Tutte le domande del quiz : Branitratto da:Esercito Italiano Quiz - Concorso per l'ammissione di 41 allievi al 7° corso Allievi Ufficiali in Ferma Prefissata (A.U.F.P.) dell'Esercito per il conseguimento della nomina a Tenente in Ferma Prefissata, ausiliario del ruolo normale del Corpo degli Ingegneri, del Corpo di Commissariato e del Corpo Sanitario dell'Esercito  Esercitati su questo Quiz  |
| RISPOSTA   Chi è ebreo? Chi sia l'ebreo lo sa soltanto il persecutore. Per il resto, è diventato impossibile saperlo. Ogni definizione può essere, al massimo, una provvisoria convenzione. Ebreo non è necessariamente chi è di "religione israelitica" o "mosaica", dal momento che tantissimi ebrei sono atei o agnostici, e che, anche ammesso che si possa parlare di religione israelitica, non esiste nessun criterio di tipo dogmatico per riconoscere l'appartenenza o meno a un determinato credo. L'ebreo sarebbe definibile, semmai, in relazione all'osservanza dei precetti: ma la stragrande maggioranza degli ebrei non osserva più i precetti, e fra questi prevale l'opinione che importi soltanto l'osservanza dei precetti etici, non di quelli rituali che costituiscono il tessuto dell'osservanza in senso tradizionale. Ma non possiamo certo concludere che sono ebrei coloro che si impegnano nell'osservanza della "legge morale". Ci sono, ovviamente, molti ebrei, e molti non ebrei, che non se ne preoccupano affatto. Dobbiamo allora ricorrere a un criterio etnico per definire l'ebreo? Ma a parte gruppi come i caraiti, i falascià e gli yemeniti, ebrei etnicamente incerti, fin dal tempo di Mosè la Bibbia attesta l'appartenenza a tutti gli effetti al popolo ebraico di uomini di stirpe diversa, come Caleb, e l'ebraismo considera ebree le donne che, sposate ad ebrei, vogliono essere ebree: i figli che nascono da queste donne, essendo la discendenza ebraica matrilineare, sono ebrei, mentre non sono ebrei i figli di un ebreo nati da una non ebrea. Ad alcune condizioni, poi, diventano ebrei i proseliti che sottomettendosi alla Torah si circoncidono (mentre Israele toglie la cittadinanza israeliana a chi, ebreo in tutti i possibili altri sensi, si converte ad altra religione). Eppure Mosè, con ogni verosimiglianza, non era circonciso (Es 4, 24-26). Resterebbe da considerare, come criterio discriminante, anche se in pratica sarebbe impossibile applicarlo, l'appartenenza alla tradizione culturale e al costume ebraico. Ma esistono ebrei lontanissimi dalla loro tradizione e dal loro costume, che non conoscono né l'ebraico né l'ebraismo, o che addirittura lo ripudiano violentemente; mentre esistono ormai anche coloro che, non essendo ebrei ma, ad esempio, cristiani, hanno per l'ebraismo un amore talmente profondo da accogliere nella loro vita cultura, tradizioni, costumi ebraici, celebrando il séder pasquale o altri riti con gli ebrei che li accettano, pregando con la kippah sul capo antiche preghiere ebraiche. Chi è, dunque, ebreo? Chi è ormai l'ebreo, quell'ebreo nomade ed esule da sempre che incarna nel mondo contemporaneo la consumazione di ogni identità, tanto più quanto più a lungo e più accanitamente perseguita? Forse un miscuglio, uno di quegli ibridi di cui l'ebraismo ha orrore, uno degli infiniti miscugli in proporzioni variabili di tutti gli elementi che ho considerato, e di altri ancora ai quali non ho pensato. Il persecutore ha fiuto, coglie l'ebreo in una qualunque di queste mescolanze, in cui è presente in qualche modo "quel" lievito. L'ebreo forse non esiste più nella storia del mondo, esiste solo quel lievito disperso ovunque nella pasta. Secondo quanto riportato nel brano, l'osservanza dei precetti etici: |
| RISPOSTA   Chi è ebreo? Chi sia l'ebreo lo sa soltanto il persecutore. Per il resto, è diventato impossibile saperlo. Ogni definizione può essere, al massimo, una provvisoria convenzione. Ebreo non è necessariamente chi è di "religione israelitica" o "mosaica", dal momento che tantissimi ebrei sono atei o agnostici, e che, anche ammesso che si possa parlare di religione israelitica, non esiste nessun criterio di tipo dogmatico per riconoscere l'appartenenza o meno a un determinato credo. L'ebreo sarebbe definibile, semmai, in relazione all'osservanza dei precetti: ma la stragrande maggioranza degli ebrei non osserva più i precetti, e fra questi prevale l'opinione che importi soltanto l'osservanza dei precetti etici, non di quelli rituali che costituiscono il tessuto dell'osservanza in senso tradizionale. Ma non possiamo certo concludere che sono ebrei coloro che si impegnano nell'osservanza della "legge morale". Ci sono, ovviamente, molti ebrei, e molti non ebrei, che non se ne preoccupano affatto. Dobbiamo allora ricorrere a un criterio etnico per definire l'ebreo? Ma a parte gruppi come i caraiti, i falascià e gli yemeniti, ebrei etnicamente incerti, fin dal tempo di Mosè la Bibbia attesta l'appartenenza a tutti gli effetti al popolo ebraico di uomini di stirpe diversa, come Caleb, e l'ebraismo considera ebree le donne che, sposate ad ebrei, vogliono essere ebree: i figli che nascono da queste donne, essendo la discendenza ebraica matrilineare, sono ebrei, mentre non sono ebrei i figli di un ebreo nati da una non ebrea. Ad alcune condizioni, poi, diventano ebrei i proseliti che sottomettendosi alla Torah si circoncidono (mentre Israele toglie la cittadinanza israeliana a chi, ebreo in tutti i possibili altri sensi, si converte ad altra religione). Eppure Mosè, con ogni verosimiglianza, non era circonciso (Es 4, 24-26). Resterebbe da considerare, come criterio discriminante, anche se in pratica sarebbe impossibile applicarlo, l'appartenenza alla tradizione culturale e al costume ebraico. Ma esistono ebrei lontanissimi dalla loro tradizione e dal loro costume, che non conoscono né l'ebraico né l'ebraismo, o che addirittura lo ripudiano violentemente; mentre esistono ormai anche coloro che, non essendo ebrei ma, ad esempio, cristiani, hanno per l'ebraismo un amore talmente profondo da accogliere nella loro vita cultura, tradizioni, costumi ebraici, celebrando il séder pasquale o altri riti con gli ebrei che li accettano, pregando con la kippah sul capo antiche preghiere ebraiche. Chi è, dunque, ebreo? Chi è ormai l'ebreo, quell'ebreo nomade ed esule da sempre che incarna nel mondo contemporaneo la consumazione di ogni identità, tanto più quanto più a lungo e più accanitamente perseguita? Forse un miscuglio, uno di quegli ibridi di cui l'ebraismo ha orrore, uno degli infiniti miscugli in proporzioni variabili di tutti gli elementi che ho considerato, e di altri ancora ai quali non ho pensato. Il persecutore ha fiuto, coglie l'ebreo in una qualunque di queste mescolanze, in cui è presente in qualche modo "quel" lievito. L'ebreo forse non esiste più nella storia del mondo, esiste solo quel lievito disperso ovunque nella pasta. Quale tra le seguenti affermazioni non è deducibile dal brano? |
| RISPOSTA   Chi è ebreo? Chi sia l'ebreo lo sa soltanto il persecutore. Per il resto, è diventato impossibile saperlo. Ogni definizione può essere, al massimo, una provvisoria convenzione. Ebreo non è necessariamente chi è di "religione israelitica" o "mosaica", dal momento che tantissimi ebrei sono atei o agnostici, e che, anche ammesso che si possa parlare di religione israelitica, non esiste nessun criterio di tipo dogmatico per riconoscere l'appartenenza o meno a un determinato credo. L'ebreo sarebbe definibile, semmai, in relazione all'osservanza dei precetti: ma la stragrande maggioranza degli ebrei non osserva più i precetti, e fra questi prevale l'opinione che importi soltanto l'osservanza dei precetti etici, non di quelli rituali che costituiscono il tessuto dell'osservanza in senso tradizionale. Ma non possiamo certo concludere che sono ebrei coloro che si impegnano nell'osservanza della "legge morale". Ci sono, ovviamente, molti ebrei, e molti non ebrei, che non se ne preoccupano affatto. Dobbiamo allora ricorrere a un criterio etnico per definire l'ebreo? Ma a parte gruppi come i caraiti, i falascià e gli yemeniti, ebrei etnicamente incerti, fin dal tempo di Mosè la Bibbia attesta l'appartenenza a