russi sul mercato finanziario francese. I prestiti iniziali del 1888, 1889 e 1890 furono seguiti da investimenti francesi in altri settori dell'economia zarista - crediti alle amministrazioni locali, ferrovie, miniere e imprese industriali di ogni tipo - col risultato che nel 1914 quasi un quarto di tutti gli investimenti francesi all'estero riguardavano la Russia. È impossibile che da vincoli finanziari di tali proporzioni non derivassero conseguenze politiche, anche se si prescinde da condizioni particolari connesse ad alcuni prestiti, come ad esempio la costruzione di ferrovie strategiche o la promessa di commesse alle imprese francesi. Le banche che incoraggiavano i clienti a investire i loro risparmi nei titoli o nelle miniere o nelle ferrovie russe avevano tutto da guadagnare nel dipingere la Russia come un paese forte, stabile politicamente ed economicamente in espansione, avvalorando insomma l'immagine di un alleato valido. Ad onta degli attacchi della Sinistra francese contro l'autocrazia e l'oppressione zarista, e nonostante i reiterati rifiuti dei Rothschild e di altri banchieri ebrei di partecipare ai prestiti russi come segno di protesta contro i maltrattamenti cui erano fatti segno gli ebrei in Russia, la fiducia francese nell'alleato orientale rimase sorprendentemente alta fino allo scoppio della guerra, anzi fino a tutto il 1917. Dal brano si può dedurre che nel periodo preso in considerazione:
RISPOSTA    È nella politica francese che appaiono più evidenti i legami tra il governo e le banche, soprattutto a causa dell'ammontare degli investimenti francesi negli altri Paesi europei. Sebbene fosse ancora l'Inghilterra il paese che vantava la quantità maggiore di investimenti all'estero, meno del 6% del totale riguardava l'Europa, contro il 62% della Francia. Ciò non impediva che gli imprenditori francesi con interessi nelle colonie francesi o in Marocco godessero di un'influenza sproporzionata alla loro effettiva importanza finanziaria, ma indicava che, a causa della gran quantità di denaro francese investita negli altri paesi europei, la connessione tra politica d'investimento delle banche e politica estera del governo stava diventando molto stretta. Anche al governo tedesco sarebbe piaciuto sostenere la propria politica con pressioni di tipo finanziario; ma mentre la Germania soffrì di una penuria permanente di capitali dopo gli anni di rapida espansione industriale della seconda metà dell'Ottocento, i risparmiatori francesi (anche se talvolta erano accusati dai nazionalisti di investire più all'estero che in patria) disponevano di forti quantità di risparmio accumulato. Le tendenze degli investitori inglesi erano del tutto diverse, poiché la maggior parte dei capitali britannici fuori del Regno Unito si volgeva all'Impero e all'America del Nord e del Sud, per cui la politica britannica in Europa restò, in una certa misura, indipendente dai condizionamenti finanziari che invece influenzarono i francesi. Più di ogni altro schieramento internazionale antecedente il 1914, l'alleanza franco-russa fu cementata da vincoli che erano, oltre che politici e strategici, anche finanziari. Sebbene la stipulazione dell'alleanza (del 1893) all'origine fosse la conseguenza di pressioni strategiche e politiche su entrambi i contraenti, i negoziati coincisero con il lancio della prima serie di grandi prestiti russi sul mercato finanziario francese. I prestiti iniziali del 1888, 1889 e 1890 furono seguiti da investimenti francesi in altri settori dell'economia zarista - crediti alle amministrazioni locali, ferrovie, miniere e imprese industriali di ogni tipo - col risultato che nel 1914 quasi un quarto di tutti gli investimenti francesi all'estero riguardavano la Russia. È impossibile che da vincoli finanziari di tali proporzioni non derivassero conseguenze politiche, anche se si prescinde da condizioni particolari connesse ad alcuni prestiti, come ad esempio la costruzione di ferrovie strategiche o la promessa di commesse alle imprese francesi. Le banche che incoraggiavano i clienti a investire i loro risparmi nei titoli o nelle miniere o nelle ferrovie russe avevano tutto da guadagnare nel dipingere la Russia come un paese forte, stabile politicamente ed economicamente in espansione, avvalorando insomma l'immagine di un alleato valido. Ad onta degli attacchi della Sinistra francese contro l'autocrazia e l'oppressione zarista, e nonostante i reiterati rifiuti dei Rothschild e di altri banchieri ebrei di partecipare ai prestiti russi come segno di protesta contro i maltrattamenti cui erano fatti segno gli ebrei in Russia, la fiducia francese nell'alleato orientale rimase sorprendentemente alta fino allo scoppio della guerra, anzi fino a tutto il 1917. Scopo del brano è descrivere:
RISPOSTA    È nella politica francese che appaiono più evidenti i legami tra il governo e le banche, soprattutto a causa dell'ammontare degli investimenti francesi negli altri Paesi europei. Sebbene fosse ancora l'Inghilterra il paese che vantava la quantità maggiore di investimenti all'estero, meno del 6% del totale riguardava l'Europa, contro il 62% della Francia. Ciò non impediva che gli imprenditori francesi con interessi nelle colonie francesi o in Marocco godessero di un'influenza sproporzionata alla loro effettiva importanza finanziaria, ma indicava che, a causa della gran quantità di denaro francese investita negli altri paesi europei, la connessione tra politica d'investimento delle banche e politica estera del governo stava diventando molto stretta. Anche al governo tedesco sarebbe piaciuto sostenere la propria politica con pressioni di tipo finanziario; ma mentre la Germania soffrì di una penuria permanente di capitali dopo gli anni di rapida espansione industriale della seconda metà dell'Ottocento, i risparmiatori francesi (anche se talvolta erano accusati dai nazionalisti di investire più all'estero che in patria) disponevano di forti quantità di risparmio accumulato. Le tendenze degli investitori inglesi erano del tutto diverse, poiché la maggior parte dei capitali britannici fuori del Regno Unito si volgeva all'Impero e all'America del Nord e del Sud, per cui la politica britannica in Europa restò, in una certa misura, indipendente dai condizionamenti finanziari che invece influenzarono i francesi. Più di ogni altro schieramento internazionale antecedente