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Tutte le domande del quiz : Brani

tratto da:
Esercito Italiano
Quiz - Concorso per l'ammissione di 41 allievi al 7° corso Allievi Ufficiali in Ferma Prefissata (A.U.F.P.) dell'Esercito per il conseguimento della nomina a Tenente in Ferma Prefissata, ausiliario del ruolo normale del Corpo degli Ingegneri, del Corpo di Commissariato e del Corpo Sanitario dell'Esercito



 Esercitati su questo Quiz 

RISPOSTA   Domanda difficile Già 70 anni fa, Bertrand Russell affermava che bisogna distinguere nettamente le proposizioni riguardanti cose dalle proposizioni che esprimono una relazione. "Questa mela è rossa" è una proposizione riguardante una qualità di questa mela. "Questa mela è più grossa di quella" è una proposizione che riguarda la relazione tra le due mele e quindi non ha nulla a che fare con l'una o l'altra mela presa in se stessa. La qualità dell'"essere più grande" non appartiene a nessuna delle due mele, e sarebbe una pura assurdità volerla attribuire a una di esse. Questa importante distinzione venne più tardi ripresa e ulteriormente sviluppata dall'antropologo e studioso dell'informazione Gregory Bateson. Egli stabilì che in ogni comunicazione sono presenti sempre entrambe le proposizioni, o in altre parole, che esiste in essa un livello oggettivo e uno relazionale. Con ciò egli ci ha aiutato a comprendere meglio come si possa giungere in breve tempo ad avere delle difficoltà con il partner - chiunque esso sia, ma quanto più intimo tanto meglio. Supponiamo che una donna chieda al marito: "Questa minestra l'ho fatta in una maniera nuova. Ti piace?" Se gli piace può rispondere senz'altro "Sì" e lei ne sarà contenta. Se invece non gli piace e non teme di deludere la moglie, può dire: "No". Problematica è però la situazione, statisticamente più frequente, in cui la minestra è disgustosa, ma egli non vuole offendere la moglie. A livello oggettivo (quello cioè che si riferisce all'oggetto "minestra") il marito dovrebbe dire: "No"; a livello relazionale dovrebbe dire "Sì" per non ferirla. Cosa dirà dunque? La sua risposta non può essere "Sì" e "No", perché la parola "Ni" esiste soltanto come battuta scherzosa. Egli cercherà così di trarsi fuori dai guai in qualche modo, magari dicendo: "Ha un sapore interessante", nella speranza che la moglie capisca. Ma le probabilità sono minime. Conviene tenere presente l'esempio di un uomo sposato di mia conoscenza la cui moglie, al ritorno nella nuova casa dalla luna di miele, gli mise sul tavolo una grande scatola di Corn Flakes come prima colazione, supponendo in buona fede (a livello relazionale) ma erroneamente (a livello oggettivo) che li avrebbe mangiati volentieri. Non voleva ferirla e si propose, se proprio bisognava, di mandare giù quella roba e poi di pregarla, una volta finita la scatola, di non comprarne un'altra. Come una brava moglie, però, ella ne prese nota e prima ancora che la scatola finisse ne aveva già presa un'altra. Oggi, 16 anni dopo, ha abbandonato la speranza di farle capire con tatto che lui detesta i Corn Flakes. La reazione della moglie sarebbe inimmaginabile. Dalla lettura del brano si deduce che Bertrand Russell è:
RISPOSTA    I classici si trasformano con noi, che oggi ci emozioniamo davanti alle statue greche non più coperte di vernice, a Mozart suonato con sonorità da lui forse non previste. E a uno Shakespeare sempre attualizzato (già nel Settecento Garrick recitava Macbeth in parrucca incipriata e calze di seta). Tuttavia il sogno di ricreare il passato è lecito, e nel caso del Bardo è culminato nella costruzione, a Londra, di un nuovo Globe, ossia di una playhouse simile a quelle elisabettiane distrutte e dimenticate nei secoli. Certo, l'edificio è di cemento e non di legno. Ma lo spettacolo si svolge all'aperto e di giorno, con la luce naturale (all'imbrunire qualche faro viene acceso); non ci sono amplificazioni (ma, purtroppo, arrivano i rumori del traffico); il pubblico della platea è in piedi; la scena è fissa, e per movimentarla si fa uso di suppellettili e del dialogo; qualche volta, anche se non sempre, gli uomini recitano parti da donna. Una visita all'istituzione è dunque un'esperienza istruttiva, raccomandabile alle scolaresche e amata dai turisti - una Disneyland benintenzionata, gestita con passione. Come Bach suonato sugli strumenti antichi: lo si accetta, una tantum, ma poi si torna ai Berliner. Non peregrina, comunque, l'idea di invitare un allestimento del Globe, nella fattispecie uno Hamlet, sul palcoscenico dell'Olimpico di Vicenza, ossia di un monumento di solito molto difficile da utilizzare, e che fu inaugurato ai tempi di Shakespeare. Lo spettacolo diretto da Giles Block vi si è adattato con perfetta naturalezza, anche se avendolo concepito per la luce del sole, il regista lo ha illuminato a giorno, con effetto vagamente sconcertante all'inizio, quando le sentinelle vedono arrivare lo spettro di Amleto padre. Qui lo scrupolo filologico è apparso eccessivo, quando si trasferivano in un luogo chiuso Shakespeare e compagni usavano certamente torce e candele. Per il resto, la recuperata elisabettianità è risultata in energia, ritmo e agilità sfoggiata da tutta la compagnia; in costumi colorati, volutamente anche un po' ridicoli (Amleto in particolare si maschera spesso da puffo); in suoni di cornamuse, trombe e tamburi; in scene di interpreti quasi tutti non giovani e fisicamente non particolarmente attraenti - l'irrequieto, duttile, ironico protagonista Mark Rylance è piccolo e stempiato, più simile a Bing Crosby che a Laurence Olivier. Il testo è porto con chiarezza e precisione, limando su sfumature e approfondimenti, anche se i monologhi sono indirizzati direttamente agli spettatori. Il meglio arriva con l'eccellente concertato delle scene di massa, particolarmente con i duelli e la strage finale, e con il ballo conclusivo di tutta la compagnia, una Totentanz con teschi al posto della tradizionale giga. Tre ore e venti con due intervalli, buona occasione per ripassare ancora una volta il testo, e alla fine grandi e meritati festeggiamenti agli ospiti. In base a quanto detto nel brano, qual è stata la reazione del pubblico al termine dello spettacolo?