tutti gli effetti al popolo ebraico di uomini di stirpe diversa, come Caleb, e l'ebraismo considera ebree le donne che, sposate ad ebrei, vogliono essere ebree: i figli che nascono da queste donne, essendo la discendenza ebraica matrilineare, sono ebrei, mentre non sono ebrei i figli di un ebreo nati da una non ebrea. Ad alcune condizioni, poi, diventano ebrei i proseliti che sottomettendosi alla Torah si circoncidono (mentre Israele toglie la cittadinanza israeliana a chi, ebreo in tutti i possibili altri sensi, si converte ad altra religione). Eppure Mosè, con ogni verosimiglianza, non era circonciso (Es 4, 24-26). Resterebbe da considerare, come criterio discriminante, anche se in pratica sarebbe impossibile applicarlo, l'appartenenza alla tradizione culturale e al costume ebraico. Ma esistono ebrei lontanissimi dalla loro tradizione e dal loro costume, che non conoscono né l'ebraico né l'ebraismo, o che addirittura lo ripudiano violentemente; mentre esistono ormai anche coloro che, non essendo ebrei ma, ad esempio, cristiani, hanno per l'ebraismo un amore talmente profondo da accogliere nella loro vita cultura, tradizioni, costumi ebraici, celebrando il séder pasquale o altri riti con gli ebrei che li accettano, pregando con la kippah sul capo antiche preghiere ebraiche. Chi è, dunque, ebreo? Chi è ormai l'ebreo, quell'ebreo nomade ed esule da sempre che incarna nel mondo contemporaneo la consumazione di ogni identità, tanto più quanto più a lungo e più accanitamente perseguita? Forse un miscuglio, uno di quegli ibridi di cui l'ebraismo ha orrore, uno degli infiniti miscugli in proporzioni variabili di tutti gli elementi che ho considerato, e di altri ancora ai quali non ho pensato. Il persecutore ha fiuto, coglie l'ebreo in una qualunque di queste mescolanze, in cui è presente in qualche modo "quel" lievito. L'ebreo forse non esiste più nella storia del mondo, esiste solo quel lievito disperso ovunque nella pasta. Secondo l'autore del brano, chi è l'ebreo? |
| RISPOSTA   Chi è ebreo? Chi sia l'ebreo lo sa soltanto il persecutore. Per il resto, è diventato impossibile saperlo. Ogni definizione può essere, al massimo, una provvisoria convenzione. Ebreo non è necessariamente chi è di "religione israelitica" o "mosaica", dal momento che tantissimi ebrei sono atei o agnostici, e che, anche ammesso che si possa parlare di religione israelitica, non esiste nessun criterio di tipo dogmatico per riconoscere l'appartenenza o meno a un determinato credo. L'ebreo sarebbe definibile, semmai, in relazione all'osservanza dei precetti: ma la stragrande maggioranza degli ebrei non osserva più i precetti, e fra questi prevale l'opinione che importi soltanto l'osservanza dei precetti etici, non di quelli rituali che costituiscono il tessuto dell'osservanza in senso tradizionale. Ma non possiamo certo concludere che sono ebrei coloro che si impegnano nell'osservanza della "legge morale". Ci sono, ovviamente, molti ebrei, e molti non ebrei, che non se ne preoccupano affatto. Dobbiamo allora ricorrere a un criterio etnico per definire l'ebreo? Ma a parte gruppi come i caraiti, i falascià e gli yemeniti, ebrei etnicamente incerti, fin dal tempo di Mosè la Bibbia attesta l'appartenenza a tutti gli effetti al popolo ebraico di uomini di stirpe diversa, come Caleb, e l'ebraismo considera ebree le donne che, sposate ad ebrei, vogliono essere ebree: i figli che nascono da queste donne, essendo la discendenza ebraica matrilineare, sono ebrei, mentre non sono ebrei i figli di un ebreo nati da una non ebrea. Ad alcune condizioni, poi, diventano ebrei i proseliti che sottomettendosi alla Torah si circoncidono (mentre Israele toglie la cittadinanza israeliana a chi, ebreo in tutti i possibili altri sensi, si converte ad altra religione). Eppure Mosè, con ogni verosimiglianza, non era circonciso (Es 4, 24-26). Resterebbe da considerare, come criterio discriminante, anche se in pratica sarebbe impossibile applicarlo, l'appartenenza alla tradizione culturale e al costume ebraico. Ma esistono ebrei lontanissimi dalla loro tradizione e dal loro costume, che non conoscono né l'ebraico né l'ebraismo, o che addirittura lo ripudiano violentemente; mentre esistono ormai anche coloro che, non essendo ebrei ma, ad esempio, cristiani, hanno per l'ebraismo un amore talmente profondo da accogliere nella loro vita cultura, tradizioni, costumi ebraici, celebrando il séder pasquale o altri riti con gli ebrei che li accettano, pregando con la kippah sul capo antiche preghiere ebraiche. Chi è, dunque, ebreo? Chi è ormai l'ebreo, quell'ebreo nomade ed esule da sempre che incarna nel mondo contemporaneo la consumazione di ogni identità, tanto più quanto più a lungo e più accanitamente perseguita? Forse un miscuglio, uno di quegli ibridi di cui l'ebraismo ha orrore, uno degli infiniti miscugli in proporzioni variabili di tutti gli elementi che ho considerato, e di altri ancora ai quali non ho pensato. Il persecutore ha fiuto, coglie l'ebreo in una qualunque di queste mescolanze, in cui è presente in qualche modo "quel" lievito. L'ebreo forse non esiste più nella storia del mondo, esiste solo quel lievito disperso ovunque nella pasta. Secondo l'autore del brano, l'etnia ebraica: |
RISPOSTA   Chi ha un interesse professionale per le lingue classiche, ma segue anche le vicende dell'italiano contemporaneo, non può non notare ogni giorno un fatto che può apparire a prima vista paradossale. Da una parte, le lingue classiche tramontano sempre più dal nostro orizzonte culturale: dalla scuola vengono estromesse in maniera a volte progressiva, a volte brusca e, in misura corrispondente, diminuisce quel tanto della loro conoscenza che, fino a venti anni fa, era lecito presupporre nei rappresentanti della cultura media o medio-alta. Dall'altra parte, parole dotte di origine classica, grecismi, latinismi o greco-latinismi abbondano sempre più nella lingua d'ogni giorno, quella del giornalismo o addirittura della conversazione. Oggi, il liceale insofferente ormai anche al grechetto stentato che la scuola tenta di trasmettergli, sempre più debolmente e con sempre minore convinzione, va a ballare la sera in una discoteca, o addirittura in una mega-discoteca, illuminata da luci psichedeliche. Sua madre, intanto, pratica forse una dieta macrobiotica, e sua sorella si allena in una palestra di ginnastica aerobica. Come si vede, sono tutti grecismi, di conio antico, moderno o modernissimo, ma quasi tutti di diffusione relativamente recente, spesso più recente di quel che molti immaginerebbero. Il fenomeno è un po' meno appariscente per il latino, che ha spesso il "torto" di somigliare troppo all'italiano; ma anche qui non manca l'occasione di sciacquarsi la bocca alle sorgenti classiche. Veniamo chiamati a votare in un referendum; se concorriamo a un posto di lavoro dobbiamo presentare un curriculum; il tecnico che ci accomoda il televisore parla in termini di video e audio; se rinnoviamo l'assicurazione dell'automobile ci faranno un conto di bonus e malus. Naturalmente, tutto questo riguarda meno la storia della cultura classica in Italia che l'accresciuta comunicazione tra i vari settori del lessico nell'italiano contemporaneo e la sua apertura agli influssi stranieri. Le parole greche e latine sono per loro natura spesso europeismi: pensiamo a sponsor, perfettamente latino ma venuto all'italiano dall'inglese; nella coscienza di tutti il plurale fa sponsors e non certo sponsores, come corners e non come iuniores. Ciò non toglie che le vicende delle parole delle lingue classiche, soprattutto dei grecismi, siano un ottimo terreno di osservazione, una spia e un segno dei tempi, tale da aiutarci a tentare anche noi una risposta al quesito principale che ci è stato posto: "Dove va la lingua italiana?". Per quale scopo l'autore cita nel brano parole come: "discoteca, mega-discoteca, palestra, ginnastica"? |