il 1914, l'alleanza franco-russa fu cementata da vincoli che erano, oltre che politici e strategici, anche finanziari. Sebbene la stipulazione dell'alleanza (del 1893) all'origine fosse la conseguenza di pressioni strategiche e politiche su entrambi i contraenti, i negoziati coincisero con il lancio della prima serie di grandi prestiti russi sul mercato finanziario francese. I prestiti iniziali del 1888, 1889 e 1890 furono seguiti da investimenti francesi in altri settori dell'economia zarista - crediti alle amministrazioni locali, ferrovie, miniere e imprese industriali di ogni tipo - col risultato che nel 1914 quasi un quarto di tutti gli investimenti francesi all'estero riguardavano la Russia. È impossibile che da vincoli finanziari di tali proporzioni non derivassero conseguenze politiche, anche se si prescinde da condizioni particolari connesse ad alcuni prestiti, come ad esempio la costruzione di ferrovie strategiche o la promessa di commesse alle imprese francesi. Le banche che incoraggiavano i clienti a investire i loro risparmi nei titoli o nelle miniere o nelle ferrovie russe avevano tutto da guadagnare nel dipingere la Russia come un paese forte, stabile politicamente ed economicamente in espansione, avvalorando insomma l'immagine di un alleato valido. Ad onta degli attacchi della Sinistra francese contro l'autocrazia e l'oppressione zarista, e nonostante i reiterati rifiuti dei Rothschild e di altri banchieri ebrei di partecipare ai prestiti russi come segno di protesta contro i maltrattamenti cui erano fatti segno gli ebrei in Russia, la fiducia francese nell'alleato orientale rimase sorprendentemente alta fino allo scoppio della guerra, anzi fino a tutto il 1917. Dal brano si evince che i nazionalisti accusavano i risparmiatori francesi di:
RISPOSTA   Domanda difficile È noto che, con gli attuali vaccini anti-influenzali la copertura dura due-tre mesi: si spiega come, ad esempio, nell'epidemia dell'anno scorso che è durata per un periodo di tempo più prolungato rispetto a quello degli anni precedenti si siano avuti casi in cui l'influenza è stata contratta due volte nella stessa annata o come, in alcuni casi, la malattia si sia manifestata in persone che in precedenza, ma assai anticipatamente, si erano sottoposti alla vaccinazione. Con questo nuovo vaccino si risolve anche il dubbio di quando vaccinare: utilizzandolo già in settembre-ottobre, si ha una copertura che si estende fino a febbraio. La maggior durata dell'immunizzazione è stata ottenuta nei laboratori della ditta americana Chiron dal dottor Rino Rappuoli, aggiungendo al vaccino tradizionale una nuova sostanza cosiddetta adiuvante, chiamata mf59, costituita da un'emulsione di acqua e olio contenente squalene (un derivato del colesterolo) e due surfattanti. Con l'aggiunta di questo adiuvante il rilascio della sostanza avviene solo all'interno della cellula, potenziando quindi al massimo l'attività del vaccino. Comunque, o utilizzando questo tipo di vaccino (più costoso di circa il 50% rispetto a quello classicamente in uso) o utilizzando quello tradizionale, che mantiene intatta tutta la sua efficacia, si sottolinea ancora una volta l'importanza della vaccinazione, unica arma in nostro possesso per combattere l'influenza. Occorre tenere presente che in Italia questa malattia costituisce la terza causa di morte per patologie infettive e che, secondo i dati dell'INPS, in media, ci sono nel nostro Paese, ogni anno, tre milioni e duecentomila lavoratori colpiti, con un costo per ogni caso di non meno di 600.000 lire. Anche per il prossimo inverno le previsioni non sono favorevoli, dato che circa il 20 per cento della popolazione ne verrà colpito. Il vaccino utilizzato quest'anno è costituito dai ceppi: A/Wuhan/359/95, A/Bayer/7/95, B/Beijing/184/93 e potrà essere somministrato ad adulti e bambini oltre i 3 anni in una sola dose iniettata per via intramuscolare; per i bambini da 6 mesi a 3 anni è prescritta metà dose. A tutti coloro mai precedentemente vaccinati contro l'influenza (adulti e bambini) deve essere somministrata una seconda dose dopo 4-6 settimane. La vaccinazione anti- influenzale è particolarmente raccomandata in quelle categorie di persone, adulti e bambini, in cui le eventuali complicanze dell'influenza possono produrre gli effetti più gravi e precisamente: soggetti con malattie croniche dell'apparato respiratorio, come bronchiti croniche ed enfisema, asma bronchiale, bronchiectasie, mucoviscidosi, tubercolosi polmonare; soggetti con patologie renali croniche; soggetti diabetici; pazienti con deficienza immunitaria congenita o acquisita. La vaccinazione è raccomandata anche ai pazienti che vivono in istituti nei quali l'introduzione dell'infezione potrebbe diffondersi rapidamente. La vaccinazione è inoltre raccomandata, oltre che alle persone anziane, anche per quei soggetti che possono trasmettere il virus influenzale a soggetti ad alto rischio e al personale addetto a pubblici servizi di primario interesse con particolare riguardo, nel mondo della scuola, a insegnanti, personale amministrativo, bidelli. Un possibile titolo del brano è:
RISPOSTA    È noto che, con gli attuali vaccini anti-influenzali la copertura dura due-tre mesi: si spiega come, ad esempio, nell'epidemia dell'anno scorso che è durata per un periodo di tempo più prolungato rispetto a quello degli anni precedenti si siano avuti casi in cui l'influenza è stata contratta due volte nella stessa annata o come, in alcuni casi, la malattia si sia manifestata in persone che in precedenza, ma assai anticipatamente, si erano sottoposti alla vaccinazione. Con questo nuovo vaccino si risolve anche il dubbio di quando vaccinare: utilizzandolo già in settembre-ottobre, si ha una copertura che si estende fino a febbraio. La maggior durata dell'immunizzazione è stata ottenuta nei laboratori della ditta americana Chiron dal dottor Rino Rappuoli, aggiungendo al vaccino tradizionale una nuova sostanza cosiddetta adiuvante, chiamata mf59, costituita da un'emulsione di acqua e olio contenente squalene (un derivato del colesterolo) e due surfattanti. Con l'aggiunta di questo adiuvante il rilascio della sostanza avviene solo all'interno della cellula, potenziando quindi al massimo l'attività del vaccino. Comunque, o utilizzando questo tipo di vaccino (più costoso di circa il 50% rispetto a quello classicamente