RISPOSTA   Domanda difficile I classici si trasformano con noi, che oggi ci emozioniamo davanti alle statue greche non più coperte di vernice, a Mozart suonato con sonorità da lui forse non previste. E a uno Shakespeare sempre attualizzato (già nel Settecento Garrick recitava Macbeth in parrucca incipriata e calze di seta). Tuttavia il sogno di ricreare il passato è lecito, e nel caso del Bardo è culminato nella costruzione, a Londra, di un nuovo Globe, ossia di una playhouse simile a quelle elisabettiane distrutte e dimenticate nei secoli. Certo, l'edificio è di cemento e non di legno. Ma lo spettacolo si svolge all'aperto e di giorno, con la luce naturale (all'imbrunire qualche faro viene acceso); non ci sono amplificazioni (ma, purtroppo, arrivano i rumori del traffico); il pubblico della platea è in piedi; la scena è fissa, e per movimentarla si fa uso di suppellettili e del dialogo; qualche volta, anche se non sempre, gli uomini recitano parti da donna. Una visita all'istituzione è dunque un'esperienza istruttiva, raccomandabile alle scolaresche e amata dai turisti - una Disneyland benintenzionata, gestita con passione. Come Bach suonato sugli strumenti antichi: lo si accetta, una tantum, ma poi si torna ai Berliner. Non peregrina, comunque, l'idea di invitare un allestimento del Globe, nella fattispecie uno Hamlet, sul palcoscenico dell'Olimpico di Vicenza, ossia di un monumento di solito molto difficile da utilizzare, e che fu inaugurato ai tempi di Shakespeare. Lo spettacolo diretto da Giles Block vi si è adattato con perfetta naturalezza, anche se avendolo concepito per la luce del sole, il regista lo ha illuminato a giorno, con effetto vagamente sconcertante all'inizio, quando le sentinelle vedono arrivare lo spettro di Amleto padre. Qui lo scrupolo filologico è apparso eccessivo, quando si trasferivano in un luogo chiuso Shakespeare e compagni usavano certamente torce e candele. Per il resto, la recuperata elisabettianità è risultata in energia, ritmo e agilità sfoggiata da tutta la compagnia; in costumi colorati, volutamente anche un po' ridicoli (Amleto in particolare si maschera spesso da puffo); in suoni di cornamuse, trombe e tamburi; in scene di interpreti quasi tutti non giovani e fisicamente non particolarmente attraenti - l'irrequieto, duttile, ironico protagonista Mark Rylance è piccolo e stempiato, più simile a Bing Crosby che a Laurence Olivier. Il testo è porto con chiarezza e precisione, limando su sfumature e approfondimenti, anche se i monologhi sono indirizzati direttamente agli spettatori. Il meglio arriva con l'eccellente concertato delle scene di massa, particolarmente con i duelli e la strage finale, e con il ballo conclusivo di tutta la compagnia, una Totentanz con teschi al posto della tradizionale giga. Tre ore e venti con due intervalli, buona occasione per ripassare ancora una volta il testo, e alla fine grandi e meritati festeggiamenti agli ospiti. L'autore del brano è verosimilmente un:
RISPOSTA   Domanda difficile I telefoni cellulari mettono in comunicazione gli utenti valendosi dell'emissione di microonde, le stesse che permettono ai forni a microonde di cuocere gli alimenti: da qui il timore che esse possano agire allo stesso modo sull'orecchio e sul cervello dei maniaci del telefonino. La potenza di un forno a microonde è però di parecchie centinaia di watt, quella di un telefonino non supera mai i due watt. Per fare chiarezza sono stati condotti degli studi scientifici, finanziati in particolare dai costruttori di telefonini e dagli operatori della telefonia mobile, preoccupati di mettere fine alle voci. Anni di ricerche di dosimetria hanno dimostrato che i telefonini non provocano alcun riscaldamento di tessuti. L'assenza di riscaldamento potrebbe però essere una semplice conseguenza dell'attivazione del sistema di termoregolazione del corpo umano: la circolazione sanguigna si intensificherebbe e agirebbe come un circuito di raffreddamento. Questa attivazione sarebbe generatrice di stress e potrebbe, a lungo termine, indurre altri effetti biologici. Ma per il momento nessuno di questi effetti è stato riscontrato. E che ne è dei sospetti di eventuali effetti cancerogeni dei portatili? I vari studi si contraddicono e non sono facili da interpretare. Si dice che le microonde abbiano la capacità di eccitare le molecole. In dosi elevate possono perfino rompere i loro legami atomici. Il dottor Henry Lai, dell'Università di Washington, ha per esempio mostrato che, nel ratto, l'esposizione alle microonde aumentava del 25% il numero di rotture delle molecole di DNA del cervello. Una cifra simile dovrebbe inquietare, dato che queste rotture cromosomiche possono rendere le cellule cancerose. Ma uno studio condotto da un'équipe californiana ha fornito indicazioni opposte, provando che queste radiazioni limitavano la proliferazione di cellule tumorali nei ratti ai quali era stata inoculata una sostanza cancerogena! Ricerche francesi non hanno riscontrato nessun effetto. E se i lavori dell'équipe australiana di Michael Repacholi del Royal Adelaide Hospital hanno rilanciato i sospetti, essi non permettono più degli altri studi di trarre una conclusione netta. Il telefonino è allora esente da rischi? Certamente no. "I telefoni cellulari introdotti nel complesso sanitario devono essere tenuti spenti, perché rischiano di perturbare le apparecchiature mediche funzionanti con sistemi elettronici", recita un avviso all'ingresso degli ospedali. È una circolare della Direzione degli ospedali emessa il 6 ottobre 1995, che raccomanda l'adozione di questo accorgimento per salvaguardare il corretto funzionamento delle pompe a perfusione, delle apparecchiature per la dialisi e dei respiratori, tutti apparati che potrebbero risentire delle interferenze dovute alle microonde dei telefonini. Si tratta di una semplice misura prudenziale, non essendosi verificato in Francia nessun grave incidente. Dal brano emerge che:
RISPOSTA    I telefoni cellulari mettono in comunicazione gli utenti valendosi dell'emissione di microonde, le stesse che permettono ai forni a microonde di cuocere gli alimenti: da qui il timore che esse possano agire allo stesso modo sull'orecchio e sul cervello dei maniaci del telefonino. La potenza di un forno a microonde è però di parecchie centinaia di watt, quella di un telefonino non supera mai i due watt. Per fare chiarezza sono stati condotti degli studi scientifici, finanziati in particolare dai costruttori di telefonini e dagli operatori della telefonia mobile, preoccupati di mettere fine alle voci. Anni di ricerche di dosimetria hanno dimostrato che i telefonini non provocano alcun riscaldamento di tessuti. L'assenza di riscaldamento potrebbe però essere una semplice conseguenza dell'attivazione del sistema di termoregolazione del corpo umano: la circolazione sanguigna si intensificherebbe e agirebbe come un circuito di raffreddamento. Questa attivazione sarebbe generatrice di stress e potrebbe, a lungo termine, indurre altri effetti biologici. Ma per il momento nessuno di questi effetti è stato riscontrato. E che ne è dei sospetti di eventuali effetti cancerogeni dei portatili? I vari studi si contraddicono e non sono facili da interpretare. Si dice che le microonde abbiano la capacità di eccitare le molecole. In dosi elevate possono perfino rompere i loro legami atomici. Il dottor Henry Lai, dell'Università di Washington, ha per esempio mostrato che, nel ratto, l'esposizione alle microonde aumentava del 25% il numero di rotture delle molecole di DNA del cervello. Una cifra simile dovrebbe inquietare, dato che queste rotture cromosomiche possono rendere le cellule cancerose. Ma uno studio condotto da un'équipe californiana ha fornito indicazioni opposte, provando che queste radiazioni limitavano la proliferazione di cellule tumorali nei ratti ai quali era stata inoculata una sostanza cancerogena! Ricerche francesi non hanno riscontrato nessun effetto. E se i lavori dell'équipe australiana di Michael Repacholi del Royal Adelaide Hospital hanno rilanciato i sospetti, essi non permettono più degli altri studi di trarre una conclusione netta. Il telefonino è allora esente da rischi? Certamente no. "I telefoni cellulari introdotti nel complesso sanitario devono essere tenuti spenti, perché rischiano di perturbare le apparecchiature mediche funzionanti con sistemi elettronici", recita un avviso all'ingresso degli ospedali. È una circolare della Direzione degli ospedali emessa il 6 ottobre 1995, che raccomanda l'adozione di questo accorgimento per salvaguardare il corretto funzionamento delle pompe a perfusione, delle apparecchiature per la dialisi e dei respiratori, tutti apparati che potrebbero risentire delle interferenze dovute alle microonde dei telefonini. Si tratta di una semplice misura prudenziale, non essendosi verificato in Francia nessun grave incidente. Cosa può essere affermato con certezza relativamente alle microonde emesse dai telefonini?
RISPOSTA   Domanda difficile I telefoni cellulari mettono in comunicazione gli utenti valendosi dell'emissione di microonde, le stesse che permettono ai forni a microonde di cuocere gli alimenti: da qui il timore che esse possano agire allo stesso modo sull'orecchio e sul cervello dei maniaci del telefonino. La potenza di un forno a microonde è però di parecchie centinaia di watt, quella di un telefonino non supera mai i due watt. Per fare chiarezza sono stati condotti degli studi scientifici, finanziati in particolare dai costruttori di telefonini e dagli operatori della telefonia mobile, preoccupati di mettere fine alle voci. Anni di ricerche di dosimetria hanno dimostrato che i telefonini non provocano alcun riscaldamento di tessuti. L'assenza di riscaldamento potrebbe però essere una semplice conseguenza dell'attivazione del sistema di termoregolazione del corpo umano: la circolazione sanguigna si intensificherebbe e agirebbe come un circuito di raffreddamento. Questa attivazione sarebbe generatrice di stress e potrebbe, a lungo termine, indurre altri effetti biologici. Ma per il momento nessuno di questi effetti è stato riscontrato. E che ne è dei sospetti di eventuali effetti cancerogeni dei portatili? I vari studi si contraddicono e non sono facili da interpretare. Si dice che le microonde abbiano la capacità di eccitare le molecole. In dosi elevate possono perfino rompere i loro legami atomici. Il dottor Henry Lai, dell'Università di Washington, ha per esempio mostrato che, nel ratto, l'esposizione alle microonde aumentava del 25% il numero di rotture delle molecole di DNA del cervello. Una cifra simile dovrebbe inquietare, dato che queste rotture cromosomiche possono rendere le cellule cancerose. Ma uno studio condotto da un'équipe californiana ha fornito indicazioni opposte, provando che queste radiazioni limitavano la proliferazione di cellule tumorali nei ratti ai quali era stata inoculata una sostanza cancerogena! Ricerche francesi non hanno riscontrato nessun effetto. E se i lavori dell'équipe australiana di Michael Repacholi del Royal Adelaide Hospital hanno rilanciato i sospetti, essi non permettono più degli altri studi di trarre una conclusione netta. Il telefonino è allora esente da rischi? Certamente no. "I telefoni cellulari introdotti nel complesso sanitario devono essere tenuti spenti, perché rischiano di perturbare le apparecchiature mediche funzionanti con sistemi elettronici", recita un avviso all'ingresso degli ospedali. È una circolare della Direzione degli ospedali emessa il 6 ottobre 1995, che raccomanda l'adozione di questo accorgimento per salvaguardare il corretto funzionamento delle pompe a perfusione, delle apparecchiature per la dialisi e dei respiratori, tutti apparati che potrebbero risentire delle interferenze dovute alle microonde dei telefonini. Si tratta di una semplice misura prudenziale, non essendosi verificato in Francia nessun grave incidente. Quando, verosimilmente, è stato scritto il brano?