RISPOSTA   Chi ha un interesse professionale per le lingue classiche, ma segue anche le vicende dell'italiano contemporaneo, non può non notare ogni giorno un fatto che può apparire a prima vista paradossale. Da una parte, le lingue classiche tramontano sempre più dal nostro orizzonte culturale: dalla scuola vengono estromesse in maniera a volte progressiva, a volte brusca e, in misura corrispondente, diminuisce quel tanto della loro conoscenza che, fino a venti anni fa, era lecito presupporre nei rappresentanti della cultura media o medio-alta. Dall'altra parte, parole dotte di origine classica, grecismi, latinismi o greco-latinismi abbondano sempre più nella lingua d'ogni giorno, quella del giornalismo o addirittura della conversazione. Oggi, il liceale insofferente ormai anche al grechetto stentato che la scuola tenta di trasmettergli, sempre più debolmente e con sempre minore convinzione, va a ballare la sera in una discoteca, o addirittura in una mega-discoteca, illuminata da luci psichedeliche. Sua madre, intanto, pratica forse una dieta macrobiotica, e sua sorella si allena in una palestra di ginnastica aerobica. Come si vede, sono tutti grecismi, di conio antico, moderno o modernissimo, ma quasi tutti di diffusione relativamente recente, spesso più recente di quel che molti immaginerebbero. Il fenomeno è un po' meno appariscente per il latino, che ha spesso il "torto" di somigliare troppo all'italiano; ma anche qui non manca l'occasione di sciacquarsi la bocca alle sorgenti classiche. Veniamo chiamati a votare in un referendum; se concorriamo a un posto di lavoro dobbiamo presentare un curriculum; il tecnico che ci accomoda il televisore parla in termini di video e audio; se rinnoviamo l'assicurazione dell'automobile ci faranno un conto di bonus e malus. Naturalmente, tutto questo riguarda meno la storia della cultura classica in Italia che l'accresciuta comunicazione tra i vari settori del lessico nell'italiano contemporaneo e la sua apertura agli influssi stranieri. Le parole greche e latine sono per loro natura spesso europeismi: pensiamo a sponsor, perfettamente latino ma venuto all'italiano dall'inglese; nella coscienza di tutti il plurale fa sponsors e non certo sponsores, come corners e non come iuniores. Ciò non toglie che le vicende delle parole delle lingue classiche, soprattutto dei grecismi, siano un ottimo terreno di osservazione, una spia e un segno dei tempi, tale da aiutarci a tentare anche noi una risposta al quesito principale che ci è stato posto: "Dove va la lingua italiana?". Quale, fra le seguenti affermazioni, non è in accordo con quanto esposto nel brano? |
| RISPOSTA   Chi ha un interesse professionale per le lingue classiche, ma segue anche le vicende dell'italiano contemporaneo, non può non notare ogni giorno un fatto che può apparire a prima vista paradossale. Da una parte, le lingue classiche tramontano sempre più dal nostro orizzonte culturale: dalla scuola vengono estromesse in maniera a volte progressiva, a volte brusca e, in misura corrispondente, diminuisce quel tanto della loro conoscenza che, fino a venti anni fa, era lecito presupporre nei rappresentanti della cultura media o medio-alta. Dall'altra parte, parole dotte di origine classica, grecismi, latinismi o greco-latinismi abbondano sempre più nella lingua d'ogni giorno, quella del giornalismo o addirittura della conversazione. Oggi, il liceale insofferente ormai anche al grechetto stentato che la scuola tenta di trasmettergli, sempre più debolmente e con sempre minore convinzione, va a ballare la sera in una discoteca, o addirittura in una mega-discoteca, illuminata da luci psichedeliche. Sua madre, intanto, pratica forse una dieta macrobiotica, e sua sorella si allena in una palestra di ginnastica aerobica. Come si vede, sono tutti grecismi, di conio antico, moderno o modernissimo, ma quasi tutti di diffusione relativamente recente, spesso più recente di quel che molti immaginerebbero. Il fenomeno è un po' meno appariscente per il latino, che ha spesso il "torto" di somigliare troppo all'italiano; ma anche qui non manca l'occasione di sciacquarsi la bocca alle sorgenti classiche. Veniamo chiamati a votare in un referendum; se concorriamo a un posto di lavoro dobbiamo presentare un curriculum; il tecnico che ci accomoda il televisore parla in termini di video e audio; se rinnoviamo l'assicurazione dell'automobile ci faranno un conto di bonus e malus. Naturalmente, tutto questo riguarda meno la storia della cultura classica in Italia che l'accresciuta comunicazione tra i vari settori del lessico nell'italiano contemporaneo e la sua apertura agli influssi stranieri. Le parole greche e latine sono per loro natura spesso europeismi: pensiamo a sponsor, perfettamente latino ma venuto all'italiano dall'inglese; nella coscienza di tutti il plurale fa sponsors e non certo sponsores, come corners e non come iuniores. Ciò non toglie che le vicende delle parole delle lingue classiche, soprattutto dei grecismi, siano un ottimo terreno di osservazione, una spia e un segno dei tempi, tale da aiutarci a tentare anche noi una risposta al quesito principale che ci è stato posto: "Dove va la lingua italiana?". In base a quanto scritto nel brano, quale vocabolo tra i seguenti non è di origine greca? |
| RISPOSTA   Chi ha un interesse professionale per le lingue classiche, ma segue anche le vicende dell'italiano contemporaneo, non può non notare ogni giorno un fatto che può apparire a prima vista paradossale. Da una parte, le lingue classiche tramontano sempre più dal nostro orizzonte culturale: dalla scuola vengono estromesse in maniera a volte progressiva, a volte brusca e, in misura corrispondente, diminuisce quel tanto della loro conoscenza che, fino a venti anni fa, era lecito presupporre nei rappresentanti della cultura media o medio-alta. Dall'altra parte, parole dotte di origine classica, grecismi, latinismi o greco-latinismi abbondano sempre più nella lingua d'ogni giorno, quella del giornalismo o addirittura della conversazione. Oggi, il liceale insofferente ormai anche al grechetto stentato che la scuola tenta di trasmettergli, sempre più debolmente e con sempre minore convinzione, va a ballare la sera in una discoteca, o addirittura in una mega-discoteca, illuminata da luci psichedeliche. Sua madre, intanto, pratica forse una dieta macrobiotica, e sua sorella si allena in una palestra di ginnastica aerobica. Come si vede, sono tutti grecismi, di conio antico, moderno o modernissimo, ma quasi tutti di diffusione relativamente recente, spesso più recente di quel che molti immaginerebbero. Il fenomeno è un po' meno appariscente per il latino, che ha spesso il "torto" di somigliare troppo all'italiano; ma anche qui non manca l'occasione di sciacquarsi la bocca alle sorgenti classiche. Veniamo chiamati a votare in un referendum; se concorriamo a un posto di lavoro dobbiamo presentare un curriculum; il tecnico che ci accomoda il televisore parla in termini di video e audio; se rinnoviamo l'assicurazione dell'automobile ci faranno un conto di bonus e malus. Naturalmente, tutto questo riguarda meno la storia della cultura classica in Italia che l'accresciuta comunicazione tra i vari settori del lessico nell'italiano contemporaneo e la sua apertura agli influssi stranieri. Le parole greche e latine sono per loro natura spesso europeismi: pensiamo a sponsor, perfettamente latino ma venuto all'italiano dall'inglese; nella coscienza di tutti il plurale fa sponsors e non certo sponsores, come corners e non come iuniores. Ciò non toglie che le vicende delle parole delle lingue classiche, soprattutto dei grecismi, siano un ottimo terreno di osservazione, una spia e un segno dei tempi, tale da aiutarci a tentare anche noi una risposta al quesito principale che ci è stato posto: "Dove va la lingua italiana?". In base a quanto scritto nel brano, quale vocabolo tra i seguenti non è di origine latina? |