in uso) o utilizzando quello tradizionale, che mantiene intatta tutta la sua efficacia, si sottolinea ancora una volta l'importanza della vaccinazione, unica arma in nostro possesso per combattere l'influenza. Occorre tenere presente che in Italia questa malattia costituisce la terza causa di morte per patologie infettive e che, secondo i dati dell'INPS, in media, ci sono nel nostro Paese, ogni anno, tre milioni e duecentomila lavoratori colpiti, con un costo per ogni caso di non meno di 600.000 lire. Anche per il prossimo inverno le previsioni non sono favorevoli, dato che circa il 20 per cento della popolazione ne verrà colpito. Il vaccino utilizzato quest'anno è costituito dai ceppi: A/Wuhan/359/95, A/Bayer/7/95, B/Beijing/184/93 e potrà essere somministrato ad adulti e bambini oltre i 3 anni in una sola dose iniettata per via intramuscolare; per i bambini da 6 mesi a 3 anni è prescritta metà dose. A tutti coloro mai precedentemente vaccinati contro l'influenza (adulti e bambini) deve essere somministrata una seconda dose dopo 4-6 settimane. La vaccinazione anti- influenzale è particolarmente raccomandata in quelle categorie di persone, adulti e bambini, in cui le eventuali complicanze dell'influenza possono produrre gli effetti più gravi e precisamente: soggetti con malattie croniche dell'apparato respiratorio, come bronchiti croniche ed enfisema, asma bronchiale, bronchiectasie, mucoviscidosi, tubercolosi polmonare; soggetti con patologie renali croniche; soggetti diabetici; pazienti con deficienza immunitaria congenita o acquisita. La vaccinazione è raccomandata anche ai pazienti che vivono in istituti nei quali l'introduzione dell'infezione potrebbe diffondersi rapidamente. La vaccinazione è inoltre raccomandata, oltre che alle persone anziane, anche per quei soggetti che possono trasmettere il virus influenzale a soggetti ad alto rischio e al personale addetto a pubblici servizi di primario interesse con particolare riguardo, nel mondo della scuola, a insegnanti, personale amministrativo, bidelli. La bronchiectasia è:
RISPOSTA    È noto che, con gli attuali vaccini anti-influenzali la copertura dura due-tre mesi: si spiega come, ad esempio, nell'epidemia dell'anno scorso che è durata per un periodo di tempo più prolungato rispetto a quello degli anni precedenti si siano avuti casi in cui l'influenza è stata contratta due volte nella stessa annata o come, in alcuni casi, la malattia si sia manifestata in persone che in precedenza, ma assai anticipatamente, si erano sottoposti alla vaccinazione. Con questo nuovo vaccino si risolve anche il dubbio di quando vaccinare: utilizzandolo già in settembre-ottobre, si ha una copertura che si estende fino a febbraio. La maggior durata dell'immunizzazione è stata ottenuta nei laboratori della ditta americana Chiron dal dottor Rino Rappuoli, aggiungendo al vaccino tradizionale una nuova sostanza cosiddetta adiuvante, chiamata mf59, costituita da un'emulsione di acqua e olio contenente squalene (un derivato del colesterolo) e due surfattanti. Con l'aggiunta di questo adiuvante il rilascio della sostanza avviene solo all'interno della cellula, potenziando quindi al massimo l'attività del vaccino. Comunque, o utilizzando questo tipo di vaccino (più costoso di circa il 50% rispetto a quello classicamente in uso) o utilizzando quello tradizionale, che mantiene intatta tutta la sua efficacia, si sottolinea ancora una volta l'importanza della vaccinazione, unica arma in nostro possesso per combattere l'influenza. Occorre tenere presente che in Italia questa malattia costituisce la terza causa di morte per patologie infettive e che, secondo i dati dell'INPS, in media, ci sono nel nostro Paese, ogni anno, tre milioni e duecentomila lavoratori colpiti, con un costo per ogni caso di non meno di 600.000 lire. Anche per il prossimo inverno le previsioni non sono favorevoli, dato che circa il 20 per cento della popolazione ne verrà colpito. Il vaccino utilizzato quest'anno è costituito dai ceppi: A/Wuhan/359/95, A/Bayer/7/95, B/Beijing/184/93 e potrà essere somministrato ad adulti e bambini oltre i 3 anni in una sola dose iniettata per via intramuscolare; per i bambini da 6 mesi a 3 anni è prescritta metà dose. A tutti coloro mai precedentemente vaccinati contro l'influenza (adulti e bambini) deve essere somministrata una seconda dose dopo 4-6 settimane. La vaccinazione anti- influenzale è particolarmente raccomandata in quelle categorie di persone, adulti e bambini, in cui le eventuali complicanze dell'influenza possono produrre gli effetti più gravi e precisamente: soggetti con malattie croniche dell'apparato respiratorio, come bronchiti croniche ed enfisema, asma bronchiale, bronchiectasie, mucoviscidosi, tubercolosi polmonare; soggetti con patologie renali croniche; soggetti diabetici; pazienti con deficienza immunitaria congenita o acquisita. La vaccinazione è raccomandata anche ai pazienti che vivono in istituti nei quali l'introduzione dell'infezione potrebbe diffondersi rapidamente. La vaccinazione è inoltre raccomandata, oltre che alle persone anziane, anche per quei soggetti che possono trasmettere il virus influenzale a soggetti ad alto rischio e al personale addetto a pubblici servizi di primario interesse con particolare riguardo, nel mondo della scuola, a insegnanti, personale amministrativo, bidelli. Dal brano si deduce che l'autore verosimilmente è un:
RISPOSTA    È sempre rischioso, almeno per chi non è abituato a giocare troppo disinvoltamente con le idee, valutare i tempi in cui viviamo come se fossimo sempre alla vigilia di dirompenti sconvolgimenti. Il fatidico anno 2000, a prescindere dai valori simbolici riguardo l'ingresso nel nuovo millennio, non è altro, in fin dei conti, che l'anno successivo al 1999 e precedente all'anno 2001. Questa elementare avvertenza, con il suggerimento alla prudenza nell'annunciare proclami, dovrebbe valere ancor più nel campo delle previsioni economiche e di mercato, dove domina, come è noto, l'incertezza. Lo stesso Keynes sosteneva che "il prevedibile non si avvera mai e l'imprevisto sempre". Nel campo dei media sono innumerevoli gli esempi di previsioni errate e di falsi annunci su presunte svolte rivoluzionarie. Molti pseudo-strateghi avevano preconizzato, a titolo di esempio, la fine della radio e del cinema con l'avvento della televisione, il declino