RISPOSTA    I telefoni cellulari mettono in comunicazione gli utenti valendosi dell'emissione di microonde, le stesse che permettono ai forni a microonde di cuocere gli alimenti: da qui il timore che esse possano agire allo stesso modo sull'orecchio e sul cervello dei maniaci del telefonino. La potenza di un forno a microonde è però di parecchie centinaia di watt, quella di un telefonino non supera mai i due watt. Per fare chiarezza sono stati condotti degli studi scientifici, finanziati in particolare dai costruttori di telefonini e dagli operatori della telefonia mobile, preoccupati di mettere fine alle voci. Anni di ricerche di dosimetria hanno dimostrato che i telefonini non provocano alcun riscaldamento di tessuti. L'assenza di riscaldamento potrebbe però essere una semplice conseguenza dell'attivazione del sistema di termoregolazione del corpo umano: la circolazione sanguigna si intensificherebbe e agirebbe come un circuito di raffreddamento. Questa attivazione sarebbe generatrice di stress e potrebbe, a lungo termine, indurre altri effetti biologici. Ma per il momento nessuno di questi effetti è stato riscontrato. E che ne è dei sospetti di eventuali effetti cancerogeni dei portatili? I vari studi si contraddicono e non sono facili da interpretare. Si dice che le microonde abbiano la capacità di eccitare le molecole. In dosi elevate possono perfino rompere i loro legami atomici. Il dottor Henry Lai, dell'Università di Washington, ha per esempio mostrato che, nel ratto, l'esposizione alle microonde aumentava del 25% il numero di rotture delle molecole di DNA del cervello. Una cifra simile dovrebbe inquietare, dato che queste rotture cromosomiche possono rendere le cellule cancerose. Ma uno studio condotto da un'équipe californiana ha fornito indicazioni opposte, provando che queste radiazioni limitavano la proliferazione di cellule tumorali nei ratti ai quali era stata inoculata una sostanza cancerogena! Ricerche francesi non hanno riscontrato nessun effetto. E se i lavori dell'équipe australiana di Michael Repacholi del Royal Adelaide Hospital hanno rilanciato i sospetti, essi non permettono più degli altri studi di trarre una conclusione netta. Il telefonino è allora esente da rischi? Certamente no. "I telefoni cellulari introdotti nel complesso sanitario devono essere tenuti spenti, perché rischiano di perturbare le apparecchiature mediche funzionanti con sistemi elettronici", recita un avviso all'ingresso degli ospedali. È una circolare della Direzione degli ospedali emessa il 6 ottobre 1995, che raccomanda l'adozione di questo accorgimento per salvaguardare il corretto funzionamento delle pompe a perfusione, delle apparecchiature per la dialisi e dei respiratori, tutti apparati che potrebbero risentire delle interferenze dovute alle microonde dei telefonini. Si tratta di una semplice misura prudenziale, non essendosi verificato in Francia nessun grave incidente. L'autore nello scrivere il brano si propone di:
RISPOSTA   Domanda difficile Il comico è stato a lungo considerato come un genere minore, adatto al massimo per i bambini e per le persone meno colte e quindi non degno di essere preso seriamente in considerazione. E questi pregiudizi non sono scomparsi del tutto nemmeno ai nostri giorni, nonostante il fatto che, per esempio, uno scritore come Giovanni Boccaccio sia considerato uno dei padri fondatori della nostra letteratura. Comico, in generale, è tutto ciò che fa ridere. E anche se i meccanismi da cui nasce il riso sono molto diversi tra loro, possiamo individuarne di tre tipi fondamentali: quelli relativi alle situazioni raccontate (per esempio un tizio che scivola su una buccia di banana); quelli relativi al linguaggio utilizzato (come i giochi di parole); e infine quelli che dipendono dalla relazione tra linguaggio e situazioni (come nel caso di un picnic che venga raccontato utilizzando il gergo militare). Il primo caso di situazione comica è appunto quello delle torte in faccia, dell'uomo che scivola sulla buccia di banana, e di tutte quelle situazioni che fanno ridere perché ci colgono alla sprovvista e costituiscono una sorpresa. Questo, per lo meno, è il motivo per cui ridiamo la prima volta, perché visto che si tratta di situazioni del tutto prevedibili impariamo ben presto a riconoscerle in anticipo. A partire da quel momento, quindi, a farci ridere è il fatto che sia il personaggio a essere preso alla sprovvista, mentre noi abbiamo già capito cosa gli succederà. Un altro caso è quello di situazioni quali lo scambio di persona, in cui il malinteso fa sì che dalle azioni di un personaggio - proprio perché viene scambiato con un altro - scaturiscano negli altri delle reazioni spropositate e non pertinenti. E anche in questo caso ridiamo per via della nostra posizione di superiorità, vale a dire perché sappiamo benissimo chi sia realmente quel personaggio. Un ulteriore meccanismo è quello dell'esagerazione, che consiste nel "gonfiare" i fatti a tal punto da renderli del tutto inverosimili, sproporzionati rispetto alla norma e spesso anche rispetto ai limiti naturali delle cose. E infine, così come ci sono situazioni comiche, ci sono anche personaggi comici, come quello di chi - qualsiasi cosa faccia - combina immancabilmente un pasticcio. I meccanismi del comico relativi al linguaggio sono invece i giochi di parole, i doppi sensi, i paradossi ecc. Se qualcuno dice: "Mio nonno cadde durante la prima guerra mondiale, poi si rialzò e cominciò a scappare", fa un gioco di parole, che funziona grazie al fatto che in un primo tempo crediamo che il verbo "cadere" significhi "morire in battaglia", mentre in seguito scopriamo che significa "finire per terra". Se consideriamo la famosa storiella di Woody Allen che racconta di essere andato a pesca di tonni e di averne pescate quattro scatolette, abbiamo un paradosso, vale a dire una frase che non può essere presa nel suo significato letterale. I meccanismi che dipendono dalla relazione tra linguaggio e situazioni, infine, consistono nel contrasto fra gli eventi e lo stile con cui vengono raccontati, e sono essenzialmente di due tipi: l'innalzamento, che consiste nell'utilizzare un linguaggio altisonante per raccontare banalità che accadono a persone qualunque, e l'abbassamento, che consta, all'opposto, nell'utilizzare un linguaggio popolare per raccontare eventi di grande importanza che accadono a eroi e a personaggi valorosi. Un'ultima considerazione: il contrasto su cui il comico si basa ha la funzione di fare riflettere sulla differenza tra le realtà e le apparenze, sul funzionamento del linguaggio e sul fatto che basta vedere le cose da un altro punto di vista per scoprire in esse dei nuovi aspetti. Anche il comico, quindi, è una cosa seria. Quale delle seguenti affermazioni riassume efficacemente il significato dell'ultimo capoverso del brano?