RISPOSTA   Chi ha un interesse professionale per le lingue classiche, ma segue anche le vicende dell'italiano contemporaneo, non può non notare ogni giorno un fatto che può apparire a prima vista paradossale. Da una parte, le lingue classiche tramontano sempre più dal nostro orizzonte culturale: dalla scuola vengono estromesse in maniera a volte progressiva, a volte brusca e, in misura corrispondente, diminuisce quel tanto della loro conoscenza che, fino a venti anni fa, era lecito presupporre nei rappresentanti della cultura media o medio-alta. Dall'altra parte, parole dotte di origine classica, grecismi, latinismi o greco-latinismi abbondano sempre più nella lingua d'ogni giorno, quella del giornalismo o addirittura della conversazione. Oggi, il liceale insofferente ormai anche al grechetto stentato che la scuola tenta di trasmettergli, sempre più debolmente e con sempre minore convinzione, va a ballare la sera in una discoteca, o addirittura in una mega-discoteca, illuminata da luci psichedeliche. Sua madre, intanto, pratica forse una dieta macrobiotica, e sua sorella si allena in una palestra di ginnastica aerobica. Come si vede, sono tutti grecismi, di conio antico, moderno o modernissimo, ma quasi tutti di diffusione relativamente recente, spesso più recente di quel che molti immaginerebbero. Il fenomeno è un po' meno appariscente per il latino, che ha spesso il "torto" di somigliare troppo all'italiano; ma anche qui non manca l'occasione di sciacquarsi la bocca alle sorgenti classiche. Veniamo chiamati a votare in un referendum; se concorriamo a un posto di lavoro dobbiamo presentare un curriculum; il tecnico che ci accomoda il televisore parla in termini di video e audio; se rinnoviamo l'assicurazione dell'automobile ci faranno un conto di bonus e malus. Naturalmente, tutto questo riguarda meno la storia della cultura classica in Italia che l'accresciuta comunicazione tra i vari settori del lessico nell'italiano contemporaneo e la sua apertura agli influssi stranieri. Le parole greche e latine sono per loro natura spesso europeismi: pensiamo a sponsor, perfettamente latino ma venuto all'italiano dall'inglese; nella coscienza di tutti il plurale fa sponsors e non certo sponsores, come corners e non come iuniores. Ciò non toglie che le vicende delle parole delle lingue classiche, soprattutto dei grecismi, siano un ottimo terreno di osservazione, una spia e un segno dei tempi, tale da aiutarci a tentare anche noi una risposta al quesito principale che ci è stato posto: "Dove va la lingua italiana?". Il paradosso di cui scrive l'autore all'inizio del brano consiste nel fatto che: |
RISPOSTA   Circondarono il cespuglio ma la scrofa se ne andò, portandosi via un'altra lancia nel fianco. Quello strascico di lance la impacciava, e le punte aguzze, infilate di sbieco, erano un tormento. Essa andò a sbattere contro un albero, cacciandosi ancora più addentro una delle lance; dopo di che chiunque dei cacciatori poteva inseguirla facilmente, tanto copioso era il sangue che perdeva. Il pomeriggio passava, nebbioso e paurosamente soffocante; la scrofa continuava a scappare davanti a loro, perdendo sangue, barcollando come pazza, e i cacciatori le andavano dietro, posseduti da una gioia feroce, eccitati del lungo inseguimento e da tutto quel sangue. Ormai la potevano vedere, quasi la raggiungevano, ma essa saettò via con le sue ultime forze e riprese una certa distanza. Le erano proprio dietro quando essa arrivò, barcollando, ad una radura dove crescevano dei bei fiori e delle farfalle danzavano una intorno all'altra e l'aria era calda e ferma. Qui, abbattuta dal calore, la scrofa piombò al suolo, e i cacciatori si gettarono su di lei. Quella spaventosa irruzione fuori da un mondo conosciuto la rese frenetica: strillava e saltava, e l'aria era piena di sudore e di fracasso e di sangue e di terrore. Ruggero correva intorno al mucchio, spingendo con forza la sua lancia ogni volta che vedeva la carne della scrofa: Jack le balzò sul dorso e piantò giù il coltello: Ruggero trovò un punto che cedeva e cominciò a spingere, buttandosi sul bastone con tutte le sue forze. Adagio adagio la lancia penetrava e gli strilli terrorizzati divennero un grido solo, altissimo. Poi Jack trovò la gola, e il sangue gli sprizzò sulle mani, caldo caldo. La scrofa si accasciò sotto di loro ed essi le furono sopra con tutto il loro peso, appagati finalmente. Le farfalle danzavano sempre, distratte in mezzo alla radura. Quale dei seguenti titoli meglio si adatta al contenuto del brano? |
RISPOSTA   Città del Messico è una città di superlativi: è insieme la più antica (669 anni) e la più alta (2240 metri) città del continente nordamericano e, con i suoi 22 milioni di abitanti, è la più popolosa del mondo. è il centro della vita culturale, politica e finanziaria del Messico, in cui è ancora molto radicata l'eredità azteca. Per capire Città del Messico, è necessario conoscere com'era prima dell'arrivo dei conquistatores spagnoli nel XVI secolo: la raffinata e prospera capitale della civiltà azteca. Un migliaio di anni dopo la fine della grande città tolteca di Teotihuacan, gli Aztechi, che vagavano in cerca della terra promessa da una profezia, costruirono la loro città dopo avere incontrato un'aquila, che teneva un serpente nel becco, appollaiata sul ramo di uno spinoso ficodindia. Nel 1325, la data ufficiale della fondazione di Città del Messico (su cui però non tutti gli storici sono d'accordo), la città fu fondata in quello stesso luogo. Tenochtitlan, questo era il suo nome, era perfino allora la più grande città dell'emisfero ovest e, secondo gli storici, una delle tre più grandi della terra. Tenochtitlan occupava quella che era allora un'isola nel basso lago Texcoco, unita ad altre città satellite sulle rive (oggi quartieri) da una rete di calzadas (canali e sopraelevate; oggi superstrade). Quando il conquistador spagnolo Hernan Cortés mise gli occhi sulla città per la prima volta, fu abbagliato dalla splendida metropoli, che a lui e ai suoi uomini ricordava Venezia. La conquista fu resa possibile da una serie di fattori: il superstizioso imperatore azteco Montezuma II credette che il bianco, barbuto Cortés a cavallo fosse un discendente del potente serpente-dio Quetzalcoatl, il quale, secondo una profezia tragicamente ironica, era atteso dall'est nell'anno 1519 per governare quella terra. Di conseguenza, Montezuma accolse il forestiero, offrendogli oro e una sfarzosa sistemazione. Come ricompensa, Cortés iniziò lo sterminio della popolazione di Tenochtitlan, che andò avanti per almeno due anni. Si unì a lui un enorme esercito di indios che odiavano Tenochtitlan, raccolti da altre colonie, ormai stanchi di sopportare il dominio e di pagare le tasse dell'impero azteco. Cortés riuscì a distruggere Tenochtitlan con la forza del loro esercito, un sistema di brigantini costruiti appositamente per attraversare il lago, con i cavalli, con le armi da fuoco e con le armature importate dall'Europa; il vaiolo e il raffreddore, inoltre, contribuirono a falcidiare la popolazione. Solo due secoli dopo la sua fondazione, la giovane capitale azteca giaceva in rovina, con circa metà della sua popolazione decimata dalla battaglia, dalla fame e dalle contagiose epidemie europee contro cui non avevano difesa. La conquista portò alla formazione di una nuova cultura, che è qualcosa di più della combinazione delle sue distinte componenti etniche; una filosofica targa del 1964 nella Plaza de las Tres Culturas (Piazza delle Tre Culture), a nord del centro, riassume molto bene la fisionomia generale della città, affermando: "Il 13 agosto 1521, difesa dall'eroico Cuauhtémoc (successore di Montezuma), Tlatelolco cadde sotto il potere di Hernan Cortés. Non fu né un trionfo né una sconfitta. Fu la nascita sofferta della nazione messicana". Cortés iniziò a costruire Città del Messico, la capitale di quella che lui chiamò patriotticamente Nuova Spagna, la colonia dell'Impero spagnolo destinata a espandersi verso nord, coprendo quelli che sono ora gli Stati Uniti del sud e, verso sud, in direzione di Panama. Nel luogo del distrutto centro rituale azteco - oggi lo Zocalo - cominciò a costruire una chiesa (antenata della gigantesca Cattedrale Metropolitana), ville ed edifici governativi. Dal brano si deduce che Cortés fece della capitale della civiltà azteca: |