di quest'ultima con la nascita dell'home-video, la rottamazione alla fine degli anni ottanta della "vecchia" televisione a seguito del "rivoluzionario" sistema della tv ad alta definizione, più recentemente la marginalizzazione progressiva della tv generalista, come tipologia di offerta e come modello incentrato sulla pubblicità a vantaggio delle varie forme di televisione a pagamento. È inutile ricordare che l'evoluzione del sistema ha sempre determinato l'integrazione tra i vari mezzi di comunicazione e che in molti casi le previsioni non sono state rispettate (la stessa tv generalista, in un mercato maturo come quello Usa, pur perdendo quote, non ha smesso di macinare utili), mentre una quantità non indifferente di risorse è stata inutilmente impegnata e dispersa in irrealistici progetti. Pur con tutte le cautele suggerite da questa doverosa premessa, non si può non rilevare che il sistema televisivo, in tutti i Paesi, si trovi di fronte a una svolta, essendo in una fase di passaggio tra due "epoche" televisive. Vi è infatti la percezione, se non la sicurezza da parte dei più, che l'attuale modello televisivo sia in una fase declinante, avendo perso anche le energie e le capacità di un tempo; nel contempo appare incerto e nebuloso l'approdo finale di un nuovo modello di cui si intravvedono solo i contorni. In effetti la televisione non è più il luogo tranquillo di un tempo. E forse proprio questa tranquillità molti rimpiangono. Così era la tv del monopolio pubblico, dichiaratamente pedagogica, di buona qualità e molto rispettosa del pubblico. Lo stesso periodo iniziale, molto più dinamico, della concorrenza tra pubblico e privato negli anni Ottanta si è caratterizzato per le forti spinte innovative nel linguaggio ideativo e produttivo. Ora alla tranquillità di quei periodi è subentrata una forte turbolenza. Cerchiamo quindi di capire le tendenze di fondo del sistema televisivo così da individuarne i percorsi più ragionevolmente possibili. Sono tre, a mio parere, i grandi vettori portanti di una profonda modificazione della televisione. Primo: la tv, come tutto il sistema delle comunicazioni di massa, assume sempre più i connotati e le peculiarità di un vero e proprio mercato. Secondo: si assiste da alcuni anni allo sbriciolarsi dei confini nazionali. Il terzo elemento di rottura con il passato è la forte turbolenza tecnologica. Secondo quanto affermato nel brano, la televisione del monopolio pubblico era una tv:
RISPOSTA    È sempre rischioso, almeno per chi non è abituato a giocare troppo disinvoltamente con le idee, valutare i tempi in cui viviamo come se fossimo sempre alla vigilia di dirompenti sconvolgimenti. Il fatidico anno 2000, a prescindere dai valori simbolici riguardo l'ingresso nel nuovo millennio, non è altro, in fin dei conti, che l'anno successivo al 1999 e precedente all'anno 2001. Questa elementare avvertenza, con il suggerimento alla prudenza nell'annunciare proclami, dovrebbe valere ancor più nel campo delle previsioni economiche e di mercato, dove domina, come è noto, l'incertezza. Lo stesso Keynes sosteneva che "il prevedibile non si avvera mai e l'imprevisto sempre". Nel campo dei media sono innumerevoli gli esempi di previsioni errate e di falsi annunci su presunte svolte rivoluzionarie. Molti pseudo-strateghi avevano preconizzato, a titolo di esempio, la fine della radio e del cinema con l'avvento della televisione, il declino di quest'ultima con la nascita dell'home-video, la rottamazione alla fine degli anni ottanta della "vecchia" televisione a seguito del "rivoluzionario" sistema della tv ad alta definizione, più recentemente la marginalizzazione progressiva della tv generalista, come tipologia di offerta e come modello incentrato sulla pubblicità a vantaggio delle varie forme di televisione a pagamento. È inutile ricordare che l'evoluzione del sistema ha sempre determinato l'integrazione tra i vari mezzi di comunicazione e che in molti casi le previsioni non sono state rispettate (la stessa tv generalista, in un mercato maturo come quello Usa, pur perdendo quote, non ha smesso di macinare utili), mentre una quantità non indifferente di risorse è stata inutilmente impegnata e dispersa in irrealistici progetti. Pur con tutte le cautele suggerite da questa doverosa premessa, non si può non rilevare che il sistema televisivo, in tutti i Paesi, si trovi di fronte a una svolta, essendo in una fase di passaggio tra due "epoche" televisive. Vi è infatti la percezione, se non la sicurezza da parte dei più, che l'attuale modello televisivo sia in una fase declinante, avendo perso anche le energie e le capacità di un tempo; nel contempo appare incerto e nebuloso l'approdo finale di un nuovo modello di cui si intravvedono solo i contorni. In effetti la televisione non è più il luogo tranquillo di un tempo. E forse proprio questa tranquillità molti rimpiangono. Così era la tv del monopolio pubblico, dichiaratamente pedagogica, di buona qualità e molto rispettosa del pubblico. Lo stesso periodo iniziale, molto più dinamico, della concorrenza tra pubblico e privato negli anni Ottanta si è caratterizzato per le forti spinte innovative nel linguaggio ideativo e produttivo. Ora alla tranquillità di quei periodi è subentrata una forte turbolenza. Cerchiamo quindi di capire le tendenze di fondo del sistema televisivo così da individuarne i percorsi più ragionevolmente possibili. Sono tre, a mio parere, i grandi vettori portanti di una profonda modificazione della televisione. Primo: la tv, come tutto il sistema delle comunicazioni di massa, assume sempre più i connotati e le peculiarità di un vero e proprio mercato. Secondo: si assiste da alcuni anni allo sbriciolarsi dei confini nazionali. Il terzo elemento di rottura con il passato è la forte turbolenza tecnologica. L'avvertenza che l'anno 2000 non è altro che quello successivo al 1999 serve all'autore per ricordare che:
RISPOSTA   Domanda difficile È sempre rischioso, almeno per chi non è abituato a giocare troppo disinvoltamente con le idee, valutare i tempi in cui viviamo come se fossimo sempre alla vigilia di dirompenti sconvolgimenti. Il fatidico anno 2000, a prescindere dai valori simbolici riguardo l'ingresso nel nuovo millennio, non è altro, in fin dei conti, che l'anno successivo al 1999 e precedente all'anno 2001. Questa elementare avvertenza, con il suggerimento alla prudenza nell'annunciare proclami, dovrebbe valere ancor più nel campo delle previsioni economiche e di mercato, dove domina, come è noto, l'incertezza. Lo stesso Keynes sosteneva che "il prevedibile non si avvera mai e l'imprevisto sempre". Nel campo dei media sono innumerevoli gli esempi di previsioni errate e di falsi annunci su presunte svolte rivoluzionarie. Molti pseudo-strateghi avevano preconizzato, a titolo di esempio, la fine della radio e del cinema con l'avvento della televisione, il declino di quest'ultima con la nascita dell'home-video, la rottamazione alla fine degli anni ottanta della "vecchia" televisione a seguito del "rivoluzionario" sistema della tv ad alta definizione, più recentemente la marginalizzazione progressiva della tv generalista, come tipologia di offerta e come modello incentrato sulla pubblicità a vantaggio delle varie forme di televisione a pagamento. È inutile ricordare che l'evoluzione del sistema ha sempre determinato l'integrazione tra i vari mezzi di comunicazione e che in molti casi le previsioni non sono state rispettate (la stessa tv generalista, in un mercato maturo come quello Usa, pur perdendo quote, non ha smesso di macinare utili), mentre una quantità non indifferente di risorse è stata inutilmente impegnata e dispersa in irrealistici progetti. Pur con tutte le cautele suggerite da questa doverosa premessa, non si può non rilevare che il sistema televisivo, in tutti i Paesi, si trovi di fronte a una svolta, essendo in una fase di passaggio tra due "epoche" televisive. Vi è infatti la percezione, se non la sicurezza da parte dei più, che l'attuale modello televisivo sia in una fase declinante, avendo perso anche le energie e le capacità di un tempo; nel contempo appare incerto e nebuloso l'approdo finale di un nuovo modello di cui si intravvedono solo i contorni. In effetti la televisione non è più il luogo tranquillo di un tempo. E forse proprio questa tranquillità molti rimpiangono. Così era la tv del monopolio pubblico, dichiaratamente pedagogica, di buona qualità e molto rispettosa del pubblico. Lo stesso periodo iniziale, molto più dinamico, della concorrenza tra pubblico e privato negli anni Ottanta si è caratterizzato per le forti spinte innovative nel linguaggio ideativo e produttivo. Ora alla tranquillità di quei periodi è subentrata una forte turbolenza. Cerchiamo quindi di capire le tendenze di fondo del sistema televisivo così da individuarne i percorsi più ragionevolmente possibili. Sono tre, a mio parere, i grandi vettori portanti di una profonda modificazione della televisione. Primo: la tv, come tutto il sistema delle comunicazioni di massa, assume sempre più i connotati e le peculiarità di un vero e proprio mercato. Secondo: si assiste da alcuni anni allo sbriciolarsi dei confini nazionali. Il terzo elemento di rottura con il passato è la forte turbolenza tecnologica. Secondo l'autore, negli anni Ottanta il mondo della televisione:
RISPOSTA   Domanda difficile È sempre rischioso, almeno per chi non è abituato a giocare troppo disinvoltamente con le idee, valutare i tempi in cui viviamo come se fossimo sempre alla vigilia di dirompenti sconvolgimenti. Il fatidico anno 2000, a prescindere dai valori simbolici riguardo l'ingresso nel nuovo millennio, non è altro, in fin dei conti, che l'anno successivo al 1999 e precedente all'anno 2001. Questa elementare avvertenza, con il suggerimento alla prudenza nell'annunciare proclami, dovrebbe valere ancor più nel campo delle previsioni economiche e di mercato, dove domina, come è noto, l'incertezza. Lo stesso Keynes sosteneva che "il prevedibile non si avvera mai e l'imprevisto sempre". Nel campo dei media sono innumerevoli gli esempi di previsioni errate e di falsi annunci su presunte svolte rivoluzionarie. Molti pseudo-strateghi avevano preconizzato, a titolo di esempio, la fine della radio e del cinema con l'avvento della televisione, il declino di quest'ultima con la nascita dell'home-video, la rottamazione alla fine degli anni ottanta della "vecchia" televisione a seguito del "rivoluzionario" sistema della tv ad alta definizione, più recentemente la marginalizzazione progressiva della tv generalista, come tipologia di offerta e come modello incentrato sulla pubblicità a vantaggio delle varie forme di televisione a pagamento. È inutile ricordare che l'evoluzione del sistema ha sempre determinato l'integrazione tra i vari mezzi di comunicazione e che in molti casi le previsioni non sono state rispettate (la stessa tv generalista, in un mercato maturo come quello Usa, pur perdendo quote, non ha smesso di macinare utili), mentre una quantità non indifferente di risorse è stata inutilmente impegnata e dispersa in irrealistici progetti. Pur con tutte le cautele suggerite da questa doverosa premessa, non si può non rilevare che il sistema televisivo, in tutti i Paesi, si trovi di fronte a una svolta, essendo in una fase di passaggio tra due "epoche" televisive. Vi è infatti la percezione, se non la sicurezza da parte dei più, che l'attuale modello televisivo sia in una fase declinante, avendo perso anche le energie e le capacità di un tempo; nel contempo appare incerto e nebuloso l'approdo finale di un nuovo modello di cui si intravvedono solo i contorni. In effetti la televisione non è più il luogo tranquillo di un tempo. E forse proprio questa tranquillità molti rimpiangono. Così era la tv del monopolio pubblico, dichiaratamente pedagogica, di buona qualità e molto rispettosa del pubblico. Lo stesso periodo iniziale, molto più dinamico, della concorrenza tra pubblico e privato negli anni Ottanta si è caratterizzato per le forti spinte innovative nel linguaggio ideativo e produttivo. Ora alla tranquillità di quei periodi è subentrata una forte turbolenza. Cerchiamo quindi di capire le tendenze di fondo del sistema televisivo così da individuarne i percorsi più ragionevolmente possibili. Sono tre, a mio parere, i grandi vettori portanti di una profonda modificazione della televisione. Primo: la tv, come tutto il sistema delle comunicazioni di massa, assume sempre più i connotati e le peculiarità di un vero e proprio mercato. Secondo: si assiste da alcuni anni allo sbriciolarsi dei confini nazionali. Il terzo elemento di rottura con il passato è la forte turbolenza tecnologica. Quale dei seguenti titoli meglio riassume il contenuto del brano?