RISPOSTA    Il parlare dello "scopo" dell'attività scientifica può forse suonare un po' ingenuo; è chiaro, infatti, che scienziati differenti si propongono scopi differenti, e che la scienza in se stessa (qualunque cosa ciò possa significare) non ha scopi. Tutto questo lo ammetto. E tuttavia sembra che quando parliamo di scienza ci rendiamo conto più o meno chiaramente che esiste qualcosa che è caratteristico dell'attività scientifica; e poiché l'attività scientifica ha tutto l'aspetto di un'attività razionale e l'attività razionale deve avere qualche scopo, può darsi che il tentativo di descrivere lo scopo della scienza non sia del tutto futile. Secondo ciò che intendo proporre, lo scopo della scienza è quello di trovare spiegazioni soddisfacenti di tutto ciò che ci colpisce come bisognoso di spiegazione. Per spiegazione (o spiegazione causale) si intende un insieme di asserzioni, una delle quali descrive lo stato di cose che si deve spiegare l'explicandum, mentre le altre, le asserzioni esplicative, costituiscono la "spiegazione" nel senso più stretto della parola (l'explicans dell'explicandum). Possiamo ritenere, di regola, che la verità dell'explicandum sia più o meno ben nota o che si assuma che lo sia. Non ha infatti molto senso il chiedere la spiegazione di uno stato di cose che può rivelarsi del tutto immaginario (possiamo illustrare un caso del genere ricorrendo all'esempio dei dischi volanti: ciò di cui abbiamo bisogno non è, forse, la spiegazione dei dischi volanti, ma quella dei resoconti delle apparizioni dei dischi volanti; tuttavia, se i dischi volanti esistessero davvero, non ci sarebbe più bisogno di altre spiegazioni di tali resoconti). D'altra parte l'explicans, che costituisce l'oggetto della nostra ricerca, non sarà, di regola, noto, ma dovrà essere scoperto. Così, la spiegazione scientifica, in tutti i casi in cui costituisca una scoperta, sarà la spiegazione del noto mediante l'ignoto. Per essere soddisfacente (l'essere soddisfacente può essere questione di grado) l'explicans deve soddisfare un certo numero di condizioni. In primo luogo deve implicare logicamente l'explicandum. In secondo luogo l'explicans dev'essere vero, anche se, in generale, la sua verità non è nota; in ogni caso non deve risultare falso, neanche in seguito all'esame critico più serrato. Se non sappiamo che è vero (e di solito accade proprio così), devono esistere prove indipendenti in suo favore; o, in altre parole, l'explicans deve poter essere controllabile indipendentemente: sarà tanto più soddisfacente quanto più indipendenti e quanto più severi saranno i controlli che ha superato. Così, devo ancora chiarire l'uso che io faccio dell'espressione "indipendente" e quello delle espressioni opposte: "ad hoc" e (nei casi estremi) "circolare". Sia a un explicandum che sappiamo vero; poiché, come è evidente, a segue da a stesso, possiamo sempre offrire a come spiegazione di se stesso. Ma ciò sarebbe altamente insoddisfacente, anche se, in questo caso, sapremmo che l'explicans è vero e che l'exlicandum segue da esso. Dobbiamo perciò escludere le spiegazioni di questo tipo, a causa della loro circolarità. Ma il tipo di circolarità che ho in mente è questione di grado. Consideriamo il dialogo che segue: "Perché oggi il mare è agitato?" "Perché Nettuno è molto arrabbiato". "Ma quale prova puoi portare a sostegno della tua asserzione che Nettuno è molto arrabbiato?" "Oh, ma non vedi come è agitato il mare? E il mare non è sempre agitato quando Nettuno è arrabbiato?" Troviamo insoddisfacente questa spiegazione, perché (proprio come nel caso della spiegazione pienamente circolare), la sola prova dell'explicans è l'explicandum stesso. Qual è la natura del brano?
RISPOSTA    Il predominio persistente degli Stati Uniti nella produzione aeronautica rappresenta un potente simbolo della potenza tecnologica di quel Paese. È inoltre un simbolo particolarmente evidente per gli uomini politici, che passano molto del loro tempo a volare da una riunione all'altra. Non è quindi sorprendente che da lungo tempo i governi europei abbiano tentato di sviluppare industrie aeronautiche in grado di competere con quelle statunitensi. Negli anni Cinquanta e Sessanta tentativi di questo tipo furono effettuati a livello nazionale, ma con poco successo. A partire dalla fine degli anni Sessanta, tuttavia, in Europa si sono avuti due significativi sforzi di cooperazione per sviluppare il settore. Uno di questi sforzi si concretizzò nella promozione congiunta, da parte di Gran Bretagna e Francia, della produzione di un aereo supersonico, il Concorde. Dal punto di vista tecnico, la costruzione di un aereo supersonico per servizio passeggeri divenne possibile verso la fine degli anni Sessanta, ma i produttori privati non erano convinti della profittabilità dell'impresa. Una campagna politica per indurre il governo statunitense a finanziare la produzione di un aereo di questo tipo fallì. Ma in Europa la Gran Bretagna e la Francia si accordarono per sostenerne finanziariamente lo sviluppo. La logica sottostante a un accordo del genere era complessa. In qualche misura, si sperava in consistenti esternalità tecnologiche. Più significativi, tuttavia, erano il prestigio associato al progetto e l'utilità del Concorde come simbolo della cooperazione europea. In termini commerciali i risultati si rivelarono disastrosi. I Concorde risultarono estremamente costosi da gestire e il risparmio di poche ore di volo non fu sufficiente a coprire la differenza di costi. Solamente pochi Concorde vennero venduti e quei pochi furono acquistati delle aviolinee nazionali (pubbliche) britanniche e francesi. La valutazione più generosa che può essere fatta sul Concorde è che esso generò esternalità tecnologiche sfruttate nel successivo tentativo europeo di ingresso nella produzione aeronautica, realizzatosi con l'Airbus. L'Airbus rappresenta un consorzio di governi europei finalizzato alla costruzione di grandi aerei passeggeri, in diretta concorrenza con il punto di forza della produzione statunitense. Le spese in conto capitale, insieme ad alcune altre componenti di costo, sono state sussidiate dai governi aderenti all'accordo. A differenza del progetto del Concorde, quello dell'Airbus ha avuto successo nella produzione di aerei commercialmente adeguati: la serie A300 - jet passeggeri di ampia dimensione per voli a medio raggio - è, per costi operativi e prestazioni, del tutto paragonabile agli equivalenti aerei prodotti negli Stati Uniti. Le vendite sono risultate significative. Sfortunatamente, dopo anni di sussidi l'Airbus continua a presentare costi di produzione sostanzialmente più elevati di quelli del Boeing, il principale concorrente statunitense. L'Airbus è riuscito ad assicurarsi consistenti quote di mercato, ma al costo di ricorrenti sostegni pubblici. Ciò che rende l'esperienza dell'Airbus particolarmente interessante è la sua rilevanza nella precedente discussione sulla politica commerciale strategica. Le economie di scala nella produzione degli aerei passeggeri di grande dimensione sono così enormi che nell'intero mercato mondiale esiste spazio per solamente uno o due produttori che ottengano profitti positivi. Il sussidio europeo a sostegno dell'Airbus potrebbe essere considerato come un tentativo di superare il vantaggio iniziale della Boeing per sottrarle - a favore dell'Europa - parte di quel profittevole mercato. Purtroppo, fino a oggi il risultato è stato questo: la Boeing non è stata indotta a lasciare il mercato, e l'Airbus assorbe un rilevante ammontare di denaro pubblico. La serie di aeroplani Airbus denominata A300:
RISPOSTA   Domanda difficile Il predominio persistente degli Stati Uniti nella produzione aeronautica rappresenta un potente simbolo della potenza tecnologica di quel Paese. È inoltre un simbolo particolarmente evidente per gli uomini politici, che passano molto del loro tempo a volare da una riunione all'altra. Non è quindi sorprendente che da lungo tempo i governi europei abbiano tentato di sviluppare industrie aeronautiche in grado di competere con quelle statunitensi. Negli anni Cinquanta e Sessanta tentativi di questo tipo furono effettuati a livello nazionale, ma con poco successo. A partire dalla fine degli anni Sessanta, tuttavia, in Europa si sono avuti due significativi sforzi di cooperazione per sviluppare il settore. Uno di questi sforzi si concretizzò nella promozione congiunta, da parte di Gran Bretagna e Francia, della produzione di un aereo supersonico, il Concorde. Dal punto di vista tecnico, la costruzione di un aereo supersonico per servizio passeggeri divenne possibile verso la fine degli anni Sessanta, ma i produttori privati non erano convinti della profittabilità dell'impresa. Una campagna politica per indurre il governo statunitense a finanziare la produzione di un aereo di questo tipo fallì. Ma in Europa la Gran Bretagna e la Francia si accordarono per sostenerne finanziariamente lo sviluppo. La logica sottostante a un accordo del genere era complessa. In qualche misura, si sperava in consistenti esternalità tecnologiche. Più significativi, tuttavia, erano il prestigio associato al progetto e l'utilità del Concorde come simbolo della cooperazione europea. In termini commerciali i risultati si rivelarono disastrosi. I Concorde risultarono estremamente costosi da gestire e il risparmio di poche ore di volo non fu sufficiente a coprire la differenza di costi. Solamente pochi Concorde vennero venduti e quei pochi furono acquistati delle aviolinee nazionali (pubbliche) britanniche e francesi. La valutazione più generosa che può essere fatta sul Concorde è che esso generò esternalità tecnologiche sfruttate nel successivo tentativo europeo di ingresso nella produzione aeronautica, realizzatosi con l'Airbus. L'Airbus rappresenta un consorzio di governi europei finalizzato alla costruzione di grandi aerei passeggeri, in diretta concorrenza con il punto di forza della produzione statunitense. Le spese in conto capitale, insieme ad alcune altre componenti di costo, sono state sussidiate dai governi aderenti all'accordo. A differenza del progetto del Concorde, quello dell'Airbus ha avuto successo nella produzione di aerei commercialmente adeguati: la serie A300 - jet passeggeri di ampia dimensione per voli a medio raggio - è, per costi operativi e prestazioni, del tutto paragonabile agli equivalenti aerei prodotti negli Stati Uniti. Le vendite sono risultate significative. Sfortunatamente, dopo anni di sussidi l'Airbus continua a presentare costi di produzione sostanzialmente più elevati di quelli del Boeing, il principale concorrente statunitense. L'Airbus è riuscito ad assicurarsi consistenti quote di mercato, ma al costo di ricorrenti sostegni pubblici. Ciò che rende l'esperienza dell'Airbus particolarmente interessante è la sua rilevanza nella precedente discussione sulla politica commerciale strategica. Le economie di scala nella produzione degli aerei passeggeri di grande dimensione sono così enormi che nell'intero mercato mondiale esiste spazio per solamente uno o due produttori che ottengano profitti positivi. Il sussidio europeo a sostegno dell'Airbus potrebbe essere considerato come un tentativo di superare il vantaggio iniziale della Boeing per sottrarle - a favore dell'Europa - parte di quel profittevole mercato. Purtroppo, fino a oggi il risultato è stato questo: la Boeing non è stata indotta a lasciare il mercato, e l'Airbus assorbe un rilevante ammontare di denaro pubblico. Quale potrebbe essere un possibile titolo per il brano?