RISPOSTA   Come paragonare il mondo dei nostri giorni con quello del 1914? Oggi sulla terra vi sono cinque o sei miliardi di persone, forse tre volte di più di quante ve ne fossero allo scoppio della prima guerra mondiale, e questa crescita è avvenuta nonostante che durante il secolo breve siano stati uccisi o lasciati morire per decisione dell'uomo tanti esseri umani quanti mai prima nella storia. Una stima recente delle grandi stragi del nostro secolo registra 187 milioni di morti (Brzezinski, 1993), che equivalgono a un rapporto di più di uno su dieci sul totale della popolazione mondiale del 1900. Ai nostri giorni la popolazione non è solo cresciuta numericamente, ma anche in peso e in altezza rispetto alle generazioni precedenti; inoltre è meglio nutrita e vive più a lungo, nonostante che le catastrofi avvenute in Africa, in America latina e nell'ex URSS negli anni '80 e '90 sembrerebbero indicarci il contrario. Il mondo è incomparabilmente più ricco di quanto lo sia mai stato prima, sia nella capacità di produrre beni e servizi sia nella loro varietà illimitata. Se così non fosse, non potrebbe sussistere una popolazione mondiale assai più numerosa di quanto sia mai accaduto sinora nella storia. Fino agli anni '80 la maggior parte delle persone ha avuto un tenore di vita superiore a quello dei propri genitori e, nelle economie avanzate, superiore alle loro aspettative o perfino a quanto avessero mai potuto immaginare. A metà del secolo, per alcuni decenni, sembrò che si fosse trovato il metodo per distribuire con una certa equità almeno una parte di questa enorme ricchezza alle classi lavoratrici dei Paesi più ricchi, ma alla fine del secolo l'ineguaglianza ha preso di nuovo il sopravvento. Essa si è anche massicciamente introdotta nei paesi ex socialisti, dove in precedenza regnava una certa eguaglianza dovuta a una generale povertà. Oggi l'umanità ha un grado di istruzione di gran lunga più alto di quello che aveva nel 1914, visto l'enorme e crescente divario che esiste tra il grado minimo di istruzione ufficialmente richiesto per essere considerati alfabetizzati, spesso prossimo a un analfabetismo effettivo, e l'alta padronanza nella lettura e nella scrittura che si richiede a livello delle élite. Il mondo è permeato da una tecnologia rivoluzionaria in costante progresso, basata sui trionfi della scienza, che poteva essere prevista nel 1914, ma che allora era appena iniziata a livello pionieristico. Forse la conseguenza pratica più evidente di questo progresso tecnologico è stata una rivoluzione nei trasporti e nelle comunicazioni che ha pressoché annullato il tempo e la distanza. Oggi nel mondo le informazioni e gli spettacoli sono disponibili ogni giorno, ogni ora, in ogni casa, a un grado superiore a quello concesso alle stesse famiglie imperiali nel 1914. Le persone possono parlarsi attraverso gli oceani e i continenti premendo pochi pulsanti e, dal punto di vista pratico, quasi tutti i vantaggi culturali della città sulla campagna sono stati annullati. Perché, dunque, il secolo non è finito con la celebrazione di questo progresso meraviglioso e incomparabile e invece si diffonde un senso di disagio e di inquietudine? Perché tante menti pensose guardano al secolo trascorso senza soddisfazione e certamente senza fiducia nel futuro? Non solo perché si è trattato del secolo più sanguinario che la storia ricordi, per la dimensione, la frequenza e la durata delle guerre che lo hanno costellato - le quali cessarono solo per un attimo negli anni '20 - ma anche perché esso ha prodotto catastrofi umane senza precedenti, dalle più grandi carestie mai avvenute nella storia al genocidio sistematico. Secondo quanto affermato nel brano, nel corso del '900: |
RISPOSTA   Come paragonare il mondo dei nostri giorni con quello del 1914? Oggi sulla terra vi sono cinque o sei miliardi di persone, forse tre volte di più di quante ve ne fossero allo scoppio della prima guerra mondiale, e questa crescita è avvenuta nonostante che durante il secolo breve siano stati uccisi o lasciati morire per decisione dell'uomo tanti esseri umani quanti mai prima nella storia. Una stima recente delle grandi stragi del nostro secolo registra 187 milioni di morti (Brzezinski, 1993), che equivalgono a un rapporto di più di uno su dieci sul totale della popolazione mondiale del 1900. Ai nostri giorni la popolazione non è solo cresciuta numericamente, ma anche in peso e in altezza rispetto alle generazioni precedenti; inoltre è meglio nutrita e vive più a lungo, nonostante che le catastrofi avvenute in Africa, in America latina e nell'ex URSS negli anni '80 e '90 sembrerebbero indicarci il contrario. Il mondo è incomparabilmente più ricco di quanto lo sia mai stato prima, sia nella capacità di produrre beni e servizi sia nella loro varietà illimitata. Se così non fosse, non potrebbe sussistere una popolazione mondiale assai più numerosa di quanto sia mai accaduto sinora nella storia. Fino agli anni '80 la maggior parte delle persone ha avuto un tenore di vita superiore a quello dei propri genitori e, nelle economie avanzate, superiore alle loro aspettative o perfino a quanto avessero mai potuto immaginare. A metà del secolo, per alcuni decenni, sembrò che si fosse trovato il metodo per distribuire con una certa equità almeno una parte di questa enorme ricchezza alle classi lavoratrici dei Paesi più ricchi, ma alla fine del secolo l'ineguaglianza ha preso di nuovo il sopravvento. Essa si è anche massicciamente introdotta nei paesi ex socialisti, dove in precedenza regnava una certa eguaglianza dovuta a una generale povertà. Oggi l'umanità ha un grado di istruzione di gran lunga più alto di quello che aveva nel 1914, visto l'enorme e crescente divario che esiste tra il grado minimo di istruzione ufficialmente richiesto per essere considerati alfabetizzati, spesso prossimo a un analfabetismo effettivo, e l'alta padronanza nella lettura e nella scrittura che si richiede a livello delle élite. Il mondo è permeato da una tecnologia rivoluzionaria in costante progresso, basata sui trionfi della scienza, che poteva essere prevista nel 1914, ma che allora era appena iniziata a livello pionieristico. Forse la conseguenza pratica più evidente di questo progresso tecnologico è stata una rivoluzione nei trasporti e nelle comunicazioni che ha pressoché annullato il tempo e la distanza. Oggi nel mondo le informazioni e gli spettacoli sono disponibili ogni giorno, ogni ora, in ogni casa, a un grado superiore a quello concesso alle stesse famiglie imperiali nel 1914. Le persone possono parlarsi attraverso gli oceani e i continenti premendo pochi pulsanti e, dal punto di vista pratico, quasi tutti i vantaggi culturali della città sulla campagna sono stati annullati. Perché, dunque, il secolo non è finito con la celebrazione di questo progresso meraviglioso e incomparabile e invece si diffonde un senso di disagio e di inquietudine? Perché tante menti pensose guardano al secolo trascorso senza soddisfazione e certamente senza fiducia nel futuro? Non solo perché si è trattato del secolo più sanguinario che la storia ricordi, per la dimensione, la frequenza e la durata delle guerre che lo hanno costellato - le quali cessarono solo per un attimo negli anni '20 - ma anche perché esso ha prodotto catastrofi umane senza precedenti, dalle più grandi carestie mai avvenute nella storia al genocidio sistematico. Il titolo che meglio esprime il contenuto del brano è: |