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Economia è una parola chiave del vocabolario degli uomini della nostra epoca. Non lo era per gli uomini dell'Antichità o del Medioevo. Con essa ci si riferisce a quel vasto e complesso campo di beni, strumenti, comportamenti, rapporti fra le persone che riguardano i bisogni materiali dell'uomo e il modo di soddisfarli. Oggi sappiamo bene che i bisogni dell'uomo variano nel tempo: non tutte le epoche hanno gli stessi bisogni e ogni età soddisfa i propri in modo diverso. Ma l'uomo di qualsiasi tempo ha avuto dei bisogni e ha dovuto soddisfarli, a cominciare da quelli "elementari": cibo, vestiario, abitazione. Dunque, ogni comunità umana ha dovuto (e deve) affrontare problemi economici. Per la loro importanza, anzi, costituiscono una delle dimensioni decisive della storia dei popoli. Non meraviglia perciò scoprire che fin dall'Antichità ci siano tracce di una riflessione sull'economia. Meraviglia piuttosto constatare qualcosa d'altro. Per molto tempo queste riflessioni sono frammentarie, "affogate" in opere che s'occupano d'altro. Mancò a lungo uno sforzo per comprendere se le singole parti del processo economico (produzione, distribuzione, consumo dei beni) fossero tra loro legate e come, secondo quali regolarità o "leggi". È una domanda che ci si comincia a porre in modo esplicito intorno ai secoli XVI- XVII. Ne è spia un nuovo termine: economia politica. Ha notato giustamente J.A. Schumpeter (1883-1950), economista e storico del pensiero economico: "nel Cinquecento, e persino più tardi, oeconomia significa ancora governo della casa", secondo l'etimologia greca della parola. Ma già nel 1615 troviamo in Francia un libro intitolato Traicté de l'économie politique (Trattato d'economia politica), un titolo destinato a divenire "classico": da allora in poi moltissimi libri d'economia si chiameranno appunto così. L'autore del Traicté, Antoine Montchrétien de Watteville, era un modesto economista che non ha portato contributi all'avanzamento delle conoscenze economiche. Ma proprio per questo quel titolo è un indizio: Montchrétien probabilmente l'usò perché il termine si stava già diffondendo. L'economia stava divenendo economia politica: ci si cominciava a chiedere oramai come si formino, crescano, si distribuiscano i mezzi atti a soddisfare i bisogni (le "ricchezze", dicevano gli economisti dell'epoca) dell'intero corpo sociale. Il '600 e il '700 sono secoli di grande fervore di ricerca economica. Vengono individuate le questioni decisive dell'analisi economica e trovati abbozzi di risposte di notevole rilievo scientifico. Perché tanto interesse per l'economia proprio in quei secoli? Una delle più convincenti risposte a tale quesito l'ha fornita Karl Marx. Secondo Marx nelle società precedenti il capitalismo (o pre-capitalistiche) i rapporti economici fra gli uomini erano "velati", nascosti sotto altre apparenze. Nel Medioevo, ad esempio, fra signore e servo della gleba c'era una differenza di "grado" d'origine divina (si ricordi l'ordine trinitario). Fra capitalista e operaio il rapporto è apertamente economico: l'uno possiede i mezzi per produrre i beni e ha bisogno dell'altro per azionarli; il secondo ha la forza-lavoro che serve al capitalista per mettere in moto i mezzi di produzione e ha la necessità di ricevere per il suo lavoro un salario che il capitalista può pagargli. Una volta venuti in primo piano, senza più veli, i rapporti economici nella realtà, la riflessione sull'economia si libera anch'essa da altre preoccupazioni. Questo brano è più verosimilmente parte di:
RISPOSTA    Economia è una parola chiave del vocabolario degli uomini della nostra epoca. Non lo era per gli uomini dell'Antichità o del Medioevo. Con essa ci si riferisce a quel vasto e complesso campo di beni, strumenti, comportamenti, rapporti fra le persone che riguardano i bisogni materiali dell'uomo e il modo di soddisfarli. Oggi sappiamo bene che i bisogni dell'uomo variano nel tempo: non tutte le epoche hanno gli stessi bisogni e ogni età soddisfa i propri in modo diverso. Ma l'uomo di qualsiasi tempo ha avuto dei bisogni e ha dovuto soddisfarli, a cominciare da quelli "elementari": cibo, vestiario, abitazione. Dunque, ogni comunità umana ha dovuto (e deve) affrontare problemi economici. Per la loro importanza, anzi, costituiscono una delle dimensioni decisive della storia dei popoli. Non meraviglia perciò scoprire che fin dall'Antichità ci siano tracce di una riflessione sull'economia. Meraviglia piuttosto constatare qualcosa d'altro. Per molto tempo queste riflessioni sono frammentarie, "affogate" in opere che s'occupano d'altro. Mancò a lungo uno sforzo per comprendere se le singole parti del processo economico (produzione, distribuzione, consumo dei beni) fossero tra loro legate e come, secondo quali regolarità o "leggi". È una domanda che ci si comincia a porre in modo esplicito intorno ai secoli XVI- XVII. Ne è spia un nuovo termine: economia politica. Ha notato giustamente J.A. Schumpeter (1883-1950), economista e storico del pensiero economico: "nel Cinquecento, e persino più tardi, oeconomia significa ancora governo della casa", secondo l'etimologia greca della parola. Ma già nel 1615 troviamo in Francia un libro intitolato Traicté de l'économie politique (Trattato d'economia politica), un titolo destinato a divenire "classico": da allora in poi moltissimi libri d'economia si chiameranno appunto così. L'autore del Traicté, Antoine Montchrétien de Watteville, era un modesto economista che non ha portato contributi all'avanzamento delle conoscenze economiche. Ma proprio per questo quel titolo è un indizio: Montchrétien probabilmente l'usò perché il termine si stava già diffondendo. L'economia stava divenendo economia politica: ci si cominciava a chiedere oramai come si formino, crescano, si distribuiscano i mezzi atti a soddisfare i bisogni (le "ricchezze", dicevano gli economisti dell'epoca) dell'intero corpo sociale. Il '600 e il '700 sono secoli di grande fervore di ricerca economica. Vengono individuate le questioni decisive dell'analisi economica e trovati abbozzi di risposte di notevole rilievo scientifico. Perché tanto interesse per l'economia proprio in quei secoli? Una delle più convincenti risposte a tale quesito l'ha fornita Karl Marx. Secondo Marx nelle società precedenti il capitalismo (o pre-capitalistiche) i rapporti economici fra gli uomini erano "velati", nascosti sotto altre apparenze. Nel Medioevo, ad esempio, fra signore e servo della gleba c'era una differenza di "grado" d'origine divina (si ricordi l'ordine trinitario). Fra capitalista e operaio il rapporto è apertamente economico: l'uno possiede i mezzi per produrre i beni e ha bisogno dell'altro per azionarli; il secondo ha la forza-lavoro che serve al capitalista per mettere in moto i mezzi di produzione e ha la necessità di ricevere per il suo lavoro un salario che il capitalista può pagargli. Una volta venuti in primo piano, senza più veli, i rapporti economici nella realtà, la riflessione sull'economia si libera anch'essa da altre preoccupazioni. Secondo l'autore del brano:
RISPOSTA   Domanda difficile Economia è una parola chiave del vocabolario degli uomini della nostra epoca. Non lo era per gli uomini dell'Antichità o del Medioevo. Con essa ci si riferisce a quel vasto e complesso campo di beni, strumenti, comportamenti, rapporti fra le persone che riguardano i bisogni materiali dell'uomo e il modo di soddisfarli. Oggi sappiamo bene che i bisogni dell'uomo variano nel tempo: non tutte le epoche hanno gli stessi bisogni e ogni età soddisfa i propri in modo diverso. Ma l'uomo di qualsiasi tempo ha avuto dei bisogni e ha dovuto soddisfarli, a cominciare da quelli "elementari": cibo, vestiario, abitazione. Dunque, ogni comunità umana ha dovuto (e deve) affrontare problemi economici. Per la loro importanza, anzi, costituiscono una delle dimensioni decisive della storia dei popoli. Non meraviglia perciò scoprire che fin dall'Antichità ci siano tracce di una riflessione sull'economia. Meraviglia piuttosto constatare qualcosa d'altro. Per molto tempo queste riflessioni sono frammentarie, "affogate" in opere che s'occupano d'altro. Mancò a lungo uno sforzo per comprendere se le singole parti del processo economico (produzione, distribuzione, consumo dei beni) fossero tra loro legate e come, secondo quali regolarità o "leggi". È una domanda che ci si comincia a porre in modo esplicito intorno ai secoli XVI- XVII. Ne è spia un nuovo termine: economia politica. Ha notato giustamente J.A. Schumpeter (1883-1950), economista e storico del pensiero economico: "nel Cinquecento, e persino più tardi, oeconomia significa ancora governo della casa", secondo l'etimologia greca della parola. Ma già nel 1615 troviamo in Francia un libro intitolato Traicté de l'économie politique (Trattato d'economia politica), un titolo destinato a divenire "classico": da allora in poi moltissimi libri d'economia si chiameranno appunto così. L'autore del Traicté, Antoine Montchrétien de Watteville, era un modesto economista che non ha portato contributi all'avanzamento delle conoscenze economiche. Ma proprio per questo quel titolo è un indizio: Montchrétien probabilmente l'usò perché il termine si stava già diffondendo. L'economia stava divenendo economia politica: ci si cominciava a chiedere oramai come si formino, crescano, si distribuiscano i mezzi atti a soddisfare i bisogni (le "ricchezze", dicevano gli economisti dell'epoca) dell'intero corpo sociale. Il '600 e il '700 sono secoli di grande fervore di ricerca economica. Vengono individuate le questioni decisive dell'analisi economica e trovati abbozzi di risposte di notevole rilievo scientifico. Perché tanto interesse per l'economia proprio in quei secoli? Una delle più convincenti risposte a tale quesito l'ha fornita Karl Marx. Secondo Marx nelle società precedenti il capitalismo (o pre-capitalistiche) i rapporti economici fra gli uomini erano "velati", nascosti sotto altre apparenze. Nel Medioevo, ad esempio, fra signore e servo della gleba c'era una differenza di "grado" d'origine divina (si ricordi l'ordine trinitario). Fra capitalista e operaio il rapporto è apertamente economico: l'uno possiede i mezzi per produrre i beni e ha bisogno dell'altro per azionarli; il secondo ha la forza-lavoro che serve al capitalista per mettere in moto i mezzi di produzione e ha la necessità di ricevere per il suo lavoro un salario che il capitalista può pagargli. Una volta venuti in primo piano, senza più veli, i rapporti economici nella realtà, la riflessione sull'economia si libera anch'essa da altre preoccupazioni. Dalle riflessioni riportate nel brano è possibile concludere che:
RISPOSTA    Economia è una parola chiave del vocabolario degli uomini della nostra epoca. Non lo era per gli uomini dell'Antichità o del Medioevo. Con essa ci si riferisce a quel vasto e complesso campo di beni, strumenti, comportamenti, rapporti fra le persone che riguardano i bisogni materiali dell'uomo e il modo di soddisfarli. Oggi sappiamo bene che i bisogni dell'uomo variano nel tempo: non tutte le epoche hanno gli stessi bisogni e ogni età soddisfa i propri in modo diverso. Ma l'uomo di qualsiasi tempo ha avuto dei bisogni e ha dovuto soddisfarli, a cominciare da quelli "elementari": cibo, vestiario, abitazione. Dunque, ogni comunità umana ha dovuto (e deve) affrontare problemi economici. Per la loro importanza, anzi, costituiscono una delle dimensioni decisive della storia dei popoli. Non meraviglia perciò scoprire che fin dall'Antichità ci siano tracce di una riflessione sull'economia. Meraviglia piuttosto constatare qualcosa d'altro. Per molto tempo queste riflessioni sono frammentarie, "affogate" in opere che s'occupano d'altro. Mancò a lungo uno sforzo per comprendere se le singole parti del processo economico (produzione, distribuzione, consumo dei beni) fossero tra loro legate e come, secondo quali regolarità o "leggi". È una domanda che ci si comincia a porre in modo esplicito intorno ai secoli XVI- XVII. Ne è spia un nuovo termine: economia politica. Ha notato giustamente J.A. Schumpeter (1883-1950), economista e storico del pensiero economico: "nel Cinquecento, e persino più tardi, oeconomia significa ancora governo della casa", secondo l'etimologia greca della parola. Ma già nel 1615 troviamo in Francia un libro intitolato Traicté de l'économie politique (Trattato d'economia politica), un titolo destinato a divenire "classico": da allora in poi moltissimi libri d'economia si chiameranno appunto così. L'autore del Traicté, Antoine Montchrétien de Watteville, era un modesto economista che non ha portato contributi all'avanzamento delle conoscenze economiche. Ma proprio per questo quel titolo è un indizio: Montchrétien probabilmente l'usò perché il termine si stava già diffondendo. L'economia stava divenendo economia politica: ci si cominciava a chiedere oramai come si formino, crescano, si distribuiscano i mezzi atti a soddisfare i bisogni (le "ricchezze", dicevano gli economisti dell'epoca) dell'intero corpo sociale. Il '600 e il '700 sono secoli di grande fervore di ricerca economica. Vengono individuate le questioni decisive dell'analisi economica e trovati abbozzi di risposte di notevole rilievo scientifico. Perché tanto interesse per l'economia proprio in quei secoli? Una delle più convincenti risposte a tale quesito l'ha fornita Karl Marx. Secondo Marx nelle società precedenti il capitalismo (o pre-capitalistiche) i rapporti economici fra gli uomini erano "velati", nascosti sotto altre apparenze. Nel Medioevo, ad esempio, fra signore e servo della gleba c'era una differenza di "grado" d'origine divina (si ricordi l'ordine trinitario). Fra capitalista e operaio il rapporto è apertamente economico: l'uno possiede i mezzi per produrre i beni e ha bisogno dell'altro per azionarli; il secondo ha la forza-lavoro che serve al capitalista per mettere in moto i mezzi di produzione e ha la necessità di ricevere per il suo lavoro un salario che il capitalista può pagargli. Una volta venuti in primo piano, senza più veli, i rapporti economici nella realtà, la riflessione sull'economia si libera anch'essa da altre preoccupazioni. In questo brano l'autore:
RISPOSTA   Domanda difficile Ermes aveva fama di essere il più ingegnoso fra gli dei, e certo fu anche il più precoce di tutti i neonati. Appena deposto nella culla, si divincolò dalle fasce, si rizzò sui piedini e uscì a respirare l'aria fresca. Vide una tartaruga nell'erba, e la salutò con garbo: "Salve, amabile creatura, compagna delle danze, amica dei banchetti! è una gioia vederti: che bel giocattolo!". Ma nelle gentili parole si celava un presagio minaccioso poiché, con la rapidità di un genio, il dio bambino aveva compreso la futura funzione di quello splendido guscio. Egli lo afferrò e ne tolse la polpa, vi tese una pelle di bue, fissò due bracci congiunti da una traversa, e applicò al guscio sette corde fatte con budello di pecora, intonandole in armonia. Aveva inventato la cetra; e si mise a cantare, accompagnando la voce a quel dolce suono. Poi gli venne un formidabile appetito, e per saziarlo rapì le mandrie di Apollo; ma costui prese malissimo la prodezza di quell'insolente bambino. Ermes dovette placare la sua ira con il dono del nuovo strumento; e da allora Apollo è il dio della musica, che suscita "la gioia, l'amore e il dolce sonno". Così l'Inno omerico a Ermes narra il mito, collegando la scoperta della musica con l'invenzione dello strumento musicale. I trattatisti antichi preferivano identificare il primo strumento nella voce umana, da cui in seguito sarebbero derivati per imitazione tutti gli altri. Saffo invoca la sua cetra (chelys, propriamente "tartaruga") perché "diventi parlante"; e Platone paragona la voce di Socrate a quella del flauto. Ma fino dai tempi più remoti l'accompagnamento strumentale era ritenuto una necessità imprescindibile per l'esecuzione della poesia, tanto che una volta Archiloco, in mancanza di un citaredo, imitò il suono della cetra con il ritornello onomatopeico ténella. D'altro lato, altrettanto antico era l'uso di composizioni per strumenti assolo; e ancora una volta il precedente ricorre in un episodio del mito, allorché Atena imitò con il flauto il pianto delle Gorgoni immortali sulla loro sorella mortale Medusa, decapitata da Perseo. La dea fece dono di questa musica agli uomini perché la possedessero per sempre; e Pindaro la ascoltò dal flautista Mida di Agrigento in un concorso musicale, lasciandone fulgida memoria nel carme composto per celebrare la vittoria dell'artista, la XII Pitica. La cetra e il flauto sono gli esemplari tipici delle due famiglie, a corda e a fiato, in cui i musicologi greci suddividevano gli strumenti; mentre non tutti sono d'accordo nell'introdurre un terzo gruppo per gli strumenti a percussione, considerati affini a quelli a corda poiché in entrambi i casi il suono era prodotto da un contatto. Ma accanto a questo sistema fondamentale esistevano altri criteri di classificazione: in base all'altezza dei suoni prodotti, oppure mediante l'opposizione di "maschile" e "femminile" in rapporto al carattere dell'intonazione, o secondo l'origine indigena o straniera, o secondo l'uso che distingueva fra gli strumenti di città e di campagna, da convito o da guerra. Molte cose sappiamo della musica greca; ma dai rari testi corredati di notazioni musicali non riusciamo a ricostruirne il suono. A fomentare questo rimpianto contribuisce la consapevolezza del ruolo centrale che la musica occupava nella vita dei Greci. Non soltanto essa valeva come autonoma emozione artistica, e come imprescindibile complemento del testo nella poesia lirica e nel teatro tragico e comico; ma il suo primato si affidava anche ai significati religiosi ed etici, psicologici ed educativi, che nella cultura greca erano attribuiti all'esperienza musicale. Nel complesso dei Moralia di Plutarco rientra un opuscolo di dubbia attribuzione, ma certamente di buona attendibilità, in cui si tratta sia la storia della musica antica sia gli ardui problemi teorici e tecnici di un'arte che era pervenuta a un formidabile livello di complessità. Secondo quanto sostenuto nel brano, è impossibile per noi ricostruire:

 Esercitati su questo Quiz 
«2345678»
[bbp-single-forum id=21165]

ShowQuestions

Cerca

CONCORSI NELLE PROVINCE

Agrigento   Alessandria   Ancona   Aosta   Arezzo   Ascoli Piceno   Asti   Avellino   Bari   Barletta Andria Trani   Belluno   Benevento   Bergamo   Biella   Bologna   Bolzano   Brescia   Brindisi   Cagliari   Caltanissetta   Campobasso   Carbonia Iglesias   Caserta   Catania   Catanzaro   Chieti   Como   Cosenza   Cremona   Crotone   Cuneo   Enna   Fermo   Ferrara   Firenze   Foggia   Forli Cesena   Frosinone   Genova   Gorizia   Grosseto   Imperia   Isernia   La Spezia   L'Aquila   Latina   Lecce   Lecco   Livorno   Lodi   Lucca   Macerata   Mantova   Massa Carrara   Matera   Messina   Milano   Modena   Monza e della Brianza   Napoli   Novara   Nuoro   Olbia Tempio   Oristano   Padova   Palermo   Parma   Pavia   Perugia   Pesaro e Urbino   Pescara   Piacenza   Pisa   Pistoia   Pordenone   Potenza   Prato   Ragusa   Ravenna   Reggio Calabria   Reggio Emilia   Rieti   Rimini   Roma   Rovigo   Salerno   Medio Campidano   Sassari   Savona   Siena   Siracusa   Sondrio   Taranto   Teramo   Terni   Torino   Ogliastra   Trapani   Trento   Treviso   Trieste   Udine   Varese   Venezia   Verbano Cusio Ossola   Vercelli   Verona   Vibo Valentia   Vicenza   Viterbo

CONCORSI NELLE REGIONI

Abruzzo   Basilicata   Calabria   Campania   Emilia Romagna   Liguria   Lombardia   Friuli Venezia Giulia   Lazio   Marche   Molise   Piemonte   Puglia   Sicilia   Sardegna   Toscana   Trentino Alto Adige   Umbria   Valle d'Aosta   Veneto
Copyright Quiz e Concorsi