RISPOSTA    Il predominio persistente degli Stati Uniti nella produzione aeronautica rappresenta un potente simbolo della potenza tecnologica di quel Paese. È inoltre un simbolo particolarmente evidente per gli uomini politici, che passano molto del loro tempo a volare da una riunione all'altra. Non è quindi sorprendente che da lungo tempo i governi europei abbiano tentato di sviluppare industrie aeronautiche in grado di competere con quelle statunitensi. Negli anni Cinquanta e Sessanta tentativi di questo tipo furono effettuati a livello nazionale, ma con poco successo. A partire dalla fine degli anni Sessanta, tuttavia, in Europa si sono avuti due significativi sforzi di cooperazione per sviluppare il settore. Uno di questi sforzi si concretizzò nella promozione congiunta, da parte di Gran Bretagna e Francia, della produzione di un aereo supersonico, il Concorde. Dal punto di vista tecnico, la costruzione di un aereo supersonico per servizio passeggeri divenne possibile verso la fine degli anni Sessanta, ma i produttori privati non erano convinti della profittabilità dell'impresa. Una campagna politica per indurre il governo statunitense a finanziare la produzione di un aereo di questo tipo fallì. Ma in Europa la Gran Bretagna e la Francia si accordarono per sostenerne finanziariamente lo sviluppo. La logica sottostante a un accordo del genere era complessa. In qualche misura, si sperava in consistenti esternalità tecnologiche. Più significativi, tuttavia, erano il prestigio associato al progetto e l'utilità del Concorde come simbolo della cooperazione europea. In termini commerciali i risultati si rivelarono disastrosi. I Concorde risultarono estremamente costosi da gestire e il risparmio di poche ore di volo non fu sufficiente a coprire la differenza di costi. Solamente pochi Concorde vennero venduti e quei pochi furono acquistati delle aviolinee nazionali (pubbliche) britanniche e francesi. La valutazione più generosa che può essere fatta sul Concorde è che esso generò esternalità tecnologiche sfruttate nel successivo tentativo europeo di ingresso nella produzione aeronautica, realizzatosi con l'Airbus. L'Airbus rappresenta un consorzio di governi europei finalizzato alla costruzione di grandi aerei passeggeri, in diretta concorrenza con il punto di forza della produzione statunitense. Le spese in conto capitale, insieme ad alcune altre componenti di costo, sono state sussidiate dai governi aderenti all'accordo. A differenza del progetto del Concorde, quello dell'Airbus ha avuto successo nella produzione di aerei commercialmente adeguati: la serie A300 - jet passeggeri di ampia dimensione per voli a medio raggio - è, per costi operativi e prestazioni, del tutto paragonabile agli equivalenti aerei prodotti negli Stati Uniti. Le vendite sono risultate significative. Sfortunatamente, dopo anni di sussidi l'Airbus continua a presentare costi di produzione sostanzialmente più elevati di quelli del Boeing, il principale concorrente statunitense. L'Airbus è riuscito ad assicurarsi consistenti quote di mercato, ma al costo di ricorrenti sostegni pubblici. Ciò che rende l'esperienza dell'Airbus particolarmente interessante è la sua rilevanza nella precedente discussione sulla politica commerciale strategica. Le economie di scala nella produzione degli aerei passeggeri di grande dimensione sono così enormi che nell'intero mercato mondiale esiste spazio per solamente uno o due produttori che ottengano profitti positivi. Il sussidio europeo a sostegno dell'Airbus potrebbe essere considerato come un tentativo di superare il vantaggio iniziale della Boeing per sottrarle - a favore dell'Europa - parte di quel profittevole mercato. Purtroppo, fino a oggi il risultato è stato questo: la Boeing non è stata indotta a lasciare il mercato, e l'Airbus assorbe un rilevante ammontare di denaro pubblico. Dal brano si deduce che il Concorde avrebbe potuto avere un maggior successo commerciale se:
RISPOSTA   Domanda difficile Il predominio persistente degli Stati Uniti nella produzione aeronautica rappresenta un potente simbolo della potenza tecnologica di quel Paese. È inoltre un simbolo particolarmente evidente per gli uomini politici, che passano molto del loro tempo a volare da una riunione all'altra. Non è quindi sorprendente che da lungo tempo i governi europei abbiano tentato di sviluppare industrie aeronautiche in grado di competere con quelle statunitensi. Negli anni Cinquanta e Sessanta tentativi di questo tipo furono effettuati a livello nazionale, ma con poco successo. A partire dalla fine degli anni Sessanta, tuttavia, in Europa si sono avuti due significativi sforzi di cooperazione per sviluppare il settore. Uno di questi sforzi si concretizzò nella promozione congiunta, da parte di Gran Bretagna e Francia, della produzione di un aereo supersonico, il Concorde. Dal punto di vista tecnico, la costruzione di un aereo supersonico per servizio passeggeri divenne possibile verso la fine degli anni Sessanta, ma i produttori privati non erano convinti della profittabilità dell'impresa. Una campagna politica per indurre il governo statunitense a finanziare la produzione di un aereo di questo tipo fallì. Ma in Europa la Gran Bretagna e la Francia si accordarono per sostenerne finanziariamente lo sviluppo. La logica sottostante a un accordo del genere era complessa. In qualche misura, si sperava in consistenti esternalità tecnologiche. Più significativi, tuttavia, erano il prestigio associato al progetto e l'utilità del Concorde come simbolo della cooperazione europea. In termini commerciali i risultati si rivelarono disastrosi. I Concorde risultarono estremamente costosi da gestire e il risparmio di poche ore di volo non fu sufficiente a coprire la differenza di costi. Solamente pochi Concorde vennero venduti e quei pochi furono acquistati delle aviolinee nazionali (pubbliche) britanniche e francesi. La valutazione più generosa che può essere fatta sul Concorde è che esso generò esternalità tecnologiche sfruttate nel successivo tentativo europeo di ingresso nella produzione aeronautica, realizzatosi con l'Airbus. L'Airbus rappresenta un consorzio di governi europei finalizzato alla costruzione di grandi aerei passeggeri, in diretta concorrenza con il punto di forza della produzione statunitense. Le spese in conto capitale, insieme ad alcune altre componenti di costo, sono state sussidiate dai governi aderenti all'accordo. A differenza del progetto del Concorde, quello dell'Airbus ha avuto successo nella produzione di aerei commercialmente adeguati: la serie A300 - jet passeggeri di ampia dimensione per voli a medio raggio - è, per costi operativi e prestazioni, del tutto paragonabile agli equivalenti aerei prodotti negli Stati Uniti. Le vendite sono risultate significative. Sfortunatamente, dopo anni di sussidi l'Airbus continua a presentare costi di produzione sostanzialmente più elevati di quelli del Boeing, il principale concorrente statunitense. L'Airbus è riuscito ad assicurarsi consistenti quote di mercato, ma al costo di ricorrenti sostegni pubblici. Ciò che rende l'esperienza dell'Airbus particolarmente interessante è la sua rilevanza nella precedente discussione sulla politica commerciale strategica. Le economie di scala nella produzione degli aerei passeggeri di grande dimensione sono così enormi che nell'intero mercato mondiale esiste spazio per solamente uno o due produttori che ottengano profitti positivi. Il sussidio europeo a sostegno dell'Airbus potrebbe essere considerato come un tentativo di superare il vantaggio iniziale della Boeing per sottrarle - a favore dell'Europa - parte di quel profittevole mercato. Purtroppo, fino a oggi il risultato è stato questo: la Boeing non è stata indotta a lasciare il mercato, e l'Airbus assorbe un rilevante ammontare di denaro pubblico. Il brano può essere stato scritto per:
RISPOSTA   Domanda difficile Il presidente R. Reagan e alcuni dei suoi ministri o consiglieri usano il linguaggio della guerra fredda; denunciano l'espansionismo sovietico, vedono la presenza sovietica in tutti i tumulti che agitano l'umanità attraverso il mondo. Ma la retorica antisovietica non permette di trinciar giudizi sulle diverse scuole di pensiero negli Stati Uniti. In realtà, la classe politica, i commentatori delle relazioni internazionali, restano profondamente divisi su certi dati (a esempio, il rapporto di forze), sulla politica e i progetti del Cremlino. Cominciamo con i fatti e le discussioni che essi suscitano. L'Unione Sovietica si è assicurata una superiorità militare sugli Stati Uniti? A una domanda del genere non può essere data nessuna risposta semplice e categorica, visto che noi conosciamo in anticipo le quantità ma non le qualità; il valore delle armi e degli eserciti si rivela solo in combattimento. Detto questo, le quantità note, le qualità valutate alla luce dell'esperienza autorizzano un giudizio almeno probabile. A meno di rifiutare le cifre pubblicate nel fascicolo Soviet Military Power dal ministero americano della Difesa, mi pare incontestabile che l'Unione Sovietica possieda uno stock di armi molto superiore a quello degli Stati Uniti e una capacità di produzione industriale di armi ugualmente superiore. Bisogna dare una grande importanza ai cinquantamila carri