RISPOSTA   Come paragonare il mondo dei nostri giorni con quello del 1914? Oggi sulla terra vi sono cinque o sei miliardi di persone, forse tre volte di più di quante ve ne fossero allo scoppio della prima guerra mondiale, e questa crescita è avvenuta nonostante che durante il secolo breve siano stati uccisi o lasciati morire per decisione dell'uomo tanti esseri umani quanti mai prima nella storia. Una stima recente delle grandi stragi del nostro secolo registra 187 milioni di morti (Brzezinski, 1993), che equivalgono a un rapporto di più di uno su dieci sul totale della popolazione mondiale del 1900. Ai nostri giorni la popolazione non è solo cresciuta numericamente, ma anche in peso e in altezza rispetto alle generazioni precedenti; inoltre è meglio nutrita e vive più a lungo, nonostante che le catastrofi avvenute in Africa, in America latina e nell'ex URSS negli anni '80 e '90 sembrerebbero indicarci il contrario. Il mondo è incomparabilmente più ricco di quanto lo sia mai stato prima, sia nella capacità di produrre beni e servizi sia nella loro varietà illimitata. Se così non fosse, non potrebbe sussistere una popolazione mondiale assai più numerosa di quanto sia mai accaduto sinora nella storia. Fino agli anni '80 la maggior parte delle persone ha avuto un tenore di vita superiore a quello dei propri genitori e, nelle economie avanzate, superiore alle loro aspettative o perfino a quanto avessero mai potuto immaginare. A metà del secolo, per alcuni decenni, sembrò che si fosse trovato il metodo per distribuire con una certa equità almeno una parte di questa enorme ricchezza alle classi lavoratrici dei Paesi più ricchi, ma alla fine del secolo l'ineguaglianza ha preso di nuovo il sopravvento. Essa si è anche massicciamente introdotta nei paesi ex socialisti, dove in precedenza regnava una certa eguaglianza dovuta a una generale povertà. Oggi l'umanità ha un grado di istruzione di gran lunga più alto di quello che aveva nel 1914, visto l'enorme e crescente divario che esiste tra il grado minimo di istruzione ufficialmente richiesto per essere considerati alfabetizzati, spesso prossimo a un analfabetismo effettivo, e l'alta padronanza nella lettura e nella scrittura che si richiede a livello delle élite. Il mondo è permeato da una tecnologia rivoluzionaria in costante progresso, basata sui trionfi della scienza, che poteva essere prevista nel 1914, ma che allora era appena iniziata a livello pionieristico. Forse la conseguenza pratica più evidente di questo progresso tecnologico è stata una rivoluzione nei trasporti e nelle comunicazioni che ha pressoché annullato il tempo e la distanza. Oggi nel mondo le informazioni e gli spettacoli sono disponibili ogni giorno, ogni ora, in ogni casa, a un grado superiore a quello concesso alle stesse famiglie imperiali nel 1914. Le persone possono parlarsi attraverso gli oceani e i continenti premendo pochi pulsanti e, dal punto di vista pratico, quasi tutti i vantaggi culturali della città sulla campagna sono stati annullati. Perché, dunque, il secolo non è finito con la celebrazione di questo progresso meraviglioso e incomparabile e invece si diffonde un senso di disagio e di inquietudine? Perché tante menti pensose guardano al secolo trascorso senza soddisfazione e certamente senza fiducia nel futuro? Non solo perché si è trattato del secolo più sanguinario che la storia ricordi, per la dimensione, la frequenza e la durata delle guerre che lo hanno costellato - le quali cessarono solo per un attimo negli anni '20 - ma anche perché esso ha prodotto catastrofi umane senza precedenti, dalle più grandi carestie mai avvenute nella storia al genocidio sistematico. L'autore guarda alla storia del '900 con un sentimento di: |
| RISPOSTA   Come paragonare il mondo dei nostri giorni con quello del 1914? Oggi sulla terra vi sono cinque o sei miliardi di persone, forse tre volte di più di quante ve ne fossero allo scoppio della prima guerra mondiale, e questa crescita è avvenuta nonostante che durante il secolo breve siano stati uccisi o lasciati morire per decisione dell'uomo tanti esseri umani quanti mai prima nella storia. Una stima recente delle grandi stragi del nostro secolo registra 187 milioni di morti (Brzezinski, 1993), che equivalgono a un rapporto di più di uno su dieci sul totale della popolazione mondiale del 1900. Ai nostri giorni la popolazione non è solo cresciuta numericamente, ma anche in peso e in altezza rispetto alle generazioni precedenti; inoltre è meglio nutrita e vive più a lungo, nonostante che le catastrofi avvenute in Africa, in America latina e nell'ex URSS negli anni '80 e '90 sembrerebbero indicarci il contrario. Il mondo è incomparabilmente più ricco di quanto lo sia mai stato prima, sia nella capacità di produrre beni e servizi sia nella loro varietà illimitata. Se così non fosse, non potrebbe sussistere una popolazione mondiale assai più numerosa di quanto sia mai accaduto sinora nella storia. Fino agli anni '80 la maggior parte delle persone ha avuto un tenore di vita superiore a quello dei propri genitori e, nelle economie avanzate, superiore alle loro aspettative o perfino a quanto avessero mai potuto immaginare. A metà del secolo, per alcuni decenni, sembrò che si fosse trovato il metodo per distribuire con una certa equità almeno una parte di questa enorme ricchezza alle classi lavoratrici dei Paesi più ricchi, ma alla fine del secolo l'ineguaglianza ha preso di nuovo il sopravvento. Essa si è anche massicciamente introdotta nei paesi ex socialisti, dove in precedenza regnava una certa eguaglianza dovuta a una generale povertà. Oggi l'umanità ha un grado di istruzione di gran lunga più alto di quello che aveva nel 1914, visto l'enorme e crescente divario che esiste tra il grado minimo di istruzione ufficialmente richiesto per essere considerati alfabetizzati, spesso prossimo a un analfabetismo effettivo, e l'alta padronanza nella lettura e nella scrittura che si richiede a livello delle élite. Il mondo è permeato da una tecnologia rivoluzionaria in costante progresso, basata sui trionfi della scienza, che poteva essere prevista nel 1914, ma che allora era appena iniziata a livello pionieristico. Forse la conseguenza pratica più evidente di questo progresso tecnologico è stata una rivoluzione nei trasporti e nelle comunicazioni che ha pressoché annullato il tempo e la distanza. Oggi nel mondo le informazioni e gli spettacoli sono disponibili ogni giorno, ogni ora, in ogni casa, a un grado superiore a quello concesso alle stesse famiglie imperiali nel 1914. Le persone possono parlarsi attraverso gli oceani e i continenti premendo pochi pulsanti e, dal punto di vista pratico, quasi tutti i vantaggi culturali della città sulla campagna sono stati annullati. Perché, dunque, il secolo non è finito con la celebrazione di questo progresso meraviglioso e incomparabile e invece si diffonde un senso di disagio e di inquietudine? Perché tante menti pensose guardano al secolo trascorso senza soddisfazione e certamente senza fiducia nel futuro? Non solo perché si è trattato del secolo più sanguinario che la storia ricordi, per la dimensione, la frequenza e la durata delle guerre che lo hanno costellato - le quali cessarono solo per un attimo negli anni '20 - ma anche perché esso ha prodotto catastrofi umane senza precedenti, dalle più grandi carestie mai avvenute nella storia al genocidio sistematico. Secondo l'autore, oggi il grado di istruzione dell'umanità è aumentato anche perché: |
RISPOSTA   Comunque, e in conclusione, una cosa mi sembra debba risultare ben chiara. Per quanto possano essere stretti i legami della filosofia con la politica, per quanto la filosofia possa e debba essere politica, ciò non significa e non significherà mai (a meno di alterare in modo totale il significato tradizionale delle parole) che il filosofo, come tale, possa trasformarsi in propagandista politico. E questo per due motivi. La propaganda come tale mira alla persuasione, comunque ottenuta (o, se si vuole, ottenuta con mezzi segnici - discorsi, immagini ecc., ma comunque usati); la filosofia come tale mira anch'essa a ottenere la persuasione, ma uno, e un solo tipo di persuasione (quindi con il solo impiego dei mezzi discorsivi atti a questo scopo): la persuasione razionale, fondata sulla verifica. Ora, se si vuole chiamare "propaganda" qualsiasi attività volta alla persuasione altrui, anche il filosofo è un propagandista: ma la sua persuasione può essere solo razionale e logica (concerne la verità, non le emozioni), e i soli mezzi che può impiegare sono quelli della dimostrazione e della prova. Il che, ovviamente, non corrisponde affatto a ciò che di solito si intende con la parola "propaganda", cioè con un discorso avente fini pratici immediati, facente leva su emozioni di massa, tale che non si appella alle abitudini di verifica e deduzione, ma piuttosto a quelle di associazioni immediate tra certi segni e certi comportamenti ecc. Ma forse c'è stato di più. "Cultura" è azione consapevole - consapevole non solo dei mezzi usati, ma dei fini perseguiti e del loro valore. La propaganda è pura tecnica: il propagandista, come tale, è un tecnico, e come tutti i tecnici (come tali) o ignora i fini per cui opera o li accetta senza proporsi un'indagine intorno al loro valore - come ogni tecnica, la propaganda subisce una certa situazione e opera in essa senza sottoporla a critica. Essa rischia quindi di essere anticultura, quindi, a fortiori, di essere antifilosofia. Secondo il brano, la persuasione razionale, ottenuta attraverso dimostrazioni, è tipica: |
RISPOSTA   Comunque, e in conclusione, una cosa mi sembra debba risultare ben chiara. Per quanto possano essere stretti i legami della filosofia con la politica, per quanto la filosofia possa e debba essere politica, ciò non significa e non significherà mai (a meno di alterare in modo totale il significato tradizionale delle parole) che il filosofo, come tale, possa trasformarsi in propagandista politico. E questo per due motivi. La propaganda come tale mira alla persuasione, comunque ottenuta (o, se si vuole, ottenuta con mezzi segnici - discorsi, immagini ecc., ma comunque usati); la filosofia come tale mira anch'essa a ottenere la persuasione, ma uno, e un solo tipo di persuasione (quindi con il solo impiego dei mezzi discorsivi atti a questo scopo): la persuasione razionale, fondata sulla verifica. Ora, se si vuole chiamare "propaganda" qualsiasi attività volta alla persuasione altrui, anche il filosofo è un propagandista: ma la sua persuasione può essere solo razionale e logica (concerne la verità, non le emozioni), e i soli mezzi che può impiegare sono quelli della dimostrazione e della prova. Il che, ovviamente, non corrisponde affatto a ciò che di solito si intende con la parola "propaganda", cioè con un discorso avente fini pratici immediati, facente leva su emozioni di massa, tale che non si appella alle abitudini di verifica e deduzione, ma piuttosto a quelle di associazioni immediate tra certi segni e certi comportamenti ecc. Ma forse c'è stato di più. "Cultura" è azione consapevole - consapevole non solo dei mezzi usati, ma dei fini perseguiti e del loro valore. La propaganda è pura tecnica: il propagandista, come tale, è un tecnico, e come tutti i tecnici (come tali) o ignora i fini per cui opera o li accetta senza proporsi un'indagine intorno al loro valore - come ogni tecnica, la propaganda subisce una certa situazione e opera in essa senza sottoporla a critica. Essa rischia quindi di essere anticultura, quindi, a fortiori, di essere antifilosofia. Secondo l'autore del brano, quali strumenti utilizza il filosofo per ottenere la persuasione? |
RISPOSTA   Comunque, e in conclusione, una cosa mi sembra debba risultare ben chiara. Per quanto possano essere stretti i legami della filosofia con la politica, per quanto la filosofia possa e debba essere politica, ciò non significa e non significherà mai (a meno di alterare in modo totale il significato tradizionale delle parole) che il filosofo, come tale, possa trasformarsi in propagandista politico. E questo per due motivi. La propaganda come tale mira alla persuasione, comunque ottenuta (o, se si vuole, ottenuta con mezzi segnici - discorsi, immagini ecc., ma comunque usati); la filosofia come tale mira anch'essa a ottenere la persuasione, ma uno, e un solo tipo di persuasione (quindi con il solo impiego dei mezzi discorsivi atti a questo scopo): la persuasione razionale, fondata sulla verifica. Ora, se si vuole chiamare "propaganda" qualsiasi attività volta alla persuasione altrui, anche il filosofo è un propagandista: ma la sua persuasione può essere solo razionale e logica (concerne la verità, non le emozioni), e i soli mezzi che può impiegare sono quelli della dimostrazione e della prova. Il che, ovviamente, non corrisponde affatto a ciò che di solito si intende con la parola "propaganda", cioè con un discorso avente fini pratici immediati, facente leva su emozioni di massa, tale che non si appella alle abitudini di verifica e deduzione, ma piuttosto a quelle di associazioni immediate tra certi segni e certi comportamenti ecc. Ma forse c'è stato di più. "Cultura" è azione consapevole - consapevole non solo dei mezzi usati, ma dei fini perseguiti e del loro valore. La propaganda è pura tecnica: il propagandista, come tale, è un tecnico, e come tutti i tecnici (come tali) o ignora i fini per cui opera o li accetta senza proporsi un'indagine intorno al loro valore - come ogni tecnica, la propaganda subisce una certa situazione e opera in essa senza sottoporla a critica. Essa rischia quindi di essere anticultura, quindi, a fortiori, di essere antifilosofia. All'inizio del brano, quale concetto l'autore intende affermare con enfasi? |
| RISPOSTA   Comunque, e in conclusione, una cosa mi sembra debba risultare ben chiara. Per quanto possano essere stretti i legami della filosofia con la politica, per quanto la filosofia possa e debba essere politica, ciò non significa e non significherà mai (a meno di alterare in modo totale il significato tradizionale delle parole) che il filosofo, come tale, possa trasformarsi in propagandista politico. E questo per due motivi. La propaganda come tale mira alla persuasione, comunque ottenuta (o, se si vuole, ottenuta con mezzi segnici - discorsi, immagini ecc., ma comunque usati); la filosofia come tale mira anch'essa a ottenere la persuasione, ma uno, e un solo tipo di persuasione (quindi con il solo impiego dei mezzi discorsivi atti a questo scopo): la persuasione razionale, fondata sulla verifica. Ora, se si vuole chiamare "propaganda" qualsiasi attività volta alla persuasione altrui, anche il filosofo è un propagandista: ma la sua persuasione può essere solo razionale e logica (concerne la verità, non le emozioni), e i soli mezzi che può impiegare sono quelli della dimostrazione e della prova. Il che, ovviamente, non corrisponde affatto a ciò che di solito si intende con la parola "propaganda", cioè con un discorso avente fini pratici immediati, facente leva su emozioni di massa, tale che non si appella alle abitudini di verifica e deduzione, ma piuttosto a quelle di associazioni immediate tra certi segni e certi comportamenti ecc. Ma forse c'è stato di più. "Cultura" è azione consapevole - consapevole non solo dei mezzi usati, ma dei fini perseguiti e del loro valore. La propaganda è pura tecnica: il propagandista, come tale, è un tecnico, e come tutti i tecnici (come tali) o ignora i fini per cui opera o li accetta senza proporsi un'indagine intorno al loro valore - come ogni tecnica, la propaganda subisce una certa situazione e opera in essa senza sottoporla a critica. Essa rischia quindi di essere anticultura, quindi, a fortiori, di essere antifilosofia. Nel brano si afferma che la propaganda: |
RISPOSTA   Comunque, e in conclusione, una cosa mi sembra debba risultare ben chiara. Per quanto possano essere stretti i legami della filosofia con la politica, per quanto la filosofia possa e debba essere politica, ciò non significa e non significherà mai (a meno di alterare in modo totale il significato tradizionale delle parole) che il filosofo, come tale, possa trasformarsi in propagandista politico. E questo per due motivi. La propaganda come tale mira alla persuasione, comunque ottenuta (o, se si vuole, ottenuta con mezzi segnici - discorsi, immagini ecc., ma comunque usati); la filosofia come tale mira anch'essa a ottenere la persuasione, ma uno, e un solo tipo di persuasione (quindi con il solo impiego dei mezzi discorsivi atti a questo scopo): la persuasione razionale, fondata sulla verifica. Ora, se si vuole chiamare "propaganda" qualsiasi attività volta alla persuasione altrui, anche il filosofo è un propagandista: ma la sua persuasione può essere solo razionale e logica (concerne la verità, non le emozioni), e i soli mezzi che può impiegare sono quelli della dimostrazione e della prova. Il che, ovviamente, non corrisponde affatto a ciò che di solito si intende con la parola "propaganda", cioè con un discorso avente fini pratici immediati, facente leva su emozioni di massa, tale che non si appella alle abitudini di verifica e deduzione, ma piuttosto a quelle di associazioni immediate tra certi segni e certi comportamenti ecc. Ma forse c'è stato di più. "Cultura" è azione consapevole - consapevole non solo dei mezzi usati, ma dei fini perseguiti e del loro valore. La propaganda è pura tecnica: il propagandista, come tale, è un tecnico, e come tutti i tecnici (come tali) o ignora i fini per cui opera o li accetta senza proporsi un'indagine intorno al loro valore - come ogni tecnica, la propaganda subisce una certa situazione e opera in essa senza sottoporla a critica. Essa rischia quindi di essere anticultura, quindi, a fortiori, di essere antifilosofia. In base a quanto scritto nel brano, quali peculiarità possiede la persuasione ottenuta dalla filosofia? |