armati, ai ventimila cannoni, ai cinquemila elicotteri? Si potrebbe obiettare che queste cifre globali non significano un granché, che la logistica non permetterebbe lo spiegamento di tutte queste armi in campo di battaglia, che comunque le forze armate sovietiche sono distribuite su molti fronti e che le grandi battaglie, paragonabili a quelle della seconda guerra mondiale, sono ormai inconcepibili, perlomeno tra le grandi potenze che dispongono di armi nucleari. Lasciamo da parte le cifre globali e diamo uno sguardo alla bilancia centrale. Il SALT 2, non ratificato dal Senato americano, verrebbe di fatto rispettato dalle due parti (supponendo che la verifica via satellite sia veramente attendibile). Secondo il trattato, gli Stati Uniti possiedono 1054 missili intercontinentali di cui 550 con MIRV, 656 missili sui sottomarini (SLBM) di cui 469 con MIRV e 573 bombardieri pesanti, alcuni dei quali dotati di missili da crociera; da parte sua, l'Unione Sovietica possiede 1398 ICBM di cui 608 con MIRV e 950 SLBM dei quali 144 dotati di MIRV e 156 bombardieri pesanti. Esiste un equilibrio? La triade americana comporta una parte relativamente ridotta di ICBM, probabilmente perché i dirigenti americani pensano che non colpiranno mai per primi, e contano di più sui missili dei sottomarini, meno vulnerabili al primo colpo. L'equilibrio è stabilito, se a definirlo è la capacità di ciascuna delle due Superpotenze di infliggere all'altra, come reazione a un primo colpo, "distruzioni inaccettabili". Ma, ribattono i pessimisti, reagire a un primo colpo contro le basi americane con il bombardamento delle città significa attirare sulle città americane bombardamenti della stessa potenza. Secondo quanto affermato dall'autore, il rispetto del trattato SALT 2:
RISPOSTA    Il presidente R. Reagan e alcuni dei suoi ministri o consiglieri usano il linguaggio della guerra fredda; denunciano l'espansionismo sovietico, vedono la presenza sovietica in tutti i tumulti che agitano l'umanità attraverso il mondo. Ma la retorica antisovietica non permette di trinciar giudizi sulle diverse scuole di pensiero negli Stati Uniti. In realtà, la classe politica, i commentatori delle relazioni internazionali, restano profondamente divisi su certi dati (a esempio, il rapporto di forze), sulla politica e i progetti del Cremlino. Cominciamo con i fatti e le discussioni che essi suscitano. L'Unione Sovietica si è assicurata una superiorità militare sugli Stati Uniti? A una domanda del genere non può essere data nessuna risposta semplice e categorica, visto che noi conosciamo in anticipo le quantità ma non le qualità; il valore delle armi e degli eserciti si rivela solo in combattimento. Detto questo, le quantità note, le qualità valutate alla luce dell'esperienza autorizzano un giudizio almeno probabile. A meno di rifiutare le cifre pubblicate nel fascicolo Soviet Military Power dal ministero americano della Difesa, mi pare incontestabile che l'Unione Sovietica possieda uno stock di armi molto superiore a quello degli Stati Uniti e una capacità di produzione industriale di armi ugualmente superiore. Bisogna dare una grande importanza ai cinquantamila carri armati, ai ventimila cannoni, ai cinquemila elicotteri? Si potrebbe obiettare che queste cifre globali non significano un granché, che la logistica non permetterebbe lo spiegamento di tutte queste armi in campo di battaglia, che comunque le forze armate sovietiche sono distribuite su molti fronti e che le grandi battaglie, paragonabili a quelle della seconda guerra mondiale, sono ormai inconcepibili, perlomeno tra le grandi potenze che dispongono di armi nucleari. Lasciamo da parte le cifre globali e diamo uno sguardo alla bilancia centrale. Il SALT 2, non ratificato dal Senato americano, verrebbe di fatto rispettato dalle due parti (supponendo che la verifica via satellite sia veramente attendibile). Secondo il trattato, gli Stati Uniti possiedono 1054 missili intercontinentali di cui 550 con MIRV, 656 missili sui sottomarini (SLBM) di cui 469 con MIRV e 573 bombardieri pesanti, alcuni dei quali dotati di missili da crociera; da parte sua, l'Unione Sovietica possiede 1398 ICBM di cui 608 con MIRV e 950 SLBM dei quali 144 dotati di MIRV e 156 bombardieri pesanti. Esiste un equilibrio? La triade americana comporta una parte relativamente ridotta di ICBM, probabilmente perché i dirigenti americani pensano che non colpiranno mai per primi, e contano di più sui missili dei sottomarini, meno vulnerabili al primo colpo. L'equilibrio è stabilito, se a definirlo è la capacità di ciascuna delle due Superpotenze di infliggere all'altra, come reazione a un primo colpo, "distruzioni inaccettabili". Ma, ribattono i pessimisti, reagire a un primo colpo contro le basi americane con il bombardamento delle città significa attirare sulle città americane bombardamenti della stessa potenza. Con quale finalità l'autore menziona dati quali "cinquantamila carri armati, ventimila cannoni, cinquemila elicotteri"?
RISPOSTA   Domanda di media difficoltà Il termine "rivoluzione industriale" indica il processo iniziatosi con il massiccio investimento di capitali nel nuovo tipo di industria, chiamato "sistema di fabbrica" o factory system, che nasce in Inghilterra attorno al 1770 e in cui per la prima volta le operazioni fino allora compiute dall'uomo vengono eseguite in prevalenza dalle macchine. In questo nuovo modo di produzione viene resa definitiva quella separatezza tra il produttore diretto (l'operaio) e i mezzi di produzione (le macchine) che, secondo Marx, è tipica del modo di produzione capitalistico. A causa delle trasformazioni tecniche, si instaurano dei rapporti di produzione, economici e sociali radicalmente nuovi, e si vengono a formare due classi contrapposte: quella degli imprenditori capitalisti e quella degli operai, cioè della grande massa dei prestatori di manodopera salariata. Tra i settori produttivi che "accumularono" i capitali da investire nella nuova industria - e che sicuramente interagirono - va ricordata l'agricoltura. Sin dall'inizio del 1700, si erano andati in essa accentuando vari fenomeni di razionalizzazione e di ristrutturazione aziendale, per cui crebbe l'ampiezza media delle aziende, si estesero le migliorie agronomiche e tecniche, e venne liquidato il sistema comunitario prevalente dei "campi aperti" e delle "terre comuni", con la conseguente emarginazione della yeomanry, cioè di quella classe di piccoli proprietari terrieri e di piccoli affittuari che fino al secolo precedente costituivano il nerbo dell'agricoltura inglese. Le complesse trasformazioni agricole ricordate portarono sicuramente a un aumento della produttività e quindi a una maggiore disponibilità di cibo, dalla quale probabilmente fu favorito il forte incremento demografico che ebbe inizio in Inghilterra attorno al 1760. Un terzo fattore, oltre al progresso agricolo e allo sviluppo demografico, contribuì al decollo industriale: l'industria della lana. Essa, nella sua forma domiciliare, era già molto diffusa, anche nel secolo precedente, un po' dovunque, ma principalmente nello Yorkshire, con le città di Leed e Halifax. Ma il sistema domiciliare non era l'unico in Inghilterra. Il Rapporto sulla manifattura della lana del 1806 ci informa che, particolarmente nelle contee occidentali e settentrionali, era già da lungo tempo praticata una sorta di manifattura domiciliare organizzata dai mercanti di panni, i quali acquistavano la lana nazionale ed estera e, per tesserla, radunavano nella propria abitazione o in edifici annessi molti operai che lavoravano a tempo pieno, con parecchi telai e già con una notevole suddivisione di compiti. I mastri manifatturieri riuscivano ad accumulare in tal modo anche ricchezze considerevoli, giungendo a impiantare delle vere e proprie manifatture fin dai primi del 1700. Queste tre forme di organizzazione della produzione laniera rappresentarono anche gradini successivi dell'accumulo dei capitali e dell'industrializzazione del settore. Specie nel gradino più alto si andavano affinando quei processi lavorativi e compiendo quelle innovazioni e scoperte tecniche che furono decisive per il decollo industriale. Altro fattore non trascurabile dell'accumulazione furono i grandi profitti realizzati dagli inglesi nei commerci internazionali. Sin dalla seconda metà del 1500 erano state fondate delle grandi compagnie di commercio e di navigazione e nel 1600 era stata costituita la Compagnia delle Indie. Il Navigation Act del 1651 fu lo strumento dell'enorme potenza marittima e commerciale dell'Inghilterra. Infatti, proibendo a qualsiasi navigatore straniero di importare in Inghilterra prodotti che non fossero del proprio Paese di origine decretava in sostanza che ogni commercio tra l'Inghilterra e i Paesi extraeuropei (Asia, Africa, America) doveva essere svolto con navi inglesi, fabbricate in Inghilterra e senza alcun intermediario. Fu organizzata così quella economia "mercantilistica" che, nel porre al centro di ogni interesse dello Stato la bilancia dei pagamenti, di fatto sanciva che la ricchezza e la potenza della nazione dipendevano in primo luogo dai commerci, dalle speculazioni, dai monopoli e dai protezionismi. Che cosa intende l'autore del brano con l'espressione economia "mercantilistica"?
RISPOSTA    Il termine "rivoluzione industriale" indica il processo iniziatosi con il massiccio investimento di capitali nel nuovo tipo di industria, chiamato "sistema di fabbrica" o factory system, che nasce in Inghilterra attorno al 1770 e in cui per la prima volta le operazioni fino allora compiute dall'uomo vengono eseguite in prevalenza dalle macchine. In questo nuovo modo di produzione viene resa definitiva quella separatezza tra il produttore diretto (l'operaio) e i mezzi di produzione (le macchine) che, secondo Marx, è tipica del modo di produzione capitalistico. A causa delle trasformazioni tecniche, si instaurano dei rapporti di produzione, economici e sociali radicalmente nuovi, e si vengono a formare due classi contrapposte: quella degli imprenditori capitalisti e quella degli operai, cioè della grande massa dei prestatori di manodopera salariata. Tra i settori produttivi che "accumularono" i capitali da investire nella nuova industria - e che sicuramente interagirono - va ricordata l'agricoltura. Sin dall'inizio del 1700, si erano andati in essa accentuando vari fenomeni di razionalizzazione e di ristrutturazione aziendale, per cui crebbe l'ampiezza media delle aziende, si estesero le migliorie agronomiche e tecniche, e venne liquidato il sistema comunitario prevalente dei "campi aperti" e delle "terre comuni", con la conseguente emarginazione della yeomanry, cioè di quella classe di piccoli proprietari terrieri e di piccoli affittuari che fino al secolo precedente costituivano il nerbo dell'agricoltura inglese. Le complesse trasformazioni agricole ricordate portarono sicuramente a un aumento della produttività e quindi a una maggiore disponibilità di cibo, dalla quale probabilmente fu favorito il forte incremento demografico che ebbe inizio in Inghilterra attorno al 1760. Un terzo fattore, oltre al progresso agricolo e allo sviluppo demografico, contribuì al decollo industriale: l'industria della lana. Essa, nella sua forma domiciliare, era già molto diffusa, anche nel secolo precedente, un po' dovunque, ma principalmente nello Yorkshire, con le città di Leed e Halifax. Ma il sistema domiciliare non era l'unico in Inghilterra. Il Rapporto sulla manifattura della lana del 1806 ci informa che, particolarmente nelle contee occidentali e settentrionali, era già da lungo tempo praticata una sorta di manifattura domiciliare organizzata dai mercanti di panni, i quali acquistavano la lana nazionale ed estera e, per tesserla, radunavano nella propria abitazione o in edifici annessi molti operai che lavoravano a tempo pieno, con parecchi telai e già con una notevole suddivisione di compiti. I mastri manifatturieri riuscivano ad accumulare in tal modo anche ricchezze considerevoli, giungendo a impiantare delle vere e proprie manifatture fin dai primi del 1700. Queste tre forme di organizzazione della produzione laniera rappresentarono anche gradini successivi dell'accumulo dei capitali e dell'industrializzazione del settore. Specie nel gradino più alto si andavano affinando quei processi lavorativi e compiendo quelle innovazioni e scoperte tecniche che furono decisive per il decollo industriale. Altro fattore non trascurabile dell'accumulazione furono i grandi profitti realizzati dagli inglesi nei commerci internazionali. Sin dalla seconda metà del 1500 erano state fondate delle grandi compagnie di commercio e di navigazione e nel 1600 era stata costituita la Compagnia delle Indie. Il Navigation Act del 1651 fu lo strumento dell'enorme potenza marittima e commerciale dell'Inghilterra. Infatti, proibendo a qualsiasi navigatore straniero di importare in Inghilterra prodotti che non fossero del proprio Paese di origine decretava in sostanza che ogni commercio tra l'Inghilterra e i Paesi extraeuropei (Asia, Africa, America) doveva essere svolto con navi inglesi, fabbricate in Inghilterra e senza alcun intermediario. Fu organizzata così quella economia "mercantilistica" che, nel porre al centro di ogni interesse dello Stato la bilancia dei pagamenti, di fatto sanciva che la ricchezza e la potenza della nazione dipendevano in primo luogo dai commerci, dalle speculazioni, dai monopoli e dai protezionismi. Il brano è di natura:
RISPOSTA   Domanda difficile Il termine "rivoluzione industriale" indica il processo iniziatosi con il massiccio investimento di capitali nel nuovo tipo di industria, chiamato "sistema di fabbrica" o factory system, che nasce in Inghilterra attorno al 1770 e in cui per la prima volta le operazioni fino allora compiute dall'uomo vengono eseguite in prevalenza dalle macchine. In questo nuovo modo di produzione viene resa definitiva quella separatezza tra il produttore diretto (l'operaio) e i mezzi di produzione (le macchine) che, secondo Marx, è tipica del modo di produzione capitalistico. A causa delle trasformazioni tecniche, si instaurano dei rapporti di produzione, economici e sociali radicalmente nuovi, e si vengono a formare due classi contrapposte: quella degli imprenditori capitalisti e quella degli operai, cioè della grande massa dei prestatori di manodopera salariata. Tra i settori produttivi che "accumularono" i capitali da investire nella nuova industria - e che sicuramente interagirono - va ricordata l'agricoltura. Sin dall'inizio del 1700, si erano andati in essa accentuando vari fenomeni di razionalizzazione e di ristrutturazione aziendale, per cui crebbe l'ampiezza media delle aziende, si estesero le migliorie agronomiche e tecniche, e venne liquidato il sistema comunitario prevalente dei "campi aperti" e delle "terre comuni", con la conseguente emarginazione della yeomanry, cioè di quella classe di piccoli proprietari terrieri e di piccoli affittuari che fino al secolo precedente costituivano il nerbo dell'agricoltura inglese. Le complesse trasformazioni agricole ricordate portarono sicuramente a un aumento della produttività e quindi a una maggiore disponibilità di cibo, dalla quale probabilmente fu favorito il forte incremento demografico che ebbe inizio in Inghilterra attorno al 1760. Un terzo fattore, oltre al progresso agricolo e allo sviluppo demografico, contribuì al decollo industriale: l'industria della lana. Essa, nella sua forma domiciliare, era già molto diffusa, anche nel secolo precedente, un po' dovunque, ma principalmente nello Yorkshire, con le città di Leed e Halifax. Ma il sistema domiciliare non era l'unico in Inghilterra. Il Rapporto sulla manifattura della lana del 1806 ci informa che, particolarmente nelle contee occidentali e settentrionali, era già da lungo tempo praticata una sorta di manifattura domiciliare organizzata dai mercanti di panni, i quali acquistavano la lana nazionale ed estera e, per tesserla, radunavano nella propria abitazione o in edifici annessi molti operai che lavoravano a tempo pieno, con parecchi telai e già con una notevole suddivisione di compiti. I mastri manifatturieri riuscivano ad accumulare in tal modo anche ricchezze considerevoli, giungendo a impiantare delle vere e proprie manifatture fin dai primi del 1700. Queste tre forme di organizzazione della produzione laniera rappresentarono anche gradini successivi dell'accumulo dei capitali e dell'industrializzazione del settore. Specie nel gradino più alto si andavano affinando quei processi lavorativi e compiendo quelle innovazioni e scoperte tecniche che furono decisive per il decollo industriale. Altro fattore non trascurabile dell'accumulazione furono i grandi profitti realizzati dagli inglesi nei commerci internazionali. Sin dalla seconda metà del 1500 erano state fondate delle grandi compagnie di commercio e di navigazione e nel 1600 era stata costituita la Compagnia delle Indie. Il Navigation Act del 1651 fu lo strumento dell'enorme potenza marittima e commerciale dell'Inghilterra. Infatti, proibendo a qualsiasi navigatore straniero di importare in Inghilterra prodotti che non fossero del proprio Paese di origine decretava in sostanza che ogni commercio tra l'Inghilterra e i Paesi extraeuropei (Asia, Africa, America) doveva essere svolto con navi inglesi, fabbricate in Inghilterra e senza alcun intermediario. Fu organizzata così quella economia "mercantilistica" che, nel porre al centro di ogni interesse dello Stato la bilancia dei pagamenti, di fatto sanciva che la ricchezza e la potenza della nazione dipendevano in primo luogo dai commerci, dalle speculazioni, dai monopoli e dai protezionismi. Nel brano si afferma che il factory system nasce in:
RISPOSTA    Il termine "rivoluzione industriale" indica il processo iniziatosi con il massiccio investimento di capitali nel nuovo tipo di industria, chiamato "sistema di fabbrica" o factory system, che nasce in Inghilterra attorno al 1770 e in cui per la prima volta le operazioni fino allora compiute dall'uomo vengono eseguite in prevalenza dalle macchine. In questo nuovo modo di produzione viene resa definitiva quella separatezza tra il produttore diretto (l'operaio) e i mezzi di produzione (le macchine) che, secondo Marx, è tipica del modo di produzione capitalistico. A causa delle trasformazioni tecniche, si instaurano dei rapporti di produzione, economici e sociali radicalmente nuovi, e si vengono a formare due classi contrapposte: quella degli imprenditori capitalisti e quella degli operai, cioè della grande massa dei prestatori di manodopera salariata. Tra i settori produttivi che "accumularono" i capitali da investire nella nuova industria - e che sicuramente interagirono - va ricordata l'agricoltura. Sin dall'inizio del 1700, si erano andati in essa accentuando vari fenomeni di razionalizzazione e di ristrutturazione aziendale, per cui crebbe l'ampiezza media delle aziende, si estesero le migliorie agronomiche e tecniche, e venne liquidato il sistema comunitario prevalente dei "campi aperti" e delle "terre comuni", con la conseguente emarginazione della yeomanry, cioè di quella classe di piccoli proprietari terrieri e di piccoli affittuari che fino al secolo precedente costituivano il nerbo dell'agricoltura inglese. Le complesse trasformazioni agricole ricordate portarono sicuramente a un aumento della produttività e quindi a una maggiore disponibilità di cibo, dalla quale probabilmente fu favorito il forte incremento demografico che ebbe inizio in Inghilterra attorno al 1760. Un terzo fattore, oltre al progresso agricolo e allo sviluppo demografico, contribuì al decollo industriale: l'industria della lana. Essa, nella sua forma domiciliare, era già molto diffusa, anche nel secolo precedente, un po' dovunque, ma principalmente nello Yorkshire, con le città di Leed e Halifax. Ma il sistema domiciliare non era l'unico in Inghilterra. Il Rapporto sulla manifattura della lana del 1806 ci informa che, particolarmente nelle contee occidentali e settentrionali, era già da lungo tempo praticata una sorta di manifattura domiciliare organizzata dai mercanti di panni, i quali acquistavano la lana nazionale ed estera e, per tesserla, radunavano nella propria abitazione o in edifici annessi molti operai che lavoravano a tempo pieno, con parecchi telai e già con una notevole suddivisione di compiti. I mastri manifatturieri riuscivano ad accumulare in tal modo anche ricchezze considerevoli, giungendo a impiantare delle vere e proprie manifatture fin dai primi del 1700. Queste tre forme di organizzazione della produzione laniera rappresentarono anche gradini successivi dell'accumulo dei capitali e dell'industrializzazione del settore. Specie nel gradino più alto si andavano affinando quei processi lavorativi e compiendo quelle innovazioni e scoperte tecniche che furono decisive per il decollo industriale. Altro fattore non trascurabile dell'accumulazione furono i grandi profitti realizzati dagli inglesi nei commerci internazionali. Sin dalla seconda metà del 1500 erano state fondate delle grandi compagnie di commercio e di navigazione e nel 1600 era stata costituita la Compagnia delle Indie. Il Navigation Act del 1651 fu lo strumento dell'enorme potenza marittima e commerciale dell'Inghilterra. Infatti, proibendo a qualsiasi navigatore straniero di importare in Inghilterra prodotti che non fossero del proprio Paese di origine decretava in sostanza che ogni commercio tra l'Inghilterra e i Paesi extraeuropei (Asia, Africa, America) doveva essere svolto con navi inglesi, fabbricate in Inghilterra e senza alcun intermediario. Fu organizzata così quella economia "mercantilistica" che, nel porre al centro di ogni interesse dello Stato la bilancia dei pagamenti, di fatto sanciva che la ricchezza e la potenza della nazione dipendevano in primo luogo dai commerci, dalle speculazioni, dai monopoli e dai protezionismi. Quale delle seguenti fu una conseguenza della "rivoluzione" che interessò l'agricoltura inglese nel 1700?
RISPOSTA    Il termine "rivoluzione industriale" indica il processo iniziatosi con il massiccio investimento di capitali nel nuovo tipo di industria, chiamato "sistema di fabbrica" o factory system, che nasce in Inghilterra attorno al 1770 e in cui per la prima volta le operazioni fino allora compiute dall'uomo vengono eseguite in prevalenza dalle macchine. In questo nuovo modo di produzione viene resa definitiva quella separatezza tra il produttore diretto (l'operaio) e i mezzi di produzione (le macchine) che, secondo Marx, è tipica del modo di produzione capitalistico. A causa delle trasformazioni tecniche, si instaurano dei rapporti di produzione, economici e sociali radicalmente nuovi, e si vengono a formare due classi contrapposte: quella degli imprenditori capitalisti e quella degli operai, cioè della grande massa dei prestatori di manodopera salariata. Tra i settori produttivi che "accumularono" i capitali da investire nella nuova industria - e che sicuramente interagirono - va ricordata l'agricoltura. Sin dall'inizio del 1700, si erano andati in essa accentuando vari fenomeni di razionalizzazione e di ristrutturazione aziendale, per cui crebbe l'ampiezza media delle aziende, si estesero le migliorie agronomiche e tecniche, e venne liquidato il sistema comunitario prevalente dei "campi aperti" e delle "terre comuni", con la conseguente emarginazione della yeomanry, cioè di quella classe di piccoli proprietari terrieri e di piccoli affittuari che fino al secolo precedente costituivano il nerbo dell'agricoltura inglese. Le complesse trasformazioni agricole ricordate portarono sicuramente a un aumento della produttività e quindi a una maggiore disponibilità di cibo, dalla quale probabilmente fu favorito il forte incremento demografico che ebbe inizio in Inghilterra attorno al 1760. Un terzo fattore, oltre al progresso agricolo e allo sviluppo demografico, contribuì al decollo industriale: l'industria della lana. Essa, nella sua forma domiciliare, era già molto diffusa, anche nel secolo precedente, un po' dovunque, ma principalmente nello Yorkshire, con le città di Leed e Halifax. Ma il sistema domiciliare non era l'unico in Inghilterra. Il Rapporto sulla manifattura della lana del 1806 ci informa che, particolarmente nelle contee occidentali e settentrionali, era già da lungo tempo praticata una sorta di manifattura domiciliare organizzata dai mercanti di panni, i quali acquistavano la lana nazionale ed estera e, per tesserla, radunavano nella propria abitazione o in edifici annessi molti operai che lavoravano a tempo pieno, con parecchi telai e già con una notevole suddivisione di compiti. I mastri manifatturieri riuscivano ad accumulare in tal modo anche ricchezze considerevoli, giungendo a impiantare delle vere e proprie manifatture fin dai primi del 1700. Queste tre forme di organizzazione della produzione laniera rappresentarono anche gradini successivi dell'accumulo dei capitali e dell'industrializzazione del settore. Specie nel gradino più alto si andavano affinando quei processi lavorativi e compiendo quelle innovazioni e scoperte tecniche che furono decisive per il decollo industriale. Altro fattore non trascurabile dell'accumulazione furono i grandi profitti realizzati dagli inglesi nei commerci internazionali. Sin dalla seconda metà del 1500 erano state fondate delle grandi compagnie di commercio e di navigazione e nel 1600 era stata costituita la Compagnia delle Indie. Il Navigation Act del 1651 fu lo strumento dell'enorme potenza marittima e commerciale dell'Inghilterra. Infatti, proibendo a qualsiasi navigatore straniero di importare in Inghilterra prodotti che non fossero del proprio Paese di origine decretava in sostanza che ogni commercio tra l'Inghilterra e i Paesi extraeuropei (Asia, Africa, America) doveva essere svolto con navi inglesi, fabbricate in Inghilterra e senza alcun intermediario. Fu organizzata così quella economia "mercantilistica" che, nel porre al centro di ogni interesse dello Stato la bilancia dei pagamenti, di fatto sanciva che la ricchezza e la potenza della nazione dipendevano in primo luogo dai commerci, dalle speculazioni, dai monopoli e dai protezionismi. Secondo l'autore del brano, quali fattori contribuirono al decollo industriale inglese?

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