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Chi ha un interesse professionale per le lingue classiche, ma segue anche le vicende dell'italiano contemporaneo, non può non notare ogni giorno un fatto che può apparire a prima vista paradossale. Da una parte, le lingue classiche tramontano sempre più dal nostro orizzonte culturale: dalla scuola vengono estromesse in maniera a volte progressiva, a volte brusca e, in misura corrispondente, diminuisce quel tanto della loro conoscenza che, fino a venti anni fa, era lecito presupporre nei rappresentanti della cultura media o medio-alta. Dall'altra parte, parole dotte di origine classica, grecismi, latinismi o greco-latinismi abbondano sempre più nella lingua d'ogni giorno, quella del giornalismo o addirittura della conversazione. Oggi, il liceale insofferente ormai anche al grechetto stentato che la scuola tenta di trasmettergli, sempre più debolmente e con sempre minore convinzione, va a ballare la sera in una discoteca, o addirittura in una mega-discoteca, illuminata da luci psichedeliche. Sua madre, intanto, pratica forse una dieta macrobiotica, e sua sorella si allena in una palestra di ginnastica aerobica. Come si vede, sono tutti grecismi, di conio antico, moderno o modernissimo, ma quasi tutti di diffusione relativamente recente, spesso più recente di quel che molti immaginerebbero. Il fenomeno è un po' meno appariscente per il latino, che ha spesso il "torto" di somigliare troppo all'italiano; ma anche qui non manca l'occasione di sciacquarsi la bocca alle sorgenti classiche. Veniamo chiamati a votare in un referendum; se concorriamo a un posto di lavoro dobbiamo presentare un curriculum; il tecnico che ci accomoda il televisore parla in termini di video e audio; se rinnoviamo l'assicurazione dell'automobile ci faranno un conto di bonus e malus. Naturalmente, tutto questo riguarda meno la storia della cultura classica in Italia che l'accresciuta comunicazione tra i vari settori del lessico nell'italiano contemporaneo e la sua apertura agli influssi stranieri. Le parole greche e latine sono per loro natura spesso europeismi: pensiamo a sponsor, perfettamente latino ma venuto all'italiano dall'inglese; nella coscienza di tutti il plurale fa sponsors e non certo sponsores, come corners e non come iuniores. Ciò non toglie che le vicende delle parole delle lingue classiche, soprattutto dei grecismi, siano un ottimo terreno di osservazione, una spia e un segno dei tempi, tale da aiutarci a tentare anche noi una risposta al quesito principale che ci è stato posto: "Dove va la lingua italiana?". Per quale scopo l'autore cita nel brano parole come: "discoteca, mega-discoteca, palestra, ginnastica"?
Chi ha un interesse professionale per le lingue classiche, ma segue anche le vicende dell'italiano contemporaneo, non può non notare ogni giorno un fatto che può apparire a prima vista paradossale. Da una parte, le lingue classiche tramontano sempre più dal nostro orizzonte culturale: dalla scuola vengono estromesse in maniera a volte progressiva, a volte brusca e, in misura corrispondente, diminuisce quel tanto della loro conoscenza che, fino a venti anni fa, era lecito presupporre nei rappresentanti della cultura media o medio-alta. Dall'altra parte, parole dotte di origine classica, grecismi, latinismi o greco-latinismi abbondano sempre più nella lingua d'ogni giorno, quella del giornalismo o addirittura della conversazione. Oggi, il liceale insofferente ormai anche al grechetto stentato che la scuola tenta di trasmettergli, sempre più debolmente e con sempre minore convinzione, va a ballare la sera in una discoteca, o addirittura in una mega-discoteca, illuminata da luci psichedeliche. Sua madre, intanto, pratica forse una dieta macrobiotica, e sua sorella si allena in una palestra di ginnastica aerobica. Come si vede, sono tutti grecismi, di conio antico, moderno o modernissimo, ma quasi tutti di diffusione relativamente recente, spesso più recente di quel che molti immaginerebbero. Il fenomeno è un po' meno appariscente per il latino, che ha spesso il "torto" di somigliare troppo all'italiano; ma anche qui non manca l'occasione di sciacquarsi la bocca alle sorgenti classiche. Veniamo chiamati a votare in un referendum; se concorriamo a un posto di lavoro dobbiamo presentare un curriculum; il tecnico che ci accomoda il televisore parla in termini di video e audio; se rinnoviamo l'assicurazione dell'automobile ci faranno un conto di bonus e malus. Naturalmente, tutto questo riguarda meno la storia della cultura classica in Italia che l'accresciuta comunicazione tra i vari settori del lessico nell'italiano contemporaneo e la sua apertura agli influssi stranieri. Le parole greche e latine sono per loro natura spesso europeismi: pensiamo a sponsor, perfettamente latino ma venuto all'italiano dall'inglese; nella coscienza di tutti il plurale fa sponsors e non certo sponsores, come corners e non come iuniores. Ciò non toglie che le vicende delle parole delle lingue classiche, soprattutto dei grecismi, siano un ottimo terreno di osservazione, una spia e un segno dei tempi, tale da aiutarci a tentare anche noi una risposta al quesito principale che ci è stato posto: "Dove va la lingua italiana?". Il paradosso di cui scrive l'autore all'inizio del brano consiste nel fatto che:
Comunque, e in conclusione, una cosa mi sembra debba risultare ben chiara. Per quanto possano essere stretti i legami della filosofia con la politica, per quanto la filosofia possa e debba essere politica, ciò non significa e non significherà mai (a meno di alterare in modo totale il significato tradizionale delle parole) che il filosofo, come tale, possa trasformarsi in propagandista politico. E questo per due motivi. La propaganda come tale mira alla persuasione, comunque ottenuta (o, se si vuole, ottenuta con mezzi segnici - discorsi, immagini ecc., ma comunque usati); la filosofia come tale mira anch'essa a ottenere la persuasione, ma uno, e un solo tipo di persuasione (quindi con il solo impiego dei mezzi discorsivi atti a questo scopo): la persuasione razionale, fondata sulla verifica. Ora, se si vuole chiamare "propaganda" qualsiasi attività volta alla persuasione altrui, anche il filosofo è un propagandista: ma la sua persuasione può essere solo razionale e logica (concerne la verità, non le emozioni), e i soli mezzi che può impiegare sono quelli della dimostrazione e della prova. Il che, ovviamente, non corrisponde affatto a ciò che di solito si intende con la parola "propaganda", cioè con un discorso avente fini pratici immediati, facente leva su emozioni di massa, tale che non si appella alle abitudini di verifica e deduzione, ma piuttosto a quelle di associazioni immediate tra certi segni e certi comportamenti ecc. Ma forse c'è stato di più. "Cultura" è azione consapevole - consapevole non solo dei mezzi usati, ma dei fini perseguiti e del loro valore. La propaganda è pura tecnica: il propagandista, come tale, è un tecnico, e come tutti i tecnici (come tali) o ignora i fini per cui opera o li accetta senza proporsi un'indagine intorno al loro valore - come ogni tecnica, la propaganda subisce una certa situazione e opera in essa senza sottoporla a critica. Essa rischia quindi di essere anticultura, quindi, a fortiori, di essere antifilosofia. Secondo il brano, la persuasione razionale, ottenuta attraverso dimostrazioni, è tipica: